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Bruno Sacchini

«Piccarda c’est moi» Nella selva del vissuto dantesco


Bruno Sacchini

«Piccarda c’est moi» Nella selva del vissuto dantesco prefazione di Piero Meldini postfazione di Filippo Gianferrari

Società

Editrice Fiorentina


© 2013 Società Editrice Fiorentina via Aretina, 298 - 50136 Firenze tel. 055 5532924 info@sefeditrice.it www.sefeditrice.it blog www.seflog.net/blog facebook account www.facebook.com/sefeditrice twitter account @sefeditrice isbn 978-88-6032-266-1 Proprietà letteraria riservata Riproduzione, in qualsiasi forma, intera o parziale, vietata Copertina a cura di Studio Grafico Norfini (Firenze) In copertina Antonio Begarelli (1499-1565), Deposizione di Cristo dalla croce, particolare, 1527-1531, Modena, Chiesa di San Francesco (foto di Paolo Terzi, Modena)


A Vittorio, mecenate e uomo di cultura verace


Indice

ix Prefazione di Piero Meldini xiii Introduzione

«piccarda c’est moi» 3 1. «Io avea una corda intorno cinta» (Inf., xvi, 106)

8 2. «Amor, ch’a nullo amato amar perdona»

11 3. «Ben m’accorsi ch’elli era da ciel messo»

17 4. «…forse cui Guido vostro ebbe a disdegno»

27 5. «Che parrìa forse forte al vostro vulgo»

32 6. «Cred’io ch’ei credette ch’io credesse»

(Inf., v, 103) (Inf., ix, 85) (Inf., x, 63)

(Par., ix, 36)

(Inf., xiii, 25)

36 7. «…per ch’io dentro a l’error contrario corsi a quel ch’accese amor tra l’omo e il fonte» (Par., iii, 17-18)

40 8. «O amanza del primo amante, o diva»

45 9. «E caddi come corpo morto cade»

50 10. «Io fei gibetto a me delle mie case»

54 11. «…vidi presso di me un veglio solo»

(Par., iv, 118) (Inf., v, 142)

(Inf., xiii, 152) (Purg., i, 31)


59 12. «…e più non disse, e rimase turbato»

66 13. «…per lo serpente che verrà vie via»

70 14. «Lo maggior corno de la fiamma antica»

74 15. «…e lascia pur grattar dov’è la rogna»

(Purg., iii, 45)

(Purg., viii, 39) (Inf., xxvi, 85)

(Par., xvii, 129)

81 Postfazione L’immagine riflessa: il Dante di Sacchini tra vita e poesia di Filippo Gianferrari


Prefazione

C

he cosa avrà voluto dire Flaubert quando, rispondendo a un cronista un po’ invadente, pronunciò la celebre frase: «Madame Bovary c’est moi»? Perché in effetti, corpulento e baffuto qual era, si fatica a immaginarlo nelle vesti delle sua eroina: verso la quale, per giunta, egli mostra un atteggiamento nient’affatto benevolo, e anzi severo e a tratti ostile, al punto da influenzare negativamente il lettore. La spiegazione corrente è che uno scrittore attinge a se stesso per tutti i suoi personaggi – buoni e cattivi, del proprio e dell’altro sesso – e in ognuno parzialmente si rispecchia; che tutta la letteratura ha un fondamento autobiografico e che l’autobiografismo è perciò inevitabile, sia che si parli esplicitamente di sé, sia che di sé si parli indirettamente e in maniera per così dire cifrata. È una spiegazione convincente, e però si intuisce che la relazione autore-personaggio è più stretta e insieme più intricata, ambigua e misteriosa di quanto non si creda, e questo vale per Flaubert ed Emma Bovary come per Tolstoj e Anna Karenina, Stendhal e Sorel, Manzoni e l’Innominato, Dostoevskij e Raskolnikov, Joyce e Leopold Bloom, Tomasi di Lampedusa e don Fabrizio. Vale anche per Dante e i più noti personaggi della Commedia? È proprio questa la chiave, o piuttosto il grimaldello, che Bruno Sacchini ha utilizzato per introdursi nelle stanze più nascoste del poema, quelle dove Dante, consapevole o


x  «piccarda c’est moi»

no, si mette a nudo. Del peso che ha l’autobiografia nell’opera dell’autore delle Rime e della Vita nuova è arduo dubitare; altrettanto evidente è che pochissimi, come lui, hanno dato fondamento alla massima di Bachtin che tra la vita e la letteratura c’è lo stesso rapporto che tra l’uva e il vino. Della Commedia Dante è anche personaggio, anzi – come osserva Sacchini – «protagonista assoluto, […] stabilmente in scena dall’inizio alla fine», ma benché la rappresentazione di se stesso non sia indulgente e metta in luce tutte le asprezze del carattere, non è nel personaggio di Dante che andranno cercati i segreti dell’uomo, quelli che egli va scoprendo e rivelando prima di tutto a se stesso, quanto piuttosto in altri personaggi – Francesca e Farinata, Piccarda e Giacomo da Sant’Andrea, Cunizza e Virgilio – e forse, un poco, in tutti i personaggi del poema, dannati e beati, così come un volto si riflette nelle innumerevoli schegge di uno specchio infranto. Se è vero che in Dante tout se tiens, allora la scelta obbligata è spiegare Dante con Dante, senza uscire dai confini del testo e adottando un’ermeneutica che rimanda, quanto ai metodi, all’esegesi biblica. La ricerca di «quelle oscillazioni di senso», di «quelle faglie di significato», di «quelle vere e proprie croci dantesche» che ne percorrono l’opera diviene così una campagna investigativa che ricorda, più che una reale indagine di polizia, un classico giallo indiziario. E davvero come un giallo – sia detto a convinta lode del lavoro – si legge Piccarda c’est moi, spinti dalla voglia di conoscerne le conclusioni e, al tempo stesso, pungolati da una scrittura brillante, divagante, divertente e divertita, senza pedanterie, paludamenti e riverenze di sorta: la scrittura di uno studioso che ha con il poema dantesco un rapporto di assoluta confidenza e starei per dire di vecchia amicizia.


prefazione xi 

Dal confronto con i suoi personaggi, e cioè con i suoi fantasmi, Dante prenderà gradualmente coscienza dei propri peccati: sensualità, spirito partigiano, viltà, tentazioni suicide. Il suo viaggio nell’Oltretomba sarà dunque l’esatto contrario di una moderna psicoterapia: non un tragitto per liberarsi dai propri sensi di colpa, ma per essere pienamente consapevole delle sue manchevolezze; un itinerario di conoscenza e, insieme, un cammino di espiazione: una vagatio clerici e un pellegrinaggio. Lo strumento della sua salvezza – la sua penitenza – sarà la composizione della Commedia. Sono numerosi i temi e le suggestioni che Sacchini ha generosamente disseminato nel suo libro, e ognuno di essi meriterebbe una citazione o, in più di un caso, solleciterebbe un confronto. Mi guardo dall’essere invadente e mi limito a una postilla finale. La critica più recente ha riconosciuto il peso dell’autobiografia non solo nelle opere letterarie, sfondatissima porta aperta, ma anche nella saggistica: «Tutta la critica è una forma di autobiografia» scrive, perentorio, David Shields. Insomma: come Dante potrebbe affermare: «Piccarda c’est moi», Sacchini, a sua volta, potrebbe concludere che Dante c’est lui. Piero Meldini


Introduzione

Q

uesto libello non fa che mettere per iscritto parte delle riflessioni sviluppate nel corso d’un insegnamento nei Licei durato, anche se in maniera intermittente, trent’anni. Ecco perché molte delle conclusioni, agnizioni e deduzioni qui riportate sono debitrici di curiosità, domande e obiezioni poste dai miei studenti in merito a interpretazioni della Commedia che io stesso fornivo sulla base dei commenti più accreditati. Integrate da osservazioni desunte, con acribìa non esaustiva e però documentale (chi scrive non può inscriversi nel novero dei dantisti di professione), da quegli studi sulla Commedia che sembravano meglio rispondere a una curiositas che era sì loro, ma soprattutto mia. Donde l’occhiuta circospezione da me rivolta, sempre assieme ai miei discepoli, alla lettera d’un testo la cui magmatica enigmaticità (in forma di vere e proprie croci dantesche), opportunamente interpellata, per speculum et in aenigmate svelava un senso fin troppo spesso accantonato in quanto oscuro e basta. Quando proprio quelle croci, quei calembour di senso, quei giochi di parole, gabbati come insolubili, finivano per produrre, purché si riuscisse a vedere ciò che si guardava (e niente è più invisibile della lettera squadernata davanti a noi), la verità del testo.


xiv  «piccarda c’est moi»

Grazie a uno sguardo finalmente capace di farlo parlare, quel testo, per quel che è, in quanto testimonianza d’una vicenda autobiografica solo apparentemente celata sotto il velo della narrazione epica. In quel processo di straniamento per cui l’Omero della situazione sembra non dover mai parlare di sé quando invece, almeno per ciò che riguarda la Commedia, è vero il contrario, a patto di riuscire a vedere ciò che solitamente ci si limita a guardare e basta. Finendo per accantonare e rimuovere il sottostante, non solo in senso freudiano. b. s.


«piccarda c’est moi»

nella selva del vissuto dantesco


1. «Io avea una corda intorno cinta» (Inf., xvi, 106)

G

iunti sul limitare della landa infuocata dove sono puniti violenti contro Dio, arte e natura (bestemmiatori, usurai, sodomiti), Dante e Virgilio hanno un problema. Si tratta di far emergere dal fondo della «ripa scoscesa» Gerione, il mostro alato dalla faccia d’uom benigno, corpo tessile e coda velenosa, simbolo della frode, peccato punito in quella parte d’Inferno per inoltrarsi nella quale Virgilio e Dante necessitano d’un passaggio per dir così “aereo” da parte sua. Il problema è come attrarre Gerione fino alla proda scoscesa dove i due sono attestati. È a questo punto che Dante compie un gesto sulla cui enigmaticità la critica s’è accapigliata a lungo, sorta di rito tra il sacro e l’affatturante magico che, nelle intenzioni del poeta, dovrebbe richiamare il drago fino a loro. Io avea una corda intorno cinta, e con essa pensai alcuna volta prender la lonza alla pelle dipinta. Poscia ch’io l’ebbi tutta da me sciolta, sì come ’l duca m’aveva comandato, porsila a lui aggroppata e ravvolta. Ond’ei si volse inver’ lo destro lato, e alquanto di lunge da la sponda la gittò giuso in quell’alto burrato.


4  «piccarda c’est moi»

La lettera del testo non sembra in realtà lasciare molto spazio ai dubbi, tranne che si voglia complicarne il senso con disamine più preoccupate di avvolgere e aggroppare (per eccesso di scolasticismo o remore perbeniste) che sciogliere e spiegare. Come dice Jacopo di Dante infatti (uno dei più antichi commentatori della Commedia, nonché figlio del poeta e quindi, si suppone, conoscitore di qualcuno dei trascorsi paterni), la corda è «l’abito di froda in lussuriosa operazione», cioè la frode cui è uso ricorrere il lussurioso per conquistare l’oggetto della propria concupiscenza. Tant’è che gli stessi antichi gratificavano Afrodite del titolo di Dolòploke, tessitrice di inganni. Ora, è proprio la lonza in quanto simbolo di lussuria la prima bestia (cioè la prima e più intrigante tendenza peccaminosa) che impaluda Dante nel canto i dell’Inferno, quando vorrebbe salire le pendici del dilettoso monte e invece niente. Autoaccusa cui Dante ne aggiunge qui un’altra perfettamente congrua alla precedente, inquantoché il lussurioso non può evitar d’attingere alle arti di froda per conseguire il proprio obiettivo. Insomma: il confiteor che Dante qui recita, pur col ritegno della smaterializzazione simbolica, consiste nell’ammissione d’esser stato non solo incontinente (oltreché avido e superbo: vedi alle voci lupa e leone), ma pure incline a quelle pratiche frodolente da sempre connesse col peccato di lussuria. Chi recalcitrasse a tanto sospetto, provi a pensare alle Rime Petrose come al sublime artificio con cui il nostro, bruscamente infoiato d’una Donna Petra refrattaria a profferte più carnali che angelicate, aveva probabilmente sperato d’intaccarne la resistenza.


i. «io avea una corda intorno cinta»  5 

Che tale artificio, più o meno frodolento, assuma le vesti di grandissima poesia (capace di trasfigurare perfino il materiale pornoerotico d’epoca, in forma bretone e cortese), non fa che deporre a favore del genio del nostro, non d’una impeccabilità che lui per primo rigetterebbe come ipocrita. Che poi di questa corda legata in cinta, di questo «cordiglio», Dante si liberi senza difficoltà (come registrato altrove per peccati d’altra risma) dice semplicemente che, arrivato a quel punto, egli non ha problemi a svincolarsi da una macula peccati che non lo lega più di tanto, strumentale com’è a quella pulsione carnale già da lui superata ai tempi dell’incontro con Paolo e Francesca. Che, infine, di questo cordone frodolento lasciato penzolare sull’abisso, lo stesso Virgilio (cioè la ragione) faccia uso a mo’ di esca, è segno che la frode può essere lecitamente adescata con altra frode. Cosa che Virgilio fa quando, gettato l’amo, attende che il pesce-siluro emerga dalle profondità del male come un subacqueo risalente dal fondo dopo aver disincagliato l’ancora. Che le cose stiano così, pare confermato anche dall’attitudine d’uno dei personaggi immediatamente successivi, Giasone. La cui superna regalità (a parte Ulisse e Guido da Montefeltro, ma lì c’è un perché), non svilita dallo spregio con cui Dante impania il verminaio dei frodolenti, rappresenta un unicum nel panorama di Malebolge. E ’l buon maestro, sanza mia dimanda, mi disse: «Guarda quel grande che vene, e per dolor non par lagrime spanda: quanto aspetto reale ancor ritene! Quelli è Iasón, che per cuore e per senno li Colchi del monton privati féne.


6  «piccarda c’est moi» Ello passò per l’isola di Lenno poi che l’ardite femmine spietate tutti li maschi loro a morte dienno. Ivi con segni e con parole ornate Isifile ingannò, la giovinetta che prima avea tutte l’altre ingannate. Lasciolla quivi, gravida, soletta; tal colpa a tal martiro lui condanna; e anche di Medea si fa vendetta. Con lui sen va chi da tal parte inganna; e questo basti de la prima valle sapere e di color che ’n sé assanna».

Siamo qui nella prima delle tasche infernali, quella in cui ruffiani e seduttori, divisi in schiere contrapposte, ne percorrono il fondo in una sorta d’ironico senso unico alternato, cazziato e deriso da schiere di demoni che sanguinosamente li incalzano con le loro «ferze». Ora, se dei ruffiani Dante parla in termini di schifiltoso disprezzo, per quanto riguarda i seduttori non solo Giasone è l’unico a venir menzionato, ma il personaggio viene gratificato fin dall’inizio con l’appellativo di «grande», cosa che lo accomuna ad altre anime ammirabili dell’Inferno quali Capaneo, Farinata e Ulisse. La magnanimità dei quali (soprattutto gli ultimi due) segnala che il poeta li sente in qualche modo come “suoi”, fatti della stessa pasta, così sdegnosamente superiori alla propria collocazione infernale da apparire quasi indifferenti alle pene cui soggiaciono. Tanto da configurarsi come alter ego sia dell’uomo che del personaggio Dante, messi di traverso al suo fatale andare per segnare le tacche d’un’ascesi più intellettuale e diagnostica (perché Dante vuole innanzitutto “conoscere”) che etica.


i. «io avea una corda intorno cinta»  7 

Sed de hoc postea. Ciò che mette conto qui rilevare è un tratto di coincidenza tra Dante e Giasone (personaggio contrassegnato dall’enormità d’un’impresa – Par., xxxiii, 94-96 – più che consona alle manie di grandezza del nostro) in grado di confermare che la colpa di Dante è la stessa imputata al figlio di Esone, seduttore di Isifile e Medea. Esattamente come Dante non poté non fare o tentar di fare nei confronti delle donne di cui s’era incapricciato in vita: la Gentil donna, la Donna pietosa, la Pargoletta, la Lisetta ecc. Fermo restando che la regalità di Giasone, isolato in un’aura che sembra astrarlo dall’infamia circostante, non attenua la gravità del peccato, limitandosi a ribadire una nobiltà d’animo, una politicamente eroica virtus che è la stessa di cui si fa forte Dante per rivendicare la propria selettiva magnanimità. Tant’è che il «non ragionar di lor» con cui Virgilio chiude anche qui il siparietto, non trasuda disprezzo e noia, bensì una sorta di rispettosa considerazione nei confronti d’un personaggio fin troppo superiore perché non liceat assimilarlo a Dante stesso. Peccato di seduzione compreso. Con lui sen va chi da tal parte inganna; e questo basti de la prima valle sapere e di color che ’n sé assanna.


Piccarda c'est moi