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Michele Barbieri

Il Novecento è terminato da un quindicennio, ed è tempo di darne un giudizio – ma senza rifarne la storia, bensì mettendone la personalità alquanto frantumata dinnanzi ad uno specchio non troppo deformante. Respingendo il progetto d’una costituzione europea, col referendum del 2009 la Francia ha rinunciato al suo ruolo storico di laboratorio costituzionale, e l’Europa ha perduto il ‘senso’ della politica. La mano è passata ai tedeschi. Nello spazio d’un secolo noi vediamo rinnovarsi per la terza volta, ma con mezzi pacifici, lo sforzo egemonico che premierebbe nella Germania l’unica grande nazione occidentale ancora priva di riconoscimento in un suo Secolo. Resta da vedere se il XXI conoscerà un primato tedesco anche sul piano immaginario, oltre che bancario.

Salvator Rosa e la filosofia

Questo è un saggio di Estetica Politica: studio di personalità immaginarie còlte o rese in una forma, e discusse per giudizi. Il neologismo “Imagologia”, che vorrebbe titolare una disciplina accademica di studio delle opinioni sulle personalità nazionali, rende solo in minima parte la varietà delle forme logiche politecniche e politiche, o filologiche metafisiche e drammaturgiche, sotto cui si presentano le personalità immaginarie in generale. I nostri sensi possono contemplare il pensiero, e cose invisibili possono rendersi discutibili in un giudizio politico mediante lunghi procedimenti politecnici.

Lo Spavento è frutto di un momento di raccoglimento, allorché un uomo come Salvator Rosa dovette interrogarsi circa la sua indole e la sua vocazione. Invitato a praticare discipline di virtù morale, e forse anche fisica, con ermetico pudore egli dichiarò la sua rinuncia al sacrificio ingrato. Un filo ideologico lega quest’opera a dialoghi come il De voluptate di Lorenzo Valla; e simili filosofie letterarie o figurative possono suggerire prosopopee d’una moralità opposta rispetto al raccoglimento penitenziale del Secretum petrarchesco. Partendo dai giudizi della critica su di una personalità empirica, in questo libro la trattazione perviene, in generale, ad una critica del giudizio di deciso orientamento antistoricista e anticriticista. Questa è un’opera politica che va contro Socrate e contro Kant per la logica e la morale, contro Spinoza per la metafisica. Ma essa va anche contro Rimbaud per la poesia. Non da un ragionato sregolamento di tutti i sensi, bensì correggendo la tipica indole dispersiva dell’intellettuale italiano può riprendere forza il nostro ingegno nazionale. Al paradigma poetico: sincerità di Saba, precisione di Gozzano, virilità di Quasimodo può ben corrispondere in filosofia il paradigma: sincerità di Montaigne, precisione di Valla, virilità di Leibniz. Il quarto requisito dell’eleganza può assolvere il ruolo pragmatico di “giustizia”, o forma, nel redigere i due libri platonici della città e dell’anima.

michele barbieri salvator rosa e la filosofia

Ammesso un cuginato somatico fra Seicento e Novecento, è stato scelto un epicentro sismico capace di mettere in movimento tutto un vasto macchinario di associazioni. Specchiarsi nel Seicento può giovare al Novecento, perché alla filtrazione degli emblemi provenienti dall’antichità, o dal subconscio, il XX secolo ha preferito una fenomenologia delle apparenze riordinata in un’ermeneutica delle bibliografie. Con le avanguardie novecentesche, e in particolare col surrealismo, noi disponiamo di accessi antropologici agli stati contemplativi degli albori poetici; ma una pratica dispersiva ha distolto l’attenzione dalle potenze seminali residenti nella percezione e nell’auscultazione. Occorre correggere la lezione surrealista con pragmatico raccoglimento politecnico.

La personalità del Novecento allo specchio di una critica del giudizio

Michele Barbieri è stato ricercatore in Filosofia Politica presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Siena. Ha pubblicato due dittici monografici dedicati a poeti e filosofi greci e tedeschi (Goethe e Kant; Eschilo ed Eraclito). Ha cercato di promuovere una disciplina di Estetica Politica, concepita come studio delle relazioni politecniche della politica con l’immaginazione, anziché con l’amministrazione. Alle pratiche della creatività ha dedicato studi raccolti in De l’estensione, mentre ai relativi quesiti teorici dedica ora questo studio. Nato come complemento iconografico a De l’estensione, esso ha finito per diventare complemento costruttivo a Manierismo di Kant.

€ 50,00

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Michele Barbieri

Salvator Rosa e la filosofia La personalitĂ  del Novecento allo specchio di una critica del giudizio


© 2015 Società Editrice Fiorentina via Aretina, 298 - 50136 Firenze tel. 055 5532924 fax 055 5532085 info@sefeditrice.it www.sefeditrice.it isbn: 978-88-6032-345-3 Proprietà letteraria riservata Riproduzione, in qualsiasi forma, intera o parziale, vietata

In copertina: Savator Rosa, Lo Spavento, particolare (Galleria degli Uffizi, Firenze) Referenze fotografiche delle illustrazioni fuori testo: copertina, 8: inv. 1890 n. 1423, su concessione del Ministero per i Beni e le Attività Culturali 1-b: Photo © Belvedere, Wien 1-c: Photo The Bridgeman Art Library 2: Photo © Christie’s Images / The Bridgeman Art Library 4, 38: © Foto Scala, Firenze 9, 10, 16, 17, 19, 20, 21, 22, 34, 54, 55, 59, 61: su concessione del Ministero per i Beni e le Attività Culturali 12, 13, 53: su concessione della Fondazione Horne 14: © Trustees of the British Museum 18: Statens Museum for Kunst/National Gallery of Denmark, www.smk.dk 23: from the Collection at Althorp 25, 42-49: Istituto Nazionale per la Grafica, su concessione del Ministero per i Beni e le Attività Culturali 27: Fc 305, © Arti Doria Pamphilj srl 40: The J. Paul Getty Museum, Los Angeles 41: photograph © The State Hermitage Museum. Photo by Vladimir Terebenin, Leonard Kheifets, Yuri Molodkovets 56: © The Fitzwilliam Museum, Cambridge 60: su concessione della Fondazione Torino Musei 65: © BPK – Bildagentur für Kunst, Kultur und Geschichte 73: reproduced by permission of Chatsworth Settlement Trustees 75a-b: Musée Jacquemart-André – Insitute de France © Studio Sébert Photographes 76-a, 76-b: © by SIAE 2012 76-d: © Centre Pompidou, MNAM-CCI, Dist. RMN-Grand Palais / Philippe Migeat È vietata la riproduzione o duplicazione, con qualsiasi mezzo, delle immagini contenute nel volume. L’Editore è a disposizione di tutti gli eventuali proprietari di diritti sulle immagini riprodotte con i quali non sia stato possibile mettersi in contatto.


Al mio amico fraterno Peter Thompson

La vista è il più acuto dei sensi concessi al nostro corpo. Essa però non vede il pensiero. Quali straordinari amori ci procurerebbe il pensiero, se potesse elargirci una qualche chiara immagine di sé, e delle altre essenze degne d’amore da contemplare! Platone Per ea quae videntur et absunt ad illa, quae non videntur et sunt. Blondel


Indice

presentazione21 introduzione: come una ouverture politecnica

37

I – Un trattato francese, un repertorio tedesco e un problema italiano Chaïm Perelman Klaus Heitmann Un senso italiano delle cose

40 41 46 54

II – I sensi della politica Una filosofia da letterati I sensi delle facoltà Rifarsi da sé I sensi della ragion pura Il secolo del cinema Il senso dell’idea Il senso dell’essenza – ossia la forma

56 56 60 62 65 69 71 74

III – I sensi del giudizio Rappresentare ed esprimere L’unità del senso e lo smembramento logico L’integra unità di un archetipo Bergson da canto La pigrizia di un’avanguardia Sensi novecenteschi in Rosa

76 76 79 82 86 93 99

IV – Posizione del soggetto Intellettualismo I sensi della poesia: libertà, conoscenza, amore Il contributo soggettuale russo Il Novecento fra Medioevo e Barocco

103 104 107 112 116

V – Posizione dell’oggetto L’etica dell’esortazione e l’etica della contemplazione La perdita di senso della cosa nell’oggetto I sensi canonici e anticanonici: sincerità, precisione, virilità, eleganza

120 121 124 126


VI – Unità sentimentale Soggettività romantica e soggettualità barocca La tecnica oracolare della ripetizione

130 130 133

parte prima: giudizi della critica

135

I – L’assunto e il pregiudizio Masquelier Carducci, Ozzòla, Salerno

135 136 140

II – Analisi della rappresentazione I filosofi in Rosa

143 143

III – Osservazioni e congetture artistiche L’impianto Il genio di Rosa Teatro Teatralità in pittura

147 147 153 155 159

IV – Osservazioni e congetture caratteriali Le Satire Marito e padre Il professionista e il narcisista

160 161 166 170

parte seconda: giudizio sulla critica

175

I – L’Italia di Sabino Cassese e i margini d’indipendenza del giudizio

175

II – Giudizi categoriali e genealogici L’Uomo del Seicento e del Novecento L’Uomo romantico e moderno

181 182 186

III – L’impossibilità del genere medio e l’analogia L’antiretorica della drammaturgia IV – Accessi teorici all’uso del giudizio De Sanctis e Croce Destrutturazione del sentimento Una critica da letterati ‘futuristi’ e ‘cubisti’ L’entomologia satirica

188 190 194 194 199 203 207


V – Accessi teorici all’uso dell’immagine Uberto Limentani Luigi Salerno

211 212 214

VI – Retorica dell’immagine Possibilità di uno stoicismo ‘tridentino’ Leandro Ozzòla Ruolo del pregiudizio “Lo filosofo nigro” degl’intellettuali Una vitalità desolata VII – Intellettualismo novecentesco e barocco La pretesa del fondamento Stefano Causa e la satira della critica Stefano Causa e la satira dell’immagine

216 216 219 222 223 226

VIII – Poesia del giudizio La forma vorticosa del giudizio La forma lapidaria del giudizio Il Novecento in quattro giudizi Miseria della sentenza Il Novecento in un’omissione di giudizio

240 241 244 246 248 251

parte terza: critica del giudizio

257

I – Preamboli Il Giudizio come rimorso e come pregiudizio Il giudizio come soggettualità Il giudizio come triplice unità Il giudizio come essenza, come predicato e come assoluto Il giudizio come enciclopedia Il principio mistico della creazione senza il giudizio

257 261 263 264 266 267 271

II – L’effluvio dell’emanazione e il pleroma dell’espressione Marcel Raymond e il senso del Novecento Attivismo romantico Il senso malinteso del Novecento Un senso beninteso Kierkegaard, il sacrificio d’Isacco e la caduta della Francia La stravaganza analogica, o il senso della ragion pura

278 279 282 286 288 289 295

230 230 234 238


III – Accessi teorici alla cosa e all’oggetto in quanto inestesi Fenomenologia della percezione novecentesca L’attualismo di rimbalzo della percezione fetale in Merleau-Ponty Indigenza fenomenologica d’un complemento ermeneutico Il vero ‘atto’ immediato del silenzio e dell’ascolto Il fenomenismo teatrale di Carmelo Bene e i compiti dei nostri filosofi L’intercettazione delle nozioni più complesse Una captazione della “tetraggine”: il maresciallo Davout di Tolstoj

296 296 302 305 309 311 315 318

IV – Accessi teorici alla cosa e all’oggetto in quanto estesi 1. Sotto l’aspetto per lo più letterario La forma ermeneutica di Schleiermacher Integrità del ‘comprendere’ ed erraticità del ‘Verstehen’ Il senso della contrizione nel fermo ‘comprendere’ 2. Sotto l’aspetto per lo più figurativo I due massimi giudizi politici del Novecento Il castigo del Bambino di Max Ernst La contrizione ignota alle viscere ribelli Un repertorio figurativo delle sostanze psichiche Corrispondenze con un repertorio poetico Corrispondenze con un repertorio logico La logica e la mistica

320

V - Fenomenismo, o perdita fra esteso e inesteso 1. Riguardo per lo più alle materie L’avanguardia teoristica e l’istinto reazionario di un Bernard L’angustia della cella creativa e gl’infiniti possibili aldilà L’immaginazione “fabbricante a tutta forza” degli autori ‘maggiori’ La quiete degli autori ‘minori’ Un istinto poetico italiano Il “superamento” dei sensi 2. Riguardo per lo più alle forme Nascita dell’Avanguardia: l’orizzonte grigio spezzato da un lancio colorato Il barocco di Rosa e di Rimbaud Cecità dell’infinito, onniveggenza del finito Il senso spaziale espresso nell’oggetto

371

320 322 326 331 336 336 340 345 350 353 361 366

371 372 376 380 382 386 389 393 393 398 403 408


VI – Relatività del canone e proprietà transitiva degli schemi  Modelli canonici, o i paradigmi di Amos Funkenstein La cattiva mistica dell’approssimazione alla Sostanza Uso in giudizi delle dodici dimensioni d’una cosa Metafisica vecchia e nuova VII – Accessi teorici alla poesia fenomenista Assunti teorici principali I teorismi di Antonio Machado I cenacoli dell’ermeneutica Contrattualismo semantico lockiano La silenziosa guida dello Spavento di Rosa Concretezza fenomenologica della prosopopea Concretezza ermeneutica della prosopopea VIII – Vizi fenomenisti e barocchi  La camera a bolle della sensibilità Consistenza dei flussi di particelle La verità della cosa al di là della forma e del soggetto Il significato dello Spavento per il mondo contemporaneo

416 418 425 430 433 435 435 440 444 446 451 456 460 465 466 471 477 480

appendici Appendice prima: sull’impianto logico generale

487

501 507 511 513

Tavola prima: Tre Colori Tavola seconda: Le interviste impossibili  Tavola terza: L’anima tedesca Tavola quarta: L’invenzione della Francia 

Appendice seconda: due esempi di fenomenismo musicale a confronto

515

517 529

La fabbrica illuminata di Luigi Nono Maria di Venosa di Francesco d’Avalos

Appendice terza: esempi dell’unità complessa di un’orchestrazione

553

Mozart, Don Giovanni; dall’aria di Don Ottavio Il mio tesoro Verdi, Otello; dall’atto III scena II Wagner, Die Walküre; dall’atto II scena II Wagner, Die Walküre; dall’atto II scena IV

558 561 568 573


Appendice quarta: sui rapporti della poesia con la politica e con la vita civile

583

585 588 591 594 596 599 603 608 611

Il canone letterario come problema del giudizio in generale La poesia politica e la politica nella poesia Il sentimento del genere e l’osservazione delle specie La modernità della metropoli e del consumo La politica interna La politica estera Le categorie sensibili del giudizio politico Il ritorno della poesia sulla cronaca Elenco dei titoli completi delle raccolte menzionate in apertura

Appendice quinta: quattro composizioni di émile bernard

613

A Kaira la vittoriosa Il santo L’agonia Sacrificio Note Commento

614 618 624 628 634 635

Appendice sesta: un secolo di surrealismo per arturo schwarz

643

indici Indice onomastico665 Indice tematico677 Indice chironomico691


Indice delle illustrazioni fuori testo (tutte, salvo indicazione, di Salvator Rosa)

Introduzione 1-a. Claude Monet, Il giardino a Vétheuil 1-b. Claude Monet, Un viale del giardino a Giverny 1-c. Claude Monet, La casa di Giverny fra le rose 2. Émile Bernard, Il café-cabaret 3. Edouard Manet, Il bar delle Folies-Bergère 4. Jacques-Louis David, La morte di Socrate Parte Prima 5. Pietro Grossi, Senza titolo 1 6. Pietro Grossi, Senza titolo 2 7. Louis-Joseph Masquelier, L’Effroi 8. Lo Spavento 9. Il Ponte 10. Il Ponte (particolare) 11. Lo Spavento (schema) 12. Campagna coltivata 13. Campo coltivato 14. L’Accademia platonica (disegno) 15. L’Accademia platonica (incisione) 16. Due filosofi con un libro 17. Tre filosofi in lettura 18. Democrito in meditazione 19. La selva dei filosofi 20. La selva dei filosofi (particolare) 21. Lo Spavento (penna) 22. La Menzogna 23. Alessandro e Diogene 24. Il Genio di Rosa (penna) 25. Il Genio di Rosa (disegno) 26. Il Genio di Rosa (incisione) 27. Francesco Rosa, Belisario cieco e mendico 28. Belisario 29. Giovane con un quadro 30. Creuzer – Guigniaut, Artemide Efesia 31. Guglielmo di Malavalle penitente 32. Il cortigiano del Genio (penna) 33. Il cortigiano del Genio (incisione) 34. Battaglia 35. Didascalia apposta all’incisione del Genio


Parte Seconda 36. Autoritratto come filosofo 37. Pablo Picasso, Giovani fanciulle danzanti 38. Umberto Boccioni, Visioni simultanee 39. Vasilij Kandinskij, Mosca I 40. La Fortuna 41. Democrito e Protagora 42. Soldato 1 43. Soldato 2 44. Soldati 1 45. Soldati 2 46. Soldati 3 47. Soldati 4 48. Contadini 49. Paesani 50. Combattimento di tritoni 1 51. Combattimento di tritoni 2 52. Caduta dei giganti 53. Mercante in cammino 54. Scena di porto 1 55. Scena di porto 2 56. Humana Fragilitas 57. Frine e Senocrate Parte Terza 58. Max Ernst, La Vergine castiga Gesù bambino 59. Caravaggio, Testa di Medusa 60. Antonello da Messina, Ritratto Trivulzio 61. Lorenzo Lotto, Giovane malato 62. Jean-Baptiste Perronneau, Olivier Journu 63. Charles Le Brun, Les passions de l’âme 1 64. Charles Le Brun, Les passions de l’âme 2 65. Edouard Manet, La colazione nello studio 66. Monsù Desiderio, Architettura immaginaria 67. El Greco, Resurrezione 68. Francisco Goya, Assalto alla diligenza (1786-1787) 69. Francisco Goya, Assalto alla diligenza (1793) 70. Piero della Francesca, Resurrezione 71. Astrea s’affida ai pastori 72. Astrea s’affida ai contadini 73. Il sogno di Giacobbe 74. Jusepe de Ribera, Il sogno di Giacobbe 75-a. Rembrandt van Rijn, Cena in Emmaus 75-b. Rembrandt van Rijn, Cena in Emmaus (particolare elettronico)


76-a. Vasilij Kandinskij, Senza titolo 76-b. Vasilij Kandinskij, Piccolo sogno in rosso 76-c. Vasilij Kandinskij, Sopra – Sotto 76-d. Vasilij Kandinskij, Azzurro di cielo 77. Stregoneria 78. Kurt Seligmann, Senza titolo 79. Óscar Domínguez, Macchina da scrivere 80. Émile Bernard, Combattimento di cavalieri 81. Émile Bernard, Ritratto di André Bonger, sua moglie e É. B. 82. Émile Bernard, I musicanti 83. Vasilij Kandinskij, Domenica antico-russa 84. Émile Bernard, Madeleine al bois d’amour

Indice delle illustrazioni nel testo (escluse le tavole musicali)

Introduzione Pietro Grossi SuonoSegno 94 Parte Prima Ando Gilardi Studi sulla cinesica di Vittorio Gassman 151 Parte Terza Dell’autore Tavola Dupont – Dupond 269 Dell’autore Tavola Dostoevskij – Carné 276-277 Max Ernst L’Esprit de Locarno 342 FermiLab Chicago Tracce di transiti e di collisioni in una camera a bolle 467 Appendice Sesta Luis Bun~uel Salvador Dalì Un chein andolou 651


Indice delle fonti iconografiche Italia Roma: Calcografia Nazionale Roma: Galleria Doria Pamphilj (©Arti Doria Pamphilj) Firenze: Galleria degli Uffizi Firenze: Gabinetto dei disegni e delle stampe della Galleria degli Uffizi Firenze: Galleria Palatina Firenze: Museo Horne Firenze: Associazione Pietro Grossi Milano: Fototeca Storica Ando Gilardi Torino: Palazzo Madama, Museo Civico d’Arte Antica Venezia: Gallerie dell’Accademia Sansepolcro: Museo Civico Francia Paris: Musée du Louvre Paris: Centre Pompidou Paris: Musée Jacquemart-André Paris: Musée d’Orsay Paris: Musée Marmottan Monet Marseille: Bibliothèque de l’Alcazar Austria Wien: Kunsthistorisches Museum Wien: Oesterreichische Galerie Germania Hannover: Sprengel Museum (© Foto Scala, Firenze) München: Neue Pinakothek (© Foto Scala, Firenze) München: Städtische Galerie im Lenbachhaus Spagna Madrid: Museo Nacional del Prado Regno Unito London: British Museum London: National Gallery London: Courtauld Institute of Art Cambridge: Fitzwilliam Museum


Althorp: Collection at Althorp Renishaw: Raresby Sitwell Collection Chatsworth: Devonshire Collection Olanda Amsterdam: Rijksmuseum Vincent van Gogh Danimarca Kjøbenhavn: Statens Museum for Kunst Stati Uniti New York: Hahn Collection New York: Metropolitan Museum (© Foto Scala, Firenze) Los Angeles: Paul Getty Museum’s Collection Washington: National Gallery Russia San Pietroburgo: State Hermitage Museum Mosca: Galleria Tre’tjakov Svizzera Bern: Kunstmuseum Svezia Göteborg: The Gothenburg Art Gallery


Nota editoriale dell’autore Salvo errori o sviste, l’uso della virgolettatura rispetta i seguenti criteri: 1) Virgolette a sergente «…» per parole altrui nel contesto originale. 2) Apici doppi “…” per parole altrui sottratte al contesto originale (le tecniche di “superamento”) o riferite all’uso abituale altrui (i cosiddetti “materiali”) oppure per parole di terzi inserite in una citazione virgolettata a sergente. 3) Apici semplici ‘…’ per significati traslati attribuiti nel mio contesto a parole comuni (una poesia che voglia essere ‘nuova’) o per neologismi e parole del tutto insolite (genealogie per lo più ‘costoleggianti’). Ho rinunciato all’uso degli apici doppi, preferendo i semplici, allorché qui si parla di autori ‘maggiori’ e ‘minori’. La preferenza si spiega col rigetto del canone sancito dalla tradizione degli studi letterari che per il giudizio di un filosofo non può avere alcun senso. Ho viceversa rinunciato, in molti casi, a segnalare con apici semplici i significati particolari da me attribuiti alla parola ‘senso’. L’origine di questi significati è rosiana: «E tu cuor mio non vedi, alma non pensi, che per la via dei sensi» (dal Lamento, musicato da Uberto Bandini). Le indicazioni chironomiche numerate fiancheggianti il testo rinviano alle rispettive illustrazioni nella sezione iconografica.


Ringraziamenti Nonché sobbarcarsi la lettura dei numerosi tapiscritti mia moglie Paola Luciani ha spesso per giunta sopportato l’imperversare dei miei pensieri divaganti prima o dopo le successive stesure. L’esercizio di semplificazione indispensabile per riuscire a farmi capire da lei ha sempre esercitato un effetto positivo per la chiarezza dei rifacimenti. Anche se il lettore troverà che ciò non sia bastato io le sono comunque grato. Ringrazio altresì Michela Landi per avere acconsentito ad essere la prima lettrice professionale (non sospettabile di complicità, o d’assuefazione domestica) di uno dei tanti ‘ultimi’ tapiscritti. Senza nascondermi divergenze di giudizio, il suo lavoro è stato prezioso per sciogliere ermetismi di pensiero o per mondare corrività abituali della mia scrittura come ridondanze terminologiche e lutulenze sintattiche. Ogni oscurità o incongruenza residua è dovuta soltanto alle mie ostinazioni o a stravaganze polemiche. Ringrazio per la sua liberalità la Casa Musicale Sonzogno di Piero Ostali. Le immagini elettroniche di Pietro Grossi sono state fornite dall’Associazione Pietro Grossi di Firenze per gentile concessione della signora Marcella Chelotti Grossi. Ringrazio infine per la cortese collaborazione il personale della Biblioteca dell’Alcazar di Marsiglia. *** Soltanto a stampa iniziata ho conosciuto il libro di Floriana Conte, Tra Napoli e Milano. Viaggi di artisti nell’Italia del Seicento. vol. II: Salvator Rosa (Edifir, Firenze, ottobre 2014). Lo stesso vale per il libro sulla personalità figurativa del Novecento di Philippe Daverio, Il secolo spezzato delle avanguardie (Rizzoli, Milano, novembre 2014). Il riconoscimento del ruolo secolare ottenuto dal surrealismo grazie al libro di Arturo Schwarz, Il surrealismo ieri e oggi. Storia, filosofia, politica (Skira, Ginevra Milano, luglio 2014), è anch’esso arrivato per me troppo tardi. Anziché malamente costiparlo nella trattazione già ferma, salvo qualche accenno, ho preferito riservargli un posto a parte, che merita, nell’Appendice Sesta. Senza poterlo consultare, all’ultimo minuto ho appreso dalla stampa l’uscita del libro di Caterina Volpi, Salvator Rosa “pittore famoso”, Ugo Bozzi Editore, Roma 2015. Lo stesso vale per il libro dedicato da Carlo Ginzburg al significato ideologico del gesto: Paura, reverenza, terrore. Cinque saggi di iconografia politica, Adelphi, Milano 2015


Presentazione Noi, che non siamo kantisti, desidereremmo che l’Italia avesse anch’essa la sua filosofia italiana. Vincenzo Cuoco Da ragazzo mi lamentavo sempre con mio padre perché non avevo giocattoli. E lui mi diceva (indicando la testa): “Questo è il più grande giocattolo del creato! È qui il segreto della felicità!” Charlie Chaplin

La critica del giudizio riconosce ancora oggi la sua origine criticista, oppure continua ad esercitarsi subendo condizionamenti storicisti. Perciò essa non dispone liberamente della sua logica, né dei suoi materiali. Formulare il sottotitolo di questo libro come “La personalità del Novecento in una critica del giudizio” non sarebbe bastato a presentarne il carattere: occorreva proprio parlare di uno “specchio”. Questo libro si propone di essere un saggio italiano di filosofia politica pertrattata come un’estetica. Afferisce all’estetica ogni ricerca che obbedisca a discipline sensibili, o si giovi largamente di strumenti razionali tipici della sensibilità comunicabile e discutibile; è pertrattato ogni argomento sul quale si ritorni mediante nuovi accessi, o per variazioni perfettive; è politica ogni indagine che si prefigga o non escluda una sua finalità nel giudizio; è italiano un modo d’orientarsi e di concepire, di sciogliere e d’unire, che un non-italiano sentirebbe facilmente animato da “qualcosa d’italiano”. Quest’ultima specificazione può sembrare una tautologia inutile riguardo al giudicato (perché dovrebbe bastare essere italiani per fare qualcosa d’italiano), e uno strano anacoluto riguardo al giudicante (un italiano pretende d’estraniarsi in un percepire non-italiano). Se non che ogni voler- o dover-essere animato da spirito di riforma implica una dissociazione: un personale e un logico partirsi da sé non troppo extra-vagante, continuamente rimbalzante su sponde adiacenti interne ed esterne, proprie ed altrui. Diversamente, ingaggiando battaglia sull’uni-


22  Presentazione

tà preliminare con se stessi, ad una riforma italiana non basterebbe che praticare un ostinato e cieco “servo arbitrio” tutto italiano, oppure basterebbe gettarsi in un pecca fortiter all’italiana sulla scorta (per esempio) di soli autori italiani selezionati secondo un canone di genialità autoctona – e questo è proprio ciò che mi guarderò bene dal fare. Il sōma nazionale può essere sēma di una mente giudicante e riformatrice nel doppio significato di ‘segno’ e di ‘sepolcro’: e un italiano che proponga una riforma del sentire filosofico e poetico deve perciò saper scegliere quando e come svelarsi o seppellirsi nel suo sōma. È facile, tanto per capirsi, pensare ad un esperimento come quello delle Odi barbare di Carducci. Ecco: rispetto alla consueta produzione accademica, l’impianto e la procedura argomentativa di questo libro potranno apparire al lettore, quanto ai contenuti, molto simili ad una migrazione barbarica; ma quanto alle forme si tratterà, per l’appunto, soltanto d’una questione di metrica e di accenti, di ritmo e di quantità distributiva. In ogni caso, per non perdere il suo tempo il lettore deve sapere fin d’ora che in questo libro si prescinde risolutamente da quelle che sono (come sono state chiamate) le “cronache” della filosofia italiana professionale. Un paio di libri possono bastare per conoscerle e per giudicarle con un’impressione di mancanza di libertà, di originalità politecnica e di vera autonomia di pensiero.1 A onore dell’Italia bisogna dire che simili impressioni, le quali risultano essere di fatto il bilancio di gran parte del nostro Novecento, non sono caratteristiche generali tipicamente italiane, bensì appartengono alla fisionomia della nostra filosofia professionale: per tutto il resto, infatti, bisogna invece riconoscere che nella scienza nell’industria nelle arti e nello spettacolo la vita italiana si distingue per la sua originalità – ovvero, nella vita politica e amministrativa, nonché nell’esercizio della giustizia o nei costumi, si distingue per le sue anomalie. Nulla contro la professione, s’intende: il dilettantismo è certamente un pericolo – chi lo nega? Ma chiunque si meraviglierebbe di scienziati, di storici o poeti che leggessero soltanto i libri dei colleghi; ed è invece abbastanza facile constatare che per i filosofi la lettura di altri filosofi costituisce l’occupazione di gran lunga prevalente, mentre le loro curiosità sono troppo spesso fatte di soli dilettantismi. Soltanto i compositori di musica li superano, perché di solito non conoscono neppure le curiosità dilettantesche – massimamente quando, evitando il cimento drammaturgico della parola, sottopongono anche la voce umana a quell’autoreferenzialità strumentale che fa il più grave dei torti alla migliore sensibilità del nostro genio *** 1   Mi riferisco alle Cronache di filosofia italiana di Eugenio Garin (Laterza, Bari 1955 e 1959) e al volume nel quale Pietro Rossi e Carlo Augusto Viano hanno raccolto i contributi presentati al convegno torinese del 1988 su Filosofia italiana e filosofie straniere nel dopoguerra (il Mulino, Bologna 1991).


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Chi conosce le cronache della filosofia italiana (anche superficialmente, come il sottoscritto, che non se ne cura) sa che esse sono le cronache italiane della filosofia. E chi bene intende il significato più tecnico del termine “cronaca” sa che esso è stato usato per significare ‘l’attualità’ del filosofare nella storia e nel pensiero. Nel Novecento italiano una simile ‘attualità’ ha politicamente corrisposto ad un progetto di pratica (variamente mediata) unificazione fra storicismo e attualismo culminato nei primi tre decenni del secondo dopoguerra. “Cronache” non è solo una metafora, poiché Eugenio Garin ha preferito attingere alle riviste e ai giornali piuttosto che alle monografie rivedute e conchiuse: uomini e dottrine risultano considerati come «espressione di un tempo» e «come forze che in un tempo agirono».2 Si tratta di un ‘tempo’, dunque, finemente suddiviso e non di rado istantaneo, sul quale si distribuiscono in continuità generale gli atti del pensiero pressoché indistinguibili dalle azioni. Rispetto alla storia gli ‘atti’ sono a un dipresso ciò che l’analisi matematica chiamerebbe le ‘derivate’ ricavate in ogni singolo punto della curva. Ora, il significato geometrico della derivata è quello della tangente: ogni variazione di percorso di una curva si spiega con l’applicazione ad ogni suo singolo punto di variazione di una forza di fuga, rappresentata mediante un vettore tangente. Il significato filosofico dell’analogia è immediato: il cosiddetto “atto” non può essere che un impulso di stravaganza, e l’attualismo dovrebbe presentarsi come tutta quanta una filosofia dell’eccezione. Le cronache della filosofia dovrebbero aggiungere eccezione ad eccezione, e celebrare le avventure impulsive degli stravaganti – avvenga che può della curva. E invece, come tutti ben sanno, non è così, dal momento che sui nostri filosofi un’accelerazione costante centripeta verso lo Stato o verso la corporazione professionale esercita la sua forza come un richiamo irresistibile. Il centro può essere di volta in volta domestico o (per lo più) esotico; ma in ogni caso bisogna riconoscere che, se un carattere di originalità la filosofia italiana del Novecento ha veramente avuto, è in definitiva proprio questo: d’essere riuscita a normalizzare, e anzi veramente a castigare la stravaganza proprio mediante un’esaltazione dell’atto. Altre filosofie nazionali sortiscono nel conformismo della mentalità – ma non servendosi, con le stesse mani, del suo opposto. La teoria di Darwin è tutta quanta basata sulla variazione individuale, vale a dire sulla fuga del punto per la tangente, ed è stata invece interpretata come una teoria della conformità ai caratteri normali della specie – ma non dalle sue stesse sue mani. Kant ha normalizzato con le sue mani l’etica amministrativa del personale subalterno dello Stato – ma si è sforzato di farlo con mezzi che considerava (lui, almeno) coerenti allo scopo, e non con mezzi opposti. Il fatto di riuscire a tenere 2

  Garin 1959, pp. vii e viii della prima Avvertenza.


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unito l’atto e il suo contrario, facendo servire quello a questo, presuppone che il filosofo si muova dentro un sistema mentale chiuso. E il fatto è confermato dai fatti, cioè dalla storia: la militanza o la complicità o la connivenza o la sottomissione, come si voglia, ad un regime totalitario come il fascismo non poté essere casuale. Esso offriva le circostanze storiche ideali a sinergie logiche chiuse e complete. Una lettura attenta dei nostri filosofi novecenteschi capostipiti (ma anche dei loro successori nostri contemporanei) potrebbe mostrare l’esistenza d’un certo clima d’asfissia anche sul piano letterario, terminologico e sintattico. A noi, qui, interessa far altro. Oltre al fatto di muoversi in sistemi mentali chiusi (sebbene alimentati), un risultato tanto sorprendente come quello raggiunto in Italia non si può ottenere senza ricorrere a qualche espediente. Ora, il maestro di uno schema logico di suddivisione infinitesimale, per lo più inversamente graduata secondo tendenze finite verso opposti, e non verso degl’infiniti che non siano approssimativi a un limite – questo maestro, dunque, è Leibniz. Il fatto che l’attualismo sia stato il prodotto di mode e di climi wagneriani nicciani e bergsoniani, e non abbia mai riconosciuto (che io sappia) il suo debito fondamentale verso il calcolo infinitesimale mostra tutta la sua inestirpabile natura umanistico-retorica e le sue idiosincrasie scientifico-politecniche. Un contatto diretto col vero pensiero di Leibniz avrebbe lasciata aperta la porta sui tre secoli del grande pensiero moderno, mentre invece, preferendo muoversi per difetto di filologia e per semplice indigenza culturale fra le ricadute accademiche delle grandi dottrine, il criticismo kantiano creò gli strumenti per fare della filosofia il mestiere dei professori di filosofia che nell’età contemporanea ci siamo abituati a conoscere inquadrati nei ruoli della pubblica amministrazione. È vero che l’avere ridotto per programma ministeriale la filosofia a storia della filosofia è cosa che Kant non si sarebbe mai sognato di prevedere; ma resta il fatto che per due secoli, insomma, non ci siamo saputi liberare da quello che fu, nell’insieme, il rifacimento provinciale dei principali assunti teorici lasciati dal grande pensiero moderno di Cinque- Sei- e Settecento. Il rifacimento per assunti e per rami discendenti si chiama (naturalmente!) “superamento”; e la nostra età contemporanea ripropone in realtà manierismi teorici, sulle orme del primo manierista – al quale effettivamente riuscì di realizzare per lo meno quest’unico vero “fondamento”. Se oggi noi c’interroghiamo sui possibili caratteri di una filosofia italiana, è anche perché sappiamo benissimo (anche senza mai dircelo) che esiste senza ombra di dubbio una filosofia tedesca. Ma un problema simile sarebbe stato del tutto incomprensibile agli uomini dell’età moderna o, tantomeno, agli antichi e agli scolastici. Al francese che gli disse gli italiani non intendersi di guerra Machiavelli ribatté i francesi non intendersi di politica – ma a nessuno


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dei due passò per la mente che ci fossero una politica e una guerra francesi o italiane. Oggi non sarebbe, e non è, più così: le cose sono cambiate con Kant e con l’idealismo romantico. In una famiglia tanto stretta, com’è l’europea, i comportamenti autistici di un suo componente particolarmente forte e ingombrante condizionano l’intero gruppo risvegliando istinti di rigetto, di contro-identificazione oppure d’emulazione. Dopo la pesante professionalizzazione filosofica entrata in vigore sotto il Secondo Reich, che fece da modello in genere alla professionalizzazione accademica italiana, nessuno avrebbe potuto, senza subire serie conseguenze, affermare che la filosofia contemporanea nasce storpia da sotto la parrucca d’una mente limitata, negando che Kant abbia mai superato alcunché avendo, semmai, tutto spigolato e rifatto destreggiandosi alla meglio e ad oltranza. E se l’immagine del claudicante non piace o non convince, si pensi allora ai salti sulle fortissime zampe posteriori del canguro, che porta già nel marsupio i piccoli che gli assicurano la successione. I programmi ministeriali, poi, misero in marcia le legioni dei docenti di scuola che devono giurare sulla conformità dell’opinione ai caratteri della specie. Ma se la bara di Leibniz fu seguita soltanto dal suo servo, simili sviluppi non furono (come si dice) “storicamente necessari”. La differenza tra due epoche la fa l’affermazione dello Stato amministrativo. È una ragione di più per dire che storicismo e attualismo, come dottrine puramente teoriche, “in sé”, avrebbero anche potuto liberamente legittimare con l’aiuto di quelle scienze, che ripudiarono, le proprie dottrine; e che oggi noi potremmo parlare ben diversamente della filosofia contemporanea, o almeno della filosofia italiana, in quanto scelte diverse furono meramente pregiudiziali – come dire: l’effetto d’una mentalità a sistema chiuso. E dunque la ricerca dei caratteri d’una filosofia italiana dovrebbe anche giovarsi di opinioni relative all’antropologia nazionale dei nostri intellettuali. Se non che il dire che oggi noi “potremmo” parlare ben diversamente implica il riconoscimento di un ruolo, sul piano logico e metafisico, alla ‘possibilità’; e ciò trova disponibili soltanto gli spiriti liberi e gli stravaganti che prendono di preferenza la propria strada – proprio come vediamo fare al Giovane nello Spavento. Rispetto alle situazioni illustrate nelle “cronache”, dunque, in questo libro si va invece in una direzione completamente diversa, muovendo sotto le antiche e moderne costellazioni che proteggono gli amanti di quelle cose che anche ici-bas demeurent toujours. La verità come ‘senso’ delle cose e cercata nella permanenza non è una smentita della variazione: perché, per quanto riguarda ogni possibile stravaganza, io credo che per fare della filosofia in qualche modo ‘italiana’ un italiano debba avere il coraggio di andare per la propria strada e di fare da sé, guidato soltanto da istinto e talento, oltre che da varie buone pratiche. E solo chi verrà potrà giudicare circa una possibile risorgente italianità dei risultati.


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*** Chi intanto lavora con la filosofia, però, deve interrogarsi sulle possibili ragioni di una caratteriologica inclinazione alla conformità considerata come dipendenza teorica dall’estero. Essa costituisce uno dei tratti principali della nostra antropologia nazionale, e ancora oggi le divisioni non sembrano molto diverse da quelle che facevano schierare i Comuni dalla parte del Papato o dell’Impero. È penoso constatare che da parecchie generazioni i filosofi italiani non si mettono al lavoro che sul mercato internazionale, allo scopo d’inseguire correnti in via d’esaurimento, o autori sopravvalutati, per poter affermare con soddisfazione che «i libri che si leggono in Italia sono gli stessi che si leggono a Parigi, a Berlino o magari a New York».3 Si leggono, sì, ma non si scrivono – se non per dividersi per miscele e dosaggi intorno ai libri altrui. I sostantivi usati negli esami delle “cronache” per dare un significato positivo alla relazione tra la filosofia italiana e i suoi territori metropolitani (specialmente tedesco) sono: “acquisizione, diffusione, introduzione, assimilazione, smontaggio, fedeltà, opposizione, sistemazione, condizionamento, integrazione, apporto, intersecazione, richiamo, deviazione, convergenza, neutralità, novità, apertura, ripresa, rielaborazione, rinnovo, utilizzabilità, penetrazione, riscoperta, ricezione, recezione, affinità, innesto, radicazione, paradigma, annessione”. Qualche volta compaiono un “netto rifiuto”, una “contrapposizione” e una “avversione” – ma si fa presto a capire che si tratta o di arroccamenti tra fazioni domestiche, oppure di una preliminare chiusura verso le scienze, o ancora di preferenze del tutto personali (un Preti che dice francamente ciò che vale davvero uno Husserl; la Vanni Rovighi che sfida i pregiudizi su Sartre prima del bailamme lukacciano).4 I volonterosi sono inseriti nelle genealogie delle scuole e subiscono vicende di cattedre (“allievo di… a sua volta allievo di…), sollevando interrogativi sulla sociologia degli intellettuali che però non interessano alcuno. Chi s’è cimentato teoricamente col problema del giudizio, anche partendo da basi giuridiche, non s’è mai curato, per esempio, di constatare l’assenza di storie ideologiche della magistratura, osservata attraverso le sentenze. Gli storici del diritto accademici, abitualmente impegnati in convegni di studio sul diritto della navigazione nell’Alto Medioevo, non ne hanno mai sentito il bisogno – probabilmente per pudore: una simile storia sarebbe troppo spesso una rassegna di complicità e di vergogne. Per l’appunto una “cronaca”. Non sono io a parlare di «un grigiore comune» e di pensieri «distaccati … tutti illuminati da una medesima luce» – è il Garin delle Cronache. L’utilità di “crona3   4

Rossi e Viano, p. 12.   Ivi, passim.


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che” italiane (o d’una storia della filosofia fatta, diciamolo brutalmente, coi ritagli dei giornali) consiste nel riconoscersi in un’antropologia nazionale che vuole essere «concreta», sì, ma che non è mai del tutto “intera”. Di tutto quanto non rimane se non ciò che già era, o che è sempre stato, attraverso periodici “rovesciamenti”. Pur parlando talvolta di “concorrenze” o “integrazioni”, nello spazio di nove pagine delle Cronache il positivismo si rovescia in fenomenismo o idealismo, il sistema positivo di Ardigò si rovescia nella centralità dell’uomo, la natura si rovescia nella storia, l’hegelismo di Spaventa si rovescia in positivismo. E anche il pragmatismo non è, in definitiva, che attualismo – ma senza rovesciamenti, però: solo che venga “integrato” con «l’altro principio» della forza realizzatrice del soggetto. Che è poi, per l’appunto, nientemeno che la vera idea del pragmatismo: il suo «unico criterio di verità e di valore».5 A che pro’, dunque, l’integrazione? Senza dire che si ignora il significato principale del pragmatismo: ciò che Verdi chiamava “inventare il vero”. Quando parla dell’ortodossia hegeliana di un Augusto Vera, «destinata a cristallizzare il movimento dialettico in una totalità in cui un mistico dissolvimento risolve ed annulla ogni storia», Garin si guarda bene dal sospettare una possibile contaminazione schopenhaueriana che abbia potuto dare l’imbalsamazione mistica ad un hegelismo stecchito. E come avrebbe potuto, senza ammettere un qualche debito inconfessabile verso Schopenhauer dell’Atto, che “può chiamarsi anche Vita, Sentimento, Volontà”, e che “è puntuale ed infinito”? Possiamo supporre che sarebbe inutile mettersi a studiare le ragioni che renderebbero plausibile una contaminazione fra le idee non risultante negli atti stampati: contrastando così mentalità e pregiudizi di chi sta «sulle cattedre, nelle accademie e nei libri». Eppure gli interessi pragmatistici di Vailati e di Calderoni mostrano che “il fatto è condizionato dall’idea che permette di trovarlo”. Leggendo di un Gentile che nel 1914 esclama: «Viva il positivismo!», e d’un Bertrando Spaventa che “si rovescia” in positivista dichiarando che «il positivismo è la vera espressione dell’esigenza contenuta nel vero idealismo», chi cerca “l’atto” si frega le mani soddisfatto – ma chi cerca le idee resta con un pugno di mosche. E chi voglia trovare l’equivalente sul piano delle idee dell’operazione continuistica effettuata da Garin con le “cronache” deve cercarlo in un pensiero così prensile, versatile e in definitiva anodino come quello di Antonio Banfi.6 Non sarebbe soltanto una maligna insolenza, credo, supporre che anche la filosofia italiana, di pari passo con la storia concretamente attuata, abbia 5   6

Garin 1959, pp. 9, 10-11, 11, 18; e p. 95.   Ivi, pp. 16, 56; x; 30; 15 e 19. Per la damnatio accademica sancita dagli hegeliani, suppongo, e non per i suoi dilettantismi, i libri di Schopenhauer non si leggerebbero: in Rossi e Viano il suo nome non compare una sola volta; e (come quello di Leibniz) viene menzionato una sola volta nelle Cronache di Garin per citare un sommario giudizio altrui.


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conosciuto un continuo trasformismo – aggravato dalla teorizzazione. I sermocinanti giudizi personali seminati nelle Cronache dal Garin non alludono ad altro. Ciò conferma quanto sono venuto discutendo in questo libro: filologia e giudizio, positivismo ed estetica, sono due forze concorrenti e approssimanti di volta in volta sul medesimo oggetto, sì – ma da sponde diverse, del tutto indipendenti: conformemente (sotto il profilo logico e metafisico) a un dualismo sostanziale risolto in essenze per gradazioni infinitesime informi, ovvero finite e formali, e tuttavia ignaro o noncurante di alcun “superamento”.

*** La resistenza blanda opposta alla dipendenza esterna è, da noi, solo un’eccezione che conferma la regola; la resistenza netta, invece, è per lo più cattolica – e dunque cosmopolita, non davvero ‘italiana’ se non in quanto è fortemente ideologica. Identici caratteri, opposti, hanno i più diversi appigli al passe-partout (nonché lasciapassare) d’un marxismo che non esiste senza la Guerra Fredda, senza il Partito Comunista Italiano e senza un mediatore di mezza cultura come Togliatti. Qualche coraggioso guarda anche all’America e vuole ragionare con la propria testa sull’esistente anziché sull’Essere e sul Nulla; ma in prossimità del cortile di casa cambia solo di mano all’ombrello. In Abbagnano, per esempio, il rilancio teorico del ruolo della ‘possibilità’ come scelta razionale perfettiva avviene ancora sotto l’insegna “trascendentale” di Kant anziché schiettamente, coraggiosamente, sotto il nome di Leibniz – cosicché un Vailati muore prematuramente per la seconda volta; e per la terza volta, anzi, quando da Königsberg Lombardi parte per Amsterdam alla ricerca di ciò che avrebbe potuto trovare a Lipsia. Eppure un simile rilancio avrebbe potuto contrastare l’uso ideologico del primato metafisico della Sostanza sull’Essenza che, come un’irresistibile deriva, nel cosiddetto “neo-marxismo” degli Anni Sessanta, per esempio, servì per esaltare tutti gli aspetti anarcosindacalistici della lotta di classe: dai luxemburghiani ai terroristici, dagli assistenziali ai demagogici. Un vero flagello, per chi conosca abbastanza un paese come l’Italia. Inteso come primato della direzione politica sui movimenti sociali spinti dalla mera recriminazione, dalla sete di gustizia o dal semplice bisogno, il primato dell’Essenza era già stato (ed era ancora di nuovo, con la Cina di Mao) storicamente identificato con i grandi totalitarismi – oppure cercava di riaffermarsi in un ruolo vagamente nazionalistico mediante la politique d’abord di un De Gaulle. Non fu facile, e in definitiva risultò praticamente inefficace, il tentativo di separare dall’alveo del marxismo posizioni (come le leniniste, o le trockiste) che ripristinassero in qualche modo il senso dello Stato o che, comunque, riaffermassero il primato della politica


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sul “movimento” – vale a dire dell’Essenza sulla Sostanza. La formula gramsciana del Partito come “nuovo principe” risultò inservibile, in questo senso – e fece anzi peggio. Ma peggio di tutto fecero, in definitiva, i nostri intellettuali e filosofi: i quali nell’intera stagione storica brillarono vuoi per la loro assenza, vuoi per la mancanza d’autonomia nei confronti del “nuovo principe”, vuoi per la volonterosa complicità nell’assecondare “il movimento” da varie tribune. È stata “filosofia italiana” anche questa – se non che nessuno, e non senza ragione, si è curato questa volta di scriverne le “cronache”. Trascorso un quindicennio dalla fine del secolo XX, il momento sarebbe pure arrivato – ma evidentemente ci si domanda se ne varrebbe la pena. Per l’intelligencja filosofica di sinistra il 1989 non ha significato assolutamente nulla – assai meno del fallimento di Guevara, o del golpe cileno del 1973. Con la caduta del Muro di Berlino essa semplicemente ha messo il capo sottoterra; e non ci si può attendere che dalle margotte scaturiscano filosofie della Revisione anziché filosofie del Nulla. Eppure Il mito dello Stato di Cassirer è uscito in Italia nel 1950, e il congresso della SPD a Bad-Godesberg è del 1959. Ma chi negli Anni Ottanta in Italia pensò di rilanciare il primato della politica (chiamandolo però “autonomia del politico” mediante la suggestiva inversione del genere del sostantivo, o la sostantivazione dell’aggettivo) andò a ripescare un Carl Schmitt: vale a dire che preferì riciclare l’ennesima appendice del più tedesco soggettivismo titanico d’origine romantica.7 Per dare forma sensibile al rapporto fra intellettuali e “movimento” basterebbe ricordare le lapidarie parole di Charlie Chaplin in Luci della ribalta (1952): il pubblico «come folla è un mostro senza testa, che non si sa da che parte si volterà. Può essere spinto in qualsiasi direzione» (00.42). Trent’anni prima Adami e Simoni avevano già reso sensibilmente l’idea, ma senza definizioni, per il libretto di Turandot; e Puccini era stato quanto mai all’altezza del compito musicale. Ma ‘folla’ è concetto sociologico, e per la suggestione 7   Allo scopo di tacitare voci sulla mia supposta nullafacenza accademica (per scarsità di pubblicazioni), nel 1988 fui costretto a pubblicare in fretta e furia su ‘Studi Senesi’ un brogliaccio Sul primato della politica in Marx al quale stavo lavorando. Oltre ad un giudizio sull’anarcosindacalismo marxiano, il progetto del libro (che poi abbandonai) prevedeva l’interpretazione del leninismo, in generale, come rilancio del primato della politica o del senso dello Stato in una dottrina viziata da inconfessabili idiosincrasie regionali e personali (alla nascita di Marx i territori renani erano da poco passati alla Prussia per trattato; ed egli non volle né poté mai diventare uno dei tanti professori tedeschi di filosofia). Il libro prevedeva per giunta una rappresentazione del rapporto fra un singolo intellettuale isolato come Trockij (la sostanza inestesa, puntiforme, del pensiero cosmopolita) e il suo intero paese (la sostanza estesa come ‘natura russa’, o ‘anima russa’, o ‘indole nazionale’). Tutto si riduceva, in definitiva, a domandarsi come fosse stato possibile che il marxismo fosse finito nelle mani di uno Stalin in quanto carattere “più russo”. Il brogliaccio uscì, nello stato in cui era, un anno prima della caduta del Muro di Berlino; e oggi considero l’effetto di quella diffamazione accademica una vera fortuna. Anche i miei precedenti studi lassalliani furono abbandonati, allorché mi accorsi che Lassalle ebbe il senso dell’iniziativa politca, ma troppo talento politecnico demagogico dal quale scaturisce soltanto storia di partito, e nessun pensiero che non sia rifatto.


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esercitata dalla Rivoluzione Culturale cinese negli Anni Sessanta e Settanta si preferì parlare di “masse” e di “movimento”. Non aveva insegnato il vecchio Engels, mettendo il marxismo in soldoni, che tutto ciò che esiste si riduce a materia e movimento? La prima metà del XX secolo era stata tutta politica, e la seconda doveva essere tutta sociale. Rinunciando a stabilire, alla vecchia maniera ottocentesca, le leggi delle contorsioni di questo mostro, il cosiddetto hegelo-marxismo e il cattolicesimo sociale risolsero il problema con l’abbraccio della belva o con l’immersione nell’attualità. Quasi nessuno si curò di mostrare che anarcosindacalismo e demagogia sono nati insieme, fratelli gemelli, con Lassalle: Flectere si nequeo superos, Acheronta movebo. Epppure la sentenza di Chaplin è chiaramente divisa in due parti inscindibili: perché il mostro senza testa si volgerà dovunque – ma può essere spinto in qualunque direzione. Non sembra esistere un filosofo di professione che esca da un cinema con un’idea: non lo confesserebbe mai. Le idee vengono dai libri dei filosofi – cosicché più ignorante d’un filosofo sembra esserci soltanto un altro filosofo. Ma ciò che in uno specialista può essere scusato non lo è per lui. Allorché nel dopoguerra s’è verificata la paralisi dei fornitori tedeschi, è iniziato l’effetto di volano delle traduzioni, e si sono aperte al grande pubblico le discussioni coi francesi. Nella sua filosofia della storia Hegel non s’era curato di assegnare un ruolo all’America; e noncurante delle perplessità d’un Romagnosi, o almeno della profezia di Tocqueville, non c’è un solo filosofo che dopo lo sbarco del 1944 abbia riconosciuto per lo meno, che so?, nella dialettica un ruolo logico ai “terzi” esterni, ovvero un ruolo di accumulatore di potenza alla neutralità del centro fra due poli. Sebbene tutto il conoscibile non sia ormai altro che “rappresentazione”, la patria del cinema è rimasta sede di un paio di dottrine sospette, snobbate o derivate o integrate, come pragmatismo ed empirismo; e va da sé che la pura logica analitica non ha nulla a che fare con rappresentazioni o spettacoli. Nessuno sembra essersi curato del fatto che, in un clima culturale novecentesco suggestionato forse dai wagneriani teorismi attivistici durchkomponiert (vale a dire sull’unità sostanziale, non dialettica, pan- e trans-melodica), riducendo vita e pensiero ad un continuum l’attualismo, nonché uno storicismo senza più rivoluzioni, abbiano perso l’appuntamento con la fisica quantistica; e solo l’ermeneutica avrebbe potuto teorizzare le sue intercettazioni degli effluvi autoctoni considerandoli come altrettanti quanta, se la disciplina non fosse stata, com’è stata, prelevata dal suo alveo religioso originario per farne una scienza generale della certezza dei “fondamenti” nel sempiterno intento criticista. Si procede non soltanto scivolando, ma anche salendo o scendendo i gradini di una scala – e sostando, allo scopo di ridare indirizzo e slancio all’azione. Lo stesso uso wagneriano dei “temi”, del resto, rispettò nella pratica queste antiche regole di qualunque azione drammaturgica.


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Considero i quanta in senso filosofico, per un verso, nient’altro che i materiali, logici o teorici objet trouvé sui quali, ad ogni anche minima occasione, si è soffermata la trattazione di questo libro; e per un altro verso essi sono i prodotti di smembramento via via relativamente più semplici e concreti ai quali è possibile ridurre le nozioni più complesse. *** A scopo d’avvertenza preliminare ad uso del lettore indigente del suo tempo, un’altra anticipazione va ancora data in sede di Presentazione. L’idealismo italiano ha parlato più che a sazietà di “concretezza”. Preferendo l’uso di termini come unità delle sostanze e integrità, o complessità e costituzione degli esseri, da questo mio studio dovrebbe risultare con evidenza la vanità retorica, e persino l’ipocrisia dell’insistente pretesa idealistica di “concretezza”. Allo scopo di ottenere un’intuizione ‘centrale’ o ‘cittadina’ (vale a dire politica) dell’essere, l’andirivieni del pensiero sul piano verticale degli universali concreti, che fornisce la reciproca conferma tra le cose meramente empiriche e le pure idee, dev’essere accompagnato dall’andirivieni dell’osservazione sul piano orizzontale del graduato incremento e decadimento di potenze opposte, che giustifica le contraddizioni imprevedibili della cosa empirica in quanto è viva. Grazie ad un simile incrocio fra quelli che sarebbero, e sono stati, se no, due intellettualismi (autoritario il primo, platonico; e democratico il secondo, leibniziano) – grazie a simile incrocio, dunque, è possibile dotare un oggetto di una forma sua propria. Fare degli esseri nient’altro che i prodotti decaduti e frustrati di un’emanazione, se no, è inevitabile. ‘Concretezza’ dev’essere anche vita propria di un essere, e non il suo marchio di fabbrica o la sua data di scadenza. Il lettore vedrà se questo libro sia stato all’altezza del proposito. La fine di un Carlo Michelstaedter è la prova di ciò che accade al prodotto perfettamente fiducioso di una scuola, allorché si scontra con le vere concretezze del mondo e della vita il giorno dopo avere superato brillantemente tutti gli esami. Meglio stare in guardia, e prendere le cose da subito per un altro verso. Negli scritti idealisti la «totale fedeltà al concreto» farebbe «l’uomo signore della sua storia»; il concreto è “l’ideale che vive col suo limite” – ovvero l’individuo singolo; il concreto viene deturpato dal feticismo del fatto; esso è tecnica, è continua operosità esposta al rischio della decisione. In una medesima pagina il pensiero concreto viene «impietrato» dal pensiero astratto – ma d’altra parte «la natura… considerata nella sua concreta realtà, è il pensiero che il pensiero comincia a pensare come altro da sé; ovvero il pensiero fissato nella sua [della natura] astrattezza». Concreta è la sintesi hegeliana, e concretezza il processo


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storico, il pensiero, la mente, la storia, la filosofia e lo spirito. Concreto (va da sé) è l’intrinseco, mentre astratto è l’estrinseco.8 Se non che la condanna, che so?, di un Buonaiuti non ebbe nulla di “concreto”, vale a dire di teoricamente analizzato. Dal momento che quel suo «esperimento» era già stato «risolto e oltrepassato», la giustificazione di un Gentile rimane per noi soltanto «presupposta», non discussa. Il «doppio giuoco» del reietto dalla Chiesa che, «finché gli fu possibile», per continuare a pubblicare si servì di pseudonimi fu cosa immorale. La figura di un Gramsci innalzata ad austero paradigma morale fuori-scena ha reso possibile non soltanto la retorica sermoneggiante di tanti ipocriti, ma anche il traghettamento di attualisti e storicisti uniti verso il marxismo del dopoguerra. Ma quando invece Gramsci entra in scena davvero, e difende il Buonaiuti, il suo giudizio a Garin «non par giustificato».9 Chi oggi cercasse ancora attraverso l’anima di simili maestri la continuità d’una filosofia italiana, perché fatta “all’italiana”, non avrebbe tutti i torti, purtroppo. Se non che quando Croce e Gentile avevano ormai da tempo “superato” un Buonaiuti, un uomo come Alberto Della Ragione, per esempio, si piccò di acquistare tutte le opere d’arte che non venivano ospitate, che non venivano acquistate dai galleristi. Per fare le cose “all’italiana” si può anche partire da esempi simili, credo: coi quali si tornò e si tornerà sempre a rinfacciare alle corporazioni il primo bando sancito contro l’impressionismo. E se tanto ancora non basta, i filosofi del concreto come superamento del pensato nell’attualità del pensiero pensante possono essere congedati “alla russa” con il fulminante giudizio dell’autentico mascalzone senza ubbie superomistiche di Delitto e castigo (Svidrigajlov, VI 5): formulando una teoria geniale un uomo si convince d’essere un genio; e tuttavia deve cominciare a soffrire nel momento in cui si accorge «che ha saputo formulare la teoria, ma che non è riuscito a passare oltre senza stare a pensarci – e che quindi non è un genio»! Tanto vale per un Raskol’nikov, e per tutti gli adoratori di Napoleone come lui. Logico-ontologi superati – ma certi del superamento; anarchici – ma complici della dittatura; attivisti – ma chiusi negli studi; fuggitivi – ma vòlti a ritroso. Non sarà tratto distintivo dei filosofi italiani novecenteschi l’avere coraggiosamente oltrepassato la soglia della media ipocrisia indispensabile per esercitare la filosofia come professione? Eppure, nel 1905 un Francesco De Sarlo ha il coraggio di rammentare che il concreto dell’individualità, della singola persona, è «l’unità» della sua anima; e un Giovanni Calò si avventura ad affermare che la 8   Lo spoglio è tratto da una sola cinquantina di pagine di Garin (1959): pp. 14; 17, 18; 24; 31, 51 e 55; 52; 54 e 56, 58, 60, 66; 67. 9   Ivi, pp. 80-81. L’uso della formula impersonale (anziché: “non mi par giustificato”) è un cammeo.


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vera natura concreta di una personalità è un «tutto complesso». I simpatizzanti pragmatisti da parte loro rincalzano, battendo e ribattendo sull’idea di concretezza come integra unità della mente col suo «substrato fisico».10 Ora, il principale criterio che ha fatto da generica guida al giudizio in questo mio libro è stato, di preferenza, proprio quello di ‘integrità’ dell’essere. E per non piantare in asso il lettore davanti ad una mera sostituzione terminologica, devo spiegare che si tratta semplicemente di un concetto platonico arricchito. Quando nel Timeo si dice che l’unità di una cosa qualsiasi è fatta delle tre coppie di un “sopra e sotto”, di un “davanti e dietro”, di una “destra e sinistra”, io mi permetto (come cominciai stentatamente a fare nel saggio sul Primo Goethe, del 1995, allo scopo di fissare un canone ai miei giudizi) – mi permetto, dunque, di aggiungere altre tre coppie: ‘il dentro e il fuori’, ‘il pesante e il leggero’, ‘il chiaro e lo scuro’. In questo senso non parlerò, concretamente, soltanto di ‘unità’ di un essere, bensì proprio di ‘integrità’. *** Contro una filosofia compradora compaiono verso la fine del secolo XX i propugnatori di una italian theory, che tuttavia non riescono a scuotere i pessimisti, senza scuole né maestri, che se ne vanno in ordine sparso e restano senza storia. Vivendo i cambiamenti dei climi, essi scrutano i fronti nel cielo e credono in un attualismo meteorologico – per lo più editoriale. Ora, il lettore capisce facilmente qual è l’insolita, persino curiosa posizione di un uomo che cerchi la propria indipendenza “facendo da sé” in un paese che dimostra continuamente (e non solo in filosofia) di non riuscire, di non potere, mazzinianamente, “fare da sé”. I risultati originali sono sempre insoliti e imprudenti – e così è anche bene che siano. Il difetto d’autonomia e la dipendenza della personalità italiana sono fatti ormai antichi e “strutturali” (come si diceva una volta); si tratta di vedere se possano o magari debbano, invece, diventare dei fatti ‘costituzionali’. Cattaneo un tempo contro Mazzini e, a dispetto della storia, Cattaneo messo oggi insieme con Mazzini. Le possibilità sono due: o si costituzionalizza la dipendenza trovandoci attivisticamente (a tutta forza: hammering out, trotz alledem) i caratteri dell’originalità (e allora da Mazzini e Gioberti si può scendere giù fino a Malaparte e a Maccari – rassegniamoci: è la soluzione del teatro delle maschere); oppure si va in cerca di una costituzione concepita come essenza d’un rapporto fra più sostanze, autoctone e allotrie, non del tutto miscibili se non per continua somministrazione d’energia. Il ci10

  Ivi, pp. 62; 63; 58.


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ceone di Eraclito (che oggi chiamerebbe: lo zabaione) a non agitarlo, si separa nelle sue sostanze componenti, mentre una costante somministrazione d’energia può creare l’emulsione. Lo scopo della ricerca delle nostre sostanze nazionali deve dunque cambiare. Mediante una regressione ci si immerge in una condizione sentimentale muta, pensando però già alla risalita verso un’essenza cosmopolita che non è, se non in piccola parte, in nostro potere. La discesa in cerca delle proprie sostanze possiede le caratteristiche del percorso mistico, allorché si auscultano risonanze e si scrutano barlumi impercettibili ad altri in una residenza intima; ma la risalita è poi fatta di forme d’espressione sempre più luminose, leggere ed eloquenti che raggiungono la perfetta intelligibilità generale con la discutibilità della critica poliglotta. Chi ha cercato per la filosofia sostanze italiane le ha trovate nel Rinascimento, e nel pensiero dei soli filosofi. Non credo che questo sia un errore, bensì uno sbaglio: perché non già una parte intellettuale, considerata come la migliore dell’essere, bensì tutto l’insieme delle nostre più varie sostanze depositate ex-post, a cose fatte in un secolo di requie come il XVII, è ciò che conta per cogliere una personalità nella sua integrità. È questo insieme di cose che ci somiglia, e da cui oggi si può cercare di ripartire; ed esso si trova nel Seicento. Non enuncio di certo una novità dicendo questo, perché Manzoni in definitiva non ha detto altro. Alquanto più nuova o relativamente originale, invece, mi sembra la proposta di stabilire un cuginato fra XVII e XX secolo. Del tutto originale, per quanto so, è infine l’opinione secondo cui il surrealismo è la corrente che meglio può riassumere la condizione di spirito dell’uomo del Novecento. Per capirlo, a secolo concluso, bisogna osservarne la seconda metà, a surrealismo finito: si vede allora come, assai più che in ogni altra stagione storica, quest’uomo sia attraversato da una miriade di flussi dei quali si fa captatore paziente e a sua volta, per quanto è nella sua volontà e in suo potere, semplice riflessore oppure rigeneratore autonomo grazie a risvegli autoctoni. Il cinema ha rappresentato in forma epigrafica questa condizione di spirito con L’anno scorso a Marienbad di Resnais (1961), e in forma narrativa compiuta con Otto e mezzo di Fellini (1963).11 Altre correnti di creatività poietica (teoretica o artistica, poetica o scientifica) mostrano più decisamente i loro limiti in quanto sono state aspetti parziali d’una condizione di spirito più generica – vale a dire: esse sono interpretabili come reazioni diverse al fatto dell’essere noi continuamente attraversati da sciami di effluvi, mentre sarebbe meno convincente l’ipotesi che il surrealismo sia stato nient’altro che una superfetazione di quelle principali correnti (come non pochi 11   Su questo cuginato e il surrealismo, soltanto al momento della stampa mi è stata fatta notare l’imperdonabile omissione del nome di Vittorio Bodini.


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credono). Se si sceglie, in linea generalissima, di assegnare il primato alla potenza sull’atto, il modo del suo essere stato storicamente (coi difetti che non mancherò di evidenziare) conta meno delle motivazioni inconsapevoli e delle possibilità del movimento. *** Come si vede, questa Presentazione è fortemente improntata a spirito polemico; ma il lettore non creda che tale sia anche il tono costante di tutto quanto il libro. Il suo “basso continuo”, semmai, sì. A differenza di quanto feci nel 2007 con Manierismo di Kant, lo spirito e gli umori di questo Salvator Rosa vogliono essere il più possibile costruttivi, non meno di come è già accaduto negli studi De l’estensione (2011). Se avessi voluto insistere con la foga polemica, avrei scelto per l’immagine di copertina l’autoritratto di Rosa col motto: Aut tace, aut loquere meliora silentio. Esso costituisce la più veramente, la più profondamente italiana smentita non solo dei vaniloqui dei filosofi falsi grandi, ma anche di quei tanti veri meno grandi, i quali credono che “su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere”. Diciamo dunque che questo libro può essere considerato un invito a considerare filosoficamente anche tutto ciò che si può esprimere e fare innanzitutto tacendo. E ascoltando. Al cosiddetto “inizio” furono sempre condizioni il silenzio e l’ascolto – non come rapidi luoghi di transito, bensì come durature dimore di coscienza.


Salvator Rosa e la filosofia