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Cronaca sportiva di ieri e di oggi

notizie

Autorizzazione Tribunale di Livorno n° 1109 del 07/05/2009

Anno IX Febbraio 2017

COMUNE DI LIVORNO

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Cronaca sportiva di ieri e di oggi

notizie

Autorizzazione Tribunale di Livorno n° 1109 del 07/05/2009

Anno IX Febbraio 2017

COMUNE DI LIVORNO

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Le pari opportunità nello sport

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ELISABETTA MARCONCINI e il canottaggio, da atleta e poi da allenatrice

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IRENE DI BARTOLOMEO in “pausa” per maternità

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CRISTINA ABNIACAR prima donna livornese a diventare maestra di scherma

PROVINCIA DI LIVORNO

CESARE GENTILE, presidente provinciale Unvs

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DARIA KLIMENKO e la sua passione per la lotta

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SILVIA GALLENI una pioniera dell’automobilismo

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ELISABETTA VOLPONI un braccio di ferro diviso fra famiglia e lavoro

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ROBERTA SANTINI e il ciclismo

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CRISTINA ECKER: dalla scherma al kettlebell e alla boxe light

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FRANCESCA CATALANO e le meraviglie del gioco di squadra

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ELENA PROSERPIO MARCHETTI vice allenatrice della nazionale femminile under 19

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ALESSIA MANCINI l’unica livornese dirigente di una scuola di calci

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VALENTINA IMBROGIANO da atleta a maestra

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LAVINIA PERINI dirigente della BF Livorno

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CRISTINA SANFILIPPO e il lancio del martello

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ANDREA MARTIGNONI campione italiano del Tiro con L’Elica 28 gr

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MICHELE SILVESTRI e le arti marziali estreme

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FABIO PALANDRI e la Compagnia degli Arcieri Livornesi

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Sport e musica insieme per aiutare Amatrice

ROBERTA CAPPANERA: la boxe light è stato un amore a prima vista


Redazionale

Le pari opportunità nello sport Un cammino in salita o sport è maschilista? Be’ la risposta è piuttosto scontata, ma non per questo dobbiamo smettere di parlare del tema, anche noi vogliamo dare il nostro “piccolo” contributo affinché il mondo dello sport diventi paritario. Se ciò avvenisse sarebbe un bell’esempio anche per altri ambiti della società, che ancora arrancano rispetto alla parità di genere. Se ripercorriamo la storia dello sport mondiale possiamo, con un po’ di pazienza, trovare dei segnali incoraggianti che conferiscono un andamento

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Il lancio del martello femminile è stato introdotto ai Mondiali di atletica leggera nel 1999 e ai Giochi olimpici nel 2000 a Sydney. Ma parliamo anche delle gare di sollevamento pesi che hanno sempre fatto parte del programma dei primi Giochi olimpici moderni fin dalla prima edizione del 1896, ma non per le donne, queste hanno potuto accedere al programma olimpico solo nel 2000. Potremo andare avanti a lungo con tanti altri esempi, ma preferiamo fermarci qui per evitare di riempire tutto lo spazio a nostra disposizione, men-

Speriamo di aver dato un contributo alla discussione e di poter continuare a parlare dell’argomento anche in futuro, magari per dare qualche bella notizia positivo alla strada che le donne stanno percorrendo in questo ambiente. Certo, una strada lenta e faticosa, che si sta aprendo grazie alla determinazione e alla forza delle stesse donne. Potremmo scrivere, ma non lo faremo, fitte pagine per dimostrare, nelle varie discipline, quanto sia stato difficile per le atlete farsi accettare nell’agonismo. Facciamo qualche esempio. Il lancio del martello è presente ai Giochi olimpici sin dal 1900 come specialità unicamente maschile. Le competizioni femminili sono state ufficialmente riconosciute dalla IAAF solo nel 1995.

tre vogliamo sottolineare ancora alcuni aspetti. Se rivolgiamo lo sguardo all’Italia le cose purtroppo peggiorano notevolmente. Infatti, nel nostro paese la legge sul professionismo sportivo del 1981 stabilisce che siano il Coni e le singole federazioni a decidere quali discipline sportive possono essere definite professionistiche. Il risultato è che su circa sessanta di-

L’Almanacco

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Non poter essere professioniste esclude dalle garanzie previdenziali, sanitarie, contrattuali previste per i lavoratori del settore Ricordiamo che fin dal 2003 il Parlamento europeo ha chiesto agli Stati membri di assicurare alle donne e agli uomini pari condizioni di accesso alla pratica sportiva e ha sollecitato a sopprimere nelle procedure di riconoscimento delle discipline di alto livello la distinzione fra pratiche femminili e maschili. Inutile dire che l’Italia non si è mai adeguata a questa sollecitazione. Le statistiche ci dicono che in media le sportive guadagnano il 30% in meno rispetto ai loro equivalenti maschi. Stiamo parlando naturalmente dell’Italia, perché all’estero (Germania, Francia, Stati Uniti), anche le donne possono vivere di solo sport. Molte delle pagine di questo numero sono dedicate a questo argomento, o meglio, abbiamo voluto chiedere al alcune donne, che a diversi livelli, e in ruoli differenti, vivono lo sport, cosa ne pensano. Alcune delle donne intervista-

Ricordiamo che fin dal 2003 il Parlamento europeo ha chiesto agli Stati membri di assicurare alle donne e agli uomini pari condizioni di accesso alla pratica sportiva

Foto di archivio 4

scipline solo sei (calcio, golf, pallacanestro, pugilato, motociclismo e ciclismo) sono considerate tali e solo per i maschi, le donne non hanno il diritto di diventare professioniste mai, in nessuno sport. Non poter essere professioniste esclude dalle garanzie previdenziali, sanitarie, contrattuali previste per i lavoratori del settore. La cosa non è di poco conto.

te le conosciamo da tempo, altre le abbiamo incontrare per la prima volta in questa occasione. Le opinioni si diversificano, ci sono sportive che non si sono mai poste il problema, altre che hanno trovato una loro dimensione ed hanno imparato a conviverci, ed infine, alcune che con consapevolezza ci si confrontano con grinta ogni giorni. Naturalmente molto dipende anche dagli obiettivi che le donne si propongono di raggiungere. L’idea che ci siamo fatti è che se pur lentamente e faticosamente qualcosa sta cambiando, e questo è il dato positivo, ma la strada è ancora lunga e tutta in salita, e questo è il dato negativo. Speriamo di aver dato un contributo alla discussione e di poter continuare a parlare dell’argomento anche in futuro, magari per dare qualche bella notizia. La redazione


presidente provinciale Unvs La premiazione dell’Atleta dell’anno è un momento di festa per tutti

Premio d’Onore a Dott. Piero Dinelli a giornata della premiazione dell’Atleta dell’anno Unvs è ormai un piacevole appuntamento, che aspettiamo sempre con un po’ di curiosità per sapere a chi sarà assegnato il prestigioso premio. Abbiamo chiesto al presidente provinciale Cesare Gentile cosa ha portato il 2016 in casa Unvs e quali sono stati i premiati. Cominciamo subito con il dire chi è stato premiato come atleta dell’anno. “La nostra atleta dell’anno 2016 è stata Benedetta Niccolini, 20 anni, campionessa di pattinaggio a rotelle. Lo scorso anno, infatti, l’atleta ha vinto il campionato italiano senior e si è qualificata al 5° posto al campionato del mondo”. Come scegliete l’atleta dell’anno? “Inviamo a 40 federazioni cittadine, una lettere chiedendo di inviarci i curriculum dei loro atleti migliori. Quest’anno soltanto in 16 hanno risposto al nostro invito e tra questi c’era la campionessa Benedetta Niccolini. Una commissione valuta quanto ricevuto e sceglie l’atleta da premiare”.

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È un riconoscimento molto ambito, ma non si limita solo all’atleta dell’anno. “Scegliamo anche per ogni disciplina uno sportivo meritevole, cercando di valorizzare i giovani, che rappresentano il futuro. Ci sembra giusto valorizzare e incoraggiare tanti ragazzi e ragazze che si impegnano con passione e dedizioni alle loro discipline per tutto l’anno. Alla fine è una bella festa per tutti, compreso i parenti degli sportivi premiati che partecipano facendo foto e applausi, mostrandosi giustamente orgogliosi”. Come è considerata questa manifestazione dalle autorità cittadine? “Direi che è accolta molto bene, anche perché il nostro lavoro è ormai conosciuto e apprezzato da anni. La presenza di molte autorità ne è la dimostrazione. Ad esempio, quest’anno abbiamo avuto il piacere di avere con noi Stefano Morini assessore comunale allo Sport, Paolo Corrieri delegato provinciale del Coni, Rodolfo Graziani presidente degli Azzurri, Gian Paolo Bertoni presidente nazionale della Unvs, e tanti presidenti e consiglieri delle sezioni della nostra Premio Amicizia. Da sinistra Luciano Vannacci Presidente associazione”. Unvs San Giovanni Val d’Arno, Cesare Gentile Presidente Il 2016 è stato l’anno Unvs Livorno, Pierluigi Ficini Presidente Unvs Pisa, Scotto delle olimpiadi, perché Roberto grande amico e socio “Premio Amicizia” non avete scelto uno più sta varcando i confini locali per portare di questi atleti per la premiazione? “Ci avrebbe fatto molto piacere premia- lo spirito e la passione labronica in giro per re Gabriele Detti e Stefano Morini allena- l’Italia. Non bisogna dimenticare che Rotore nazionale, ma purtroppo erano im- berto ci ha dato la possibilità di essere prepegnati all’estero per disputare importan- senti in due trasmissioni televisive su Teleti gare. Teniamo molto al fatto che l’atleta granducato, permettendoci si farci conoscepremiato sia presente. È una testimonianza re da tutti per la grossa attività che facciaimportante alla quale non vogliamo rinun- mo in silenzio, ma con grande orgoglio”.

Da sinistra: il nostro socio e grande Maestro Ju-jitsu 9°DAN unico al mondo Maurizio Silvestri con il nostro amico e socio Roberto Scotto

Veterani dello Sport

CESARE GENTILE

ciare. Comunque non mancherà occasione, il nostro grande Gabriele continuerà a conquistare medaglie e non sarà certo messo da parte dall’Unvs. Anzi, non voglio perdere l’occasione per tornare a fare a lui e al suo tecnico Stefano Morini, altro livornese doc. i nostri migliori complimenti per quello che hanno saputo regalarci a Rio”. I nostri lettori ci perdoneranno un po’ di presunzione e orgoglio da parte nostra, ma vogliamo ricordare che avete premiato anche Roberto Scotto e i suoi collaboratori. “In questo mondo sono molte le figure che lavorano per raggiungere i risultati, per diffondere i valori più sani dello sport, per incoraggiare e far conoscere la fatica e la passione dei tanti uomini e donne che ogni giorno si dedicano alla loro disciplina. Fra questi naturalmente sono compresi i dirigenti, i tecnici, i giornalisti sportivi, gli organizzatori di eventi, insomma, tutti coloro che credono nello sport. L’Almanacco da anni sta facendo un importante lavoro di diffusione, conoscenza e anche incoraggiamento e sostegno ai tanti sportivi che con orgoglio vedono la loro foto su questa pubblicazione, molto apprezzata in ambito cittadino, ma anche fuori, infatti, sempre di

Da sinistra: Michela Demi, Giampaolo Bertoni Presidente Unvs nazionale, Benedetta Niccolini Atleta dell’anno e Paolo Corrieri delegato provinciale Coni

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Una passione che viene da lontano DI ANTONELLA dE vITO

Elisabetta Marconcini durante una competizione l suo è un cognome che ha fatto la storia del canottaggio livornese ed ancora continua ad essere un riferimento per le nuove leve. Elisabetta Marconcini ha 28 anni e attualmente è collaboratrice allenatore dei Vigili del Fuoco Tomei. Raccontaci la tua storia familiare. “È uno sport che la mia famiglia ha nel Dna, a cominciare dai miei nonni, Unico e Umberto, quest’ultimo detto ‘Uccellino’, che hanno praticato sia il canottaggio che il Palio remiero e sono stati grandi campioni. Ma un altro grande atleta della nostra famiglia è mio padre Marco, che fu il primo campione del mondo della Fic nel 1974, nella categoria Junior singolo, oltre ad aver conquistato altri titoli e medaglie. C’è poi mio fratello Francesco, di nove anni più grande di me che ha partecipato a varie gare internazionali ottenendo ottimi risultati. Ed infine, ci sono io, la più piccola della famiglia”.

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ragazze che lo praticano sono pochissime. A 14 anni sono entrata nel gruppo di interesse della nazionale ed a 16 anni ho fatto il Memorial Paolo D’Aloja, la Coupe de la Jeunesse, due campionati nel mondo, e sempre nel 2016, ho vinto il Campionato italiano Junior singolo femminile. Nel 2008 partecipai al Campionato del Mondo under 23 e poi preparai un europeo con una mia amica e collega, Marta Novelli di Sabaudia. A 22 anni mi sono ritirata dalle competizioni”. Rimpiangi questa decisione? “In parte sì. Però bisogna tener presente che questo sport richiede un grande impegno, anche a livello economico. Mio padre per far praticare questa disciplina a me e a mio fratello ha dovuto fare molti sacrifici. A 22 anni ho attraversato un periodo in cui ero demotivata, non vedevo sbocchi economici, in un’età in cui cominci a pensare anche al futuro ed hai bisogno di guadagnare”.

Canottaggio

ELISABETTA MARCONCINI e il canottaggio, da atleta e poi da allenatrice

la donna viene sempre dopo. Ma questa non è una caratteristica del nostro sport, basta pensare al mondo del calcio o del basket. Bisogna però riconoscere che negli ultimi anni il canottaggio sta un po’ migliorando da questo punto di vista”. Ti sei ritirata dall’agonismo, ma non hai abbandonato questo mondo. “Grazie a Stefano Lari e Antonio Baldacci sono rimasta nell’ambiente. Loro sono stati i miei allenatori e sono i migliori tecnici attuali del canottaggio, sanno spiegare e insegnare molto bene. Mi dedico agli allievi, ai cadetti e ai ragazzi insieme ad Antonio Baldacci. Il gruppo canottieri dei Vigili del Fuoco è nato grazie anche a mio nonno Unico, a babbo Marco, ed è normale che mi senta in famiglia”. Però sei l’unica donna del gruppo? “Sì. Purtroppo a Livorno non è uno sport molto popolare. A livello femminile le famiglie preferiscono danza, pallavolo, erroneamente si pensa che il canottaggio non sia adatto al fisico di una ragazza”. Cosa ricordi di tuo nonno Unico? “Era una persona di poche parole, però quando parlava diceva sempre cose giuste. Ricordo che mi chiamava ‘Pitti Pitti’ ed ero la sua bambina, anche perché ero l’unica femmina della famiglia. Era molto dolce, ancora oggi, chi lo ha conosciuto, parla di lui come una persona elegante, per bene, che ha dato tanto al canottaggio, ed ha insegnato i veri valori dello sport agli atleti. È scomparso nel ‘94 quando io avevo sei anni, quindi ho dei ricordi, ma limitati. Possiedodiversi filmati con lui, in particolare sono affezionata ad uno in cui si riprende mio nonno, mio padre, mio fratello allo Scolmatore, mentre mi portavano sulla barca a soli tre anni”. La soddisfazione più bella? “Vincere i Campionati italiani Juniores in singolo nel 2006. Questa è stata la soddisfazione più bella per me e per la mia famiglia. Poi un’altra grande soddisfazione è stata vestire la maglia azzurra”. Il tuo sogno nel cassetto? “Diciamo che vivo giorno per giorno, però mi piacerebbe riuscire ad inserirmi ancora di più in questa attività e riuscire a trasmettere l’amore e la passione che ho avuto io, ai nuovi atleti. E magari, in futuro, riuscire a portare dei miei atleti a vincere qualche gara nazionale”.

Grazie a Stefano Lari e Antonio Baldacci sono rimasta nell’ambiente. Loro sono stati i miei allenatori e sono i migliori tecnici attuali del canottaggio La tua carriera sportiva? “Anch’io mi sono tolta diverse soddisfazioni anche in campo internazionale. Ho esordito ad 8 anni, quando ancora non ero neanche un’allieva. Da piccola ho praticato anche altri sport come il nuoto e il tennis, ma l’amore per il canottaggio mi ha riportato in barca. Ho cominciato a partecipare ai tornei giovanili ottenendo sempre ottimi risultati, come singolista, perché purtroppo questo sport è poco conosciuto e le

Cosa vuol dire per una donna dedicarsi a questo sport? “Per una donna è un’attività difficile. Fino a pochi anni fa era uno sport prettamente maschile. Nelle gare internazionali questa differenza si nota molto, perché si comprende subito come negli altri paesi le donne siano incentivate e seguite in tutto e per tutto, come un atleta maschio. In Italia invece

Elisabetta Marconcini da piccola con il padre

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Pesistica

IRENE dI BARTOLOMEO in “pausa” per maternità Pensando al ritorno in gara nella categoria Master Stai pensando di ricominciare? “Sì, certo, aspetto che mio figlio cresca ancora un po’, perché devo conciliare il tutto anche con il lavoro”. Le soddisfazioni più belle che ti ha dato questo sport? “C’è stato un periodo in cui abitualmente salivo sul podio, ed erano belle soddisfazioni dopo la fatica delle diete e degli allenamenti”. Raccontaci il tuo curriculum sportivo, toccando le vittorie più importanti. “Dal 2002 al 2014 ho vinto quasi tutti i titoli regionali, ma anche a livello nazionale sono salita molte volte sul podio: con il terzo posto cat. 53 kg Campionati Italiani Seniores a Teramo nel 2003, il terzo posto cat. 53 kg Campionati Italiani Seniores a Ostia nel 2007, il secondo posto cat. 53 kg Campionati Italiani Seniores a Napoli nel 2008, il terzo posto cat. 53 kg Campionati Italiani Assoluti a Molfetta sempre nel 2008, il primo posto cat. 53 kg Campionati Italiani

rene Di Bartolomeo è una “vecchia” amica dell’Almanacco, in quanto i suoi risultati nel sollevamento pesi avevano già attirato la nostra attenzione tempo fa. È quindi stato naturale pensare a lei in questa occasione, e ascoltare la sua opinione come donna che pratica una disciplina considerata dai più, maschile. Ripercorriamo la sua storia, facendola raccontare direttamente da lei. “Ho cominciato nel 2002 a dedicarmi alla pesistica, però conoscevo già la disciplina perché la utilizzavo per la mia preparazione nell’ambito dell’atletica leggera, dove praticavo il lancio del giavellotto. Degli amici mi convinsero a fare alcune gare di pesistica e così nel 2002 mi sono trovata a portare avanti entrambi gli sport contemporaneamente. Dopo un anno decisi di privilegiare la pesistica che ho praticato fino al 2014, quando ho sospeso le competizioni a causa della gravidanza, anche se ho continuato ad allenarmi”.

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“Non mi sono mai sentita discriminata, però ho sempre notato lo stupore delle persone quando apprendono che faccio questa disciplina, anche perché sono magra e la sorpresa è sempre tanta. In generale, anche rispetto alla federazione, mi sembra che le donne siano trattate allo stesso modo, ad esempio le professioniste hanno anche delle agevolazioni quando diventano mamme”. Cosa ti proponi per il futuro? “Visto che sono diventata Master mi piacerebbe vincere qualche medaglia ai Campionati mondiali”. Come educherai sportivamente tuo figlio che oggi ha 17 mesi? “Prima di tutto mi piacerebbe che stesse all’aria aperta e siccome abito vicino al campo scuola penso che inizierò da qui e poi vedremo”. dai un consiglio ad una ragazza che vuole iniziare a praticare pesistica. “Consiglio di non aver paura, perché talvolta il bilanciere sopra la testa può incutere timore. È necessario anche continuare ad andare avanti per la propria strada, senza stare ad ascoltare le chiacchiere di chi non conosce questo sport”. Aver fatto sport anche in gravidanza ti ha aiutato? “Sì, sicuramente ha contributo ad un recupero fisico più rapido dopo il parto, sono ritornata in forma velocemente, e poi, altro aspetto positivo è stato non avere mai avuto mal di schiena durante la gravidanza”. Nelle immagini Irene Di Bartolomeo durante una gara

C’è stato un periodo in cui abitualmente salivo sul podio, ed erano belle soddisfazioni dopo la fatica delle diete e degli allenamenti Seniores a Verona e il secondo posto cat. 53 kg Campionati italiani Assoluti a Catania nel 2009. Il 2010 mi ha portato un terzo posto cat. 53 kg Campionati Italiani Seniores a Roma, un terzo posto in Coppa Italia cat 53 kg, un terzo posto nell’esercizio di slancio cat. 53 kg, Campionati Italiani Assoluti Cervignano del Friuli e un terzo posto nella Coppa Italia cat 53 kg. Ho continuato poi con un secondo posto nell’esercizio di slancio cat. 53 kg, Campionati Italiani Seniores a San Marino nel 2011, un secondo posto nella coppa Italia cat. 53 kg e un terzo posto nella Coppa Italia cat. 53 kg nel 2013”. Secondo te questa disciplina è maschilista?


L’impegno come delegata provinciale Fis DI MARIO ORSINI

Cristina Abniacar na donna piena di interessi. Con la famiglia e sport a fare da “centro di gravità” permanente della sua quotidianità. Nel 1988, a 23 anni, aveva già le carte in regola per insegnare Educazione Fisica. Un anno dopo, siamo nel 1989, si è diplomata Maestra di Scherma. Ufficialmente è stata la prima donna a Livorno a pregiarsi di quel titolo. Cristina Abniacar è anche mamma e moglie. Moglie di un mito del-

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ciso di dedicarmi all’insegnamento. Così, nel 1989, dopo aver sostenuto l’esame presso l’Accademia Nazionale della scherma di Napoli sono diventata maestra di scherma”. E successivamente? “Alla fine degli anni ottanta dalla FIS ho avuto il primo incarico di insegnamento di fioretto e sciabola presso i centri Federali di Selva di Fasano. Nel 1991 e 1992 per motivi familiari mi sono trasferita a vivere a San Diego in California. Lì, grazie all’amicizia con il Maestro William Gaugler, che avevo conosciuto presso l’Accademia, mi viene offerta la possibilità di insegnare Sciabola al San Diego State University. Un’esperienza indimenticabile. Inoltre, in quel periodo, ho lavorato nell’ufficio stampa del Team Italiano Il Moro di Venezia. Al rientro in Italia, nel 1993, in collaborazione con Il Circolo Fides, abbiamo deciso di allargare gli orizzonti dell’insegnamento della Scherma a Cecina”. Poi l’addio temporaneo alla scherma? “Proprio così nel 1994, per motivi fami-

Con il cuore avrei voluto le Olimpiadi a Roma ma con il ragionamento, osservando tutto ciò che accade politicamente in Italia avrei avuto dei dubbi lo sport labronico: il super velista Alberto Fantini. E mamma di Margherita, una splendida ragazza nata dalla loro unione. “Inoltre –spiega Cristina- sono anche Delegata Provinciale della FIS dal 2008 e faccio parte della Consulta Cittadina dello Sport, voluta e fondata dall’ex assessore comunale allo sport, Perullo. Per 10 anni ho anche collaborato con il Coni provinciale di Livorno svolgendo vari Progetti e organizzando il Premio Paolo Valenti”. L’esordio in pedana? “A otto anni sotto la guida dei maestri Athos Perone e Rolando Rigoli e in seguito con il maestro Mario Curletto”. Risultati? “Buoni in campo Regionale. A 17 anni, però, ci si è messa di mezzo la sfortuna. A causa di un infortunio al ginocchio sono stata costretta a interrompere l’attività agonistica per più di un anno. Al rientro ho de-

Scherma

CRISTINA ABNIACAR prima donna livornese a diventare maestra di scherma

liari, ho messo da parte l’attività schermistica per dedicarmi alla vela. Al circolo Velico di Antignano curavo la preparazione atletica della squadra dei 420. Inoltre, collaboravo con l’ufficio regate dello Yacht Club Costa Smeralda e con l’ufficio regate dell’Admirals Cup in Inghilterra. L’anno dopo, siamo nel 1995, la gioia più bella. Sono diventata mamma di Margherita”. Il ritorno alla scherma? “Quattro anni dopo. Nel 1999 Mario Curletto mi ha invitato a lavorare con lui. Ho accetto subito perché la passione della scherma era ancora molto forte. Sono anni di grandi soddisfazioni sia sotto il profilo tecnico che umano, perché Mario Curletto per me è sempre stato uno dei miei punti di riferimento. Un amico, quasi un padre, un uomo che con la sua calma e la sua diplomazia riusciva sempre a capirmi. Purtroppo per problemi di gestione, a causa degli alti costi, decidemmo di riunirci al circolo Fides. Ma neppure tre mesi, siamo nel 2004, il maestro, il grandissimo Mario Curletto ci lasciò per sempre. Per me fu una mazzata. Per questo decisi di mettermi da parte”. Poi l’ennesimo rientro? “A coinvolgermi nuovamente nella società da loro fondata furono i maestri Rolando Rigoli e Pier Paolo Macchia. Così nel 2007 tornai a insegnare. Rolando per me oltre ad essere stato il mio maestro è sempre stato un uomo che ho sempre stimato e che, con i suoi pregi e difetti, come tutti, mi ha sempre sostenuta nelle mie scelte professionali. Insieme a Mario Curletto sono state le uniche persone che hanno sempre creduto nelle mie qualità. In un ambiente, quello della scherma, prettamente maschilista”. virginia Raggi ha detto no alle Olimpiadi “romane”. La decisione ti ha fatto arrabbiare o lasciato indifferente? “Con il cuore avrei voluto le Olimpiadi a Roma ma con il ragionamento, osservando tutto ciò che accade politicamente in Italia avrei avuto dei dubbi. Troppa politica nello sport”. Come vivi la realtà del Fides? “Sono contenta di essere rientrata in un ambiente nel quale sono cresciuta e dove spero di poter trasmettere la mia grande passione e i valori dello sport alle nuove leve” .

Cristina Abniacar con alcuni atleti

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Uno sport che fortifica il carattere ed aiuta a difendersi a passione per la lotta per Daria Klimenko viene da lontano, da quando cioè era piccola. “Ho 20 anni e sono di origine ucraina. Ho iniziato a praticare lotta nel mio paese quando avevo 5 anni. Fu mia madre che per la prima volta mi iscrisse a questa disciplina, perché notò che mentre aspettavamo che mio fratello finisse il suo corso di Kickboxing io guadavo con attenzione quelli che facevano la lotta. Così pensò che mi piacesse questo sport e mi iscrisse”. Per quanto tempo hai praticato lotta? “In Ucraina l’ho praticata fino a 13 anni, poi sono venuta in Italia, ma prima di trovare un luogo dove si facesse questa attività sono

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passati un po’ di mesi, durante i quali mi sono dedicata al pattinaggio. Quando ho saputo di Riccardo Niccolini son venuta in palestra ad allenarmi con lui”. Raccontaci la tua esperienza agonistica in Ucraina? “In Ucraina ho fatto tantissime gare perché da noi la lotta è una disciplina molto importante, un po’ come qui è il calcio. Grazie a questa ho potuto viaggiare per tutta l’Ucraina e parte della Russia per partecipare alle gare. Mi piaceva vedere luoghi diversi, conoscevo persone nuove”. da quando sei in Italia qual è stato il tuo anno migliore, sportivamente parlando? “Sicuramente i risultati migliori li ho ottenuti nel 2015 quando ho vinto i Campionati regionali, gli internazionali e gli junior. La prima gara che ho fatto dopo tanti anni di stop agonistico è stata il Campionato Junior, ho ricominciato paradossalmente dall’appuntamento più difficile. Però è andata bene, non ci ho messo tanto per vincere, solo nell’ultimo in-

Lotta

dARIA KLIMENKO e la sua passione per la lotta

i ragazzi. Questo ti crea dei problemi? “Assolutamente no, mi trovo benissimo con i ragazzi. Le donne quando si allenano sono cattive e ti fanno male, anche se non sei in gara, con gli uomini ci si allena molto meglio. E poi mi trovo bene con Riccardo e rimango qui”. È uno sport praticato in maggioranza da maschi. “Non nel mio paese, dove è praticato sia da donne che maschi al 50% senza differenze. In Italia invece le donne che fanno lotta sono pochissime perché è

Quelle che ci sono hanno le stesse opportunità dei maschi e non subiscono trattamenti diversi, tutto è uguale. Nessun privilegio e nessuna discriminazione considerato uno sport da maschi. Ed effettivamente lo è. Basta vedere il fisico che fa venire, sviluppando molto le spalle, le braccia, le gambe. Io non ci faccio caso perché la lotta mi piace e per praticarla sono disposta a passare sopra a queste cose, ma evidentemente non è così per tutte le donne”. Ti sembra che in Italia la lotta sia un ambiente maschilista? “No. Le ragazze in questo mondo sono poche perché non sono attirate dalla disciplina, non per problemi legati al maschilismo. Quelle che ci sono hanno le stesse opportunità dei maschi e non subiscono trattamenti diversi, tutto è uguale. Il tecnico urla ad un’atleta donna come ad un atleta maschio e anche

Assolutamente no, mi trovo benissimo con i ragazzi. Le donne quando si allenano sono cattive e ti fanno male, anche se non sei in gara, con gli uomini ci si allena molto meglio contro ho impegnato un po’ più di tempo per sconfiggere l’avversaria, ma comunque ce l’ho fatto e ho vinto. Poi all’internazionale sono arrivata seconda e mi dispiace un po’ perché potevo salire sul primo gradino del podio. Ed infine, i regionali che ho vinto senza problemi. Il 2016 invece ho rallentato molto gli allenamenti e le gare perché mi sono voluta dedicare di più allo studio, in vista della maturità che avrò nel 2017. In futuro tornerò ad allenarmi con più costanza, perché comunque la disciplina mi piace molto”. Sei l’unica donna del Popeye Club e quindi sei costretta ad allenarti con

Daria Klimenko

quando la donna si fa male durante una gara o un allenamento l’atteggiamento nei suoi confronti è lo stesso. Nessun privilegio e nessuna discriminazione”. Un’atleta che fa questo sport che caratteristiche deve avere? “Non si deve arrendere mai. La lotta mi ha insegnato ad avere un carattere forte. Mia nonna mi diceva sempre che la vita ti abbatte, ma tu devi rialzarti e la lotta mi ha insegnato proprio questo, a rialzarmi sempre. Io credo che mia madre mi abbia portato volentieri a fare lotta perché io imparassi a difendermi, e questo vale anche oggi, perché gli uomini alzano le mani contro le donne facilmente. Le donne devono imparare a difendersi, quindi hanno tutto il diritto di fare questo sport”.

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Automobilismo

SILvIA GALLENI una pioniera dell’automobilismo Direttrice sportiva e logistica con il Team Gsg Motorsport

Silvia Galleni eclinato al maschile il modo dell’automobilismo comincia ad aprirsi anche alle donne, con numeri sempre crescenti. Una pioniera in questo settore è Silvia Galleni, che nella sua attività sportiva ha ricoperto prima il ruolo di atleta come navigatrice e attualmente come direttrice sportiva e logistica. Cominciamo con la tua storia personale.

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“Ho iniziato a 19 anni perché amavo questo sport e non avrebbe potuto essere diversamente, dato che sono nata, cresciuta e vissuta dentro l’automobilismo. Mio nonno è stato uno dei fondatori delle gare di Rally, ed è stato anche pilota, così come mio padre. Io ho preferito fare il navigatore, forse perché sono sempre stata portata anche all’aspetto organizzativo. Ho corso tanto e ho avuto molte soddisfazioni. Quando ho deciso di ritirarmi dalle competizioni mi sono dedicata all’aspetto organizzativo diventando direttrice sportiva e logistica. Tutto questo l’ho sempre fatto insieme a mio fratello Giovanni, con il quale ho anche corso tanto in macchina: lui era il pilota e io il navigatore”. A quale progetto stai lavorando attualmente? “Da qualche anno come Team Gsg Motorsport, che si occupa anche di automobilismo, stiamo seguendo la formazione di Simone Tempestini. È un progetto nato quando Simone aveva 14 anni ed oggi che ne ha 22, possiamo dire di aver raggiunto risultati eccezionali. Nel 2016 Simone ha vinto due campionati Mondiali, lo Junior WRC riservato agli under 25 e il WRC3 riservato alle auto a 2 ruote motrici. Simone è ancora molto giovane, basta pensare che Séba-

Quando ho iniziato a correre eravamo veramente poche, tre o quattro. Poi, piano piano la passione per l’automobilismo si è diffusa anche fra le donne

Silvia Galleni con il fratello Giovanni 12

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stien Ogier, l’attuale campione del mondo, ha 33 anni per capire che c’è ancora tanta possibilità di crescita. Per iniziare a partecipare alle gare di Campionato del Mondo bisogna avere 18 anni, perché naturalmente è necessario possedere la patente”. In particolare di cosa ti occupi? “Mi occupo di tutto quello che riguarda la logistica, l’organizzazione e durante le gare seguo Simone e mi occupo di quello di cui c’è bisogno. L’organizzazione è piuttosto complessa, soprattutto nelle competizioni internazionali, vi sono regolamenti dettagliati, che vanno rispettati con attenzione. Fra le tante cose da organizzare c’è anche lo spostamento del Team, composto da diverse persone, che non partono mai dallo stesso luogo. Ad esempio Simone viene dalla Romania, il suo navigatore dalla Polonia, il resto della squadra si muove dall’Italia o in alcuni casi dalla Repubblica Ceca”. Simone vive in Romania? “È italiano, ma siccome in Romania è possibile fare guidare in piste chiuse i ragazzi a partire dai 14 anni, e visto che suo padre per motivi di lavoro vive in questo paese, anche lui vi si trasferì per poter far pratica prima del conseguimento della patente di guida”. Nel mondo dell’automobilismo quante donne ci sono? “Non moltissime, ma adesso qualcuna comincia ad entrare in questo mondo. Quando ho iniziato a correre eravamo veramente poche, tre o quattro. Poi, piano piano la passione per l’automobilismo si è diffusa anche fra le donne”. Come sono state accettate? “Bene. Non è un ambiente maschilista. Naturalmente dipende da come fai il tuo lavoro, lo devi svolgere come un uomo, ad esempio, se c’è da cambiare una gomma lo devi saper fare, anche se tutto viene eseguito sempre in coppia, perché in macchina siamo in due e le cose si portano avanti in collaborazione. Ci sono alcuni piloti che reputano le donne navigatrici migliori degli uomini. Le donne però poi hanno altri problemi, perché si sposano, diventano mamme e subentrano per loro altre priorità”. La donna ha apportato dei miglioramenti in questo ambiente? “Una donna è più precisa e puntigliosa rispetto ad uomo, ma questo succede anche nella vita di tutti i giorni. Io non credo che i miglioramenti siano legati al sesso, e questo in ogni disciplina sportiva, ma alle qualità delle persone. Purtroppo devo dire che ci sono poche donne nella dirigenza, ma ciò avviene perché, in generale, in questo sport ce ne sono meno”. La tua soddisfazione più bella come atleta e come direttrice sportiva? “Una grande soddisfazione l’ho provata quando sono partita con il numero 1 alla Coppa Liburna nel 1987 con mio fratello Giovanni e siamo arrivati secondi assoluti, abbiamo fatto una gara bellissima. Ad assistere c’era tutta la nostra famiglia e gli amici. Poi chiaramente ci sono anche le gioie che vengono dall’aver vinto altre gare e campionati. Mentre nel ruolo attuale sicuramente la soddisfazione più bella è venuta dalle vittorie di Simone ai due campionati mondiali”.


Uno sport che può dare molte soddisfazioni ad una donna

Elisabetta Volponi esulta per la vittoria

a mia storia con questa disciplina inizia fin da piccola, perché ho sempre giocato con i maschi e quindi anche a braccio di ferro. E successo poi che da adulta, durante una vacanza in un villaggio turistico partecipai ad una gara e vinsi. Questo mi incoraggiò a proseguire in modo più sistematico a praticare questa disciplina. Così telefonai alla federazione nazionale per avere informazioni e loro mi invitarono a partecipare ad una gara, anche per capire la differenza fra il braccio di ferro fatto per gioco e quello professionale. Persi quella gara e anche la successiva e ci rimasi molto male, ma questo mi aiutò a pren-

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Elisabetta Volponi con Daniele Sircana

dere coscienza del fatto che se volevo fare seriamente questa disciplina avrei dovuto allenarmi in maniera specifica”. Così si presenta la fiorentina Elisabetta Volponi, una donna piena di energie, che lavora e segue una famiglia molto numerosa. dove hai fatto i primi allenamenti? “Sono sempre stata una persona sportiva e una frequentatrice di palestre, così mi feci fare una scheda su come allenarmi e da sola ho portato avanti gli esercizi. Alle gare raccoglievo i consigli che mi davano gli atleti più esperti e così passo dopo passo, seguendo la mia passione, alla fine sono riuscita a salire sul podio”. L’incontro con daniele Sircana e i Tyrsenoi come è avvenuto? “Conoscevo Daniele da un po’ di tempo, perché alle gare scambiamo qualche parola con tutti, ma la decisione di gareggiare con i Tyrsenoi l’ho presa quando partecipai agli italiani organizzati da Daniele a Livorno. Fu un evento molto importante, perché arrivai prima e riuscii a battere una ragazza che ritenevo invincibile. Questa è stata per me la soddisfazione più bella. In questa occasione Daniele mi chiese se volevo far parte di questo gruppo. Accettai, anche se naturalmente devo conciliare con i miei impegni di famiglia

Vivo questo sport come un mio spazio, uno sfogo dagli impegni quotidiani, un’occasione per far emergere liberamente l’atleta che è in me e di lavoro. I Tyrsenoi sono un bel gruppo, tutti bravi ragazzi”. Quali sensazioni ti dà il braccio di ferro? “Vivo questo sport come un mio spazio, uno sfogo dagli impegni quotidiani, un’occasione per far emergere liberamente l’atleta che è in me. L’allenamento mi porta via tanto tempo, soprattutto quando preparo una gara perché gli esercizi di-

Braccio di Ferro

ELISABETTA vOLPONI un braccio di ferro diviso fra famiglia e lavoro

ventano specifici e intensivi, ma arrivata alla gara i sacrifici sono ricompensati, qui sento l’adrenalina pura, vivo la paura dell’avversaria, ma ho anche la consapevolezza di essere arrivata a un buon livello e ne vado fiera. Il braccio di ferro mi ha aiutata anche a superare la timidezza ed altri aspetti del mio carattere”. È uno sport maschilista? “In questa disciplina le donne sono tutte ben accette”. In famiglia come commentano questa tua attività? “Sono orgogliosi di quello che faccio e dei risultati che ho ottenuto. Qualche mese fa mi hanno chiamata per partecipare ad una trasmissione su Canale 5 insieme ad altre donne che fanno sport considerati maschili, come la boxe. In questa occasioni ho ricevuto i complimenti di Gerry Scotti e mi sono sentita orgogliosa, così come lo è stata la mia famiglia”.

Elisabetta Volponi con uno dei suoi figli

Invece le tue amiche cosa dicono? “Sono incuriosite, tempo fa una mia collega lo ha praticato per un po’ di tempo. Quando si comincia questo percorso si subisce il fascino della sfida a due che spesso si svolge in pochi secondi”. dai un consiglio alle ragazze che vogliono dedicarsi a questa disciplina? “Consiglio di dedicarsi ad acquisire una buona preparazione atletica e mettere tanto impegno in quello che fanno, saranno ricompensate dai risultati e potranno togliersi delle belle soddisfazioni”. Un sogno nel cassetto? “Riuscire a fare un mondiale nel mio paese, perché quando è stato organizzato in Italia, entrambe le volte ero in gravidanza, così ho sempre partecipato ai mondiali all’estero, ma adesso mi piacerebbe disputarne anche uno in Italia”. Chi vuoi ringraziare? “Prima di tutto me stessa e la mia determinazione, il braccio di ferro è una disciplina poco conosciuta e diffusa, quindi bisogna contare su se stessi. Ringrazio poi la mia famiglia che in molte occasione mi ha incoraggiata e naturalmente Daniele, il presidente dei Tyrsenoi e tutti i ragazzi del gruppo”.

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Atleta e dirigente sportiva sempre in contatto con i giovani DI MARIO ORSINI

Roberta Santini

na vita di corsa, su e giù per la Toscana e qualche volta anche oltre, in sella alla sua bicicletta, per allenarsi o per partecipare a gare ciclistiche amatoriali. Oppure, più semplicemente, per trascorrere qualche ora di relax ammirando tanti splendidi paesaggi della no-

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un livornese doc cresciuto nella zona di via Provinciale Pisana”. Studi? “Ho conseguito il diploma di maestra d’asilo. Ma come professione sono una commerciante di calzature da bambini”. Che cos’è lo sport per Roberta? “Uno stile di vita alimentato dalla passione. Una passione che aiuta a metabolizzare, quasi annullare la fatica. Andare in bicicletta mi fa stare bene fisicamente e mentalmente, perché la scarica di adrenalina che regala la bici è insostituibile”. Quali incarichi hai ufficialmente nello sport livornese? “Sono vicepresidente del Comitato Provinciale della FCI e responsabile dei piccoli corridori della categoria Giovanissimi e anche degli Amatori”. Roberta ed il ciclismo. da quando? E come è nata e si fortificata questa passione? “Mi sono avvicinata al ciclismo accompagnando le mie figlie agli allenamenti e alle gare. Entrambe hanno praticato questo sport facendo tutta la trafila dalle categorie Giovanissimi (G1, G2…..G6) alle categorie Elite. Solo successivamente ho capito pienamente le motivazioni che spingevano entrambe a fare tanti sacrifici per partecipare in maniera ottimale alle gare. Il ciclismo è uno sport che non fa sconti. Solo allenandoti con serietà, impegno e co-

Andare in bicicletta mi fa stare bene fisicamente e mentalmente, perché la scarica di adrenalina che regala la bici è insostituibile stra bella Toscana e mantenersi in perfetta forma. Inoltre, una bella carriera a livello dirigenziale presso la sezione provinciale di Livorno della Federazione Ciclistica Italiana (FCI). E naturalmente moglie, mamma e nonna. Insomma di tutto di più, con serenità dipinta sul volto. Roberta Santini, cinquanta anni o poco più, riccioli biondi, simpatia contagiante, battuta pronta, guarda indietro con compiacimento ma respira pure, a pieni polmoni, un’attualità densa d’impegni ma al tempo stesso “pregna” di soddisfazioni. “Sono una donna, fiera di esserlo, mamma di due splendide figlie: Costanza e Caterina. E nonna felice di Anna. Inoltre moglie di Riccardo Lazzerini

stanza puoi sperare di ottenere ottimi e buoni risultati”. da quanto tempo ti dedichi con continuità a questo sport? “Pratico il ciclismo da dieci anni. Ma solamente da quattro gareggio nelle Mediofondo”. Hai vinto qualche gara? “Nel 2012 ho vinto il Campionato Toscano portando a termine tutte le prove, sempre con ottimi piazzamenti, del circuito dei 100 Km. E quest’anno, nel 2016, ho ottenuto il risultato più importante con la vittoria nel Giro del Granducato: il circuito regionale per eccellenza nella categoria

Ciclismo

ROBERTA SANTINI e il ciclismo

W3. Delle cinque prove previste ne ho vinte due: a Colle Val d’Elsa e Fiesole”. Mediamente quanti chilometri, in sella alla tua bicicletta, percorri ogni anno? “Circa 18.000. Mi piace pedalare per tanti chilometri sia d’estate che d’inverno. Soffrire, stringere i denti, cercare di non arrendersi. Lo sport, la bicicletta in particolare è metafora della vita. Mi diverto molto anche nelle gare sia a cronometro che individuali e di squadra. A chi dice come faccio a rimanere così tante ore in bicicletta rispondo di provare. Volere è potere”. Se fossi ministro dello sport cosa faresti per il ciclismo e più in generale per lo sport? “Aumenterei le ore di Educazione Fisica nelle scuole di ogni ordine e grado. Poi potenzierei il numero degli impianti sportivi e delle piste ciclabili in ogni città e paese”. La decisione di virginia Raggi, sindaco di Roma, di rinunciare alla candidatura della capitale per le Olimpiadi 2024 come la valuti? “Mi ha rattristato perché quest’evento poteva avvicinare molti ragazzi allo sport, allontanandoli dai pericoli della strada. Inoltre poteva essere un’occasione per la crescita del paese”. Torniamo al ciclismo. Tifi per qualche corridore italiano? “Sì. Diego Ulissi, che conosco fin da piccolo perché ha corso da giovanissimo con le mie due figlie Costanza e Caterina. Diego ha evidenziato subito il suo grande talento sportivo, accompagnato da una tenacia ed una serietà non comuni tra i giovani”. Come vivi la realtà del ciclismo provinciale e regionale? “In maniera piena e coinvolgente. Diciamo a 360°. Sono sempre disponibile a seguire le nuove iniziative, da cui traggo stimoli importanti sia come dirigente che nelle vesti di praticante. In particolare sono sempre a contatto con il movimento ciclistico giovanile. Al fianco delle società ciclistiche della nostra provincia”.

Roberta Santini durante una premiazione

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Pugilato

ROBERTA CAPPANERA: la boxe light è stato un amore a prima vista Una donna combattiva che non si è mai arresa davanti all’avversità della vita DI MARIO ORSINI

Roberta Cappanera rava e simpatica. Pronta alle battute imbevute di un sano spirito livornese e impreziosita da un sorriso contagiante. Roberta Cappanera ha sempre affrontato la vita a testa alta. E non si è mai nascosta di fronte alle difficoltà che le ha messo davanti. E quando le sono capitate ha sem-

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“Io e il pugilato ci siamo incontrati cinque anni fa. È stato amore a prima vista. Purtroppo nel 2012 ho dovuto interrompere l’attività pugilistica a causa di un importante intervento alla schiena. Solo nel 2016 ho ripreso l’attività agonistica, in maniera piena”. Chi sono i tuoi maestri e mediamente quanto ti alleni? “I miei due maestri di pugilato sono Donato Salvemini e Sergio Pulimeno. Davvero due ottimi maestri. Mediamente mi alleno 4-5 volte alla settimana. Con maggiore intensità in prossimità delle gare”. Risultati importanti? “Ad aprile ho partecipato a un torneo regionale che mi ha dato la possibilità di accedere ai campionati italiani di Rimini. È stata una bellissima esperienza sportiva che mi ha consentito di mettermi al collo la medaglia d’argento, nonostante uno strappo muscolare a una gamba. Un inconveniente che non ci voleva proprio, tra l’altro anche molto doloroso”. A ottobre 2016, sempre nel campionato italiano 2016, la squalifica nel match contro Lodovica Frezza. Come mai? “È stata una sconfitta bruciante. Una sconfitta secondo me ingiusta. E per questo difficile da digerire. La squalifica mi è stata comminata per pressing”. Cosa significa questo termine. Spiegalo brevemente ai profani di questo sport? “Pressing è sinonimo d’azione continua e pressante mediante la quale non viene dato respiro al proprio avversario. Una tecnica,

Roberta Cappanera no di nome Mattia. Il mio amore infinito e il mio fan più affezionato!”. Ultima domanda. domanda d’obbligo specialmente per una donna. Se tu fossi Ministro dello sport o più semplicemente assessore allo sport del comune di Livorno che cosa faresti per lo Sport? “Farei di tutto per incentivare lo sport a qualsiasi livello e per qualsiasi età. Oltre a un toccasana, dal punto di vista fisico, può essere considerato, con cognizione di causa, un’ancora di salvezza, uno stile di vita, per tanti giovani in questa società piena di contraddizioni. È al tempo stesso un eccellente veicolo di socializzazione, in grado di allenare, in una volta sola, fisico e mente. Concludo urlando a voce alta a tutta la categoria femminile: non cessate mai di combattere. Sempre e ovunque, sul ring ma anche e soprattutto fuori dal ring, quando è necessario. Perché dopo la tempesta torna sempre il sole”.

Concludo urlando a voce alta a tutta la categoria femminile: non cessate mai di combattere. Sempre e ovunque, sul ring ma anche e soprattutto fuori dal ring, quando è necessario pre cercato di superarle, spesso riuscendoci in maniera ottimale, grazie a grinta, determinazione e fermezza che sembrano scritte nel suo Dna. È riuscita così a tagliare tanti traguardi importanti anche come sportiva: “Lo sport per me è una specie di droga di cui non posso farne a meno. È una carica d’energia quotidiana che mi fa scaricare le tensioni accumulate e mi regala tranquillità e serenità”. da quanto tempo pratichi la boxe light? 16

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una metodologia, perfettamente legittima e anzi apprezzata nel pugilato, ma vietata nella Boxe Light. Io lo ripeto non meritavo quella squalifica”. Facciamo un passo indietro. Chi è Roberta Cappanera? Come fai a conciliare sport, lavoro e famiglia? “Con passione, impegno e qualche, per non dire tanti, sacrifici. Armonizzando il lavoro, con lo sport e privilegiando la famiglia. Sono mamma di un bellissimo bambi-

Roberta Cappanera e Sergio Pulimeno


Pugilato

CRISTINA ECKER: dalla scherma al kettlebell e alla boxe light Lo sport è un “adorabile” compagno di vita DI MARIO ORSINI “Dal 1973 al 1980 al circolo Fides. Come maestro di fioretto avevo il grande Athos Perone. Talvolta mi allenavano anche Rolando Rigoli e Carlo Montano. In realtà avevo iniziato un po’ prima. Nel 1971, in un piccolissima palestra. Il mio maestro in quel periodo era Gianni Zanazzi. Una persona che porto sempre nel cuore. Poi sono passata al Fides, in perfetto accordo con lui, perché avevo necessità di confrontarmi in pedana anche con altre ragazze”.

Cristiana Ecker

Oltrepassare le 16 corde, lo dico con sincerità, non è stato per niente facile. Anche perché il pugilato, nell’immaginario collettivo è uno sport prettamente maschile

Cristiana Ecker nnamorata dello sport. Un amore ereditato dal padre e coltivato con interesse fin da piccola. “Mio babbo era un grande sportivo, praticava nuoto, sci, tennis, ma la sua passione più grande era il ciclismo. Tutte le domeniche in bicicletta faceva lunghi percorsi in luoghi belli e suggestivi”. Per Cristina Ecker, anche adesso che ha ormai tagliato il bel traguardo delle cinquanta primavere, lo sport è un “adorabile” compagno di vita: “Sono nata con lo sport scritto a caratteri cubitali nel mio Dna”. Il primo cui ti sei dedicata? “Fin da ragazzina ho praticato nuoto, sci, tennis, pattinaggio, talvolta anche da autodidatta. Poi è nato il grande amore per la scherma. Dieci anni di agonismo mi hanno veramente formato anche nel carattere. Anche adesso quando vedo assalti tra schermitori mi brillano gli occhi. Questa mia grandissima passione si è trasformata in uno stile di vita che mi ha permesso di raggiungere un benessere psico-fisico ottimale”. Quando e dove la scherma?

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Risultati più importanti? “Le maggiori soddisfazioni le ho avute a livello regionale vincendo diverse medaglie”. dove e quando hai iniziato a praticare il kettlebell e come hai scoperto questo sport, diciamo un po’ atipico specialmente per una donna? “Ho conosciuto il kettlebell nell’allenamento funzionale e devo dire che c’è stato subito un bel ‘feeling’. Solo in un secondo tempo ho scoperto che esisteva anche un ‘mondo agonistico’, nel quale sono entrata grazie ad alcuni amici. A consentirmi di fare il salto di qualità i miei coach, Serena Perullo e Francesco Rigoli. La loro competenza e professionalità, unità alla mia testardaggine mi ha permesso di raggiungere risultati eclatanti. Tra questi la convocazione in nazionale”. dove ti alleni regolarmente? E per quanto tempo? “La nostra base di allenamento, la ‘body work’, è in via Piombati. Mediamente mi alleno tre volte alla settimana. Ogni volta per circa due ore. Tra le finalità dell’allenamento c’è il desiderio di migliorare la nostra tecnica di sollevamento”. Poi le gare. Ma come si svolgono? “Le gare durano 10 minuti. Un tempo nel quale con un solo cambio di braccio, è necessario fare il numero più alto possibile di sollevamenti di una ghiria di peso variabile, con diverse tecniche. Essendo comunque uno sport individuale, la vittoria più bella, al di là di salire o meno sul podio, è il riuscire a migliorare la propria prestazione anche di una sola ripetizione. Cioè un sollevamento in più nei canonici dieci minuti. Nelle gare di kettlebell ci sono le categorie di peso cor-

poreo esattamente come nel pugilato. In più il peso della ghiria va da un minimo di 8kg a 32kg. Io gareggio con 16kg”. Risultati importanti? “Diversi. Uno che mi ha fatto particolarmente piacere è stata la convocazione azzurra, nel 2015, nella nazionale di kettlebell lifting, categoria Veterani”. Inoltre, tanto per non farti mancare nulla, c’è la boxe light. da quando? “Pratico pugilato da circa 5 anni. Faccio incontri amatoriali. A giugno a Rimini ho vinto il campionato italiano nella cat. 56 Kg. Oltrepassare le 16 corde, lo dico con sincerità, non è stato per niente facile. Anche perché il pugilato, nell’immaginario collettivo è uno sport prettamente maschile. Ed io come indole sono un po’ “vintage”! C’è voluto molto coraggio ma ne sono orgogliosissima”.

Cristiana Ecker e Roberta Cappanera

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Casa del Gas di Emiliano Dalli

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Il softball e più dinamico e divertente del baseball DI ANTONELLA dE vITO

l baseball è uno dei pochi sport, se non l’unico, a dare un nome completamente diverso alla sua pratica al femminile. E così il softball acquisisce una sua anima e una sua identità. Ma questo cosa vuole dire? Le ragazze hanno la stessa considerazione dei ragazzi quando prendono la mazza e il guantone? Lo abbiamo chiesto a Francesca Catalano che ha 32 anni e pratica softball da 24 anni.

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Gioca nella prima squadra ed è ricevitrice. “Ho iniziato per caso, era un periodo in cui non faceva niente, avevo appena smesso di frequentare la palestra di ginnastica artistica perché non mi divertivo, quando un amico di mio zio, che faceva l’allenatore, mi invitò agli allenamenti”. Cosa ti dà questo sport? “Le emozioni che mi regala sono veramente tante, la più importante però viene dal fare un gioco di squadra ed avere un buon rapporto con le mie compagne”. Hai sempre giocato a Livorno? “No, sono stata un anno a Firenze e uno con il Cagliari”. Quando eri piccola il passaggio fra baseball e softball è stato traumatico? “Inizialmente pensavo che lo sarebbe stato, ed invece, è andato tutto bene, mi sono sentita subito accettata, anche da quelle più grandi”. Come è andato il 2016?

Softball

FRANCESCA CATALANO e le meraviglie del gioco di squadra

luoghi in cui il softball è molto conosciuto e seguito. Purtroppo a Livorno c’è una maggiore partecipazione maschile. Bisognerebbe trovare il modo di fare conoscere di più questa disciplina anche al femminile”. Che differenze c’è in questo sport fra maschile e femminile? “Il baseball è molto lento, mentre il softball è più dinamico e quindi è più divertente. Pensiamo a chi non conosce le regole, guardare le partite maschile e impegnativo, mentre nel softball il campo è più piccolo e i tempi più rapidi, e tutto ciò coinvolge molto di più gli spettatori”. Il complimento più bello che ti è stato fatto? “Più volte e da persone diverse mi è stato detto che ho la capacità di tenere insieme la squadra. È un complimento che mi fa piacere”. Un sogno nel cassetto? “A quest’età non lo so. Le soddisfazioni me le sono tolte. Penso però di fare nei prossimi anni un corso per allenatrice: diventare un tecnico potrebbe essere un sogno futuro”. La soddisfazione più bella?

Lo sport in sé non è maschilista, però viene visto più come sport maschile. Molti neanche sanno che esiste il softball “È stato un anno di passaggio, perché sono entrate in squadra nuove atlete provenienti da altre città. L’inizio non è stato dei migliori perché dovevamo amalgamarci, ma poi ci siamo riprese ed abbiamo concluso il campionato al terzo posto. La prossima stagione andrà sicuramente meglio”. definiresti questa disciplina maschilista? “Lo sport in sé non è maschilista, però viene visto più come sport maschile. Molti neanche sanno che esiste il softball. Le cose però cambiano da città a città, ci sono

“Quando una allenatrice americana mi invitò ad andare a giocare oltreoceano. Non ho accettato perché avrei dovuto fare il college negli Usa, dove mi avrebbero data una borsa di studio che però avrebbe coperto solo la metà della rata del college e io non volevo gravare sui miei genitori. Comunque sentirmelo chiedere è stata una soddisfazione”. La tua qualità migliore? “Penso di essere una persona positiva. Mi arrabbio spesso, ma poi cerco la positività in tutto”. Una cosa che non ti piace di questa disciplina? “Le trasferte troppo lontani, che ti costringono ad alzarti la mattina presto”. Nelle immagini Francesca Catalano 19


Calcio

ELENA PROSERPIO MARCHETTI vice allenatrice della nazionale femminile under 19 Anche in Italia cominciamo a guardare con ottimismo al futuro di questa disciplina DI ANTONELLA dE vITO

Elena Proserpio Marchetti lena Proserpio Marchetti è allenatrice di calcio, è nata a Milano e dopo aver girato il mondo ha scelto Livorno come luogo dove abitare, attratta dalla presenza del mare. Come sei “approdata” a Livorno? “Otto anni fa fui chiamata ad Olbia per allenare la squadra femminile di calcio che giocava in A2, e qui rimasi un anno, ma quando fu il momento di rientrare non me la sentii di affrontare la vita caotica di Milano e decisi di sfruttare il mio patentino di guida turistica per lavorare in Toscana, scegliendo come base Livorno perché c’è il mare”. Continui a lavorare come guida turistica? “Da due anni posso finalmente dire che di lavoro faccio l’allenatrice di calcio e attualmente sono la vice allenatrice della squadra femminile under 19”. Raccontaci la tua storia sportiva. “Ho cominciato a giocare a calcio da piccolissima, ed ero una mosca bianca. Ho avuto la fortuna di avere un padre che era un giocatore amatoriale, con una grande passione per questa disciplina che mi assecondava nel mio desiderio, accompagnandomi, di nascosta da mia madre, agli allenamenti e alle partite. È stata una lotta, che credo di aver

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condiviso con diverse ragazze della mia generazione, per avere il diritto a fare una cosa che era appannaggio quasi esclusivo dei ragazzi. Mi ricordo che abitavo al secondo piano e buttavo dalla finestra la borsa e poi uscivo dalla porta salutando mia madre, dicendole che andavo a giocare in cortile, ed invece recuperavo la borsa ed andavo agli allenamenti. C’erano poi le lotte per poter giocare con i bambini. Ho dovuto comprarmi un sacco di palloni per poter dire che -siccome la palla era mia, giocavo anch’io-. Comunque pur con tutte le difficoltà ce l’ho fatta”. Come hai proseguito? “A 12 anni ho cominciato a giocare con una squadra di Milano di serie C, che si chiamava Triestina perché il suo fondatore era di Trieste. Sono rimasta fino a 16 anni quando sono stata chiamata dal Fiammamonza che all’epoca era in serie A”. È poi arrivato il momento in cui hai dovuto abbandonare la tua passione. “Ad un certo punto, sapendo che con il calcio non sarei mai potuta diventare una professionista e non mi sarei mai potuta mantenere, ho dovuto scegliere di studiare e lavorare. Per alcuni anni ho abbandonato il calcio e ho lavorato all’estero come istruttrice di sub girando il mondo, sono stata alle Maldive, in Messico e in altri bellissimi luo-

che si svolgerà in Irlanda del Nord. Dovremo affrontare Serbia, Norvegia e Svezia, tutte nazionali fortissime”. Facciamo un confronto con gli altri paesi europei. “In Italia abbiamo circa 22 mila tesserate, ed è un numero che rimane fermo più o meno dal 1983. Il calcio femminile è uno sport che nel mondo è praticato da 30 milioni di donne. Dobbiamo dire che quest’anno la Federazione si è impegnata molto per far crescere questi numeri. Germania e Francia sono più avanti perché hanno introdotto l’obbligo del calcio femminile alle squadre professioniste maschile da più tempo rispetto a noi. Quello che ci aiuta è che siamo maestri nella tattica, la scuola italiana di allenatori è la migliore del mondo e anche le atlete possono beneficiare di questo”. Le ragazze che alleni come vivono il mondo del calcio considerato prevalentemente maschile? “Ne abbiamo parlato più volte e se chiedi loro di darti una parola per questa situazione, ti dicono -pregiudizio- cioè dare un giudizio prima di conoscere una realtà. Siccome è uno sport considerato maschile, se tu sei una donna che gioca a calcio la gente pensa che sicuramente lo farai meno bene di un ragazzo.

Siccome è uno sport considerato maschile, se tu sei una donna che gioca a calcio la gente pensa che sicuramente lo farai meno bene di un ragazzo. Cosa che naturalmente non è così ghi. A 28 anni sono tornata in Italia e ho ricominciato a giocare in una squadra di Serie C ed ho fatto il corso per allenatore”. A Livorno hai mai allenato? “Sì, ho allenato l’Accademy per due anni e con loro abbiamo vinto il campionato provinciale e poi è arrivata la chiamata della nazionale under 19”. Come funziona con la nazionale? “Normalmente ci ritroviamo una volta al mese per un ritiro che può durare diversi giorni, a seconda di quale partita abbiamo in programma. Generalmente ci troviamo a Coverciano, ma se questa sede è occupata andiamo all’Acqua Acetosa di Roma oppure a Novarello”. Il prossimo appuntamento importante che vi aspetta? “A marzo andiamo in Norvegia a fare le qualificazioni per il Campionato Europeo

Cosa che naturalmente non è così”. Come vedi il futuro del calcio femminile in Italia? “Questo è un buon momento perché all’interno del calcio femminile c’è molto movimento, come non c’è mai stato prima. Ad esempio, alle squadre femminili si cerca di dare gli stessi input, si prova ad aumenta la loro visibilità, lo staff è diventato uguale a quello maschile, si è reso obbligatorio il calcio femminile per le società professioniste. Quindi possiamo concludere ottimisticamente, io lo sono e spero in un bel risultato agli europei, ci aiuterebbe a far parlare di calcio femminile”. vuoi aggiungere qualcosa? “Vorrei dire ai genitori di non aver paura di permette alle ragazze di praticare calcio, perché è un sport bello e non è vero che è solo per maschi”.


Calcio

ALESSIA MANCINI l’unica livornese dirigente di una scuola di calcio Determinazioni e regole precise per muoversi in un mondo prevalentemente maschile el settore dirigenziale le donne sono delle vere mosche bianche, ma ad Alessia Mancini presidente della società Apige Antignano Asd Scuola Calcio Milan, non manca la grinta per dirigere un gruppo di tecnici maschi, giovani ragazzi e genitori al seguito. Come e quando è nata questa scuola calcio? “È nata tre anni fa su un progetto di mio marito e Paolo Baronetto che all’inizio è stato anche presidente. Mio marito è un imprenditore che aveva già lavorato con il Milan organizzando dei Camp all’Accademia Navale e al Centro Coni di Tirrenia. Da qui è nata l’idea di creare una scuola calcio, e la mia scelta di occuparmene personalmente. Inizialmente mi sono interessata della coordinazione dell’attività motoria, facendo i programmi che poi gli allenatori portavano avanti in campo, dove spesso andavo anch’io”. Hai seguito dei corsi per preparatrice atletica? “Io sono laureata in Giurisprudenza, che certo non c’entra niente con questo settore, ma ho frequentato dei corsi per preparatore e così ho potuto sfruttare le mie conoscenze per portare avanti la scuola calcio, anche sotto questo profilo. Ho partecipato anche ai corsi organizzati dal Milan, la società infatti, organizza lezioni per tecnici e preparatori per insegnare l’applicazione del loro metodo che si chiama appunto “Metodo integrato Milan”. Questa è la

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“Ho fatto nuoto agonistico e poi danza”. Quante donne ci sono nel mondo del calcio livornese con il tuo ruolo? “Nel mio ruolo nessuna, però ci sono donne in altri settori. Ad esempio, con me ho Cristina Fiandra dell’atletica che fa la parte tecnica coordinativa e Rebecca che fa l’istruttrice. Sempre più donne fanno le allenatrici, perché da giovani hanno giocato e poi desiderano continuare a restare nell’ambiente”. Come vivi questo ambiente prevalentemente maschile? “Sì, è un ambiente prettamente maschile, però mi trovo bene, le persone mi rispettano. Io ascolto sempre tutti e cerco di comprendere le diverse ragioni, ma ho anche dato delle regole precise e voglio che siano rispettate. È l’unico modo per far funzionare bene una scuola calcio”. E quando esci da Livorno? “Anche in questo caso non ci sono problemi, gli uomini si sono resi conti che anche le donne sono preparate e forse hanno una sensibilità in più. Importante è non dare troppa confidenza, perché altrimenti non ti rispettano più”. Le donne cosa possono dare di diverso a questo sport? “A livello organizzativo possono dare qualcosa in più perché sono più precise. Specialmente in una scuola calcio, dove ci sono i giovani, le donne sono importanti perché più sensibili verso i bambini. Io mi

Sempre più donne fanno le allenatrici, perché da giovani hanno giocato e poi desiderano continuare a restare nell’ambiente particolarità della nostra scuola, in quanto seguiamo una metodologia un po’ diversa dagli altri e siamo seguiti dal Milan che manda i suoi istruttori sei volte nel corso dell’anno, per fare le lezioni, non solo ai tecnici, ma anche agli atleti. In più noi abbiamo la possibilità di andare al Centro Giovani a Vismare per seguire altre lezioni”. Come sei diventata la presidente? “Dopo un anno dall’apertura della scuola, Baronetto, per motivi familiari, ha dovuto lasciare la presidenza e così sono subentrata io. Adesso mi occupo di tutta l’organizzazione coadiuvata da un direttore tecnico e da un direttore sportivo”. La tua storia sportiva?

prendo molto a cuore i ragazzi, cerco sempre di far giocare tutti allo stesso modo, senza considerare chi è più pronto o meno”. Ti occupi anche di calcio femminile? “Lo scorso anno avevo una ragazza che però poi ha smesso. A questa età bambini e bambine possono allenarsi insieme. Se si presenta una ragazza la prendo volentieri. Addirittura come scuola calcio abbiamo dei punti in più se si iscrivono le bambine. Però è difficile, forse l’interesse nelle ragazze nasce più facilmente dopo i 12 o i 14 anni”. Nel calcio di serie A la discriminazione fra donne e uomini è incontestabile. “Sì, certo. Anche se secondo me qualcosa sta migliorando. Rispetto a qualche anno fa anche in Italia il calcio femminile sta acquistando più notorietà. Prima le donne che giocavano a calcio erano considerate dei maschi mancati, oggi no, questo non avviene più e le squadre professioniste sono obbligate ad avere anche una squadra femminile”. Il complimento più simpatico che ti hanno fatto questi giovani atleti? “Ho dei ragazzi che sono stati presi da società professioniste, in particolare due, uno è andato con l’Empolese e l’altro con la Fiorentina. Ho rincontrato uno di questi ragazzi durante un torneo da me organizzato e lui mi ha salutato abbracciandomi con molto affetto. Ho visto nei suoi occhi la gratitudine per avergli dato questa opportunità, cosa che ho fatto ben volentieri, e poi il merito non è stato mio, ma suo perché è un ragazzo dotato che merita. In generale sono tutti molto affettuosi, mi fanno i regali di Natale con oggetticreati da loro, che sono quelli che veramente fanno piacere perché realizzati con il cuore”.

Foto di archivio

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Pattinaggio

vALENTINA IMBROGIANO da atleta a maestra Il pattinaggio è uno stile di vita. È la mia vita DI MARIO ORSINI

Valentina Imbrogiano

na super pattinatrice. Brava come atleta ma, forse ancora più brava, come maestra di pattinaggio. Per accorgersene basta guardare i risultati ottenuti in una quindicina d’anni di gare. E successivamente, da quando è passata dall’altra parte della “barricata”, con quale amore e passione si è dedicata e continua a dedicarsi all’insegnamento di questo sport, educativo e affascinate come pochi altri, alle sue piccole allieve. O meglio alle sue “piccole marmocchie”, come le chiama lei stessa. Valentina Imbrogiano, venticinque anni di bellezza, simpatia e amore per lo sport, da un po’ di tempo ha messo in soffitta i pattini da gara e ha iniziato, prima in maniera soft e poi sempre con maggiore impegno a insegnare nei circoli pattinaggio La Cigna Gymnasium e Divo Demi. “Per me il pattinaggio è una grande passione che si è fortificata nel tempo. È uno stile di vita. È la mia vita”, le sue prime parole quando le chiediamo cosa sia per lei questo sport. Quando hai iniziato a pattinare? E perché tra tutti gli sport hai scelto questo? “Ho iniziato, presso l’Agip quando avevo sei anni. A consigliare a mamma questo sport fu una sua amica. Inizialmente, devo essere sincera, non mi piaceva tanto. Poi con il passare del tempo me ne sono sempre più innamorata”. Risultati più importanti ottenuti come atleta?

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“Negli esercizi liberi, lo dico con franchezza, non ero una cima benché ce la mettessi tutta. Negli obbligatori, invece, riuscii quasi subito a ottenere brillanti risultati e in seguito a confermarmi e andare oltre”. I più importanti? “Due successi, un secondo e un terzo posto, nel campionato nazionale Uisp. Qualche successo e tanti ottimi piazzamenti nei campionati regionali Fihp. Inoltre, un primo posto nel trofeo internazionale Uisp in Slovenia. Mi fermo qui ma l’elenco potrebbe continuare”. Pensi di essere più brava come maestra o lo sei stata di più come atleta? “Non so dare una risposta. Non tocca a me giudicarmi. Risultati alla mano, spero di essere stata una buona atleta. E ancor di più mi auguro di essere una brava maestra e di esserlo sempre di più in futuro”. Quali sono le differenze sostanziali tra gareggiare e insegnare? “Secondo me sono due cose completamente diverse, partendo proprio dalle emozioni che si provano quando sei in pista a gareggiare. Momenti in cui sei sola con te stessa e cerchi di dare il meglio. Invece, quando porti in pista le bambine o le ragazzine che hai allenato cambia la prospettiva e cambiano gli stati d’animo. T’immedesimi in loro e speri, con tutto il cuore, che ognuna metta a frutto quanto le hai insegnato e si esprima al massimo delle pro-

Valentina Imbrogiano in gara

Valentina Imbrogiano e Debora Possenti Peralta

prie potenzialità. Comunque entrambe le cose regalano bellissime emozioni. Emozioni difficili da dimenticare e da riporre gelosamente nei cassetti della memoria”. Chi sono stati i tuoi maestri? “Debora Possenti e Leandro Peralta, davvero due eccellenti maestri. Insegnanti da cui ho imparato tanto e da cui continuo a imparare. Per me sono stati e continuano a esserlo qualcosa di più di due maestri di pattinaggio”. Benché il pattinaggio sia tra gli sport più belli, educativi, formativi e affascinanti perché, secondo te, continua a essere uno sport di nicchia e fatica a diventare uno sport di massa o di eccellenza come il calcio o il basket?

Venticinque anni di bellezza, simpatia e amore per lo sport, da un po’ di tempo ha messo in soffitta i pattini da gara e ha iniziato ad insegnare “Un ruolo importante, in senso negativo, lo svolgono i mass media, i mezzi di comunicazione di massa, cominciando dalla televisione. E sia chiaro non mi riferisco solamente a quelle commerciali, ma anche a quella pubblica. Per intendersi la Rai, compreso i suoi canali di sport. Raramente vengono presentate gare di pattinaggio anche se di ottimo e, in qualche caso, eccellente livello. Mentre ad esempio il calcio spazia da un canale all’altro, in quantità industriale a tutte le ore e in tutte le salse. Inoltre, tanto per rimanere in tema il pattinaggio artistico è ignorato anche dal CIO: Comitato Olimpico Internazionale. Speriamo ancora per poco! Rispetto a tanti altri sport, presenti anche quest’anno alle Olimpiadi di Rio di Janeiro, il pattinaggio artistico non ha davvero niente da invidiare”.

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Basket

LAvINIA PERINI dirigente della BF Livorno La palla a spicchi femminile DI ANTONELLA dE vITO

“Per me è lo sport più bello che esista, ma oltre a questo che naturalmente è una mia opinione personale, bisogna dire che l’ambiente del basket è sano, bello e permette alle bambine di stare insieme, di socializzare. È uno sport che aiuta a crescere insegnando il rispetto delle regole, è molto formativo essendo una disciplina di squadra”. La soddisfazione più bella che hai avuto? “Non ce n’è una in particolare. Il bello del mio ruolo è quando le bambini piccole, con il passare del tempo, si affezionano, ti dimostrano affetto e mi considerano una sorella maggiore”. Cosa consiglieresti ad una bambina che si appresta ad intraprendere uno sport considerato maschile?

Il primo consiglio è quello di non ascoltare chi dice che il basket è una disciplina maschile

Lavinia Perini con alcune atlete del BF Livorno. Foto d’archivio

a palla a spicchi al femminile ha un buon seguito, ma resta sempre uno scalino sotto rispetto al basket maschile. Lavinia Perini ha 29 anni ed oggi è dirigente accompagnatrice del BF Livorno e nel tempo ha ricoperto diversi ruoli in questa disciplina e può essere per noi una valida guida. Raccontaci la tua storia con il basket.

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poi il fine settimana mi dedico a seguire le partite”. Le donne che fanno basket sono discriminate rispetto ai colleghi maschi? “Sì, ma questa non è una caratteristica del nostro sport, mi sembra che in tutte le discipline le donne hanno una considerazione inferiore. Naturalmente nel settore femminile ci sono meno numeri,

Per me è lo sport più bello che esista, ma oltre a questo che naturalmente è una mia opinione personale, bisogna dire che l’ambiente del basket è sano, bello e permette alle bambine di stare insieme, di socializzare “Ho iniziato a giocare quando avevo sei anni ed ho fatto tutte le tappe classiche. A 16 anni la mia allenatrice mi chiese se avevo voglio di collaborare con lei per allenare le atlete più piccole. E così ho iniziato a fare un po’ l’allenatrice, ma con il tempo mi sono occupata anche della parte organizzativa, ed ora mi dedico solo a questa e alla segreteria della società”. Quanto ti impegna questa attività? “Sono in palestra tutti i giorni, dalle 16.30 fino alle 21 circa, quando finiscono gli allenamenti delle più grandi e 24

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meno atlete, meno persone che se ne occupano e questo fa la differenza”. Perché il basket è poco seguito dalle ragazze? “Purtroppo c’è questa idea sbagliata che considera il basket come sport maschile e tanti genitori scelgono altre discipline, perché hanno paura che le figlie si possano far male o che crescano come maschiacci. In realtà non è così, anzi è proprio il contrario”. Che cosa può dare il basket ad una ragazza? A te cosa ha dato?

“Il primo consiglio è quello di non ascoltare chi dice che il basket è una disciplina maschile. Secondo me lo sport deve dare una completezza atletica, deve permetterti di stare con le tue amiche e farti divertire. Tutto questo è possibile con il basket”. Che caratteristica deve avere una ragazza per fare questo sport? “Deve essere umile, e questo vale per tutti gli sport, ma deve anche saper stare con gli altri e condividere il gioco”. La tua qualità migliore nell’attuale ruolo? “Saper ascoltare ed essere disponibile verso le bambine, le ragazze e anche i genitori. Cercare di capire di cosa hanno bisogno e aiutarle, per far sì che le atlete vengano volentieri ad allenarsi, si divertano e la famiglia sia tranquilla”. Pochi anni fa a Livorno il basket femminile era una bella realtà. Cosa manca per tornare a quei livelli? “Credo che sarebbe importante avere più risorse per investire sulle giovani giocatrici e costruire una base che possa andare avanti e riesca a sfondare. Ci vorrebbe poi un impegno maggiore per far conoscere questa realtà a livello cittadino, perché ora è conosciuta solo da chi lo pratica e dai familiari”. Un sogno nel cassetto? “Ho iniziato per passione e divertimento ad occuparmi di basket. Sono contenta così, non ho aspettative particolari. Ho un attaccamento a questa società perché ci sono cresciuta e sono affezionata alle ragazze che qui giocano, quindi non mi vedo in nessun altro luogo. È un ambiente dove sto molto bene e qui voglio restare”.


Allenare ragazze e ragazzi allo stesso modo

La squadra che partecipò e vinse il primo campionato italiano aperto alle donne nella specialità del tiro al martello

nsegno prevalentemente lanci, sono istruttrice del settore giovanile, quindi faccio attività con i bambini dai 4 anni fino ai 13, quando passano alle categorie superiori da allievi”. Così si presenta Cristina Sanfilippo, una delle tante donne che hanno dedicato la vita all’at-

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letica, prima come atleta e poi da istruttrice. Raccontaci tua storia sportiva? “Ho iniziato a fare atletica a 7 anni, con quelli che all’epoca venivano chiamati Centri Olimpia, diventati poi Centri di Avviamento allo Sport, ed ho perseguito fino alle scuole medie. Alle superiori ho avuto dei problemi fisici ed ho dovuto interrompere per qualche anno. Sono tornata al campo scuola quando frequentavo la quarta superiore e mi sono dedicata ai lanci. Prima ho fatto il disco e poi a trent’anni, quando il martello è ufficialmente diventato anche discipline femminile, mi sono dedicata a questo. Ho svolto contemporaneamente il ruolo di atleta e allenatrice, mentre adesso mi dedico esclusivamente all’insegnamento”. La soddisfazione più bella come atleta? “La cosa che più mi è piaciuta l’ho vissuta a trent’anni, quando abbiamo potuto accedere al lancio del martello e in un anno abbiamo organizzato e preparato una squadra che ha partecipato al campionato, vincendo il titolo di Campioni Italiani femminili di lancio del martello. È stata un’impresa importante, perché non è semplice ad una certa età imparare una tec-

Cristina Sanfilippo al campo scuola

atletica

CRISTINA SANFILIPPO e il lancio del martello

nica difficile come il lancio del martello”. Perché prima questa disciplina era preclusa alle donne? “Un po’ come è accaduto per altre discipline, ad esempio, il salto con l’asta, il salto triplo, le siepi. A quel tempo erano considerate tecniche troppo impegnative per un fisico femminile e si temeva che potessero esserci problemi sul piano scheletrico e muscolare. Con il tempo e grazie anche alla ricerca scientifica, si è capito che non è così e tutte le discipline sono state aperte anche alle donne, anche se in alcuni casi ci sono delle differenze, come nel lancio del martello abbiamo pesi inferiori, perché comunque la forza è diversa ed anche il peso è proporzionato alle dimensioni della mano di una donna”. Trovi che l’ambiente dell’atletica, a tutti i livelli, dalle atlete fino alla dirigenza, sia maschilista? “Nella mia società, l’A tletica Livorno, non ho mai notato nessun atteggiamento maschilista. È vero che a livello dirigenziale non ci sono donne, ma non perché vi siano preclusioni, semplicemente le donne non si propongono, non sono interessate. Come allenatrici siamo per la maggioranza donne nella fascia dei bambini delle scuole elementari, quando si sale alle medie vi è un misto fra tecnici maschi e femmine, mentre negli assoluti prevalentemente ci sono insegnanti uomini, perché hanno più esperienza, ci sono da più anni e naturalmente hanno più diritto a ricoprire questo ruolo”.

In generale in atletica ci sono più ragazze, e questo si rispecchia anche nel lancio al martello. I maschi continuano ancora ad essere molto attratti dal calcio, dal basket C’è differenza fra l’allenare ragazze o ragazzi? “Le ragazze sono più problematiche, ma a me piace allenare entrambi alla stessa maniera. Le femmine ti danno più soddisfazioni perché negli anni si conserva il legame, anche da grandi tornano a salutarti, ti portano a far vedere i figli. I maschi invece nel tempo si perdono. Per la mia esperienza nel lancio posso dire che le ragazze apprendano più velocemente, forse perché sono più avanti nello sviluppo. Il maschio è più lento ad apprendere, ma quando ha fatto il primo scalino diventa più veloce a raggiungere il risultato”. Nel lancio del martello ci sono più praticanti maschi o femmine? “In generale in atletica ci sono più ragazze, e questo si rispecchia anche nel lancio al martello. I maschi continuano ancora ad essere molto attratti dal calcio, dal basket”.

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Una disciplina che si sta diffondendo in tutto il mondo ncora il primo gradino del podio per Andrea Martignoni che nel 2016 ha vinto il Campionato italiano 28 gr. disputato a Firenze, ed ha conquistato il secondo posto al Campionato italiano assoluto. E poi naturalmente ci sono le varie gare e trofei vinti nel corso dell’anno. “Il mio sponsor ufficiale è la Fiocchi Munizioni, mentre il fucile per gareg-

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giare è della Perazzi, che per il Tiro al Volo è una delle ditte più importanti e dallo scorso anno mi ha voluto nel suo team di tiratori”. I progetti per il 2017? “Avendo conquistato il secondo posto nei campionati italiani assoluti ho il diritto di partecipare ai Campionati italiani del 2017. Ci sarà poi il Campionato d’Europa in Italia a Ghedi a

Sono allo studio, già da un po’ di tempo, alcune modifiche per superare queste difficoltà e aspirare ad essere ammessi ai Giochi Olimpici

Andrea Martignoni

giugno ed il Campionato del Mondo a Los Angeles ad ottobre, dove parteciperò come tiratore azzurro della nazionale”. È la prima volta che il mondiale viene fatto in America? “Sì, è la prima volta. La federazione internazionale ha portata l’Elica nel mondo e l’interesse per questa disciplina si sta diffondendo molto, ed anche il numero dei tiratori è notevolmente aumentato”. Ricordaci il tuo impegno con la Federazione. “Sono responsabile per la Toscana del Tiro con l’Elica. Il mio incarico è prima di tutto di osservatore, per controllare che siano rispettati i regolamenti nei vari campi di tiro. Sto collaborando, inoltre, molto attivamente con la Federazione per cercare di innovare questo sport, perché come tutte le discipline, deve cercare di adeguarsi ai tempi, tenere conto del mutare delle situazioni, comprese quelle economiche”.

Tiro con l’Elica

ANdREA MARTIGNONI campione italiano del Tiro con L’Elica 28 gr

Continui ancora ha portare avanti il lavoro come consigliere nel direttivo del Poligono di Tiro a volo di Firenze? “Sì, certo. Il poligono di Firenze è una strutta che conosco molto bene, perché ogni sabato vado a allenarmi, mentre ogni giovedì vado al poligono di Bologna”. Sempre costretto a fare tanti chilometri per gli allenamenti...

Sono poi stato premiato con la Stella di Bronzo per meriti sportivi dal Coni nel 2013 e con la Medaglia d’Oro nel 2015, sempre dal Coni per meriti sportivi “La buona notizia è che ad aprile dovrebbe aprire un nuovo poligono a Cenaia con due campi per il Tiro all’Elica e questo sarebbe un buon incoraggiamento per tutti gli sportivi della zona, che attualmente devono fare molti chilometri per allenarsi”. Quante medaglie hai collezionato? “Ho vinto 10 Campionati italiani nelle varie specialità dell’Elica, un Campionato Europeo Veterani nel 2014, un Campionato del mondo nel 2015 a squadre e un secondo posto al campionato d’Europa nel 2013 a squadre. Sono poi stato premiato con la Stella di Bronzo per meriti sportivi dal Coni nel 2013 e con la Medaglia d’Oro nel 2015, sempre dal Coni per meriti sportivi”. veniamo dalle olimpiadi di Rio dove il Tiro all’Elica non ha potuto essere presente. Perché?

Ci sarà poi il Campionato d’Europa in Italia a Ghedi a giugno ed il Campionato del Mondo a Los Angeles ad ottobre, dove parteciperò come tiratore azzurro della nazionale “Il problema è che nel mondo olimpico il bersaglio deve essere per tutti uguale, come nel piattello, mentre l’elica è stata concepita in modo da simulare il volo del piccione con una buona dose d’imprevedibilità e non è sempre possibile rendere il bersaglio uguale per tutti, altrimenti diventerebbe troppo facile, ed invece il tiro all’elica è per sua natura difficile. Sono allo studio, già da un po’ di tempo, alcune modifiche per superare queste difficoltà e aspirare ad essere ammessi ai Giochi Olimpici”. 27


Ninja Warrior

MICHELE SILvESTRI e le arti marziali estreme La prima edizione italiana del Ninja Warrior

l giovane Michele Silvestri (classe 1990) è un atleta di arti marziali estreme. Per apprezzare a pieno le sue capacità si può andare su You Tube e guardare alcuni filmati che lo vedono protagonista di complicate esibizioni. Negli ultimi mesi ha conquistato il video grazie alla sua partecipazione, avvenuta quest’estate, al Ninja Warrior svoltasi all’Ippodromo di San Siro, dove si è qualificato sesto, dopo una bella prestazione. “È stata questa la prima edizione del Ninja Warrior in Italia. Fin da piccolo ho seguito la competizione in televisione, nata in Giappone nel ‘96 ed arrivata in poco tempo in America”. Spiegaci di cosa si tratta. “Il Ninja Warrior è una prova unica al mondo, che integra circuiti di forza, potenza, resistenza, agilità ed equilibrio. È una gara dove non c’è distinzione di sesso, età e discipline sportive praticate. Si lavora sui salti, slanci e prese, il tutto mantenendo l’equilibrio, perché la prima regola è: vietato cadere”. Ti aspettavi che il Ninja Warrior arrivasse anche in Italia? “È un desiderio che avevo fin da quando ero piccolo. Diciamo che questa prima edizione è arrivata giusto in tempo, perché da un paio di anni nella mia palestra in via Pera ho montato degli attrezzi in stile Ninja Warrior e adesso, dopo l’esperienza di quest’estate ho ampliato ancora di più lo spazio dedicato a questa attività”. Ci sarà anche una seconda edizione?

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“Io credo di sì. In America il primo anno ci sono state un migliaio di iscrizioni e nel 2016 sono arrivate a 50 mila. È un manifestazione in crescita che può richiamare molto pubblico, ed essere un fenomeno televisivo importante, anche in Italia”. Raccontaci brevemente il tuo curriculum sportivo.

to nel creare Coreografie di combattimento, singole o a squadre, con o senza armi, tutto a tempo di musica”. I tuoi progetti per il 2017? “A metà gennaio ho organizzato un Ninja Warrior Callanger. Ho chiamato le persone che con me hanno partecipato alla sfida di San Siro ed altre, che sapevo essere interessate. Abbiamo gareggiato nel percorso che ho predisposto in palestra. È stata una gara, ma è servito anche come allenamento per chi si interessa a questa disciplina. Spero che questa sia la prima di una lunga serie. Le richieste sono molte, c’è interesse”. Quanto a Livorno? “Il Parkour, che pratico da diversi anni, ha già avuto un buon seguito in città ed anche nel resto d’Italia. Questo ha creato una cultura sul come affrontare gli ostacoli che si incontrano in città o in natura ed ha aperto le porte anche al Ninja Warrior”. In quale fascia di età può essere praticato il Ninja Warrior? “Il programma televisivo accetta atleti a partire da 18 anni per motivi di assicurazioni, però niente toglie che uno inizi prima a prepararsi per poter poi affrontare le prove alla maggior età e magari, pensare anche ad andare all’estero a fare qualche gare, però non in America perché qui per partecipare è necessario essere cittadini americani. Io i corsi li faccio partire da 10 anni, perché più piccoli si è e meglio si lavoro, i bambini hanno meno paura e hanno un rapporto più naturale con il corpo. Ovviamente lavoro anche con gli adulti, perché ogni età è buona per avvicinarsi a questa attività”. Un consiglio per chi, in futuro, vorrà partecipare a questa competizione? “Allenarsi con costanza e affrontare i propri limiti in totale sicurezza: farsi seguire da

Il Ninja Warrior è una prova unica al mondo, che integra circuiti di forza, potenza, resistenza, agilità ed equilibrio “Sono istruttore di Parkour, Freestyle e Arti Marziale estreme. Ho partecipato 2 volte ai Mondiali di Orlando in Florida e ho conquistato la Coppa del Mondo in Francia nel 2003 ed un secondo posto nel 2004. Ho vinto il Campionato del Mondo WTKA 2010 e nel 2012 sono stato premiato atleta dell’anno Unvs della città di Livorno. Ho conquistato la medaglia d’Argento alla Coppa del Mondo W.A.K.O in Austria nell’aprile 2012. Sono detentore del Titolo di Campione Italiano F.I.K.B. nel settore “Musical Forms”. Inoltre, sono specializza-

persone competenti e in strutture sicure è fondamentale per crescere al meglio. Non ci si improvvisa, dietro a questa disciplina c’è una preparazione molto tecnica e specifica”. Nelle immagini Michele Silvestri durante il Ninja Warrior


Tiro con l’arco

FABIO PALANdRI e la Compagnia degli Arcieri Livornesi Stella d’Argento per meriti sportivi

Matteo Panariello

Foto di gruppo della Compagnia Arcieri Livornesi

l 2016 si è chiuso nel migliore dei modi per gli atleti della Compagnia Arcieri Livornesi, con la consegna della Stella d’Argento al merito sportivo da parte della FITarco. Un riconoscimento assegnato grazie ai titoli italiani conquistati. “Ho ricevuto personalmente la stella nel corso dell’Assemblea nazionale di Roma del 6 novembre -racconta il presidente Fabio Palandri- ed in quel momento avrei voluto che con me ci fosse tutta la compagnia per dividere con gli atleti, i dirigenti e i tecnici la soddisfazione e la grande gioia che ho provato in quei momenti”. Ricordiamo alcuni dei risultati dell’anno. “Gli atleti che per ultimi hanno contribuito ad ottenere l’ambito riconoscimento sono due in particolare: Davide Chiari che a Pinerolo ha vinto il Campionato Italiano di tiro di campagna e Matteo Panariello che

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Fabio Palandri

a Padova, nel corso dei Campionati Italiani Tiro Alla Targa Para Archery, si è classificato 1° assoluto nella categoria VI. Nel corso dell’anno altri atleti di levatura nazionale tesserati con la Compagnia Arcieri Livornesi, si sono imposti in gare importanti, come Roberto nevischi, vincitore del Gran Prix di tiro di campagna, ma ogni atleta ha dato con il suo impegno e la sua serietà nella preparazione e durante la gara, lustro alla compagnia. Quest’anno, che è appena iniziato, ci vedrà impegnati come sempre sui campi di gara delle diverse specialità, con la volontà di raggiungere il miglior obiettivo sportivo”. Come si sviluppa il vostro movimento sportivo?

nazionale che il tiro con l’arco sta diventando uno sport popolare, anche se capita spesso di sentir parlare del tiro con l’arco come quell’atavico strumento nato per la caccia e la difesa”. Ed a Livorno? “La compagnia arcieri livornesi conosciuta spesso come CAL, è una di quelle società che hanno nel tempo scelto la strada di una organizzazione funzionale nell’ambito di quello spirito di squadra a cui accennavo prima e da quel momento i risultati non sono più stati individuali, bensì enormi soddisfazioni da parte di tutti, città compresa. Nel tempo sono stati numerosi i risultati raggiunti a livello nazionale, ma non sono mancati anche quelli a livello internazionale. Negli anni sono saliti sul podio tanti giovani, provenienti dal vivaio che continuamente si rinnova ed è frutto di un buon lavoro sul territorio, ma anche molti atleti meno giovani hanno raccolto molte soddisfazioni, grazie alla capacità di questo sport di estendere la pratica agonistica ad età non più ammesse, almeno a livelli importanti, in altre discipline”.

Ogni atleta ha dato con il suo impegno e la sua serietà nella preparazione e durante la gara, lustro alla compagnia “Il movimento arcieristico si sviluppa dalla base attraverso le società che nel mondo del tiro con l’arco si chiamano molto spesso “compagnie”. Queste sono l’elemento catalizzatore intorno al quale nasce e si sviluppa questo sport a livello locale. In tempi passati l’attività degli arcieri era principalmente individuale, infatti, si è sempre ritenuto che il tiro con l’arco fosse uno sport per singoli atleti. Con il tempo le società hanno preso coscienza della necessità di creare al proprio interno una struttura organizzativa e tecnica, programmando l’attività di preparazione ponendo agli atleti gli obiettivi da raggiungere. È grazie a questo, come ai risultati conseguiti in campo inter-

Davide Chiari

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Insieme per Amatrice

Sport e musica insieme per aiutare Amatrice La solidarietà dei livornesi non è una piccola goccia, ma una gocciona che sgorga dal cuore DI MARIO ORSINI

Da sinistra: Igor Nencioni, Lenny Bottai, l’assessore allo sport Andrea Morini e Martina Salsedo durante la conferenza stampa di presentazione dell’iniziativa

usica, sport e Solidarietà. Solidarietà per Amatrice, per dare nuovamente la possibilità a una società sportiva della cittadina di poter costruire un futuro di speranza e normalità per tanti bambini e adulti, acquistando le attrezzature per una palestra da realizzare in una tensostruttura. L’evento svoltosi al PalaCosmelli ha messo insieme uomini di sport e artisti, che con il patrocino e il sostegno dell’assessorato allo sport hanno realizzato una serata di beneficenza che ha coinvolto un generoso pubblico fra il quale si è potuto raccogliere, insieme ai tifosi della curva nord e della gratinata durante la partita Livorno- Pistoiese, ben 3.413 euro subito consegnati a Mirko, giova-

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Al centro dell’evento sportivo Lenny Bottati e Igor Nencioni. Lenny Bottai che ha sottolineato: “Ringrazio i ragazzi della curva e della gradinata, gli sponsor e tutti coloro che hanno dato il loro contributo. Da domani possiamo affermare che Amatrice rinasce anche un poco sportivamente”. Accanto a Lenny Bottai anche il grande Igor Nencioni che ha costretto a alzare bandiera bianca per KO, il colosso napoletano Sergio Leveque, quando doveva ancora scoccare il “the end” della seconda ripresa. Stupenda e applauditissima la vittoria di Igor nell’incontro di lotta MMA, over 100 Kg, ma straripante pure il trionfo di Lenny Bottai contro il giovane ungherese 22enne Peter Orlik.

cava improbabili pertugi e Lenny che, con improvvise fiammate, scuoteva l’avversario. Dopo un paio di minuti della terza ripresa la prima decisa svolta del match. Orlik dopo uno scambio ravvicinato si accasciava al suolo e poi con fatica, dopo il conteggio, si rimetteva in “linea di galleggiamento”. L’epilogo, però, era dietro l’angolo e all’inizio (58 secondi) della quarta ripresa, una serie di ganci al fegato spedivano nuovamente il giovane ungherese al tappeto e lo costringevano alla resa. Una serata che non è stata solo sport. A fare da apripista i Black Tunes. Un gruppo musicale capitanato dalla bravissima cantante Martina Salsedo con Dario Cei alla tastiera, Matteo Bondi al basso, Leandro Bartorelli alla batteria, Tommy Lo Russo alla chitarra e Alessia Batini (coro). La Band, tra scroscianti applausi, ha proposto in maniera eccelsa sei brani tra cui la celeberrima “Eye of the Tiger” dei Survivor. Non poteva certo mancare lo spazio anche per altri sportivi, che hanno dato il meglio di sé e ci hanno relegato un bello spettacolo. Da registrare la nuova scintillante vittoria di Davide Balestrini nella cat. Senior 64 Kg. L’ingegnere biomedico livornese della Fortitude, sgusciando come un’anguilla e colpendo in maniera chirurgica di rimessa ha costretto alla resa i punti Pavel Boschi della S.A. Firenze. Successo ai punti anche di Riccardo Benni (Fortitude) contro Michael Gasperini (Apl). Disco rosso (ai punti) negli Junior, invece, per Samuele Bartorelli (Fort.) contro Pierre Ngamiana (P. Pionb.) e Edoardo Tintori contro Lorenzo Bartolini (Luminati). Applauditissima esibizione (sparring partener light), infine, di alcuni bambini del maestro Francesco Boldrini: Diego Ponzolini, Filippo Romiti, Giulia Boldrini Gregorio Baldacci con l’aiuto dei tre figli di Francesco: Manuel, Mitia e Mattia e di Alessio Sitri. Super valletta della serata la bella Rachele Luschi: miss Red Carpet al Venezia festival. Ottimo speaker Flavio Lombardi.

Accanto a Lenny Bottai anche il grande Igor Nencioni che ha costretto a alzare bandiera bianca per KO, il colosso napoletano Sergio Leveque ne istruttore di judo di Amatrice che ha così commentato: “È stato il più bel regalo di Natale che potevate farci. Non è una piccola goccia, ma una gocciona che sgorga dal cuore”. Alla serata erano presenti il sindaco Filippo Nogarin e l’assessore Andrea Morini che hanno ringraziato i livornesi per aver fatto sentire anche questa volta la loro concreta solidarietà, che ha contribuito a riportare tanti sorrisi sul volto degli sportivi, bambini e adulti, di Amatrice. 30

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Per mettere “a referto” il suo 26esimo successo, questa volta per KO, Lenny ha sfoderato una prestazione sublime. Un mix di classe, intelligenza tattica e potenza. Nelle prime due riprese il match è filato via senza troppi sussulti, con Orlik che, in maniera stilisticamente non da manuale, cer-

Bottai e il suo avversario Orlik


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Gamma CROSSOVER. Consumi (ciclo misto): da 3,6 a 5,8 l/100 km. Emissioni di CO2: da 95 a 130 g/km. Consumi ed emissioni omologati. Foto non rappresentativa del prodotto. Info su www.promozioni.renault.it *Prezzo riferito a Renault CAPTUR LIFE Energy TCe 90, scontato chiavi in mano, IVA inclusa, IPT e contributo PFU esclusi, valido in caso di ritiro di un usato o vettura da rottamare e di proprietà del cliente da almeno 6 mesi, presso la Rete Renault che aderisce all’iniziativa. È una nostra offerta valida fino al 28/02/2017. **ESEMPIO DI FINANZIAMENTO RENAULT SUPERCUT su Renault CAPTUR LIFE Energy TCe 90 a € 12.950 (in caso di permuta o rottamazione) prezzo scontato chiavi in mano, IVA inclusa, IPT e contributo PFU esclusi: anticipo € 2.400; importo totale del credito € 10.550, 84 rate da € 188,87 comprensive, in caso di adesione, di Finanziamento Protetto e Pack Service a € 1.199 comprendente: 3 anni di assicurazione Furto e Incendio, 3 anni di assicurazione Kasko, 1 anno di Driver Insurance e estensione di garanzia fino a 5 anni o 100.000 km. Interessi € 2.932, importo totale dovuto dal consumatore € 15.865; TAN 5,99% (tasso fisso); TAEG 7,86%; spese istruttoria pratica € 300 + imposta di bollo in misura di legge, spese di incasso mensili € 3, invio comunicazioni periodiche per via telematica. Salvo approvazione FINRENAULT. Documentazione precontrattuale e assicurativa disponibile presso i punti vendita della Rete Renault convenzionati FINRENAULT e sul sito www.finren.it. Messaggio pubblicitario con finalità promozionale. È una nostra offerta valida fino al 28/02/2017.

Concessionaria RENAULT CLAS - www.renaultclas.it

Livorno - Via Firenze,124 tel 0586-404009 Pisa - Via Pindemonte, 3 tel 050-579888 Cecina - Via Aurelia Sud, 28 tel 0586- 660498


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