Sector Noir #1

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Hot Album: BRUCE SOORD/JONAS RENSKE, FOALS Track By Track: THE OCEAN, HYPOCRISY People: JENS BOGREN CINEMA.LIFESTYLE.TRAVEL.CULTURE.REVIEWS

AMORPHIS, CULT OF LUNA, SKID ROW, NOSOUND, IS TROPICAL, THE FORESHADOWING, KEITH MERROW, DEERHUNTER, IL TEATRO DEGLI ORRORI...

Focus: ALCEST Special Guest: PAOLO FRESU Art: MARIO DUPLANTIER/GOJIRA Photography: LASSE HOILE

#1

2013

STEVE HACKETT Neverending GENESIS



Direttore Responsabile Roberta Mastruzzi Direttore Editoriale Federica Sarra - Fred@sectornoir.com Vicedirettore/Caporedattore Centrale Francesco Passanisi Francesco@sectornoir.com

Photographers Catherine Jane Robertson Jorre Janssens Illustrator Eleonora Antonioni Redazione sectornoir@sectornoir.com

Art Director Emelie Vandewalle

Contact info@sectornoir.com

Photo Editor Jean Philippe Woodland

Marketing adv@sectornoir.com

Grafica ed impaginazione Giacomo Cerutti Giacomo@sectornoir.com giacomo_graphic@libero.it Reviews Coordinator Iacopo Mezzano Editors (English text) Adam Soshnick Max Carley Traduzioni e consulenze linguistiche Irene Pennetta Emanuele Risso Contributors Eugenio Crippa Federico Sanna Francesco Melis Gabriele D'Angiolo Giacomo Cerutti Gioele Palazzi Giuseppe Felice Cassatella Gregorio Nastasi Mattia Bertozzi Stefano Solaro

In copertina Steve Hackett Photo: Jorre Janssens

Ăˆ severamente vietata la riproduzione totale o parziale dei contenuti, foto, loghi ed altri elementi contenuti nella rivista previa autorizzazione del direttore. "Testata in attesa di registrazione presso il Tribunale di Roma anno 2013" Sector Noir Š 2013


CONTENTS CHECK IN pag. 6

ENTER THE SECTOR

FOCUS Alcest COVER STORY Steve Hackett

pag. 8 pag. 11

INTERVIEWS Cult Of Luna Amorphis Skid Row Nosound Richard Sinclair The Foreshadowing Keith Merrow Elize Ryd /Amaranthe Inter Arma Hanging Garden

pag. 14 pag. 18 pag. 20 pag. 23 pag. 27 pag. 29 pag. 31 pag. 32 pag. 33 pag. 34

SPECIAL BAND Dean Allen Foyd Secret Sphere

EXTRA NOIR Is Tropical pag. 70 Il Teatro Degli Orrori pag. 72 Tre Allegri Ragazzi Morti pag. 74 Deerhunter pag. 76 HOT ALBUM Foals pag. 77 VISIONS Tim Buckley /Norman Seeff pag. 78 SPECIAL GUEST Paolo Fresu pag. 82 REVIEWS EXTRA NOIR pag. 64 STYLE OFF pag. 85

pag. 36 pag. 38

TRACK BY TRACK Hypocrisy The Oceans

pag. 40 pag. 42

REVIEWS/HOT ALBUM Bruce Soord & Jonas Renske

pag. 44

REVIEWS pag. 46 ART Mario Duplantier pag. 48 CINEMA Action Movie pag. 52 Rob Zombie pag. 55 PHOTOGRAPHY/ART Lasse Hoile pag. 56 CULTURE Stanley Kubrick e me pag. 60 THE STORY/HERITAGE Black Widow pag. 62 PEOPLE Jens Bogren pag. 64 TRAVEL Zoom on... pag. 66

ENGLISH TEXT Steve Hackett pag. I Amorphis pag. III Skid Row pag. V Keith Merrow pag. VII Elize Ryd/Amaranthe pag. IX Inter Arma pag. XI Mario Duplantier pag. XIII Is Tropical pag. XV



Don't Miss...La Tempesta Nella Foresta Festival ph. Daniele Bianchi

Future_Past... PRO-JECT DEBUT III

Hedonism! MARSHALL FRIDGE

check in Travellers...Plectrum by Ben Sherman

Rock On! WE Spring Summer Campaign 2013 What to read...On Stage, Tsunami Edizioni 6

Hot Summer, Cold Coffee illy illissimo


ENTER THE SECTOR LAYOUT BY GIACOMO CERUTTI


ALCEST

SHADES OF INFINITY Text Federica Sarra Photo Jorre Janssens

La sensazione che si ha parlando con Neige, mente creativa di Alcest, è molto simile ad un senso di pace. L'anima piÚ pura di questo artista sensibile dai modi pacati emerge non solo ascoltando i suoi lavori ma anche attraverso il suo modo di raccontarsi. Neige ci porta in una dimensione raffinata di rara bellezza. 8


FOCUS

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FOCUS

SURREALISMO La prima cosa a cui penso è Salvador Dalì, mi ricordo che visitai il suo museo in Spagna quando ero molto piccolo, ero con i miei genitori. Adoravo Dalì.

FRENCH WAVE C'è qualcosa di speciale nel sound delle band francesi anche se nessuna assomiglia all'altra. In molti mi parlano di uno stile francese ben preciso, essendo francese non me ne rento conto ma in effetti pensandoci bene emerge un'identità romantica, comune a tutte le band, molto for te.

THE CHAMELEONS Li ho scoperti cinque anni fa circa, all'epoca ascoltavo molto gli Interpol poi un amico mi consigliò di ascoltare questa band inglese alla quqle gli Interpol si ispiravano e da quel momento in poi ne sono rimasto folgorato. Album come Script Of The Bridge restano dei capolavori assoluti. In seguito i The Chameleon hanno fortemente infuenzato le mie produzioni, ad esempio in "Ecailles De Lune". Trovo che le loro melodie siano ineguagliabili.

SPLEEN Penso a Parigi, a Baudelaire, ad un'epoca romantica e decadente. Il concetto di Spleen mi riguarda molto da vicino perchè la mia musica è malinconica, molto legata a quell'immaginario, a quella corrente artistica.

ARTWORK È importante almeno quanto la musica per me e necessariamente deve andare di pari passo con ciò che voglio esprimere musicalmente. Testi, immagini e musica, tutto deve essere complementare per far comprendere la mia realtà alle persone che mi ascoltano.

TECNOLOGIA Sono poco competente in materia, ma penso che la tecnologia in generale sia utilizzata molto male, sempre più spesso solo per fini lucrativi e via dicendo, basta guardarsi intorno per rendersene conto.

SIGNIFICATO Il significato della mia musica? Faccio tutto questo per una necessità personale, cercando di costruire un universo quasi visuale. Il mio scopo con gli Alcest è quello di descrivere un luogo, che ho visitato quando ero bambino.

FATATO È qualcosa di estremamente personale. 2001 La mia prima demo, avevo 15 anni. Mi ricordo che facevo finta di andare a scuola e poi ritornavo a casa per registrare! All'epoca mi esprimevo con il Black Metal. Verso la fine del 2001 però decisi di intraprendere il progetto Alcest.

CITAZIONE Ce ne sono molte, ma penso ad una canzone, "I Saw The Sun" degli Slowdive, uno dei miei gruppi preferiti, i numeri uno per me. Amo la luminosità del brano, è un qualcosa che eleva l'anima verso l'alto.

VIAGGIO Il viaggio dell'anima, il mio album, il viaggio della vita dopo la vita, ciò che accade quando la nostra esistenza qui in questo mondo cessa per iniziarne un'altra altrove. Questa parola mi fa pensare anche al fatto di essere spesso "on the road", a quei tour lunghi e faticosi a volte.

DEBOLEZZA Preferisco la parola FRAGILITÀ, che non ha un'accezione negativa come debolezza. Nella mia musica cerco di esprimere un lato molto fragile, in questo senso ritengo di osare all'interno del contesto metal, mostrando senza remore tutte le mie insicurezze.

LUOGO Il mio paese, il luogo da dove provengo, o meglio, da dove penso di provenire. Non è qui.

PERSONALITÀ Non mi sento un leader o una rock star, ritengo che la mia musica sia qualcosa di molto speciale e diverso. La musica viene prima di me stesso. Io sono solo un mezzo, uno strumento, per descrivere un universo molto più vasto. Vorrei che la musica avesse un ruolo di primo piano e che i miei fan la percepiscano in maniera talmente forte da dimenticare tutto il resto, musicista compreso.

STAGIONE La Primavera, sicuramente. I primi giorni di questa stagione, quando tutto rinasce. 10


COVER STORY

STEVE HACKETT NEVERENDING GENESIS Text Federica Sarra e Francesco Passanisi

Photo Jorre Janssens

Per i più giovani, i due album Genesis Revisited I e II, sono state buone occasioni per scoprire Steve Hackett e i Genesis. Per altri, un omaggio dovuto ad una band la cui musica deve necessariamente continuare a vivere. Ore 8.30 del mattino, incontriamo un sorridente Steve Hackett in un albergo di Bruxelles, ecco cosa ci ha raccontato.

Puoi dirci qualcosa in più sulla tua uscita più recente "Genesis Revisited II: Selection", cosa possiamo aspettarci? È solamente una versione più corta di "Revisited II". È stata completamente gestita dalle case discografiche Inside Out e Century Media, è stata una loro idea questa versione più compatta. Abbiamo anche un ospite sul disco – Ray Wilson canta una delle tracce. Ray è attualmente l'unico che ha lavorato fisicamente con i Genesis. In un certo senso, penso che l'album abbia ancora una certa credibilità considerando che molte persone del music business hanno voluto unirsi al progetto. Abbiamo avuto i contributi di circa 35 persone tra ingegneri del suono, musicisti e cantanti. 11


COVER STORY

A proposito di cantanti, siamo curiosi riguardo la partecipazione di Mikael Akerfeldt come ospite. Com'è nata questa collaborazione? La prima volta che sentii la voce di Mikael fu grazie a Steven Wilson. Steven stava lavorando con lui al progetto "Storm Corrosion" a quel tempo e la sua voce aveva certe qualità che io stavo cercando, quindi lo invitammo a cantare alcune parti di "Supper's Ready". Sono stato contento di come la sua performance sull'album sia stata blueseggiante e carica di pathos. Simon, il figlio di Phil Collins è stato anche lui straordinario. Ho lavorato con Simon diversi anni fa su un suo progetto. Sapevo che era un grande cantante e batterista e ho immediatamente realizzato che sarebbe stato perfetto per questo album. Normalmente mi occupo io delle vocals nei miei album da solista, ma per questo progetto volevo essere solo il chitarrista, esattamente come lo ero nei Genesis. Come descriveresti il viaggio che hai intrapreso quando hai iniziato il progetto "Revisited Treatment"? Ho iniziato a pensare a degli show incentrati sul materiale che ho composto con i Genesis e ho capito che doveva essere spettacolare. Mia moglie Jo e io abbiamo cominciato a scambiarci idee ed opinioni e le abbiamo messe assieme. Non penso che le persone si aspettino che questi live siano così straordinari visivamente – Ho voluto che le immagini influenzassero e reinvetassero l'esperienza che le persone hanno avuto con queste canzoni. Durante alcune parti dello show sempra che viaggiamo nello spazio. Mi è costato anni e anni per riuscire a sviluppare questo progetto, tantissime menti brillanti sono state coinvolte oltre ai musicisti. Sono veramente orgoglioso di esserci riuscito. Fu questa la tua principale motivazione? Assolutamente si – è stata un'esperienza straordinaria. Ci ho lavorato tutta la mia vita e adesso sono eccitatissimo che si sia tramutato in realtà. Il tempo che hai passato nei Genesis quanto ha formato la persona che sei adesso? C'era molta competitività nei Genesis, avevamo tutti delle personalità forti e tanta energia. Quando entrai nella band eravamo tutti molto cooperativi gli uni con gli altri e questo mi ha aiutato a capire che alcune volte hai bisogno di passività e ricettività per funzionare. Ascoltare gli altri è una specie di colla che ti tiene assieme agli altri, alcuni erano ascoltatori migliori degli altri. I Genesis mi insegnarono a provare a sfruttare al meglio le potenzialità di ciascuna persona con la quale lavoravo. Anche prima dei Genesis ero un'idealista. Durante e dopo la mia permanenza nella band, la mia visione della musica si ampliò anche a generi che avevo tralasciato in un primo momento. Ho imparato che più viaggiavo, più vedevo e più leggevo spariva il bisogno di avere pregiudizi musicali. Durante la mia vita ho assistito e partecipato alla nascita della World Music e sono veramente orgoglioso di esserne stato parte. I Genesis furono anche molto fortunati ad avere una casa discografica gestita da un uomo come Tony Stratton-Smith. Era veramente una persona amabile che ci conosceva bene e sapeva come aiutarci a migliorarci nel tempo. Ho imparato veramente tanto da lui. Come descriveresti il tuo pubblico? Il tuo rapporto con loro è cambiato nel corso degli anni? Il mio pubblico copre molte generazioni – padri che vengono ai concerti con i loro figli ad esempio. Al giorno d'oggi, con internet, è molto facile restare 12


COVER STORY

in contatto con amici e fan. Cerco sempre di firmare più autografi e fare più foto possibile prima di ogni concerto ma, sfortunatamente, non c'è mai abbastanza tempo per tutti ma mi piace stare a contatto con il pubblico il più possibile. Pensi che ci sarà un grande cambiamento nel music business o che questo cambiamento sia già avvenuto? Beh, sembra che l'enfasi stia tornando sui concerti visto che i dischi si vendono meno. Le Case discografiche parlano di una percentuale di vendite formata al 90% dai proventi legati al download e solo il 10% di proventi legati al prodotto fisico, anche se io e i Genesis abbiamo provato l'esatto opposto. Rilascio il mio materiale su vinile, cd ed mp3 per fare in modo che sia facilmente disponibile per tutti. Siamo anche filmando 2 show per un futuro DVD Live. Penso che siano tempi molto interessanti e ho deciso di vederla sotto una luce positiva – Ogni nuova sfida apre solo una nuova porta. Le cose si fanno innegabilmente molto più difficili per le band più giovani per via della continua evoluzione della tecnologia e per via delle reazioni delle case discografiche a questa evoluzione, ma sarà sempre possibile vivere un sogno e guadagnarsi un seguito, anche se di nicchia. Non dimenticherò mai quei promoter che mi dicevano "Quello che stai facendo è morto, il progressive è morto." Non potevano avere più torto – il business è più vivo ora che in passato. Concordo, sembra che il Progressive stia vivendo una seconda giovinezza. Cosa ne pensi? Beh, è vero! Tu sei giovane eppure lo avverti anche tu, anche se penso che non esista nemmeno il progressive! Qualche volta la musica contiene elementi che ne fanno un "Crossover", dove più generi convergono nella stessa canzone. In un certo senso è come nel teatro – c'è storia, c'è fantasia e non ci sono regole! I Muse, ad esempio, mischiano un sacco di generi, ma possono essere essenzialmente catalogati come "Progressive". I loro show sono visivamente spettacolari ma se riduci la loro musica alle sue componenti fondamentali noterai che prendono spunto da tantissime influenze differenti. Elbow e The Mars Volta sono altre due band che sanno mischiare benissimo tanti generi. In una delle tue interviste, hai affermato che "La musica dei Genesis si rifiuta di morire". È una prospettiva veramente poetica. Puoi dirci cosa intendevi con quella frase? Si! Non solo la musica dei Genesis si rifiuta di morire ma continua a reincarnarsi. Penso che sia il songwriting a donargli questa longevità: In parte Rock, in parte classico, jazz, acustico... Ci sono diversi elementi teatrali. Grazie a tutti questi fattori, la musica dei Genesis è parte della storia e non può essere dimenticata. Quando muore la musica? Forse quando le persone perdono le loro radici musicali? Può morire la musica? Certo, è possibile, ma non ci ho mai pensato più di tanto. Naturalmente ci sono stati molti generi che sono scomparsi lungo la strada e penso che questo succeda quando il songwriting e le esibizioni mancano di visionarietà. La musica che racconta una storia avrà sempre maggiori possibilità di superare la prova del tempo. Una canzone può permettere alle persone di sognare e questo ha un effetto molto profondo. L'essere umano è molto sensibile alla musica che ha il potere di essere visualizzata, di scatenare sensazioni ed atmosfere. 13


CULT OF LUNA

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THE CULT IS ALIVE

SPECIAL INTERVIEW

Text Eugenio Crippa Photo Par Olofsson

Gli svedesi Cult of Luna sono una band decisamente fuori dagli schemi, a cui si fa spesso riferimento con l’appellativo di ‘collettivo’, dato che si tratta di una formazione di quasi dieci elementi che ha spesso cambiato line-up nel corso degli anni. Nati 15 anni or sono in seguito allo scioglimento di un gruppo chiamato Eclipse nella gelida cittadina svedese di Umeå, a due passi dal circolo polare artico, esordirono col botto nel 2001 con un album omonimo che valse loro un contratto con la storica etichetta inglese Earache: la loro evoluzione da un hardcore tout-court alla versione post/sludge li fece immediatamente accostare a nomi del calibro di Neurosis e Isis. Johannes Persson, da sempre guida spirituale dell’ensemble nordico, è stato raggiunto via Skype sfruttando un’occasione più unica che rara, la pubblicazione di un nuovo disco dei suoi Cult of Luna intitolato “Vertikal”. All’epoca di “The Beyond” (2003), secondo lavoro del gruppo, il brano “The Watchtower” fu selezionato per la realizzazione di un videoclip ufficiale, appositamente editato per scopi promozionali, scelta che fece probabilmente andare la band su tutte le furie. Stai parlando di qualcosa che accadde ben dieci anni fa… vuoi che commenti ciò che successe quando avevo 23 anni? È andata esattamente così come dici tu comunque, e per di più il videoclip è orribile! Non credo serva aggiungere altro… Il video più recente è invece quello dell’ultimo brano di “Vertikal”, “Passing Through”, cantato dal chitarrista Fredrik Kihlberg e presentato dalle parole di Johannes, che sostiene di “non aver mai ascoltato una canzone più onesta”. Interrogato sul perché di tale affermazione però, il mio interlocutore non si scompone, ma replica: non credo sia il caso di rispondere a questa domanda, è troppo personale. Anche in altri momenti la risposta è laconica ed in sostanza, che si tratti di sapere quanto trascorrerà da oggi ad una nuova futura release, se la band riuscirà ad imbarcarsi in un tour extra-europeo, oppure se i Khoma – altra formazione in cui milita Johannes – siano al lavoro su del nuovo materiale, la risposta è un semplice e lapidario “staremo a vedere”. Fortunatamente non è sempre questo il caso, a partire dal momento in cui ricordo a Johannes il nostro fugace incontro al concerto dei Cult of Luna, in compagnia di The Ocean e

LO!, lo scorso 23 aprile presso il Bloom di Mezzago, locale sperduto nelle pianure brianzole ad est di Milano. In quell’occasione ti feci i complimenti per il concerto, sottolineando come i suoni del locale fossero molto più buoni del solito, e la tua risposta fu che in realtà erano terrificanti. Quindi, o abbiamo assistito e nel tuo caso, suonato a due concerti diversi, oppure sei a dir poco un perfezionista. E magari anche per questo motivo abbiamo dovuto attendere ben cinque anni prima che un nuovo album dei Cult of Luna fosse pubblicato. Perfezionista? Può essere, anche se bisogna considerare che ciò che sentono le vostre orecchie durante un concerto è molto diverso da quanto sentiamo noi quando siamo sul palco. Per quanto riguarda il nuovo “Vertikal”, indubbiamente i Cult of Luna hanno degli standard parecchio elevati, ma a voler essere fin troppo pignoli si corre il rischio di restare bloccati anche di fronte ai dettagli più insignificanti. Onestamente, non mi piacciono troppo gli album registrati senza alcuna sbavatura, poiché risultano spesso noiosi ed inorganici. Con una line-up di ben sette elementi ed in passato la formazione era addirittura più nutrita, non dev’essere stato semplice riunire tutti quanti per la realizzazione di un nuovo capitolo a nome Cult of Luna, e forse anche per questo la sua realizzazione ha richiesto più tempo che in passato. In realtà non è così, semplicemente avevamo già deciso che ci saremmo presi almeno un paio d’anni di pausa prima di rimetterci al lavoro. È da quando abbiamo 18-19 anni (ed alcuni di noi erano anche più giovani) che portiamo avanti questo progetto, ed abbiamo altro da fare oltre alla musica: quest’ultima non è la nostra principale occupazione, non è un lavoro ma qualcosa che facciamo nel nostro tempo libero, una passione insomma. Oltre al lavoro, c’è chi deve badare alla famiglia, e ci è sembrato che questo fosse il momento migliore per prenderci una pausa. La domanda che viene spontanea a questo punto è: qual è il tuo vero lavoro? Lavoro nell’industria cinematografica come direttore del casting, tradotto in parole povere: abbino l’attore giusto al ruolo giusto. That’s what I do. 15


SPECIAL INTERVIEW

Nel frattempo però è stato realizzato anche l’audio-book “Eviga Riket” (2010). Non sapevo di questa release, scoperta al vostro banchetto del merchandise lo scorso aprile. Nel 2008 è stato pubblicato “Eternal Kingdom”, ed “Eviga Riket” che significa appunto “Regno eterno” in lingua svedese, può essere considerato la continuazione del concept di quell’album. È un esperimento, in cui volevamo spostarci dalla scena musicale a quella letteraria, e vedere come questa avrebbe reagito; ma anche una sfida per noi stessi, per vedere se saremmo stati in grado di realizzare qualcosa di diverso dal solito. In fondo ho sempre visto i Cult of Luna come una ‘storytelling band’, per cui questo tentativo è anche venuto abbastanza naturale. E qual è stata dunque la reazione del pubblico? Abbiamo esaurito la prima edizione in poche settimane, ed ora ci restano giusto una manciata di copie. Anche grazie a questo siamo stati in grado di registrare “Vertikal”, dato che chiunque può scaricare illegalmente i nostri album, mentre il libro è comunque necessario acquistarlo. Senza un tale supporto, difficilmente saremmo stati in grado di finanziare la realizzazione del nostro ultimo LP. Nel 2008 dicesti che consideravi strano che in molti spendessero tanti soldi, fra il tragitto e il biglietto d’ingresso, per assistere ad un vostro concerto. Lo pensi ancora oggi? Probabilmente non mi abituerò mai a questa cosa, all’impatto che i Cult of Luna hanno sui propri ascoltatori. Anche nel tour che è appena terminato, abbiamo suonato in città piccole e semisconosciute, in cui non immagini nemmeno che vi sia qualcuno che ascolta la tua musica. Eppure c’è chi ha pagato parecchio affinché questo avvenisse. Non posso fare a meno di considerarlo inusuale. Nell’immaginario collettivo la Svezia è un luogo pressoché immacolato, ricoperta per la maggior parte di foreste e paesaggi innevati, in cui la presenza della Natura si avverte molto più che in altre nazioni. Le vostre ultime produzioni però si distinguono più per tematiche ‘sociali’ e ‘metropolitane’ in cui rientra appunto anche il celebre “Metropolis” a cui “Vertikal” trae ispirazione. “Somewhere along the Highway” ed “Eternal Kingdom” facevano indubbiamente riferimento ai paesaggi immacolati tipici del profondo nord della Svezia (e ricordiamo che la città di provenienza dei Cult of Luna, Umeå, è prossima al Circolo Polare Artico, NdA), mentre questa volta abbiamo voluto spostare l’attenzione verso il contesto cittadino; siamo al sesto disco ormai, e non è semplice

rinnovarsi album dopo album. In molti non fanno altro che ripetersi costantemente, il che non corrisponde per nulla alle nostre intenzioni. Talvolta capita che alcune band, dopo diversi anni di inattività, tornino sulle scene con più album pubblicati in rapida sequenza. Pensi che questo possa essere il vostro caso? Non saprei dirtelo, sinceramente. Non è facile comporre nuova musica, ed è molto difficile trovare il tempo necessario... presto o tardi qualcosa salterà fuori. Più persone nel parlare dei Cult of Luna accennano al fatto che alcuni nella band siano vegetariani o vegani. Specialmente nella scena hardcore esiste questa attitudine detta straight-edge, che prevede rigide regole comportamentali e alimentari. I Cult of Luna nascono dalle ceneri di una band hardcore chiamata Eclipse… insomma, tutto torna… oppure no? Se vuoi intendere che il nostro songwriting abbia un qualche legame con le nostre abitudini alimentari, direi che questa connessione non ce la vedo proprio. Personalmente, ho scelto di essere vegetariano circa 18 anni fa perché volevo che la mia esistenza potesse recare danno il meno possibile ad altre creature, altri esseri umani, alla mia salute ed anche all’ambiente che mi circonda. Okay, in questo senso in effetti un legame può esserci, tra il mio essere vegetariano ed alcuni testi dei Cult of Luna, è un mio aspetto che si manifesta attraverso di essi. La parte conclusiva dell’intervista ha il suo incipit nell’analisi del curioso titolo “Following Betulas” ultima traccia di “Eternal Kingdom” (2008), che tradotto letteralmente "Inseguendo le betulle" suona davvero strano: il significato di quel titolo è tutto nei testi. Puoi navigare in Internet in questo momento? Cerca i testi di quella canzone online, vedrai che l’ultima riga recita “The white birches are alive, they are marching” (Le bianche betulle sono vive, sono in marcia). È una storia immaginaria con personaggi completamente inventati, sorta di creature metà uomini e metà alberi. Ed in fatto di ‘invenzioni’ i Cult of Luna non sono secondi a nessuno: quando si trattò di presentare il concept dello stesso “Eternal Kingdom” alla stampa, fecero credere di aver realmente trovato, nei dintorni di un ex-manicomio situato nei pressi dello studio di registrazione, il diario di tale Holger Nilsson, in cui egli raccontava di come uccise la moglie annegandola pur ritenendosi innocente; solo in seguito la band confessò che si trattava di una bufala e forse non è un caso che il video di “Passing Through” sia stato filmato in contesto del tutto simile. La chiusura è però affidata ad una 16


SPECIAL INTERVIEW

riflessione su un valore che, in un’epoca segnata sempre più da musica ‘liquida’ e intangibile, è difficile non peccare di superficialità, vista anche l’incredibile quantità di pubblicazioni che saturano la scena: Credo di capire ciò che vuoi dire, ma non sono sicuro che ‘superficiale’ sia il termine giusto. Piuttosto ritengo che si sia completamente perso il valore che la musica ha. Quando ero un ragazzino sceglievo in appositi cataloghi (qualcuno tra i lettori italiani ricorda per caso un certo Negative Mailorder?) da cui sceglievamo talvolta solo in base al nome del gruppo o alla copertina; si andava in banca ad acquistare dollari americani, li si infilava in una busta, ed una volta spedita si attendevano intere settimane prima dell’arrivo della merce. Quindi alla fine eri sostanzialmente costretto ad ascoltare quanto avevi acquistato e a godertelo fino in fondo. Ora non devi fare altro che aprire Spotify… and there it is! È molto triste per me, nonostante vi sia l’indubbio vantaggio di avere così tanta musica a disposizione. Ma, parlando da ascoltatore, è molto diversa

l’importanza che vi si dava quando era molto meno accessibile, quando qualcuno ti spediva dei mixtape contententi brani che secondo lui avresti dovuto assolutamente ascoltare. Sono davvero felice di aver potuto vivere in prima persona questo contesto, prima dell’avvento distruttivo dell’era digitale. Curiosamente i Cult of Luna detengono la medesima nazionalità dei fondatori di Spotify, nonché del primo Partito Pirata. Per cui Johannes non spende certo parole d’elogio: sono dei burloni (letteralmente: jokers) che non hanno mai avuto alcuna influenza a livello politico qui in Svezia. Hanno avuto un breve periodo di esposizione mediatica, prima di sparire nel nulla. Un manipolo di frignoni, non dico tutti ma molti dei quali sono persone per nulla creative che sfruttano il lavoro dei veri artisti senza ripagarli in alcun modo. Sicuramente hanno anche qualche punto a loro favore, ma quale partito non ne ha, dopotutto?

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AMORPHIS

INTERVIEW

THE RETURN OF THE KINGS Text Federica Sarra Photo Terhi Ylimäinen Traduzione Emanuele Risso

Un ritorno in grande stile con "Circle" che "rappresenta l'onestà" ci dice Santeri Kallio. È un album corale, carico di quel simbolismo e quella filosofia che si basa sulla condivisione della conoscenza da sempre presente nei lavori degli Amorphis. Leggende antiche e nuove vibrazioni si fondono per dar vita ad una nuova fase per la band finlandese. Performers di razza, li vedremo presto sui palchi di tutta Europa. Noi ci saremo e voi? Vi siete posti dei particolari obiettivi da raggiungere con Circle? Abbiamo discusso riguardo la possibilità di provare qualcosa di più attuale con il nostro paroliere, Pekka Kainulainen, che ha messo su una storia ambientata nei tempi moderni. Leggendola, ci ha dato l'idea di essere un punto di partenza più interessante del solito concept album basato su un antico racconto o su un personaggio del Kalevala. Con le sessioni di "The Beginning of Times" ci eravamo resi conto di aver bisogno di più produttori per lavorare alle nostre armonie vocali, dato che Marko Hietala era impegnato con i Nightwish. È sempre difficile trovare un momento libero per tutti, e penso che Marko avesse anche bisogno di passare un pò di tempo con la famiglia. Abbiamo chiesto a Peter Tägtren, che ha accettato. Eravamo piuttosto stufi di produrre album per conto nostro, avevamo bisogno di opinioni e ispirazioni esterne durante il lavoro in studio. Il nostro ultimo tecnico non dava contributi creativi durante le registrazioni. Questa volta è stato bello avere una settima opinione ogni tanto. Inoltre ci siamo posti

l'obiettivo di realizzare un album più pesante di "The Beginning of Times". Abbiamo lavorato per dare più incisività al suono e mantenere più brevi le tracce. Peter ha diretto i lavori sui suoni di basso e chitarra, che erano degli elementi importanti su cui volevamo concentrarci, ed inoltre ha arrangiato le linee vocali con Tomi ottenendo degli ottimi risultati. In pratica, ha creato per noi un album dal suono unico con rapidità e semplicità. Dal punto di vista della musica, non abbiamo provato a cambiare approccio, portavamo solo dei demo alle prove e partivamo da lì. Detto questo, condividevamo tutti l'idea e la volontà di rendere quest'album più pesante di "The Beginning of Times". "Circle" dà la precedenza alla chitarra potente e al basso profondissimo, con le tastiere sullo sfondo. C'è una buona variazione nella produzione della musica, sono felice che non abbiamo fallito in questo. Secondo me, "Circle" è fresco, diverso, interessante e personale allo stesso tempo. Ovviamente dal mio punto di vista avrebbero potuto esserci più tastiere, ma d'altro canto i chitarristi Esa e Tomi sono entusiasti dei loro suoni forti e pesanti. Tutto sommato, sette opinioni diverse hanno dato alla luce quest'album in tempi molto ristretti, e siamo tutti molto contenti del risultato finale. Cosa significa il titolo dell'album? Non sono proprio sicuro quando sia venuto fuori questo titolo, ma nella storia la luna fa un cerchio completo, a significare che dura un giorno. Alla fine abbiamo la frase "Aika aikaansa kutakin", che significa: "C'è un posto per tutto ed è il momento di voltare pagina". Forse il titolo rappresenta 18


INTERVIEW

la possibilità che questa fase specifica della vita possa o non possa cambiare. Se davvero volete l'analisi critica profonda, per Tomi Joutsen, "Circle" rappresenta l'onestà: "Tempo fa, quando c'era qualcosa di speciale di cui parlare, i saggi si sedevano in cerchio e non era concesso a tutti di unirsi, ma al protagonista della nostra viene chiesto di sedersi con loro". Sei d'accordo sul fatto che Circle rappresenti per voi rinnovate energie e vibrazioni? "Circle" rappresenta decisamente nuove vibrazioni in termini di professione musicale. Avevamo molta energia durante le registrazioni di "The Beginning of Times" ma, semplicemente, dovevamo trovare ancora il nostro stile musicale. Ci siamo posti standard molti alti per la composizione di "Circle" escludendo cinque tracce già complete dal lavoro finale. Tutte le canzoni che avevamo preparato per "BOT" invece le abbiamo mantenute, il che ha reso l'album troppo pastoso secondo me, anche se i pezzi sono belli se presi individualmente. Cosa pensi che i fan apprezzeranno di più di Circle? Pensi che questo album possa raggiungere un pubblico molto più ampio rispetto al precedente? Non sono la persona giusta per parlare dell'aspetto commerciale della cosa, ma posso fare affidamento sulla produzione e composizione e sull'atmosfera che abbiamo vissuto. Abbiamo messo anima e cuore in "Circle" e crediamo nel suo essere un capolavoro che siamo orgogliosi di suonare in giro per il mondo. Credo che questo album sarà accolto da molti nuovi fan, ma è ancora troppo presto per fare un paragone con agli album precedenti. Qual è la tua canzone o momento musicale preferito dell'album? Per adesso la mia canzone preferita è "The Wanderer", mi piace la sua melodia vocale servile. Credo sia una delle migliori ballate che abbiamo mai composto finora. Detto questo, il momento migliore è decisamente la sezione in "The Abyss" in cui Esa continua a improvvisare il riff durante il mio assolo di tastiera. Bello! Mentre scrivete i testi e le musiche, provate mai a pensare a cosa provocherà maggiori reazioni nei fan? Hai qualche aneddoto su come la vostra musica abbia influenzato o cambiato qualcuno di loro? Abbiamo sentito numerose storie, tristi e allegre, di come la nostra musica abbia influenzato le persone: ha aiutato dei fan a reagire di fronte ad un lutto in famiglia, alcuni l'hanno persino voluta ai loro funerali. Tragicamente, una volta abbiamo ricevuto una lettera da un fan il cui fratello si era suicidato ascoltando la nostra musica, come una sorta di canzone d'addio. D'altra parte, c'è chi ha suonato i nostri pezzi al proprio matrimonio, o trovato un senso nella vita semplicemente incontrando Tomi Joutsen di persona; c'è addirittura uno chef in TV che misura i tempi di cottura con

la durata di una delle nostre canzoni! Tutte queste reazioni ci rendono molto umili, ma non ci vengono in mente mentre lavoriamo..."Ok facciamo durare questa canzone 6 minuti, perfetti per una bistecca d'agnello!" Ma che c...?! Qual è stata finora la più grande opportunità nella vostra carriera musicale? È impossibile nominarne una sola, ma fare da spalla ai Metallica al Sonisphere di Helsinki l'anno scorso è stato grandioso. Prima dello show, James è venuto a salutarci e abbiamo chiacchierato a lungo, un tipo davvero simpatico. Quando i Metallica hanno iniziato, siamo rimasti sul palco a guardarli suonare il Black Album a più di 50.000 persone. Davvero niente male. Ci racconti un retroscena o aneddoto divertente che hai vissuto con il gruppo? Durante un festival in Germania alloggiavamo in un albergo che aveva un nome tipo "Il buon vecchio Rolf". Fuori aveva una grossa statua di questo Rolf che accoglieva gli ospiti che venivano a stare lì, una statua a grandezza umana in fibra di vetro. Dopo lo show rientrammo ubriachi marci e qualcuno fece cadere Rolf a terra. C'era una persona che iniziò a fare finta di avere rapporti sessuali con lui, ridendo e urlando qualcosa in tedesco. Stavamo tutti ridendo come pazzi nel pieno della notte, quando il proprietario dell'albergo aprì la finestra proprio sopra di noi e ci chiese gentilmente di abbassare la voce. La faccia che ha fatto vedendo il povero Rolf non aveva prezzo. Come riuscite a riportare su disco l'energia dei vostri live? La magia che sta dietro alle nostre registrazioni si può trovare nel nostro impegno nel mantenere le cose spontanee, senza mai dire mai. Ci assicuriamo sempre di non esagerare nel pianificare o provare le cose che suoniamo. A volte "lascio stare" le tracce. Se ci sono errori li taglio, anche se di norma vanno bene. Tutti gli assoli di organo Hammond in "Far From the Sun" sono fatti in quel modo, così come l'assolo di tastiera in "Sampo" e alcuni altri. L'assolo di "Abyss" nel disco è la prima registrazione senza nessuna prova o progetto. Non era previsto nessun assolo lì, ho solo attaccato a mente aperta. Suonare heavy metal è relativamente semplice in un certo senso, per cui mantenere il fattore aggressivo è un buon punto di partenza. Cosa c'è da aspettarsi durante il vostro live e quando vi vedremo in azione? Suoneremo all'Alcatraz di Milano il 16 novembre, la nostra unica data italiana di quest'anno. Spero che i fan italiani riescano ad esserci. Per quanto riguarda cosa aspettarsi, di sicuro il meglio delle nostre vecchie canzoni, in più un sacco di canzoni di "Circle". Siamo davvero entusiasti di cominciare il tour, quindi non perdetelo! Intanto ascoltate il nuovo album, è un capolavoro metal! Ci si vede in tour! 19


INTERVIEW

RACHEL BOLAN

"SE IL ROCK FOSSE MORTO IO SUONEREI DI FRONTE A DEI FANTASMI!" 20


SKID ROW

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INDELIBLE CONNECTION Text Federica Sarra Photo Courtesy of UDR/EMI

Sogni, costanza e passione ad altissime dosi. Sono queste le componenti degli Skid Row che a distanza di sette anni tornano ad infiammare le scene con "United World Rebellion Chapter One", primo capitolo di un'opera in 3 atti. Un inno vero e proprio alla libertà di espressione, politicamente corretto. Rachel Bolan ce ne parla in questa intervista, svelandoci anche alcuni lati più intimi... Come avete avuto l'idea dei 3 capitoli? Negli ultimi 13 anni abbiamo affrontato dei tour lunghissimi, quasi senza mai fermarci, così ci siamo messi a tavolino e ci siamo chiesti "in che modo possiamo produrre più musica?" E l'idea dei 3 mini album è stata la risposta. E secondo me funziona per una serie di ragioni, a partire dal fatto che oggi si muove tutto velocemente all'interno dell'industria musicale ed immettere un flusso constante di musica nuova, che pensiamo di pubblicare ogni 6/7 mesi, mantiene il tutto molto fresco e dinamico. Inoltre ho ritenuto essere un buon momento per fare un'operazione del genere. Oltre a ciò, dal punto di vista del songwriting, c'è meno pressione, gli altri due capitoli non sono pronti ancora ma ci stiamo lavorando. Possiamo definirlo come un progetto Work in Progress? Esattamente, nei prossimi 18 mesi avremo tutti i tre capitoli, si tratterà di tre release che potranno essere giudicate separatamente. Inizieremo a scrivere il nuovo materiale molto presto, Dave The Snake verrà a casa mia ed inizieremo a scrivere qualche canzone. Abbiamo già un paio di buone idee ed un pezzo pronto. Potrebbe essere visto come un nuovo approccio step by step al sound degli Skid Row? È possibile, spero solo che i fan siano entusiasti della musica, è il nostro interesse primario. Potrà sembrare un clichè ma musicalmente siamo decisamente tornati alle nostre radici e ci stiamo concentrando su quello che era la musica degli Skid Row in passato e credo che con questo primo capitolo siamo riusciti nell'intento. Credi che le aspettative saranno molto alte nei confronti di questi mini album? Sai, lavoriamo meglio sotto pressione! Il fatto di far uscire 5 o 6, brani alla volta è un carico di lavoro decisamente inferiore rispetto al dover comporre un full length. Come ho già detto, un flusso continuo di nuova musica è una cosa buona per tutti. Come definiresti l'attuale clima nell'industria musicale? Venticinque anni fa era totalmente diverso, non c'era niente simile ad internet, nessuno in Giappone poteva immediatamente condividere musica con qualcuno in New Jersey. Adesso tutto si muove così rapidamente che la gente perde presto l'interesse a causa di mille informazioni che entrano

ed escono. Credo che siamo stati estremamente fortunati ad aver avuto un tale successo a quel tempo, ora tutto sembra essere molto più duro per le band emergenti e ci consideriamo ancora più fortunati ad essere ancora attivi a distanza di venticinque anni, ancora in grado di fare nuova musica, tutto questo non è certo una cosa scontata! È incredibile, ma quando salgo sul palco e guardo il pubblico, conoscono e cantano ogni singola canzone, è stupefacente! Pensi mai di fermarti un giorno? Non saprei davvero che fare se ci fermassimo! Se sette anni fa qualcuno ti avesse detto che avresti fatto un nuovo album con gli Skid Row, quale sarebbe stata la tua reazione? Ho sempre saputo che ci sarebbe stata questa possibilità. Ora con questo nuovo formato e la nuova metodologia di lavoro a cui ci siamo approcciati tutto viene svolto velocemente, in modo che i nostri fan sappiano che gli Skid Row fanno musica in pianta stabile. Questo per noi è fondamentale. A proposito delle lyrics, vengono trattati temi politici nel primo capitolo? Quando scrivo i testi di solito (e ne scrivo una buona quantità) utilizzo delle metafore delle quali solo io conosco il significato, lasciando ampio spazio d'intrepretazione all'ascoltatore, ciascuno può dipingere il proprio quadro. Se ci sono significati politici dietro? Forse un pò, gli Skid Row sono da sempre una band che prende posizione. Sai, del genere "combatti per i tuoi diritti e per quello che vuoi fare". Non parliamo di infrangere la legge, ma semplicemente di essere se stessi. "United World Rebellion" porta il concetto ancora più avanti, ad un livello globale. Ritengo che le persone nei diversi paesi siano molto più vicine di quello che credono, abbiamo più o meno tutti gli stessi obbiettivi, gli stessi pensieri e la stessa morale in certi casi. Quindi perchè non riunirci tutti e insorgere contro qualcosa che cerca di opprimerci? Questo è il significato dell'album. Spero di aver fornito un'immagine molto vivida di ciò che i testi significano per noi, come ho detto, c'è un'idea ed una sensazione di base dietro a ogni brano. So cosa mi gira in testa, ma molti potrebbero leggerla in maniera diversa. In qualsiasi modo l'ascoltatore si relazioni a questi concetti, il mio lavoro sarà ripagato. Potrebbe anche trattarsi di qualcosa di completamente diverso da ciò che intendevo ma se in una qualche maniera riesco a far breccia, è una grande vittoria personale. La musica ha rappresentato una via di fuga per te? Sì quando ero un ragazzino era un modo per sognare chi e cosa sarei voluto diventare. La parola "Rebellion" per te significa... È contro chi cerca di schiacciarti! Se qualcuno tenta di os21


tacolare una nostra passione è necessario prendere posizione. Sono talmente tanti quelli che non vedono l'ora di vederti fallire. È stato così anche per noi, ma non permetto a nessuno di interferire con la mia musica o con la mia vita. Nel 1989 hai scritto il famosissimo brano "18 And Life" che parlava di un ragazzo con un'arma, una storia che degenera. Ad oggi, nel 2013, non è cambiato niente, si parla ancora spesso di giovani che compiono stragi con armi che non dovrebbero avere, qual è il tuo punto di vista sulla questione? Sai che non ci avevo mai pensato fino a che non me l'hai fatto notare tu adesso? È come se nessuno imparasse mai la lezione una volta per tutte. Io possiedo una pistola, ma mi ritengo molto responsabile e sentire di questi ragazzini che vanno a scuola e fanno una strage è ovviamente molto scioccante e molto triste! È così semplice reperire un'arma, spero che chi di dovere capisca che c'è bisogno di una sensibilizzazione in merito e che protegga in modo adeguato i ragazzi. Alla base ci deve essere anche una seria responsabilità da parte di chi possiede una pistola. Passiamo a cose più leggere, qual è l'ultima volta che hai detto" Cosa diavolo ci faccio io qui?" (Ride n.d.r.) Non troppo tempo fa a dire il vero. Mi sono trovavo per la prima volta ad una partita di basket professionale, ero davvero spaventato, ricordo in quell'occasione di aver detto "Ma che diavolo ci faccio io qui?!" Ti consideri ironico? A volte. Sono molto ironico come business man, molti non mi conoscono sotto quell'aspetto, mi vedono solamente come un tracannatore di Jack Daniels e musicista Rock 'n Roll ed è difficile per loro inquadrarmi in questo ambito, risulto bizzarro ai loro occhi. Anche quando quando le persone che mi conoscono bene e sanno quanto io detesti quasi tutti gli aspetti del business (dei quali però curo scru-

polosamente ogni minimo dettaglio), mi vedono in questa veste, beh, probabilmente dev'essere molto divertente per loro immaginare questa mia duplice identità. Hai menzionato la parola Rock'n Roll, qualcuno dice che sia morto, che ne pensi? Si sbagliano di grosso! Il Rock non è mai stato più lontano dall'essere morto! Se lo fosse, io suonerei di fronte a dei fantasmi! Come ti mantieni informato? Ascolto tantissima musica e band emergenti, ad esempio se qualcuno mi suggerisce una band io l'ascolto, non mi interessa se sono autoprodotti o se hanno un'etichetta. Così mi tengo aggiornato sulle novità e sui trend. Conoscere i trend però non vuol dire che seguirli per me. Ho la mia solida visione dei concetti che voglio esprimere musicalmente. Adesso è arrivato il tuo turno, puoi fare tu una domanda! Cosa chiederesti ai tuoi fan se ne avessi l'occasione? Probabilemte vorrei sapere cosa esattamente amano degli Skid Row, voglio dire, noi sappiamo le motivazioni ovvie, quelle più superficiali ad esempio il fatto di apprezzare la nostra musica e via dicendo. Ma vorrei davvero conoscere qual è la vera connessione che i nostri fan hanno con la band. Forse in parte penso di avere una risposta ma mi piacerebbe sentirmelo dire dai nostri fan, anche in maniera molto diretta del tipo "sono ancora un vostro fan dopo venticinque anni perchè...". E tu quale pensi sia la motivazione? Mah, spero che come band siamo riusciti a creare una connessione con loro non solo attraverso la musica. Siamo dei bravi ragazzi in fondo e ci piacerebbe essere percepiti come persone con i piedi per terra, essere apprezzati per come siamo, o forse c'è qualcosa di ancora più profondo di questo! Chissà! 22


NOSOUND

INTERVIEW

WONDERFULTHOUGHTS Text Federica Sarra Photo Sunstudio

La loro etichetta discografica è la Kscope, la stessa di Steven Wilson, The Pineapple Thief e molti altri fra i migliori artisti in circolazione. L'ultimo lavoro in studio, Afterthoughts, è un album fuori dal comune che vede ospiti eccellenti come Chris Maitland e Marianne De Chastelaine. Loro sono i Nosound, la vera rivelazione in ambito progressive rock e non solo. Con Giancarlo Erra abbiamo affrontato dei temi diversi dal solito, cercando di carpire almeno un frammento dello straordinario e multisfaccettato universo Nosound. Intenzionati ad aprire quella porta sul retro che dà accesso ai luoghi, agli spazi della mente, creati dagli artisti per raccontare la realtà... Come ci si sente ad incarnare il sogno di tante band italiane che ambiscono a una label straniera di prestigio? Sicuramente onorati. Inoltre Afterthoughts, sia in termini di critiche che di vendite, si sta presentando come un album di svolta per il nome Nosound. Come è possibile raggiungere questo obiettivo? Sostanzialmente il messaggio è quello di non pensare in maniera "provinciale" e con questo intendo di tener conto di alcuni aspetti fondamentali. Nel caso di una band, innanzitutto abbandonare quest'idea tutta italiana del fatto che fare musica si limiti a registrare un demo per poi cercare una figura manageriale che svolga tutto il lavoro di promozione. Ecco questa è proprio la prima cosa da evitare! Ad oggi, un'etichetta non prenderà mai un gruppo che sta muovendo i primi passi all'interno dell'industria, che necessita ancora di un grosso lavoro promozionale. In una prima fase bisogna darsi molto da fare da soli, investire tempo e risorse in un'autoproduzione che sia di alta qualità. Quando siamo approdati alla Kscope, alcuni anni fa, la situazione era un pò diversa, noi eravamo già al secondo disco. Lightdark aveva all'attivo qualche migliaio di copie vendute, sto parlando di copie fisiche. Fare musica è forse il venti, trenta per cento del lavoro da fare quando si è agli esordi, tutto il resto, a partire da un sito web professionale, al promuoversi, al distribuirsi... È tutto lavoro di cui si deve occupare la band stessa. Partendo dal presupposto che do per scontate due cose, prima di tutto che la musica sia veramente valida e in secondo luogo, è importante tenere ben a mente che non esiste alcuna garanzia di riuscita. Dunque non ci sono aspetti che una band può permettersi di tralasciare, partendo dalla cura dell'artwork, dell'estetica... Ma qualcuno potrebbe dire che non si può giudicare un disco dalla copertina... Assolutamente nessuno di questi aspetti deve venire a mancare. E purtroppo oggi anche l'estetica rientra in un discorso generale di cura del dettaglio che fa la differenza. Di questi tempi non è ammissibile trovare delle scusanti, come ad esempio i mezzi economici. Bisogna sapersi muovere ed il web in questo senso offre la possibilità di entrare in contatto con numerosi artisti e fotografi disposti a concedere i propri lavori in cambio di un credito. Partendo dal fatto che in Italia la musica la sappiamo fare e anche bene, se dovessi trovare delle pecche nel modo di porsi delle band emergenti italiane ecco, direi che è proprio il trascurare la facciata, dalla cura del suono, la qualità della registrazione fino alla presentazione grafica, pensando erroneamente che sia poi l'etichetta a doversi occupare di questo, niente di più sbagliato! Se si ha intenzione di vendere il proprio prodotto musicale oggi, quello fisico intendo, deve essere qualitativamente alto, creativo ed il packaging è importante! Altrimenti il rischio è quello di vendere esclusivamente in digitale. E in questo processo di auto promozione che ruolo svolgono a tuo avviso i social networks, quanto sono affidabili? Sicuramente sono una piattaforma importante, ma non deve ridursi a questo, 23


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la musica deve essere alla base. Se hai 10.000 fan su Facebook e poi i tuoi brani sono stati ascoltati solo 50 volte su SoundCloud, in quel caso la funzione dei socials è del tutto inutile, chiaramente. Ma quando c'è una struttura e una storia dietro, una base solida di canzoni, in quel caso il social network diventa fondamentale perchè è il modo più rapido per essere in contatto diretto. Non c'è però cosa peggiore che fare tanto "marketing" per così dire e tralasciare la sostanza. Esiste una differenza, anche sottile, fra Artista e Musicista? Io tendo a fare una differenza fra strumentista e musicista. Il primo si limita suonare il proprio strumento anche magistralmente, in maniera espressiva, quasi come un artigiano, potremmo usare questo termine. E poi c'è il musicista, che oltre ad avere la sensibilità per lo strumento ha anche la sensibilità per la musica e prescinde dal mezzo che sta usando per esprimersi, attingendo a una visione artistica più ampia. Per come percepisco la musica, poi magari a volte sbaglio perché è inevitabilmente filtrata dal mio gusto, per me esiste musica ispirata che è l'arte pura e musica preparata e pianificata. Potrebbe darsi che il risultato sia altrettanto bello, come dicevo prima, un prodotto di artigiani, strumentisti in grado di svolgere il proprio compito in maniera impeccabile che però è privo di quella purezza che mi piace percepire quando ascolto altre band. E la musica è un fine o un mezzo per te? Tornando al discorso di poco fa, la musica quando è arte allo stato puro è sempre un mezzo e mai un fine. Se fossi uno scrittore considererei la scrittura come un mezzo per comunicare nella maniera più efficace e anche l'unico che conosco per trasmettere quello che ho dentro e raccontare ciò che mi accade. Di quali esperienze si nutre la tua musica? Si basa da sempre sul vissuto perso24


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nale, la massima espressione artistica è quando scrivo o canto di qualcosa che ho vissuto direttamente, il che mi porta a compiere un lavoro di introspezione e anche di conoscenza di me stesso. Motivo per il quale dall'ultimo album, così personale ed emotivamente carico, sono trascorsi 3 anni. Avevo bisogno di vivere altro, distaccarmi da quelle cose per poi riuscire ad affrontare qualcosa di nuovo. È un processo di liberazione il tuo? Esatto, hai centrato in pieno. Scrivo principalmente per me stesso. È una cura, un momento catartico, in quel momento riesco a liberarmi di un peso che ho dentro. La musica per me ha il potere spettacolare di riuscire a trasformare anche delle sensazioni negative in qualcosa di bello mettendo in connessione le persone. Alla fine questa è la magia dell'arte in generale. Pensi mai di tornare a vivere in Italia? Ogni tanto ci penso, ma niente di concreto. Qui ho trovato una dimensione ideale e una società molto diversa dalla nostra, più civile sicuramente. Purtroppo ultimamente ho riscontrato un imbarbarimento culturale notevole in Italia e non riesco a spiegarmi a cosa sia dovuto. Parlando di Afterthoughts, mi incuriosiva molto la scelta di inserire parte del testo in italiano nel brano Paralysed, c'è una ragione? In quel caso, trattandosi di un pensiero un pò complesso mi è venuto spontaneo scriverlo in italiano, una necessità linguistica di rendere un concetto sfruttando le molteplici sfumature della mia lingua madre. Si è trattato di un esperimento che mi è piaciuto molto e che non escludo di ripetere in futuro. È un brano molto toccante... Sì, ci tenevo ad esprimere un concetto profondo. Chiudere delle porte in passato in qualche modo ha condizionano anche tutto il mio presente. L' aver perso dei ricordi avendo scelto di intraprendere altre strade, non solo ha cambiato il mio futuro ma allo stesso tempo anche portato via una parte di passato, quella parte che non ho avuto possibilità di vivere. Questo mi ha colpito molto ed è stato per me motivo di riflessione. Tutto ciò che non è mai avvenuto è come se fosse andato perso. La mia è stata una presa di coscienza anche amara ma priva di rimpianto. Nonostante tutto, ritengo che il mio senso di marcia debba essere proiettato nel futuro. Il passato è un fardello che non si dimentica ed è parte imprescindibile di noi stessi e ha contribuito a costruire la persona che sono oggi, ma il "guardare avanti" è l'atteggiamento che preferisco, è la direzione giusta per me.

“Afterthoughts” (Kscope) Trovarsi al cospetto di album di questo calibro rende difficile il compito di ogni recensore. Suonato e prodotto divinamente, "Afterthoughts" è un torrente in piena di suoni ricercati, colori e suggestioni condensati in un flusso magnetico che avvolge l'ascoltatore sin dalle primissime note di "In My Fears". È un percorso traboccante di pathos, dove il fascino ambiguo della malinconia porta ad un inevitabile confronto con la propria dimensione più intima. In questo clima estatico risplende un grande lavoro di cura melodica e lirica e un tessuto sonoro raffinato. È forse presto per parlare di disco dell'anno ma l'ascolto dei 9 brani, impeccabili e fortemente evocativi, è un'esperienza che va al di là dell'essere semplicemente affascinante; Il suono continua a fluttuare riempiendo tutti gli spazi, anche dopo che l'ultima nota della title track ha smesso di vibrare nell'aria. Entra nel cuore e nella pelle. Voi dovete solo chiudere gli occhi, al resto ci pensano i Nosound. Voto 9.5/10

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Richard Sinclair

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FROM THE LAND OF GREY AND PINK TO ITALY... Text Giuseppe Felice Cassatella Photo Pietro Previti

Triste realtà, ma di “cervelli” in Italia ne siamo rimasti in pochi. I più vanno a cercare migliore sorte all’estero. Per fortuna c’è anche chi decide di compiere il tragitto opposto, attirato dalle bellezze paesaggistiche e dal cibo del Vecchio Stivale. Tra questi Richard Sinclair, fondatore dei Wilde Flowers, Caravan, Hatfield and the North ed ex membro dei Camel: un pezzo di storia del rock progressive. Richard benvenuto su Sector Noir. Sei considerato uno dei padri fondatori della cosiddetta scena di Canterbury: cosa ricordi dei tuoi primi tempi nei Wilde Flowers? Avevo 15 anni e già esistevano un sacco di band a Canterbury, molte eseguivano cover di brani pop rock famosi. Ricordo ancora perfettamente cosa accadeva in quei giorni! Mio nonno, Dick Sinclair, e mia nonna erano un duo vocale che faceva molti concerti nei pressi di Canterbury nei primi del Novecento. Mio padre, Dick Sinclair, è stato un musicista, cantante e intrattenitore dal 1930 al 1980. I fratelli Hopper, Hugh e Brian, avevano appena messo su una band e mi chiesero di unirmi a loro nel 1963. Furono

i genitori degli Hoppers, che spesso seguivano le gesta di mio padre, a metterci in contatto. Ho iniziato come chitarrista ritmico, Hugh si occupava del basso, Brian della chitarra solista e del sax, Robert Wyatt della batteria e Kevin Ayres della voce. Fu proprio quest’ultimo a tirar fuori il nome The Wilde Flowers. Provammo a casa degli Hopper per qualche settimana, pezzi pop degli anni 60: Chuck Berry, Mose Alison, Booker T and the M.G.'s, Rolling Stones, The Beatles. Più qualche canzone di Kevin, Hugh e Brian. Il nostro primo concerto l’abbiamo suonato durante un party scolastico. Ho suonato con loro per sei mesi, poi ho deciso di dare la precedenza ai miei studi scolastici, così ho lasciato il mio ruolo a Pye Hastings. Durante la mia permanenza abbiamo registrato un paio di brani in uno studio di Broadstairs, nel Kent, per un EP pubblicato in sole due copie! Non c’erano possibilità contrattuali all’epoca per band sconosciute, però queste incisioni sono ora disponibili sul cd del 1990 pubblicato dalla Voiceprint Records. I miei primi giorni in una band rock furono incredibili, mi ritrovavo a suonare con musicisti tre anni più grandi di me che avevano un background jazz. All’epoca una rivista scrisse che eravamo un interessante gruppo con un influenze indiane e rock. Essendo cresciuto ascoltando i dischi di Nat King Cole di mio padre, trovavo serie difficoltà a suonare quel tipo di musica, sbagliavo sempre tonalità e tempo. Il periodo trascorso alla scuola d’arte fu una lunga fuga di quattro anni, con musica soul a volume sempre più alto, con canzoni sempre più rumorose, con urla e grida più che una vera parte cantata. Il mio bel ricordo dei primi concerti con i Wilde Flowers sono i vestitini striminziti delle ragazze e il loro make up colorato. Ci si incontrava nei pub di Canterbury, poi si andava alle feste per suonare o cantare in un gruppo. Tu sei uno dei padri fondatori dei Caravan, cosa ti ha ispirato nella creazione di quel sound che ti ha reso famoso? Nel 1967 il primo album dei Soft Machine era stato pubblicato: Kevin, Robert e Mike abbandonarono Canterbury e si trasferirono nell’appartamento della sorella di Pye Hastings a Sturry, nelle vicinanze della nostra città. Jane, la sorella di Pye, era una modella, conosciuta come "The Waif of Mayfair" ed era anche la ragazza di Kevin Ayres. La musica dei Soft Machine è stata una grande influenza per la creazione di un suono proprio per i Caravan, come accadde per altre band dell’epoca. Ho suonato con Pye Hastings e mio cugino Dave, a casa mia a Canterbury, per ben quattro anni da quanto ne avevo quindici. Quando nel 1967 loro mi dissero che volevano 27


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mettere su una band, ho lasciato l’Art College e ho messo su un gruppo con loro per suonare la mia musica. Siamo stati fortunati, abbiamo firmato dopo solo otto concerti un contratto con la Warner Bros, per la loro sottoetichetta Verve. Abbiamo affittato una casa per sei mesi, dopo aver lavorato per alcuni mesi come casellante. Abbiamo provato tutti i giorni su apparecchiature dateci in prestito dai Soft Machine, mentre loro erano in tour negli Stati Uniti con Jimi Hendrix. Mio cugino Dave ha comprato un Hammond A100 e, grazie agli amplificatori a valvole, abbiamo scritto le nostre composizioni con il caratteristico suono degli anni 60. La mia “In The Land of Grey and Pink” è stata scelta come title track del nostro terzo Lp e le altre canzoni scritte da me, “Winter Wine” e “Golf Girl", sono andate a finire sul lato A, mentre l’epica composizione strumentale di Dave, “Nine Feet Underground”, sull’altro lato. È un best seller da circa quaranta anni! Ho iniziato a suonare il basso come strumento principale nei Caravan, e miei bassisti preferiti erano Kevin Ayres e Hugh Hopper. Agli inizi con i Caravan suonavamo ogni giorno insieme. Quando queste giornate diventarono meno divertenti, io decisi di trasferirmi a Londra. Abbandonati i Caravan, hai iniziato una nuova avventura musicale: quali differenze di suono c’erano tra la tua vecchia band e gli Hatfield and the North? La ragione per cui ho lasciato i Caravan, era che volevo suonare con nuovi musicisti e amici come Pip Pyle a Phil Miller, gente che suonava musica per 24 ore al giorno. Phil Miller aveva lavorato con Robert Wyatt nei Matching Mole. Pip Pyle invece con i Gong di David Allen. Poi c’eravamo Steve Miller (fratello di Phil) e io che avevo lasciato i Caravan dopo l’incisione di Waterloo Lily. La nuova band fu chiamata Steve Millers Delivery e ha suonato un concerto al Tower of London Music Festival, che si teneva nel fossato. Elementi di rock, jazz e blues sono stati introdotti da Steve, Pip e Phil: tutti grandi musicisti con un proprio stile. Steve ha lasciato la nuova band per creare un progetto solista con Lol Coxhill, così mio cugino Dave Sinclair si è unito a noi per suonare l’organo e formare il primo nucleo degli Hatfield. Ma ci ha mollato per suonare musica più vicina alle sue corde, per questo ha rimesso su i Caravan. Il suono creato dagli Hatfield era molto pieno e la musica era molto più impegnativa rispetto a quella dei Caravan. Dave Stewart è entrato nel gruppo e il primo Lp degli Hatfield and the North è stato realizzato su Virgin Record nel 1973. Un altro grosso nome nella tua biografia è Camel: che ricordi hai di quell’esperienza? Nel 1975 decisi di lasciare gli Hatfield and the North: la

complessità della musica che facevamo non era molto popolare all’epoca. Ciò che oggi definiscono "Progressive Rock" non era apprezzato con le sue strutture complesse e i tempi dispari. Fu molto complicato attrarre l’interesse della Virgin. Me ne tornai a Canterbury, dove fui contattato dai Camel, volevano il mio aiuto per il loro nuovo album. Sono stato scritturato per due settimane, per suonare il basso e cantare, poi andammo in tour per tre anni. È stato un gran divertimento girare il mondo suonando la musica di Peter Bardens e Andy Latimer, in compagnia di Andy Ward e, qualche volta, di Mel Collins. Eravamo una grande formazione per il "Pop Rock Entertainment". Grazie al grande successo riscosso negli 70, abbiamo suonato su palchi prestigiosi. Non era così complicato come suonare con Caravan o Hatfield, ma era comunque impegnativo presentarsi innanzi a grandi platee nelle principali città del mondo. In questi anni hai collaborato con un vasta gamma di musicisti. C’è ancora un particolare tipo di collaborazione che cerchi? Ho sempre lavorato con i musicisti che suonano la loro musica, così ho scelto sempre persone con un songwriting e una creatività propria, mi diverto. In questo momento sto organizzando laboratori musicali per ispirare i miei fan a creare le proprie canzoni e musica. Progetto molti forum sul come fare musica per i nuovi artisti che ancora apprezzano il mio lavoro con i Caravan, Hatfield e Camel. Faccio anche concerti da solista, dove chiedo alcuni dei giovani musicisti, che hanno incrociato la mia strada e mostrato creatività, di unirsi a me in alcuni dei miei vecchi e nuovi brani da proporre dal vivo o registrare. Anni fa, dopo un concerto con gli Hatfield and the North, ti sei definitivamente trasferito in Italia. Cosa ti piace del nostro Paese? Il concerto in Puglia si è tenuto all’interno del prestigioso "Fasano Jazz Festival". Gli organizzatori di questa manifestazione sono stati determinanti per la mia decisione di trasferirmi qui: hanno iniziato come semplici amici, nel 1991 mi hanno invitato qui (dopo un concerto a Perugia), mi hanno manifestato una straordinaria ospitalità e le città che circondano Martina Franca, Alberobello e i trulli, oltre ai cibi e vini tradizionali. Poi, nel 2005, la mia Richard Sinclair band era in giro alcuni musicisti degli Hatfield, così il Fasano Jazz ci ha invitato e ha innescato la reunion band, visto che l’evento è stato pubblicizzato come esibizione degli Hatfield e The North. E poi apprezzo il clima e la possibilità di godere della pace della campagna in cui vivo qui al sud. 28


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The Foreshadowing LIMITLESS Text Federico Sanna Photo The Foreshadowing Archive

Conosco e seguo i The Foreshadowing sin dal loro debutto, nel corso del tempo la band è maturata sotto molti aspetti, pur avendo sempre prodotto da subito ottimi lavori che considero "alla pari", per qualità e creatività. La band è proiettata verso il futuro, senza limiti. Con Francesco Sosto facciamo il punto, addentrandoci nel dietro le quinte della formazione italiana. Potreste dirci qual è stato il percorso dei The Foreshadowing fino ad oggi e che differenze notate tra voi adesso e voi all'uscita di Days Of Nothing? Io direi che c’è stata un’evoluzione musicale vera e propria nel corso di questi anni, e questo è l’obiettivo che volevamo raggiungere. I nostri pezzi erano più semplici e minimali agli inizi, adesso tendono ad essere più complessi e dinamici, anche se una forte componente minimalista nelle nostre composizioni è rimasta. Resta al pubblico stabilire qual è il nostro album migliore o peggiore, anche se in realtà questo è un discorso puramente soggettivo. Da parte nostra abbiamo la sensazione di poter scrivere ancora delle belle canzoni. Cosa vi ha portato, questa volta, ad affidarvi a Giuseppe Orlando per la fase di registrazione e a Dan Swano invece per il mixing? Conosciamo le garanzie che Giuseppe ci sa offrire in fase di registrazione e non le 29


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abbiamo mai messe in discussione (oltretutto adesso è un nostro membro a tutti gli effetti). Per il discorso mixing, già ai tempi di Oionos avevamo il pallino di voler produrre un nostro album all’estero, e in particolare in Svezia, per cui si è pensato a Dan Swano, in virtù della massima stima che abbiamo sempre avuto per quello che ha fatto sia come tecnico del suono che come musicista e produttore. Sempre parlando di Giuseppe, è entrato a far parte della line-up ufficiale, dopo essere stato session man più di una volta. Pro e contro (se ce ne sono) di questo cambio di formazione? Più che parlare di pro e contro, io direi che sono due batteristi di grande personalità ma con caratteristiche e stili diversi: Jonah era decisamente più fisico e vigoroso, e il lavoro di doppia cassa era la sua specialità. Giuseppe è più tecnico ed estroso, e può inventarti al momento qualsiasi cosa. Forse il valore aggiunto che abbiamo ora con Giuseppe è più relativo al fatto che, oltre ad essere un batterista, è anche un tecnico del suono, e questo ci ha giovato molto nella preparazione dei nostri ultimi live, mi riferisco in particolare al nostro tour in America. Lui per primo ha insistito molto su come il nostro sound doveva uscire dal vivo, e insieme a lui ci abbiamo lavorato molto. Second World nel suo intero è una critica aperta contro tutta l'umanità, alla sua avidità e insaziabilità. Premettendo che condivido appieno con voi questo pensiero e credo inoltre che un uomo sia dotato di questi attributi a prescindere non credete che persone come me o voi, se si trovassero al posto dei potenti o semplicemente avessimo una marea di denaro si lascerebbero annebbiare la mente, abbandonando ogni campagna, musicale o di altro genere che sia? Certamente il rischio di diventare delle persone avide e insaziabili nel momento in cui si è travolti dal successo e dal potere c’è per tutti. Io credo però che l’uomo sia in ogni momento artefice del proprio destino. Al momento posso assicurarti che noi non abbiamo scelto di diventare una band per accumulare qualche soldo (di questi tempi poi la sola idea fa morire dal ridere) e fare i posers, la nostra idea è stata finora quella di inseguire uno stile di vita e un’attitudine da band fatta di musica, viaggi on the road, concerti in cui diamo il massimo delle nostre energie e confronto sia con le band con cui condividiamo il palco che con i fans che apprezzano la nostra musica. E tutto questo insieme di cose ci basta per ritenerci delle persone appagate. Per ora le cose stanno così, ma se dovesse un giorno capitarci di avere un successo di vaste proporzioni, mi auguro profondamente che questa nostra semplicità non venga mai scalfita e che riusciremo a mantenere il nostro equilibrio interiore tale a quello di adesso. Mi rendo conto che ciò potrebbe essere difficile quando raggiungi uno status tale di notorietà, ma non è impossibile restare semplici e umili, dipende esclusivamente da quello che scegli di essere. Avete da poco concluso il tour in Nord America con Marduk, Moonspell e altri: com'è stata la risposta del pubblico? Quali sono le principali differenze che avete riscontrato con gli altri paesi nei quali vi siete esibiti, e in generale com'è andato il tour? La risposta del pubblico è stata migliore di quella che ci aspettavamo. Eravamo un pò preoccupati poiché, esclusi i Moonspell, c’era una prevalenza di Band Black Metal in questo tour, e certamente saprai come questa scena, così estrema come si presenta, viene supportata spesso e volentieri da un pubblico esigente che contesta a priori tutto ciò che non è black metal. Per fortuna è andata meglio del previsto, e a parte qualche data in cui abbiamo trovato un audience un pò freddino, devo dire che sia il pubblico americano che quello canadese è stato molto caloroso nei nostri confronti. A livello personale posso dirti che le mie date preferite sono state Atlanta, Millvale e New York, posti stupendi e pubblico incredibile. In Canada ho apprezzato molto il Club Soda, personalmente il mio posto preferito dell’intero tour. Lascio a voi le ultime parole, concludete come meglio credete! Un saluto a tutti gli amici di Sector Noir! Supportateci sempre! Doom on! 30


KEITH MERROW

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SHREDDING LIFE Text Francesco Passanisi Photo Courtesy of Keith Merrow

Chitarrista, produttore ed insegnante, Keith Merrow è un uomo che ha dedicato la sua vita a quel magico strumento che, per certi versi, è il simbolo del Metal. Il suo sound a cavallo tra lo shred anni '80 ed il progressive metal odierno sta catturando sempre più consensi. Lo incontriamo per una bella chiacchierata non priva di qualche gustosa anticipazione. Come sei entrato in contatto con la musica e con la chitarra? Quando mi fanno questa domanda, solitamente ringrazio Tony Iommi. Quando ero un bambino, mio padre metteva dischi dei Sabbath tutta la giornata. Amai veramente tanto quella musica e la amo ancora. La prima volta che ascoltai “Master of Reality” capii che volevo suonare la chitarra. Quelle chitarre distorte accordate al di sotto dello standard mi rapirono fin dalla prima volta che le ascoltai. Non ci sono dubbi che quella sia stata la principale ragione che mi spinse ad imbracciare la chitarra quando avevo tredici anni. Poi, dai Sabbath passai ad ascoltare le band metal famose al tempo come Slayer, Metallica, Megadeth, Anthrax, Sepultura, Exodus, Pantera e molte altre, poi passai un periodo (durante le scuole superiori) ad ascoltare solo Death Metal. Ho amato veramente band come Cannibal Corpse, Malevolent Creation, Obituary, Deicide, Suffocation, Death, Etc. Queste band mi hanno formato musicalmente, quindi devo dire che sono state la mia principale influenza. Usi principalmente chitarre a 7 corde, quali sono le ragioni di questa scelta? Mi piacciono le accordature al di sotto dello standard e le 7 corde sono perfette per i suoni più gravi. Ho anche delle mani grandi, quindi le 7 corde sono più comode per me. Che consiglio daresti ai tanti giovani chitarristi di oggi? Sfruttate ogni chance che avete per suonare. So che può sembrare generico, ma è il miglior consiglio per qualsiasi

aspirante musicista. Suonare richiede molta pazienza e dedizione ma più suonate e più migliorerete. Ascoltando i tuoi album ho potuto sentire diverse influenze provenienti da una band che Sector Noir ama veramente tanto. Sto parlando degli Opeth. Cosa ne pensi di questa fantastica band? Penso che tutti quelli che scrivono o suonano un genere che si avvicini al Progressive vengano influenzati dagli Opeth. Per me, le influenze ci sono innegabilmente. Certe volte tributo palesemente la loro grandezza, ma cerco comunque di essere originale il più possibile. Parliamo dei Demisery, la tua band Death metal. Com'è Nata? Ci sarà un nuovo album nei prossimi anni? Io e il mio partner in questo progetto, Gord Olson (Chitarra/ Voce), parlammo per diverso tempo di scrivere un album che rientrasse nei canoni del Death Metal più tradizionale. Un giorno decidemmo semplicemente di iniziare a scrivere e ci riuscimmo in un breve lasso di tempo. È stato molto divertente rivisitare le atmosfere dell'Old School Death Metal, è qualcosa che mi sarebbe piaciuto fare già diverso tempo fa! La nostra ispirazione per quest'album furono principalmente tutte le grandi band Death Metal che ascoltavamo quando stavamo imparando a suonare. I Demisery sono il nostro tributo a queste band. Attualmente stiamo lavorando al nuovo album. Abbiamo letto con grande piacere che stai preparando un album con Jeff Loomis, Cosa ci puoi rivelare su questo progetto? Beh, per il momento siamo ancora in fase embrionale quindi, per il momento non c'è molto da dire. Jeff e io inizieremo a comporre nelle prossime settimane. La lineup sarà formata da: Keith Merrow - Chitarra Jeff Loomis - Chitarra Alex Webster - Basso Alex Rudinger - Batteria 31


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Elize Ryd/Amaranthe MIGHTY GRACE

Text Federica Sarra & Gabriele D'Angiolo Photo Ville Juurikkala

Dicono di lei che sia una stella nascente, la nuova regina della scena metal al femminile. Elize Ryd, frontwoman e voce degli Amaranthe, è molto più di questo. Romantica, idealista, dotata di una voce potente ed una grinta che tira fuori quando serve. La sua definizione di bellezza la rispecchia in pieno a nostro avviso. Elize si racconta a noi... Come sta andando con la vostra nuova uscita, The Nexus? In effetti va alla grande, abbiamo toccato punteggi prestigiosi nelle diverse classifiche di tutto il mondo, come quella ufficiale di iTunes in Svezia e negli Stati Uniti. Abbiamo raggiunto anche un bel piazzamento sulla Billboard. Perciò siamo davvero felici! Anche la risposta dei fan è stata fenomenale, non ho ancora sentito un solo commento negativo riguardo a The Nexus. Questa volta non avevo paura di recensioni negative, di solito ce l'ho, ma con The Nexus ho sentito dal profondo del mio cuore e del mio stomaco che sarebbe stato un disco amato e di successo. C'è stato qualche commento che ti ha colpito in maniera speciale? I commenti che riguardo la nostra musica ed il genere che proponiamo di solito mi condizionano molto, le persone che si lamentano della nostra arte mi rattristano. Mi dispiace che non capiscano cosa sia la musica per noi. Ma non permetterei mai che questo condizioni il mio lavoro in un ottica negativa, mi fa solo desiderare di lavorare più duramente ed essere ancora più convincente. Ti consideri una persona sensibile? Sono una persona molto sensibile. Piango quando sono felice, quando sono triste e soffro quando qualcun' altro sta male. Come trasferisci nella musica quest'aspetto della tua personalità? La musica è sempre stata l'unico modo per me di esprimere i miei pensieri più interiori ed i miei sentimenti. Perciò senza la musica non sarei in grado di vivere. La musica mi ha salvato la vita in molte occasioni. Sei sempre stata una ragazza creativa? Sì ho sempre vissuto attraverso la mia musica ed esprimendomi tramite il canto e la danza. In classe eri la "secchiona" o la ribelle? Ero la tipica "secchiona". Quali erano le tue ambizioni allora? Le mie ambizioni erano di diventare famosa tanto quanto gli ABBA. Volevo cambiare il mondo. Rendere felici tutti coloro che soffrivano, fermare tutte le guerre e salvare la natura. Poi sono cresciuta e perciò la mia prospettiva è, purtroppo, molto più realistica ora. Ma siamo stati molto impegnati nel portare tematiche serie nella musica quando abbiamo scritto

il secondo album, The Nexus. Se stai attento ai testi capisci cosa stiamo cercando di dire agli ascoltatori. Come ti immagini la tua carriera se diventassi mamma? Immagino farei un passo indietro visto che non potrei amare nessuno al di fuori del mio bambino, altrimenti non sarebbe corretto. Proprio ora sto vivendo il mio sogno, perciò non mi sembrerebbe giusto avere un figlio mentre sono completamente presa da me stessa e dalla mia carriera musicale. Ma spero che la mia priorità cambi nel tempo. Sarebbe terribile se non riuscissi a dare al mio ragazzo e a me un figlio da crescere e da amare, non vorrei mai perdermi tutto questo. Pensi che quest'epoca sia più dura per le donne in generale? Sì, è molto più dura, non ci sono dubbi al riguardo. Forse è per questo che la maggior parte delle donne sceglie di non suonare in una band metal. Ma qualcuno deve pur farlo per tutte le donne e sono veramente felice che il destino abbia scelto questo per me. Ti sei mai sentita discriminata? No mai, perché non permetterei mai a me stessa di subire una cosa del genere. È una cosa terribile che non esiste nel mio mondo e vorrei che fosse lo stesso anche per gli altri. Sei mai stata vittima di stalking? No, non mi è mai successo. Hai un consiglio per tutte le donne là fuori? Il mio consiglio per loro è: "Non consideratevi vittime, non lo siamo se non permettiamo a noi stesse di esserlo. Seguite i vostri sogni e siate coraggiose. Se siete interessate al metal, al momento c'è una forte richiesta di figure femminili nella scena rock/metal, perciò non abbiate paura di mandare i vostri demo alla case discografiche". Qual è la tua definizione di bellezza? La bellezza è qualcosa di naturale, onesta, pulita, positiva e fedele. Come un fiore che non appassisce mai, o un oceano pieno di vita, o una persona piena d'amore. 32


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INTER ARMA BEYOND THE SKY Text Federica Sarra Photo Courtesy of Relapse Records

Vi abbiamo presentato "Sky Burial", ultimo lavoro degli Inter Arma, con toni entusiastici, oggi conosciamo meglio la band di Richmond, decisamente fuori dai soliti schemi. Il chitarrista Trey Dalton risponde alle nostre domande permettendoci di varcare la soglia del loro variegato e complesso universo. Per cominciare, volevo congratularmi con voi per il vostro ultimo lavoro. Come si è evoluto musicalmente rispetto al precedente? Innanzitutto, grazie! Siamo piuttosto eccitati riguardo a questo lavoro ed alla sua imminente uscita (uscito il 19 Marzo via Relapse Records). Penso che durante il tempo trascorso tra "Sundown" e "Sky Burial" siamo tutti cresciuti come autori di canzoni e come musicisti, ma probabilmente più nello scrivere canzoni. Abbiamo permesso alle canzoni di svilupparsi in maniera più organica questa volta, piuttosto che unire diverse parti insieme solo perché le avevamo a disposizione. Ci siamo inoltre concentrati molto più duramente sulle registrazioni questa volta, ed abbiamo potuto esplorare suoni e strutture differenti, cosa che non avevamo fatto nei nostri lavori precedenti. Cosa pensate che stia cercando l'ascoltatore quando ascolta la vostra musica? Onestamente, non ne sono certo. Sinceramente, non credo neanche che vorrei spingere gli ascoltatori in una direzione specifica, finchè si percepiscono emozioni durante l'ascolto o pensieri che potrebbero far breccia nella mente. Se dovessimo riuscire ad evocare anche solo una risposta emotiva io ne sarei dannatamente soddisfatto. Quando state scrivendo, come trasferite la visione che avete nella vostra mente in una canzone? Tendiamo a scrivere collettivamente. Perciò, se uno di noi avesse un idea o uno spunto al quale vorrebbe contribuire, la porterebbe al resto del gruppo dove verrebbe modellata da tutti noi. Inoltre, è piuttosto difficile da prevedere quanto a lungo potremmo impiegare nello scrivere certe canzoni, dall'idea iniziale fino al suo completamento. Quale delle canzoni di Sky Burial hanno portato via più tempo in fase di scrittura? Io ho avuto il riff principale per "The Survival Fires" per ben quattro anni o giù di li, prima che fossi in grado di inserirlo in Inter Arma. Una volta che abbiamo cominciato a jammarci su, abbiamo impiegato solo un paio di settimane per poter completare il pezzo. Sia "The Long Road

Home" e "Destroyer" si sono svolti lentamente nel giro di un paio d'anni. Qual è la vostra opinione riguardo il corrente stato dell'industria musicale, riguardo ai downloads ed ai software audio? È un pò una lama a doppio taglio. Ci sono un sacco di cose buone per la musica che potrebbero essere fatte in una prospettiva digitale. C'è la distribuzione di massa. Molte persone potrebbero essere in grado di sentire la tua musica più velocemente e più facilmente che mai. Questa dovrebbe essere un'idea estremamente incentivamente per ogni musicista, veramente. Tutti vogliono che la propria roba venga ascoltata. Ma il poter arrivare più facilmente alla musica toglie parte di quell'eccitazione che solitamente si associava all'acquistare un nuovo album/cassetta/cd. E nello specifico, cosa ha significato questo per te? Ricordo di aver ascoltato "Far Beyond Driven" (Pantera n.d.r.) quando avevo 14 anni più o meno, per poi andare con i miei genitori al negozio di dischi per acquistarlo. L'anticipazione era una delle mie parti preferite dell'avere nuova musica. Questa cosa è stata persa per un sacco di giovani ragazzi recentemente, e penso che sia un peccato. Non toccherò l'intero discorso della pirateria blah blah download etc. Siamo stati tutti colpevoli di averne tratto dei vantaggi in un momento o nell'altro. Potremmo confrontare i suoni analogici con quelli digitali tutto il giorno e probabilmente non arriveremmo da nessuna parte. Sai, abbiamo registrato sia su nastro che in digitale contemporaneamente, cercando proprio di catturare un pezzo di tutti e due i mondi. Guardando avanti adesso, quali sono i vostri piani per il resto dell'anno e per dopo? Faremo qualche festival lungo gli stati ed un pò di concerti adiacenti per il resto della primavera e dell'estate. Speriamo di essere sulla vostra strada magari entro l'autunno di quest'anno. Per il momento comunque, non c'è niente di concreto riguardo a delle date europee. C'è qualcosa che vorreste dire alle persone che non hanno mai ascoltato gli Inter Arma? Siamo delle persone incredibilmente normali. Penso che a volte a causa di ciò che suoniamo la gente tende a pensare che siamo dei tipi con delle pretese artistiche, e non potrebbe esserci niente di più lontano dalla verità. Spero che ascoltiate tutti questo disco con la mente aperta e con uno stereo potente e con almeno un sacchetto di patatine. 33


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HANGING GARDEN QUINTESSENCE OF DARKNESS Text Federica Sarra & Gabriele D'angiolo Photo Hanging Garden Archive

I Finlandesi Hanging Garden hanno un certo gusto per le sonorità malinconiche e decadenti e sanno come organizzarle all'interno di una personale visione stilistica. "At Every Door", rilasciato nei primi mesi del 2013 per la Lifeforce Records, è un album di grande impatto. Per conoscerli meglio abbiamo fatto qualche domanda a Toni Toivonen, voce e frontman. Potresti descrivermi il percorso che avete affrontato come band nel corso di questi ultimi anni? Non sono nella band fin dall'inizio. Sono entrato negli Hanging Garden circa tre anni fa, e da allora, è stato un bel viaggio. Dopo di me ci sono stati altri due cambi di formazione, un sacco di concerti ed il percorso creativo del nuovo disco. L'alchimia che condividiamo ora con questa line up è eccellente, e stiamo sempre raccogliendo uno slancio notevole. A che punto pensi di aver davvero trovato il vostro sound attuale? Come pensi che “At Every Door” si sia evoluto musicalmente dalla pubblicazione d “TEOTWAKT”? Io penso che il suono che abbiamo adesso venga dalla libertà creativa di ogni membro. Abbiamo tutti un background musicale diverso, ed abbiamo tutti acquisito una certa comprensione reciproca riguardo a cosa le nostre canzoni necessitino per potersi evolvere nel loro potenziale. Inoltre ogni membro è capace di portare il proprio gusto alla composizione, mantenendo comunque un equilibrio e permettendo alle canzoni di potersi esprimere liberamente. Questa è la base dell'evoluzione 34


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dall'ultimo album, che era anch'esso un tentativo di avere un sound completamente differente dal debutto “Inherit The Eden”. Pensi che l'oscurità sia un concetto necessario per la vostra musica? No, non lo è, ma non ci sentiamo nemmeno di rendere il tutto troppo facile ed ovvio all'ascoltatore. Io penso che venga abbastanza naturale a tutti noi fare canzoni che necessitino più di un ascolto prima di aprirsi. Nel complesso, l'oscurità non è obbligatoria, ma nemmeno vogliamo fuggire da essa. Quali esperienze o idee particolari vi hanno ispirato per l'album? Per quanto riguarda me, avendo scritto la maggior parte dei testi, prendo ispirazione dalla letteratura, dalla storia, dall'arte e dal cinema. Viaggio anche molto spesso, e traggo molte influenze dai posti che hanno un impatto emotivo su di me. Spesso questi posti hanno un significato storico rilevante. In “At Every Door” queste ispirazioni sono molto presenti. C'è qualcosa che avreste voluto fare diversamente? A parte qualche decisione tecnica, non molto. Avete un immagine precisa di come sarà il prodotto finale quando lo iniziate? A dire il vero, no. Avevamo soltanto una manciata di canzoni sotto forma di demo che abbiamo pensato avessero un sacco di potenzialità. Le lasciamo quindi maturare e vediamo se possono o no combaciare insieme in un album. Nella nostra opinione, possono. Cercate di comporre musicalmente il più possibile, non appena ne avete il tempo, o vi fermate una volta che l'album è finito? Prima che “At Every Door” fosse pubblicato, avevamo già un discreto numero di nuovo materiale. Abbiamo molti membri che sono più che produttivi e che lavorano costantemente a nuovi pezzi. Al momento, penso che siamo già in grado di rilasciare il prossimo album abbastanza presto. Esprimete mai la vostra creatività attraverso altre forme artistiche come disegnare, dipingere, o altro? Non sono sicuro per quel che riguarda gli altri ragazzi, ma io ho studiato arte in passato e mi esprimo ancora tramite arti visive di tanto in tanto. Nino è un artigiano dei metalli, e crea molti oggetti dalle pelli e dai metalli. Tutti e due inoltre siamo abbastanza appassionati di fotografia. Potresti descriverci le migliori qualità di ogni musicista della band? Non saprei davvero dire chi ha più qualità rispetto agli altri. Ognuno ha il proprio ruolo nel suo strumento. Tutti noi abbiamo una buona esperienza nell'organizzare eventi, vivere sulla strada, suonare dal vivo, registrare e così via. Abbiamo un alchimia fantastica e siamo tutti dediti alle nostre visioni. Ma direi che Jussi H è molto attivo come compositore, produttore e come guida spirituale. È lui la ragione per cui non abbiamo bisogno di un produttore esterno. È al vertice di scrivere grandi canzoni, ed è il motore principale nel nostro gruppo. Nino è magnificamente devoto ed ha intuizioni fenomenali quando si tratta di visioni e valori artistici. Inoltre, è sempre impegnato a sperimentare con diversi suoni dal synth, realizzando materiale originale molto valido ogni volta. Mikko è un gran chitarrista, ed ha inoltre grandi idee sul sound e sulle composizione, È grazie a lui se il mood è sereno, il tipo divertente ed ottimista del gruppo. Jussi K. È un multi strumentista, produttore, tecnico del suono ed un grande compositore. Antti ha semplicemente lo stile musicale con più gusto e con più abilità ad arrangiare batteria e percussioni per ottenere le migliori qualità di ogni parte La cosa più importante alla fine, è che ci piace davvero fare musica e viaggiare insieme. 35


SPECIAL BAND

Dean Allen Foyd “Total freedom to spontaneously improvise” Text Gabriele D'Angiolo Photo Riitta Östberg

Qual è stato l'incitamento che vi ha spinto alla formazione della band? Ciò che ha acceso l'idea di formare i Dean Allen Foyd è stato il profondo interesse nella musica sperimentale. L'artista Avant-Garde Captain Beefheart è stato per noi grande fonte d'ispirazione ed ha agito come punto di riferimento per progettare le nostre registrazioni. Qual è la parte migliore dell'essere nei Dean Allen Foyd? Sicuramente la parte migliore è condividere lo stesso palco ogni sera ed essere liberi di poter improvvisare spontaneamente, permettendoci di 36

Ancora poco conosciuti in Italia, gli svedesi Dean Allen Foyd si apprestano ad incendiare le scene con il loro mix di Acid Rock, psichedelia e Blues ed i live acts fuori dagli schemi. La riscoperta del passato ed una forte personalità sono i cardini del loro modo d'intendere la musica, esprimendo uno stile libero al di là delle mode del momento. Conosciamoli meglio attraverso le parole del cantante e chitarrista Francis Rencoret. Ne vale davvero la pena.

presentare diverse versioni delle nostre canzoni, in modo da sentirci musicalmente privi di limiti. Avete scelto uno stile molto particolare per la vostra musica. Attraverso quale processo avete formato questo stile, e in che modo l'esperienza live vi ha influenzato? Siamo tutti molto interessati nel collezionare attrezzatura vintage ed amiamo i suoni che quest'equipaggiamento ci fornisce, oltre all'essere in grado di combinare tecniche di produzione analogiche e digitali, cosa che ci permette di lavorare con il meglio di questi due mondi. L'esperienza live fondamentalmente ci fornisce i


SPECIAL BAND

parametri interni dell'universo in cui ci muoviamo ogni volta che eseguiamo le nostre canzoni.

un viaggio. Ma che si tratti dei testi, delle melodie o dei suoni, sta al pubblico inspirare il tutto.

I vostri concerti sono contraddistinti da molta improvvisazione, assoli di chitarra e di organo ed il vostro set cambia ogni sera. Trovate difficile trasferire tutto questo in una registrazione in studio? Il modo in cui lavoriamo in studio ed il nostro approccio nelle performance dal vivo differiscono l'uno dall'altro in due estremi. In studio siamo più diretti nella nostra consegna, così che l'ascoltatore possa sentire i testi permettendogli di ritrovarsi nelle canzoni. Dall'altra parte, quando suoniamo dal vivo diventiamo più flessibili ed improvvisando vogliamo che l'esperienza sia più levitante. La flessibilità può cambiare da canzone a canzone, ma il concetto di base è quello di regalare all'ascoltatore

C'è qualche messaggio specifico che state cercando di trasmettere con la vostra musica e con il vostro EP, "Road To Atlas"? Road To Atlas è il primo passo verso il nostro secondo album e da quando Erik Petersson è entrato nel gruppo si è portato dietro l'organo Hammond, dando una nuova dimensione alla musica. Per quanto riguarda le tematiche, Atlante non era soltanto il Titano, ma anche colui che porta un enorme fardello sulle proprie spalle, ed è questo il concetto di Road To Atlas. Ogni canzone è una storia che tratta un peso da portare avanti, e forse il messaggio è di tipo psicologico.

R EV I EW

“Road To Atlas” (Crusher Records) Capita ogni tanto di svegliarsi e di non realizzare immediatamente che giorno sia, lasciandoci persi nel dubbio che prontamente viene dissipato da cellulari, sveglie e dal nostro fedele calendario. Bè, a me è capitato, dopo aver ascoltato Road To Atlas, ultimo lavoro in studio dei Dean Allen Foyd, di dover controllare che l'anno fosse ancora il 2013. Road to Atlas è infatti uno splendido souvenir di quello stile psichedelico, ricco richiami blues, che nacque e prosperò tra San Francisco e Londra durante gli anni '60, grazie a gruppi come gli Strawberry Alarm Clock, i 13th Floor Elevators e molti altri. Il ricercare sonorità vintage è una moda esistente già dagli anni '90, quando un esercito di musicisti esordienti, appartenenti a generi di ogni tipo, primi su tutti i Nirvana per il grunge ed i Black Crowes per l'hard blues, cominciarono ad utilizzare attrezzature analogiche ed a ripescare sound più in linea con i '60 ed i '70 che non con il loro presente, andando avanti all'infinito fino ad arrivare alla nuova esplosione di questi ultimi anni, con gruppi come i My Morning Jacket, gli Howlin' Rain ed i Black Mountain, tutti artisti che hanno trovato il loro posto grazie all' abilità di unire elementi del passato e del presente. Ma con i Dean Allen Foyd, il "ritorno alle origini" è ancora più radicale. Rispetto ai precedenti lavori della formazione svedese, Road to Atlas è caratterizzato da uno stile più libero e molto più derivato dall'improvvisazione, frutto dell'esperienza concertistica che ha fatto maturare le abilità e la direzione del gruppo, da suite acide e da composizioni sperimentali. Ciò che colpisce maggiormente di questo disco, è l'accuratezza maniacale con il quale il gruppo ha saputo ricostruire un sound così lontano nel tempo, tralasciando ogni tipo di contaminazione moderna, tant'è che l'EP potrebbe benissimo essere datato 1967 piuttosto che 2013. La cosa che a mio parere frena Road To Atlas, è forse il fatto di avere dei brani dalla durata troppo breve per poter esprimere completamente il loro potenziale. Il sound è compatto e omogeneo, frutto di passione e dedizione, oltre che di grande complicità ed interesse da parte di tutti i membri, ma è comunque evidente che il vero punto di forza della band svedese sia la dimensione live dove, come sostengono loro stessi, possono rielaborare sera dopo sera ogni canzone, abbandonandosi a jam spontanee e libere da ogni freno compositivo. Certo, Road To Atlas non vuole assolutamente essere un tentativo mal riuscito di catturare quell'essenza unica che si manifesta solo nei concerti, bensì si tratta di una via per permettere all'ascoltatore di ritrovarsi nei testi e di carpire i messaggi in essi contenuti, tutti incentrati sul sopportare il peso di sogni, aspirazioni e delusioni di tutti i giorni. Non è un disco per tutti, certamente più indicato per i nostalgici della psichedelia ormai andata, ma di grande interesse ed assolutamente impeccabile nella sua esecuzione. Voto - 8/10 37


SPECIAL BAND

Musicisti di razza, i piemontesi Secret Sphere rappresentano quel Made In Italy di cui andare più fieri. Gli amanti delle sonorità Power Metal troveranno pane per i loro denti...

SECRET SPHERE

“Penso che i prossimi anni saranno fondamentali per capire cosa accadrà” Text Mattia Bertozzi Photo Devil Inside Photo

Partiamo subito con la domanda più scontata, come è iniziata la collaborazione con Michele Luppi? Quando a inizio 2012 ci siamo separati da Roberto, ci siamo subito domandati chi poteva essere il tassello mancante per la band. Il nome che prima di altri è venuto fuori, è stato quello di Michele. Nel frattempo avevamo ricevuto molte candidature da ottimi cantanti italiani e stranieri ma Aldo ha contattato immediatamente Michele per tastare la sua disponibilità al progetto. Dopo uno scambio di demo e le registrazioni di alcune preproduzioni da parte di Michele, entrambe le parti hanno scelto 38

di unire le forze ed il risultato è questo "Portrait Of A Dying Heart", che ci sta conducendo ad una nuova fase della nostra carriera. Come è nata l'idea di questo Concept Album? Abbiamo sempre voluto scrivere testi impegnati o trattare argomenti a noi cari, anche se difficili. Dall’idea di Aldo è nata l’opzione di scrivere una storia incentrata sui sogni lucidi e sulla loro visione e struttura. Il concept è scritto da Costanza Colombo, a nostro parere astro nascente tra i “nuovi” scrittori made in Italy. Ha saputo conciliare moder-


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Siete appassionati di letteratura in generale? E in che modo influisce nel vostro processo creativo? La letteratura fa parte della vita di tutti noi, chi più chi meno. Ti porto ad esempio il nostro secondo album "A Time Never Come" che pesca a piene mani dalla letteratura britannica e non. Ora grazie a Costanza, abbiamo potuto sviluppare una tematica così tanto cara a noi.

Come descrivereste l'attuale scena musicale in Italia, per quanto riguarda principalmente il metal? Cosa dovrebbe cambiare secondo voi? La scena italiana è più ricca che mai. Ti potrei citare decine e decine di band che a mio parere negli ultimi anni hanno raggiunto livelli davvero alti. Basti pensare agli amici Fleshgod Apocalypse, ma anche alle “nuove leve” che stanno riuscendo a costruirsi uno spazio sempre più importante all’interno della scena. Personalmente ascolto e compro tantissima musica, ed ogni settimana sento nuova musica letteralmente pazzesca che sia metal, rock, pop, djent e affini. Oggi c’è tantissima concorrenza in un mondo dove però sembra esserci più offerta che domanda. Penso che i prossimi anni saranno fondamentali per capire cosa accadrà.

Quando decidete la setlist come scegliete i brani da suonare dal vivo e quali sono quelli che, secondo voi, hanno un riscontro maggiore con il pubblico? Dall’entrata in campo di Michele, abbiamo scelto di suonare il nuovo album interamente o quasi e qualche vecchio classico. Il nostro ultimo lavoro, devo dire che on stage brilla di luce propria. Poi come detto, ci sono brani che ormai fanno parte della nostra storia ed è inevitabile che chi viene a vederci aspetti di trovarli nella setlist.

Qual è il prossimo passo che farà la band ? state già scrivendo del nuovo materiale? Al momento siamo impegnati nella preparazione per i festival estivi, nella preparazione di nuove date in autunno, e nelle registrazioni di "A Time Never Come", da anni fuori catalogo, con la line up attuale, che speriamo possa essere pubblicato prima di fine 2013. Per il materiale nuovo è ancora presto, ma ci sono già molte idee di base su cui poter scrivere un ottimo grande successore.

nità e classe compositiva, che a nostro avviso, non ha niente da invidiare a nomi più blasonati della letteratura italiana. Poi Michele, scrivendo interamente i testi, ha saputo confrontarsi col racconto di Costanza in modo davvero perfetto, mettendo in luce alcuni punti chiave della storia personalizzandoli.

R EV I EW

“Portrait Of A Dying Heart” (Scarlet Records) Il disco dei piemontesi Secret Sphere si apre con un brano strumentale che nonostante i 6 minuti risulta sin da subito molto scorrevole, scelta alquanto azzardata questa, ma riuscita in pieno. Il disco procede a vele spiegate e la voce di Michele Luppi (ex Vision Divine) è ben riconoscibile. Michele riesce a creare un'alchimia davvero magica che si fonde perfettamente ai riff Power/Heavy dotati di forte impatto e carica. Le atmosfere evocate in questo disco sono ricche del fattore emozionale ed è lampante la maturità artistica di questa band a partire dalle lyrics, niente è lasciato al caso. L'album non delude anzi si conferma, brano dopo brano, un lavoro ben congeniato, ricco di momenti che si stampano nella mente, originali e sapientemente arrangiati. Voto - 8/10 39


TRACK BY TRACK

HYPOCRISY “End of Disclosure” (Nuclear Blast) Text Francesco Passanisi Photo Courtesy of Nuclear Blast

Dopo un inizio di millennio non troppo esaltante, gli Hypocrisy risorsero grazie ad “A Taste of Extreme Divinity”, magnifico album del 2009. Per Tägtgren e soci è arrivato il momento di confermare quanto di buono detto dal precedente album. Che sia una resurrezione degna dell'araba fenice?

End of Disclosure “End of disclosure Now the countdown has begun End of Disclosure Before they kill everyone” Apertura affidata alla titletrack, già scelta come primo singolo. Su di una melodia relativamente semplice gli Hypocrisy costruiscono un pezzo degno del loro nome con veri e propri sprazzi di genialità chitarristica, anche se il sentore è che siano partiti col freno a mano ancora tirato. Tales of Thy Spineless “Infected system, infected minds They're blinded by greed” Freno a mano finalmente rilasciato per regalarci un compendio di melodica brutalità che ci riporta ai fasti di “A Taste...”. Tägtgren torna a mostrarsi come uno dei migliori cantanti del panorama extreme metal moderno con un incrocio annichilente di scream e growl oltre a devastare le orecchie dell'ascoltatore con violenti riff di chitarra supportato dalla precisissima sezione ritmica, sempre attiva nel rifinire un songwriting illuminato. Le piume della fenice tornano a bruciare. The Eye “Blinded by fear we are We're living like slaves Now it's gone too far” Come se il potente intro non bastasse a sconvolgere l'ascoltatore, gli Hypocrisy tirano fuori l'asso dalla manica con un ritornello meraviglioso dove la voce al vetriolo del buon Tägtgren riversa tonnellate di veleno nelle nostre orecchie, accompagnato da riff di chitarra che uniscono brutalità e melodia in una ricetta perfetta. Devastante. United we Fall “Time is ticking and we cannot sit and wait To let those fuckers kill the human race” 40


TRACK BY TRACK

Forse il capolavoro dell'album, “United We Fall” è un vero e proprio massacro sonoro. Horgh e Hedlund formano una struttura ritmica possente come i cingoli di un carrarmato sulla quale si ergono le chitarre e la voce assassine di Peter costruendo una lezione di classe e violenza impareggiabili. Monumentale. 44 Double Zero “You pray for miracles that are gonna set you free Your freedom is already gone” Ennesima mazzata in puro Hypocrisy-Style, condita da un chorus velenoso che si insinua dritto nel cervello dell'ascoltatore facendolo letteralmente tremare di fronte agli oscuri complotti raccontati da Tägtgren, al quale si aggiunge un breve ma efficace intervento delle chitarre acustiche, piccola novità nel suono della band. Bentornata Fenice Hypocrisy. Hell is where I Stay “My destiny pulls me down south I'm home again Hell is where I stay It burns inside of my veins” Prima che i testi sui complotti del Nuovo Ordine Mondiale inizino ad annoiare, gli Hypocrisy ci stupiscono con un pezzo che pesca a piene mani dalla vecchia scuola del death metal. Ritmica da Mid Tempo e potenti powerchord accompagnano un testo che verte sull'occultismo, riportandoci alla memoria le origini del Death Metal mantenendo comunque una freschezza ed un'originalità impareggiabili. Il passato ed il futuro del death metal si incrociano in questo pezzo.

Soldier of Fortune “A soldiers life is taken His family in great sorrow Once a young boy, now a dead boy His country send him to hell” Altro pezzo forte dell'album grazie ad un songwriting illuminato e alla capacità interpretativa di Tägtgren, che sfrutta tutte le diverse modulazioni del suo growl per raccontarci la triste storia di un giovane soldato che perde la vita in una guerra ingiusta. Anche se condito da una brutalità inaudita, il pezzo riesce ad emozionare fino alle lacrime. When Death Calls “Beg for your life when death calls You try to fight back, it will be your fall They crush your life when death calls” Ennesima mazzata ai danni dell'ascoltatore. Le chitarre e il violentissimo growl di Peter rapiscono l'ascoltatore e proiettano le immagini degli spaventosi crimini di guerra che fanno da sfondo al testo del pezzo come in una sorta di “Trattamento Ludovico” di Kubrickiana memoria. Violenta. The Return “There's no rich, there's no poor Only gray faded memories The truth will change your beliefs Religion becomes the disease” Massiccia traccia di chiusura dall'andamento solenne che conferma lo stato di forma degli Hypocrisy, in grado di dispensare lezioni di classe e stile fino all'ultima nota. Non resta che dare il bentornato ad una delle band più importanti della scena Death Metal svedese. 41


TRACK BY TRACK

THE OCEAN

“Pelagial” (Metal Blade Records) Text Francesco Passanisi Photo Courtesy of Metal Blade Records

Originariamente concepito come un suggestivo viaggio strumentale nelle profondità degli abissi oceanici, la repentina guarigione del cantante Loic Rossetti permette ai The Ocean di portarci, oltre che nelle profondità marine, nelle profondità di un altro abisso tanto suggestivo quanto pericoloso: la mente umana.

Epipelagic [Instrumental] L'immersione inizia con un delicato pianoforte al quale si aggiungono i violini mentre sullo sfondo il suggestivo rumore dell'acqua ci abbandona lentamente in favore di un progressivo silenzio che lascia spazio solo alla musica. Mesopelagic: The Uncanny “From this point on there's only one direction: down ” Dopo il delicato intro, seguito naturale dell'atmosfera rilassata di “Epipelagic”, prende il via un crescendo schizofrenico che alterna sezioni rilassate ed altre più sincopate in pura tradizione prog. Rossetti si mostra un ottimo cantante alternando ben tre stili vocali diversi che ampliano l'evocatività strumentale del pezzo. Maestosa. Bathyalpelagic I: Impasses “How much control do we have over what we wish for? ” Esattamente come per l'immersione subacquea rappresentata dalla parte strumentale (da qui l'idea di nominare le tracce secondo la successione delle sottosezioni del dominio pelagico e bentonico), man mano che procediamo in questo viaggio nella mente umana aumenta il senso di opprimente oscurità che si respira grazie a geniali riff di chitarra messi in evidenza dall'ottima produzione di Jens Bogren. Opprimente. Bathyalpelagic II: The Wish In Dreams “Pressure is increasing with every meter that we sink ” Songwriting che scivola verso un incrocio mozzafiato di metal estremo e progressive metal. Le chitarre si ergono sulla solida base preparata dalla sezione ritmica formata da Luis Jucker e Luc Hess, soprattutto quest'ultimo si rivela un batterista dotato di una tecnica ed un'inventiva di prim'ordine aumentando l'impatto trascinante delle tracce. 42


TRACK BY TRACK

Bathyalpelagic III: Disequillibrated “Coming true there is only what accords with your nature, With your being - of which you know nothing ” Alla quinta traccia bisogna togliersi il cappello ed inchinarsi di fronte ad un tale capolavoro d'intensità e pathos. Le accelerazioni sono in grado di togliere letteralmente il fiato dai nostri polmoni, mentre l'intensità delle vocals e delle chitarre, il cui putiferio annichilisce il sangue, sottolineano perfettamente il testo basato sullo splendido “Stalker” di Andrej Tarkovskij. Il capolavoro dell'album. Abyssopelagic I: Boundless Vasts “This must be the most forlorn place in the world ” Dopo la devastazione di “Bathyalpelagic III” i The Ocean tirano il freno a mano con un intro opprimente che si evolve in un outro prog a base di chitarre clean e violini in grado di rapire l'ascoltatore facendogli continuare il viaggio introspettivo musicato dalla band. Affascinante. Abyssopelagic II: Signals Of Anxiety “Last night I had a dream. I saw her in the distance. She walked towards the sea ” L'atmosfera continua sulla scia di distensione iniziata in “Abyssopelagic I” come se, dopo il trauma subito nella zona Batipelagica, il nostro corpo si stia abituando all'oscurità e alla pressione dell'abisso profondo. Anche le lyrics, raccontandoci di uno struggente sogno, si rilassano come se anche la nostra mente si stia abituando alle profondità raggiunte all'interno del suo stesso abisso. Rilassante. Hadopelagic I: Omen Of The Deep [Instrumental] Ad introdurci la zona adopelagica della nostra mente ci pensa questo strumentale di pregevole fattura che, dopo un martellante e marziale intro, ci fa assaporare la totale

assenza di luce e sensazioni, esattamente come se fossimo sospesi in un abisso. Da ascoltare ad occhi chiusi. Hadopelagic II: Let Them Believe “All these restrictions are self-inflicted: Let them be helpless. Let them embrace symbols of commitment To compensate for the lack of it ” Secondo capolavoro dell'album con un songwriting che sposa perfettamente le amare considerazioni del testo sulla natura umana, che da sempre si autolimita imponendosi dogmi e regole inutili. Una suite da 9 minuti densi di pura genialità, con la solita e perfetta produzione di Jens Bogren ad amplificarne la bellezza. Capolavoro. Demersal: Cognitive Dissonance “And every mountain and island Were moved out of their places ” Un intro dalle sonorità atipiche ci introduce una traccia oppressiva che ci dona realmente l'impressione di aver raggiunto il fondo, galleggiando nell'oscurità di un territorio sconosciuto schiacciati dalla pressione. Staps e Nido danno il meglio di loro dietro le loro asce, costruendo una successione di riff devastanti che martellano le orecchie dell'ascoltatore. Una mazzata. Benthic: The Origin Of Our Wishes “There's no one here. No one can harm them here. Oh, God...” La conclusione di questo epico viaggio è rappresentata da una traccia lenta che riprende la marzialità del doom mentre Rossetti devasta l'ascoltatore con vocals disperate. Giunti alla fine di questo tremendo ed importantissimo viaggio introspettivo non resta che levarsi il cappello di fronte ad un'opera maestosa come “Pelagial” e, magari, riascoltarlo un centinaio di volte per carpire ogni più piccola gemma che questo capolavoro può regalarci. 43


REVIEWS/HOT ALBUM

BRUCE SOORD & JONAS RENSKE “Wisdom Of Crowds” (Kscope)

“Give you the lights, Give you the stars, Give you a sign” Text Federica Sarra Photo Courtesy of Kscope

Inatteso progetto che vede come protagonista un inedito duo formato da Bruce Soord, leader dei The Pineapple Thief e Jonas Renske, voce e fondatore dei Katatonia, entrambi con trascorsi di tutto rispetto. "Wisdom Of Crowds" è il risultato di una collaborazione che ha colto di sorpresa i sostenitori delle due band, che a giudicare dalle prime reazioni sui social networks, ripongono aspettative altissime in questa release. Il genere proposto però ha poco a che vedere con i percorsi musicali intrapresi sino ad oggi dai due artisti, l'uno proveniente dalla sfera più colta del progressive rock, l'altro da ambienti oscuri e malinconici di matrice metal. Il risultato è spiazzante ad un primo impatto, ricco di elementi vivaci e diversi fra loro, che riescono a trovare un loro posto nel quadro generale. Quest' opera prima è decisamente fuori dagli schemi e dalle catalogazioni ma dimostra una direzione musicale coerente che desta interesse generando un flusso di emozioni costante che accompagna l'ascoltatore durante tutto l'album. L'opening track "Pleasure" mette subito in chiaro la formula concepita dal duo. Una calda emotività, che si evince anche dai testi, coesiste con l'utilizzo di alcuni suoni sintetici, i quali non soffocano le melodie ma al contrario, la incanalano in una direzione ben precisa che mira a stupire ed affascinare l'ascoltatore. Sintesi delle molteplici esperienze di Soord, su "Wisdom Of Crowds" si adagia la migliore espressione vocale di Renske, che nel tempo ha saputo sviluppare questa sua dote, una timbrica unica e affascinante, riuscendo ad esaltare ogni singolo brano. Il bilanciato uso di elementi contrastanti è dunque il successo di questo lavoro, nonchè la chiave di lettura. In "Wisdom Of Crowds" convivono due anime, una più aperta a sperimentazioni, l'altra che ricalca i canoni più classici del progressive. Moderno ed imprevedibile, è un album che farà discutere soprattutto i puristi, ascoltare per credere. 44


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REVIEWS

CARVED “Dies Irae” (Bakerteam Records) Gli italianissimi Carved tornano in studio dopo l'exploit avuto nel 2010 con il primo EP che li ha resi fin da subito o quasi una band culto grazie all'interessamento da parte dei Necrodeath che li hanno voluti come supporter per il tour europeo dei 25 anni di carriera. La prima traccia fa già da preludio per il proseguio dell'album. Dalle canzoni si trae una certa metodicità trascinante, come nel pezzo Enter The Silence dove l'alternanza fra vocals in growl e altre in pulito ci proietta in una dimensione extra-musicale fino a che, d'improvviso, il pezzo si ferma e riparte più intenso di prima spinto da un coro che, nonostante sia a volumi molto bassi, si fa sentire bene e di certo non si fa dimenticare. Da segnalare anche “Scripta Manent (bullshit)”, traccia il cui titolo dice la verità; ciò che è scritto rimane ma, forse, non considera il fatto che questa volta anche ciò che suona e canta rimane. Il disco procede perfettamente in linea con tutto ciò che ci han detto dagli inizi. L'album non ha grandi sbilanci, parte con una certa carica e finisce con la stessa carica dimostrando che il gruppo ha trovato un suo sound stabile. Voto 7,5/10 M.B.

CHILDREN OF BODOM “Halo Of Blood” (Nuclear Blast) I Finlandesi Children Of Bodom si pongono nuovamente nel mercato con il loro appuntamento fisso ogni due anni. Questa volta è il turno di Halo Of Blood che, dopo il non troppo amato predecessore, segna il loro ritorno nel roster della Nuclear Blast. Il gruppo riparte oggi con 10 canzoni fatte di riff pesanti che corrono come un treno ad alta velocità, non tradendo il loro stile grazie ad un Alexi in piena forma. Ho apprezzato il cd ma, vista la grande attesa che portavo in tale cd, non voglio sbilanciarmi troppo. Voto 7/10 M.B.

ADE “Spartacus” (Blast Head Records) Roma caput mundi. Questa frase non è a caso, ma descrive alla perfezione sia il momento del death metal capitolino, con band sempre più importanti a livello internazionale, che la musica sacra ed antica degli Ade, veri figli dell’Urbe. La band si fa notare dalla massa grazie al connubio tra death tecnico, e allo stesso tempo epico, e strumenti classici della tradizione romana e greca, utilizzati sapientemente per andare a ricreare un’atmosfera a metà strada tra Nile romanizzati (complice anche la presenza alla batteria di un certo George Kollias), Decapitated e Amon Amarth. All’ascoltatore risulta impossibile non farsi trascinare dalla magnificenza del sangue che scorre nell’arena in questo concept basato sulla figura del gladiatore Spartacus, e dopo pochi ascolti canterà in latino insieme a Flavio, il cantante, magari memore dei propri studi liceali. Cum magna gaudio nuntio vobis Ade imperant. Voto 9/10 G.P.

SKID ROW “United World Rebellion – Chapter One” (Megaforce Records) Primo capitolo di un terzetto di EP a titolo comune United World Rebellion per gli statunitensi Skid Row. La band del New Jersey, dopo due album alquanto deludenti, da un senso alla sua reunion dando vita a un prodotto finalmente interessante. Nonostante il gruppo sia ancora una volta privo del cantante storico Sebastian Bach, il sostituto Johnny Solinger appare ora integrato al meglio in formazione e libero da ogni ingiusto paragone. Ne giova il disco, che complessivamente piace e rispolvera in parte il vecchio sound, con uno stile che torna ad essere dannatamente rock e supportato da ritornelli interessanti sia a livello melodico che nella loro struttura, solida e granitica come roccia. Hit dell'EP le tracce Kings Of Demolition e This Is Killing Me, quest'ultima power ballad capace di ricordare vagamente la storica I Remember You. Voto 8/10 I.M.

ASG “Blood Drive” (Relapse) Riff possenti, cambi e stacchi curati ed interessanti, una voce distintiva ed una cultura musicale non indifferente. Questi sono gli ASG che con Blood Drive presenta una collezione di pezzi che spaziano tra il Doom e l'Heavy Metal più spinto, passando per il deserto dello Stoner, in particolare prendendo in mano l'idea della centralità del riff in una canzone. Veramente tanta carne sul fuoco. Troppa forse. Molti spunti avrebbero meritato uno sviluppo diverso e più accurato, ma il risultato è comunque uno dei più interessanti prodotti recenti. Voto 8/10 G.D'A.

VIDUNDER “Vidunder” (Crusher Records) Con un sound a metà Blue Cheer e metà Stooges, i Vidunder esordiscono con un interessante e piacevole debutto, condito da atmosfere psichedeliche e con una vena blues d'altri tempi. Per essere un'opera prima, la band svedese regala 10 pezzi dall'esecuzione impeccabile, unendo la giusta tecnica ai suoni più ricercati dagli amanti del vintage, ma manca di grinta e di immediatezza in più punti, senza che questo pregiudichi la resa finale dell'album, sincero e ispirato, e che lascia tutti i presupposti per un seguito ancora migliore. Voto 7.5/10 G.D'A.

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REVIEWS

THE FORESHADOWING “Second World” (Metal Blade) La band propone un doom/gothic molto innovativo e affrontando temi di notevole profondità. I primi due album Days Of Nothing e Oionos hanno dimostrato delle idee fresche, grande competenza e conoscenza musicale e soprattutto un'attitudine al genere e all'idea perfetta. Questo terzo album prosegue il concept apocalittico e nefasto degli altri due dischi mostrando però una completa maturazione musicale. Le tracce scorrono fluide una dopo l'altra senza mai annoiare. La varietà di riff devastanti sono sempre coinvolgenti e mai piatti e l'ottimo lavoro di batteria riesce ad intrecciare un perfetto groove anche sulle parti più lente e cadenzate. Inutile parlare del risultato sonoro complessivo curato da Mr. Dan Swano (mentre per la registrazione la band si è affidata a Giuseppe Orlando) e in effetti una certa influenza si sente. Per finire la splendida voce di Marco Benevento incarna magistralmente la visione della disfatta del pianeta da parte di di un piccolo umano che ammonisce i suoi simili in maniera monumentale e solenne. i The Foreshadowing sono una di quelle band che vanno ascoltate in piedi, ad occhi chiusi per godersi al meglio il viaggio spirituale che vogliono offrirci. Voto 8/10 F.SN.

INTER ARMA “Sky Burial” (Relapse) La commistione di diversi generi e l'aver puntato tutto sull'innovazione, sono sicuramente le armi vincenti della band di Richmond. Impossibile da etichettare, il quintetto americano riesce a proporre una varietà stilistica avvincente, dallo stoner /sludge psichedelico passando per territori paludosi di matrice doom fino a giungere al black metal, riuscendo sempre a mantenere una propria identità sonora ben precisa. Il gruppo si cimenta in sonorità grevi, pastose e stordenti che ricordano i Neurosis, allo stesso tempo ricreano atmosfere tiratissime ed acide che inneggiano ai Darkthrone e riffs che omaggiano i Melvins. Nessun brano segue una struttura lineare (l'esplosione è sempre dietro l'angolo) e nessuno di essi è facilmente memorizzabile o digeribile ad un primo ascolto. L'album si apre con The Survival Fires, ricco di stratificazioni che molto superficialmente potrebbe essere etichettato come black metal, ma ci si accorge ben presto che gli Inter Arma hanno assimilato e riproposto qualcosa di veramente speciale. Momenti inattesi ricorrono di frequente in Sky Burial, il brano The Long Road To Home ne è un esempio calzante, un'epica suite di oltre 10 minuti talmente intensa e ben strutturata da togliere il fiato. Il disco procede spedito, addentrandosi in zone malsane e ferrose, toccando lidi di straniante desolazione con Love Absolute e chiudendosi con la monolitica title track, 13 minuti che descrivono un mondo gelido e pesantissimo. Mai banali, gli Inter Arma si fanno apprezzare per la loro attitudine ipnotica ed ossessiva e l'ottimo lavoro di esplorazione di un universo spietato e duro, confezionando un album che non segue le tendenze del mercato, al contrario, ne detta di nuove. Voto 8,6/10 F.SR.

HANGING GARDEN “At Every Door” (Lifeforce Records) Giunti al terzo studio album, si confermano ad alti livelli. At Every Door, rilasciato il 28 gennaio per la Lifeforce Records, è un album che poggia su canoni ormai consolidati e sviluppati in maniera eccelsa, che delineano un'identità sonora ben precisa che permette di identificare immediatamente il suono, corposo ed avvolgente, con la band. Difficile trovare delle sbavature negli 8 brani presenti che seguono strutture piuttosto lineari ma incorporano stratificazioni ricche di buone idee e sfumature moderniste, ma ciò che emoziona fortemente sono le atmosfere irresistibili che gli Hanging Garden riescono a creare, trasportando l'ascoltatore in una dimensione sonora spirituale ed introspettiva dove però non mancano momenti robusti. Un gioco di chiaroscuri lento e denso che affascina per il modo in cui è concepito, nel quale entrano in scena le diverse le esperienze musicali dei singoli elementi che contaminano il doom metal di tinte dark e vagamente post rock. Gli Hanging Garden ci regalano una prova matura che attesta una notevole personalità ed un ottimo stato di salute creativa ed artistica. Un lavoro alquanto ambizioso per il tipo di sperimentazione proposta ma superato a pieni voti per qualità ed eleganza messe in campo. Voto 8/10 F.SR.

AMORPHIS “Circle” (Nuclear Blast) Indiscussi fondatori di un genere che si è ampiamente evoluto nel corso del tempo, gli Amorphis confezionano un album che rispecchia in pieno la personalità della band, nel quale si avvertono delle vibrazioni inedite e la voglia di stupire l'ascoltatore. Il sound è corposo e incalzante, melodicamente molto ricco e rispetta in pieno la tradizione dello storico combo finlandese, pur non riuscendo a riportare indietro quel glorioso passato che ancor oggi ha un peso notevole nei giudizi di chi si trova a recensire i loro lavori. Tuttavia Circle splende di luce propria, è un nuovo eccitante capitolo, coerente e coeso che mette in campo la maturità acquisita negli anni. La band si inoltra in territori che ben conosce, offrendo però all'ascoltatore un nuovo punto di vista, più consapevole rispetto al precente The Beginning Of Times. Di certo gli Amorphis non hanno mai seguito le mode ed è un grande merito di questi tempi. È per questo che sono unici e inimitabili, come un marchio a fuoco nella storia del metal. Voto 7,8/10 F.SR.

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ART

Mario Duplantier/GOJIRA DOUBLE IDENTITY

Text Federica Sarra Photo Gabrielle Duplantier

Talentuso batterista dei francesi Gojira, Mario Duplantier concepisce le sue opere come strumenti per esprimere il suo lato più inconscio, dipingendo creature zoomorfe surreali, personaggi imperscrutabili che sono lo specchio della parte più profonda della natura umana. Da sempre affascinato dall'arte in tutte le sue forme, Mario ci racconta le varie componenti del processo creativo. Qual è il tuo scopo primario? Esprimere me stesso, lo spirito animale che è in noi, la religione, la vita in generale. Gli animali ad esempio, sono una risorsa culturale in molte tradizioni ancestrali e mitologiche. Trovo che sia un concetto molto affascinante. Da quanto tempo dipingi? Da quando sono piccolo, ho sempre disegnato e dipinto, portavo con me un quaderno per i miei schizzi. Le attività creative sono da sempre una necessità innata. C'è qualcuno che vorresti ringraziare per aver reso questo tuo sogno una realtà? Ogni membro della mia famiglia, Dominique, Patty, Gabrielle e Joseph. Loro sono incredibilmente dotati di talento, il loro sviluppato senso estestico nelle arti mi ha fortemente suggestionato. Sin da bambino loro sono stati i miei mo48


ART

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ART

delli. Devo molto anche ad Anne Deguehegny che mi ha influenzato moltissimo. Come descriveresti la tua arte in 5 aggettivi? Brutale, minimalista, naif, complessa e istintiva. Per descrivere te stesso useresti qualcuno di questi aggettivi? Si senz'altro, sceglierei naif e complesso! Pensi che l'ispirazione provenga dallo stesso luogo dove attingi per comporre la tua musica? Probabilmente sì, in entrambi gli ambiti cerco la spontaneità. È tutto molto istintivo. Così come il corpo è importante per suonare la batteria, sentire le vibrazioni, i muscoli... Quando dipingo sono le mie mani a parlare e non la mia testa il più delle volte. Ritieni che i fan dei Gojira siano interessati a quest'altro aspetto della tua personalità? Ti supportano?

Sì, in molti prestano attenzione alle arti visuali che proponiamo sia come band che come singoli individui, sono molto attenti ai miei lavori e fin'ora ho sempre ricevuto feedback positivi. Vorresti che questi due mondi restassero separati o in qualche modo ti piace il fatto che si possano collegare? Non voglio necessariamente dividerli o connetterli, se sono i fan a connetterli per me va bene, tutto ciò che faccio è esprimere me stesso. Ascolti qualcosa in particolare mentre lavori? No, raramente. Il silenzio è il mio migliore amico quando dipingo. A volte ascolto musica indiana che mi ispira in modo sorprendente, quei suoni, in particolare quello del sitar e del tabla, mi trasportano in una dimensione che adoro. Come mantieni la motivazione e come ti tieni aggiornato?

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ART

È l'approccio spontaneo e naif, senza intellettualizzare troppo, che mi tiene lontano dal perdere l'ispirazione. Non mi pongo limiti e complessi riguardo la tecnica. Qual è l'opera più significativa che hai visto? "Les Ponts Suspendus" di Dominique Duplantier, era in casa quando avevo un anno. Cosa c'è di negativo riguardo all'essere un artista oggi?

Direi niente per me perchè non vivo di questo mestiere. Come ti senti quando le persone interpretano in maniera completamente diversa i tuoi lavori? Mi piacciono le diverse interpretazioni, non sono il detentore assoluto del significato delle mie opere. Tutto il mio subconscio emerge in superficie e ritengo che gli altri abbiano una prospettiva migliore per poter interpretare il mio lavoro, molto meglio di quanto possa fare io stesso. 51


CINEMA

“Hai Abbattuto un elicottero con una macchina”... “Avevo finito le pallottole” Text Francesco Passanisi

Illustrazione Leo Ortolani

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CINEMA

Per anni vituperati come attori di serie C capaci solo di mostrare montagne di muscoli oliati mentre svuotavano l'ennesimo caricatore addosso a centinaia di comparse, Hollywood riscopre oggi le star dell'action movie all'americana che hanno segnato il cinema degli anni '90. Nonostante le rughe in più, i capelli in meno e l'età anagrafica che avanza impietosamente verso “l'età della pensione”, le star dell'action movie stanno vivendo una seconda giovinezza iniziata grazie all'operazione revival ideata da Sylvester Stallone in “John Rambo” e ne “The Expendables” (Conosciuto in Italia come “I Mercenari”), dove ha unito vecchie e nuove icone del cinema d'azione riuscendo a scaldare il cuore soprattutto di coloro che sono cresciuti con questi miti quasi invincibili, capaci di affrontare qualsiasi situazione ed incassare qualsiasi colpo con una battuta sagace sempre pronta. Personaggi come John Rambo, John McClane, il Cyborg T-800, Wellman Santee, Andreas Stavros, Frank Dux, il Diurno e Snake Plissken si sono fatti largo nell'immaginario collettivo degli ultimi anni nonostante, tranne Snake Plissken, non siano stati protagonisti di capolavori indimenticabili ma di pellicole di puro intrattenimento, con una sceneggiatura spesso debole o poco verosimile ma in grado di divertire spensieratamente o di impressionarci con effetti speciali o combattimenti ben orchestrati. Ad aiutare questi personaggi ad entrare nella storia del cinema sono stati soprattutto i loro interpreti; Attori come Stallone, Bruce Willis, Arnold Schwarzenegger, Mickey Rourke, Jean-Claude Van Damme, Dolph Lundgren, Steven Seagal o Kurt Russell non saranno dotati di capacità recitative da “Actor's Studios” ma hanno un carisma naturale quasi genetico, dato dai loro fisici temprati dal body-building o dalle arti marziali, dai mascelloni squadrati e da quelle inimitabili espressioni truci che li hanno resi vere e proprie icone moderne. Avendo una passione ai livelli dell'eresia cinefila per l'action movie, Sector Noir paga un tributo a queste leggende chiedendosi al contempo chi tra gli “under 50” di Hollywood potrà raccogliere la pesante eredità di questi uomini ormai entrati di diritto nella storia del cinema. Sylvester Stallone Rocky Balboa e John Rambo. Bastano questi due nomi per poter elevare Stallone a vera e propria icona della cultura Pop. Specializzato in personaggi che cercano e trovano riscatto sociale solo grazie alla loro forza di volontà e alla loro forza fisica, l'eredità di Sylvester Stallone è impossibile

da raccogliere pienamente. Produttore, regista e sceneggiatore di alcuni dei più grandi successi dell'epoca d'oro dell'action movie ed autore soprattutto del suo rilancio nel corso della seconda metà del 2000, al di là del suo aspetto da pugile suonato, Stallone rivela la sua intelligenza formidabile (membro del Mensa con un QI di 160) riuscendo a svecchiare l'action movie in modo da adattarlo ad un pubblico più scafato mantenendo comunque quell'aria da revival che ha decretato il successo di “The Expendables” e ha riportato in auge il genere action, rilanciando anche un paio di carriere in declino. Inimitabile. Arnold Schwarzenegger La seconda icona più importante del cinema d'azione, la carriera di Schwarzy è stata un susseguirsi di successi, film minori, tentativi (alcuni riusciti, altri meno) di darsi alla commedia e svariate rinascite. Attore certamente poco espressivo, Arnie è comunque portatore di un carisma naturale legato soprattutto al suo fisico da Body builder e al suo volto adattissimo per rappresentare lo stereotipo del combattente possente diventando una vera e propria icona in film come Conan il Barbaro, Terminator e Commando, ma anche dotato di un sorriso accattivante da “Gigante buono” che gli ha permesso di strappare qualche sorriso in un paio di commedie. Il giovane attore che più gli si avvicina è Dwayne “The Rock” Johnson, stesso fisico da Body Builder, stessa monoespressione e stesso sorriso, Dwayne è abbastanza lanciato verso una carriera interessante nell'universo di Hollywood. Dolph Lundgren Volto squadrato, 110 kg di muscoli, aspetto da vichingo e sguardo di ghiaccio, Dolph Lundgren è forse lo stereotipo per eccellenza dell'attore di Action Movie. Qualità recitative addirittura più scarse del buon Schwarzy, Lundgren è riuscito comunque a diventare una vera e propria icona grazie anche ad alcune scelte di carriera molto oculate. Invece di lanciarsi in inutili tentativi di riciclarsi come attore di altri generi a lui poco adatti, Dolph ha continuato ad interpretare e dirigere film d'azione che, pur non essendo capolavori del cinema o campioni d'incassi, gli hanno permesso di non perdere lo status di caratterista del cinema d'azione, specializzato in ruoli da anti-eroe o da villain. Per trovare un suo degno erede dobbiamo uscire dal canone degli “Under 50” per trovare un attore addirittura più anziano di Lundgren, ma con una carriera più breve ma già ben lanciata verso un roseo futuro. Parliamo di Danny Trejo, splendido caratterista lanciato da 53


CINEMA

Robert Rodriguez e dotato dello stesso naturale carisma di Lundgren. Bruce Willis Volto dell'Icona per eccellenza del cinema d'azione, Mr. John McClane, Bruce è comunque un attore molto più versatile dei precedenti, in grado di passare da ruoli d'azione, comici e drammatici con ottimi risultati, cosa che gli ha permesso di soffrire meno nel periodo di crisi dell'action movie. Un'altra differenza dai precedenti è che perfino nei ruoli d'azione, Willis riesce a far ridere di gusto con qualche battuta e riesce a rimanere un eroe a misura umana. Laddove Stallone & Co. interpretano delle perfette macchine di morte, quasi dei cyborg, Willis rimane un eroe a dimensione umana, grazie ad un fisico non massiccio come i precedenti e ad una naturale empatia che riesce a stabilire con gli spettatori anche quando interpreta il più truce dei personaggi. Tra le nuove leve di Hollywood sono addirittura 3 i nomi che mi vengono in mente. Da una parte troviamo Vin Diesel che, forse grazie ad una certa somiglianza fisica, lo ricorda molto nei movimenti e nell'attitudine ad interpretare i ruoli d'azione. Dall'altra, la sua versatilità attoriale lo accomuna a due dei migliori attori odierni, Christian Bale e Hugh Jackman, entrambi credibilissimi nei ruoli d'azione ma in grado di spaziare con immensa efficacia all'interno dei generi più diversi. Mickey Rourke "Rusty il Selvaggio", film di Francis Ford Coppola che lo lanciò nel mondo del cinema, sembra quasi una profezia sulla turbolenta vita dell'attore americano costellata di amicizie pericolose, droga e alcool che, oggi, gli regalano uno dei volti più carismatici e riconoscibili della storia del cinema. Un volto inimitabile che porta i segni di una vita sregolata che nemmeno il miglior truccatore può dare ed una grande capacità di modificare il suo peso corporeo sono i segreti di Mickey Rourke, perfettamente adatto nel ruolo del cattivo o dell'antieroe tormentato che gli hanno permesso di superare la crisi dell'action movie adattandosi anche a ruoli drammatici. Tra i giovani attori di oggi, l'unico che può raccogliere la sua eredità è Johnny Depp (che rientra per un soffio tra gli under 50), anch'egli protagonista di diversi ruoli da antieroe ma, soprattutto, protagonista di una vita sregolata e tormentata che dona lo stesso spessore dato da Rourke ai personaggi più problematici. Si

può insegnare a recitare e a calarsi nel personaggio, ma di fronte ad attori che hanno provato sulla loro pelle una vita sregolata come in un film, non c'è scuola di recitazione che tenga. Kurt Russell Icona cult degli anni '80 ed attore feticcio di John Carpenter, Kurt Russell entra di diritto tra i volti simbolo dell'action movie americano pur essendo un pò un outsider del genere. Purtroppo, le scelte poco oculate che ha fatto (e continua a fare) nel corso della sua carriera lo hanno reso un attore molto sottovalutato, ma non per questo poco amato dal pubblico. Personaggi come Jack Burton, Snake Plissken e R.J. MacReady lo eleggono di diritto tra le icone generazionali, nonostante una carriera poco esaltante solo parzialmente rilanciata da “Death Proof ” di Quentin Tarantino. L'attore odierno più simile a lui è lo scozzese Gerard Butler, l'ormai leggendario Leonida di “300”, anche lui alle prese con ruoli spesso poco consoni alla sua fisicità. L'unico augurio è che la sua carriera non tracolli come quella del grande Kurt. Jean-Claude Van Damme, Steven Seagal e Chuck Norris Una categoria che si sta perdendo nei meandri di Hollywood è quella degli artisti marziali che, grazie alla loro preparazione nelle più spettacolari tecniche di combattimento e al loro fisico agile ed allenato, interpretavano ruoli di pura azione con combattimenti in grado di esaltare il pubblico, mantenendo comunque un certo grado di realismo. A raccogliere la pesante eredità di questi tre leggendari combattenti (ricordiamo che i tre nomi citati erano campioni di arti marziali ben prima di apparire davanti allo schermo) ed attori troviamo Jason Statham, una delle migliori promesse del cinema d'azione americano che è riuscito a riportare in auge l'action movie con la sua interpretazione di Frank Martin nella fortunata serie “The Transporter”, grazie anche alla sua preparazione nelle arti marziali che comprende Kung Fu, Judo, karate e Kick Boxing che iniziò a praticare fin da giovanissimo. Parlare del futuro, di possibili rimpiazzi per delle leggende, è sempre difficile! Ci rimangono solo pellicole e volti storici che hanno segnato un'epoca, nella speranza che il mondo del cinema riesca a ritrovare quella freschezza che segnò quel periodo!

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CINEMA

ROB ZOMBIE

LORDS OF SALEM LE STREGHE DI SALEM Text Max Carley Traduzione Irene Pennetta

Dopo una passeggiata nella Casa dei 1000 Corpi, dopo aver scrutato nella mente di Michael Myers, e dopo un giro di piacere in compagnia di una squadra di vigilanza, la nostra prossima tappa a bordo della Roulotte del Terrore di Rob Zombie è Salem, in Massachusetts, per un autentico gioco di violenza old style di una Strega Pagana. Brillante, agghiacciante e assolutamente divertente, Le Streghe di Salem e il suo immaginario horror ad hoc rendono il film dannatamente divertente. Scritto, diretto e prodotto da Rob Zombie, il film si avvale nuovamente della collaborazione di Brandon Trost (Halloween II), Direttore della Fotografia, per dar vita ad un un’eccezionale pellicola horror moderna. La storia è incentrata su Heidi Hawthorn, dj radiofonica di Salem, interpretata da una sexy hipster e tatuata Sheri Moon Zombie. Dopo aver passato la notte a mandare in onda brani musicali, mentre Heidi lascia lo studio, riceve un pacco misterioso, un disco in vinile “Un regalo dai Signori”. L’inquietante brano che si rivela un’autentica marcia della morte, manda le ragazze in trance. Un espediente narrativo utilizzato per il grandioso climax del film, ovvero quando “Le Streghe” arrivano in città per deliziarci di uno spettacolo di una sola notte. Le riprese e l’audio del film ed entrambe incrementano le che sono le convenzioni mostri di Hollywood a ciò

sono un fulcro fondamentale in maniera magistrale quelsull’horror tradizionale - dai che gli artisti del calibro di

Romero, Carpenter e Raimi hanno creato. Rob Zombie ci mostra il puro divertimento che si nasconde dietro le porte scricchiolanti e i tenebrosi corridoi, con sangue, violenza, pelli bruciate e facce da brivido. Ciò che sconvolge di più di Salem e degli altri film di Zombie è il delicato e difficile equilibrio tra un vero e proprio gusto dell’orrido e un’atmosfera leggera e godibile. Meg Foster è l’assoluta regina del film, che interpreta con terrificante maestria La Strega Maestra Molly Morgan. Bruce Davison invece, con un’intensa interpretazione, veste i panni dell’esperto e studioso Francis Matthias. Zombie ci regala un lavoro magistrale di giocoleria e manipolazione dei personaggi per tutta la durata del film, dove l'oscuro mistero della stregoneria è il centro emotivo della storia e gli attori ne fanno un autentico punto di forza. Salem è solo un altro massiccio lavoro che entra a far parte dell’altrettanta massiccia filmografia di Zombie. È un vero piacere poter ammirare questo oscuro autore al culmine del suo gioco. Il film si costruisce e matura grazie a momenti di tensione accademici e pacati de L'Esorcista, prendendo in piena regola le vesti di Kubrick, senza mai perdere un colpo. La grandiosità raggiunta attraverso la scenografia e il surrealismo culmina in una splendida danza del terrore che porta in primo piano la passione di Zombie e la sua abilità nel maneggiare il genere horror. Divertente ed eloquente, Le Streghe di Salem si rivela sfacciatamente stregato e pieno di terrore. 55


Lasse Hoile

PHOTOGRAPHY / ART

DREAMLIKE REFLECTION Text Federica Sarra

Danese, poliedrico artista, Lasse Hoile ha lavorato al fianco di numerose band e vanta un lungo sodalizio con Steven Wilson ed i Porcupine Tree. Attraverso una ricerca coerente e fortemente simbolica che ha come imprescindibile punto di partenza la passione per il suo lavoro, Hoile ha costruito nel tempo uno stile personale e riconoscibile. Oggi la sua missione è opporsi all'omologazione e alla mediocrità. Ricordi i tuoi esordi nell'industria musicale? In realtà non ricordo bene come sono approdato in questo settore, diciamo che sono sempre stato molto interessato alla musica e di conseguenza è stata una progressione del tutto naturale se vuoi. Conoscere nuove persone, far girare il nome...Non è stata una vera e propria scelta, è semplicemente accaduto ma è ciò che in fondo desideravo davvero. Cosa influenza il tuo processo creativo? Difficile dirlo, persone, paesaggi, suoni, emozioni e via dicendo. Qual è il fattore motivazionale dietro ai tuoi lavori? Poter lavorare sempre con persone interessanti e nuovi progetti. Non potrei fare nient'altro che questo, altrimenti

morirei! Anche il fatto di provare ad educare le persone attraverso la mia arte o aiutare concretamente gli altri a raggiungere uno scopo, alla fine ripaga di tutti gli sforzi. Il Surrealismo ha influenzato la tua prospettiva artistisca? Sicuramente, mi ha aiutato a proiettarmi in diverse dimensioni, non so dirti in che termini esattamente perchè i miei lavori sono molto diversi l'uni dagli altri, ma certamente è qualcosa di estremamente interessante per me. A cosa stai lavorando adesso? Al DVD degli Anathema che abbiamo girato lo scorso anno a Plovdiv in Bulgaria, sarà fantastico! Cosa sceglieresti fra luci e ombre e vintage e modernismo? Direi che l'una non esclude l'altra, ma le ombre sono più interessanti per me e così il vintage. Cosa vuol dire "Cutting-Edge" per te? È un buon concetto, molto raro ultimamente, per me è il fattore "wow", soprattutto adesso che la tecnologia ha fornito i mezzi giusti in mano di chiunque. Tutti possono sentirsi artisti, fotografi, registi... Ma la mediocrità che c'è

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PHOTOGRAPHY / ART

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PHOTOGRAPHY / ART

in giro è tanta, in particolar modo da quando il digitale è diventato per tutti. Alcuni risultati sono solo frutto di errori grossolani. Un'altra brutta tendenza è quella di lavorare gratis o sottocosto, se il cliente desidera avere qualcosa di veramente speciale e ben fatto, che sia davvero cuttingedge, deve necessariamente pagare il giusto prezzo. In questo business la gente è ormai abituata alla scarsa qualità delle foto scattate con i cellulari o dei video amatoriali su You Tube, inetti come un mp3 e sono come assuefatti da questi standard bassissimi, in questo senso bisogna educare le persone costantemente. Quali sono i fattori chiave per una carriera di successo? Il successo è una cosa strana, non mi vedo come un artista affermato, non se il mio metro è quello con cui misuro la visibiltà che ho in rapporto a ciò che guadagno. Ad oggi, devo riuscire a vendere quante più opere possibile, mi considero meno fortunato rispetto a dieci anni fa, come dicevo prima, è dura distinguersi in questo settore a causa di milioni di persone che cercano di fare la stessa cosa. Anche se riuscire comunque a fare questo mestiere che amo è già un successo di per sè. Sì, credo alla fine il successo abbia a che fare con la soddisfazione personale. Qual è il miglior consiglio che ti è stato dato? Ce ne sono sempre tanti buoni, ma alla fine devi per forza

commettere errori per imparare, cadere per poi non riperterli più. La cosa fondamentale è avere un buon amico con cui parlare che ti aiuti a rialzarti. Come sono cambiate le tue aspettative nel corso degli anni? Da ottimistiche a pessimistiche direi! Ma penso che sia del tutto normale, al momento le prospettive in questo settore non sono affatto luminose, ma del resto non è mai stato semplice. Quali sono state alcune fra le tue migliori esperienze lavorative? La migliore è stato viaggiare con i Porcupine Tree e Steven Wilson in Messico e in molti altri posti. E aver visto l'esposizione di Francis Bacon al Tate di Londra! Guardando indietro, quale consideri come il maggior successo della tua carriera? L'aver conosciuto e lavorato con persone fantastiche, una vera fortuna. Qual è oggi la sfida da affrontare? Trovare nuovo lavoro che sia stimolante ed educare le nuove generazioni contro la mediocrità, il plagio, i lavori dozzinali e scadenti.

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CULTURE

“STANLEY KUBRICK E ME” EMILIO D'ALESSANDRO con Filippo Ulivieri ( il Saggiatore)

STANLEY KUBRICK E ME: Trent'anni accanto a lui. Rivelazioni e cronache inedite dell'assistente personale di un genio. Text Francesco Passanisi

Nel 1960 Emilio D'Alessandro lascia la sua Cassino (Fr) dopo il servizio Militare trasferendosi in Inghilterra. Esegue decine di lavori ma la sua passione per i motori lo porta a trovare lavoro prima come meccanico e poi come pilota di corse automobilistiche, arrivando alle soglie della Formula 1. Ma la crisi economica e le sue responsabilità di padre di famiglia lo costringono ad accettare un lavoro presso la compagnia di tassisti privati Mac's Minicabs che aveva contratti

in esclusiva con le case di produzione della “British Hollywood” che si era formata nella vicina cittadina di Elstree. Dopo che qualche giorno prima aveva trasportato niente meno che John Wayne, Emilio si trova con un passeggero del tutto fuori dall'ordinario... Un gigantesco fallo di ceramica da trasportare da uno studio all'altro per conto della Hawk Films, una delle tante case di produzione della zona. Dopo quel trasporto, D'Alessandro viene contattato dalla stessa casa di produzione 60


CULTURE

che gli offre un contratto in esclusiva come autista, finchè un giorno non viene mandato ad una villa in campagna, viene fatto accomodare nell'atrio e: “Qualche minuto dopo, due Golden Retriever uscirono da una delle porte del corridoio, seguiti da un signore sulla quarantina dall'aria sbrigativa. <<Buongiorno>> mi disse allungando una mano. <<Buongiorno>> risposi ricambiando la stretta. Era poco più alto di me, aveva una bella barba, riccia e nera. Mi sembrò Fidel Castro. <<Sono Stanley Kubrick>> disse guardandomi negli occhi.” Nacque così un rapporto di lavoro e un'amicizia che durerà per più di 30 anni. Del Kubrick regista si è scritto davvero tanto, ogni singolo fotogramma di ogni suo film è stato studiato da saggisti, cinefili, sociologi e tutte le persone che pensavano o sapevano di poter dire qualcosa di più o meno valido sull'operato artistico di uno dei più grandi geni della storia del cinema. Ma la persona dietro la macchina da presa era sempre rimasta avvolta da un alone di mistero, sporcato dalle solite illazioni di giornalisti con troppa fantasia aiutati dal carattere schivo, all'apparenza tendente alla misantropia, del regista che aveva abbandonato l'America e Hollywood per la placida tranquillità delle campagne inglesi. Per nostra fortuna, D'Alessandro capisce ben poco di cinema (“Mi sono anche accorto di fare una certa fatica a seguirli […] I tuoi film non li capisco facilmente come quelli di cowboy. Lì c'è sempre un cattivo che spara, lo sceriffo buono che gli da la caccia, sono storie semplici e le capisco al volo, [...]” dirà lo stesso Emilio a Kubrick) e questo da al libro un tocco personale soprattutto nelle descrizioni della sua vita al fianco del regista. Per Emilio Kubrick (anzi, “Stanley”, come vi verrà naturale chiamarlo alla fine del libro) non era il genio in grado di dare vita a “2001: Odissea nello spazio” o a “Arancia Meccanica”, ma quella persona che doveva aiutare a trovare i calzini guidandolo via telefono mentre era in vacanza in Italia, oppure quella persona che distruggeva un garage perché aveva messo la retromarcia invece della prima, oppure era quella persona in grado di andare completamente nel pallone quando uno dei suoi amati gatti si arrampicava troppo in alto su un albero o giungeva alla fine della sua breve vita. “Stanley Kubrick e me” ci racconta lo spaccato della vita di un uomo accanto ad un genio dalle dimensioni umane, il genio che ti faceva lavorare anche per 16-20 ore di fila non per schiavismo, ma 61

semplicemente perché era lui il primo a lavorare per 20 ore completamente preso dalla sua arte, dimenticando i bisogni fisici dei comuni mortali, ma anche quel genio umano sempre sorridente e alla mano in grado di atti di umanità inarrivabili. Come per gli aneddoti relativi a Stanley, la scarsa conoscenza cinematografica di D'Alessandro, si rispecchia anche negli aneddoti relativi agli attori e agli sceneggiatori che D'Alessandro incontrerà nei set e nel sedile posteriore della Mercedes che guidava. Grazie a D'Alessandro vediamo Ryan O'Neal trasformarsi dal romantico Oliver Barrett IV di “Love Story” al coraggioso Redmond Barry Lyndon, passando per essere un ragazzone che scende tremando dalla macchina dopo che D'Alessandro ha dato prova delle sue abilità di pilota guidando per il centro di Londra ad oltre 70 Miglia orarie per “Portarlo in salvo” da una schiera di fan impazzite, così come la bellissima e inarrivabile Marisa Berenson diventa quella ragazza alla mano che si accontenta di mangiare in una locanda per camionisti dopo un lungo viaggio. Per D'Alessandro, Jack Nicholson non è quella divinità vivente che sarebbe per qualsiasi persona abbia messo piede in un cinema, ma quell'uomo che si divertiva come un bambino sul set e che amava commentare in maniera anche volgare qualsiasi essere di sesso femminile vedesse, così come Robert Lee Ermey era quel mite e simpatico ExMarine chiamato sul set come “Military Advisor” che finì per rubare la scena a tutti i grandi attori di “Full Metal Jacket” trasformandosi in un mostruoso vulcano di parolacce appena veniva dato il ciak (molte delle oscenità del Sergente Hartman furono improvvisate sul momento dallo stesso Ermey) per poi tornare ad essere una persona gentilissima e sempre disponibile al sorriso appena la telecamera finiva di riprendere. Grazie a queste premesse, ne nasce un libro unico nel suo genere, che parla delle persone che si celavano dietro a nomi dalle riconosciute doti artistiche. Il cinefilo riuscirà a cogliere tanti piccoli dettagli che gli faranno conoscere ancora meglio il cinema di Kubrick (le migliaia di candele di Barry Lyndon, le ore passate in sala montaggio, i set “esplosivi” di Full Metal Jacket ecc.) ma soprattutto, chiunque legga questo libro (cinefilo o meno), conoscerà meglio l'anti-divo Stanley, quella persona semplice e disponibile sempre pronta ad aiutarti anche solo con una mano sulla spalla o con un sorriso. Quando chiuderemo questo libro finiremo anche noi per considerare Stanley l'amico che avremmo voluto avere. Grazie signor D'Alessandro per aver condiviso con noi questi suoi ricordi!


BLACK WIDOW

THE STORY/ HERITAGE

THE DARK LEGACY Text Giuseppe Felice Cassatella Photo Black Widow Archive

In un’Inghilterra di fine anni sessanta un manipolo di giovani musicisti di un’età compresa tra i 18 e i 22 anni si dava da fare per emergere nella prolifica scena progressiva. Jim Gannon, Kip Trevor, Bob Bond, Jess “Zoot” Taylor, Clive Box, Clive Jones e Kay Garret muovevano i loro primi passi nel music biz con sfrontatezza e ingenuità. Il monicker scelto per la band fu Pesky Gee e di lì a poco sarebbe uscito il loro primo album Exclamation Mark (1969 - Pye Records), accompagnato dal singolo Where Is My Mind\Place Of Heartbreak (1969 - Pye Records), poco più che una raccolta di cover di brani provenienti dall’altro lato dell’oceano, soprattutto di estrazione psichedelica. È evidente, sin dal nome della band, che questi ragazzi subivano il forte fascino della scena americana: Pesky Gee è un termine statunitense che significa qualcosa di simile a “confuso”. Tra una “Season of The Witch” (Donovan) e una “Piece Of My Heart” (Big Brother Holdng Company), spuntano brani propri dal flavour canterburiano come l’iniziale “Another Country”. Un sound non maturo, ma comunque interessante. Così come lo sono le riletture dei brani altrui. La vita dei Pesky Gee dura poco, il gruppo sceglie il nuovo monicker Black Widow, in linea con la nascente scena rock-orrorifica che vede i Black Sabbath come prime mover assoluti. Nel 1970 per la CBS esce l’esordio Sacrifice (1970 – CBS), quasi del tutto scritto da Jim Gannon (la sola "Come to the Sabbat" vede l’apporto creativo di Clive Jones), l'album tuttora più conosciuto della Vedova Nera. La capacità di fondere rock e tematiche horror di Kip Trevor e compagni va oltre quanto fatto sino a quel momento anche dai Black Sabbath: se Iommi e compagni appestano il blues per arrivare a qualcosa di straordinariamente oscuro, i BW costruiscono le proprie trame su un tappeto di matrice progressiva. La teatralità del singer Kip Trevor (rimasto solo dietro il microfono dopo la dipartita di Kay Garret) e l’uso sapiente delle voci, si fonde alla perfezione con i fiati di Clive Jones. Tutte e sette le tracce che compongo Sacrifice sono da brivido e hanno poco in comune con tutto quello che era uscito sino a quel momento sul mercato discografico. Una sorta di concept album ideato da Clive Box e musicato da Gannon. A tal proposito è stato lo stesso Clive Jones in una chiacchierata di qualche anno fa a confessarmi: “Ti dirò tutta la verità su Sacrifice! Quell'album fu una grande idea del nostro batterista Clive Box. Jim Gannon, il nostro chitarrista dell'epoca, scrisse un grande storia e alcuni grandi pezzi. Sono deluso della produzione, se ne occupò il figlio del nostro manager mentre pomiciava con due ragazze in cabina di registrazione. C'erano delle

imperfezioni, e sono ancora là dopo più di quarant'anni. Però mi piace sapere che oggi è un classico! ”. E dire che quella edita dalla CBS non è altro che la versione riveduta e corretta: infatti le prime incisioni hanno alla voce Kay Garret, l’ex cantante dei Pesky Gee. Una trasposizione di questo album esiste con il nome Return To The Sabbat (1999 - Black Widow \Mystic). Sacrifice raggiunse la posizione numero 32 delle classifiche inglesi, cosa che permise al gruppo di esibirsi in prestigiose manifestazioni quali Whitsun Festival e, soprattutto, The Isle of Wight Festival. Proprio la dimensione live era quella più adatta alla band: non solo musica, ma anche figuranti intenti a riprodurre un vero e proprio Sabba. Grazie allo stupendo live postumo, Demons of the Night Gather to See Black Widow Live (2008 – Black Widow), è possibile farsi un’idea della qualità delle esibizioni dei nostri. Dei veri e propri precursori! Tutto sembra funzionare al meglio, la band ha un sound personale, mentre una finta rivalità con i Black Sabbath accresce ulteriormente la fama del gruppo. In realtà i rapporti con i quattro cavalieri di Birmingham erano ottimi, stando a quanto dichiaratomi da Clive: “I Black Sabbath hanno avuto un grande successo in quel periodo e sono stati capaci di capitalizzarlo, mentre noi in questo non siamo stati bravi. Ho sempre amato i loro lavori. Anni fa ho suonato con una loro tribute band olandese, abbiamo fatto insieme "Planet Caravan" e "Paranoid". Potete trovare dei filmati su youtube” e ancora “Bill Ward mi ha mandato un messaggio nel quale mi augurava ogni bene per il nostro nuovo album, questo è comportarsi da professionista. Comunque i BS molto spesso mi contattano, ricordo ancora con piacere i loro auguri in occasione del mio matrimonio ”. Lo stesso Ozzy nella propria biografia cita i Black Widow quando narra del primo tour americano degli autori di Paranoid, addossando a loro la “responsabilità” della presenza dei fan satanisti intorno alla sua band. Tutto è pronto per il secondo album, per il titolo si preferisce puntare sul nome della band, Black Widow (1971 – CBS). Sin dalle prime note dell’iniziale “Tears & Wine” si deduce che il sound della band è leggermente cambiato. Il fascino fumoso e bucolico dell’esordio è sparito. I pezzi sono meno barocchi e più lineari, anche se la vena orrorifica non è del tutto scomparsa. A differenza di Sacrifice, album scritto per intero da Gannon, BW vede la partecipazione creativa di quasi tutta la band. Non va dimenticato che l’idea di base del predecessore era stata di Clive Box, batterista che però è fuoruscito dalla band prima delle registrazioni. 62


THE STORY/ HERITAGE

A sostituirlo è stato Romeo Challenger, mentre nella line up appare anche il nuovo bassista, Geoff Griffith. In realtà con BW iniziano i veri problemi per il gruppo: “Il secondo album è stato un fiasco, sempre prodotto dal figlio del manager. Alcuni membri del gruppo, nonostante io e Clive Box fossimo contrari, decisero di eliminare ogni riferimento alla magia nera. Jim e Kip erano convinti di essere loro la band, così ci cacciarono. Salvo poi richiamarci immediatamente! Sono convinto che se avessimo lavorato tutti insieme, le cose sarebbero andate meglio. Tuttavia alcuni di noi erano sicuri di aver ricevuto in esclusiva da Dio il dono della musica. Alcuni pezzi, tipo "Mary Clark" e "Legend of Creation", sono molto belli. Fu veramente terribile essere nella band in quel periodo, alcuni cominciarono a fare uso di droghe: l'inizio della fine. Questo disco è stato registrato due volte, la prima versione è andata persa (il nostro vero album fantasma). C'hanno detto che il master era completamente inutilizzabile, però la cosa non mi convince! Se fosse vero, come mai la versione primigenia di "Mary Clark" è stata utilizzata dal CBS per l'album Rock Buster? Mi farebbe piacere ritrovare le registrazioni originali ”. Comunque la band dal vivo conserva intatte le proprie capacità, in particolare in questo periodo nasce un legame indissolubile tra il gruppo e il nostro Paese; ancora una volta è un live postumo registrato in quel di Milano nel 1973, See's the Light of Day (2012 – Black Widow), a fungere da preziosa testimonianza. Ma ormai i meccanismi che hanno reso unico Sacrifice sono andati del tutto distrutti, addirittura si arriva all’allontanamento di Jim Gannon, colui che aveva scritto l’album d’esordio. I problemi di droga che l’attanagliavano persuasero gli altri a chiudere con lui, soprattutto dopo alcuni problemi in Norvegia, e a iniziare una nuova fase con John Cully dei Cressida. Il risultato di questa collaborazione è Black Widow III (1975 – CBS), disco che può essere definito progressive tout court. Infatti, nonostante i BW siano stati sempre inseriti in questo filone, in realtà avevano poco da spartire con quel movimento. BW III non è un brutto album, ma sancisce una netta frattura col passato, cosa poco gradita al pubblico e all'etichetta stessa. La band si ritrova per la prima volta senza casa discografica, ma nonostante tutto torna in studio e registra un album in versione demo, nella speranza di trovare qualcuno disposto a pubblicarlo. Kip Trevor abbandona la band per raggiungere Gannon negli USA e mettere su un progetto itinerante, poco fortunato, di musica e magia. Il demo, cantato da Rick "E" (poi nei Twisted Sister), però, non riscuote molto interesse tra gli addetti al lavoro, almeno sino al 1997, quando la Mystic Records, eti-

chetta di un amico di Clive Jones, mette le mani sul master. Il disco non si discosta di molto da quanto contenuto nel precedente, confermando una buona vena compositiva, se pur distante anni luce da quanto richiedevano i fan dell’epoca. Con la band sciolta i singoli membri si disperdono in nuovi progetti, abbiamo già detto della scarsa fortuna del musical esoterico che vedeva coinvolti Gannon e Trevor: il primo si ritroverà poi a militare nei folkster Fox e nella band di Alice Cooper, il secondo lavorerà come turnista. Geoff Griffin invece ha fondato una progressive band dal nome Alien Grey. Sicuramente meglio va a Clive Jones e Clive Bok (alias Clive Box) con i loro Agony Bag. Pur se non ci sono sostanziali punti di contatto tra le proposte delle due band, Feelmazumba (1980 – Monza Reords) resta un piccolo gioiello di punk\ glam sguaiato e orrorifico. Peccato che la band sia durata un solo album, altrimenti ne avremmo sentite delle belle, come dimostra la manciata di pezzi inediti contenuti nell’Ep digitale Piss Out Your Trash (2009 – Smackmanagement). Quando ormai sembra definitivamente chiusa l’esperienza Black Widow, come un fulmine a ciel sereno, nei vari social network inizia a circolare la voce di una reunion, con annesso nuovo album. Le voci diventano realtà nel 2011 con Sleeping With Demons (2011 – Smackmanagement). Il progetto è sostanzialmente un’idea di Clive Jones e Geoff Griffiths. Pur presentandosi disomogeneo, raccogliendo pezzi scritti in un arco temporale abbastanza ampio, l’album presenta alcuni brani davvero interessanti, come per esempio "Hail Satan". Pezzo che furbescamente richiama alla mente le atmosfere di “Come To The Sabbat”, il brano più celebre di Sacrifice, e che vede alla voce l’ex singer dei Black Sabbath (ancora loro!) Tony Martin. Lontano da riportare in auge il nome della Vedova Nera, SWD resta comunque un regalo gradito per i fan: supporter che nel nostro Paese non sono mai mancati, basti pensare al tribute album, King of the Witches (2000 - Black Widow), contenente brani eseguiti nella maggior parte dei casi da nostri connazionali. A completamento della discografia della band è stato pubblicato un box antologico, Come to the Sabbat - The Singles Collection (2006- Earmark), che racchiude, in formato cd, tutti i singoli editi a nome Pesky Gee, Black Widow e Agony Bag. Non mancano ovviamente le varie raccolte, una su tutte Come to the Sabbat: The Anthology (2003 – Castel) comprendente due inediti, The Devil's Lair e Madmans Song, e la versione datata 1969 di Come To The Sabbat. Sacrifice è stato ristampato a metà anni 2000 con l’aggiunta di alcuni brani in versione demo e con il nuovo titolo The Ultimate Sacrifice (2004 – Castle Records). 63


PEOPLE

Jens Bogren

BEHIND THE DESK

Text Francesco Passanisi Photo Courtesy of Northen Music Co.

I Produttori, coloro che forgiano il suono delle band che amiamo e che spesso ne hanno segnato indelebilmente il successo o il declino. Oggi parliamo di Jens Bogren, il produttore del XXI secolo. Jens Bogren non è un semplice produttore, ma più uno scultore in grado di scolpire nel granito più duro il sound di ogni band passata per i suoi studi di registrazione. Fin dal suo esordio con "Detour" dei Crystal Blue nel 2003, è riuscito a crearsi una reputazione fenomenale arrivando a lavorare con tutte le band più importanti della scena metal svedese e mondiale. Jens Bogren è oggi il prototipo perfetto del produttore del futuro, unendo un estensivo uso del digitale e della potenza delle Digital Audio Workstation (DAW) ad un attenzione per la cura del suono, dello strumento, dell'ambiente di registrazi64

one e del posizionamento dei microfoni che affonda le sue radici nell'era analogica. Con l'avvento della registrazione in digitale e il miglioramento dei processori e degli effetti, si venne a creare l'idea sbagliata che “Tutto si sistema in post-produzione”, cosa assolutamente non vera in quanto, nonostante la malleabilità del digitale (quando si registrava in analogico su Nastro, ogni operazione di copia o modifica portava una perdita di qualità che limitava di molto le azioni che si svolgevano, con il digitale si possono effettuare centinaia di operazioni e copie), se


PEOPLE

non si cura il sound a monte della registrazione nemmeno il miglior plugin o processore potrà salvare una preproduzione e una registrazione poco curata. Jens Bogren unisce invece entrambi gli aspetti. Oltre ad una maniacale cura dell'ambiente di registrazione (i suoi Fascination Street Studios di Orebro sono uno dei migliori esempi di ingegneria acustica del globo), Jens cura moltissimo anche l'aspetto della scelta e del posizionamento dei microfoni, il che si sente soprattutto nella registrazione della batteria, suo vero cavallo di battaglia. Una batteria registrata da Bogren ha un suono pieno, acustico, carico di dinamica dove possiamo riconoscere il tocco del batterista, cosa che lo differenzia dalla maggior parte dei produttori moderni che tendono a campionare un singolo suono di batteria utilizzandolo per tutto il disco rendendo tutto monotono come una vecchia drum machine, mentre Bogren tende a limitare al massimo l'uso dei sample lasciando possibilità d'espressione al batterista. Nel mix finale, Jens riesce sempre a mantenere intatta la voce e le dinamiche di ogni singolo componente. Sia che si tratti del sound fine dei Katatonia (The Great Cold Distance è, ad oggi, uno degli album con i migliori suoni di batteria mai sentiti) o degli Opeth (sentite l'intro di Porcelain Heart, traccia proveniente da Watershed) oppure del sound potente dei Paradise Lost o di quello violento degli Amon Amarth, la batteria mantiene un suono realistico e poco compresso, con cassa e tom dal sound pieno e rullante e piatti carichi di acustica e dinamica. La produzione del basso, spesso croce o delizia dei produttori, cambia magistralmente per adattarsi alle esigenze della band mantenendo comunque la stessa cura di base. Se il sound della band prevede un basso semplice e lineare che rinforza le ritmiche di cassa e chitarra (spesso ci troviamo di fronte ad un basso plettrato), Jens lo usa per rafforzare il Groove dell'album sfruttando molto le frequenze centrali dello strumento, ma è quando si trova davanti ad un basso che riveste un ruolo importante nel sound della band sviluppando armonizzazioni o linee melodiche complementari alle chitarre 65

che Jens da il meglio di se riuscendo a trovargli un posto di primo piano senza sacrificare gli altri strumenti ma soprattutto evidenziandone le dinamiche (che sono quelle frequenze che rendono vivo e corposo un suono). Le chitarre prodotte da Jens Bogren sono ormai quasi leggendarie per potenza e definizione, mantenendo un'incisività impareggiabile qualunque sia il genere suonato dalla band registrata. Le chitarre distorte assumono una sorta di profondità in grado di avvolgere l'ascoltatore come un tunnel fatto di note musicali mentre le chitarre acustiche si distinguono per il suono limpido e cristallino ma che non assume quella plasticosità e quella piattezza tipica delle produzioni odierne. Per quanto riguarda le linee vocali Jens si è sempre distinto per l'attenta scelta del microfono e dei processori degli effetti (tra cui il mitico compressore LA-2A della Universal Audio, un must per la compressione delle vocals) che gli permette di adattarsi alle esigenze e alle caratteristiche dei cantanti più diversi, dal growl violentissimo di Akerfeldt e Hegg alla potente voce di Nick Holmes passando per le delicate vocals di Jonas Renkse. Ma è nel momento del mixaggio e del mastering, dove tutti i pezzi costituiti dai vari strumenti si uniscono a formare un unico insieme come in un puzzle, che Bogren da il meglio di se. Tutti i suoi mixaggi si adattano perfettamente al suono della band amplificandone le qualità e migliorando i punti deboli mantenendo una pulizia ed una potenza invidiabile con tutti gli strumenti che si incastrano perfettamente in un suono che assume uno spessore quasi 3D che avvolge l'ascoltatore mentre il suo mastering è quasi un'atavica formula alchemica. Un suo album riesce a suonare perfettamente in qualsiasi strumento di riproduzione, dall'HI-FI di ultima generazione fino agli auricolari peggiori immaginabili, mantenendo potenza e chiarezza e soprattutto non sforando mai nella distorsione data da volumi esagerati da Loudness War. I puristi non ameranno troppo il sound estremamente pulito di Mr. Bogren, ma i suoi Fascination Street Studios hanno sicuramente dettato un nuovo standard per il futuro della musica.


TRAVEL / CULTURE

zoom on... rome-london-antwerp Illustrations Eleonora Antonioni

ROME

L’ARTE SI FORGIA Text Federico Sanna & Francesco Passanisi

Viviamo in un periodo storico, soprattutto in Italia, dove la sopravvivenza dell'arte è messa a dura prova: gli ambienti sono sovraffollati e le possibilità di emergere per gli artisti sono ridotte e difficoltose. C'è da aggiungere che per chi si voglia approcciare ad un qualsiasi campo artistico, sia da praticante o appassionato, i luoghi e le situazioni da frequentare e/o cui affidare la propria istruzione sono da scegliere accuratamente. Tra i luoghi meritevoli c'è sicuramente la Fonderia Delle Arti. Inaugurata nel 2006 da Maurizio Boco, è situata al centro di Roma, in via Assisi 31 nei locali ristrutturati di un'antica fonderia di metalli, è diventata ben presto luogo d’incontro tra tutte le arti proponendo corsi didattici, spettacoli, mostre ed allestimenti, concerti di altissimo livello gestiti da esperti dei vari settori. Il programma generale della Fonderia si articola tra tre sezioni principali: musica, teatro/musical e fotografia. Nel settore musicale troviamo corsi di diplomi in vari strumenti, corsi di fonia e laboratori d'insieme. Oltre alle materia pratiche ci sono quelle teoriche: arrangiamento, improvvisazione, storia dela musica, teoria e musica in relazione alle altre arti. Tra i tanti insegnanti troviamo lo stesso Maurizio Boco (batteria), Titta Tani (canto) e diversi altri ottimi musicisti romani ed internazionali. L'area Teatro e Musical è diretta

da Giampiero Ingrassia e vede insegnanti come Sergio Friscia, Edy Angelillo e Lorenzo Gioielli, oltre a frequenti incontri con artisti del calibro di Gigi Proietti e della mai troppo compianta Mariangela Melato. L'area di fotografia è interamente gestita da Fabio Lovino e vi troviamo corsi pratici come tecniche digitali, camera oscura ed altri teorici più generici come la storia della fotografia, storia del cinema. Ultima, ma non meno importante è la sezione Cinema che offre diplomi a frequenza biennale per ogni settore tecnico del mondo del cinema dove il giovane studente si trova a contatto con insegnanti del calibro di Pierluigi Cuomo, Dino Giarrusso e Carlo Corbucci. Nell'attività didattico-ricreativa della Fonderia Delle Arti rivestono molta importanza gli incontri con artisti di fama internazionale che regalano concerti, clinic e convegni sulla loro arte, com'è accaduto con Maria Grazia Fontana e il suo coro gospel; Scott Reeves le frequenti masterclasses in filicorno; il maestro Roland Ricaurte nella mostra-concerto degli Strumenti Musicali dell’America Latina e la clinic di Mike Mangini dei Dream Theater oltre ad ospitare una serie di castings e prove che permettono agli studenti di interfacciarsi con il mondo del professionismo artistico. www.fonderiadellearti.com

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TRAVEL / CULTURE

LONDON 50 ANNI DI STILE BRITANNICO, TRA MUSICA, POLITICA E BEN SHERMAN Text Stefano Solaro

C'è un sottile filo conduttore che collega tra loro molte delle subculture nate e sviluppatesi al di là della Manica a partire dagli anni '50 per arrivare fino ai giorni nostri. Si tratta di una sorta di legame, quasi un leitmotiv che unisce indissolubilmente movimenti all'apparenza opposti come i teddy boys, i mods, i rockers, senza scordare i 2 tone e, ovviamente, i punk. I protagonisti, infatti, erano spesso ragazzi o giovani uomini provenienti dalla working-class, mossi dal bisogno di appartenenza, dalla necessità di riconoscersi in qualcosa, in definitiva dalla volontà di non sentirsi soli. Alcuni volevano seguire una via che la società, con le sue trappole e i suoi dogmi, gli precludeva, altri desideravano semplicemente sentirsi diversi, esclusivi. Il punto è che dietro queste subculture c'erano molto di più che semplici tentativi di ribellione, un'etichetta che la società tendeva ingiustamente ad affibbiargli. “50 Years of British Style Culture” l'ultimo libro del giornalista britannico Josh Sims, non vuole essere solo la mera celebrazione di un

brand storico come Ben Sherman, quanto piuttosto il tentativo d'individuare un trait d'union tra tutti questi movimenti, esplorandone l'ascesa, l'evoluzione ed il declino. Quello di Sims è un viaggio dentro a cinque decadi di storia britannica, tra musica, politica e moda, un vero e proprio pellegrinaggio dentro le correnti culturali che hanno plasmato la gioventù di una nazione. In mezzo c'è Ben Sherman, ed il ruolo fondamentale avuto da questo marchio nel modellare quello che oggi chiameremmo riduttivamente abbigliamento, ma che allora era prima di tutto un vero e proprio stile di vita. Il merito principale del libro è proprio quello di tentare di evidenziare tutto ciò che queste subculture avevano in comune, prima ancora che le differenze, esaltando il ruolo fondamentale avuto della moda e dallo stile nel plasmare l'identità di intere generazioni di ragazzi britannici. Ci piace pensare che anche oggi, in fondo, sia in parte ancora così. www.bensherman.com

ANTWERP DOVE IL LIVE JAZZ SI ORDINA SU INTERNET Text Federica Sarra

L'avvento della tecnologia, o più nello specifico, di internet, ha profondamente cambiato il volto della musica, nel bene e nel male. Il male lo conosciamo già, è palesemente sotto i nostri occhi di attenti consumatori. Se n'è scritto e discusso fin troppo, senza mai riuscire a trovare una soluzione reale al problema. Ci sono però dei musicisti che sono riusciti a sfruttare al meglio le innumerevoli possibilità che la rete può offrire, ideando una formula del tutto innovativa e alquanto curiosa che trova nell'esclusivo e intelligente utilizzo di internet, il punto focale. John Pale (Radio Muzak) è l'ideatore di JazzDelivery. Potremmo definirlo come un collettivo di musicisti Jazz, ciascuno con il proprio strumento, che si propongono di portare a domicilio un'ensemble, un "jazzpack" come lo definiscono loro, composto e ordinato online direttamente dall'utente, che si vedrà recapitare al proprio indirizzo la band che ha scelto, un duo voce e sassofono ad esempio, oppure un trio contrabasso,

chitarra e voce e così via. Le combinazioni sono molteplici, il risultato è un personalissimo ed esclusivo concerto, scelto in base alle proprie esigenze, gusti e possibilità economiche. Il budget di questo "special delivery" varia a seconda del numero degli strumenti che si vogliono ascoltare, ma resta assai moderato. Portare il Jazz dal vivo nelle case è una missione per loro, perchè come ci dicono "È importante creare l'atmosfera giusta, è ciò che le persone alla fine ricorderanno a lungo". Aggiunge ulteriore bellezza e importanza a questa brillante idea, il fatto che il 3% dei grossi incassi viene devoluto all'associazione indipendente non-profit Music Fund che unisce la cultura ad azioni umanitarie. Un progetto ambizioso che sta riscuotendo un notevole successo e che non manca di creare discussioni nei vari forum. Ma alla fine ciò che conta davvero è creare e diffondere buona musica, e se poi è dal vivo è anche meglio. www.jazzdelivery.be

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LAYOUT BY ALESSANDRO BARONCIANI


EXTRA NOIR

LAYOUT BY EMELIE VANDEWALLE


EXTRA NOIR

IS TROPICAL

SERIAL THRILLERS T ext Francesco Melis Photo Courtesy of Sureshotpr

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EXTRA NOIR

Per gli Is Tropical, una delle più interessanti realtà del panorama musicale britannico, è arrivato il momento della seconda prova dopo l'ottimo esordio di Native To. Il nuovo disco, I'm Leaving, segna una novità o, se si vuole, un'evoluzione rispetto al passato. Gary Barber ci racconta come sono nati i nuovi brani in una lunga intervista concessa a Sector Noir. Avevate qualche obbiettivo specifico con il nuovo disco? Sembra che la vostra intenzione fosse quella di registrare qualcosa di diverso dal passato. Stavolta abbiamo cercato di fare un disco nel vero senso della parola, piuttosto che un collage di idee. Abbiamo puntato molto sul songwriting, cercando di non imprigionare i brani con suoni non strettamente necessari o distorsioni pesanti solo per il gusto di aggiungerle. Non credo che abbiamo mai stabilito di cambiare il nostro suono rispetto a quello che abbiamo fatto, ma si tratta solamente di un percorso naturale contro il quale non vogliamo combattere. Quali sono, secondo voi, le differenze tra Native To e I'm Leaving? Il nuovo disco può essere suonato anche con una sola chitarra e con una voce “da strada” per come Luke Smith l'ha sistemato, perché i brani sono stati scritti in questa maniera, con melodie vocali e una struttura ben in vista. Le vecchie canzoni invece erano un insieme di più riff che creavano il centro del pezzo. La produzione del nuovo materiale è molto più hi-fi, con un'attenzione speciale agli elementi della singola canzone. Abbiamo suonato le canzoni più e più volte, finché non abbiamo iniziato ad assimilarle in ogni parte. I testi ruotano attorno a tematiche più scure su “I'm Leaving” e questa atmosfera è stata catturata in maniera perfetta da Luke, grazie all'utilizzo di vecchi synth e pedali analogici. Ha una sensazione “live”, un qualcosa di diverso rispetto a quello che abbiamo fatto in passato. Come è stato lavorare con Luke Smith come produttore? Ogni giorno era come una lezione di scienze. Ci ha spiegato dall'inizio alla fine tutto il suo modo di lavorare, tanto che la nostra conoscenza delle tecniche di produzione è cresciuta insieme con il disco. È una delle persone più rilassate e produttive che abbiamo mai incontrato. È anche padrone della concentrazione, non c'è mai un giorno pigro con Luke in studio e quello che colpisce di più e quanto sia bravo nel suo lavoro. Fa cose che gli piacciono, anche se questo significa un sacrificio del suo compenso economico. Una vera leggenda. Mi incuriosisce l'EP Flags. Volevate registrare un EP strumentale dall'inizio o è venuto fuori in modo naturale?

Avevamo tantissime idee che circolavano nei nostri portatili e nel mentre che stavamo in tour scrivevamo in continuazione, ma questo materiale non ci sembrava adatto al risultato che avevamo in mente per il disco che volevamo fare. È stata dunque un'ottima opportunità di lavorare con tante persone che abbiamo incontrato durante il nostro tour, tutti ottimi musicisti e produttori, come DRUGZNDREAMS, Visions, Get People and Owen Pratt. È anche servito come modo per svuotare le nostre teste da tutti quei suoni elettronici e così abbiamo potuto davvero concentrarci per fare il miglior album possibile senza troppi metodi di approccio contrastanti. Alcuni brani di “Flags” inizialmente avevano il testo, ma abbiamo pensato che fossero musicalmente interessanti, tanto da non oscurarli con le parole. Diversamente da “I'm Leaving” che si basa molto sui testi. Ho sempre pensato che i vostri live abbiano una sorta di attitudine punk. Credete che con i nuovi brani questo possa cambiare? Alcuni dei nuovi brani hanno un approccio più punk dal vivo che non in studio, probabilmente anche più dei pezzi di “Native To”. Credo che i brani che fin'ora si sono sentiti del nuovo disco con siano rappresentativi del suo sound complessivo”. Ci sono sicuramente elementi punk nelle nuove canzoni, speciamente in “Cry”, “Toulouse” e “Lover's Cave”. Che cosa ha inizialmente acceso la vostra passione per suonare questo genere musicale? Abbiamo sempre voluto fare musica con cui la gente possa divertirsi. Ci sono tante band stantie in giro per le quali questo fattore non è parte importante della loro musica; al contrario noi abbiamo voluto coinvolgere chi ascolta e dare loro qualcosa da ballare, e ora forse qualcosa per cui piangere. Siamo diventati sentimentali, dei bastardi emotivi da vecchi. Quali sono i gruppi che vi hanno ispirato all'inizio della vostra carriera? Ce ne sono altri ora? Prendiamo ispirazione per ogni genere musicale, anche se è qualcosa che si detesta e che può dare origine a un qualcosa di completamente diverso. Credo che sia per questo che è così difficile definire che cosa suoniamo individuandolo con un solo genere, perché tutti e tre abbiamo influenze diverse. Qualsiasi cosa dal pop all'hip hop, dallo swing al bling. Avete qualche progetto non realizzato? Stiamo facendo giacche di pelle, coltelli a serramanico e stiamo mettendo su la nostra squadra di skate “Electric tearz”, ma ci sono ancora milioni di cose che ci auguriamo di fare. Dunque non abbiamo ancora finito. 71


PIERPAOLO CAPOVILLA

EXTRA NOIR

IL TEATRO DEGLI  ORRORI “Cultura Animi” T ext F ederica S arra Photo Courtesy of Lunatik

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EXTRA NOIR

La rivoluzione è un moto interno che passa anche attraverso la musica e Il Teatro Degli Orrori centra l'obiettivo creando stupore poetico, attraverso testi, citazioni colte, allegorie talvolta molto forti. Abbiamo discusso di tutto questo con Pierpaolo Capovilla, carismatico frontman, che ci spiega anche il perché del suo ritiro dal web. In che modo avviene il tuo processo creativo per quanto riguarda la stesura dei testi? Come si materializza nella tua mente? In ciò che faccio metto tutta la cultura che possiedo e ovviamente il cuore, cercando di fuggire dalla banalità in tutti i modi possibili, sai a volte è facile caderci dentro. Noi siamo qui per cambiare l'immaginario collettivo e dunque il mio è un approccio critico, nel senso Marxista del termine, cioè l'individuazione dei limiti entro i quali vengono vissute le nostre vite. Cerco sempre di fare del mio meglio, nella vita come nella scrittura, evitando la superficialità ad ogni costo. Ti sei mai sentito artisticamente incompreso o frainteso? Frainteso moltissime volte, ma non mi sono mai angosciato per questo motivo. Ritengo che i fraintendimenti siano dovuti ad una mancanza di mezzi culturali da parte dei miei detrattori. Io scrivo allegorie, vuol dire che c'è un sottotesto e chi non riesce ad andare al di là di esso e non è in grado di comprendere questo processo, probabilmente non è in grado di capire neanche la musica, i suoi significati e molto altro. Chi sono i tuoi detrattori, hai individuato una tipologia specifica? Nel web purtroppo emerge la barbarie che c'è anche nella società civile e reale e i social networks sono lo specchio di tutto ciò. Emerge il decadimento culturale e sociale del paese, quasi moltiplicato. Sai, quando puoi nasconderti dietro un avatar o uno pseudonimo è più facile dar libero sfogo a pensieri e pareri taglienti. Il web è un pò l'eterogenesi dei fini che c'è nelle cose, invece che essere la straordinaria chance di democrazia, d'informazione e di cultura, è diventato qualcosa di estremamente simile alla televisione degli anni 80! Cerco di guardare alla realtà, alle circostanze e allo stato delle cose con uno sguardo psicoanalitico e marxiano, ritengo non valga la pena spendere il proprio tempo nei social networks, non lo dico per vanteria ma sono riuscito a superare questa necessità. Dal punto di vista promozionale chiaramente è diverso, anche noi come Teatro Degli Orrori abbiamo la nostra pagina Facebook, ma per quanto riguarda le pagine private le ho interrotte, non spendo più neanche un millesimo di secondo della mia esistenza nei social networks. Mai più. Ci sono delle particolari esperienze negative che ti hanno portato a questa scelta drastica? No affatto, è semplicemente l'esperienza in sé che è brutta, inutile! "Il media diventa il messaggio" McLuhan, 1943. In quel caso lui parlava degli albori della televisione, ma

evidentemente noi non impariamo mai niente. È chiaro che i socials non servono a comunicare ma sono funzionali al narcisismo edonistico di questi anni qui. E quindi come riesci ad interagire con il tuo pubblico al di fuori del palco? Se qualcuno vuole parlare con me non è difficile trovarmi, anche dopo i concerti ad esempio. Io sono una persona molto alla mano e cerco di continuare ad esserlo, non ci riesco sempre perchè non è così facile, ma amo interloquire con il mio pubblico ogni qual volta che le circostanze lo permettono. Secondo te quando si viene a creare un gap comunicativo fra audience e artista? Non saprei dirti, potrebbe derivare dal fatto di pensarla in maniera diametralmente opposta. Non ho mai riscontrato un gap con il mio pubblico, al contrario percepisco una grande amorevolezza, una grande coesione. Il processo creativo e comunicativo di una canzone non è qualcosa che riguarda solo me che scrivo, ma coinvolge tutti quanti, l'autore, la band, il pubblico. Inoltre una volta pubblicata, la canzone non è più tua. In questo rapporto creativo, cioè di creazione del contenuto, è il fruitore finale che percepisce a suo modo il messaggio. Entrano in gioco anche fattori culturali, di età, per cui la percezione del significato non è per tutti identica. Personalmente trovo sia questo il bello della musica, le possibilità che essa offre. È per questo che mi sono innamorato dei brani di Tom Waits o di Scott Walker o dei Jesus Lizard, per loro che li hanno scritti c'è un significato diverso dal mio, per quello che è il mio vissuto, la mia biografia. Posso far convergere nel senso hegeliano tesi-antitesi-sintesi ed è la sintesi quella che spetta all'ascoltatore. Ritieni che la tua musica, in particolare i tuoi testi, possano svolgere anche una funzione educativa oltre che comunicativa? Nell'ambito del Rock non l'ho mai creduto, però sono consapevole che quando molti giovanissimi ascoltano le mie canzoni e le fanno proprie, è chiaro che quello che scrivi diventa importante e devi essere consapevole di avere una certa responsabilità, un peso per chi ti ascolta. Se io riesco a far interessare i giovanissimi alla grande poesia russa della prima metà del '900, lì io ho ottenuto un risultato sorprendente di cui posso andare fiero, in quel caso ho fatto cultura oltre che musica. Per me non ha senso fare delle cose se non sono utili anche agli altri. Hai un'utopia? Oggi come oggi credere nel progresso è già utopico, ci sentiamo tutti un pò prigionieri di questo presente. Io comunque continuo a credere in una società più giusta, più uguale. Credere in un futuro migliore è già di per sé un utopia, ma in fondo è bello lottare ogni giorno coerentemente con la propria visione del mondo, è qualcosa che vale davvero la pena fare. 73


Davide Toffolo / Tre Allegri Ragazzi Morti

EXTRA NOIR

Urban Tales T ext Federico Sanna Photo Elisa Moro

Reduci da un lungo tour che ha toccato numerose città italiane ed un album, "Nel Giardino Dei Fantasmi", accolto molto bene da critica e fan, i Tre Allegri Ragazzi Morti si raccontano in questa intervista. E c'è molto da imparare dalle parole di Davide Toffolo. Com'è andato il tour e che risposta avete ricevuto dal pubblico a seconda delle diverse zone che avete visitato? Abbiamo girato tutta l'Italia, la prima parte del tour è iniziata a Dicembre ed è finita il 30 Aprile. Siamo passati per Pordenone, Cagliari, Palermo, Roma... Ci tenevamo a fare un giro completo anche perchè è la prima volta quest'anno che abbiamo un'agenzia interna oltre all'etichetta. È un periodo particolare, pur essendo in circolazione da tantissimo tempo solo ora, con questo ultimo disco, abbiamo riscontrato un grandissimo interesse sia da parte del pubblico che dei media, cosa abbastanza strana per noi, perchè siamo stati fin dall'inizio fuori da un certo tipo di comunicazione, prediligendo l'incontro diretto con la gente. Memore del tour che avete appena compiuto, secondo te com'è la situazione della musica indipendente in Italia ora che è facilissimo farsi pubblicità, autoprodursi un disco e quindi chiunque può cominciare a fare il musicista, con le conseguenze di sovraffollare i locali e la scena in generale? Io tutto questo non lo vedo come un problema, mi sembra più un falso problema. Non è la scena ad essere satura, ma le città italiane ospitano poca musica rispetto ad altre città europee, quindi non sono in grado di gestire una tale quantità di musica. Soprattutto in provincia i piccoli locali sono in grandi difficoltà. Questa è una realtà con cui dobbiamo fare i conti: la musica non è più concentrata solo nei grandi centri, ma è una cosa diffusa perchè ognuno può farsi il suo disco. Io personalmente non sono spaventato da questo moltiplicarsi degli artisti e di gruppi. In Italia ci sono alcune città che hanno mantenuto un rapporto più vivo con la musica e l'arte, per esempio Palermo, Ge-

nova, sono alla ricerca di una propria identità artistica. Anche Torino rimane una città bellissima dove andare a suonare. Quindi secondo te non esiste questa divisione tra nord e sud? Ti ripeto, dipende da città a città, la diversa organizzazione e l'attenzione di ognuna per le varie cose. C'è da dire che l'Italia avendo le province molto estese dà possibilità ad un gruppo che voglia fare un tour di rimanere abbastanza 74


EXTRA NOIR

tempo in una zona, cosa che in altri paesi, data la loro conformazione non è possibile. I TARM sono nati essenzialmente come gruppo punk, nel penultimo disco avete esplorato la dub e "Nel Giardino dei Fantasmi" troviamo delle sonorità folk molto riflessive. Cosa possiamo aspettarci dal prossimo lavoro dati questi improvvisi e repentini cambi di direzione? Avete qualche idea nuova già pronta? Non abbiamo ancora delle idee scritte, ma a me piacerebbe esplorare il territorio blues. Secondo me tutte le sperimentazioni effettuate da noi non ci spostano dal nostro nucleo, la nostra poetica, il nostro essere punk. Per me il punk è questo: oggi comincia la mia storia e io sono padrone di quello che mi capiterà, almeno questo è quello che vedevo da ragazzino nei punk di allora, nel loro modo di ascoltare musica, nel mantenere vive alcune tradizioni. Questo fattore non verrà mai abbandonato. A proposito di anni ’70... Chi era Davide Toffolo da adolescente e che cosa hai mantenuto di quella fase? E in generale cosa dovrebbe mantenere secondo te un adulto della sua adolescenza? Beh, io ero un ragazzino di provincia non molto consapevole del mondo circostante, che aveva però una certa voglia di cambiamento rispetto a quello che vedeva e questa cosa è rimasta dentro di me. Penso che quello che faccio sia con i Ragazzi Morti che come disegnatore proceda su questa linea, sono sempre alla ricerca e cerco di capire come l'arte possa avere un ruolo nel cambiamento della realtà. Riguardo all'ultima parte della domanda: il sentimento che soffro meno è la nostalgia rispetto al passato, assente nella fase dell'adolescenza, a quel punto l'incontro con gli altri sia più giovani che più anziani potrà risultare molto più interessante. Dato che nel tour hai riportato costantemente dei passi di Pasolini, credo per sensibilizzare soprattutto i giovani, cosa pensi che Pasolini possa trasmettere oggi e come il suo messaggio può essere trasmesso? Non ho portato Pasolini per i giovani, ma principalmente per me, perchè mi interessa e perchè la sua scrittura ha mosso in me e nei TARM dei meccanismi per fare ancora dell'arte. Per quello che di lui è rimasto in me, ti dico che mi ha influenzato molto di più il suo metodo, rispetto ai risultati ottenuti, perchè pone l'artista sempre in una posizione critica rispetto alla realtà. Credo che questo sia un insegnamento fondamentale per ogni altro artista. Il resto di quello che ha fatto e trovato è da inserire all'intero contesto nazionale novecentesco, senza utilizzare un approccio "profetico".

La Tempesta è un'etichetta discografica fondata da te inizialmente come un collettivo d'artisti. Negli ultimi anni viene percepita come una major da molti, uno degli obiettivi di oggi dei gruppi indipendenti italiani è entrare a far parte della Tempesta. Come avete dovuto cambiare l’approccio a tale ente a mano a mano che si è ingrandito? Mah, io ti dico che noi non siamo una major, è un'immagine un pò distorta della realtà della Tempesta questa, non usiamo sistemi tradizionali di sfruttamento della musica e i soliti clichè delle etichette verticistiche. Gli artisti sono tutti proprietari e produttori dei loro master. È chiaro che abbiamo una forte credibilità perchè tutti gli artisti che sono usciti con noi avevano qualche cosa da raccontare. Noi però non facciamo dello scouting, non cerchiamo in giro artisti che trasformeremo dal nulla in giganti della musica. Noi troviamo degli artisti, dei gruppi di lavoro con la nostra sensibilità e la volontà di essere indipendenti nel lato produttivo. Nel momento in cui si verifica questa cosa, il gruppo o l’artista ha il master dalla Tempesta. Per esempio Il Teatro Degli Orrori che avevano e tutt'ora hanno delle ambizioni molto alte: ci siamo incontrati e supportati. Ma non bisogna avere degli atteggiamenti standardizzati, dobbiamo trovare un modo di raccontare al meglio un gruppo e la musica che sta presentando. Questa è la forza della Tempesta, un modo di comunicare più personale e disinteressato, quindi non ci si fanno problemi sulle eventuali notizie da divulgare. So che qualcuno pensa addirittura che abbiamo dei palazzi con studi di registrazione, con moltissimi impiegati, ma non c'è nulla del genere. Gli uffici della Tempesta sono i cellulari mio, di Enrico e degli altri… Per chiudere più che una domanda è un invito a dare dei consigli a chi vuole addentrarsi oggi nel mondo della musica. Allora, se uno vuol diventare famoso ti dico subito che sono affari suoi. È una condizione scomoda, come diceva Pasolini, è una cosa brutta per un uomo. Certo può realizzare alcune gioie, soddisfare alcuni pruriti del proprio ego, un pò di vanità no? È brutto però perchè ti rende difficile il rapporto con gli altri. Per chi voglia invece fare l'artista, dico di intraprendere una propria via estremamente personale. Ogni persona ha il suo modo di comunicare, basta cercarlo, definirlo e tirarlo fuori. Se riesci a fare questo, è fatta. Che poi questo preveda di diventare il più grande gruppo rock del mondo o rimanere di nicchia non cambia nulla. Ragazzi, sviluppate una vostra visione del modo di rapportarsi con gli altri e della musica originale! 75


DEERHUNTER

EXTRA NOIR

THE ART OF NOISE Text Stefano Solaro Photo Robert Semmer

Inutile girarci intorno, se i Deerhunter rappresentano una delle band più importanti ed influenti della scena indie-rock contemporanea molto del merito va senza dubbio a Bradford Cox. L'imprevedibile frontman della band di Atlanta ha la stoffa della rockstar d'altri tempi, quella giusta dose di magnetismo, talento ed irrazionalità che lo rendono un personaggio unico nel panorama musicale moderno. Insieme all'amico fidato e compositore in seconda Lockett Pundt, Cox ha dato vita a partire dal 2005 ad una serie di album eccellenti, in un continuo crescendo artistico che incarna la perfetta summa di tutte le influenze e le variazioni di genere che hanno plasmato l’indie rock di fine anni 2000. Dopo aver esplorato molteplici declinazioni musicali, dal post-punk allo psych-pop, passando per divagazioni dreamy e fumose suggestioni shoegaze, i Deerhunter decidono infine di spiazzare fan e addetti ai lavori con un album quasi rock, molto più catchy e chiassoso di quanto era lecito aspettarsi da loro. Certo, si tratta di rock “alla Deerhunter”, ovvero di una musica intrisa dall'inizio alla fine di incessanti fascinazioni elettriche, a tratti scintillanti ed abrasive a tratti sinuose e sfuggenti. “Monomania”, il sesto fulllenght della band, è stato definito dallo stesso Cox come un album di garage rock notturno, un disco che riesce a mischiare punk e avantgarde, risultando lo stesso incredibilmente coeso ed immediato. Nel corso dell'album, infatti, si passa con disinvoltura da episodi più acidi e sgargianti (impossibile non menzionare la vaporosa apertura di “Neon Junkyard” e l'incedere quasi rockabilly di “Pensacola”) a momenti più sfumati e intangibili (la splendida doppietta “Blue Agent” e “THM”, piazzata saggiamente a metà disco). I fuligginosi grovigli chitarristici che contraddistinguono la maggior parte dei brani inoltre, invece che appesantire l'ascolto ne puntellano ancora di più l'orecchiabilità e l'immediatezza (esempi perfetti a tal proposito sono il garage magnetico di “Dream Captain” e “Back To The Middle”). È lecito immaginare che non tutti comprenderanno la netta virata di rotta di “Monomania”, alcuni potranno perfino considerarla un passo indietro rispetto alle sperimentazioni dei precedenti album. La realtà è che questo disco è l'ennesima conferma delle immense doti di una band che nel corso degli anni non ha mai smesso di evolversi, esplorando costantemente nuove forme espressive. L'obiettivo è raggiunto, ancora una volta, in attesa di vedere cos'altro potrà riservarci in futuro. 76


EXTRA NOIR/HOT ALBUM

FOALS “Holy Fire”

(Warner Bros/Transgressive)

“They said I once was lost, but now I'm truly found” Text Federica Sarra Photo Courtesy of Warner Music

Loro lo chiamano "Fuoco Sacro". Le undici canzoni di "Holy Fire" sono come fiamme di pura genialità che vanno a comporre una delle release più intriganti degli ultimi tempi, la terza per i Foals. Un mix eclettico e ben riuscito che crea scenari mentali abbracciando la totalità del mondo e delle emozioni. Gli inglesi, capitanati dal fuoriclasse e visionario Yannis Philippakis, sono una realtà ormai consolidata nella scena Indie britannica e non solo, ma guai ad etichettarli come Indie Rock band. I Foals preferiscono definirsi "Tropical-Prog", formula coniata da loro stessi, tanto stravagante quanto azzeccata, che unisce il flavour pop alla sperimentazione di stampo prog. Il risultato è unico e autentico. E così, fra riverberi, atmosfere liquide e rarefatte, suoni lattiginosi, tempi dilatati, momenti più "danzerecci" e chitarre che lambiscono sonorità quasi Hard Rock (come in "Inhaler") la band di Oxford dimostra la raggiunta maturità artistica, cimentandosi in virtuosismi compositivi e lirici. I testi vanno di pari passo con la crescita di Philippakis e soci, fondendosi con un rinnovano carattere sonoro che sembra aumentare di intensità man mano che ci si addentra in "Holy Fire". Si tratta di una vera e propria esperienza cinematografica, in questo senso i brani "Late Night" e "Milk & Black Spiders" sono fra i più riusciti, eleganti e carichi di pathos. Arrangiamenti curatissimi e raffinatezze al banco mixer aggiungono valore a questo lavoro. Un album denso che offre un universo di diverse possibilità di lettura e una vasta gamma di suggestioni, in cui i Foals si prendono l'impegno di raccontare qualcosa di tutti noi. Stravincono la sfida perché in un panorama asfittico di band che suonano un pò tutte alla stessa maniera e nel contesto di un genere troppo spesso considerato mainstream (nell'accezione più negativa del termine), propongono una sincera e solida miscela di math rock colto, avanguardia e personalità. Con "Holy Fire", i nostri, segnano una svolta, raccontando alla perfezione l' equilibrio ideale tra il dolce e l'amaro della vita. 77


EXTRA NOIR / VISIONS

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EXTRA NOIR / VISIONS

HAPPY SAD TIM BUCKLEY BY NORMAN SEEFF Text Federica Sarra Photo Norman Seeff

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EXTRA NOIR / VISIONS

"Lady time fly away" (Dream Letter) Il tempo scivola via inesorabilmente ma capita a volte che il passato ritorni prepotentemente alla nostra attenzione attraverso dei vecchi scatti. Perchè le fotografie e i miti restano indelebili, come le canzoni. Sono gli anni della presidenza Nixon e dello scandalo Watergate, da poco è stata sancita ufficialmente la fine della guerra in Vietnam e l'America attraversa picchi di luci ed ombre. In quel lontano 1973 due artisti si ritrovano l' uno di fronte all'altro, nessuno dei due è consapevole del peso storico e artistico che ricoprirà negli anni a venire. Le coraggiose sperimentazioni psichedeliche e il folk non fanno più parte dell'universo creativo di Tim Buckley già da qualche tempo. Dopo l'insuccesso di Starsailor (1970), che la critica postuma celebrerà come uno degli album più belli della storia del rock, Tim cerca di intraprendere diverse strade, alcune delle quali lo porteranno a un inevitabile faccia a faccia con il suo io più profondo. È l'inizio della fine, l'incontro con l'alcool e le droghe. "I face the world with pride" (Because of You) Quando si riaffaccia nel panorama musicale, il suo stile è cambiato: Si parla di "sex funk", testi esplicitamente erotici, groove e una nuova direzione che spiazza gli ascoltatori. Fortunatamente, il pubblico rivaluta e apprezza album come Greetings From L.A. ( 1972 ), dove è ancora la voce di Tim Buckley a dettare le regole del gioco. Padrone assoluto dello strumento, Tim intesse trame sognanti e sensuali. È un buon periodo dunque, grazie a dischi considerati più commerciali, i suoi concerti registrano spesso il tutto esaurito e l'attenzione dei media si catalizza sul rinnovato percorso, forse meno intenso e profondo rispetto ai lavori precedenti ma che riesce a ritagliarsi uno spazio all'interno di un'industria musicale fervida. "I did all my best to smile" (Song To The Siren) A quell'epoca Norman Seeff, nato nel 1939 a Johannesburg in Sudafrica, si era da poco trasferito a Los Angeles, dove il suo lavoro nella fotografia riceve numerose nominations ai Grammy Awards. Seeff celebrava la spontaneità creativa e come afferma lui stesso in più occasioni "Iniziai presto a fotografare lasciando la mia attrezzatura in bella vista, il che è diventato parte del mio stile." Un modo tutto particolare di raccontare il mondo dell'arte e dello spettacolo che oggi si traduce in immagini iconiche di artisti come Ray Charles, Blues Brothers, Steve Jobs, Mick Jagger, Joni Mitchell, Frank Zappa e numerosi altri. L'incontro avviene nella casa di Tim Buckley, "Ricordo che Tim era molto felice di lavorare con me quel giorno. Fu molto ospitale e cortese" ci dice Seeff. Nacquero degli scatti grandiosi ed insoliti che ritraggono il giovane cantante, all'epoca ventiseienne, sorridente e disponibile, così distante dall'immaginario collettivo di artista tormentato e conflittuale con tendenza al martirio. È l'animo puro del poeta che idealmente riesce a toccare la perfezione emotiva e malinconica in musica che si materializza nelle immagini. "If you tell me of all the pain you've had I'll never smile again" (Phantasmagoria In Two) Quella sessione fotografica in cui appare anche Seeff, catturato nel suo scatto, ci offre un tassello importante per capire e conoscere meglio l'uomo Tim Buckley, aiutandoci a ricostruire la leggenda o parte di essa. Seeff è riuscito a cogliere, attraverso le sue fotografie, un altro aspetto del carattere del cantante, inatteso ma del tutto spontaneo e divertente, in cui però, 80


EXTRA NOIR / VISIONS

un'attenta osservazione rivela una velata nostalgia, un riflesso laconico dei suoi tormenti interiori. "I'll sing in your dreaming" ( Blue Melody) Due anni dopo, nel 1975 a soli ventotto anni e nove album pubblicati, il Tim che abbiamo conosciuto in questi in scatti cesserà di sorridere per sempre, avvolto dal manto nerissimo di una morte senza senso che ha portato via uno degli artisti piÚ sottovalutati della storia della musica. Un poeta, i cui testi sono patrimonio da diffondere, che è stato contemporaneamente luminoso ed oscuro, acido e dolce, leggero e profondo, libero e prigioniero nei suoi stessi sogni. 81


PAOLO FRESU

“SONO CONVINTO CHE L'ARTE POSSA MIGLIORARE IL MONDO”

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PAOLO FRESU

SPECIAL GUEST

La Musica, L'Arte ed il Mondo Text Federica Sarra Photo Manuela Abis

Trombettista, una delle bandiere del Jazz Made in Italy, Paolo Fresu ha da poco ricevuto una laurea magistrale Honoris Causa in psicologia dei processi sociali, decisionali e dei comportamenti economici dall'università di Milano Bicocca, un riconoscimento per l'impegno come stimolatore culturale nel suo territorio. Ci racconta di un'identità molto forte e precisa che ha come base il legame indissolubile con la sua terra d'origine, la Sardegna e la salda convinzione che l'arte e la bellezza della musica possano migliorare il mondo. Come descriverebbe il legame viscerale che ha con la sua terra? Non è semplice dirlo, lo descriverei con un piccolo esempio; ogni volta che vado all'estero, da New York a Pechino, alla fine di ogni nostro concerto c'è sempre un sardo che arriva e si presenta, snocciolando nomi dei vari paesini d'origine. Ecco evidentemente l'essere sardi è un pò questo, il rimarcare la propria provenienza, un forte senso di appartenenza. Ovviamente dietro a questo modo di porsi, c'è un discorso molto complesso fatto di storia, tradizione, lingua, cultura, musica... Penso alla Sardegna come ad un continente, ampio e variegato. Un'isola al centro del Mediterraneo che storicamente è stata invasa da popoli diversi che hanno reso nel tempo questo luogo molto ricco di molteplici influenze. In fondo questo è ciò che vorrei trasmettere. Nel 1988 quando ha dato vita al festival Time in Jazz a Berchidda il suo paese natale, dev'essere stato sicuramente molto difficile, ma paradossalmente com'è organizzarlo oggi, nell'attuale clima economico e culturale che attraversa l'Italia? Come dici tu, paradossalmente è stato più semplice allora, perchè è una cosa che è nata gradualmente. All'inizio tutto si svolgeva in una piccola piazza con poche persone, poi nell'arco degli anni la portata dell'evento è cresciuta enormemente. Forse l'aspetto più difficile è stato convincere i berchiddesi che stavamo costruendo qualcosa di importante, al di là della musica, un qualcosa da cui tutti avrebbero tratto dei grandi benefici, come ad esempio un alto indotto ecomomico sul territorio, all'epoca di sola vocazione agro-pastorale. Tutto sommato è stato relativamente facile, le vere difficoltà, ahimé sono oggi. Un festival con 25 anni di storia alle spalle che ha dimostrato quasi prepotentemente quanto la cultura sia importante per il ter-

ritorio, così fondamentale per il suo sviluppo da diventare un monumento pubblico, eppure continuiamo a vivere nelle precarietà assoluta, risentendo di questo clima generale. Ecco, dopo tutti questi anni, ritrovarci a discutere se questo monumento, che alla fine è della gente e per la gente, debba esserci o meno è abbastanza triste. Se il suo percorso di artista fosse un romanzo, quale sarebbe? Questa è una domanda difficile, instintivamente, il primo che mi viene in mente è "Rinascimento Privato" di Maria Bellonci, non solo perchè è un libro che ho molto amato. Racconta la saga e gli intrecci della grande famiglia D'Este, gli amori, l'odio, i successi, le sconfitte, le crescite e credo che alla fine la vita di ciascuno di noi sia questo. Personalmente in questi 30 anni di carriera ho fatto tante cose diverse che sono poi semplicemente la rappresentazione di me stesso, l'evoluzione del mio percorso come uomo e come artista. In un certo senso non c'è una vera e propria linea di demarcazione fra la persona e l'artista, ritengo però che l'artista in quanto tale, abbia una responsabilità maggiore, quella di veicolare un pensiero a molte persone, metabolizzare il presente per raccontare e mostrare un altro punto di vista che poi è indiscutibile perchè si pone fra la realtà e la finzione. È un punto di vista prezioso, è poi ciò che documenta nel tempo prese di posizione, anche forti talvolta. Quando l'artista si esprime sul palcoscenico, in quel momento sta rappresentando non solo se stesso ma anche il mondo, la summa della sua visione delle cose ed è una grande responsabilità questa. Sono convinto che in qualche modo, l'arte possa, se non cambiare, quanto meno migliorare il mondo. C'è un universo musicale particolarmente affascinante che non ha ancora esplorato? Fino a qualche tempo fa pensavo alla musica barocca ed è stato un progetto che poi sono riuscito a realizzare. Se devo dirti, non c'è un universo in particolare. Sono affascinato in generale dalle musiche del mondo, pressochè infinite sono la migliore espressione della contemporaneità. Si tende a dare alla musica contemporanea un significato non adeguato io ritengo sia la musica del popolo, quella suonata nelle piazze, nelle strade, che racconta il mondo ed è come l'uomo, inafferrabile e in continua evoluzione. Il fascino sta nel fatto di volerla prendere, o provarci, ma non riuscire a farlo se non idealmente perchè nel momento in cui ci si prova, questa musica è già andata altrove. 83


EXTRA NOIR REVIEWS

IS TROPICAL “I'm Leaving” (Kitsuné)

APE SKULL “Ape Skull” (Heavy Psych Sound Records)

Ecco cosa succede quando tre musicisti italiani tornano dopo anni di tour e decidono di ripercorrere le strade dei power trio di Cream, Grand Funk e Hendrix : arrivano gli Ape Skull. Un disco feroce, grezzo ed incredibilmente fedele a quei sound che ha fatto scuola. Canzoni che suonano funky come i Rare Earth, bruciano di passione come i Free e trasudano assoli alla Guess Who. Un disco suonato in maniera impeccabile, con un alchimia impressionante tra i musicisti, e con prove vocali impressionanti. Un disco che non vi potete far scappare. Alla faccia di chi dice che in Italia non c'è buona musica.

Gli Is Tropical, con il loro secondo lavoro I'm Leaving, affrontano un'evoluzione del loro suono ben calibrata ed intelligente. L'album sembra basarsi maggiormente sulle melodie rispetto al passato, mettendo in mostra una struttura e un piglio pop, comunque mai banale. Yellow Teeth e Dancing Anymore sono i due brani diffusi in anteprima e mostrano già parecchie delle peculiarità di questo lavoro, passando da un brano più riflessivo a uno squisitamente electro pop. Con questo disco gli Is Tropical badano non solo alla forma ma anche alla sostanza o, meglio, all'anima delle canzoni.

Voto 9 /10 G.D'A.

Voto 6,7/10 F.M.

LOCAL NATIVES “Hummingbird” (Frenchkiss / Infectious)

Secondo album in studio per gli indie rockers americani Local Natives che si riconfermano essere fra le band più interessanti in circolazione. Hummingbird è uno di quei dischi che riesce a far breccia al primo ascolto e che invoglia a ricercare le sfumature, ad approfondirne il significato, collocandosi così fra i migliori dischi usciti nel 2013. Ricco di emotività e passione, seduce con i suoi sinuosi passaggi, le melodie talvolta sofferte ma splendendi e l'attitudine gentile e aggraziata che non scade mai nell'ordinario. Liquidi e leggeri, gli 11 brani esprimono al meglio tutto il gusto della band per la ricerca di sonorità sofisticate, rifuggendo dalla banalità. Un disco prezioso che fa bene al cuore.

THE NATIONAL “Troubles Will Find Me” (4AD)

I The National con il loro album numero sei, Trouble Will Find Me, confermano in pieno gli altissimi livelli raggiunti nei tre lavori precedenti. Questo nuovo disco è infatti direttamente figlio di High Violet. Le novità stilistiche non ci sono quasi ma è il consolidamento di un marchio di fabbrica che ormai si identifica in pieno con la band americana: melodie che colpiscono cuore e cervello e fanno del pathos il loro valore aggiunto. I momenti alti dell'album non mancano, da Sea of Love a Graceless, passando per Don't Swallow The Cap e Fireproof. Voto 8,1/10 F.M.

Voto 8,3/ 10 F.SR.

MY BLOODY VALENTINE “M B V” (Pickpocket Records) Sono tornati i My Bloody Valentine, pionieri dello shoegaze che nel 1991 rilasciarono il leggendario Loveless, con un nuovo disco intitolato “M B V”, che ripropone quel sound inconfondibile dell'album precedente, soprattutto nella triade iniziale che ha quelsapore novantiano che cerca di abbellire il tutto. Notevoli anche pezzi come In Another Way e Wonder 2, i più innovativi del lotto. M B V è un disco che parte dalle idee di Loveless e che in seguito trova un nuovo colore da associare ai My Bloody Valentine, totalmente differente da quello del 1991; non a caso è stato scelto il blu, meno spensierato del rosa della fatica precedente e sicuramente più adulto e malinconico. Il 2013 ha dunque tirato subito fuori il disco più atteso dell'anno. E forse è ancora troppo presto per capire questa nuova uscita, tanto breve quanto difficile, la cui qualità sarà maggiormente apprezzata con il passare del tempo. Voto 8/10 G.N.

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STYLE

HIM

HER Strellson

We Fashion

Bjorn Borg

STYLE OFF

RayBan

Pepe Jeans

Nike

Sacha Ella Luna

Antwrp Pepe Jeans

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manca pubblicita'


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LAYOUT BY EMELIE VANDEWALLE


STEVE HACKETT

ENGLISH TEXT

NEVERENDING GENESIS Text Federica Sarra Edited by Max Carley Photo Jorre Janssens

Could you tell us a bit more about the recently released "Genesis Revisited II: Selection," and what we can expect from it? It's just a shorter version of the “Revisited II” album. It was totally driven by the record company Inside Out, and Century Media. It was their idea to do the compacted version. We also have a guest on the record - Ray Wilson sings one of the tracks. Ray is actually the only one who has physically worked with Genesis. In a way, I think the album carries a certain credibility considering the fact that so many people in the music business wanted to join in the process. We had about 35 people contribute: engineers, performers and a lot of singers. In regards to the singers, we are curious about Mikael Akerfeldt's guest spot. How did this collaboration come about? I first heard Mikael's voice through Steven Wilson. Steven was working with him on the Storm Corrosion project at the time. His voice had certain qualities I was looking for, so we invited him to sing some part of “Supper's Ready.” I was thrilled with how soulful and bluesy his performance turned out on the album. Phil Collins' son, Simon, was extraordinary as well. I worked with Simon several years ago on a project of his. I knew he was a great singer and drummer, and immediately realized he would be perfect for the Genesis Revisited album. I normally sing my own vocals on my solo albums these days, but for this project I just wanted to be the guitarist, exactly as I was in Genesis. I thought, "less is more," literally. How would you describe the journey you've been on since you started the "Revisited Treatment"? I set out wanting to do a stage show of Genesis material, and I knew it had to look spectacular. My wife Jo and I bounced ideas around and put it all together. I don't think people expect these live shows to be so visually extraordinary - I want the visuals to help influence and reinvent people's experience of these songs. During parts of the show we appear to be traveling through space! It has taken me years and years to finally be in the position to develop this concept. There are so many brilliant people involved, beyond just the musicians. I'm very proud to have done this. I88


ENGLISH TEXT

And this was the primary motivating factor for you? Yes, definitely - it has been an extraordinary experience. I have been working on this show all my life and was thrilled when it finally happened! How did your time with Genesis inform the person you are now? Genesis was very competitive. We all had strong personalities, and a lot of energy. When I first joined the band we were all very cooperative with one another, and it helped me to realize that sometimes you need passivity and receptivity in order to function. Listening to others is sort of the “glue" that holds it all together. Some people were better listeners than others. Genesis taught me to always try to realize the tremendous potential in each person I work with. Even prior to Genesis I have always been an idealist. During my time with the band and since then my vision has expanded to include various styles of music I would not have embraced at one time. Over time I have learned that the more I travel, hear, read, and see, there is no need for any kind of musical prejudice. During my lifetime I witnessed and participated in the birth of World music, and I'm very proud to have been a part of that. Genesis was very lucky to have a record company owned by one man - Tony Stratton-Smith. He was really a lovely man who knew us well as a band, and furthermore knew how to help us develop over time. I've learned a lot from him. How would you describe your audience, and has your connection with them changed or evolved over the years? My audience spans all ages - fathers who come with their sons for example. Nowadays with the internet, it's very easy to stay in touch with my fans and friends. I try my best to sign autographs and take pictures before shows. Unfortunately, there's not enough time to get to everyone, but I like to be there for my audience as much as I can. Do you believe that a big change in the music industry is about to take place, or perhaps already has? Well, there seems to be a reemphasis on live shows since records are apparently selling less. The industry talks about a sales ratio of 90% downloads and only 10% physical product, yet Genesis and myself have experienced quite the opposite. I release my material on vinyl, CDs, and mp3s so that it is as widely available as possible. We're also filming 2 shows this year for an upcoming live DVD. I think it's a very interesting time, and I choose to look at it in a positive light - each new challenge just opens up another door. Things are undeniably more difficult for younger bands due to the continual evolution of technology and how record companies react to it, but it will always be possible to have a dream and gain a following to find your niche as an artist. I will never forget having a promoter telling me, "What you're doing is dead, Progressive is dead." He couldn't have been more wrong - I'm doing better live business than ever before! I agree, it feels like Progressive is experiencing a second coming lately. What are your thoughts on this? Well, it is! You're not an old person yourself and you know about it. Then again, I don't believe that there even is such thing as Progressive music! Sometimes music possesses elements that make it “crossover,” where it has more than one genre appearing in the same song. It's theatre in a way - it's history, it's fairytales, and there are no rules! Muse mixes a lot of genres, and could essentially be classified as Progressive. Their shows are visually spectacular, but if you reduce the music down to its bare components, they borrow from everywhere and have a ton of different influences. Elbow and The Mars Volta are also great at mixing a lot of genres. In one of your interviews, you stated "Genesis music refuses to die." This is a very poetic perspective, can you tell us what you mean by it? Yes! Not only does Genesis music refuse to die, it is constantly being born anew. I think the songwriting possesses longevity: part Rock, part Classical, Jazz, Acoustic...there is a theatrical element to it. Due to all of this, Genesis music is a part of history and can't be forgotten. When will music die? Perhaps once people lose sight of their musical heritage? How can music die? It's certainly possible, though I haven't really given it a lot of thought. Of course, there have been many genres that have disappeared along the way, and I think this takes place when the result of the writing and performing lacks vision. Music that tells a story will always have a better chance to stand the test of time. A song's imagery allows people to dream, and this has a profound effect. Humans are touched on many levels by music that has the power to be visualized. II


AMORPHIS

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The Return of the Kings Text Federica Sarra Edited by Max Carley Photo Terhi Ylimäinen

Did you have any specific goals you wanted to accomplish with Circle? We discussed trying something more current with our lyricist, Pekka Kainulainen, and he came up with a story set in modern times. We read through it and decided it sounded like a more interesting starting point than another concept album about an old tale or classic Kalevala character. With our "The Beginning of Times" sessions we realized we needed to find more producers to work with our vocal harmonies because Marko Hietala has duties with Nightwish, it was always difficult to find a time that worked for everyone, and I think Marko also needed to spend some time with his family. We asked Peter Tägtren and he said ‘Yes!’ We had got pretty fed up producing albums on our own and needed some extra opinions and inspirations in our studio process. Our last album engineer did not make creative contributions while we were recording. This time through it was nice to have a 7th opinion now and then. We set out to make a heavier album than "The Beginning of Times". We worked to get more edge to the sound and keep the tracks shorter in length. Peter definitely directed the effort and vision of the bass and guitar sounds, which were major elements we wanted to focus on. He also arranged the vocal lines with Tomi and got really great results. Essentially, Peter created a sonically unique album for us quickly and easily. Musically, we did not try to change our approach, we would just bring demos to rehearsal and go from there. That being said, we all definitely shared a general intuition that we wanted this album to be heavier than "The Beginning of Times". "Circle" lets huge guitar and ultra low bass take precedence, with keyboards more in the background. There is good variation throughout the performance and production of the music, and I’m happy we did not fail in the process. To me, "Circle" is fresh, different, interesting and familiar all at the same time. Of course, from my point of view there could be more keyboards, but on the other hand guitarists Esa and Tomi are totally excited about their loud and heavy sounds. Putting it all in perspective, 7 different opinions created this album in a very tight time frame, and we are all very happy with the end result. What does the album title mean? I’m not quite sure when the title came around, but in the story there is a full Circle of the moon, meaning the story lasts for one day. At the end we have the sentence, ‘Aika aikaansa kutakin,’ which means ‘There is a place for everything and it’s time to move on.’ Maybe the title represents the possibility that this specific phase of life may or may not change. If you really want the deep cryptic angle, Tomi Joutsen says "Circle" represents integrity: ‘Back in the day, when there was something special to talk about, wise men used to sit in a Circle. Not everyone was invited to join, but in our story the protagonist is requested to sit amongst them.’ Do you agree that Circle represents a renewed energy and new vibe for you? "Circle" definitely represents a new vibe in terms of musicianship. I think we had a lot of energy in our sessions for "The Beginning of Times", we had just yet to find our heavier production and musical style III 90


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yet. We held very high standards for the writing on "Circle", ultimately leaving five mixed tracks out. Alternately, all the songs we mixed for "BOT" made it on, which in my opinion made the album too mellow even though the songs are good individually. What do you think your fans will love most about Circle? Also, do you think this album could reach a much broader audience than your previous album? I’m not the right person to speculate on the commercial side of it, but I can attest to the production, composition process and atmosphere we established. We put our hearts and souls in to "Circle" and believe it is a masterpiece that we play proudly around the world. I believe this album will be embraced by many new fans, but it is too early to compare it to previous albums. What is your favorite song or musical moment on the album? My favorite song at the moment is "The Wanderer", I like its Slavish vocal melody and believe it is one of the best ‘ballad’ type songs we have made to date. That being said, the best moment is definitely the section in "The Abyss" where I solo on keyboard and Esa continues jamming the riff underneath. Nice! When you are writing the music and lyrics, do you try to think of what the fans will react most to? Do you have any stories of how your music has affected or changed them? We have heard numerous stories of how our music has held influence with people, both sad and cheerful. Our music has helped fans cope with deaths in the family, some have even played it in their funerals. Tragically, we once received a letter from a fan whose little brother had killed himself listening to our music as a sort of farewell song. On the other hand, fans have played our music in their weddings, or found meaning in life just by seeing Tomi Joutsen onstage. There’s even a reality-TV chef who estimates his cooking times to the length of one of our songs! All these reactions humble us greatly. At the same time, we don’t think of these things when we make music…’Well let’s make this song last 6 minutes, it’s great timing for a lamb-eye steak!’ Wtf? What’s been your greatest opportunity so far in your musical career? While it’s impossible to name just one, supporting Metallica last year in Helsinki at Sonisphere was a blast. Before the show, James came by to say hello and we had a long chat, what a nice bloke. When Metallica went on, we stood VIP right in front of the stage and watched them play The Black Album to 50,000 plus people. Not bad times. What is your wildest story with the group? Or “behind the scenes” to share with our readers? During a festival we played in Germany, we were staying in a guesthouse that was called something like ‘The good old Rolf.’ Outside, there was a big statue of this ‘Rolf’ guy welcoming guests to stay there. Rolf was normal human size and made up of fiberglass. We came back totally drunk after the show and somebody pushed Rolf to the ground. One person was sort of fucking him and laughing and shouting something in German. We were all laughing like hell in the middle of the night, when the owner of the guesthouse opened the window just above us and kindly asked the guests to quiet down. The face he gave us was priceless. When you’re recording, how do, or do you try to, translate your live energy into the recordings? The magic behind our recordings can be found in our effort to keep things spontaneous, and never say never. We make sure not to over-plan or over-rehearse the things we play. Sometimes I just leave the tracks alone. If there are mistakes I edit them out, though normally they are fine. All the "Far From the Sun" Hammond organs are done that way, so is the "Sampo" keyboard solo and some others. "The Abyss" solo on the record is the first take without any planning or rehearsals. We had not written for a solo there, I just went at it with an open mind. Playing heavy metal is relatively easy in a way, so keeping the wildfactor there is a good starting point. What can people expect to see at your live performance, and when? We are playing Alcatraz at Milan on November 16th - our only show in Italy this year. I hope Italian fans can make it up there. As far as what to expect: surely the ‘best of’ from our old songs, plus one hell of a pack of songs from "Circle". We are very excited to start touring, so don’t miss it! Meanwhile, check out the new album, it’s a metal masterpiece! See you on tour! IV


SKID ROW

ENGLISH TEXT

Indelible Connection Text Federica Sarra Edited by Max Carley Photo Courtesy of UDR/EMI

How did you come up with the idea of a Three Chapter album? We've been touring non-stop for the last 13 years. We sat down and asked, how can we get more music right away? And we came up with the idea of three mini-albums. It worked out for a bunch of reasons, especially considering the fast-pace of both music and information in today's world. We decided to put out mini-albums, one every six or seven months, so that we can release a constant flow of new music - rather than putting out a full-length record and being on tour for two or three years. The mini-album process keeps everything really fresh, and I felt that now was the right time to do it. It also takes a lot of pressure off in terms of songwriting - we don't have the other two chapters ready yet but we will work them out. So it's actually a work in progress? Exactly. I would say that within 18 months we will have all three chapters released. They will all be individual bodies of work that can be judged separately. Dave The Snake will come to my house to write the material very soon. We already have a bunch of ideas, and one song written. Do you agree that it can be seen like a step-by-step approach to the Skid Row sound? It's possible. I just hope the fans will be entertained by the music and they will enjoy it, that's our main concern. It may sound cliché, but musically we are getting back to our roots and really focusing on what Skid Row truly is. I think we've accomplished that with this first chapter! Do you anticipate high expectations from these 3 mini-albums? Actually, we work best under pressure! And honestly, putting out 5 or 6 songs at a time carries a lot less pressure than a full-length. A constant flow of new music is just good for everybody involved. How would you define the current musical climate? 25 years ago things were completely different. There was no such thing as the Internet: somebody in Japan couldn't immediately share music with someone in New Jersey. Nowadays everything moves very rapidly and people quickly lose interest due to information overload. We were really lucky to have success when we did. Things seem very hard for younger bands. We are so fortunate to be around 25 years later, still able to make new music! It's awesome when I get onstage and look out at the crowd, they know and sing every single song - I'm amazed! Could you imagine stopping some day? No, I won't know what to do if we stop! 7 years ago, if somebody told you that you would have just released a new album with Skid Row, what would your reaction have been? I always knew we would have make new music eventually. Now with the new format we are working by, V 92


ENGLISH TEXT

it makes our process quicker. This results in a lot more people knowing that Skid Row makes new music on a steady basis. That's very important to us. Regarding title and themes, is there a political aspect to your new material? I use a lot of metaphors when I write lyrics. I may know what they mean to me and to us as a band, but it's all up to the listener to paint their own picture. There may be a bit of a political angle to it, as Skid Row has always been a band that abides by "fight for your rights and do what you want to do," but we're not talking about breaking the law, just about being your own person! United World Rebellion takes this sense of personal freedom to a global level. I believe that people from different countries are more similar than they think. We all more or less share the same goals, the same thoughts and the same morals: United World Rebellion is all about banding together and rising up against something that tries to hold us down! I hope the fans get a vivid picture of whatever the lyrics mean to them. There is a basic idea and feeling behind a song in my head, but people will see other stories. Whenever people can relate with the music, that is the ultimate pay off for me. What one fan connects to may be something completely different from how I see it, but if it can touch them or help them in a way, that's a win for me! Was music an escape for you? Yes. When I was a kid, music inspired me to become who I am now. "Rebellion" stands for: Going against the people that try to hold you down! If somebody holds you back from doing something you are passionate about, you have to rebel against it! There will always be people who want to see you fail, and so it was with us. I don't pay attention to them; I don't let any critics interfere with my music or my life. That's just the way it should be. In 1989 you wrote a hit song, "18 and life," about a young guy with a gun. Fast-forward to 2013, and it seems that nothing has changed regarding young guys with guns. Considering the current political and social climate regarding weapons in the United States, what's your point of view? It seems like people never learn. I'm a gun owner and it's a very delicate issue. I believe I am very responsible, but when you see these kids going to schools with guns it's shocking and sad. I hope the day comes when people truly realize how dangerous it can be to hold a gun, and they will work harder to protect kids from all of this. A gun owner must be very responsible. When was the last time you said, "What the hell am I doing here?" (LAUGH) It wasn't too long ago actually. I said 'what the hell am I doing here?' the first time I went to a professional basketball game. I was so worried! Do you consider yourself to be an ironic person? I guess I am ironic in the sense that most people are not aware of the business side of me. Many just see the Jack Daniels drinker and Rock musician; they don't realize I pay very close attention to every detail of our band. That's probably ironic…a lesser-known side of me. You mentioned Rock n Roll - some people say it's dead, what's your take? They are so mistaken! Rock is so far from being dead! If Rock truly died, we would simply play in front of ghosts! How do you stay up-to-date? If someone mentions a band to me, I will listen to them whether they are signed or not. I like to know what the trends are but I also make an effort not to follow them, especially when writing my own material. I have a very solid vision of my music and the concepts I want to express. Now it's your turn. What would you ask to any of your fans out there? I would probably ask them exactly what it is about Skid Row that they like so much. Not so much the basic stuff, like that they like our music, but what they really connect to. I know what I think it may be, but I would love to hear it from our listeners, like "this is why I am still a fan of you guys after 25 years." What do you personally think that the fan connection may be? I would hope it's the connection we have created so far with our music, but also the fact that we're all pretty regular guys. I hope it comes across that we are all very down to earth…but maybe the connection is something even deeper than that! VI


KEITH MERROW

ENGLISH TEXT

Shredding Life Text Francesco Passanisi Edited by Adam Soshnick Photo Courtesy of Keith Merrow

How did you get in touch with music and the guitar? I usually credit Toni Iommi when people ask me that question. When I was growing up, my dad used to play old Sabbath records all the time. I loved that music so much and still do. The first time I heard the "Master of Reality" album, I knew I wanted to play guitar. The distorted, down-tuned guitars just had me hooked from the first time I heard it. There is no denying that it was the main reason I decided to pick up a guitar. I was about 13 at the time. I went from there to the typical metal bands that were popular at the time: Slayer, Metallica, Megadeth, Anthrax, Sepultura, Exodus, [and] Pantera--bands like that. I went through a long period of time where I listened to nothing but death metal (all through high school). I was really into bands like Cannibal Corpse, Malevolent Creation, Obituary, Deicide, Suffocation, Death, etc. Bands like that pretty much honed me, musically, so I'd have to say they were my main influence. You mainly use 7-string guitars. What are the reasons for this choice? I like low tunings, and 7-string guitars are perfect for that. I also have big hands, and 7-string guitars are more comfortable to me. What advice would you give to hundreds of young guitarists today? Play every chance you get. I know it sounds generic, but it's the best advice to any aspiring musician. It takes a lot of patience and dedication, so the more you do it, the better you'll become. Listening to your album, I recognized some influences from a band that Sector VII 94


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Noir loves very much. I'm talking about Opeth. What do you think about this fantastic band? I think anyone who plays or writes in a progressive style can somehow draw a line to Opeth at times. The influences are there for me, undoubtedly. While sometimes it's a blatant tribute to their greatness, I try to be original whenever possible. Let's talk about Demisery, your death metal band. How did it start? Will there be a new album in the coming years? My partner on that collaboration, Gord Olson (guitar/vox), and I had been talking about writing a traditional death metal album for quite some time. One day, we just decided to start writing for the album, and it all just poured out of us in a short amount of time. It was fun to revisit some of that old school death metal flavor, and it's something I wish I had done a long time ago! Our inspiration for this album was essentially all the great death metal bands we listened to when we were learning to play. Demisery is our tribute to those bands. We're currently working on a second album. We read with great pleasure that you are preparing an album with Jeff Loomis. What can you reveal about this project? Well, it's in its early stages at the moment. There's not too much to report. But, Jeff and I are about to start writing for this project in the coming weeks. The lineup consists of: Keith Merrow- Guitar Jeff Loomis- Guitar Alex Webster- Bass Alex Rudinger- Drums

VIII


ELIZE RYD /AMARANTHE

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Mighty Grace Text Federica Sarra & Gabriele D'Angiolo Edited by Max Carley Photo Ville Juurikkala

How's it going with your new release, The Nexus? It's going great actually, we topped several prestige charts all over the world, including iTunes in both Sweden and the USA. We also got a great spot on the Billboard chart, so we are extremely happy! The fans' response has been phenomenal. I have not heard a single negative comment about The Nexus so far and I was not afraid this time! I usually am, but I felt deep down in my heart and stomach that The Nexus would be both successful and beloved. Has any comment affected you in a special way? Comments about our music and genre in general affect me a lot, people that complain about our art make me sad. They don't understand what the music is about. IX 96


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I would never let these people affect my art, it only makes me want to work harder to convince them even more. Do you consider yourself a sensitive person? I am a very sensitive person. I cry when I'm happy, when I'm sad, times where I feel pain or when I see someone else hurt. How do you translate this aspect of yourself musically? Music has always been the only way for me to express my inner thoughts and feelings - I wouldn't be able to live without it. Music has saved my life many times. Were you always a creative child? Yes, I have always been creative. Ever since I can remember I have lived through my music and expressed myself through singing and dancing. Were you the class swat or the rebel? I was the class swat. What were your ambitions at that time? My ambition was to become as big as ABBA. I wanted to change the world. Turn sadness to happiness, stop all the wars and save nature. I'm older now, so my perspective is unfortunately a lot more realistic. We addressed important themes on The Nexus. The lyrics work really well at communicating to our listeners. How do you imagine your career would be if you had a child? I imagine I would take a step back, since it would be wrong of me to love anything else more than my child. Currently, I'm living out my dream, so the time to have a kid has not come yet. I'm sure this will change in time. When my boyfriend and I have a little one to raise and love, I won't want to miss any of it. Do you think this era is harder for women in general? Yes, it is a lot harder for women, no doubt about it. Maybe that's why most women choose not to play in a metal band. There is a misguided perception that metal does not allow for women‌ Someone has to do it for all the ladies out there, and I couldn't be happier that destiny chose me! Have you ever been discriminated against? Or ever felt discriminated? I have never been discriminated against, and I would not allow for it to occur. Discrimination is a terrible and evil thing that doesn't exist in my world. I wish everyone else could be the same way. Have you ever been stalked? No, I have never been stalked. Do you have any advice for all the women out there? Do not see yourself as a victim. Do not allow for yourself to be victimized. Follow your dreams and be brave. If you are in to rock and metal, female musicians are extremely wanted at the moment. Don't be afraid to send your demo out to the labels. How do you define beauty? Beauty is something natural, honest, clean, good and faithful. Like a flower that never fades, or an ocean full of life, or a human filled with love. X


INTER ARMA

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BEYOND THE SKY Interview Federica Sarra Edited by Max Carley Photo Courtesy of Relapse Records

To start off, I wanted to wish you congratulations on the new release. How do you feel it’s evolved musically since the last release? Firstly, thanks! We’re pretty excited about it and its impending release. I think in the time in between the release of “Sundown” and “Sky Burial” we all grew as songwriters and players, probably more so as songwriters. We allowed the songs to develop more organically this time around as opposed to just putting parts together because they were available to use. We also focused a lot harder on the recording this time and were able to explore different sounds and textures that we had been unable to explore on previous releases. What do you believe the listener is searching for when they’re listening to your music? Honestly, I’m not sure. I also don’t think I’d want to push the listener in any particular way as far as emotions they have while listening or thoughts that may creep into their brain. If it evokes any emotional response at all I’ll be pleased as hell. When you’re writing, how do you translate the vision you have inside your mind into a song? We tend to write collectively. So if one of us has an idea or part they’d like to contribute they would bring it to the group and we’d all hash it out together. Further, it’s kind of hard to pin down how long certain songs took to write from initial idea until completion. Which of the songs of Sky Burial took the longest to write? I had the main riff to “The Survival Fires” for literally 4 or so years before I was able to get it going with Inter Arma. Once we began jamming it, though, it only took a couple weeks to flesh out completely. Both “The Long Road Home” and “Destroyer” have been evolving slowly over the course of a couple years. What is your view about the current state of the music industry regarding downloads of albums and audio software? It’s a bit of a double edged sword. There’s a lot of good that can be done for music from a digital perspective. There’s massive distribution. More people will be able to hear your music quickly and easily than at any time in the past. That should be an extremely enticing idea to any musician, really. Everyone wants their stuff heard. XI 98


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But, the ease of getting music does dull some of the excitement that used to be associated with buying a new record/tape/cd. What does that mean for you? I remember hearing “Far Beyond Driven” when I was 14 or so and then having my parents drive me to the music store to buy it. Anticipation was one of my favorite parts of getting new music. That’s been lost to a lot of younger folks recently, and I think it’s a shame. I won’t touch the whole pirate bay/mediafire blah blah downloading thing. We’ve all been guilty of taking advantage of that at some point or another. We could argue analog vs digital sound all day and probably not reach any real headway. We recorded to tape and digitally at the same time, trying to capture a bit of both worlds, you know? Well, looking forward now, what are your plans for the rest of this year and beyond? We’ll be doing a bunch of stateside festival stuff and some adjacent touring for the rest of spring and summer. We hope to be over your way maybe as early as autumn of this year. There’s nothing concrete as of yet to European dates, though. Is there anything you’d like to tell people who never heard of Inter Arma? We’re surprisingly normal dudes. I think sometimes because of what we play people tend to think we’re artsy types and there couldn’t be anything further from the truth. I hope you all listen to the record with an open mind and a loud stereo and at least one bag of potato chips.

XII


MARIO DUPLANTIER

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Double Identity Text Federica Sarra Edited by Adam Soshnick Photo Gabrielle Duplantier

Is there a purpose to your artwork? Expressing myself about things human, animal, animality in humans, religion, (and) life in general. Animals are at the source of many cultural and ideological traditions. They are central characters in many ancient myths. I find that fascinating. How long have you been doing this? Since I was very small, I have always painted, drawn, (and) have always had a notebook on me to sketch in. Creative activities are, for me, an inner necessity. Is there anyone special you would like to thank for making your dream come true as an artist? Each member of my family: Dominique, Patty, Gabrielle and Joseph. The four of XIII 100


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them are incredibly talented and have a developed sense of aesthetics for art in general. Since I was a child, they have been examples for me. I also owe a lot to Anne Deguehegny, who has greatly influenced me. Please describe your art in five words. Brute, minimalist, na誰f, complex and instinctive. If you had to describe yourself in five words, would you pick some (or all) of the previous five words? Na誰f and complex, lol. What inspires your work? Do you feel inspiration comes from the same place when you write a song? Probably. In both domains, I try to stay spontaneous. It's instinctive, automatic, (and) not intellectual. The body is really important at the drums, vibrations, movements, muscles, [and] sometimes the body plays before the head. And, when I draw, also, my hand speaks, not my head most of the time. Do you think Gojira fans are interested in that side of your personality? Have you had any reactions so far? Yes, lots of people are interested. Most of our fans care about visual things we propose, so they're in on my photography and artwork. I've had positive feedback. Do you want to keep these two worlds separate, or do you like the fact they may come across each other? I don't necessarily want to separate them nor do I want to connect them. I just do what I do. That's all. If fans connect them in their minds that's fine with me. Yet all I'm doing is expressing myself, enjoying drawing, and painting. There are no ulterior motives. Do you listen to any specific kind of music when you work? No, rarely. Silence is my best friend when I'm painting. Sometimes I listen to traditional Indian music, which inspires me in a surprising way. The sounds of the sitar [and] the tablas transport me into a dimension I love. How do you keep yourself motivated and updated? It's the spontaneous and naive approach without constraint or intellectualization that keeps me from losing inspiration. There are no limits to the subjects, and no complexes about technique. What is the best art piece you ever saw, and where was it? "Les Ponts Suspendus" ("The Suspended Bridges") by Dominique Duplantier. It was at home when I was one year old. Are there any negative things about being an artist in the current time? No, because I don't try to make a living with it. How do you feel when people interpret your artwork differently? I like all interpretations, and I don't master the meaning in my work. A lot of my subconscious comes to the surface and, in fact, I think others are in a better position to interpret my work than I am. XIV


IS TROPICAL

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SERIAL THRILLERS Text Francesco Melis Edited by Adam Soshnick Photo Courtesy of Sureshotpr

Did you have any specific goals you were looking to accomplish with the new album? It seems that you wanted to do something completely different from the past. We wanted to make a coherent album this time round, rather than just a collage of ideas. We focused strongly on song writing in its purest sense and tried not to mask the songs with unnecessary sounds or heavy distortions, etc. for the sake of it. I don't think we ever set out to change our sound as a departure from what we were doing. It's just more of a natural progression that we didn't want to fight against. What are the main differences between I'm Leaving and Native To? The new album could be played in its entirety on a single guitar with just one vocal “busker style,” as Luke Smith put it, because the songs were written like that, with vocal melodies and structure at the forefront, whereas the older songs are an amalgamation of multiple riffs that form the core of the song. The production quality of the new record is a lot more hi-fi with special attention paid to the performance elements of the song. We would play through the songs over and over again until there was enough feeling put into every part that it could fail to provoke some form of emotion. The lyrics revolve around darker subject matters on I'm Leaving, and the mood of this was captured perfectly by Luke using old analogue synths and pedals. It has a very live feel to it, which is different to anything we had done before. How it has been working with Luke Smith as a producer? Every day was like a science lesson. He explained the working process through from start to finish of everything he was doing so that our understanding of production was growing along with the record. He's one of the most laid-back, yet productive people we've ever met. He's also the vibe master; there's never a dull day with Luke XV 102


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in the studio, and what's more is just how great he is at his job. He does things for the love of it, even if it means sacrificing the financial rewards a true legend. I'm also curious about the Flags EP: did you want to record an instrumental EP, or it just came out naturally? We had lots of ideas floating around our computers from writing continuously on the road that we were attached to, but didn't think fit with the feel of the album we wanted to make. It was a great opportunity to work with lots of people we had met on our travels, who are all amazing musicians and producers, such as DRUGZNDREAMS, Visions, Get People and Owen Pratt. It also served as a means to empty our heads of these heavier electronic tracks, so that we could really focus on making the best album possible without too many conflicting angles from which to approach it. Some of the songs initially had lyrics on the Flags EP, but we thought that musically they were interesting enough to not warrant clouding them with words. This is not the case on I'm Leaving, which is very lyrically driven. I've always thought that your live show has a sort of punk attitude. Do you think that new songs will change this attitude on stage? Some of the new songs have a punkier approach to them live than on record and probably more so than the songs from Native To. I think the songs people have heard so far from the album aren't completely representative of its overall sound. There are definitely punky elements to the new tracks, especially in “Cry,” “Toulouse,” and “Lover's Cave.” What is it that initially sparked your passion for playing this type of music? We've always wanted to make music that people could have fun to. There are some very stale bands out there where this isn't an important part of their music, but, from the off, we wanted to engage the listeners and give them something to dance to and now maybe even something to cry about. We've become sentimental, emotional bastards in our old age. Who are the bands and artists that inspired you at the beginning of you career? Have they changed today? We take inspiration from every single genre of music, even if it's something you actually detest. That can be an inspiration to make something completely different. I think that's why it's hard to define what music we actually make with one genre, because all three of us have totally different influences. Everything from pop, hiphop, swing, to bling. Do you have any unrealized projects? We’re making leather jackets, flick knives, making artwork, and building up our skate team “Electric Tearz,” but there are still a million things we wish to do. So we're not done yet.

XVI


ADDRESSES Alcest Steve Hackett Cult Of Luna Amorphis Skid Row Nosound Richard Sinclair The Foreshadowing Keith Merrow Elize Ryd Inter Arma Hanging Garden Dean Allen Foyd Secret Sphere Hypocrisy The Ocean Bruce Soord & Jonas Renske Mario Duplantier Rob Zombie Leo Ortolani Lasse Hoile Black Widow Jens Bogren Is Tropical Il Teatro Degli Orrori Tre Allegri Ragazzi Morti Deerhunter Foals Tim Buckley Paolo Fresu Emilio D'Alessandro

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