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Valeria Giannantonio

Le autobiografie della Grande guerra La scrittura del ricordo e della lontananza studi 37


studi 37


Valeria Giannantonio

Le autobiografie della Grande guerra: la scrittura del ricordo e della lontananza

SocietĂ

Editrice Fiorentina


Volume pubblicato con il contributo del Dipartimento di Lettere, Arti e Scienze Sociali, Università “G. D’Annunzio” Chieti - Pescara

© 2019 Società Editrice Fiorentina via Aretina, 298 - 50136 Firenze tel. 055 5532924 info@sefeditrice.it www.sefeditrice.it isbn: 978-88-6032-499-3 issn: 2035-4363 Proprietà letteraria riservata Riproduzione, in qualsiasi forma, intera o parziale, vietata


Ai miei figli Andrea e Martina, e al loro futuro radioso come l’esplosione di quel maggio di primavera che sconvolse per sempre gli animi degli Italiani.


Indice

13 Introduzione. Il racconto e il ricordo a cent’anni dall’armistizio

13 1. Conflittualità ideologiche 20 2. Le ragioni morali e letterarie dell’intervento 24 3. Il militarismo e la delusione 26 4. L’autobiografismo come storia e letteratura 30 5. La guerra come antidoto alle lettere 32 6. Le tragedie belliche e il futuro

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Il percorso della letteratura triestina tra inquietudine e attivismo

La produzione giuliana nei due conflitti mondiali: Slataper, Stuparich, Saba

45 Il Mio Carso e la politica dell’Italia 45 1. Fuga e ritorno nel «Mio Carso» 52 2. Il primo conflitto mondiale 55 3. Le città di Slataper

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L’attraversamento di Saba del primo conflitto mondiale e delle leggi razziali

Il profilo umano e letterario di Giani Stuparich

59 1. Saba e la prima Guerra mondiale 60 2. L’evoluzione del «Canzoniere» 62 3. L’itinerario spirituale dell’uomo Saba 66 4. Passato e presente 69 5. La «quête» sabiana 70 6. Dal sogno alla memoria

75

75 1. “La trilogia della guerra” 78 2. «Ritorneranno»


80 3. «L’Isola» 81 4. «Il ritorno del padre» e «I Ricordi istriani» 85 5. Dall’infanzia all’età adulta

Le reazioni ai conflitti mondiali di due autori istriani: Quarantotto Gambini e Tomizza (il gioco della guerra)

91 Le trincee: un racconto di Pier Antonio Quarantotto Gambini 91 1. Quarantotto Gambini tra Trieste e l’Italia 95 2. La guerra e la fiaba 97 3. Il racconto

101

La trilogia di Stefano Markovich

101 105 108 110 112

1. Il quadro politico e il significato del viaggio 2. «La quinta stagione» 3. «L’albero dei sogni» 4. «La città di Miriam» 5. Conclusioni

La guerra, il mondo contadino, il paesaggio: Carlo Emilio Gadda, Carlo Pastorino, Beppe Fenoglio

117

Beppe Fenoglio e i “racconti del parentado”

131

149

117 1. Il filone langaiolo come ricerca delle origini 121 2. I «Penultimi» 123 3. «Un Fenoglio alla prima Guerra mondiale» 125 4. La conclusione della parabola narrativa di Beppe Fenoglio 131 134 139 146

Carlo Emilio Gadda e la narrativa di guerra

1. Le ragioni di un conflitto 2. Il «Giornale di guerra e di prigionia» 3. Il «Castello di Udine» Conclusioni

Carlo Pastorino e la “trilogia del fuoco”

149 151 153 155 160 163

1. L’idea pura della guerra 2. Tra memoria e malinconia: «La prova del fuoco» 3. La guerra tra lirismo e paesaggio 4. Il paesaggio tra arsura del dolore e serenità degli spazi 5. Particolarità de «La prova del fuoco» nella memorialistica della Grande Guerra 6. «La prova della fame»

Militarismo e pacifismo: gabriele d’annunzio e aldo palazzeschi

La prosa del Notturno tra memoria e futuro

169

169 1. Tra mito della Grande Guerra e memoria 174 2. Proiezione psicologica e storica dell’interventismo dannunziano 178 3. Il buio, la morte, il nulla


181 4. Connotazione psichica, fisica e mistica della guerra 184 5. Le ragioni dell’interventismo dannunziano

191 Due imperi… mancati: l’autobiografia come atto di protesta e di riconciliazione con la storia

191 196 200 202 204 207 209

1. Le implicazioni storiche e ideologiche del “neutralismo” 2. Pacifismo come autenticità di arte e di vita 3. La solitudine di Palazzeschi 4. La particolarità del pacifismo di «Due imperi… mancati» 5. Violenza e pace 6. «Due imperi… mancati»: punto di arrivo dell’ideologia palazzeschiana 7. Il racconto della guerra

L’antimilitarismo e il tono anticelebrativo dei memoriali di Salsa e Frescura

Carlo Salsa: Trincee

217

217 1. La sincerità dell’ideazione 218 2. La cronaca e la polemica 221 3. La concitazione del racconto e le pause narrative 224 4. Gli ufficiali e i soldati 226 5. La fase della prigionia: tra ex-combattenti ed ex-imboscati

231 231 235 237

Il Diario di un imboscato: il particolare consenso di Attilio Frescura 1. Giustificazione politica dell’interventismo 2. Il mito del Poeta-Vate e l’inutile martirio 3. Il disfattismo del Frescura

Tra adesione e umiliazione, dovere e disincanto: Stanghellini e scortecci

245

Introduzione alla vita mediocre: tra partecipazione e alienazione

245 249 252 254

259

1. La vergogna e la mediocrità 2. L’eroismo e la demotivazione 3. Le reazioni dei soldati 4. L’esistenza “mediocre”

La città effimera

259 260 263 265

1. Tra sogno e realtà 2. Caratteri della prigionia 3. Il concetto di “effimero” 4. Un dilemma esistenziale

La letteratura triestina moderna: morandini e covachich

I cristalli di Vienna di Giuliana Morandini

271

271 1. Il primo e il secondo conflitti bellici 273 2. La dimensione onirica nei «Cristalli di Vienna»


274 3. Il ricordo della casa natale e di vicende del secondo conflitto mondiale 277 4. L’itinerario interiore di Elsa 279 5. La svolta conclusiva della storia

281 La città interiore di Mauro Covachich

281 285 286 287

1. Dai conflitti all’espatrio 2. Storia e letteratura 3. L’apertura slava e l’esodo dall’Istria: Tomizza 4. Impero austro-ungarico, sloveni e italiani

Diari di raffinatezza: Monelli, Baldini

La posizione di un intellettuale nella Grande guerra: Antonio Baldini

293

293 1. Tra formazione letteraria e guerra 297 2. Tasselli narrativi

303 Le scarpe al sole e l’umanità degli alpini

303 305 308 310 312 313

1. Dalla vigilia alla guerra: tra cronaca e avventura 2. Le fila del racconto 3. L’oscura bellezza morale 4. La “disfatta” di Caporetto 5. Ripensamento degli equilibri sociali 6. La deformazione del ricordo

Dall’antimilitarismo alla riflessione storica e all’attesa di un nuovo futuro: Prezzolini e Panzini

319

Prezzolini e la guerra

327

319 1. L’intellettuale tra gli Alti Comandi e i soldati “semplici” 322 2. Dal pessimismo all’ottimismo 324 3. Vittorio Veneto

Il Diario sentimentale della guerra

327 329 331 333 334

1. Diario o romanzo? 2. Lo scontro tra civiltà 3. Italia e Germania 4. Quale rivalsa? 5. Il mondo vario del «Diario»

Il docu-romanzo di Corrado Alvaro

343

Corrado Alvaro: Vent’anni

355

Indice dei nomi

343 1. La guerra come impegno per il contadino acculturato 346 2. Il bipolarismo alvariano: mondo interiore-mondo esteriore; la provincia-la città 348 3. Dalla quotidianità borghese alle trincee 349 4. Le operazioni di guerra 351 5. Dalla morte alla vita


Ho scritto solo quello che ricordavo [‌] BenchÊ tratto dalla realtà penso che si debba leggerlo come un romanzo. (N. Ginzburg, Avvertenza a Lessico famigliare)


Introduzione. Il racconto e il ricordo a cent’anni dall’armistizio

1. Conflittualità ideologiche La rilettura della Grande guerra, per molto tempo appannaggio della storiografia ufficiale1 e degli studiosi dell’epistolografia, e di recente allargata, sulla scia di altri precedenti studi, nel bel volume curato da Simone Magherini, In trincea. Gli scrittori alla Grande Guerra2, all’ambito letterario e in modo parti1 Per il profilo storiografico sulla Grande guerra cfr. A. Omodeo, Momenti della vita di guerra, Torino, Einaudi, 1968; G.L. Mosse, La Guerra mondiale. Dalla tragedia al mito dei caduti, RomaBari, Laterza, 1990; S. Audoin-Rouzeau, A. Becker, 1914-1918. La prima Guerra mondiale, Trieste, Universale-Electa-Gallimard, 1994; P. Melograni, Storia politica della Grande guerra. 1915-1918, Roma-Bari, Laterza, 1977; E. Leed, Terra di nessuno. Esperienza bellica e identità personale nella prima guerra mondiale, (1979), Bologna, Il Mulino, 2004; L. Fabi, Gente di trincea. La Grande Guerra sul Carso e sull’Isonzo, Milano, Mursia, 1997; L. Fantina, Le trincee dell’immaginario: spettacoli e spettatori nella Grande guerra, Treviso, Sommacampagna Cierre, 1998; P. Fussell, La Grande guerra. Esperienza, memoria, immagini, Bologna, Il Mulino, 2000; A. Gibelli, Nefaste meraviglie. Grande Guerra e apoteosi della modernità, in Storia d’Italia. Annali 18. Guerra e pace, a cura di W. Barberis, Torino, Einaudi, 2002; F. Todero, Le metamorfosi della memoria. La Grande Guerra tra modernità e tradizione, Udine, Del Bianco, 2002; A. Gibelli, L’officina della guerra. La Grande Guerra e le trasformazioni del mondo mentale, Torino, Bollati Boringhieri, 2003; E. Cernigol, Il tracciato delle trincee della Grande guerra, Udine, Gaspari, 2006; La Grande Guerra. Storie e parole di giustizia, a cura di G. Forti e A. Provera, Milano, Vita e Pensiero, 2018. 2 Il volume è stato pubblicato a Firenze, Società Editrice Fiorentina, 2017. Sul rapporto tra Grande guerra e letteratura cfr. la seguente ricca bibliografia: La letteratura della Grande guerra, a cura di M. Schettini, Firenze, Sansoni, 1968; Grande guerra e letteratura, a cura di M. Bacigalupo e R. De Pol, Genova, Tilgher, 1997; Gli intellettuali e la Grande guerra, a cura di V. Calì, G. Corni e G. Ferrandi, Bologna, Il Mulino, 2000; Scrittori in trincea. La letteratura e la Grande guerra, a cura di F. Senardi, Roma, Carocci, 2008; G.A. Mazzocchin, Diari e lettere della Grande guerra, Padova, 2009; G. Alfano, Ciò che ritorna: gli effetti della guerra nella letteratura italiana del ’900, Firenze, Cesati, 2014; M. Biondi, Tempi di uccidere: la Grande guerra, letteratura e storiografia, Arezzo, Helicon, 2015; Letteratura e Grande guerra, a cura di F.R. Andreotti, S. Mancini, T. Moronetti, L. Vitale, Pisa, Serra, 2015; Poeti e scrittori nella Grande guerra, Roma, 2015; Grande guerra e letteratura, Rovereto, Osiride, 2015; F. Pierangeli, L’ordalia della grande guerra: poeti, interventisti, cappellani di fronte all’inutile strage (Ungaretti, Rebora e altri), Roma, Studium, 2015; S. Cirillo, La Grande guerra nella letteratura, Roma, Bulzoni,


14    Introduzione. Il racconto e il ricordo a cent’anni dall’armistizio

colare poetico, nella condivisione dell’idea di un’“età di crisi”, ha posto in luce, nella duplice valenza ideale e passatista, atteggiamenti progressisti e controtendenze reazionarie, che in qualche modo riconducono alle condizioni culturali e storiche dell’Italia in quella complessa età di transizione e di trasformazione morali e ideologiche compresa tra l’ultimo ventennio dell’Ottocento e il primo decennio del Novecento. Il periodo storico che, in letteratura, secondo un “topos” condiviso da Baudelaire, prese il nome di Decadentismo, non ineriva solo a una qualificazione dello spirito proprio della “fin de siècle”, nel superamento del Materialismo, del Positivismo, del razionalismo e della fiducia nel progresso, ma spesso si trovava riferito, e soprattutto dai positivisti, a un processo di disgregazione e deflagrazione dell’io puro e astratto. Il valore positivo del Decadentismo andava quindi ridefinito in chiave storica, come idea concreta dell’affermazione di valori moderni, di una rigenerazione dello spirito, aperta alla creazione di una nuova era, contro l’idea discensionale di una degenerazione umana e animale biologica e psichica. In tale contesto linee evolutive progressiste, legate alla nascita di nuove sensibilità e temperie culturali si affiancarono, in quell’ultimo ventennio che concluse il XX secolo, al carattere involutivo della cultura fin de siècle, segnando una spaccatura tra l’avanzamento e il rinnovamento sociali e ideologici, indirizzati soprattutto verso l’estetismo e lo spiritualismo, e l’aspetto reazionario di un’epoca, che non riusciva ancora a imporre i nuovi paradigmi mentali e conoscitivi, e in modo particolare non era giunta a recidere del tutto e a ridefinire i rapporti col mondo romantico-risorgimentale. Tale involuzione, segnata in ambito letterario dalla fedeltà ormai anacronistica al modello del Carducci, quale poeta che aveva salvaguardato i principi puri dell’arte e rivendicato una continuità tra la storia antica e quella contemporanea3, si legò, in sede politica, allo screditamento generale del regime vigente giolittiano e a quella “crisi di valori assoluti”, morali e ideologici, su cui si era concentrata la critica crociana, contestatrice degli indirizzi irrazionalistici e delle tendenze amorali della cultura di fine secolo. L’avvio di nuove procedure poetiche e interpretative ricevette uno slancio progressivo dal giornalismo sia politico che letterario, che influì in modo de2016; G. De Leva, Il popolo e la nazione. Un itinerario nella narrativa di guerra, in «Allegoria», xxviii, 74, 2016, pp. 7-16; G. Capecchi, I fronti della scrittura, Milano, Unicopli, 2017; Raccontare la guerra: i conflitti bellici e la modernità, a cura di N. Turi, Firenze, Firenze University Press, 2017. 3 La riabilitazione in toto del Carducci proseguì anche all’altezza del 24 aprile 1910, nel primo numero delle «Cronache letterarie», espressione di una cultura accademica. Su questa difesa del Carducci, come interprete del culto delle lettere nella continuità con la storia, si incontrarono sulla «Cronaca bizantina» Scarfoglio e Salvadori. Sull’argomento cfr: L. Garosi, La letteratura della crisi: riflessioni e riformulazioni nelle riviste italiane, nell’opera collettiva The Poetics of Decadence in fin de siècle, a cura di S. Evangelista, V. Giannantonio, E. Selmi, Oxford, Peter Lang, 2018, pp. 23-45; V. Giannantonio, Giulio Salvadori nel mondo delle idee, Firenze, Cesati, 2015, coglie nell’isolamento intellettuale del Salvadori, lontano dalla “goliardia” bizantina, una disciplina tutta cristiana, opposta a quella pagana del Carducci. Eppure entrambi sentirono il valore assoluto della patria, nella sua grandezza, nella sua potenza, fino a quando, dopo la collaborazione comune alla «Cronaca bizantina», le strade si separarono.


Introduzione. Il racconto e il ricordo a cent’anni dall’armistizio    15

terminante sull’avanzamento, in senso culturale, dell’Italia della fine dell’800 e dei primi decenni del ’900, senza rinnegare la tradizione carducciana, e dunque la celebrazione del poeta vate, coincidente con gli ideali nazionalistici del paese. La fondazione dei giornali letterari fu, comunque, la chiara espressione della crisi dell’uomo di lettere, sottratto all’efficacia pugnace della sua penna, all’ideale di una egemonia poetica e morale della poesia, e al credito pubblico della letteratura. E d’altronde, già il 25 luglio 1912, su «La Voce», Piero Jahier, qualche anno prima dunque del maggio radioso, sottolineando la conclusione della crisi del romanzo, si era speso a favore della rinascita della narrativa autobiografica, che in effetti, sia durante che alla fine della guerra trovò larga espressione, diffusione e nuovo successo. L’avvicinamento di giornalismo e politica, alla fine dell’Ottocento, entro la determinazione specifica comunque degli ambiti, dei campi, dei linguaggi e la professionalizzazione della pubblicistica, apparve il risultato dell’apertura a una forma nuova di comunicazione culturale, come formalizzazione di dinamiche letterarie meglio discusse e affrontate in sede giornalistica e collegate a istanze politiche. Chiuso nel culto delle lettere e dell’arte, e consapevole di un ruolo marginale nella società del tempo, entro un’irrimediabile frattura «tra una letteratura democratica ed una letteratura aristocratica»4, propria di «un angoscioso periodo di transizione, un periodo di dubbio e di scoraggiamento morale»5, il nuovo assetto della cultura moderna prese subito le distanze dal quadro istituzionale della cultura ufficiale e universitaria6. Tali nuovi organi di diffusione portarono una ventata riformatrice nella partecipazione degli intellettuali al dibattito soprattutto letterario, talora anche come alternativa, secondo il noto giudizio del De Sanctis, alla politica, e come incitamento alla creazione di un paese sano e forte, in continuità con il mondo classico ed entro un’idea di svolta della cultura in senso etico e civile. Ma tale trasformazione della letteratura non appariva ancora corroborata, secondo il giudizio del Salvadori, da un reale rinnovamento spirituale7, tanto che, accanto alla celebrazione di nuovi influssi di natura europea sull’arte italiana, e dunque all’apertura verso altre voci rappresentative della cultura internazionale, continuava a prevalere, come nelle riviste della fine dell’800, un’idea spenta della modernità come decadenza, nei sintomi nevrotici, irrazionali, patologici di una narrativa malata, in cui l’estetismo, lo spiritismo, il simboli4 V. Pica, Arte aristocratica, Napoli, Pierro, 1892, p. 5. Il testo è riprodotto in ed. critica e con una Introduzione di Toni Iermano, Roma, Vecchierelli, 1996. 5 Ibidem. 6 Secondo tale cultura, l’Italia era stata portata alla guerra da un ceto dirigente ancora legato ai valori del Risorgimento, e quindi ai miti e agli ideali del passato (R. Romeo, Il Risorgimento: realtà storica e tradizione morale, in Id., Dal Piemonte sabaudo all’Italia liberale, Roma-Bari, Laterza, 1977, p. 309). 7 G. Salvadori, «La lirica di due legislature», «Cronaca bizantina» (16 dicembre 1882). Sull’argomento cfr. N. Vian, La giovinezza di Giulio Salvadori. Dalla stagione bizantina al Rinnovamento, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 1962, pp. 119-120.


16    Introduzione. Il racconto e il ricordo a cent’anni dall’armistizio

smo, il panismo, lo psicologismo si imposero come segnali della perdita dell’equilibrio classico, sostituito da forme irrazionali di pensiero e di vita. Il travaglio dell’uomo di fine secolo fu assorbito così dalla coscienza di una demistificazione dei riferimenti sia letterari, sia politici, sia spirituali, sia ideologici, nell’abbrivo irrazionale di coscienze, che sembravano emergere da un magma confuso di sperimentazioni avanguardiste e di svolte in senso politico-istituzionale, con il ricco corredo di altri influssi filosofici, incardinati sulla marginalità di un esercizio civile e intellettuale reso alla patria e alla sua secolare storia e tradizione. Lo stesso spirito innovativo delle avanguardie, orientate verso una visionarietà espressionistica e verso forme di straniamento antirealistico, fu superato da un approccio realistico alla guerra, connotata di eventi concreti e di dati oggettivi atroci e cruenti, tanto da scoraggiare ogni tensione deformante, «entro innesti di realismo esasperato e dissacrante»8. Fu lo stesso racconto di guerra, narrato da protagonisti attivi, nel ricco corredo di un lessico violento e di immagini di traumatico impatto emotivo, attraverso la presa diretta sul reale, a determinare le qualità di una scrittura, che, proprio per la ferocia e la bestialità del contesto in cui si inseriva, andava giudicata innovativa. Solo in alcune autobiografie di impianto più politico e letterario, che storico-cronachistico, come Nostro Purgatorio di Antonio Baldini o il Diario sentimentale della guerra di Alfredo Panzini, il fraseggio risulta meno tormentato e più linearmente sviluppato, in quanto meno condizionato dalla resa funzionale degli episodi di guerra. Il mantenersi fedeli all’esperienza vissuta, piuttosto che narrare la storia della guerra, divenne per molti scrittori, alla fine del conflitto, l’imperativo categorico da osservare, per non incorrere in un atteggiamento distaccato dai fatti, e per assolvere fino in fondo il proposito di una testimonianza diretta e autentica, subordinata solo a una volontà documentaria. Quasi sempre fondati su atteggiamenti antimilitaristi e su una requisitoria polemica e morale, i taccuini, le autobiografie, i diari, i racconti, i romanzi di quegli anni di guerra conferirono pregnanza ideale alla prima Guerra mondiale, fondata sulla concretezza di fatti reali, e insieme, come ha giustamente sottolineato Antonio Gibelli, spartiacque della coscienza moderna, nata dal «nuovo caposaldo della memoria»9. Entro questa complementarietà di passato e presente, gli stessi principi di ordine letterario erano entrati in discussione, in una nuova funzionalità del classicismo, di appannaggio retorico e insieme civile, e della modernità, come soluzione avanzata di apertura verso l’attualità, pur se rivisitata dalla memoria. Già all’indomani dell’Unità, il profilo del classicismo, e dunque il rapporto 8 F. Senardi, Scrittori in trincea. Per ricordare la Grande guerra, in Scrittori in trincea. La letteratura e la Grande guerra, cit., pp. 7-52: 18. 9 A. Gibelli, L’officina della guerra. La Grande guerra e le trasformazioni del mondo mentale, Torino, Bollati Boringhieri, 2003 (1 ediz. 1991), p. 45.


Introduzione. Il racconto e il ricordo a cent’anni dall’armistizio    17

della tradizione con la modernità, che faceva indiscutibilmente capo alla figura del Carducci, era entrato in margine sia alla ridefinizione delle categorie poetiche che al confronto con le moderne ideologie letterarie, rappresentanti uno stato più avanzato e innovativo della cultura. Tale riqualificazione era imposta, oltre che dalle relazioni con la modernità, anche da quelle con l’antico, e dunque con quelle implicazioni storico-politico-nazionaliste cui si era asservita la poesia italiana nel corso della lotta per l’Indipendenza dell’Italia. Ciò che risultava superato ormai, per il Carducci di Critica e arte10, era, sul piano teorico, l’idea di rinnovamento dell’arte, la sua concezione come elemento di civiltà per la nazione, sostituite da quella che l’Asor Rosa ha definito come conciliazione tra la tradizione e il rinnovamento, nel quadro di una storia culturale italiana, che come sempre l’Asor Rosa ha ben visto11, altro non è che «una forma mascherata della contraddizione». In tale contesto si inserisce il profilo antinomico fornito dalla critica del primo ’900 sul Carducci, appunto, da parte di chi, da un lato ha posto l’accento piuttosto sul retore e sul formalista, e dall’altro ha messo in rilievo l’aspetto sincero e maschio della sua poesia, tanto da fare rientrare tali giudizi nel quadro di un vago incontro con gli atteggiamenti estetisti12 postunitari e di fine secolo, o con le posizioni moralistiche di certa cultura, che nell’autore continuò a vedere un modello imprescindibile di formazione e maturazione intellettuali e spirituali, continuando a legare così la sua poesia a finalità civili. I due atteggiamenti emergono chiaramente da un passaggio dello scritto Le lettere di Renato Serra, del 1913, in cui se l’autore, da un lato, denunciava il tramonto, nei tempi attuali, del Carducci «come poeta e come maestro, nella critica e nell’arte, nell’opera e negli ideali», dall’altro veniva rimarcando che «il Carducci sarà sempre il miglior manuale di imitazione e di formazione spirituale, la più bella e schietta e benefica storia della letteratura italiana, fatta persona e forza morale»13. Il richiamo al Carducci, come indicazione di una poesia armonica, conciliante l’antico e il moderno, rientrava in una categorialità storico-politica di derivazione romantico-risorgimentale, ora proiettata verso il nazionalismo, che per il Cusin «aveva addentellati imprecisi ed era in gran parte letteratura»14, e costituiva l’altro volto, quello rigeneratore, della coscienza dell’identità italiana, e il dato connotativo del sensualismo e di certo languore sentimentale fin de siècle. Eppure la conciliazione e la contraddittorietà dell’estetica carducciana, tanto nelle opere teoriche dell’autore, quanto Critica e arte (1874), OEN, Confessioni e Battaglie. Serie prima, pp. 283-284. A. Asor Rosa, Carducci e la cultura del suo tempo, nell’opera collettiva Carducci e la letteratura italiana, Padova, Antenore, 1988, pp. 9-25: 25. 12 Sull’argomento cfr. P. Villani, La seduzione dell’arte. Pagliara, Di Giacomo, Pica: i carteggi, Napoli, Guida, 2000. 13 R. Serra, Le lettere, in Id., Scritti letterari, morali, politici. Saggi e articoli dal 1900 al 1915, a cura di M. Isnenghi, Torino, Einaudi, 1974, pp. 377-378 e 386-387. 14 F. Cusin, Antistoria d’Italia, Milano, Mondadori, 1970, p. 132. 10

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18    Introduzione. Il racconto e il ricordo a cent’anni dall’armistizio

negli studi critici posteriori sulla sua produzione, miravano a una focalizzazione del fattore individuale, singolo della sua poesia, al di là della mediazione popolare e nel quadro di un’ispirazione personale, entro un doppio movimento, come ha rilevato l’Asor Rosa, di andata e ritorno. Quanto più incisivi, infatti, furono l’intervento e l’influenza civili del Carducci sulla formazione morale delle masse, entro una visione classicistica di attualizzazione del mondo antico, tanto più problematico fu lo stesso distacco del poeta dalla società e dalla nazione, in un atteggiamento di aristocratica solitudine e di orgogliosa e aperta ribellione verso tutto ciò che fosse riconducibile a una decisa ed esclusiva azione sul popolo. In questa esaltazione della poesia pura, Carducci non solo si allontanava dall’astratta figura del retore, per condividere la battaglia dei primi “bizantini” estetizzanti, entro un ideale di rinnovamento delle lettere attraverso l’imitazione classica15, ma veniva avallando la condizione di chiusura dell’intellettuale di fine secolo nei confronti del mondo esterno, che o si rifugiò in se stesso, fuggendo dalla massa, o diede impulso alla nascita di un’arte ristretta a pochi eletti e iniziati, come si evince dal titolo di Vittorio Pica, Arte aristocratica. Se, dunque, l’ardore patriottico e nazionalista di alcuni intellettuali fu percepito come continuità di valori con la cultura classica, rinvigorito e ripotenziato da frange di scrittori interventisti e progressisti, come D’Annunzio, che nell’ambito del rinnovamento dell’arte moderna contro la massificazione rivendicò l’individualismo esasperato opposto alle folle16 e dunque, sul piano politico, un atteggiamento ribelle nei confronti della nuova barbarie”, da arginare con la riscoperta del mito della “Rinascenza latina”17, non si può non individuare, in quella “malattia morale” di fine secolo, che si combinò con le energie vitalistiche, bellicistiche e morali di altri intellettuali, un segno di distanza dall’interventismo. Di un conflitto tra “civiltà latina” e “civiltà teutonica”, che avrebbe opposto forme ormai degradate e consunte di lunga tradizione storica della cultura mediterranea a strutture più avanzate di egemonia tedesca, avrebbe parlato Alfredo Panzini nel suo Diario sentimentale della guerra, individuando nella civiltà germanica l’espressione più naturale di un primato, che si sarebbe inevitabilmente imposto a dispetto di una lunga tradizione, forgiata più dalla cultura e dall’impianto tradizionale di una salda formazione etica, che dall’affermazione di 15 Si noti, altresì, che all’interno della «Cronaca bizantina» un critico, come Vittorio Pica, aprì i confini della rivista anche alle novità straniere (V. Pica, La vita a rovescio, in «Domenica letteraria», 5 e 12 ottobre 1884). 16 Cfr. Proemio al «Convito», i, 1895; il testo, pur anonimo, fu certamente steso da D’Annunzio. 17 I termini “resurrezione”, “ rinnovamento” hanno una duplice valenza nel linguaggio poetico, in quanto da un lato connotarono, come nell’articolo di Mario Marasso (Ai nati dopo il ’70. La terza reazione letteraria, in «Il Marzocco», 7 febbraio 1897), l’idea di unificazione nazionale, nell’ottica riformista della rinascita di una cultura latina, e dall’altro, come ha sostenuto S. Patriarca (Italian vices. Nation and character from the Risorgimento to Republic, Cambridge, University Press, 2010, pp. 20-107), sono una derivazione della retorica patriottica del Risorgimento, e dunque di matrice conservatrice.


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principi di violenza e nazionalistici. Gli è che il concetto di “rinascenza latina”, valore di incontestata consistenza storica, pur nel rigurgito francese e dannunziano della riscoperta di antichi ideali, si trovava ora effettivamente a dovere fare i conti con una nuova barbarie, non più marginale rispetto al contesto latino di inveterate tradizioni civili, ma divenuta il fulcro e l’essenza fondanti di una società ormai militarista e improntata alle leggi del più forte. Il valore ambiguo tra massa e individuo all’interno del militarismo dannunziano, fondato su una concezione ideale del conflitto e sulla falsificazione retorica di uno sciovinismo eroicizzante e conteso tra adesione a toni trionfalistici e celebrativi e deprezzamento per la massa18, nei confronti della quale spiccava la posizione aristocratica dell’intellettuale, al di sopra e al di fuori del tempo e della storia, non ebbe in realtà conseguenze determinanti sulle classi governative del paese, che coinvolsero in toto quella “ondata di volgarità” per un’ampia partecipazione alla prima Guerra mondiale. Di questo coinvolgimento ampio e totalizzante del popolo sono testimonianza, da un lato, la scrittura di una letteratura popolare, che si affiancò a quella degli intellettuali, espressa soprattutto nelle forme dell’epistolografia, e che sempre più viene attirando le attenzioni degli storiografi moderni, dall’altro la diffusione di un crescente senso di solidarietà e di cameratismo tra i soldati, collettivamente esposti al martirio. Da questo stato di cose deriva che l’impegno bellicistico fu il frutto di una insanabile scissione di sentimenti, atteggiamenti contrastanti e contraddittori, spesso modificati nel corso della guerra, o in alcuni casi ricostruiti a posteriori a conclusione dell’eccidio. L’esame delle autobiografie, dei diari, dei taccuini, dei racconti, dei romanzi, degli articoli su giornali, oltre a essere la testimonianza di episodi di vita, che avevano profondamente cambiato la psicologia degli uomini, o a porsi come lo sfogo naturale delle disavventure affrontate in quel conflitto, è significativo della produzione di autori, che in vario modo reagirono ai contrasti e agli effetti degli eccidi. La condizione emotiva di questi militari, nati non per essere soldati, divisi tra l’odio, la rabbia, la ribellione, le angosce, le ossessioni, e nondimeno disincantati e rassegnati, va interpretata non solo sul piano affettivo e sentimentale, ma entro il pragmatismo di un moto corale di indignazione, che faceva eco alla requisitoria in genere contro i superiori, che se avessero fatto il loro dovere con intelligenza, avrebbero indotto anche i soldati ad agire con maggiore tranquillità. L’avversione per la guerra investì, quindi, sia la dimensione più strettamente umana, letteraria di militari che alla notazione di eventi reali e concreti unirono un’impietosa riflessione sulle ragioni della catastrofe e sulle mutuate dinamiche psicologiche, che vanno giudicate non in termini di subordinazione della “pressione culturale” rispetto a quella della “classe politica”19. È comunque certo che, per autori come Gadda, G. D’Annunzio, Proemio («Il Convito», gennaio 1895). G. Galasso, Gli intellettuali e la Grande guerra alla vigilia del 1914, in Gli intellettuali e la Grande guerra, cit., pp. 19-39: 37-38. 18

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Pastorino, Fenoglio, D’Annunzio, Palazzeschi, Alvaro i diari di guerra fanno parte di un ben più vasto itinerario narrativo, che ne differenzia le voci, umanamente scandite su uno scacchiere organico, e nel complesso unitario di memorie e di sentimenti, in cui convergono stralci di realtà e di verità con imbrigliamenti fantastici e immaginari, che nel riattivare i ricordi del passato e rendere così giustizia alle testimonianze, investirono, nel contempo, i fatti di un proposito di rimozione, psicologicamente attivato mediante il filtro della lontananza. Il rapporto, in questi diari, tra narrazione e riflessione, fondato sulla singolarità degli eventi, si avvale di una stratificazione di memorie storiche, di intime percezioni spirituali, oltre che di singoli tasselli testuali e nuclei narrativi indirizzati sia alla testimonianza e al documento, che all’auto-censura, allo sforzo di dimenticare. Sarebbero stati questi orientamenti a indirizzare tali diari in chiave prettamente storica, e a porli, dunque, alla base di una continuità epocale con la cultura futura, espressa dall’Italia fascista, liberatasi dalle critiche nei riguardi della conduzione della Grande guerra, di un immane e inutile eccidio, al quale sembrò al contrario opportuno rifarsi entro altri consensi e contesti nazionalistici e aspirazioni soprattutto imperialistiche. 2. Le ragioni morali e letterarie dell’intervento Tra passato e modernità, tradizione e innovazione, si venne insinuando il “Vangelo della Bellezza” di D’Annunzio, da questi interpretato come sinonimo di rinascita spirituale e culturale dell’Italia e della civiltà latina, e secondo altri studiosi inteso come principio inverso di immoralità, di morbosa e sensuale decadenza. Nell’accezione pacifica di questo concetto di civiltà, proprio della nazione italiana legata a lunghe tradizioni storiche e culturali di prestigio del paese, e contrario a quello di barbarie, identificato con la nazione germanica, dominata dal materialismo e simboleggiante degrado e decadenza, Panzini, nel Diario sentimentale della guerra, mise in relazione tale idea con il carattere di un popolo, quello italiano, normalmente ispirato a princìpi di non belligeranza e fondato su una convivenza umana dei suoi abitanti. Se, dunque, la violenza era lo specchio dell’anima di un popolo brutale, che intendeva ottenere un’egemonia politica e storica sugli altri paesi, la civiltà, e in modo particolare quella latina, significava ripristino di una condizione serena di vita, da un lato rapportata alla storia passata e dall’altra proiettata nell’avvenire della realizzazione di un futuro di concordia e di solidarietà umane. L’idea civile dell’impegno dell’intellettuale, di derivazione ottocentesca, si scontrò così con una sorta di estraneità dell’uomo di cultura, confinato nella sua “malattia morale”, rispetto al quadro politico nazionale, che se fu talora vissuto con atteggiamento pavido e vigliacco, indusse nondimeno altri scrittori ad avvertire il peso del “carcere delle lettere”, dal quale bisognava uscire per rendersi interpreti e testimoni della effettiva realtà storica del paese. La guerra, soprattutto


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per gli intellettuali de «La Voce», della rivista «Anima» di Amendola e Boine, si caratterizzò per una forma di sommovimento dell’ordine, e come ricerca di una pacificazione non pratica e utilitaristica, ma degli elementi contraddittori dell’esperienza. Perciò, più che le convinzioni estreme bellicistiche e nazionaliste, prevalse un’idea etica della guerra, nell’identità tra vita morale e volontà20, che faceva perno, come ha sottolineato la Giammattei, su una rivolta ideale, su un concetto di servizio da rendere alla patria, sulla disposizione del soldato al sacrificio e alla morte, intesi come misura del valore21. L’orientamento delle riviste, che animarono l’ambiente letterario prebellico, fu d’altronde corroborato dalle stesse posizioni dei due maggiori filosofi del tempo, Croce e Gentile, che sottolinearono il valore politico della guerra, la sua eticità22, e ripresero le stesse argomentazioni della «Voce» sul carattere assoluto e volontaristico della guerra. Ragioni morali, oltre che nazionalisticomilitariste, delineano il profilo di un’Italia, che alla vigilia del primo conflitto mondiale, ebbe maturo il senso quasi religioso del combattimento e del martirio, come dimostrazione della forza d’animo e spirituale del suo popolo. Perciò gli intellettuali intesero abbandonare, nella maggior parte dei casi, il mondo chiuso di un umanesimo retorico e anacronistico e furono adescati dal proposito di agire e di mostrare il proprio valore, con cui contrastava il silenzio di quanti, rifiutando per ignoranza ogni contatto con la storia, presero le distanze dal contesto politico contemporaneo. Le sfumature misteriose, spirituali, sacre dell’evento bellico sottrassero perciò in parte l’uomo di cultura alla storia, rendendola inenarrabile. Occasione di abbandono del proprio ruolo culturale, rifugio di quanti, come Palazzeschi o Panzini, si limitarono più a ritrarre oggettivamente, a commentare e a intervenire con giudizi storici e intellettuali sull’esecuzione del massacro, palestra di formazione entro la sedimentazione di un bagaglio umano e letterario capace di infondere, nel conflitto, idee più sane ed equilibrate di un militarismo doverosamente accettato, la letteratura aprì canali nuovi per gli intellettuali interventisti, sul retaggio di un umanesimo mai sconfessato e incidente, sul piano storico, nelle forme dell’intensificazione del sacro e del sublime, perturbati dalla concretezza dei fatti e da esperienze parzialmente vissute. I diari, le cronache, i taccuini, i racconti, i romanzi, di taglio quasi sempre autobiografico, si associarono, infatti a una conoscenza realistica e storica degli eventi, anche se spesso filtrati da un immaginario opaco e dalla percezione astratta della mondanità. Ruotanti sul perno della vita, tra le “ragioni di fuori” e le “ragioni di dentro”, fondate sul parallelismo tra esistenza e opera, pur se 20 G. Boine, Amici Della Voce, Carteggio 1904-1917, a cura di M. Marchione e S.E. Scala, prefazione di G. Amoretti, Roma, Edizioni di Storia e letteratura, 1979. 21 E. Giammattei, Introduzione a Il racconto italiano della Grande guerra. Narrazioni, corrispondenze, prose morali (1914-1921), a cura di E. Giammattei, G. Genovese, Milano-Napoli, Ricciardi, 2015, pp. i-xxxv: iii. 22 G. Gentile, La filosofia della guerra, poi in Id., Guerra e fede, Napoli, Ricciardi, 1919.


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affidati talora alla labilità della memoria, che riproduceva schegge e barlumi di realtà, o attutiti nella violenza dei riferimenti, per la preoccupazione della censura fascista, tali scritti fusero sempre l’autobiografia con l’evento storico, innanzi tutto perché «parlare di sé è anche parlare di ciò che è fuori di sé»23. Anche quando centrati soprattutto sul dibattito storico-politico dei fatti esterni, le autobiografie lasciavano comunque trasparire i fondamenti ideologici e culturali degli autori, pur magari nella superficiale aderenza alla verità fattuale e documentaria. E tale identificazione, anche in questi casi, con l’autobiografia si spiega, non solo con un «meccanismo di difesa per salvare la propria identità»24, ma anche col consegnarla al giudizio della propria coscienza, e dunque nel sottoporla, più che a una ricostruzione soggettiva della propria storia, all’esame particolare dei fatti. La valenza, certo introspettiva delle testimonianze di disagio esistenziale e psicologico di poeti e narratori coinvolti nel conflitto, valse ad attribuire a queste autobiografie spesso un tono di lacerazione e macerazione emotive, lasciando è vero, talora, minore spazio alla cronaca e al racconto. Dal culto del “rinvigorimento”, dalla “metafora della gioventù”, rientranti in una visione estetizzante della vita e in una reazione vitalistica e fisica a una stagnazione sociale, derivò dunque l’esigenza di impegnarsi attivamente nel conflitto, anche se a prevalere fu il concetto etico, più che quello estetizzante fin de siècle, giudicato da alcuni, come Croce, sintomo di una condizione di crisi e di vuoto, e di quell’irrazionalismo decadente, vagamente mistici e soggettivi. La ricerca di una religiosità e di una sacralità in cui inquadrare la storia fu al centro delle pagine crociane, a partire dal 1914. Ma all’animosità interventista, che spesso precedette l’esplosione del conflitto, fecero subito seguito amare considerazioni sul carattere effimero e sull’inutilità della guerra, sostenute, come si evince nel corso del suo sviluppo, da fragili ideologie e da confusi valori, che rimarcavano, anziché contrastare, lo stato attuale di “malattia morale”, e non di rivolta ideale, di patologie inquiete e turbate dagli eventi, di una decadenza come condizione dello spirito, di quella “malattia dell’ideale”, insinuatasi già negli spiriti problematici della seconda metà dell’Ottocento. Ancor prima dello scoppio bellicistico si venne così a creare una significativa frattura tra la politica e il letterato, che pur se partecipe al conflitto, non ne sposò mai in pieno le istanze pseudo-rivoluzionarie, compensate dal coinvolgimento contrario delle masse popolari, operaie e contadine, del tutto prive di formazione ideologica. Fu questo, dunque, l’atteggiamento che prevalse, definito dall’Isnenghi come disillusione e disincanto degli intellettuali25, che non solo condannarono il comportamento degli alti comandi dell’esercito, e soprattutto quello del Cadorna, ma criticarono il 23 C. Grisi, Il romanzo autobiografico. Teoria e prassi di un genere intermedio, in «Critica letteraria», xxxvi, f. iii, 140, 2008, pp. 466-492: 479. 24 M. Romano, La maschera e il vampiro, in «Sigma», 17, i, 1984, p. 40. 25 M. Isnenghi, Il caso italiano: tra incanti e disincanti, in Gli intellettuali e la Grande guerra, cit., pp. 247-261: 253-254.


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ruolo marginale degli uomini di cultura, a tutto vantaggio delle masse popolari, mandate al fronte solo per obbedienza a ordini imposti dall’alto. Da tutte queste riflessioni emerge chiaro il quadro di una guerra segnata da elementi opposti, tra eroismo e antieroismo, incanti e delusioni, dimostrazioni di forza e debole arrendevolezza. L’inutilità della partecipazione storica anche degli intellettuali fu da ricondurre, altresì, alla costituzione di una società ancora centrata su valori umanistici e liberali, e che ora si esponeva alla rivelazione del suo nichilismo distruttore e alla espressione di passioni violente e disumane. Da qui derivarono il “camaleontismo” di Papini, che dall’eccitazione bellicistica passò alla conversione cattolica, e soprattutto le crisi di Prezzolini, Pastorino, Giani Stuparich, che, o durante o a chiusura del conflitto, annotarono, nelle proprie autobiografie, lo sconvolgimento delle psicologie dei soldati e la mancata realizzazione degli auspici degli intellettuali e degli uomini politici. Perciò agli orpelli celebrativi e alla dimensione umanista degli ideali letterari si opposero un senso di alienazione, il pessimismo di chi vide evolversi gli eventi in una direzione contraria a quella desiderata, la manifestazione di atteggiamenti culturalmente superiori, la disperazione per le rovine, le macerie, la delusione per la negativa considerazione dei reduci e la crisi di un paese idealmente non ancora pronto per uno snodo storico, che avrebbe dovuto mutare l’Italia nel tempo entro il raggiungimento di una stabilizzazione politica e di un equilibrio interno. In tale ambito si inserisce il bel saggio freudiano del 1915, Caducità26, in cui la guerra viene ritenuta responsabile del senso effimero della vita e del bello. Ed effimera sarà la città di prigionia di Scortecci, di cui l’autore percepì le sensazioni più vaghe e deprimenti di un offuscamento dell’animo, gravato dal clima minaccioso, dall’ambiente turbato di persone ed elementi che ostacolarono la sua fuga e lo imprigionarono tra le sbarre dei reticolati e delle baracche. Si tratta di sensazioni del vago e dell’onirico, su cui si focalizzarono esperienze e sogni umani, ai margini della vita normale, e che, in alcuni casi, proseguivano come illusioni alternative ed effusioni ideali nel bello, come liberazione dal caduco e dalla morte per rifrangersi nei valori della perfezione. Perciò, accanto al bisogno ossessivo del ricordo, si affermò anche la tendenza all’oblìo, alla dimenticanza, alla rimozione, che sottoscrisse, in queste autobiografie, il carattere alienante di una realtà falsificata nei suoi aspetti celebrativi, ma effettivamente umiliante nei suoi connotati di morte, che avevano indotto tanti civili a rimanere tranquillamente nelle loro case, entro una condizione di totale estraneità rispetto al dramma che contemporaneamente si andava consumando.

26 S. Freud, Caducità, in Opere di Sigmund Freud, 8, Torino, Boringhieri, 1977, p. 174; Considerazioni attuali sulla guerra e la morte. Il nostro modo di considerare la morte, in Id., Scritti sulla guerra e la morte, Bari, Palomar, 2007.


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3. Il militarismo e la delusione Dunque il disincanto, sia nell’approccio, sia durante che alla fine della guerra, fu l’atteggiamento che prevalse negli intellettuali-soldati, a parte D’Annunzio, che, come si evince dalla prosa del Notturno, anche nei momenti di staticità fisica dovuti al ferimento a un occhio, continuò a coltivare sogni bellicistici e di gloriose imprese militari, di un ritorno insomma all’azione senza alcuna paura della fine, ma anzi dimostrando un impavido coraggio, pronto a sfidare anche la morte. L’immobilismo, in D’Annunzio, fu alla base di un nuovo vitalismo, sia per quanto concerne la ripresa in seguito dell’esercizio letterario, che per ciò che inerisce alla continuità del suo impegno in guerra, in modo particolare nell’impresa di Fiume. I sentimenti della malinconia, della nostalgia, inseriti in una “poetica dell’assenza”, quasi sempre connessa al dolore per la morte del compagno vicino di trincea, si accompagnano nelle autobiografie della Grande guerra a stati nevrotici, angoscianti, soprattutto nei momenti di stasi e di inazione sul fronte, che si susseguono in particolar modo nelle lunghe attese, nelle fatidiche trincee, degli attacchi del nemico, in cui risulta evidente il forte attaccamento alla vita del soldato, che tende a sottrarsi a ogni azione pericolosa. La mistificazione e l’idealizzazione del conflitto furono così sostituiti da una sorta di antieroismo per quanti vissero i traumi dei ferimenti e coltivarono sensazioni di rabbia e disperazione, lontani dall’espressione celebrativa della forza, del vigore, del coraggio, propri di semplici soldati, che però, una volta accettato l’impegno della guerra per un “dovere della vita”, si distinsero nel conflitto per virtù e onore, aderendo, nel comportamento, a quella sorta di rivolta ideale sottolineata dall’Amendola. Messi da parte, cioè, il nazionalismo aristocratico del Papini27 e l’estetica bellicistica del Corradini28, indipendentemente dalla loro considerazione tragica e del loro effetto demitizzante, molti soldati accettarono l’impegno della guerra senza cedere a trionfalismi celebrativi, e rimanendo fedeli alla fisionomia morale del “semplice combattente”. La grandezza di coloro che avevano ricondotto la guerra alla vita spirituale, civile del popolo, va individuata nel senso di responsabilità, nella religiosità dei combattimenti e dei martiri, che piuttosto che cedere allo smarrimento delle coscienze, nutrirono profondi sentimenti etici. Certo alla base del conflitto bellico non ci fu una trama precisa di “valori assoluti”, propri di uomini pronti ad affermare in toto il senso ideale della vita, ma una diffusa spiritualità, che vale a connotare la sensibilità di questa stagione, che segna un’importante svolta storica e generazionale nel primo quindicennio del Novecento. Quella “malattia morale” e quella mancanza di ideali, denunciati dal De 27 G. Papini-G. Prezzolini, Vecchio e nuovo nazionalismo, Milano, Studio Editoriale Lombardo, 1914 (rist. anast. a cura di P. Buscaroli, Roma, Volpe, 1967). 28 E. Corradini, Scritti e discorsi, 1901-1914, a cura di L. Strappini, Torino, Einaudi, 1980.


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Sanctis e dal Croce a proposito delle generazioni post-unitarie e di quella primo-novecentesca, devono dunque fare i conti con la concreta esperienza della guerra, che per molti, al contrario, fu positivamente palestra di formazione umana e itinerario di crescita personale. Con questi atteggiamenti favorevoli e convinti, sia nell’ambito dell’interventismo che dell’adesione a una religione dello spirito, contrastano comunque il quadro drammatico della consapevolezza di una guerra imposta dall’alto, e generata da motivazioni politiche, ma riconducibile anche a cause segrete e nascoste, che avevano privato gli scrittori di identità storica e nazionale. Le accuse al governo furono, d’altronde, rafforzate dalle denunce dei pochi reduci di guerra, scarsamente valorizzati nei confronti degli alti comandi dell’esercito, e soprattutto del generale Cadorna, che intesero primeggiare nel giudizio dell’opinione pubblica, svalutante l’eroismo e il sacrificio di chi aveva combattuto con fermezza e convinzione morali. Le dinamiche belliche, poi, avevano rivelato il vero aspetto della tragedia, cioè le macerie, le rovine, i naufragi dell’anima e delle cose, i morti, i feriti, l’odio, ma anche talora la solidarietà e l’umanità, atteggiamenti solitari e di benevola disposizione verso il nemico, entro un moto di affratellamento tra i popoli. Gli strumenti strategici di questo immane olocausto furono le trincee, che in parte nascondevano i soldati, in parte li esponevano al tiro diretto dei nemici, le retrovie, dove più comodamente e con minori pericoli sostavano i generali e gli ufficiali (le occupò anche Palazzeschi), il furore delle bombe, dello scoppio delle mine, degli spari delle mitragliatrici, i tristi ospedali di campo, dove venivano medicati i feriti, i terribili tribunali militari, di cui fece parte anche il Frescura, le marce forzate per i boschi e i sentieri delle Dolomiti, sotto l’incalzare della neve. Insomma la guerra, pur avvertita come un dovere giusto per gli Italiani, o mitizzata da quanti, al passaggio tra i due secoli, vissero le ansie e le contraddizioni proprie della fondazione di una nuova civiltà, assorbì tutte le energie positive e negative dei soldati, suscitando, accanto all’esaltazione del ruolo di eroi-antieroi, le accuse più infamanti di un macello per l’umanità. Al militarismo si venne così opponendo, durante, alla fine e dopo il conflitto, un antimilitarismo, preoccupante soprattutto per la postulazione dei fondamenti dell’ideologia fascista, di carattere nazionalistico e imperialistico, che indusse molti scrittori a riscrivere o ad annotare, con opportune epurazioni, i loro diari anni dopo la conclusione del conflitto, e dunque nel periodo di affermazione del Fascismo. Il rapporto del presente con il passato, dello scontro tra la lotta delle idee e l’affermazione del Fascismo, tra il discredito delle brutalità del passato e la riformulazione di un presente che rinnegasse l’età liberale, in ragione del prevalere di idealismi totalitaristici che alimentavano, non le espressioni del coraggio, ma della forza e della prepotenza belliche, vale a incardinare la scrittura autobiografica, il taccuino, il quaderno di appunti, i diari della Grande guerra nel solco dell’attivazione di una memoria, che pur nel suo sviluppo tra


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il 1915 e il 1930, ha reso sincronicamente credibili i fatti e le interpretazioni della storia vissuta. È dunque soprattutto «la lettura dei testi scritti prima», piuttosto che la retroattiva ricostruzione nel presente del passato, secondo linee storicamente deterministiche, ad avallare, secondo la Giammattei29, la credibilità e la fondatezza documentarie dei libri scritti contemporaneamente allo svolgimento del conflitto, in cui a dominare non è la figura dell’intellettuale, che tende ad avere presa sulla realtà attraverso la persuasione del popolo e l’educazione delle masse, ma l’uomo di cultura, certo inserito in un preciso contesto storico, ma che mantenne la sua autonomia all’interno della letteratura degli anni Venti. E come ha affermato J. Derrida, la storicità dell’opera non è data semplicemente dal suo contenuto passato, ma dall’impossibilità dell’opera «di essere mai al presente, di riassumersi in qualche simultaneità o istantaneità assolute»30. Da qui nascono l’equivoco rapporto tra la storia e la letteratura per questi testi della Grande guerra, e soprattutto l’estraneità verso ogni forma di idealismo estetizzante, che li pone in contrasto con i principi assoluti e i fondamenti di pensiero che furono alla base delle dinamiche stesse della guerra. 4. L’autobiografismo come storia e letteratura Entro questo tipo di scrittura, lontana dall’idealismo estetizzante e in cui il ricordo talora diventa celebrazione ed elogio, l’autobiografismo di guerra si definisce, nella maggior parte dei casi, come tendenza documentaria dell’autore, con finalità evidentemente polemiche, scaturite dall’esigenza di ripercorrere la propria dissidenza umana e civile. Pur nella condivisione delle personali esperienze con un popolo chiamato in massa alle armi, diaristi come Gadda, Palazzeschi, Stanghellini, Monelli, Scarpa, Frescura, Scortecci convertirono i dati esterni in risonanze interiori del senso di inettitudine e dello scardinamento della psicologia umana, dovuti, in modo particolare, nella Introduzione alla vita mediocre, nelle Scarpe al sole, alla ridicola irrisione, da parte di una società mediocre, dei valorosi soldati e quindi alla denuncia del comportamento irriverente nei confronti dei reduci da parte del ceto borghese. In tale contesto il letterato autobiografista faceva perno sulla memoria soggettiva per dare voce alle miserie della vera realtà della Grande guerra, e dunque si avvalse dello strumento più adatto di rievocazione, di condanna, di sensibilizzazione delle coscienze, incentrando quasi sempre il racconto sul comportamento personale e sulle conseguenze nefaste del conflitto sulla propria individualità. L’autobiografia, quindi, veniva a fondersi con l’evento storico, con la verità E. Giammattei, Introduzione a Il racconto, cit., p. xxix. J. Derrida, Lécriture et la difference, Paris, Editions de Seuil, 1967, tr. it, La scrittura e la differenza, Torino, Einaudi, 1971, p. 15. 29 30


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della guerra, perché raccontando se stesso, il narratore, che era assai spesso un letterato, veniva a parlare anche di ciò che era fuori di sé. La centralità dell’attività concreta non occludeva l’intrusione nel mondo soggettivo dell’autore, ora come registrazione degli stati d’animo legati alla guerra, ora come riflessione sulle ragioni dell’esplosione del conflitto e sul mondo interiore del narratore, generalmente autobiografo di se stesso, nella comune condivisione della verità, fosse essa di carattere esteriore o interiore. A tal fine, tanto le memorie, di carattere diaristico, quanto la memorialistica di impianto intimistico, esistenziale, destoricizzante, si allineano, nelle scritture della Grande guerra, alle soluzioni oggettive delle istanze diegetiche che riconducono al romanzo, e a quelle analitiche e personali dello scavo psicologico, che vertono sul principio autobiografico31. Nel contesto, poi, della ricerca delle origini della propria stirpe, rientrano anche i “racconti del parentado” di Beppe Fenoglio, che danno voce, accanto al filone partigiano, a quello langaiolo, sottolineando gli istinti bestiali di un mondo contadino, ostile alla guerra, perché responsabile di alterare gli equilibri economici e sociali tradizionali della famiglia dei Fenoglio di Giurizzano. Gli eventi prefigurano l’avvento di una società materialista, fondata sul diodenaro e su meccanismi di sopraffazione e di potere, di violenza e di arbitrio, provocando la reattività morale dello scrittore, che non riconosceva più se stesso nella società capitalistica contemporanea. Il crescente senso di alienazione dell’intellettuale, di cui pure spesso si esaltavano il coraggio dimostrato e lo spirito di sacrificio, dichiaratamente improntato all’antimilitarismo, malgrado il tuffo nella storia reale, generò, quindi, in molti casi, un effetto straniante tra l’io e il mondo, che condusse a una frattura tra il percorso spirituale e la pagina letteraria, solitamente concentrata, in queste autobiografie, sulla documentazione cronachistico-aneddotica della Grande guerra. Da qui nacque un chiaro impulso dell’uomo di cultura a uscire, come Serra, dal chiuso “carcere delle lettere”, ma in modo particolare a non tradire la propria formazione originaria umanistica e letteraria, che se era passibile di educazione retorica, filtrava nondimeno l’inadeguatezza dell’intellettuale rispetto alla realtà esterna e storica, il suo conformismo aristocratico, ma anche il disagio di un inetto di fronte allo sviluppo degli eventi. La letteratura divenne, così, forma di astrazione rispetto alla vita, un comodo rifugio, in cui personaggi come Panzini, Palazzeschi, dalle postazioni sicure delle retrovie, opposte a quelle ben più roventi delle trincee, esaminavano e interpretavano, più che vivere, la guerra, esprimendo i propri pensieri, specifici punti di vista, o letterati come Papini ricordavano al 31 Di questa duplice tipologia di scrittura parla M. Bartoletti, Memorialistica di guerra, in Storia letteraria d’Italia. Il Novecento, a cura di G. Luti, Milano, Vallardi, 1989, che la fonda su polarità contrapposte e non complementari l’una all’altra: e cioè scritture «a caldo», diaristiche, e scritture «a freddo», memorialistiche, «ricostruzione interna ed intimistica» (soggettiva, esistenziale, destoricizzante) e «ricostruzione cronachistica e oggettiva», «lingua d’anima» e «lingua dei fatti» (p. 632).


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Panzini di essere principalmente un artista, cioè un poeta, ammonendolo a rimanere estraneo al succedersi turbinoso degli eventi e dei fatti. Altri ancora, come Gadda, videro confermata, nel fallimento della disfatta di Caporetto, la propria insipienza giovanile e adolescenziale, riconducendo gli insuccessi a un trauma esistenziale, mentre Prezzolini, solo nella battaglia di Vittorio Veneto, salutò il riscatto dell’Italia dalla terribile mortificazione subita a opera del generale Cadorna. L’atteggiamento comune, comunque, di questi intellettuali, nelle autobiografie, fu quello di distinguere nettamente il proprio ruolo e la propria funzione da quella dei “semplici” soldati, pure ammirati per il loro spirito di abnegazione, ma troppo imbestialiti dalla guerra e dalla prigionia, e delle alte cariche dell’esercito, che non avevano saputo guidare le milizie con ordine e disciplina, lontane dalle sofferenze e dalle tribolazioni effettive delle truppe e orgogliose al solo pensiero del conseguimento della gloria personale. La caratterizzazione, dunque, storica e retrospettiva delle autobiografie, allineate al vissuto e all’inalienabilità del passato, che poche volte si traducono nel presente della simultaneità e dell’istantaneità assolute, ma più spesso appaiono proiettate verso il dopo, verso la riflessione delle conseguenze traumatiche del conflitto, che alla sua conclusione avrebbe senz’altro fatto emergere nuove condizioni di vita, ma avrebbe lasciato intatti i segni della sua violenza, si lega a una «dimensione umana che scaturisce come da una sorgente, il fiume inarrestabile delle scritture, delle testimonianze, della letteratura. Dalla guerra, dall’umanità coinvolta e straziata dalla guerra, ma anche formata in essa, educata, plasmata e riplasmata, convertita nel dopo ad altra vita»32. Le varie tipologie della guerra, da quella carsica a quella cadornina, da quella dei trinceristi a quella degli avanguardisti e futuristi, sono dunque ricostruibili ormai attraverso la grande fioritura e diffusione, non solo delle poesie di Ungaretti, Rebora, ma della pubblicistica di guerra, che ha quasi nel tempo emarginato gli storici dal discorso politico, senza lasciare prevalere però la letteratura sulla storia. Se ancora il Biondi ha avanzato l’ipotesi che «viene preliminarmente il dubbio […] che la storia si sia dissolta nei rivoli del racconto, preda della fragile, e al contempo architettata labilità della memoria soggettiva»33, al punto tale che «le memorie surclassassero la storia»34, la trascrizione dei fatti in scrittura mosse, comunque, da un’esperienza umana e contingente, che solo dopo la maturazione di una «sensibilità al dolore»35 si sarebbe nel tempo tradotta in arte. Sarebbe stato quel dolore, che fece eco comunque alle speranze e all’ottimismo iniziali, a delineare il profilo di una nuova arte pura, astrattamente e sinceramente italiana, pregna di intensità umana ed emozionale, perché «le 32 M. Biondi, Epocalità. La vigilia e la guerra, in In trincea. Gli scrittori alla Grande Guerra, cit., pp. 49-83: 77. 33 Ivi, p. 68. 34 Ibidem. 35 [Simplicissimus][Enrico Thovez], La crisi ideale, in «La Stampa», 11 febbraio 1915.


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nostre truppe, per essere amate e comprese dal paese, non hanno bisogno né di megalomanie immaginifiche, né di addolcimenti sentimentali: la realtà basta ed è tanto più grande»36. Il problema di autenticità e di sincerità della letteratura di guerra, più che investire l’aspetto soggettivo di tale produzione, viene considerato oggi alla luce innanzi tutto della conflittualità tra la labilità della memoria meccanica, che spesso tradisce falsificazioni nella ricostruzione del passato o non riesce a rendere alcune volte, come nel Diario sentimentale, la poliedricità semantica dei fatti, e la distruzione voluta del materiale d’invenzione, che rende equivoca, in alcuni casi, la relazione tra il romanzo e l’autobiografia. Lo stesso problema attualmente viene affrontato tenendo conto del rapporto tra letteratura di finzione, e dunque di rielaborazione, e scrittura popolare, più autentica, che se offrono entrambe testimonianze sulla guerra, appartengono l’una al filone della letteratura colta, l’altra a quella degli illetterati. La sincerità della testimonianza, infatti, non la si deduce soltanto dalla produzione diaristica o mentalistica, quanto anche dalla corrispondenza epistolare dei soldati comuni, mezzo utile come fonte storica, e non in senso celebrativo e patriottico, volta a restituire la vera identità e mentalità delle classi popolari37. E ciò risulta ugualmente vero, nonostante le riserve di Gadda, che recensendo Guerra del ’15 di Giani Stuparich, avrebbe argomentato: «Le lettere di combattente, nobilissime e sacre cose, sono forme in diverso modo viziate (p. e. dalla preoccupazione di tacere il pericolo alla mamma). Meglio il diario, meglio il diario di uno che è senza volerlo artista e scrittore»38. La qualità artistica delle scritture di guerra, insomma, non era messa in discussione da quanti scorsero in quell’evento, come Gadda, una linea di continuità con le disincrasie, le malattie e le nevrosi dell’adolescenza, o come altri, quali il Frescura e il Palazzeschi, che maturarono, a contatto con le bestialità della guerra, un senso nuovo di bontà, umano del vivere e di riconciliazione con la vita. Pur nel suo vero volto di distruzione, di allestimento di strette trincee, di immersione nel fango, di addensamento di morti e feriti, che esalavano in aria il puzzo della loro putredine, di fame, di gelo, della dissenteria, di insonnia, la guerra fu avvertita nella maggior parte dei casi, comunque, come un’esperienza di vita da fare, per adeguarsi ai tempi e alla storia, dalla quale possibilmente trarre insegnamenti per il futuro e vivere il presente anche con coraggio e dedizione. Sono queste alcune note umane che forniscono un senso plausibile a quanti ritennero il conflitto inutile, ma che in realtà plasmò la coscienza dell’uomo [Simplicissimus][Enrico Thovez], Dello stile in tempo di guerra, in «La Stampa», 15 luglio 1915. A. Gibelli, “Letteratura di illetterati” nella Grande guerra. Lineamenti di un percorso storiografico, in Grande guerra e letteratura, cit., pp. 37-50. 38 C.E. Gadda, Scritti dispersi, a cura di D. Isella, in Id., Opere di C.E. Gadda, III, a cura di G. Vola, G. Gaspari, G. Pinotti, F. Gavazzeni, D. Isella, M.A. Terzoli, Milano, Garzanti, 1997, pp. 6711226: 745-747. 36 37


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moderno, conferì alito vivificatore alle lettere, e valse a far nascere, dalle pretestuose esaltazioni patriottiche e nazionaliste, un significato morale, e a rafforzare la spiritualità religiosa. Entro una sempre maggiore specificazione di ambiti, campi semantici e codici linguistici, la letteratura, nel suo valore autonomo, ma non destoricizzato, si confrontava con la vita, nel delicato periodo dell’esistenza politica dell’Italia bellica, post-bellica e poi fascista. La dissidenza e l’appassionata testimonianza espressero così il loro carattere contrastativo, aperto però agli innesti della vita e dell’arte. 5. La guerra come antidoto alle lettere Il piacere e il senso di purezza raggiunti per un combattimento inizialmente non desiderato, ma poi realizzato per non contravvenire soprattutto alla realtà dei tempi e alle contingenze storiche, erano stati la cifra caratterizzante, come si è visto, dell’interventismo di molti intellettuali, che pagarono il loro eroismo spesso o con la morte o con comportamenti demistificatori ai loro danni da parte degli alti comandi dell’esercito e di una società mediocre. In queste autobiografie, come quelle di Stanghellini, del Frescura, del Monelli, dello Scarpa, l’attenzione agli eventi fu prestata con dovizia di particolari e in forma quasi aneddotica, non tanto come testimonianza attiva della memoria, quanto come partecipazione ai risvolti tragici e disumani del conflitto, che comunque aveva impegnato uomini sani e forti, e non fragili e deboli. Il risanamento dei valori morali e delle energie di coscienze “malate” fu alla base del degno recupero di forze e della riconquista di un’identità politica, come conseguenza dell’insorgenza del patriottismo e nazionalismo di massa, e come possibilità, per gli intellettuali, di operare su uno sfondo umano e sociale. Ciò che rappresentò, comunque, la particolarità di alcuni intellettuali, come Palazzeschi, Prezzolini, Baldini, Serra, fu non l’accettazione teorica e pretestuosa delle cause che portarono al conflitto, ma un persistente atteggiamento di difesa e di straniamento rispetto a esso, da cui derivarono il tono lirico di alcune autobiografie e la percezione convinta di una diversità di formazione e di ruoli. Nonostante queste riserve di tipo culturale, un poeta come Palazzeschi provò il desiderio di arruolarsi, per non confondersi con la schiera dei pavidi e dei vigliacchi, facendo tacere la sua lira durante gli anni di guerra, mentre altri come Baldini o lo stesso Panzini, rimasero rigidamente ancorati alla loro formazione culturale, senza che il loro personalismo si oggettivasse in narrazione. Se le due attività, quella militarista e quella poetico-letteraria, apparvero al Palazzeschi e al Baldini del tutto inconciliabili tra loro, tanto che il primo preferì la posizione meno pericolosa delle retrovie, e il secondo prestò la sua penna, in Nostro Purgatorio, all’estro oleografico e contemplativo del ritratto del paesaggio, più che alla caotica successione degli eventi, Serra arrivò al con-


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flitto con una volontà di ridimensionamento della propria condizione di intellettuale umanista, chiuso nel “carcere e nella religione delle lettere”, per immergersi in una vita che gli consentisse di uscire da una esistenza vuota, insignificante, povera di eventi, stagnante, e di impegnarsi, come gli altri, con coraggio e strenua determinazione. Pur ritenendo la letteratura estranea alla storia e un puro rifugio onde ritrovare se stessi, in un’epoca di completo sconvolgimento morale, sociale, identitario, entro un divario marcato dalle masse, che agivano per forze istintive e senza alcuna coerenza ideologica, le autobiografie della Grande guerra rimangono il segno più evidente dell’impegno sociale dell’uomo di cultura, sollecitato dalle armi del ricordo, della testimonianza, della pura cronaca, della consacrazione ereditaria di una pagina tanto importante per la storia dell’uomo italiano del primo Novecento, ora tentando di rimuovere dalla coscienza tutti gli elementi che lo legavano al passato, ora appassionandosi alla memoria delle proprie imprese, ora condannando atteggiamenti troppo passivi, remissivi, o lo stesso militarismo coatto. In ogni caso l’intera gamma di queste sensazioni era affidata alla scrittura permanente, prefigurante la prosa d’arte, e dunque a un tessuto narratologico che coordinasse, in un arco cronologico preciso e definito, le paurose avventure di uomini spesso abbandonati al loro destino e condannati all’anonimato, riuscendo, così, a tramandare ai posteri vicende diversamente consegnate alla sola memoria orale, e dunque suscettibili di alterazioni e deformazioni. Tra questi intellettuali Renato Serra, trascinato e affascinato dalla guerra, considerata come una forma di rafforzamento e come una prova di resistenza umana, nonostante la sua indiscussa violenza, non mancò di sottolineare, in una lettera inviata a P. Giommi, che la vita può risultare «quasi più bella quando la senti perduta e riacquistata a ogni minuto»39. Testimone prestigioso e tragico della propria generazione, tanto per i conflitti interiori, quanto per le lungaggini dei tempi dell’attesa e della speranza, affidati alla scrittura dell’Esame di coscienza di un letterato del marzo-luglio 1915, Renato Serra convertì comunque quasi subito il suo primitivo entusiasmo in autoinganno e disincanto, come si evince dal Diario di trincea40, in cui apparivano spenti ogni ardimento nell’impresa, ogni coinvolgimento nelle insidie, nel presagio della morte imminente. Un destino che apparve quasi segnato accomunò la triste avventura di Serra a quella di tanti morti in guerra, e che risultò ancora più amaro nella convinzione personale che la guerra, tanto desiderata, non aveva apportato alcuna modifica all’assetto sociale, civile, culturale dell’Italia, e che quindi essa era stata combattuta ai limiti di ogni tensione ideale. Lo slancio mirabile del Serra, che lo portò a difendere la sua compagnia dall’assalto ne39 F. Contorbia, Renato Serra e “l’uomo rosso”: ultime lettere dal fronte, in In trincea. Gli scrittori alla Grande Guerra, cit., pp. 151-160: 158. 40 Il Diario di trincea si trova pubblicato in Il racconto italiano della Grande guerra, (1914-1921), Narrazioni, corrispondenze, prose morali, cit., pp. 835-857.


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mico, e lo condannò alla morte, il 20 luglio 1915, a Podgora, fu la conferma di quell’eccitazione collettiva che colpì, in alcuni casi, anche il mondo intellettuale, diviso tra sensazioni di alienazione e di straniamento e riconduzione alla normalità della vita quotidiana di vicende, il cui protagonista non fu solo l’uomo comune, ma talora anche l’aristocratico, pensoso e astratto uomo di cultura. Dalla marginalità del ruolo sociale e politico di quest’ultimo rispetto alle masse, imposto dal governo, accompagnato da un senso di accorata solitudine e superiorità sulle folle, da certi schematismi ideologici non ancora del tutto superati, l’intellettuale, più di ogni altra categoria, anche se inizialmente partecipe, rafforzò, alla fine del conflitto, il proprio senso di estraneità e di disadattamento, e in modo particolare una condizione di nichilismo distruttivo, che se condusse anche a una degenerazione della cultura, la venne nel contempo riscattando entro un nuovo umanesimo delle lettere, questa volta fondato sull’ordine e sul rigore classici, di cui le autobiografie furono l’espressione di una nuova forma di scrittura. 6. Le tragedie belliche e il futuro Le spinte eversive che connotano il sistema di azione e di intervento nel conflitto, maturate in seno a un protagonismo attivo di forze, ora convinte, ora meno coinvolte41, ma comunque animato da un proposito di inserimento nelle coordinate storiche del presente, convissero, in realtà, con un altro aspetto dell’interventismo non meno marginale, ma spesso ricondotto, dalla storiografia ufficiale, a una formazione erudita, quasi di scuola, di principi che richiamavano il passato della storia d’Italia. In modo particolare, e malgrado le differenze degli atteggiamenti dell’uomo moderno rispetto a quello romantico, furono percepiti, soprattutto dalle frange del patriottismo e del nazionalismo, legami non recisi con l’età risorgimentale nel richiamo alla liberazione delle “terre irredente”, entro una guerra non “di liberazione”, ma di “conquista” e di “aggressione”42. Il quadro deprimente dell’Italia, già alla fine dell’Ottocento, compromesso con una crisi di valori politici, istituzionali, privata del rispetto e della considerazione dei contadini e delle altre nazioni, era stato già amaramente sottolineato dal Fogazzaro, in una lettera a Fedele Lampertico nel 1881, in cui il narratore vicentino era venuto così argomentando: «Dov’è l’Italia rispettata e temuta dei nostri sogni? Dove se ne va la fede negli uomini e 41 A questo proposito F. Bertini, Il lungo viaggio dei letterati tra irredentismo, interventismo e antipolitica, nell’opera collettiva Scrittori al fronte. La letteratura italiana nella Grande guerra, Città di Castello, Luoghinteriori, 2016, pp. 217-242: 234 nota che i diari di soldati, infermieri, cappellani non si identificavano con una vera professione letteraria, in quanto nascevano, non da spirito di libertà, ma da una sorta di arruolamento. 42 G.A. Borgese, Rubé, Milano, Mondadori, 1974, pp. 16-27.


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nelle istituzioni? Dove sono le intelligenze e le energie capaci di dirigere efficacemente quel movimento che tu aspetti?»43. La considerazione già tardo-ottocentesca della grandezza passata dell’Italia costituì un evidente scacco con quella situazione denunciata, ai primi del Novecento, soprattutto dagli intellettuali, di arretratezza politica, ideologica, economica, morale, tanto lontana da quel fervore patriottico che aveva indotto lo stesso Mussolini, nel 1911, a mettere in rapporto tra loro città come Trento e Trieste44. Il profilo di queste città, risalente al Risorgimento e alla civiltà austro-ungarica, si rivelò certo fondamentale nella delineazione dello scacchiere politico italiano, che alle esigenze specifiche di alcune regioni abbinò una speranza di rinascita della nazione, nei termini del rigurgito di uno spirito patriottico e funzionale alla storia presente. Che il destino di queste sfortunate “terre irredente” non avesse trovato la sua giusta conclusione nell’assorbimento nel conflitto, ma continuasse ad alimentare, nel dopoguerra, e quindi nella seconda guerra mondiale, insuperabili divisioni interne e coinvolgimenti, ora di nazifascisti, ora di partigiani, nonché insanabili contrasti tra i profughi italiani e la terra dell’Istria, è un argomento che certamente si intreccia con il profilo dell’intera nazione, nella realizzazione definitiva dell’unità d’Italia e dell’autonomia di Trieste. Le ripercussioni, così, degli eventi di quegli anni, tra promulgazione delle terribili leggi razziali e attacchi tra forze nemiche, contesa delle terre fra nazioni opposte e restituzione definitiva, nel 1954, di Trieste all’Italia, rivivono nelle dense pagine de La Quinta stagione, in alcune raccolte poetiche della permanente introversione di Saba, nella dimensione onirica del ritorno alla casa natale e del filtro psicologico e sentimentale delle convulse vicende di guerra tra nazisti e partigiani da parte di Elsa dei Cristalli di Vienna, fino all’avvincente tratteggio della storia e della letteratura triestine del Novecento, condotto con viva umanità e devota sensibilità rispetto alle proprie radici nella Città interiore da Mauro Covachich. Fu, dunque, su vari fronti e all’interno dell’intreccio di dinamiche spesso contrarie, ma convergenti nella linea continua della storia della patria, liberata e difesa con sacrificio, che si richiedevano ormai energie più fresche, proprie di quanti, e furono molti, percepirono nelle guerre mondiali momenti di rivitalizzazione dell’uomo novecentesco e di avvento futuro di ere di pace e di un’età moderna. Connesse, come si avrà modo di notare, secondo alcuni storici, dall’avvicendarsi di rovine e distruzioni, dalla quantità immane di morti e feriti spesso abbandonati sui campi di battaglia, dall’impossibilità di una utile difesa, ora attraverso le trincee, ora sotto i colpi dei bombardamenti, dagli effetti psicologici devastanti soprattutto sulla psicologia degli scarsi reduci dai campi di con43 A. Fogazzaro-F. Lampertico, Carteggio (1864-1905), a cura di G. Brian, Accademia Olimpica, 2016, pp. 162-163. 44 B. Mussolini, Il Trentino visto da un socialista, «Quaderni della Voce», Firenze, 1911.


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centramento, da uno spirito di sacrificio e da un senso sacro della patria, da riscattare nella chiave storica della valorizzazione del suo passato e da servire con devozione e orgoglio, le due guerre mondiali, con maggiore attenzione e pressoché esclusivo riferimento alla prima, sono comunque entrambe oggetto di indagine e di riflessione, in questo libro. Tra le affinità tra le due guerre, quella dei campi di prigionia permette di considerare la felicità rinata, dopo anni di stenti, di privazioni, mortificazioni e sofferenze, che resero la libertà faticosamente guadagnata un bene imprescindibile per la realizzazione di sogni futuri. Gli indugi narrativi di Pastorino, Stanghellini, Monelli, Scarpa, Scortecci sulle dinamiche mostruose delle vite dei reduci, si concludevano, comunque, sempre con la loro avvenuta liberazione, offuscata però talvolta dalla triste consapevolezza del ritorno a una vita ordinaria, banale, normale, quotidiana, che gettava nella dimenticanza e allontanava nel ricordo anche il passato eroico. Lo scetticismo, comunque, stando al giudizio del Capecchi, veniva compensato da una complessiva celebrazione del comportamento dei soldati attraverso la narrativa di guerra, scandita da sequenze successive di elaborazione e di espressione.

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Le autobiografie della Grande guerra. La scrittura del ricordo e della lontananza  

di Valeria Giannantonio - Il libro, attraverso la rilettura della memorialistica di guerra, scritta “a caldo” o dopo il conflitto, per non d...

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di Valeria Giannantonio - Il libro, attraverso la rilettura della memorialistica di guerra, scritta “a caldo” o dopo il conflitto, per non d...

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