Page 1

TENIAMOCI STRETTI Come è dura la vita per noi che siamo nati in Africa, che siamo venuti al mondo in una terra che ci dà solo miseria e sofferenza! Io sono nato in Senegal e la mia mamma mi ha fatto crescere con difficoltà, in mezzo alla miseria. Mi ricordo quando andavo a scuola a piedi, camminando per un’ora di strada; poi a mezzogiorno tornavo a casa e spesso trovavo mia madre che aveva fatto di tutto per farmi trovare qualcosa da mangiare, ma spesso non c’era quasi niente. Mio padre faceva il meccanico e il suo lavoro era veramente duro, perché per vedere un cliente ci volevano almeno due mesi, per cui non riusciva ad aiutare e a mantenere la famiglia. Così ho incominciato a pensare ad una “terra promessa” anche per me, e nel frattempo studiavo e lavoravo, quando potevo. Sono rimasto a soffrire con la mia famiglia fino a quando ho avuto un colpo di fortuna. Avevo un amico, che era stato mio compagno di scuola e che era figlio di un ministro del mio Paese, uno del Governo, voglio dire che loro stavano benissimo, erano vestiti bene; quando il mio amico veniva a scuola arrivava con l’autista di suo padre; ma quando veniva a casa mia vedeva bene la mia miseria. Voglio dire che la mia situazione e la sua erano differenti, ma tutti e due eravamo inquieti: lui voleva visitare il mondo, io volevo sopravvivere. E tutti e due, anche se per motivi diversi, pensavamo di trovare la risposta in Europa. Saremmo partiti, abbiamo deciso un giorno; avremmo messo in comune tutti i soldi che avremmo guadagnato, io lavorando, lui con la sua paghetta. Poi, un bel giorno, mi dice che il padre sarebbe partito per un viaggio in Europa, nella sua carica di Ministro. Lui, il mio amico, era incerto: partire con me alla ventura o andare comodamente con suo padre approfittando dell’aereo? Comunque avrebbe potuto esserci un posto anche per me. Io però non avevo il documento di viaggio, una carta di identità, un passaporto, ma soprattutto mi mancava il permesso dei miei genitori. Abbiamo discusso a lungo, io e il mio amico, del quale ora non ho più notizie, ma prima di partire con suo padre mi ha detto: “Bene, se tu sei d’accordo di andare in barca dal Senegal verso la Spagna, ti fanno pagare solo 1.000 dollari” e questi soldi me li ha offerti lui, rinunciando alla sua quota di soldini accumulati, per simpatia, perché di soldi ne aveva tanti, mentre io non ce l’avrei fatta mai, e poi aveva visto la condizione della mia famiglia. Così ho preso la decisione di affrontare questo viaggio avventuroso; la gente lo chiamava “viaggio senza ritorno”, e allora era una cosa grave, perché non potevo sapere se sarei arrivato o no nella mia terra promessa. Così quando sono tornato a casa ho parlato a mio padre di questo viaggio strano e lui mi ha risposto “Sei maggiorenne, prendi tu la tua decisione”. Ma mia madre, lei, sapete com’è la mamma verso il figlio, lei non voleva e si opponeva a questa avventura e, quando sono arrivate le vacanze dalla


scuola, mi ha mandato nel villaggio di mio nonno per aiutarlo nei campi di arachidi, così mi sarei dimenticato di questo viaggio strano. Era giugno, in piena estate, e con mio nonno sono rimasto un mese o poco più. Lì bevevo sempre latte di capra e mangiavo molti cous-cous, ma avevo sempre in mente il mio viaggio e ben presto sono tornato a casa mia in città, più determinato di prima. Volevo andare via da questa vita in una terra che offre solo miseria; altrove avrei lavorato, mi sarei dato da fare, sono forte, deciso, non pigro. All’improvviso apprendo che ci sarebbe stata una partenza in agosto, verso il 20. Mi ricordo che era di venerdì, perché mio padre ha fatto delle preghiere anche per me. Che il viaggio sarebbe stato difficile lo sapevo anche prima, perché c’erano nel mio quartiere due giovani fratelli che lo avevano tentato, ma che erano scomparsi e i loro corpi non sono mai stati ritrovati. Allora siamo partiti il 20 di agosto, venerdì, verso le 3 di notte, così il capitano della nostra barca, approfittando del buio, non avrebbe avuto problemi con la giustizia. Si trattava di una piccola barca, che raccoglieva la gente e la portava in alto mare, dove c’era un’altra barca, molto più grande, quella che avrebbe dovuto fare lo strano viaggio. E ci siamo imbarcati. Al capitano della barca più grande ho consegnato tutti i miei soldi, ma documenti non ne avevo nemmeno uno, mi sarei arrangiato in qualche modo. Da Dakar fino alla Mauritania siamo rimasti per tre giorni in mare, tenendoci lontano dalla riva per stare nascosti. Non si vedeva neanche un briciolo di terra e c’erano delle ondate grandi che sembravano in grado di mettere fine ai nostri destini. Il 23 siamo arrivati al largo delle coste del Marocco e, approfittando della notte buia, siamo entrati in un altro mare. Qui a Cuneo, a scuola, ho visto che il mio percorso aveva lasciato l’Oceano per entrare nello stretto di Gibilterra, ma il mar Mediterraneo noi l’abbiamo chiamato subito “cimitero dei viaggiatori in barca”, perché qua e là si vedevano fra le onde dei jacket di mare anti-naufragio, e si capiva che erano di persone che avevano lasciato la loro vita lì. Quella vista era terribile, ma non volevo tornare indietro. Nessuno di noi avrebbe potuto farlo, anche volendo, perché la nave stava sempre lontano dalle coste per non farsi vedere e nessuno avrebbe avuto il coraggio di buttarsi a nuoto in quel mare pericoloso. Noi eravamo partiti in 120 da Dakar, ma dopo tre giorni, all’altezza del Marocco, ormai quasi quaranta passeggeri erano malati, perché nei tre giorni trascorsi nell’Oceano, con la barca che tremava sempre, non riuscivamo a mangiare niente, vomitavamo di continuo, e il cibo era solo latte con cous-cous, perché era il meno caro che c’è, a questo si univa l’odore del tabacco e non ci voleva molto di più per stare male. Dopo Gibilterra eravamo rimasti un’ottantina, per un percorso di altri nove giorni, durante i quali sono morte almeno quindici persone e tante altre stavano malissimo.


Il viaggio finì il primo settembre con il nostro arrivo in Europa, e più precisamente in Spagna, dove siamo stati accolti dalla polizia, dalla Croce Rossa e dai giornalisti. La Croce Rossa ha subito soccorso le persone malate, mentre sedici morti sono stati ributtati in mare perché non c’era lo spazio per portarli con noi sulla nave che ci aveva soccorso; inoltre era pericoloso perché i cadaveri hanno un odore molto tossico, così sono stati restituiti al mare. La Croce Rossa ci ha fatto delle visite mediche e dei controlli sanitari, al termine dei quali ha portato in ospedale le persone che erano ammalate. Poi la polizia spagnola ha portato tutti gli altri dentro a dei campi militari, dove ci hanno interrogato sul modo in cui fossimo arrivati fin lì, ma dopo quasi un mese ci hanno liberato. Al momento della liberazione ci hanno dato qualche soldo e dei vestiti, e io sono andato in Almeria, nel sud della Spagna, dove ci sono tanti campi di agricoltori. Lì ho incontrato un uomo, un italiano, che era lì come bracciante e che mi ha ospitato a casa sua. Il giorno dopo mi ha portato dal suo padrone spagnolo per mettermi a lavorare in un campo di pomodori o di meloni. Mi avrebbe pagato 30 Euro al giorno e sono rimasto lì per sei mesi. Alla fine della stagione mi sono spostato a Napoli, in Italia, dove mi sono messo assieme a degli altri Senegalesi che vendevano merce contraffatta, si sa che a Napoli c’è una grande vendita di marchi contraffatti, ma il lavoro, che pure mi piaceva, era rischioso, perché si doveva sempre scappare dalla polizia; comunque non avevo scelta perché ero senza documenti, e infatti in pochi mesi sono finito in galera. Per chiudere il mio discorso, vorrei dire che la vita è proprio una cosa difficile e sembra che Dio abbia dimenticato l’Africa. Noi Africani facciamo questo viaggio verso la terra promessa perché speriamo di poter mangiare il nostro pane, anche se il rischio della vita e della galera dovrebbero scoraggiarci: questo è il punto negativo. Invece il punto positivo è che possiamo incontrare un’altra cultura e un altro modo di vivere. Insomma la vita è come la catena di una ruota e ognuno gira nel suo piccolo spazio collegato con tutti gli altri pezzi della catena. Ma questa ruota che gira dove va? Appartiene ad un macchinario più grande? E allora teniamoci stretti e andiamo!

Habib Si  

Primo premio Scrivere altrove 2013 Categoria: Libertà di parole Sezione: Prosa

Read more
Read more
Similar to
Popular now
Just for you