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STUDI TESTI&

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GIOVANNI FALDELLA

AMMAESTRAMENTI DEI MODERNI a cura di FRANCESCA CASTELLANO


studi e testi collana diretta da Simone Magherini, Anna Nozzoli, Gino Tellini

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La collana «Studi e Testi» intende promuovere e diffondere, in campo nazionale e internazionale, studi e ricerche sulla civiltà letteraria italiana, nonché edizioni critiche e commentate di testi della nostra letteratura, dalle origini alla contemporaneità. La qualità scientifica delle pubblicazioni della collana «Studi e Testi» è garantita da un processo di revisione tra pari (peer review) e dal Comitato scientifico internazionale. La collana «Studi e Testi» prevede pubblicazioni in formato cartaceo e digitale con un modello di diffusione a pagamento o ad accesso aperto (open access).

comitato scientifico internazionale Andrea Dini (Montclair University), Marc Föcking (Università di Amburgo), Gianfranca Lavezzi (Università di Pavia), Paul Geyer (Università di Bonn), Elizabeth Leake (Columbia University), Alessandro Polcri (Fordham University), Pasquale Sabbatino (Università di Napoli “Federico II”), William Spaggiari (Università di Milano), Gino Ruozzi (Università di Bologna), Michael Schwarze (Università di Costanza).


Giovanni Faldella

Ammaestramenti dei Moderni raccolti da un romito di libreria Amore – Amicizia – Arte Almanacco pel 1885 a cura di Francesca Castellano

Società

Editrice Fiorentina


Il volume è frutto di una ricerca svolta presso il Dipartimento di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Firenze e beneficia per la pubblicazione di un contributo a carico dei fondi amministrati dallo stesso Dipartimento

© 2018 Società Editrice Fiorentina via Aretina, 298 - 50136 Firenze tel. 055 5532924 info@sefeditrice.it www.sefeditrice.it isbn: 978-88-6032-469-6 ebook isbn: 978-88-6032-474-0 Proprietà letteraria riservata Riproduzione, in qualsiasi forma, intera o parziale, vietata


Indice

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Francesca Castellano, Introduzione

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Nota all’edizione

ammaestramenti dei moderni

3 Prefazione

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Capitolo Primo

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Capo Secondo

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Capo Terzo

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Capo Quarto

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Capo Quinto

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Capo Sesto

89 Indice dei nomi

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Calendario pel 1885


introduzione

Gli Ammaestramenti dei Moderni raccolti da un romito di libreria. Amore – Amicizia – Arte di Giovanni Faldella, con il corredo d’un elegante Almanacco pel 1885 (così nel frontespizio; a testo: Calendario pel 1885), videro la luce a Torino nell’estremo scorcio del 1884, con la data 1885 presso la casa editrice Roux e Favale, dopo la prima pubblicazione avvenuta a puntate su «Serate Italiane» di Giuseppe Cesare Molineri e sulla «Rivista Minima», diretta da Antonio Ghislanzoni e Salvatore Farina, tra il 23 dicembre 1877 e il 13 ottobre 1878. Non tragga in inganno la data della prima edizione in volume, perché l’ideazione e la composizione del singolare libretto risale verosimilmente ai primi anni Settanta, collocandosi in una zona dell’attività faldelliana animata da una vitalità per più d’un verso irripetibile. Se insidioso appare il tentativo di ricondurre a un ordinato diagramma l’attività letteraria dello scrittore, è pur vero che gli anni tra il 1873 e il 1890 si distinguono per operosità creativa e risultati originali. Decisivi in tal senso appaiono gli anni tra il 1873 e il 1882, nei quali si concentra anche la prodigiosa attività giornalistica di Faldella, senza tuttavia dimenticare la temporanea reviviscenza della vocazione narrativa che animerà la fine del decennio 1880-1890. In particolare, degno di attenzione sarà non tanto il discontinuo esito della trilogia Un serpe (Idillio a tavola, 1881; Un consulto medico, 1882; La giustizia del mondo, 1884), dal momento che le «storielle in giro» erano state parzialmente anticipate sul «Fanfulla» nel 1874 e l’invenzione e la stesura del bizzarro ciclo risalivano al triennio 1873-1876, quanto l’esperimento narrativo di Sant’Isidoro, composto tra il 10 maggio 1889 e il 26 settembre 1892 e destinato a confluire in volume solo molto più tardi, nel 19091.

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Giovanni Faldella, Sant’Isidoro. Commentarii di guerra rustica, Torino, Lattes, 1909 (poi, a cura di Giorgio Luti, Firenze, Vallecchi, 1972). A sovvertire ogni diacronia interviene la genesi di Nemesi o Donna Folgore, la cui ideazione si colloca tra il 1906 e il 1909, mentre la revisione è databile al 1912. Mai dato alle stampe dall’autore, ha visto la luce molti decenni dopo in due edizioni pressoché contemporanee: Giovanni Faldella, Donna Folgore, edizione critica a cura di Gabriele Catalano, Milano, Adelphi, [luglio] 1974, e Capricci per pianoforte. Nemesi o Donna Folgore. Romanzo verista scritto da Spartivento (non per innocentine), testo a cura di Mariarosa Masoero, introduzione di Giuseppe


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È ancora in cerca d’autore una sistematica ricognizione delle «prime avvisaglie artistiche» e degli studi letterari del giovanissimo Faldella, che esordisce il 4 giugno 1865 collaborando al «Novelliere della Domenica», «piccola rivista ebdomadaria popolare» diretta da Luigi Pietracqua, con la «chiaccherata» intitolata Per la festa di Dante, così come un rilievo non ordinario rivestiranno gli indimenticati anni del Liceo Lagrangia sotto la guida del «classico dottor Giovanni Bossetti», ai quali Faldella ricollega l’ispirazione originaria di Tota Nerina nell’incipit di un testo di eccezionale significato critico come Genesi di un romanzo giovanile: Nel mio cervello di studente liceale, passavano baldanzosi fermenti di idee, che io credevo strepitose novità, con cui avrei fatto impallidire il mondo e avrei toccato il cielo col dito, e non erano altro che rifritture o rigerminazioni delle lezioni di scuola. Colle braccia cariche di libri e con la testa esaltata, avviandomi al Liceo Lagrangia in Vercelli, io dettavo superbamente a me stesso: In letteratura, in risicoltura, in pollicoltura, in politica, dappertutto vi sono due scuole. È la legge eterna della dualità o dell’uno contra uno. La più netta distinzione del dualismo sta nella gioventù e nella vecchiaia2.

A questo primo periodo risalgono la stesura di un mannello di poesie in lingua e in vernacolo, e di alcune commedie (Gli studenti giornalisti e la Concordia in miniatura, Una disfida, La festa di Dante, Un bacan spiritual3), nate sulla scia della rinascita teatrale torinese determinata dall’attività di Luigi Bellotti-Bon e di Giovanni Toselli, capocomici di talento, che avevano portato sulla scena le opere di Luigi Pietracqua, Vittorio Bersezio, Federico Garelli, Giovanni Zoppis4. Di una vivacissima ricostruzione della «giovane letteratura torinese»5 Faldella incaricherà, verosimilmente fiancheggiandone il lavoro, l’amico Carlo Rolfi

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Zaccaria, Torino, Fògola, [22 novembre] 1974. Nelle intenzioni di Faldella Donna Folgore avrebbe dovuto chiudere l’affresco dei Capricci per Pianoforte, la cui composizione si dilata dal 1887 al 1909, e comprende Tota Nerina (Torino-Napoli, Roux, 1887: ma il nucleo iniziale risalirebbe addirittura al 1869), ripubblicato nel 1929 a Torino da Alfredo Formica, con una premessa di Remo Formica, e nel 1972, a cura di Alessandra Briganti, a Bologna presso Cappelli, e La Contessa De Ritz (Milano, Treves, 1891; poi, Milano, Treves, 1896, e Torino, Alfredo Formica, 1930). Giovanni Faldella, Genesi di un romanzo giovanile, in Tota Nerina, cit., 1887, pp. 11-35 (11); 1929, pp. 15-41 (15); 1972, pp. 49-65 (49). Giovanni Faldella, Un bacan spiritual. Inedita commedia in piemontese, a cura di Caterina Benazzo, Torino, Centro Studi Piemontesi-Ca dë Studi Piemontèis, 1974. Sul teatro piemontese si ricordano gli studi di Gualtiero Rizzi editi a Torino da Centro Studi Piemontesi-Ca dë Studi Piemontèis: Vittorio Bersezio, Le miserie ’d Monsu Travet, edizione critica a cura di Gualtiero Rizzi e di Albina Malerba (1980); Federico Garelli, con edizione critica delle commedie a cura di Gualtiero Rizzi (1982); Il teatro piemontese di Giovanni Toselli (1984); Giovanni Zoppis, a cura di Gualtiero Rizzi, con edizione critica delle commedie Marioma Clarin, La neuja, La vigna (1986); Luigi Pietracqua, a cura di Gualtiero Rizzi, con la ristampa della commedia Gigin a bala nen (1988); Patetiche illusioni. Il teatro in piemontese 1862-1911 (1991). Giovanni Faldella, Rovine. Racconto biografico, in Rovine. Degna di morire. La laurea dell’amore, Milano, Tipografia Editrice Lombarda, 1879, pp. 1-161 (53). Si rimanda agli studi di Giuseppe Zaccaria, Tra storia e ironia. «Regione» e «Nazione» nella narrativa Piemontese Postunitaria, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana, 1981, in particolare al capitolo Una categoria storiografica: la «giovane letteratura torinese», pp. 7-34, precedentemente apparso in Civiltà del Piemonte. Studi in onore di


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nella Prefazione, importante per la storia della Scapigliatura piemontese6, a Una Serenata ai Morti (1884), deputata a restituire con una straordinaria ricchezza documentaria il clima degli anni giovanili, al cui centro sta la fondazione del «Velocipede. Gazzettino del giovane popolo» (3 gennaio 1869-settembre 1870), il foglio settimanale ideato con gli amici Giuseppe Coggiola, Francesco Mora, Luigi Muggio, diretto per i primi sedici numeri da Faldella e Muggio, per passare poi sotto la direzione di Luigi Egidio Nicetti, dove con lo pseudonimo Spartivento Faldella formula un minuto programma di divulgazione scientifico-letteraria7: Nel 1865, allorché era studente di legge all’università di Torino, aveva cominciato a pubblicare nel «Novelliere della Domenica» del Pietracqua un suo discorsetto: La Festa di Dante, estratto da un imparaticcio di commedia inedita, poiché egli in quell’epoca andava scrivendo commedie e poesie italiane e piemontesi che riservava agli amici. Nel 1868, conseguita la laurea, si era inscritto nell’ufficio dell’avvocato deputato Luigi Ferraris, che poi divenne ministro dell’Interno, sindaco di Torino, conte, senatore ecc. Ma in quello studio, mentre sfiorava con parsimonia qualche fascicolo di liti, si regalava sovratutto colla lettura di libri di filosofia, di storia e curiosità giuridiche, scartabellandovi con un che d’intuizione dell’avvenire gli atti del Parlamento. Nel principio del 1869 egli, in unione coll’avvocato Muggio, con l’ingegnere Mora, e col prof. Coggiola, fondava in Torino un giornale letterario: Il Velocipede, Gazzettino del giovane popolo. Il quale sia nella forma, sia nell’indole, mostrava apertamente di procedere in retta linea dal Dagherotipo, il giornale Brofferiano del 1840. Giovanni Faldella, in omaggio al titolo d’attualità, onde aveva decorato quel suo foglio, vi assunse il meteorico pseudonimo di Spartivento8; e a malgrado dell’audacia di quel battesimo,

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Renzo Gandolfo, a cura di Gianrenzo P. Clivio e di Riccardo Massano, Torino, Centro Studi Piemontesi-Ca dë Studi Piemontèis, 1975, pp. 489-513. Su Faldella e sulla Scapigliatura piemontese si vedano i fondamentali saggi di Gianfranco Contini in Introduzione ai narratori della Scapigliatura piemontese, in «Letteratura», ix, 35/4-5, luglio-ottobre 1947, pp. 3-28 (ma datato 1942-1943), riapparso come Introduzione a Racconti della Scapigliatura piemontese, Milano, Bompiani, 1953, pp. 5-48 (nuova edizione, con prefazione di Dante Isella, Torino, Einaudi, 1992, pp. 3-47) e in Varianti e altra linguistica. Una raccolta di saggi (1938-1968), Torino, Einaudi, 1970, pp. 533-566. Su «La Rassegna d’Italia», II, 4, aprile 1947, pp. 18-31, era uscito il saggio Pretesto novecentesco sull’ottocentista Giovanni Faldella, poi ripubblicato quale Prefazione a Giovanni Faldella, Madonna di fuoco e Madonna di neve. Racconto, Milano-Napoli, Ricciardi, 1969, pp. viixxxvi, e in Varianti e altra linguistica, cit., pp. 567-586. Nel numero iniziale della rivista («Il Velocipede», i, n. 1, 3 gennaio 1869, pp. 15-16), Faldella-Spartivento scriveva così: «Anzitutto noi ci leggemmo in volto, che non eravamo uomini seri da aver la pazienza di trattare a fondo un soggetto senza uscire mai dal seminato, che eravamo per lo contrario di quei capi svagati che amano scorazzare per lungo e per largo, per diritto e per traverso. Dunque statuito e fermato in primis et ante omnia di dare al nostro gazzettino un titolo modesto sì, ma enciclopedico [...] Ma quando le opere gravi non facciano difetto e approfondiscano la scienza, occorre eziandio la letteratura vispa, leggiera, popolare a sminuzzarla, a diffonderla, a dilatarla [...] Ecco – gridammo in coro – ecco il titolo del nostro giornale! Il Velocipede è la cavalcatura, che si attaglia a pennello alle nostre scorribande, esso che fa buona prova soltanto nei luoghi piani, e che rifugge, come noi, dai monti e dai colli, dalle paludi e dalle selve aspre e forti, sul gusto di quella dell’Inferno dantesco. Sia dunque per il Velocipede!». Sul vezzo artistico dello pseudonimo, sotto cui Faldella stesso e la sua cerchia di amici presentavano al pubblico le loro prove giornalistiche, si veda Genesi di un romanzo giovanile in Tota Nerina, cit., 1887, p. 24; 1929, p. 28; 1972, p. 57: «Avevo socio nella Direzione il mio fraterno amico Gigi Muggio, che si sottoscriveva Fulmine; e per compagni confondatori il mio serafico compaesano Giuseppe


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vi svolse una prosa sempliciona a contorni ristretti, piuttosto secca, puristica e Giustiana; poiché del Giusti egli era assai nutrito, e, scrivendo, non lasciava per anco intieramente libero adito alle originalità della sua mente. Ed il Mora, il quale ora è un fortunato costruttore di case e di teatri in Roma nuova, dove informa con venustà plastica i suoi ideali artistici, vi pubblicava contemporaneamente briose spumeggiature carnevalesche e la Dinamica del Velocipede, curiosissimo lavoro, testo dei velocipedisti. Il «Velocipede» dilettò per qualche tempo i buoni Torinesi che si compiacevano di quel titolo, essendoché allora essi amavano assai il vedere di notte, nei larghi viali della città, spuntare d’improvviso nell’ombra, passare e sparire come razzi, come lucciole impazzite nella ventata di un turbine, le lanterne dell’economico e rotatorio bucefalo venutoci in voga. Ma l’entusiasmo nei fondatori andò presto evaporando, ed il giornale via via si faceva clorotico; cosicché si pensò di cederlo all’avvocato Nicetti, ferace ingegno e temperamento generoso da letterato estemporaneo e transitorio, il quale trasformatone poi il titolo, forse rimase in dubbio se dovesse farne l’organo didascalico della democrazia, o piuttosto l’organo ufficiale scientifico della pollicoltura Italiana pei gentiluomini di campagna9.

Ben presto attorno al «Velocipede» verranno a gravitare i giovani Giovanni Camerana, Antonio Galateo, Giuseppe Giacosa, Leopoldo Marenco, Giovanni Massa, Giuseppe Cesare Molineri, Federico Pugno, Roberto Sacchetti, riuniti nella Società «Dante Alighieri» sotto il vessillo dell’amicizia, dei comuni slanci della giovinezza e di speranze letterarie sostenute da un costante zelo della verità e da una ambizioso desiderio di rinnovamento, ridando vita con un altro nome a una società studentesca d’ispirazione gesuitica di alcuni decenni prima, alla quale aveva appartenuto, in particolare, il giovane Angelo Brofferio10: Intanto il Faldella si era inscritto alla fiorentissima società Dante Alighieri, che allora raccoglieva in Torino quanti giovani d’ingegno sentivano la nobile smania di calmare le inquietudini intime e primaverili nella libera espansione e discussione d’ogni idea artistica, scientifica e letteraria. Quella società era sorta in Torino nel 1864 per iniziativa degli studenti del 3° corso del liceo Cavour – e si era successivamente accresciuta di matricolini universitarii, sicché dalla sala dei primi tempi (all’ultimo piano della casa che sta di fronte al palazzo di Carignano) – poté trasportare la sede nell’ampio Anfiteatro di Chimica. – Ne furono promotori, Cerri, Nizza, Palberti, Cesare Nani, G. C. Molineri, Giuseppe Sarti, Luigi Guelpa, Galateo, Felice Maissa e Roberto Sacchetti, e ne fu presidente per tre volte Pietro Delvecchio, il

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Coggiola, ottimo maestro nelle scuole elementari di Torino, che si sottoscriveva arcadicamente Zefiro, e l’antico compagno di collegio Francesco Mora, allora laureando in matematica, ed ora ingegnere, il quale si firmava rigorosamente x y». Poco più avanti Faldella aggiunge: «io scrivevo col nome velocipedestre di Spartivento, e con una sicumera non solo ventosa ma spaventosa, spartivo disquisizioni storiche, facete, filosofiche, giuridiche, sociali, aneddotiche, eremitiche, politiche e chi più ne ha, più ne metta». Carlo Rolfi, Prefazione a Giovanni Faldella, Una Serenata ai Morti, Roma, Perino, 1884, pp. 5-62 (11-12); poi, con un saggio di Carlo Rolfi. In appendice: A Parigi. Viaggio di Geronimo e comp., introduzione e cura di Bice Mortara Garavelli, Milano, Serra e Riva, 1982, pp. 61-117 (68-70). Angelo Brofferio nel suo centenario natalizio. Discorso pronunciato da Giovanni Faldella a Castelnuovo Calcea il 28 settembre 1902 inaugurandosi il busto del Poeta Tribuno, Torino, Streglio, 1903 (poi, con il titolo Angelo Brofferio nel suo centenario natalizio, in Piemonte ed Italia. Rapsodia di storia patriottica, vol. x, Tribuni e tribune. Angelo Brofferio. La Sentinella delle Alpi. Medoro Savini. Vittorio Bersezio. G. B. Bottero, Torino, Lattes, 1911, pp. 7-58).


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quale dirigendo quei tumulti di verginità intellettuale seppe formarsi quello spirito cortese, facile e destro e quel sorriso duttile che ora lo accompagna e lo rende simpatico nella scabrosa vita parlamentare. – Nella Dante fecero le prime prove d’eloquenza Federico Pugno, Benedetto Marsano e Ernesto Pasquali – ed ivi Giuseppe Giacosa fece udire i suoi primi versi, fra cui la Cantica sul Materialismo, declamandola con una sonorità drammatica sentimentale, che sollevava l’entusiasmo. Ivi Giovanni Camerana, severo ed ardente cultore di arte e di poesia, vi scandeva tragicamente i suoi versi cesellati. Quanto quei giovani fossero appassionati sinceramente dell’arte e della letteratura, si può arguire dal seguente aneddoto che Giacosa raccontò in una lettera al Capuana pubblicata dal Risorgimento di Torino, e che il Capuana raccolse nei suoi studi di letteratura contemporanea. La Dante, cedendo alle proposte de’ soci più seri, aveva cominciato a discutere alcuni problemi scientifici, sociali, immaginosi, ecc. come il materialismo, lo spiritualismo, la riabilitazione della donna ecc. In fine della discussione si votava la tesi. Una domenica del 1871, al tempo della Comune di Parigi, racconta il Giacosa «si stava per votare, quando entrò nell’aula uno dei poeti, un finissimo disegnatore e coloritore di paesaggi in versi, ora grave e rigido magistrato (il Camerana), il quale, intesa appena qualche proposizione, più pallido e con voce più cavernosa del solito, tenendo in mano un dispaccio telegrafico, tremando per un’emozione profondissima, vibrò queste parole: Mentre noi diciamo delle corbellerie, bruciano al Louvre i capilavori di Rubens e di van Dyck». Fu un affare finito e non si votò più nulla. In quella folla di giovani, Giovanni Faldella riuscì presto uno dei più notevoli e dei più notati11.

Dopo lo scioglimento della «Dante», nel 1871 lo scrittore dichiara di aver già raggiunto «l’apogeo fulgido della sua vita di lecturer», destinato in realtà a perpetuarsi sino alle estenuazioni retoriche degli ultimi anni, e si ritira nella nativa Saluggia, scegliendo di esercitare per qualche tempo la professione di avvocato, e, al contempo, di proseguire eremiticamente nuovi studi, «osservando, mulinando e scrivendo». L’esercizio letterario è costantemente accompagnato dall’ambizione politica: nel 1872 lo scrittore viene eletto consigliere provinciale e sovrintendente scolastico per la provincia di Novara. In séguito, sconfitto alle elezioni del 1876 e del 1880, entrerà alla Camera nel 1881, come rappresentante del collegio di Crescentino, non sarà rieletto nel 1882, tornerà a sedere sui banchi della Sinistra nel 1886, nel 1890, nel 1892 (ma non nel 1895). Il 25 ottobre 1896 sarà nominato senatore del Regno. Sin dal principio ne deriva l’aspirazione non dissimulata verso

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Carlo Rolfi, Prefazione a Giovanni Faldella, Una Serenata ai Morti, cit., 1884, pp. 12-14; 1982, pp. 70-71. Alla «scapigliatura artistica torinese» e alla Dante Alighieri sono devotamente rivolti i ricordi faldelliani di Rovine, cit., pp. 49-50 (50): «Quarant’anni dopo, componevano la Società alcuni giovani liberi come l’aria e freschi come un buon mattino, i quali sentivano la forza irresistibile di fare tosto vedere pubblicamente le loro prodezze letterarie. Essi declamavano senza paura di blandizie lojolesche o di nottate al palazzo Madama, declamavano la loro brava opinione sull’ultimo problema scientifico, sull’ultimo libro, sull’ultima canzonatura, sull’ultima immortalità della materia o sull’ultima neve caduta. Il loro pubblico erano gli ex-compagni di corso, gli studenti loro immediati successori nell’università o nel liceo, le signorine sorelle o cugine, le signore dilettanti di letteratura e dei grandi processi alla Corte di Assise, professori giubilati, e gli altri abbonati ad ogni spettacolo gratuito».


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una letteratura capace di incidere sulla società, magari nel modo un po’ ingenuo di chi, attraverso l’illustrazione del ‘vero’, si prefigge l’obiettivo di elargire esempi e ‘ammaestramenti’. Emblematica, a tale riguardo, la chiusa della Dedica di Una Serenata ai Morti a Nino Pettinati: «Così io, intitolando a te queste cattive e brutte scene plebee, confido di portare il mio piccolo tributo alla gentilezza ed all’estetica del bene»12. Così commenta il Rolfi: Nonostante gli amoreggiamenti dolci e carezzevoli dell’arte, la elezione del Faldella al gran consiglio della Provincia ed i lavori di esso, lo solleticavano eccitandolo a maggiori cariche pubbliche; le gualdane politiche lo attiravano con le seduzioni di nuovi orizzonti umani a scrutarsi e lo prendeva acre voglia di vibrare il suo sguardo d’artista nelle fermentazioni degli animi ambiziosi, cui ubbriaca lo scintillìo del potere alto. Onde, nel 1876, poiché ebbe ottenuta la cresima politica del trentennio, presentavasi candidato al Collegio di Crescentino con un’arguta lettera campagnuola, bozzetto politico, pubblicato in supplemento apposito festivo della Gazzetta piemontese; e da tale supplemento credo sia originata l’attuale Gazzetta letteraria annessa alla Piemontese, che si pubblica in Torino. In quel bozzetto egli fra le altre cose scriveva: «Io mi sono lasciato persuadere ad accettare la candidatura offertami per le seguenti ragioni espresse, meglio che da nessun altro, dal più magniloquente fra i pubblicisti romani. Dice questo tale nel principio dei suoi dialoghi De Republica che la partecipazione alla vita pubblica è uno dei più importanti nostri doveri, per adempiere al quale dobbiamo abbandonare eziandio la soavità varia degli studi, variam suavitatem studiorum». [...] Ma tutto ciò non valse al bozzettista la conquista dello scanno politico. Quel collegio era allora infeudato alla personalità valorosa, mirifica e luccicante del generale Bertolè Viale, di destra pura; e non fu poco scandalo per i giornali di destra vedere il Faldella nella sua gioconda giovinezza di idee e di fatti piantarsi contro l’ex ministro della guerra, per contendergli, con disinvoltura democratica, i voti di quelle popolazioni. Nello scacco, il giovane scrittore raccoglieva nondimeno tale numero di voti da ringagliardire le maggiori speranze per l’avvenire13.

Il 1873 è l’anno dell’esordio dello scrittore sulle colonne della «Gazzetta Piemontese» come corrispondente dall’Esposizione Universale di Vienna14; l’anno seguente pubblica il bozzetto Il male dell’arte, nel quale l’invenzione faldelliana manifesta un tentativo di emancipazione dalla Scapigliatura milanese di Arrigo Boito e di Emilio Praga, la prima prova narrativa di un accidentato itinerario orientato verso la coagulazione della più congeniale forma breve in romanzi e tentativi di cicli. Sono le premesse di un’esperienza non solo espressa nelle forme narrative, ma impegnata in una originalissima attività giornalistica fitta e pro

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Dedica | Al Prof. Avv. Nino Pettinati, in Giovanni Faldella, Una Serenata ai Morti, cit., 1884, pp. 63-65 (65); 1982, pp. 121-124 (124). Carlo Rolfi, Prefazione a Giovanni Faldella, Una Serenata ai Morti, cit., 1884, pp. 22-24; 1982, pp. 79-80. Sulla «Gazzetta Piemontese» escono i novanta capitoli di A Vienna in cinquantasei puntate tra il 31 luglio e il 31 dicembre 1873, poi raccolti in A Vienna. Gita con il lapis, Torino, Beuf, 1874 (nuova edizione, a cura di Matilde Dillon Wanke, presentazione di Enrico Filippini, Genova, Costa & Nolan, 1983).


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grammatica, non priva di straordinaria penetrazione critica, ancor oggi largamente inesplorata. Dalla riunione dei vecchi soci della «Dante», il 4 gennaio 1874 nasce, con intenti più disimpegnati rispetto al «Velocipede», la rivista «Serate Italiane. Letture per le Famiglie»15, fondata da Faldella, Galateo, Molineri e Muggio, che annovererà la costante collaborazione dello scrittore a partire dalle prime anticipazioni delle sue Figurine. Così racconta il Rolfi: Nel 1871 il Faldella sparve da Torino per rifugiarsi nella sua nativa Saluggia e proseguirvi eremiticamente nuovi studi, osservando, mulinando e scrivendo; e vi fu eletto Consigliere Provinciale, sopraintendente scolastico, e si occupò a fondare una società artigiana con annessa biblioteca circolante, fino a che nel 1873 se ne andò alla Esposizione Mondiale di Vienna, donde la sua Gita col lapis. In quell’epoca egli passando per Milano, conobbe Salvatore Farina, Emilio Praga, Arrigo Boito, Luigi Gualdo; e nell’avvicinarsi di quegli ingegni che si affiatavano a vicenda, senza nulla perdere delle proprie caratteristiche, si andava preparando miglior avvenire all’Arte della nostra giovane letteratura nuova. In quell’epoca scarseggiavano i giornali letterari popolari in Italia; la maggioranza dei lettori volgevansi di preferenza ai lavori di Francia, poiché da noi punto o poco si produceva in fatto di letteratura facile ed amena. Per le biblioteche e per i gabinetti di Lettura si posavano soltanto riviste dotte, mensili; riviste non scevre di pedanteria, riservate a scrittori troppo noti e maturi, dagli ideali defunti; schiave della tradizione, gravi di erudizione, esse non trovavano che pochi sonnecchiosi lettori. Mancava il soffio, il sentimento della modernità che rendesse la vita nuova, e soddisfacesse le menti avide dei giovani irrequieti in quella plumbea artificiosa atmosfera letteraria. Onde, quando il prof. Molineri fondava in Torino le Serate Italiane, con intenti più largamente popolari, esse si onorarono in breve della cooperazione di quanti nuovi ingegni scattavano fuori di squadro in Piemonte ed in Lombardia. In esse il Faldella, che già aveva collaborato nella Rivista Minima di Milano, cominciò a pubblicare le sue Figurine state scritte in parte qualche tempo prima in campagna, nella schietta freschezza dei paesaggi, senza convenzionalismo, con acuta osservazione ed intuizione della vita reale. Carluccio – Lord Spleen – Dies – Galline bianche e Galline nere – Sull’organo – High Life contadina – I fumaiuoli – Gioberti e Radescki – La figliuola di latte – Un amore in composta – Gentilina – La vita nell’aja, vi passarono come zaffate di benefica aria frizzante, in uno schioppettìo di buonumore salubre, eccitando la curiosità dei giovanotti, e anche delle ragazze, ma di quelle non troppo artefatte e illanguidite dalla panna del romanticismo di convenzione. Erano scene, bozzetti di vera vita nostrale colta, appunto, oggettivamente; e odoravano come i paesaggi migliori della Sand, in Fadette, André, François le Champi16.

In perfetta armonia con le pagine dell’estroso narratore di idilli edificanti e paesani, del bozzettista faceto e bonario che inanella gli exempla edificanti di Figurine, gli Ammaestramenti dei Moderni si inscrivono nel nuovo orizzonte delle «Serate Italiane» a partire dal dicembre 1877. A tale altezza cronologica la dispo15

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Se ne vedano gli indici Serate Italiane (1874-1878), a cura di Dina Aristodemo ’t Hart, presentazione di Giorgio Petrocchi, Roma, Edizioni dell’Ateneo, 1981. Carlo Rolfi, Prefazione a Giovanni Faldella, Una Serenata ai Morti, cit., 1884, pp. 16-18; 1982, pp. 73-75.


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ammaestramenti dei moderni

sizione dello scrittore è oramai delineata entro coordinate ben precise, aggregando combinazioni plurime che con inconfondibile timbro saldano il nevrotico impegno della ricerca stilistica e l’inclinazione moralistica, che finirà con il predominare nell’ultimo Faldella storiografico, oratorio e celebrativo, rapsodo dei fasti risorgimentali. In realtà, fino dai primi passi, l’identità dello scrittore appare in bilico costante tra il divertissement espressionista, ironico e aristocratico, e il miraggio di una letteratura di tono medio, familiare, che «ha da essere morale», secondando la più intima inclinazione dell’intellettuale ottocentesco, risorgimentale, impegnato a promuovere una letteratura ‘nazionale’ intenta a «fare gli italiani e farli galantuomini», con la volontà di stabilire un nesso strettissimo tra «letteratura» e «popolo»: Se disgiunti, il pubblico seguiterà a vivacchiare a fior di terra al piano dei rospi senza sollievo spirituale ed estetico: ed i letterati continueranno a cantare per le vie strapazzando e falsificando le note come orbi non ascoltati17.

L’«imminente pubblicazione» dell’«elegante volumetto» è annunciata nella rubrica Arti e Scienze dalla «Gazzetta Piemontese» già il 24 novembre 188418. Il primissimo recensore degli Ammaestramenti è, non a caso, il fraterno amico dell’autore Vittorio Turletti, al quale Faldella aveva dedicato la «figurina» Gioberti e Radescki (Baruffe di politica paesana)19. Egli apparenta il nuovo «almanacco letterario», che raccoglie e commuta la verità profonda e feconda di una ricca quantità di sentenze sull’amore, sull’amicizia e sull’arte, alla illustre famiglia di «Guadagnoli, Correnti, Mantegazza, fabbricatori di lunari poetici, patriottici o scientifici»: Giovanni Faldella s’è dato a far lunari. Tra breve troveremo il suo ritratto colla barba aumentata di qualche spanna, col cappello a cono in testa, con un canocchiale a 45 gradi accanto e in quelle sembianze in cui abbiam visto finora il gran pescatore di Chiaravalle riconosceremo il romito di Saluggia. Allora noi mediteremo sulle trasformazioni della carriera letteraria, ripenseremo al Faldella romanziere, al Faldella giornalista, al Faldella deputato, che ci lasciò quella salita a Montecitorio così bizzarra ed acuta, al Faldella, infine, scrittore patriottico che attinse tante belle ispirazioni alle pagine della storia moderna del nostro paese, e dopo tutto lo ringrazieremo di non aver sdegnato di comparirci davanti anche sotto le sembianze di Sesto Cajo Baccelli e della Sibilla Celeste20. Giovanni Faldella, Le nostre Lettere. Ristretto di una cicalata, in «Serate Italiane», i, n. 24, 14 giugno 1874, pp. 379-382 (381). 18 Un almanacco di Giovanni Faldella, in «Gazzetta Piemontese», 24 novembre 1884, p. 3. 19 «Ai fratelli Celestino e Vittorio Turletti: – il primo pittore di osservazione arguta e gentile, arieggiante con il pennello, lo stile del Dickens; – il secondo ufficiale nell’esercito e nelle lettere, mio stesso reggimento, medesima compagnia» (cito da: Giovanni Faldella, Gioberti e Radescki (Baruffe di politica paesana), in Figurine, Milano, Tipografia Editrice Lombarda, 1875, pp. 101-133 (101); a cura di Giansiro Ferrata, Milano, Bompiani, 1942, pp. 89-121 (89); a cura di Giansiro Ferrata, premessa di Maria Corti, Milano, Bompiani, 1983, pp. 122-155 (122); a cura di Alessandra Ruffino, presentazione di Claudio Marazzini e Giuseppe Zaccaria, Novara, Interlinea, 2006, pp. 101-133; 101). 20 V.[ittorio] Turletti, Libri e periodici. Gli ammaestramenti dei moderni, di Giovanni Faldella – Amo17

Ammaestramenti dei moderni  

di Giovanni Faldella - a cura di Francesca Castellano

Ammaestramenti dei moderni  

di Giovanni Faldella - a cura di Francesca Castellano

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