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Atelier sul mare Oltre il mare la culla di sette sorelle unite da un solo ricordo ombelicale rimette a noi la nostra immagine si genuflette come luce custode che preserva conduce sulle contratture, i crinali riporta le Sirene all'alba di quella luce che rivendica l'antico debito di Prometeo lasciandoci come zattere davanti ad una diga, dubbio, fortuna caduta in contrade senza nome. Da una spiaggia una qualsiasi Penelope allarga le braccia: quanto è vasta l'idea che tu possa essere morto, il mare rigetta contro le ginocchia da qualche parte il mio amore dorme sotto la pancia del tramonto. A casa niente, il dubbio la sera cucino, non mangio afferro per i lembi il sepolcro, sparecchio. Ma nel viaggio di ritorno a poca distanza dalla riva la chiglia si arenò in una secca e da quel giorno sfidando i riverberi del Sole fu aperta una Finestra perchÊ affacciandosi ognuno possa udire gli schiocchi freschi e secchi dalle vele appena issate, la vita di chi ancora parte per solcare tutti i mari.


Poiché andare è una curva gettata alle spalle del tempo che nel riapprodo rivolta il ferro ne piega il motivo consente nuovi fregi nelle pietre, sogni tra segni, pontili nel cielo che lo spazio custode regge e governa prestando nomi al silenzio, e solo quando la punta del compasso afferra l'orgoglio della necessità traccia il cerchio di un eterno ritorno, e senza altrimenti abbraccia Arianna che senza voltarsi torna indietro inghiotte la matassa forza l'ago a passare nella sua stessa cruna rivoltando il proprio corpo per restituire quel grembo di terra divorato da un padre inadempiente che costrinse la sua prole a brucare in silenzio. Interpellando un passante ti verrà spiegato come amare per ostentata complessità si sfilò dal midollo mostrando lo scheletro, gli avanzi di qualcosa che non si fa corpo, resta allusione dimentica di quel mondo precedente dove significare percorreva tutto il perimetro di una geometria luminosa. Perché tornare ad essere è per sé sostanza e forma del Santo che per corteccia prese in sposa la nostra fede facendosi schiena, parete anello indissolubile di una catena capace di portare luce alle radici.


E forse, se la materia poteva anche non esserci avremmo evitato che dal giorno di primo distacco la messa in scena della forma scrollandosi da ogni sostanza generasse equivoci, silenziosi gonfiori sotto un cappotto di lastre sovrapposte piani che ancora vanno a ferirsi di rosse complicanze, la stessa parola tumore e le nostre dita intinte nel tuorlo per misurare la febbre di cellule che non si ricordano come si muore. Perciò solo qui, presso il verde senza equivoci delle gemme riposano il sarto e il custode la porta d'oro che a doppia mandata difende il Profeta, la Piramide che intercede perchÊ Nessuno piÚ trasformi la trave in croce. Saldo a quel promontorio accusi l'utopia di chi salpò condannandoci all'ammaraggio delle unghie su una felicità che impariamo osservando un bambino che sceglie e scarta le pietre come se ciascuna indicasse il corretto o cattivo esito di un destino per erigere un muro dove appendere la Memoria e una sola Porta in esso che ci inviti alla Bellezza


Atelier sul mare