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Numero 17 - Febbraio 2009

Direttrice: Annalisa Turel

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Sconfinare non identifica alcuna posizione politica, in quanto libera espressione dei singoli membri che ne costiuiscono il Comitato di Redazione

L’editoriale “La domenica delle salme non si udirono fucilate: il gas esilarante presidiava le strade. La domenica delle salme si sentiva cantare: quant’è bella giovinezza, non vogliamo più invecchiare”. Così cantava Fabrizio De Andrè, all’indomani della caduta del muro di Berlino, ne La Domenica delle Salme, la sua canzone civile più famosa. Nei giorni scorsi, i giorni dell’attacco israeliano a Gaza, questa canzone mi è tornata improvvisamente in mente. Il fatto è che guardi alcuni telegiornali italiani nei momenti di apice della crisi nella Striscia, e scopri che tutti hanno ben altre priorità nelle notizie. Si parla del gelo (?), della neve a Milano, dei saldi maistaticosìsaldi, del Grande Fratello 9 che finalmente ricomincia, e chi più ne ha più ne metta. Ma di ciò che succede in Medio Oriente, per fare un esempio, neanche un cenno. E quando un cenno c’è, non ti aiuta a capire, ma si tratta solo di una dichiarazione di tifo per una delle due parti in lotta, come se si trattasse di una partita di calcio. Allora, mi sono reso conto di quanto De Andrè avesse ragione: la nostra è una società del disimpegno, del divertimento ad ogni costo. Siamo anestetizzati da un continuo brusio di fondo; ci sentiamo informati su tutto, e in realtà non siamo informati su niente. In questa situazione, è importante che ognuno di noi faccia il possibile per mantenere vivo un dibattito costruttivo. E’ un’operazione difficile, che costa tempo e fatica, senza dubbio. Nessuno nega che sia molto più facile lasciarsi trascinare dal flusso, prendendo ciò che ci viene offerto in abbondanza, senza farsi troppe domande. Ma è un atteggiamento che, per noi di Sconfinare, sarebbe poco dignitoso. Ecco perché cerchiamo di fare “opposizione costruttiva”: nel nostro piccolo, cerchiamo di sollevarci dal cicaleccio continuo che ci circonda, per parlare con voce chiara. Non è detto che ce la faremo, ma intanto ci proviamo, e cerchiamo di migliorarci numero dopo numero. In questo nostro ambizioso tentativo, voi lettori siete imprescindibili; se riusciremo a fare qualcosa di buono, sarà soprattutto grazie a voi che ci seguite con attenzione e interesse. Buona lettura! Giovanni Collot giovanni.collot@sconfinare.net

Il capodanno di Gaza Speciale Medioriente Perché? Ritengo che a Israele non interessi la creazione di uno stato palestinese: i palestinesi sono in ginocchio da sessant’anni, specie a Gaza, e in Cisgiordania la situazione non è dissimile. Israele semplicemente non ha interesse a cambiare lo status quo. Lo dimostra anche il fatto che non collabori alla pacificazione tra Hamas e Fatah. In questo momento infatti, da un lato, c’è il presidente (in esilio semi-volontario) dell’Autorità Nazionale Palestinese, Abu Mazen, riconosciuto come tale praticamente solo da Israele e dai suoi alleati, oltre che dai pochi militanti di Fatah; dall’altro lato Haniyeh, più volte scomunicato dallo stesso Abu Mazen, eletto primo ministro dell’Autorità Nazionale Palestinese nel 2006. Dopo la sanguinosa guerra civile palestinese del 2006, terminata con la vittoria di Hamas, i due partiti sono rimasti in rapporti che variano tra il pessimo e l’aperta ostilità. Una riconciliazione è necessaria per ridare credibilità al progetto di stato nazionale Palestinese: in questo senso si deve muovere la diplomazia, soprattutto quella europea. L’Egitto sta facendo grandi sforzi per portare i due partiti a remare nella stessa direzione, ma certamente un intervento della UE in tal senso avrebbe ben altro peso nei confronti di Israele. Anche perché pochi palestinesi vedono di buon occhio l’Egitto, considerato troppo servile verso Gerusalemme. Se in Palestina è in atto una grossa crisi politica, la situazione in Israele prima delle elezioni del 10/02 sembra essere abbastanza differente: appare probabile un’intesa di governo tra Likud e Kadima. Sia Kadima, rappresentante i moderati, sia Likud, partito fortemente conservatore, sono dati nettamente in vantaggio sul centro sinistra dei

Renato Soru non è un politico. Non nel senso italiano del termine. È un politico sardo, una figura che mancava da tanti anni nello scenario regionale. Inoltre è uno dei pochi personaggi in Italia a vantare un lungo elenco di risultati concreti e positivi, che in uno scenario normale (da paese civile?) gli garantirebbero una sopravvivenza politica assoluta. Invece no. Siamo in Italia, dove i successi reali di quattro anni di governo non valgono una rielezione certa. Quello che vale sono le speculazioni, le chiacchiere e le manovre dietro le quinte. Non molti conoscono il cammino della Sardegna dei passati 5 anni, ma è necessario avere un quadro chiaro per potersi schierare con l’uno o con l’atro candidato alle prossime elezioni. Nelle elezioni regionali del giugno 2004 Renato Soru vinse con il 50,1% delle preferenze, circa 487mila voti. La sfida che gli si presentò era quella di combattere il degrado e l’arretratezza della Sardegna, valorizzando il suo ampio potenziale di sviluppo e portando la regione da una situazione di “mezzogiorno” a una di “centro”. L’impresa era tutt’altro che facile. Soru iniziò con un riordino del bilancio, una semplificazione e ottimizzazione della spesa regionale, il recupero e la salvaguardia del patrimonio naturale sardo. La prima legge del 2004 è stata la c.d. Salvacoste, che impone di rispettare una distanza di 2 km dalla costa quando si costruiscono edifici. Le successive iniziative sono state la riduzione del numero delle comunità montane (soprattutto dove l’elemento montano non esisteva proprio) e la costruzione di linee digitali e infrastrutture che hanno portato la popolazione della Sardegna ad essere la prima con copertura adsl al 100%. Il primo passo della nuova era digitale sarda, è stato il sito internet della regione, che fu inoltre garanzia di una maggiore trasparenza nella vita politica sarda. Altri grandi risultati negli anni successivi sono stati la chiusura della base militare americana de La Maddalena entro il 2008 e la creazione di un unico ente regionale per la gestione del servizio idrico: la nuova società Abbanoa (acqua-nuova, NdR) ha sostituito i cinque enti esistenti.

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La Striscia di Gaza è un territorio ma non sarebbe la prima volta in cui vivono circa un milione che una delle due parti in causa e mezzo di persone rinchiuse disattenda quanto promesso. La come animali in un recinto. Nulla situazione politica in Palestina è può uscire e nulla può entrare se in questo momento estremamente non con il benestare di Israele. complessa: numerose fazioni Medicinali, cibo, acqua, coperte all’interno dei partiti di Fatah e non possono entrare; feriti di Hamas si contendono potere e guerra, bambini che si trovavano finanziamenti, perseguendo i loro nel posto sbagliato, donne in fini ciascuno con i propri mezzi. procinto di partorire non possono Una riconciliazione tra Fatah e andare negli ospedali egiziani, Hamas è stata ostacolata sia da più attrezzati di quelli palestinesi, Israele sia dagli Stati Uniti che perché Israele non dà loro il hanno impedito uno scambio di permesso. Animali in gabbia, prigionieri politici tra i due partiti appunto. Il cessate il fuoco invocato palestinesi. Il mantenimento da entrambe le parti e mediato dell’ordine in Palestina non è dall’Egitto a giugno doveva evidentemente la priorità né per servire ad allentare l’embargo l’uno né per l’altro. di Gerusalemme sulla Striscia Partiamo da qualche mese prima, di Gaza in cambio della fine dei partiamo dalla prima metà di lanci di razzi palestinesi sulle città settembre: 11 europarlamentari israeliane. Israele non ha rispettato visitano la striscia di Gaza e i patti, anzi, l’embargo si è fatto incontrano il “premier” di Hamas, sempre più forte. Hamas verso la Ismail Haniyeh. Egli afferma che fine di dicembre ha interrotto il il suo partito era in quei giorni cessate il fuoco lanciando quattro intenzionato a riconoscere Israele, missili in territorio israeliano. in cambio del riconoscimento Israele ha risposto con attacchi israeliano dei diritti nazionali aerei, stringendo ulteriormente palestinesi e della dichiarazione di le fasce marittime accessibili volontà di collaborare per creare alle imbarcazioni palestinesi e uno stato palestinese entro i confini successivamente con un’invasione del 1967. Haniyeh sostiene anche di terra non ancora terminata (oggi che Israele abbia rifiutato questa è il 19/01).L’Egitto ha mediato una proposta. tregua tra Gerusalemme e Hamas: Israele ha dichiarato la volontà unilaterale di ritirare le truppe, Hamas concederà una settimana di tempo perché il ritiro venga effettuato. Il ritiro è iniziato e non si sa quando esso finirà. Resta ancora aperta la questione dei alle pagine valichi di Gaza: a parole 12 e 13 le intenzioni di Israele sono di renderli accessibili,

De Andrè dieci anni dopo

Fidatevi, meglio Soru


2 Mondo

Sconfinare Barack Obama nuovo presidente degli States

I quotidiani, spesso patrie dell’ex-comunismo e dell’antiberlusconismo, lanciavano titoli di prima pagina esaltando la vittoria di Barack Obama quale emblema di un nuovo orizzonte per l’America e per il mondo, quale inaspettata incarnazione americana del bene in contrapposizione al male, per l’occasione rappresentato da McCain. Sin da prima l’America era destinata alla deriva, ora invece è improvvisamente balzata di nuovo sul palcoscenico degli importanti come protagonista. Non vorrei essere fuori tempo o passare per polemico, riutilizzando un tema già abbondantemente discusso. Se ne parlerà almeno finché il nuovo presidente degli Stati Uniti d’America non poggerà il didietro sulla poltrona del suo ufficio alla Casa Bianca. Si strumentalizza la vittoria del suo colore di pelle, come se ad una persona equilibrata e ragionevole desse fastidio, per salire sul carro e urlare “Voi – uomini di destra razzisti – avete perso!”. Migliaia di scrittori, giornalisti o improvvisati opinionisti hanno steso chilometri di inchiostro per annunciare che “la vera novità non sta nel colore della pelle”. Frottole. Questo è il problema. Ci etichettiamo come “open-minded” quando ancora viviamo questi contrasti. Una marea di gente è ancora ferma a queste differenze; almeno in Italia. Troppo bigottismo e troppa chiusura ai cambiamenti. Una società vecchia e retrograda, che camuffa la sua mentalità spacciandola per conservatrice e tradizionalista. Chi scrive è un non-razzista. Sostenevo Obama, come tanti coetanei di altre visioni politiche, perché della politica della guerra siamo tutti stufi, perché di massacri per esportare la democrazia non ce n’è bisogno. Ci sono missioni e missioni, intenti ed intenti. Questo non vuol dire che McCain fosse un guerrafondaio, semplicemente – forse - ricordava troppo la filosofia politica di Bush. Però, ancor mi chiedo, perché quando D’Alema mandò le truppe in Kosovo nessuno aprì bocca? Essere di destra non è sinonimo di essere razzisti, così come essere di sinistra non significa non esserlo. Partire da questa ribalta, che cautamente approvo, per urlare ai quattro venti che a vincere è stata una nuova

America, anti-guerrista, rivoluzionaria. Perché “ha portato alle urne anche coloro che prima si astenevano dal voto”. È vero, ed è un bene assoluto. Ma rifletterei una volta in più su chi e quale pensiero politico rappresenti veramente il nuovo presidente. Obama sta simpatico ed è fortemente sostenuto dalla sinistra italiana, per la quale non faccio riferimento ai rappresentanti politici ma agli stessi italiani. Barack Obama non discende dagli schiavi, non è il Che Guevara pacifista del 2009. È figlio di un ricco intellettuale keniota andato in America per prendere il PhD (sigla di “Doctor of Philosophy”), e dove ha lasciato incinta sua madre. Dopo le promesse da campagna elettorale, ha esordito ravvisando l’impossibilità di ritirare subito l’esercito dall’Iraq, vuole aumentare lo sforzo militare in Afghanistan reindirizzandovi le tre truppe dismesse dall’Iraq ed è un patriota americano che crede nei valori dell’America. Sento quotidianamente commenti favorevoli a Obama da parte di chi, in Italia, predilige esponenti di sinistra. Nulla in contrario, puntualizzo. Però chi appartiene al gruppo appena citato, chi è anti-americanista perché ormai va di moda, si è mai chiesto a quale corrente di pensiero politico appartiene il neo-presidente appena tornato dalle vacanze alle Hawaii? In America prevalgono Repubblicani e Democratici, in contrapposizione tra loro. Ma attenzione a farne un’analogia con l’antitesi delle nostre fazioni politiche. Pongo una domanda, la cui risposta richiederebbe un pensiero calibrato e sgombro dei pregiudizi contingenti: se Obama fosse stato bianco avrebbe riscosso lo stesso successo? E noi, forse, potremmo anche cercare di fare lo stesso con l’Italia. Un po’ di sano patriottismo nonostante il mare di pecche che ci circonda, nonostante all’estero siamo definiti “il Paese dei furbi”. Al solo scopo di raddrizzare la spina dorsale del nostro stato. Del quale poi ce ne ricordiamo quando, una volta fuori dai confini italiani, cerchiamo una pastasciutta o una pizza. Buon anno a tutti. Massimiliano Quercioli e.quercioli@yahoo.it

Colpo di stato in Guinea Torna la stagione dei golpe africani Torna la stagione dei golpe in Africa, la sollevazione militare in Guinea segue quella di agosto 2008 in Mauritania, quella del 2003 in Repubblica Centrafricana e molte altre in un lungo elenco. Subito dopo il decesso dell’anziano e malato presidente Lansana Conte avvenuto il 23 dicembre scorso, le forze armate hanno preso l’iniziativa ed alcuni giovani ufficiali hanno annunciato, alla Radio Nazionale, la sospensione della Costituzione e lo scioglimento di Governo e Parlamento. La Guinea era governata dal 1984 da Conte, anch’egli militare golpista e soffriva perennemente di crisi politiche e di una situazione economica disastrosa; questo nonostante il paese sia ricchissimo di bauxite e risorse naturali. Nel febbraio del 2007, stanche della crisi economica e della mancanza di prospettive, migliaia di persone scesero per le strade della capitale Conakry chiedendo riforme e le dimissioni del presidente Conte. La polizia reagì con estrema durezza, provocando la morte di almeno 186 persone, secondo le cifre fornite dalle associazioni per i diritti umani locali. La nuova giunta golpista, insediatasi nelle ore successive la

Il capodanno di Gaza CONTINUA DALLA PRIMA

laburisti alleati con le liste arabe. Un sondaggio condotto dal Maagar Mohot Survey Institute il 18/01 darebbe 65 seggi alle destre, 46 alle sinistre e 9 alle liste arabe sui 120 da spartire. Un sondaggio dello stesso istituto sostiene la tesi che la guerra abbia avvantaggiato il centro-destra e in particolare il Likud. È infatti Netanyahu, a capo del Likud, il Presidente preferito nel sondaggio con il 36% dei consensi, Tzipi Livni di Kadima al 21% e Barak dei laburisti al 14%. A mio avviso questi risultati non sono figli della guerra: erano molto simili anche prima dell’inizio dell’operazione “Piombo Fuso”. Una vittoria della destra non sarebbe tuttavia il segnale migliore da dare ai palestinesi in questo momento. È stata la destra a volere la guerra ed al governo c’era la destra quando il blocco su Gaza è stato irrigidito invece che ridotto. È stata in sostanza la destra di Likud e Kadima a fare la guerra. L’ha provocata non aderendo al cessate il fuoco mediato dall’Egitto a giugno, non dando valore all’importante proposta di Hamas di settembre e ha usato come pretesto il lancio di razzi palestinesi sul territorio israeliano,

il tutto con la complicità del laburista Barak che, essendo in minoranza nel governo, ha potuto solo prendere atto e piegare anch’egli la guerra come mezzo propagandistico per se e il suo partito. Ciò emerge dal fatto che già nel mese di novembre 8 razzi erano partiti dal territorio palestinese diretti sulle città israeliane, ma come mai quell’atto non fu considerato come una rottura della tregua? Perché dicembre/gennaio? Perché si tratta di un periodo più prossimo alle elezioni? Non ci è dato saperlo con certezza. Possiamo congetturare che ci siano motivazioni di ordine strategico (tentare di indebolire Hamas) o politico verso la Palestina (rallentare il processo di pace e la costituzione dello stato palestinese) o politico verso gli israeliani (alzare i toni dello scontro per giungere, dopo le elezioni, con un governo più forte, a una definitiva offensiva contro Hamas). Di questa guerra di cui si parla come di una grande vittoria non si capiscono i risultati. Per uccidere trecento miliziani di Hamas, sono stati uccisi più di mille civili nei modi più atroci. Il 06/01 un carro armato ha di-

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strutto a cannonate una scuola ONU dentro cui erano rifugiate diverse decine di persone; ne sono morte 43. Se anche ci fossero stati terroristi al suo interno, la soluzione era rappresentata dal loro arresto, non dalla distruzione dell’edificio in cui stavano insieme a donne e bambini. L’episodio, citato da più fonti, ha avuto una rilevanza mediatica molto bassa per quello che rappresenta: un atto indiscriminato di sterminio. Avendo l’obiettivo (dichiarato) d’indebolire Hamas e gli estremisti, i soldati di Gerusalemme hanno distrutto scuole, ospedali, case, moschee, sedi dell’ONU ottenendo come risultato che l’odio verso Israele è solo aumentato in tutto il mondo musulmano, un rallentamento del processo di pace e l’allontanamento della costituzione di uno stato palestinese, unica vera soluzione per una questione che è lungi dall’essere risolta, oggi più di ieri. Si ringrazia Emiliano Quercioli per reperimento di alcune fonti. Edoardo Da Ros edoardo.daros@sconfinare.net

morte di Conte e guidata dal giovane capitano Moussa Dadis Camara, ha dichiarato che l’attuale situazione governativa è momentanea, dovuta alle condizioni in cui si trova il paese e ha promesso nuove elezioni nel 2010. Nel frattempo ha però imposto il coprifuoco e fermato i membri del vecchio governo oltre ad attuare una parata militare nella capitale, accolto da una folla festante e speranzosa di un vero cambiamento politico. L’Unione Europea, l’ONU, gli Stati Uniti d’America e l’Unione Africana hanno condannato il colpo di stato invitando le autorità guineiane a indire libere e democratiche elezioni. Solo il presidente del Senegal, l’anziano Abdoulaye Wade, ha fin’ora esplicitamente dichiarato il suo sostegno alla nuova giunta in un’intervista a Radio France International. Emiliano Quercioli e.quercioli@yahoo.it

Sconfinare periodico regolarmente registrato presso il Tribunale di Gorizia in data 20 maggio 2006, n° di registrazione 4/06. Editore e Propietario Assid “Associazione studenti di scienze internazionali e diplomatiche”.

Redazione Andrea Bonetti, Marco Brandolin, Attilio Di Battista, Fabio Raffin, Edoardo Buonerba, Elisa Calliari, Davide Caregari, Giovanni Collot, Giulia Cragnolini, Lisa Cuccato, Valeria Carlot, Francesco Scatigna, Margherita Gianessi, Emmanuel Dalle Mulle, Edoardo Da Ros, Nicola Comelli, Gabriella De Domenico, Nicoletta Favaretto, Samuele Zeriali, Federico Nastasi, Antonino Ferrara, Athena Tomasini, Diego Pinna, Michela Francescutto, Francesco Gallio, Alessandro Battiston, Massimiliano Andreetta, Nicola Battistella, Dimitri Brandolin, Isabella Ius, Davide Lessi, Andrea Lucchetta, Margherita Vismara, Francesco Marchesano, Mattia Mazza, Luca Nicolai, Agnese Ortolani, Leonetta Pajer, Emiliano Quercioli, Federico Permutti, Giacomo Antonio Pides, Federica Salvo, Bojan Starec, Rodolfo Toè, Francesco Plazzotta, Giovanni Armenio, Giulia Riedo. Vignette di Stefano Facchinetti

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Sconfinare

Fosforo bianco: istruzioni per l’uso Falluja (Iraq), novembre 2004. L’esercito americano si appresta a lanciare un’offensiva contro una roccaforte degli insorti iracheni, in quella che sarà ricordata come una delle più sanguinose battaglie del conflitto. A metà strada tra Baghdad e la Giordania, proprio nel mezzo del triangolo sunnita –zona più ostile all’occupazione – la città di Falluja è oggetto di un pesante bombardamento, le cui caratteristiche riveleranno una triste pagina sulle modalità di esportazione della democrazia in quella che era (sic!) la “città delle moschee e della scienza” irachena.

Un’inchiesta tutta italiana (realizzata da Sigfrido Ranucci di Rainews 24) ha gettato luce sull’inquietante utilizzo, pesante e indiscriminato, di armi chimiche nel corso della battaglia da parte delle truppe USA. La sostanza in questione è il fosforo bianco, “Willy Pete” in gergo militare. Le strazianti immagini dei corpi letteralmente fusi dei caduti (civili e insorti), consumati fino all’osso, attestano l’impiego massiccio di quest’arma, che sarà confermato da testimonianze e dalle indagini della stampa di mezzo mondo, fino alla totale ammissione del suo utilizzo per tramite del ministero della difesa inglese. Ma cos’è il fosforo bianco? Questo solido molecolare, non appena entra a contatto con l’ossigeno presente nell’aria, produce anidride fosforica generando un intenso calore (con picchi di temperatura di qualche migliaio di gradi) e una violenta luce bianca. Un vero e proprio incendio inestinguibile, in quanto la combustione continua fino all’esaurimento anche se immerso nell’acqua. L’impiego corretto (e lecito) di tale sostanza in operazioni militari impone il suo utilizzo in campo aperto, con funzione di illuminazione (è lo stesso principio utilizzato per i “traccianti” o i candelotti illuminanti, in virtù della forte luce che emana) o di copertura, con la creazione di uno schermo di fumo. Al contrario, se le proprietà tossiche e incendiarie del fosforo vengono utilizzate come ordigno diretto contro obiettivi, siamo di fronte ad una vera e propria “arma chimica”, i cui effetti (in una città densamente abitata come Falluja, ma non solo) possono essere devastanti. La dispersione nell’ambiente di “gocce incandescenti” provocate dall’esplosione di un ordigno lanciato dall’alto bruciano letteralmente ogni corpo comburente con cui entrano in contatto (provocando ustioni di terzo grado) fino a molti metri di distanza. Le immagini della pioggia di fuoco scatenata a Falluja qualche anno fa dagli elicotteri

americani sono enormemente simili alle foto analizzate dagli esperti del Times di pochi giorni fa, che ritraggono l’aviazione israeliana lanciare particolari ordigni con una familiare caduta “a tentacolo”, caratteristica del fosforo bianco, su Gaza City (una delle zone più densamente abitate del pianeta). Le testimonianze di medici costretti a trattare “ustioni molto insolite, difficili da curare, molto profonde” e la foto di un militare intento a maneggiare un presunto proiettile di fosforo bianco – di colore azzurro chiaro, contrassegnato dalla sigla M825A1 – sembrerebbero avvalorare la pesante accusa. Del resto l’esercito israeliano ha ammesso l’utilizzo delle bombe al fosforo “contro obiettivi militari in campo aperto” durante la campagna libanese del 2006, sconfessando precedenti dichiarazioni, secondo le quali l’agente chimico era stato utilizzato solamente per gli scopi “permessi” (illuminazione degli obiettivi). La Convenzione di Ginevra del 1980 sulla messa al bando delle armi chimiche definisce con dovizia di particolari cosa possa essere considerato “chemical weapon”, e quindi bandito. Non lo è il fosforo bianco, essendo però chiaro come il confine tra lecito e illecito per l’utilizzo di questo agente sia particolarmente labile, e dipenda dall’uso che se ne fa: le armi caricate al fosforo, se utilizzate massicciamente per scopi diversi dall’originaria “illuminazione del campo di battaglia o protezione fumogena delle truppe amiche” (e soprattutto se impiegate in spazi popolati ) possono essere considerate a tutti gli effetti come ordigni proibiti. “La Convenzione – spiega P. Kaiser, portavoce dell’agenzia dell’Onu sul divieto di uso, produzione e stoccaggio di armi chimiche – è strutturata in modo che ogni elemento chimico che venga usato contro l’uomo o gli animali provocando danni o la morte a causa delle proprietà tossiche è considerato un’arma chimica. Quindi non importa di quale sostanza si parli, ma se lo scopo è quello di causare danni con le proprietà tossiche, allora è un comportamento proibito”. E C. Heyman, esperto militare ed ex maggiore dell’esercito britannico, ha dichiarato: “Se il fosforo bianco è stato fatto esplodere laddove si trovava una folla di civili, qualcuno dovrà prima o poi risponderne alla Corte dell’Aia. Il fosforo bianco è anche un’arma terroristica”. Detto da un militare, non fa una piega. Matteo Lucatello matteo.lucatello@sconfinare.net www.matteolucatello.it

3 Una Striscia di sangue Mondo

Il difficile mestiere delle armi 4 Novembre. La IAF (l’aviazione israeliana), venuta a conoscenza di un tunnel segreto tra Gaza e Israele, decide di distruggerlo lanciando dei razzi all’uscita gazana con l’intento di inficiare rifornimenti di armi ad Hamas garantendo una tregua sicura per Israele. Questo è stato il primo segno della fine della tregua. Fine segnata il 19 dicembre dal lancio di razzi da Gaza verso le città israeliane più prossime al confine, come Sderot. Secondo le statistiche storiche è la città più a lungo bombardata di sempre. Una città dalle case dotate di piccoli bunker e dalla vita spezzata dalle sirene. Il Governo Israeliano ha quindi dato, attraverso il Ministro della Difesa Ehud Barakh, l’ordine allo Stato Maggiore di organizzare l’offensiva sulla Striscia. Si è intensificata l’attività dell’Aman (servizi informazione IDF) e dello Shin Bet (servizio interno) nel mappare accuratamente gli arsenali e la regione di Gaza. Si sono decisi gli obiettivi principali: arresto e/o eliminazione dei militanti di Hamas; localizzazione e distruzione dei tunnel segreti da Gaza verso Egitto e Israele (trai 400 e i 1000) violanti l’embargo; localizzazione e distruzione di arsenali e laboratori. Si è deciso il nome. “Piombo Fuso”. In primis vi è stata una serie di bombardamenti aerei (27 dicembre) che dura ancora oggi contro postazioni di guerriglieri e di rampe di lancio dei missili, già abitazioni o caserme della impotente polizia ormai fuori dal controllo di al-Fatah. A questo, Hamas ha risposto intensificato i suoi attacchi ed ha inoltre deciso di farla finita con quello che è rimasto di Fatah a Gaza fucilando già durante i primi bombardamenti 35 suoi esponenti. Il 3 gennaio è iniziata la seconda fase dell’attacco con l’offensiva di terra portata avanti dal Comando Sud dello Tzahal con truppe corazzate, fanteria e paracadutisti in 2 direzioni: da nord attraverso il confine e la costa, e da est, al fine di dividere la Striscia e isolare Gaza City. Quindi nei giorni successivi si sono susseguite azioni di penetrazioni nelle periferie urbane di Jabalay, Bayt Lahiya, Gaza City e Khan Yaunus, dando inizio ai sequestri di armi e alla distruzione dall’aria dei tunnels presso Rafah. Lo scenario è quello complesso della guerra

urbana, caratterizzata dal pericolo costante dietro ogni angolo e da scontri casa per casa che rendono difficile l’uso di armi pesanti. Per di più Gaza è un’area densamente popolata dove si trova un nemico non sempre distinguibile dai civili e che non si fa scrupolo di sacrificarne le vite utilizzandoli come scudi umani, tragedia che non si ottiene solo con il porre direttamente i civili in mezzo alla linea di fuoco, ma anche trasformando probabili rifugi (come scuole UNRWA o normali abitazioni, visto che Hamas non ha mai speso per la realizzazione di rifugi preferendo comprare armi) in arsenali. I mezzi sviluppati per lo scenario urbano, più mobili e protetti a scapito della potenza di fuoco non difendono costantemente la fanteria dal pericolo delle trappole esplosive disseminate tra le macerie. Le ricognizioni aeree per individuare più precisamente i bersagli o le semplici telefonate di avvertimento per i civili palestinesi fatte da Israele non possono essere garanzia di una “chirurgizzazione” bellica. Persone in movimento a 200 m in aree dove vi sono scontri non sono distinguibili come civili che si rifugiano od ostili che si trincerano, colla rapidità che occorre nel prendere decisioni. La spicciola valutazione del combattente-barbaro è spesso ipocrita miopia. Infine, si vuol chiarire la questione del fosforo bianco. Questo, usato per la prima volta nel 1916, è una sostanza chimica dalla caratteristica di bruciare producendo un denso fumo, al contatto con l’ossigeno fino all’esaurimento di uno dei due. Per questo viene usato come illuminante o fumogeno, o come arma, con il solo divieto di non impiegarlo contro i civili o in caso di immediato rischio per questi. Infatti il fosforo non è annoverato, nonostante il fumo prodotto, tra le armi chimiche della Chemical Weapons Convention firmata nel 1993 anche da Israele (mai ratificata), tranne che per il paragrafo VII riguardante l’uso di mezzi incendiari. Inoltre il portavoce della Croce Rossa Internazionale Hornby ha dichiarato che l’impiego israeliano di fosforo bianco è stato per uso illuminante e non diversamente e quindi del tutto legale. Lorenzo Fabrizi lorenzofabrizi88@gmail.com


Sconfinare 4 Politica Nazionale Luciano D’Alfonso: Il Sindaco che fa grande Pescara!

Era questo lo slogan con cui il Sindaco del Pd aveva ottenuto la rielezione al primo turno e senza l’apporto della Sinistra Arcobaleno lo scorso aprile 2008: e i pescaresi ci avevano davvero creduto. Nel giugno 2003, quando era stato eletto per la prima volta, alcuni erano restii a dare la massima carica cittadina ad uomo venuto da Lettomanoppello, paese della provincia; ma anche in quel caso, tramite il voto disgiunto, i cittadini avevano votato lui più che la sinistra. Di certo alla vittoria dell’exdemocristiano D’Alfonso aveva contribuito la fama di “più grande appaltatore d’Abruzzo” che si era guadagnato da Presidente della Provincia, e del resto nessuno allora, né tempo dopo, volle vedere il fatto che molti dei suoi ex-più-stretti-collaboratori in Provincia erano indagati per tangenti e concussione (“Pescara Provincia Amica” lo slogan di quegli anni). In ogni caso D’Alfonso rappresentava al meglio lo spirito rampante pescarese che potrebbe essere riassunto nelle 3 C: Cemento, Commercio, Corruzione (aggiungerei anche Criminalità). Bastava questo per votarlo. Così D’Alfonso vinse, ed intervistato il giorno dopo l’elezione lanciò subito un piano da 5 milioni di euro per…mettere toppe d’asfalto nelle strade! Poi la città iniziò a riempirsi di targhe con il nuovo slogan: “Pescara Città Vicina”. Una su ogni lavoro pubblico… Ma lui più di ogni altro seppe sfruttare la voglia di eccezionalità del capoluogo adriatico, da sempre desideroso di elevarsi al di sopra del resto della regione e dimostrare di essere davvero “la Milano del Sud”. Questo spirito aveva spinto in passato alla costruzione di una stazione ferroviaria immensa, accolta con grande entusiasmo come una delle più innovative d’Europa, salvo poi rendersi conto della sua sostanziale inutilità…storia ripetutasi nel 2000 con la costruzione del nuovo Tribunale, il terzo più grande del Centro-Sud, rimasto in buona parte vuoto, ma bello… E D’Alfonso non ha mancato di inscriversi in questo filone…per Piazza Salotto volle installazioni del giapponese Toyo Hito, mentre Piazza 1° Maggio (ribattezzata Piazza Mediterraneo) fu rivestita di marmo di Carrara secondo il progetto originario di Cascella…ed ancora porfido e mosaici hanno ricoperto il lungomare e le vie del centro. Ma non v’è stato quartiere o rione

che non abbia conosciuto la celebre targa “Pescara Città Vicina”: marciapiedi, rotatorie, asfalto, parcheggi, aree verdi…con il Sindaco che inaugurava personalmente ogni opera… Uno spot continuo per lui che costantemente risultava il più amato d’Italia nelle rilevazioni del Sole24Ore. Intanto anche l’imprenditoria locale portava avanti i progetti messi in cantiere da anni…di Bohigas il nuovo centro residenziale De Cecco, di Fuksas il centro direzionale della Fater e del luganese Botta le 3 torri da 18 piani di Caldora. Altre torri si prevedono sul lungofiume, i cui attici duplex (13° e 14° piano) saranno dotati di piscina privata sul tetto, mentre la Regione (che ha deciso di compiere anch’essa l’antica transumanza trasferendo la sua sede ogni inverno a Pescara) ha in progetto altre 3 torri da 50 metri…poco importa se a poca distanza, in uno dei quartieri off-limits, la comunità rom tiene cavalli sul balcone o li porta a spasso tra le auto attaccati a dei calesse (le famiglie zingare che dagli anni ’70 si sono stabilite a Pescara, controllando il traffico di stupefacenti ed il giro di prostituzione, hanno da sempre una spiccata passione per i cavalli…forse anche dovuta agli affari che gestiscono nell’ippodromo cittadino…). Mentre il sottosegretario alle infrastrutture del Ministro Di Pietro definiva Pescara “la Los Angeles dell’Adriatico”, la città era ben determinata a newyorkizzarsi…tanto per

tener fede al nomignolo di “Piccola Manhattan”. Ed anche il Sindaco ha pensato di assecondare questa tendenza lanciando un nuovo slogan: “Pescara Città dei Ponti”. Risultato? 2 nuovi ponti in cantiere sul fiume Pescara…il Ponte Nuovo ed il Ponte del Mare (ponte sospeso ciclo-pedonale progettato dall’altoatesino Pilcher alla foce del fiume). Sul secondo, orgoglio del Sindaco che lo aveva fatto finanziare dall’imprenditoria locale (con cui del resto aveva buoni rapporti…) per un totale di 10 milioni di euro, si era levato lo scandalo quando il Primo Cittadino aveva tentato di affidarne la costruzione senza gara d’appalto allo stesso Pilcher che “di certo avrebbe saputo portare a termine meglio di chiunque altro il lavoro”. Copione identico per la riqualificazione delle aree dismesse dell’ex stazione ferroviaria, che D’Alfonso voleva affidare all’immobiliare Toto che avrebbe svolto la commissione “gratuitamente” in cambio… del monopolio nella gestione di tutti i parcheggi cittadini per 30 anni… Ma neanche questo ruppe la luna di miele tra la cittadinanza e l’ormai onnipotente Sindaco…nessuno si chiedeva del resto perché la solerzia dell’amministrazione non fosse altrettanto spiccata nella gestione dei cantieri per i Giochi del Mediterraneo, che Pescara ospiterà quest’estate: nel Comitato organizzatore sono presenti esponenti della vecchia maggioranza di centro-destra con cui l’attuale amministrazione non è riuscita

Febbraio 2009

ad “accordarsi”…il villaggio olimpico deve ancora vedere la luce… Così, quando l’amatissimo D’Alfonso è stato arrestato, la città si è svegliata da un lungo sonno…ma mentre l’orgoglio pescarese rischiava di essere distrutto dal 3° commissariamento dal dopoguerra ad oggi, molti continuavano a difendere il Sindaco… Il giorno di Natale il Tg trasmetteva, dopo quelle del Papa, le immagini di D’Alfonso affacciato alla finestra che salutava, per tutti ormai quell’uomo era innocente: quasi scarcerato per Volontà Divina in quel Santissimo Giorno. Poco importava se dal Tribunale avevano fatto sapere che tutte le accuse restavano valide e che il Sindaco, scarcerato solo perché dimessosi, sarebbe subito tornato al fresco se avesse ritirato le dimissioni. Luciano sembrava non curarsene ed annunciava poche ore dopo di voler fare un discorso alla cittadinanza in Piazza Salotto il giorno di Capodanno: in un clima da golpe sudamericano fu lo stesso Veltroni a dissuaderlo dal suo proposito. Ma il 5 gennaio il “colpo di genio”: D’Alfonso ritira le dimissioni, presenta un certificato medico e passa la palla al suo Vice. Cosa non doveva sapere il Commissario? Non importa. I pescaresi possono far finta che nulla sia accaduto, l’orgoglio della città è salvo. A giugno forse le elezioni, il cui risultato sembra tutt’altro che scontato. Del resto, ancora adesso, sono in molti a dire che Luciano D’Alfonso ha fatto grande Pescara. Attilio Di Battista attilio.dibattista@sconfinare.net

Da un eccesso all'altro La laicità a colpi di provocazione

Negli ultimi tempi, l'ennesima provocazione in campo religioso ha avuto luogo: gli autobus di Genova verranno infatti pubblicizzati dall'Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti (UAAR), con lo slogan "La cattiva notizia è che Dio non esiste. Quella buona è che non ne hai bisogno". Naturalmente l'opinione pubblica si è infervorata, Bertone si è grattato i natali, la Chiesa mantiene un tacito profilo conscia della giustezza della politica del silenzio, quale migliore delle risposte, alla provocazione. Nonostante io personalmente sia aconfessionale, ma non ateo, bensì laico e laicista nella mia visione dello stato, mi sorprendo come le lotte debbano essere combattute attraverso le estremizzazioni. Pur riconoscendo alle persone atee il diritto di non riconoscere l'esistenza di Dio, ciò non toglie che queste ultime non debbano prevaricare la fede di

chi invece crede. Nel pensiero laico la libertà sta nella scelta libera in libero stato, ossia senza che una determinata forza, maggioritaria o minoritaria che sia, possa in alcun modo influenzare la crescita del pensiero della persona. Per questo devono essere accolte le rivolte alle frequenti interferenze nel mondo pubblico di determinate forze di pensiero. Tali interferenze non sono solo un'opinione, diventano coercizione lì dove si precetta in base a valori morali personali e li si generalizza. Eppure le critiche non possono diventare a loro volta un fattore di discriminazione o di oppressione. Vorrebbe dire fare lo stesso cattivo gioco del nemico, uccidendo il pensiero laico che invece si rifocilla del confronto e non dello scontro. Inoltre, non è discriminando che si ottiene la cultura di base su cui educare ad una nuoca laicità. Per effettuare un parallelismo, non sono le quote rosa di per loro a risolvere il problema del machismo. Sono forse uno strumento poco democratico per ricreare una cultura di base, imperniata sul rispetto della donna. Allora, ritornando al nostro discorso principale, il messaggio che "Dio

non esiste" è una presa di posizione che invade lo spazio pubblico senza effettivamente creare il germe dello spirito critico. Tale gesto sarebbe forse più adatto se fatto sul sito internet dell'Unione suddetta. Tale gesto invece piacerà a pochi, radicalizzerà i molti. E il processo di effettiva laicizzazione dello Stato italiano ("secolarizzazione" per alcuni) rischia di fare tre passi indietro dopo averne fatti due. Questo evento però ha fatto scaturire in me un altro tipo di riflessione: la crisi economica di cui tanto si parla per certi versi non avrà conseguenze negative in tutti i settori della società. La crisi, in primis quella psicologica, farà sì, almeno secondo il mio punto di vista, che la generazione attuale si renda conto di quanta precarietà e senso dell'effimero vi sia nei beni materiali. Si rifocillerà allora nell'abbondanza della ricchezza morale, nel confronto di idee e di opinioni, nell'attuazione di scelte non per forza capitalisticamente cicliche, ma sostenibilmente sviluppabili. Ambientalismo, localismo, cultura generalizzata, nuove forme di arte, letteratura e musica, ritorno ad un'ortodossia dei credi. Lo definirei nel complesso uno "sviluppo radicato", che per molti versi è già in atto. In fondo è successo molte volte nella storia e la necessità ha sempre aguzzato l'ingegno. Credo in quel che sarà. Edoardo Buonerba edoardo.buonerba@sconfinare.net


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2009 Febbraio

Fidatevi, Meglio Soru

5 Politica Nazionale

CONTINUA DALLA PRIMA Senza nessun licenziamento, Abbanoa ha sistematicamente ridotto gli sprechi, e, di conseguenza i costi. Con la legge finanziaria regionale del 2007, lo Stato ha riconosciuto alla Regione Sardegna il diritto graduale di compartecipare al gettito tributario maturato nel territorio regionale a partire dallo stesso anno. Tra il 2007 e il 2009 tale gettito è cresciuto di circa 1,4 miliardi di euro. A partire dall’anno 2010 le maggiori entrate regionali ammonteranno ad oltre 3 miliardi di euro. In cambio la Regione si fa carico degli oneri del Fondo sanitario nazionale e delle funzioni di trasporto pubblico locale, compresa la continuità territoriale, mantenendo un saldo positivo di circa 1,8 miliardi di euro.

Per quanto riguarda l’istruzione pubblica, mentre i tagli dei finanziamenti colpiscono tutta l’Italia, nell’Isola sono stati aumentati i fondi per l’edilizia scolastica, per un totale di circa 300 milioni di euro. La regione attribuisce inoltre assegni per merito fino a 500 euro mensili, agli studenti diplomati con almeno 80/100 che si iscrivono all’Università (con priorità per le facoltà scientifiche) e agli studenti universitari in regola con i crediti che abbiano almeno la media del 27. Inoltre, la Regione ha finanziato nell’ultimo

triennio più di 3000 studenti per alta formazione, tirocini e “percorsi di rientro” in Sardegna, per favorire la crescita accademica e professionale dei neolaureati e garantire un efficace inserimento nel mondo lavorativo sardo. Le fonti di quanto riferito sono documenti, atti regionali e dati Istat per il periodo 2004-2008. Tornando alla questione delle elezioni, le argomentazioni del candidato per il PDL – un certo Cappellacci ex consigliere del comune di Cagliari – sono tutte “contro”: egli afferma che quanto realizzato nel mandato Soru sia stato una delusione e un fallimento per la Sardegna. Per il programma alternativo vengono spese invece poche, pochissime parole. Anzi, in generale sono veramente poche le parole pronunciate direttamente da Cappellacci. Chi chiacchiera di più è Berlusconi: è lui che in realtà gestisce e ordina la campagna elettorale del PDL. È lui, il primo ministro italiano, che organizza e predispone le assemblee e i comizi. Ed è sempre lui che racconta le barzellette durante i convegni. Ma della Sardegna non si parla mai? Sì, il programma elettorale del “candidato del PDL Cappellacci” è preciso: cancel-

lare tutte le norme che dal 2004 sono state fatte da Soru (Berlusconi ha detto proprio così). E quando mai un avversario politico in una campagna elettorale in Italia ha dato dei meriti al presidente uscente? Che campagna elettorale sarebbe? In realtà, quali sono le condizioni della Sardegna? Esiste davvero il “peggioramento delle condizioni di vita” sbandierato da Berlusconi, pardon Cappellacci? Ci sentiamo davvero più indietro del 2004? Basta leggere i dati reali e si avrà la dimostrazione del contrario: la Sardegna va in direzione esattamente opposta a quella nazionale, e lo affermano i giudici più credibili i cittadini stessi. Questa campagna elettorale purtroppo non parte dal lavoro realizzato negli ultimi quattro anni: si cerca consenso promettendo, ma non parlando di fatti concreti. E colui che si candida alla guida della regione non è che un muto e sorridente fantoccio. Nel frattempo Soru gira la Sardegna per ricordare ciò che è stato realizzato dalla sua giunta, ciò che ancora sarà fatto e soprattutto come, con i soldi risparmiati e guadagnati e non con illusioni o sogni impossibili. Troppo serio il Presidente Soru. Fidatevi che è meglio Soru. Diego Pinna Enrico Casu diego.pinna@sconfinare.net enricasu@libero.it http://megliosoru.wordpress.com

120 milioni di motivi per riflettere ovvero, quando la tonaca fa la differenza Partiamo dai fatti: lo scorso 5 Dicembre a Roma la CEI per voce di monsignor Bruno Stenco, direttore dell’ufficio nazionale della conferenza stessa per l’educazione, la scuola e l’università, ha tuonato indignata contro i 130 milioni di euro di tagli previsti per le scuole paritarie nella finanziaria 2009, e ha minacciato di portare in piazza le federazioni delle scuole cattoliche se i tagli fossero stati effettivi. Nel giro di qualche ora (!), con un emendamento al ddl Bilancio,120 milioni di euro sono stati ripristinati, ha fatto sapere il sottosegretario all’economia Giuseppe Vegas; sarà il ministro dell’istruzione, di concerto con il ministro degli affari regionali e il ministro dell’economia a decretare i criteri per la distribuzione di questi fondi entro 30 giorni dall’entrata in vigore della finanziaria. Dopo il ripristino dei fondi il portavoce della CEI Domenico Pompili ha alleggerito i toni, dichiarando che i vescovi, preoccupati per le scuole cattoliche confidano comunque negli impegni presi dal governo. Ora vi propongo un indovinello: quanti parlamentari hanno protestato? Se avete detto 0 complimenti, avete indovinato! Di fatti pare proprio che l’unico a contestare immediatamente la decisione del governo sia stato Paolo Ferrero, segretario del PRC (e se non lo facevano loro!), che da alcuni mesi a questa parte è un partito extraparlamentare. Ferrero ha polemizzato dicendo che mentre il governo ha ignorato le manifestazioni a cui hanno preso parte migliaia di studenti e docenti, rifiutan-

do di cambiare chiesa. In un i provvedipaese veramenti sulla mente laico il scuola pubbliretrofront del ca e l’univergoverno avrebsità, è bastata be suscitato una semplice per lo meno minaccia di la protesta di mobilitazione una parte del da parte dei parlamento, vescovi e delle quella dei laici scuole cattodi destra e siliche private nistra, se non per far cammanifestazioni biare idea alla di piazza; da maggioranza. Più della noi nulla di tutto queUna decina di vescovi conta marcia indietro sui tagli, sto sarebbe accaduto, nei palazzi romani più delle comunque equivoca e anzi stava per succequantomeno contradditcentinaia di migliaia di perdere il contrario. In un toria per un paese che paese veramente laico sone che sono scese in piazvuole definirsi laico, è e sovrano, dove i poza contro i tagli del decreto stata “sorprendente” la litici non hanno paura Gelmini reazione del parlamendi assumersi la responto: nessuno ha protestasabilità delle proprie to, anzi membri dell’opdecisioni, la maggioposizione come Maria Pia Garavaglia ed ranza di governo non ritirerebbe di certo i Antonio Rusconi del PD hanno lamentato, propri emendamenti alla prima minaccia di dopo il ripristino dei fondi, che mancavano proteste della CEI, o di qualsiasi altra assoall’appello altri 14 milioni di euro per le ciazione o gruppo,ed invece a Roma questa scuole paritarie. Questo fatto dimostra una è la regola da sempre, se il gruppo che provolta di più quanto in Italia sia labile e con- testa è forte ed influente. Alla luce dei fatti fuso il confine fra stato e chiesa nonostante se si è tornati indietro su questi 120 miliosiano passati ormai quasi 140 anni dal 20 ni, la scontata conclusione a cui si giunge è Settembre e quanto ancora oggi lo stato sia che una decina di vescovi conta nei palazzi condizionato nell’attività legislativa dalla romani più delle centinaia di migliaia di

persone che sono scese in piazza contro i tagli del decreto Gelmini. E’ vero che la somma che si è deciso di ridare alle scuole cattoliche è ben poca cosa rispetto alle decine di miliardi di euro che ogni anno vengono stanziati per la scuola pubblica, che è la maggioranza che deve governare anche infischiandosene dell’opposizione e delle proteste, ma anche così la decisione è ingiusta per principio, a priori, se prima il ministro dell’istruzione afferma che è finita l’era dei privilegi e degli sprechi, che si cercherà di riformare in senso meritocratico la scuola, e poi nella realtà dei fatti una parte del sistema scolastico (quella più numerosa e con meno risorse) vede i suoi fondi diminuire e l’altra, molto meno numerosa e più ricca li vede inalterati. Perché si attuano provvedimenti duri di contenimento dei costi verso quelle che sono le scuole DELLO stato e al contrario, verso quelle che sono a tutti gli effetti delle scuole private NON statali (anche se qualcuno ha pensato bene di chiamarle paritarie) si adopera un trattamento di favore? Dopo quello che sta accadendo, pare proprio che il primo presidente del consiglio italiano a raccontare barzellette non sia stato Berlusconi, bensì l’indimenticato Conte di Cavour quando diceva “Libera chiesa in libero stato”. E’ la storia a dircelo. Matteo Sulfaro matteo.sulfaro@sconfinare.net


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6 Università

Febbraio 2009

Un grande laboratorio di dissenso

Colloquio coi prof. La Mantia e Neglie sul progetto di ricerca che partirà a marzo «La difficoltà non sta nelle idee nuove, ma nell’abbandonare quelle vecchie». È a partire da questa frase di John M. Keynes che prende vita il progetto di studio che hanno messo in cantiere i professori Neglie e La Mantia per il prossimo semestre. Il tema è molto vasto: il dissenso e la manifestazione del dissenso, in ogni ambito. Il ruolo centrale spetterà agli studenti, ai loro interessi e alla loro fantasia. Ogni gruppo di ricerca creerà il suo “percorso didattico”, un lavoro di studio e ricerca concentrato su un ambito preciso della questione. L’evento conclusivo «sarà un convegnacolo: un evento, cioè, a metà tra convegno e spettacolo»; raccoglierà tutti gli spunti per creare un puzzle complessivo della nostra idea di “dissenso”. La prima fase del progetto prevede, dunque, il lavoro di ricerca. Gli studenti interessati potranno riunirsi in gruppi e, a seconda dell’ambito che desiderano approfondire, scegliersi un professore di riferimento. L’approccio sarà multidisciplinare: potenzialmente tutti i professori potranno dare il loro contributo, anche attraverso piccoli seminari durante i loro corsi del secondo semestre. Sono gli stessi prof. Neglie e La Mantia a proporre alcuni spunti. Si potrà spaziare dal “dissenso contro i totalitarismi”, come quello di Solidarnosc in Polonia e dei cattolici in Unione sovietica, a quello studentesco; dal dissenso armato di terrorismo e anni di piombo a quello utopico delle comuni maoiste e dei parchi Hobbit; dal rapporto “dissenziente” fra le chiese

cattolica e ortodossa, alla Teologia della liberazione; dalla forza di andare controcorrente dell’antipsichiatria di Basaglia al tema delle “Piccole patrie”, le identità regionali che cercano protezione dall’invadenza burocratica/tecnico/finanziaria dell’Unione Europea. Le ricerche avranno un taglio “multimediale”: cinema, letteratura, teatro e musica entreranno a pieno titolo nei lavori. Per questo si vorrebbero coinvolgere la Cineteca del Friuli oltreché, magari, l’Università di Udine e DAMS Cinema. Ogni gruppo di studio produrrà infine un paper che verrà esposto durante l’incontro/

conferenza finale. Inoltre probabilmente i lavori verranno pubblicati su un blog dedicato, in cui verrebbero anche esposte tutte le informazioni e le scadenze riguardanti il convegno e il lavoro dei gruppi di studio. Sempre a questo scopo saranno sfruttate le mailing list delle associazioni che decideranno di collaborare. Il “convegnacolo” conclusivo (che si terrà tra la fine di aprile e l’inizio di marzo) sarà una manifestazione multimediale: un’unione di testimonianze dal cinema, dalla musica, dalla letteratura che spera di riuscire a coinvolgere anche i cittadini di Gorizia. Il modello

di partenza è il convegno sul Sessantotto, svoltosi l’anno scorso sempre a Gorizia, solo con una struttura più organizzata e appunto una maggiore partecipazione degli studenti. Per curare l’aspetto iconografico della giornata il prof. Neglie è già alla ricerca di una “task force musica&immagini”. Anche se non è ancora certo, probabilmente si riuscirà a ottenere l’attribuzione dei crediti liberi/F per il lavoro svolto nei gruppi di studio: più che un metodo per attirare più studenti, questo vuole essere un riconoscimento ufficiale della serietà del lavoro svolto. Un altro aspetto innovativo di questo progetto è la partecipazione di studenti stranieri, russi e polacchi, provenienti delle università con cui è a contatto Gorizia: svolgeranno nelle loro università l’attività di studio e ricerca, per poi “confluire” qui per l’incontro finale. In particolare, gli studenti russi potranno forse condividere la loro ricerca con gli italiani, approfittando dello scambio che li porterà in Italia in marzo. Il professor La Mantia presenterà il progetto il prossimo 3 marzo alle 15.00 all’inaugurazione del suo corso di Storia dell’Europa Orientale; il professor Neglie il 5 marzo, all’apertura di Storia Contemporanea. Chi fosse interessato può fin da ora contattare i docenti: oltre agli spunti già forniti saranno la fantasia e la voglia di impegnarsi degli studenti a trasformare quest’evento in un’occasione di crescita e rinnovamento della nostro corso di laurea e della città di Gorizia. Federico Faleschini Francesco Marchesano federico.faleschini@sconfinare.net francesco.marchesano@sconfinare.net

Ma ambasciator non porta pena Il titolo della conferenza trae in inganno più d’uno studente. “La politica estera italiana dalla caduta del muro ad oggi”. Uau! Che titolone. Specie in un posto in cui la materia di studio si arena usualmente all’a.D. 1975 (per conoscere i venticinque anni successivi, tranquilli, c’è sempre l’Erasmus. Se volete compilare la domanda dovreste essere ancora in tempo). Con nelle orecchie tanta sete di novità prendiamo posto. Ma capisco da subito che aria tira. Il buon ambasciator Ferraris, appena sceso fresco fresco dalla montagna, ci detta il suo primo comandamento facendoci sapere che lui, qui, non ci voleva venire affatto. Per dieci minuti buoni si lamenta del corso di laurea, lodando però gli studenti e la qualità della loro preparazione – perché a Gorizia “o si studia, o non c’è nient’altro da fare”. Cos’è, un sarcasmo? Tralasciando ghigni maliziosi e le

confutazioni strettamente personali a marginali, in realtà. Tipo (giusto per citarne questa affermazione, il mio cervello si un paio) Sarajevo, il Kosovo, il Libano, focalizza istintivamente su un punto l’Afghanistan, l’Iraq, la Russia e la Cina, credo condiviso dall’assemblea: ma chi l’Unione Europea. E invece, nulla. Ferraris ti vuole, parlaci di questa non aggiunge niente di politica estera o me ne nuovo, nemmeno quando Mi chiedo da studente con le domande gliene si vado a farmi uno spritz. Finalmente comincia se dobbiamo continuare dà l’occasione, tolte un l’intervento, con a prediligere un titolo paio di sparate di dubbia l’accortezza però ed il nome alla qualità opportunità che meritano d’inserire un prologo che una menzione: l’invito alle dell’intervento parte – guarda caso – dal ragazze a sedersi in prima 1861. Perché l’attualità è fila, perché così “si guarda davvero importante. Giusto un’oretta su qualcosa di piacevole”; e la solenne argomenti del resto trascurati dal nostro dichiarazione che “gli italiani preferiscono corso di laurea: la prima guerra mondiale, il compromesso, si sa. Per esempio, il la politica estera fascista, il peso compromesso alla moglie è l’amante”. determinante, eccetera. Non seguo perché Che sollievo. Auspico vivamente che ho l’impressione di aver studiato questa queste boutade siano la norma per tutti i cosa in almeno dieci manuali diversi. nostri ambasciatori. Sono felice che in giro E forse uno era “la storia a fumetti” del per il mondo siamo i primi a contribuire Giornalino. agli stereotipi sull’italiano medio. Grandi Ma io aspetto con ansia che giungano amatori, gli italiani! argomenti più vicini a noi. Cose del tutto Dopo un’ora e mezza in cui si snocciolano

banalità ci vuole davvero una sopportazione da guinness per stare seduti. La mia dura ben due ore e ancora ne stupisco, fossi rimasto in youtube a guardare i Griffin avrei imparato più cose. Mi chiedo da studente se siano nel nostro interesse questi appuntamenti in cui veniamo snobbati da relatori che arrivano senza intervento scritto e che svogliatamente se la raccontano per un paio d’ore, quasi beandosi del fatto d’essere in una posizione in cui possono permettersi di dire quello che vogliono perché tanto nessuno avrà il fegato di contraddirli. Mi chiedo da studente se dobbiamo continuare a prediligere un titolo ed il nome alla qualità dell’intervento, e continuare a sentirci “onorati” della visita di questi personaggi anche se ci disprezzano, e non hanno nemmeno il pudore di tacere. E magari dovrei pure applaudire, o tributar loro una standing ovation. No, grazie. Rodolfo Toè rodolfo.toè@sconfinare.net


Febbraio 2009

Sconfinare

Felice erasmus a tutti! In questo periodo, come tutti gli anni, torna quella che si può definire la “febbre da erasmus” e molti degli studenti del nostro corso di laurea iniziano a cercare informazioni, compilare moduli, visitare siti, per cercare di conseguire la borsa di studio per scambio interuniversitario piu famosa nel mondo studentesco. L’esperienza di scambio “socrates-erasmus” oltre ad essere un momento di scambio per studenti è anche e soprattutto, a mio avviso, un modo per aprire la mente e accumulare un numero di esperienze che difficilmente si potrebbe raggiungere senza partecipare al programma. Per questo motivo ritengo che non ci sia un vero e proprio “anno strategico” per cercare di trascorrere qaulceh mese all’estero soprattutto perche dal diverso grado di maturità si sviluppano interessi diversi che porteranno a diverse esperienze. Armati di voglia e spirito di adattamento quindi iniziate pure a vagliare le possibilità offerte: iniziate a delimitare un area sub-regionale che vi può interessare (ad es. Paesi con lingua inglese, oppure Paesi dell’europa centro-orientale e cosi via) all’interno di questa delimitazione ordinate le vostre preferenze, anche in base alle materie che si andranno a studiare negli atenei proposti. Una volta rintracciato il docente che gestisce la o le borse che vi interessano prendete contatti diretti in modo da avere notizie di prima mano (spesso le notizie passaparola, sono molto più catastrofiche dei problemi

-Buongiorno professore. Oggi si parlerà di P2, sebbene in linee molto generali per motivi contingenti… Bene, comincio col dirle che ai tempi della P2 facevo il magistrato. Ero anche Vice Presidente vicario del “Centro di azione latina”, fondato da Fanfani (adesso “Istituto italo-latino americano”). L’istituto all’epoca aveva contratto dei debiti: il consigliere economico dell’ambasciatore argentino si trovava all’Hotel Excelsior, credo nell’Ottobre dell’80, dove c’era anche Licio Gelli. -Fu lì che incontrò Gelli per la prima volta? Si. In quell’occasione mi chiese se ero disposto a fare da consulente legale per una multinazionale, dato che ero (e sono) professore di diritto internazionale (presso l’Università “La Sapienza”, n.d.r.). Da lì poi arrivò la proposta per entrare a far parte della Loggia P2, e mi diede un modulo da compilare. -In cosa consisteva questo modulo? Era un modulo normalissimo: le uniche cose “particolari” erano due clausole. La prima in cui era previsto il rispetto assoluto della Costituzione e delle leggi statali; la seconda in cui si contemplava il rispetto della segretezza sull’iniziazione muratoria, per garantire la riservatezza del rituale. A quel punto giunsi alla parte relativa ai “soci presentatori”. Insomma, due individui avrebbero dovuto sostenere la mia “candidatura”. Ma non conoscevo nessuno. Fu lo stesso Gelli a farmi due nomi. -Che nomi le fece? Quello di Fanelli, questore della Polizia di Stato, e di Picchiotti, generale dell’Arma

che realmente si devono affrontare!) recatevi alle riunioni e non disdegnate di dare gia qualche occhiata ai siti internet delle università in cui volete essere accolti cosi da confermare le vostre opinioni o eventualmente rivedere le vostre priorità; a tale proposito si può smentire la falsa voce che si abbia diritto solo alle borse dei docenti del nostro corso: le borse erasmus infatti sono gestite da un docente di materie affini alla facoltà in cui si vuole essere ricevuti, ma le domande possono essere presentati da tutti a tutti i docenti (di solito si cerca una attinenza col piano di studi. Il professore vi convocherà quindi in una riunione in cui vaglierà il numero di posti e fisserà una data di selezione e i criteri della stessa, di solito essi sono: media dei voti, conoscenza della lingua veicolare e motivazione del candidato anche se poi i paramentri vengono personalizzati. Superato lo scoglio della selezione, quasi sempre orale, inizia la trafinal burocratica, che vi vedra impegnati con l’ufficio relazioni internazionali dell’Università e con il contratto da riempire e firmare, in esso ci sono i doveri dello studente (il numero di crediti, il numero minimo di mesi di permanenza, le modalità di prolungamento), per la compilazione dei piani di studio vi consiglio di visionare i siti internet dell’università ricevente e cercare le materie piu affine possibili per contenuti e numero di crediti ECTS. Allo stesso tempo cercatew di capire se avete diritto ad un alloggio pubblico per studen-

ti universitari o dovete cercarvi da voi un alloggio. Adesso siete pronti…. fate le valigie e via…. vi consiglio di recarvi con un certo anticipo (3 o 4 giorni) in modo da ambientarvi nella realtà in cui vivrete per almeno qualche mese e cercare un alloggio se non lo avete già fatto dopo l’assegnazione della borsa. Al vostro arrivo all’università ospitante vi consiglio di trovare subito l’ufficio internazionale e utilizzarlo come tramite per ogni evenienza; controllate inoltre che il programma che avete concordato su internet sia lo stesso che realmente l’università offre cioè che non siano stati esclusi alcuni corsi o il numero di ECTS non sia quello indicato a tale scopo vi consiglio sempre di far presente all’insegnate la vostra posizione di studente in scambio in modo da evitare inconvenienti di riconoscimento al ritorno. La lista delle discipline di cui si vuole sostenere l’esame può essere modificata entro termini prefissati (a costo però di moltissimi fax tra le due università!). A questo punto inizierà in tranquillità quella che per me è stata una delle esperienze più formative della mia vita fatta di crescita culturale, mentale ed umana; fatta di amicizie indissolubili, esperienze indimenticabili e a volte, perchè no, grandi amori. Si inizierà a frequentare i ritrovi erasmus in cui di solito si scambiano le informazioni più proficue ed utili. Usando chiaramente la maturità di uno studente medio vi assicuro che non si finirà “ sulla cattiva strada” come qualcu-

La P2 vista da dentro: intervista al professore Augusto Sinagra Incontro all’università con l’ex avvocato di Licio Gelli

dei Carabinieri. Come potevo non fidarmi? … Firmai il modulo. -Come avvenne l’iniziazione? In pratica non fui mai iniziato. Il rituale sarebbe dovuto avvenire tra il 18 e il 19 Marzo 1981 (non ricordo di preciso il giorno), ma il 17 ci fu il sequestro della lista. Inoltre, nel giorno in cui avrei dovuto “iniziarmi” mi trovavo a Santiago del Cile. In seguito al sequestro Gelli mi chiese di difenderlo. Io accettai e rimasi suo avvocato fin quando egli non aggiunse nella sua schiera di avvocati anche l’avvocato Vitalone (metà 1982). -Adesso potrebbe fare un breve accenno al “Piano R” (Rinascita)? Posso dirle che esso non fu scritto da Gelli…

mi pare da un magistrato. Era comunque un progetto riformatore, così come erano riformatori gli intenti della P2. La Loggia non era reazionaria, ma riformatrice. Nessuna intenzione di organizzare golpe, sebbene alcuni degli adepti fossero coinvolti nel fallito golpe di Junio Valerio Borghese. -Ho visto che molti punti contenuti nel “Piano R” “coincidono” con i punti programmatici dell’attuale Governo (ricordiamo che Silvio Berlusconi è stato piduista)… Si, come ad esempio la riforma della Magistratura. Ma Berlusconi non è assolutamente in grado di portare avanti un così ambizioso progetto. Lui, come tutti noi, aveva i suoi interessi da tutelare. La Loggia P2 costituiva l’élite delle classi professionali. -Quindi nessun principio ispiratore, ideale…? Assolutamente no! Non vi erano principi ispiratori, non c’erano ideologie. All’interno della Loggia vi era un mélange politico incredibile. Quello che accomunava tutti era “fare i propri interessi” e sviluppare magari le proprie carriere ancora agli inizi, com’è stato nel caso del nostro attuale premier. La P2, per quanto mi riguarda, era una società di mutua assistenza. Voi “giornalisti” dovreste accettare certe semplici e banali verità! Federica Salvo federica.salvo@sconfinare.net

7 Università no vuol farci credere dopo i ben noti fatti di cronaca. I mesi passeranno in un lampo e si dovrà tornare al nostro piccolo mondo pre-erasmus, quando questa bolla sarà scoppiata, allora ragazzi cercate di portare con voi il meglio che questa esperienza vi ha dato senza rimorsi e magari con qualche rimpianto ma si sa non ci si accontenta mai. In fine per chiudere in bellezza ricordatevi di andare firmare entro i termini il modulo di rientro che vi darà diritto alla quota pecuniaria stabilita. Di certo andrete all’ufficio con il passo sicuro di chi è cresciuto e cambiato, ma anche pesante di chi vorrebbe tornare indietro: un po’ come nel film “L’appartamento spagnolo”. Antonio Del Fiacco antoniodelfiacco@hotmail.it Lingua Francese avviso per gli studenti del 3 anno, 1 e 2 anno di laurea specialistica, fuori corso, laureandi e/o neolaureati Il Consolato Onorario di Francia a Trieste offre agli studenti del corso di Laurea in Scienze Internazionali e Diplomatiche la possibilità di effettuare degli stages presso due Istituzioni francesi: 1- Servizio per gli affari sociali dell’ambasciata di Francia a Roma: stage di 3 mesi,prolungabile a 6 mesi, per uno/due/tre studenti dell’indirizzo diplomatico; 2- Missione economica dell’ambasciata di Francia a Milano: stage di 6 mesi, per uno studente dell’indirizzo internazionale. N.B. Per gli stages è indispensabile un’ottima conoscenza della lingua francese, scritta e orale. E’ infatti prevista la totale integrazione del tirocinante nell’équipe di lavoro, con incarichi di collaborazione effettiva ai progetti del Servizio. La domanda di candidatura, corredata da: - una lettera di motivazione, in francese, con l’indicazione della preferenza del luogo e del periodo dello stages; - un CV con foto; - la fotocopia di eventuali attestati di lingua straniere o altro dovrà essere spedita via e-mail alla prof.ssa Leggeri, Console Onorario di Francia e Trieste (consulatfrts@interfree.it) dal 15/01/2009 fino al 25/02/2009.Le candidature saranno vagliate in base ai titoli e , successivamente, i candidati dovranno sostenere una prova scritta e un colloquio. I risultati saranno esposti in bacheca presso la del SID , dopo il 15/03/2009. Successivamente, i prescelti dovranno confermare o rifiutare lo stage con un anticipo di due mesi sull’inizio dello stesso, in modo da consentire ad altri di subentrare. Un mese prima dell’inizio dello stage, il candidato prescelto deve richiedere due copie della convenzione presso il Centro Servizi della Facoltà di Scienza Politiche a Trieste e farle debitamente compilare e firmare dal soggetto promotore dello stage – il Preside di Facoltà- e dal Soggetto ospitante (Istituzione francese) . Per ulteriori informazioni pratiche, gli interessati possono rivolgersi alla prof.ssa Leggeri e allo studente Edoardo Buonerba: edoardo.buonerba@sconfinare.net


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Viaggio in Italia Arrivo che è già buio a Matera, dal turbinio di strade che gira attorno al blocco intagliato dei sassi. La macchina scorre veloce tra le rotonde e le isole spartitraffico, serpeggia fra i palazzoni residenziali, sale e scende, la periferia vista dal finestrino è a metà tra l’autodromo e le montagne russe. Sono ospite della famiglia Bruno. Tutto intorno i balconi sono accesi di luci abbondanti e disordinate, hanno passato Natale e stanno aspettando il 2009. Scendendo verso il centro ci s’incaglia nei sassi. Non li avevo mai visti né immaginati, li conoscevo solo come sfondo di film che raccontano altre storie. Sono le case sovrapposte scavate nel tufo dove i materani hanno vissuto fino agli anni Cinquanta prima dello sfollamento forzato. Stanzette contorte che ospitavano famiglie intere con asino o maiale, arroccate su una parete del burrone creato nei secoli dal torrente Gravina. Poi ruspe e palazzinari hanno costruito una seconda città tutto intorno, cementificata ma ariosa, in simbiosi con la prima. I sassi regalano poesia al traffico che scorre vivace in periferia. Al Keiv bevo il primo amaro lucano. È un posto sciccoso, ricavato in un sasso, tra giochi di luci e specchi colorati. Un inizio da turista. Un po’ più su, verso la piazza che raccorda la Matera dei nonni a quella dei nipoti, sta Il Camera. È la pancia notturna che si ingoia i materani, un dedalo di cunicoli affollato di formichine opulente che trasportano il loro bicchiere di birra alla ricerca di un tavolino libero. I giovani sono tornati dall’esodo che svuota il Meridione per farsi il Natale in famiglia. «Auguri!» e bacini sulle guance si mescolano ai «Bentornato, quando torni su?». «Non c’è lavoro. Che dobbiamo fare? Tutti a passeggio!». Sembra rassegnazione simpatica, ma a parlare è gente che fra qualche giorno si farà 13 ore d’auto per tornare a lavorare a Milano e che prima di “scendere” si è fatta un colloquio di lavoro a Torino. O che comunque sta per ricominciare a godersi la vita di studente, ma a 500-800-1000 chilometri da casa, a Roma, Bologna o Gorizia. Capodanno ruota attorno al pranzo. La giornata è ormai irrimediabilmente scivolata in avanti di cinque sei ore; dopo la Notte dell’anno passata a ballare, la colazione

Sconfinare Il viaggio continua. Capodanno nella Matera dei sassi e dei saldi

BASILICATA presa in un bar fuorimano e qualche ora di sonno profondo, non riusciamo a sederci a tavola prima delle 14. Siamo a mangiare dalla zia.

Le portate principali arrivano accompagnate da risa e marcia trionfale (Aida), lo zio chiacchierone copre il ticchettare delle forchette con i suoi racconti, una televisione accesa e silenziosa movimenta la scena. Siamo in tanti, fratelli, zii e amici di famiglia che alla

fine del pranzo sento quasi come miei cugini lontani. Pasta al forno, agnello arrostito, pizza rustica, pettole (quell’acqua-farinasale fritti che a Ferrara chiamano pinzìn e che ogni regione mangia convinta che siano specialità locale), dolce alla ricotta. La maratona si chiude alle 18 col caffè. È il tempo delle carte: scopa e piattino, ho vinto anche qualche “spiccio”. È il casinò più bello. Le notti si spingono fino a mattina alla ludoteca vicino alla villa. La gestisce un vecchio grasso e taciturno, si vede che fa il possibile per tenerla al passo coi tempi, sembra non faccia fatica ad aspettare l’alba per vedere vuoto il suo locale. Io mi drogo di biliardo e, nel soppalco ormai diventato una galleria del fumo, imparo a giocare a burraco. Siamo all’ultimo giorno. Non so come ma l’inizio dei saldi ci fa arrivare al centro commerciale. Al “senso unico” sembra si sia trasferito un suq arabo: la folla si spintona tra gli scaffali, maglioni giacche e camice sono quasi all’aria, la musica è assordante. Tornati in città mi accorgo che è piena di quegli orribili babbi natale appesi/impiccati ai balconi. Delirio per gli sconti e buongusto natalizio fanno dell’Italia2009 un paese unito. Ho passato bei giorni in questo Sud che parla sempre al passato remoto. «Matera affonda le sue radici nella notte dei tempi», le piace raccontarsi; vi ospiterà volentieri, fateci un giro. Conosco un buon indirizzo. Francesco Marchesano francesco.marchesano@sconfinare.net

Febbraio 2009

Scripta Manent Corrado Augias

Inchiesta sul cristianesimo: Come si costruisce una religione Il nuovo libro intervista di Corrado Augias, questa volta in collaborazione con Remo Cacitti, docente di letteratura cristiana antica e storia del cristianesimo antico presso l’università degli studi di Milano segue il percorso già tracciato da “Inchiesta Su Gesù”(Mondadori,2006) e cerca di ricostruire secondo quelle che sono ad oggi le fonti storiografiche il cammino evolutivo e di formazione del cristianesimo. E’ una delle poche letture italiane destinate al grande pubblico che affrontano la religione dal punto di vista storico e non da quello della fede, tracciando un quadro accurato sui primi quattro secoli di vita del cristianesimo, nei quali questa fede è ancora un cantiere aperto, dove si possono rintracciare innumerevoli tesi e pensieri, da quelli che poi sono entrati a far parte della dottrina ufficiale della chiesa fino a quelli che in seguito sono stati dichiarati eresie, e che molte volte nella fase aurorale del cattolicesimo, prima che venisse definitivamente stabilito un “canone” erano invece ortodossia. Si scoprono molte altre cose sorprendenti sui primordi del cristianesimo, come il fatto che molta parte nella formazione di questo culto più che Gesù l’hanno avuta San Paolo, da molti studiosi considerato il vero padre fondatore della chiesa, Costantino e il concilio di Nicea del 325 per esempio. Al contrario di quanto ci si potrebbe aspettare, la distanza fra la ricostruzione storica dei fatti e quella fideistica dei vangeli e degli altri testi sacri è sì evidente, ma non così enorme; le differenze più macroscopiche rispetto alla storia si trovano invece nell’interpretazione ufficiale che dei testi viene data. In conclusione, come quasi tutte le religioni anche il cristianesimo ha subito evoluzioni e cambiamenti nel corso dei secoli,contaminandosi e prendendo spunti da altre fedi, cercando di adattarsi allo spirito di varie epoche storiche fino ad arrivare ai giorni nostri. Matteo Sulfaro matteo.sulfaro@sconfinare.net


2009 Febbraio

Essere immediati, sobri. Esprimersi con parole semplici, privilegiare un periodo scorrevole. In una parola: scrivere bene, la più alta manifestazione di filantropia cui si possa aspirare. A Beppe Severgnini l’onore di averlo capito prima degli altri e quello di aver stilato con buon gusto ed ironia un valido vademecum per il virtuoso della parola, e dei rapporti sociali. “Ho scritto ‘L’italiano. Lezioni semiserie’ per denunciare le violenze contro la nostra lingua, ma non chiedo condanne. Lo scopo è la riabilitazione. Scrivere bene si può. L’importante è capire chi scrive male, e regolarsi di conseguenza. Questo è un libro ottimista, e ha un obiettivo dichiarato: aiutarvi a scrivere in maniera efficace (un’e-mail, una relazione, una tesi o un breve saggio: la tecnica non cambia)”. E come promesso, ecco che scorrere le pagine della più completa tra le grammatiche italiane -se di mera grammatica si può trattare- è come purificarsi dai sette vizi capitali, linguisticamente parlando. Ira: chi non ha mai provato quella particolare agitazione nervosa che ti assale ogni volta che, impantanato in un vortice di intricatissime subordinate, ti ritrovi a soffrire di tic, apnea mentale, perdita di memoria, shock visivi, nausee improvvise? Ma soprattutto, potresti essere tu stesso fonte di siffatta irritazione? Se hai anche solo il minimo dubbio

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Se vuoi essere altruista

dimmi cosa pensi in due parole E per favore, baby, sceglile con cura. (o peggio, se proprio non ce l’hai) devi dare un’occhiata al Decalogo Diabolico, la Lista delle perversioni verbali più diffuse. Accidia: atteggiamento di rinuncia di fronte al dilagare di forme linguistiche palesemente irragionevoli ma irragionevolmente abusate. Ne soffri se ti accontenti di usare parole che hanno conquistato il lustro della ribalta per l’autunno/ inverno 2009. Nel senso che il banco di prova dell’opinione pubblica è un’impressione personale piuttosto che la sincera verità? Assolutamente sì! Mah… Lussuria: ne è affetto l’amante dell’erotismo verbale, l’edonista che si perde nella ricerca di vocaboli pomposi e gustosi, pleonastici ed orgiastici, vanitosi, e per l’appunto lussuriosi . L’effetto sperato non tarda ad arrivare: impreziosire troppo annoia.

Gola e Avarizia: moti speculari di una medesima distorsione. Il goloso osserva la lingua come fosse il cesto della merenda: una bella spalmata di punteggiatura qua, una sorsata di diminutivi là, assaggia questo panino ben farcito di che! Occhio alla digestione, però. L’avaro invece disdegna il piacere di mettere un punto chiarificatore, è infastidito dal respiro della virgola e se può rimane a digiuno, anche di lettori. Superbia: potresti rivelarti un superbo se con quotidiana arroganza violenti la grammatica italiana e ti meravigli di qualche coraggioso linguista che osa denunciarti. Beneficenza? acquiescenza? mangerò arance e ciliegie? e allora c’impegniamo? secondo coscienza! L’importante è dubitare sempre con il congiuntivo; ma si sa, il superbo vive all’indicativo.

9 Scripta Manent Invidia: questo vizio è uno dei più diffusi nella moderna società globale. Completamente vinto dalla concorrenza, l’invidioso copia spudoratamente le espressioni di matrice inglese e cerca di inserirle con disinvoltura nel discorso; film e computer passino, ma diffidiamo di chiunque abbia una mission o una vision, Severgnini si raccomanda. Insomma, siete animi delicati oppressi dal timore di distruggere con asfittici sillogismi la serenità di chi vi dedica il proprio tempo? Avete sempre desiderato insorgere contro chi lesina in magnanimità ed eccede in sproloqui, sordo ai lamenti della lingua che si contorce su se stessa? Allora leggetevi quest’altalena di buoni consigli e ferrei divieti. Vero inno alla pace dei sensi, ‘L’italiano. Lezioni semiserie’ è il libro giusto per chi vuole migliorare il proprio rapporto con la parola muta facendosi una sonora risata; è il regalo giusto per chi desidera aiutare uno scrittore in erba mitigandolo con la comicità dell’errore maccheronico; ed è la prova giusta per chi, povero illuso, non dubita mai del proprio italiano. Il percorso è costellato di sadoquiz e masotest ma la riabilitazione, per fortuna, è assicurata. Valeria Carlot valeria.carlot@sconfinare.net

Se una notte d’inverno un viaggiatore... Il racconto breve di Tommaso Episodio 2 Il sole stava iniziando placidamente a tingere di rosso la semplice superficie della scrivania. Sopra vi si trovavano un computer, una lampada, un portapenne ed un paio di foto, bordate da cornici di metallo. In una, c’era una famigliola sorridente, circondata dal magnifico panorama del Gran Canyon: Papà, Mamma e 2 fratellini; nell’altra, una bellissima ragazza dai capelli scuri, la pelle chiara, ed il volto concentrato ad osservare qualcosa di non visibile nell’inquadratura. Paolo ricordava bene quello che Bianca stava osservando e si ricordava pure la meraviglia che si nascondeva dietro quegli occhiali da sole che le aveva regalato per il suo compleanno: si trovavano a Sidney, in viaggio di nozze. La foto l’aveva scattata lui stesso. Era la sua preferita, tra le migliaia che aveva scattato nei suoi viaggi. Lei era così perfetta in quella espressione, carpita in un istante. La teneva in ufficio perché lo sosteneva nei momenti di stanchezza. Lo consolava e gli ridava forza pensare alla fortuna di aver sposato una donna così bella, sia esteriormente che interiormente. Sorrise, e riprese a lavorare. Doveva fare in fretta: il fioraio chiudeva alle sei quel giorno, e lui non poteva certo permettersi di tornare a casa senza fiori il giorno del loro primo anniversario di matrimonio! Finì di lavorare quando il sole ormai era già tramontato, ed era rimasta solo la pallida luce del crepuscolo a schiarire il blu cupo del cielo. Sceso in strada, si affrettò per andare dal fioraio: aveva ordinato un grande mazzo di rose rosse. Prese la macchina e cercò di sbrigarsi ad andare a casa, malgrado il traffico – così, pensò, sarebbe forse riuscito anche a farle trovare la

cena pronta e la tavola apparecchiata. Parcheggiò la macchina in garage al solito posto. Ottimo, Bianca non era ancora rientrata. La sorpresa sarebbe riuscita alla perfezione! Aprì la porta di casa, prese un vaso pieno d’acqua e mise in bella vista sul tavolino dell’ingresso il suo prezioso dono per lei. Poi, accese la radio e si mise a preparare la cena. Guardò fuori dalla finestra e vide che una candida luna piena irradiava di luce argentea tutto il cielo. Aveva un’eccitazione addosso che sembrava muoversi sotto pelle, come un brivido emozionante. Tutto gli diceva che quella sarebbe stata una notte speciale! La musica alla radio fu interrotta dalla voce dello speaker che annunciava il radiogiornale delle sette e mezza: << Il portavoce della Sintec – Donald Johnson – società per azioni leader del settore chimico, ha dichiarato il fallimento a seguito della recente crisi che sta coinvolgendo il paese dal Settembre scorso. Sono stimati più di 6’000 disoccupati tra operai e manager d’impresa. Passiamo ora ad altre notizie...>> Paolo si tagliò mentre puliva il pesce: la sua mano aveva tentennato. All’improvviso, quella magnifica sensazione che correva sotto pelle si congelò, rompendosi in una nube di ghiacciato smarrimento. C’era anche lui in mezzo a quei 6’000 operai e manager d’impresa: era rovinato! No, non poteva... non poteva essere... non a lui! Perché? Perché a lui, che aveva abbandonato amici e famiglia per andare a lavorare in quel paese lontanissimo e che si era sacrificato in tutti i modi più umilianti per diventare qualcuno ed arrivare ad ottenere quella posizione di prestigio all’interno dell’azienda? L’unica risposta che poté darsi fu una bestemmia soffiata tra i denti. La rabbia lo assalì d’un tratto. Andò in sog-

disegno di Stefano Facchinetti giorno e, con un colpo secco, calciò il comodino, facendo cadere la lampada che c’era appoggiata sopra. Questo però non lo sfogò minimamente. Fiondatosi sul divano, prese uno dei cuscini e lo scagliò senza riflettere. Subito dopo agguantò l’altro e lo stracciò, strappando via con gusto sadico il suo interno - quasi come se fossero interiora umane. Lasciò cadere la sua preda e, sconvolto, si avvicinò alla porta finestra. Doveva assolutamente prendere una boccata d’aria. Tutto aveva perso di lucentezza – perfino la luce della Luna aveva perso il suo colore argentato, sostituito da un onnipresente grigio pallido. Che mondo infame: fino a qualche attimo prima sentiva di poter toccare il cielo con la punta delle dita ed ora, si ritrovava completamente immenso nel fango! Aprì la porta per andare in terrazzo. Respiro dopo respiro, la rabbia era lentamente scemata via. Una nuova domanda si affacciò: cosa ne sarebbe stato di lui? A questa domanda seppe rispondersi: il giorno dopo sarebbero stati tutti chiamati dal capo per

ricevere la propria condanna inviata via fax da Seattle. Lacrime di disperazione si fecero strada nei suoi occhi: non voleva... non voleva ricominciare tutto dall’inizio, no! Scrivere il curriculum e poi, girare tutta la città più e più volte, senza la benché minima speranza di trovare un posto buono almeno la metà di quello che aveva perso. Si sarebbero dovuti trasferire ma... con che soldi? Giusto un mese fa avevano deciso di comperare quella casa così bella e costosa, spendendo tutti i loro risparmi e aprendo un mutuo con la certezza che, grazie alla promozione di qualche mese prima, lui sarebbe riuscito facilmente a pagare ed invece... altro che trasferirsi: con i miseri ricavi di Bianca si sarebbero potuti sì e no permettere una squallida stanza in un motel! Di lì a poco un problema ben più grave attirò la sua attenzione: come avrebbe fatto a dirlo a Bianca? (fine) Tommaso Ripani tommaso.ripani@sconfinare.net


10 Cultura Glocale

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Febbraio 2009

La danza sul palcoscenico

da “Otango” a “Romeo & Juliet”, il teatro è ancora spazio per il buon spettacolo Finalmente è il turno della danza. Di quella danza che piace a me. Mi ricordo di quando ero piccola, di quando mi arrabbiavo con la televisione italiana per il poco spazio che riservava alla danza. Aspettavo con ansia il primo dell’anno per vedere, assieme con il concerto in diretta dal Musikverein di Vienna, qualche stralcio di balletto classico. E di stralci proprio si trattava, perché il cameraman della Rai amava indugiare prima sul lampadario in cristallo, sugli scaloni in marmo, sulle decorazioni floreali con fiori provenienti da San Remo … poi, finalmente, dopo tanta suspense, una scarpetta! Un braccio in aria! Un tulle svolazzante! Ma mai che si vedesse una ballerina tutta intera. Perché per una bambina appassionata di danza in una città senza teatro, quando ancora internet non esisteva, e con una tv totalmente impermeabile a questo tipo di intrattenimento, le occasioni per veder ballare erano davvero più uniche che rare. Totalmente arresa alla dura realtà dei fatti, negli ultimi anni ho cominciato invece ad assistere fiduciosa al nascere di molti programmi televisivi, con protagonista la danza nelle più svariate versioni. Per poi rimanere nuovamente delusa, perché quella danza da competizione spiccia, da show business, tutta salti e prese, non era, a parte qualche

Lo so, non è un discorso facile cui approcciarsi. Intanto, sgombriamo il campo dagli equivoci: non intendo fare un discorso tecnico, che è, per la gran parte degli studiosi, ormai chiuso. Difatti, già dal ’99 è in vigore una legge per il riconoscimento del Friulano come lingua (sottolineiamo, lingua) minoritaria, in applicazione del principio dell’art. 6 della Costituzione (‘La Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche’). Non mi dilungherò di più sulle questioni giuridiche: fatto sta che il Friulano è stato riconosciuto come lingua dallo Stato italiano, e non voglio discuterne il merito. Voglio, piuttosto, discutere l’uso che di questo riconoscimento se ne fa, e che ben possono intendere tutti coloro che hanno del Friuli un’idea da ‘esterno’, scevro da condizionamenti familiari e/o scolastici. Intendo dire che in Friuli esiste una sorta di ‘condizionamento ambientale’ per via del quale il Friulano è percepito come La lingua. Ma partiamo da un po’ più lontano, e facciamoci una domanda. Quant’è importante la tradizione, oggi? E’ una questione cui ho già accennato, tra le righe, su questo giornale, e alla quale sono molto interessato. La risposta è sì, ovviamente; è, però, un sì molto condizionato. E’ importante se non diventa prevaricazione nei confronti del vicino (vicinissimo) ‘compatriota’ –usiamolo pure, ma è un termine per me obsoleto-, quale potrebbe essere il triestino o il veneto. E’ importante se non diventa arroccamento; un arrotolarsi su se stessi; una fuga dalla modernità; un rifiuto di ciò che rappresenta il ‘diverso’. A differenza di quanto possa sembrare, io non sono nazionalista. Tutto l’opposto. Non è bello parlare di sé

rara eccezione, la danza che avevo imparato con un po’ di snobismo ad apprezzare io. La danza che piace a me è quella che si vede in teatro, con coreografia, scenografia, costumi di scena, con la tensione della “diretta”, ma, soprattutto, con ballerini veri. Ballerini cioè che svolgono la loro professione con professionalità. Cosa non del tutto scontata. E per fortuna, gli ultimi due spettacoli di danza presentati al Teatro Verdi di Gorizia non mi hanno delusa. Due spettacoli completamenti diversi, ma accomunati dalla tematica dell’amore infelice. Il primo era Otango, The Ultimate Tango Show (ideazione e direzione di Oliver Til-

kin & Sabrina Gentile Patti), presentato il 21 dicembre 2008 dalla compagnia belga Artemis Production. Il secondo era invece Romeo & Juliet (da un’idea di Mauro Bigonzetti e Fabrizio Plessi), andato in scena il 10 gennaio 2009 con la Fondazione Nazionale della Danza - Reggio Emilia Aterballetto. Otango proponeva una storia d’amore perduto in un excursus storico e spaziale che da Buenos Aires portava a Parigi, dal primo Novecento al secondo dopoguerra. Sul palco si esibivano non solo i ballerini, ma anche l’Orquesta Otango, con pianoforte, due violini, contrabbasso e bandoneón, e due cantanti argentini: Claudia Pannone e Sebastian Holz. Classici del tango, come La Cumparsita, Milonga de mis amores o Libertango, venivano riproposti in una partitura originaria e accompagnati o inframmezzati dalle voci dei cantanti. Bellissima quella di Claudia Pannone che, con grande padronanza scenica, spesso dominava il palco da sola. Romeo & Juliet utilizzava invece le musiche del balletto classico omonimo di S. Prokofiev per riproporre la storia di Romeo e Giulietta in una versione moderna e astratta. Molte coppie di Romeo e Giulietta ballavano la tragedia imminente del loro amore: vestiti di corsetti in pelle nera o costumi color carne, con un piede infilato in un casco da moto af-

Il friulano non è una lingua! in un articolo, ma preciso soltanto che il mio orientamento è per un’unione federale europea, con poteri politici centralizzati e poteri amministrativi devoluti alle mille ‘piccole patrie’ europee (e quindi i Paesi Baschi, certo la Sardegna, e così via, sino a, se lo vorrà, il Friuli). Non mi si può quindi tacciare di conservatorismo e nazionalismo glotto-culturale. D’altro canto, stando così la situazione, con una pessima percentuale di italiani parlanti una seconda lingua (come Inglese o Francese), mi sembra una questione ridicola quella dell’insegnamento, per fare un esempio concreto, del Friulano nelle scuole. Si tratta, a mio avviso, non di una questione di merito: infatti ho già detto che in quella non voglio entrarci e che, anzi, la questione si sia più o meno risolta; bensì di una questione di principi, direi quasi filosofica se non fosse per la mia profonda insipienza in questo campo. L’idea che mi disturba è infatti l’arroccamento culturale. Finché si parla di protezione e rivitalizzazione del Friulano (come di tutti gli altri dialetti/lingue italiane; su questo punto ritornerò più avanti), sono del tutto d’accordo; come del resto sono contro l’abolizione del Greco persino nei licei classici, idea birichina che è sempre in agguato. Cosa può salvaguardare una cultura (quella greca come quella friulana), se non la sua propria lingua? Lo stesso valore di un termine, il numero dei suoi sinonimi, la sua presenza/assenza nel vocabolario, ogni sua lettera, vocali e consonanti, tutto può parlarci di un popolo, dei suoi costumi, delle sue tradizioni, dei suoi valori. E

questo era il pensiero di un grande cultore della lingua friulana, Pierpaolo Pasolini, che da ottimo scrittore qual era amava perfino il suo suono, il suo ritmo. Questi sono i motivi per cui una lingua, ma anche (forse soprattutto) un dialetto, andrebbero salvaguardati. Ma di questo si devono occupare i linguisti, gli studiosi di etnoantropologia, anche i sociologi. Comunque, gli studiosi. Non i politici. E il guaio del Friulano è che i politici se ne sono occupati fin troppo, lo hanno strumentalizzato e lo hanno distorto; o, meglio, ne hanno distorto il significato. Così, torniamo al principio del nostro discorso. Quello che ho definito ‘condizionamento ambientale’, che porta chiunque sia stato educato in provincia di Udine a pensare al Friulano come La lingua, finalmente riconosciuta. La lingua, alla pari dell’italiano, del ladino e del sardo. Ma qui si sbagliano. Sono lingue riconosciute anche l’Emiliano-Romagnolo, il Ligure, il Lombardo (che risulta parlato anche in Sicilia!), il Napoletano (detto anche Volgare pugliese), il Piemontese (riconosciuto lingua già dal 1981, ben prima del Friulano), il Siciliano…E così via. Nulla di speciale, quindi. La sua particolarità nasce da questo grande equivoco, di questa ritenuta unicità causata dalla politica locale, che ha spinto su questo aspetto (buono in partenza) così importante per la comunità, per operare una disgregazione campanilistica esasperata, e in buona sostanza anche assurda. Prendiamo l’insegnamento delle scuole: perché il Friulano di Udine sì, e quello di qualunque altra comunità no? Che si fa, si

frontavano impegnativi esercizi di equilibrio, a rappresentare il loro destino perennemente in bilico. Entrambi i balletti a tratti provocatori, il primo con un tango lesbo, il secondo con la sensualità molto esplicita dei due amanti, mettevano in scena non tanto una trama vera e propria, quanto i sentimenti che accompagnano l’amore di ogni tempo: la passione, la gelosia, la rivalità, la tragedia incombente. I due spettacoli hanno avuto una riposta diversa dal pubblico. Mentre il primo è stato accolto con grande entusiasmo, il secondo ha incontrato una buone dose d’incomprensione, probabilmente per il modo inatteso con cui un tema molto noto era stato trattato. Ma entrambi sono riusciti a coniugare assieme tutti quegli elementi che fanno della danza uno spettacolo: le coreografie interpretavano la musica; scenografie, luci e costumi andavano d’accordo; i ballerini ballavano. E con un’altissima preparazione. Ma cosa più importante, sono anche riusciti a comunicare qualcosa: sono riusciti a interpretare sul palco la complessità dei sentimenti. Scordatevelo che riesca a farlo anche la televisione. Margherita Gianessi margherita.gianessi@sconfinare.net

insegna una lingua diversa in ogni paese? E ci sono abbastanza insegnanti per farlo? Si capisce che così si finisce nel caos. Si ritorna al solito discorso dei cartelli in dialetto, sparsi per il Nord leghista: fuori da ogni ironia, il significato di quei cartelli mi fa tristezza. Il Friulano sbandierato come ‘Totem anti-altro’ mi fa tristezza. Non è un caso che questa del Friulano sia una questione tanto particolare, perché è stata indotta dall’esterno, da una politica furba e disgregatrice. Un fattore così importante, cioè la lingua/dialetto (la differenza, sul piano politico, per me non esiste: abbiamo visto come anche parlate considerate ‘dialetti’ siano in realtà ‘lingue’), diventa semplice, ottuso e controproducente particolarismo. Ed è contro quest’ultimo che mi batto; ed ecco perché, provocatoriamente e al di fuori da qualunque discorso tecnico-glottologico, dico: ‘Il Friulano non è una lingua, ma un dialetto!’ Permettetemi una piccola postilla. Ho tralasciato volontariamente di parlare della ragione più comune (ma anche, scusatemi, la più stupida) che viene addotta per giustificare la definizione di ‘lingua’ per il Friulano: ‘Se mi metto a parlarla, tu non mi capiresti!’ Cosa, questa, che avviene in realtà per qualunque altro dialetto (ma questa obiezione solitamente viene zittita dalla faccia profondamente offesa dell’interlocutore friulano). E allo stesso modo di quasi tutte le parlate d’Italia, che però non hanno subito la stessa strumentalizzazione del Friulano, e sono tutelate senza rumorosi e prepotenti strepiti di tromba. Francesco Scatigna (francesco.scatigna@sconfinare.net)


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A tutte dimensioni. Arriva il cinema 3D Sembra lontano il momento in cui sul grande schermo qualcosa ha iniziato a muoversi. Poi si sono sentiti i primi rumori, anni dopo timidamente le prime macchie di colore, e poi via con un crescendo di dolby surround, filtri da cinepresa, effetti speciali, computer grafica... Il cinema non finisce mai di intrattenerci e di stupirci con nuove, mirabolanti – e generalmente costosissime – sorprese. Oggi anche l’ultima frontiera, quella dello schermo bidimensionale, è stata abbattuta e i film stanno letteralmente entrando nella sala di proiezione. Sicuramente tutti ricordano con affetto i vecchi occhiali stroboscopici con le lenti rosse e blu che permettevano di vedere fotografie, generalmente in bianco e nero, con un effetto di profondità tridimensionale. In effetti, studi sulla tecnologia 3d esistono fin dagli anni venti. Sino ad ora i risultati erano stati piuttosto insoddisfacenti: gli occhiali con le lenti colorate alteravano le cromie delle immagini e quelli con le lenti trasparenti provocavano forti emicranie e senso di nausea. Oggi la ricerca ha finalmente messo a punto una tecnologia che non distorce la percezione dei colori e non obbliga a masticare travelgum durante la proiezione. Ricordo ancora una visita al museo della Scienza e della Tecnica di Parigi nel 2000, durante la quale alla Géode proiettavano per la prima volta un corto-

Questo mese vi parlo di due film. “Il giardino di limoni” di Eran Riklis - regista anche de ” La sposa siriana” - racconta di una donna palestinese qualsiasi, Salma, una vedova, che vive nella sua casa in Cisgiordania da sempre, devota al giardino di limoni che ha coltivato assieme al padre e al marito. Sfortunatamente vive proprio sul confine con Israele. Il giorno in cui il ministro degli Esteri israeliano prende casa proprio davanti al suo limoneto, comincia l' Odissea della donna. Le viene notificata l' intenzione del governo israeliano di sradicare i suoi alberi di limoni, perché questi rappresentano un pericolo per il ministro e sua moglie, visto che potrebbero nascondere terroristi. Ma il volere del ministro si scontra con la determinazione di Salma: la questione viene portata in tribunale. Il giovane avvocato della donna, richiamando l' attenzione dei media internazionali, riesce ad impedire l' abbattimento degli alberi. Film leggermente controverso. Se andrete a vederlo (forse al Kinemax uscirà tra un po' tra le serate dei film d' autore) capirete quello che sto per dire. Non è un caso che il film sia stato finanziato dalla Israeli Film Commission; i principali personaggi, ovvero Salma e il ministro Avon, che inizialmente incarnano

metraggio sulla storia del cinema tridimensionale. Senza occhiali l’immagine risultava sfocata e piena di ghost, ma indossando le lenti l’effetto era davvero straordinario: le figure uscivano realmente dallo schermo percorrendo tutta la sala e rimanendo sospese a mezz’aria davanti a una folla incredula che cercava di acchiapparle con le mani. Ironizzando sulla storia del cinema, il filmato proponeva la celebre locomotiva dei fratelli Lumière che fece fuggire dal panico gli spettatori che credevano di essere investiti. La versione 2000 trasformava la locomotiva in un modello tridimensionale al computer e lo proiettava, grazie all’effetto degli occhiali, di gran carriera verso il pubblico. Pur conscia della finzione della proiezione tutta la sala urlava per lo spavento. Da allora il cinema tridimensionale ha iniziato a farsi strada a passi sempre più decisi. I primi ad adottare questa tecnologia sono stati i grandi parchi divertimento che, approfittando della grande disponibilità di risorse si possono permettere tecnologie costose e all’avanguardia. Quando alla Géode la proiezione stroboscopica era presentata come l’ultimo ritrovato della filmografia, Disneyland già offriva un cinema dinamico con occhiali 3d e seggiolini in movimento. Molti altri parchi tematici, anche in Italia, hanno seguito questa moda e si sono attrezzarti con cortometraggi tridimensionali.

Quest’anno finalmente la tecnologia stroboscopica arriva anche sul grande schermo con due titoli di nuova uscita che la redazione di Sconfinare non si è certo persa. “Bolt”, l’orripilante animazione della Walt Disney che narra le vicende di un cane che si crede superdog ma scoprirà che non servono super poteri per essere veri eroi – voto della redazione: inguardabile – e “Viaggio al centro della Terra”, il primo lungometraggio integralmente filmato con la doppia telecamera, tratto dall’omonimo romanzo di Verne. Un divertente Brendan Fraser nei panni del geologo incompreso si ritrova a viaggiare alla scoperta di un mondo sepolto a migliaia di miglia all’interno della superficie terrestre. Molte scene assolutamente inutili per lo svolgimento della trama sono state girate solo per far sfoggio di effetti speciali in tre dimensioni ma nel complesso la pellicola è gradevole. E la moda del 3d si sta imponendo in maniera sempre più ferma: la Pixar ha deciso di investire massicciamente in questo settore ed ha già in forno nuove animazioni stroboscopiche come “Mostri VS Alieni”. Anche il capolavoro di Burton “Nightmare Before

Recensioni: “Il giardino di limoni” e “Delta” gli archetipi del buono e del cattivo, tendono in modo poco percettibile a cambiare ruolo nell' arco della proiezione. La palestinese, da povera donna vittima di un' ingiustizia, finisce per diventare la "solita araba incontentabile", mentre il ministro, da animale insensibile, si umanizza e quasi si prova compassione per quel personaggio che verso la fine cerca di redimere la propria colpa di doversi comportare da israeliano. Dopo aver tanto lottato da una parte per sradicare gli alberi, dall' altra per difenderli, sul confine viene calato un muro che impedisce la vista dei rispettivi territori: il ministro, guardando il muro, si commuove e sembra scusarsi per le brutalità commesse a quella donna che oltre il muro lo guarda in cagnesco. Un' inversione di ruoli che proprio non condivido. Come dice Zulawski, un film è bello in base alle emozioni che ci trasmette. È quindi personale, come personali sono le meditazioni che vi facciamo dopo averlo visto. Di ritorno dal Trieste Film Festival, vi consiglio “Delta” dell' ungherese Kornél Mundruczo. Passato quest' anno al

festival del cinema di Cannes, è transitato al Trieste Film Festival in anteprima italiana. Un giovane fa ritorno al paese sul delta del Danubio dove aveva vissuto da bambino. Un luogo isolato e selvaggio dove gli viene presentata la sorella di cui ignorava l' esistenza. Il ragazzo si stabilisce nella capanna che un tempo era stata di suo padre e decide di costruire una palafitta in mezzo all' acqua dove poter vivere lontano da tutti. Sua sorella, una ragazza fragile e timida, lo segue e lo aiuta nella costruzione della loro casa. Tra i due si instaura un rapporto fatto di estrema naturalezza e complicità, qualcosa di più che un rapporto tra fratello e sorella. Nella bellezza dei paesaggi del Parco del Delta del Danubio, i due ragazzi sono così belli nella loro esistenza, soprattutto in confronto alla bestialità della gente del paese, ubriaconi e molesti, che non vedono di buon occhio la relazione tra i due. Quando, un giorno, il giovane pesca una grossa quantità di pesce, i due decidono di dare una festa ed invitano gli abitanti del paese. La festa diventa il motivo scatenante di tutta la rabbia repressa degli invitati; diventa una spedizione pu-

Cinema

Christmas” è stato ‘rimasterizzato’ in tre dimensioni e perfino gli antipatici bimbi spia hanno avuto il terzo episodio della loro saga in tre dimensioni “Spy Kids 3-d. Game Over”. E’ arrivato quindi il momento di abbandonare il vecchio schermo ad assi cartesiani e cominciare a pensare a tutto tondo, il cinema ormai cammina verso frontiere nuove in cui l’interazione con la platea non potrebbe essere più diretta e reale. Francesco Gallio francesco.gallio@sconfinare.net

nitiva nella quale la ragazza viene violentata (e forse assassinata) e il ragazzo accoltellato a morte. Dice il regista: "Piuttosto che parlare di una deviazione sessuale, quello che mi interessava era arrivare a capire il genere di libertà che permette a una persona di trascendere la regola. Al cuore della storia non c' è l' incesto, bensì il coraggio che ci vuole per accettare un' attrazione naturale, anche se questa rompe con le convenzioni. La cosa veramente intollerabile è che esistano persone che credono di potersi arrogare il diritto di condannare chi esce dalla norma". Un film stupendo, quasi epico. I due giovani sanno bene che non vale la pena lottare per il bene all' interno della società; è probabilmente per questo che si ritagliano il loro angolo personale lontano da tutti, in un luogo così sperduto e irraggiungibile. Ma c'è chi, per invidia e arroganza, a costo di remare controcorrente, è sempre pronto a fagocitare ogni fremito di libertà pur di ottenere il primato. Su cosa? (Visto che mi firmo e metto la mail: se avete visto, avete intenzione di vedere o non vedrete mai questi film ma volete commentare fatelo pure. Sarà cosa molto gradita) Alessandro Battiston schlagstein@gmail.com


12 Cinema Tarda serata del 28 dicembre, siamo all’ingresso del cinema e osserviamo lo schermo su cui vengono proposte le varie programmazioni della serata: la scelta è rapida e avviene, come d’abitudine, per via negativa. Escludiamo a priori tutto quel cinema pseudo-gogliardico e troppo commerciale che ha il piacere ogni anno di invadere le sale cinematografiche della nostra Italia, soprattutto durante le feste, soprattutto se sono quelle natalizie. Tra le poche possibilità rimaste la nostra scelta cade subito sull’ultimo film di Salvatores: Come Dio comanda. Non voglio annoiarvi, lettori, sia che siate una giovane o un giovane studente universitario immerso nella preparazione degli esami, sia un simpatico e raro affezionato di Sconfinare autoctono e residente nella città di Gorizia, con la trattazione della trama. Per questo mi affido al vostro livello di cinefilia e di frequenza delle sale di proiezione. Vi vorrei piuttosto rendere partecipe di alcune, perdonate la mia presunzione, considerazioni emerse dopo la visione del suddetto. Due sono gli aspetti che più mi hanno colpito: la descrizione del paesaggio e della società, pur nei limiti della rappresentazione, del nostro caro e vicino Nord-Est, e le peculiarità che contraddistinguono ciascuno dei personaggi. Una compagine regionale, la nostra, in cui forte appare la sviluppo, l’impegno e l’operosità dei suoi abitanti, che però non sono stati altrettanto capaci di accompagnare questo sviluppo meramente economico ad

Musica Due anni fa (magari c’è pure chi l’ha letta) qualcuno tra noi lanciò la proposta d’una pagina commemorativa per il decennale della sua morte. Ci mettemmo tutti all’opera entusiasti. L’anniversario, in realtà, non c’entrava per nulla (tra le altre cose, era pure maggio). Ma non ci importava poi molto. Anche perché, a ben vedere, i più furbi siamo stati comunque noi, anticipando di due anni tutti gli altri. Scusate se è poco. Perché Bob Dylan, a dieci anni dalla sua scomparsa, significa davvero tanto per ognuno di noi. Guardate quanta attenzione gli hanno dedicato tutti quanti, ultimamente. Domenica sera ho smesso di osservare le nuvole e mi sono guardato il servizio, tanto in seconda serata non c’era niente di meglio. Hanno parlato in tanti, ma nella festa generale nessuno s’è fatto male. La sua città natale, innanzitutto. Lì in molti sono convinti di vederlo ancora passeggiare ogni tanto, è sempre vivo con quei suoi orribili capelli e l’aria triste ed emaciata, e Jim Morrison ogni tanto gli porta un croissant da Parigi (nemmeno lui sa ancora se morire sul serio). L’illustre suo cugino De Andrade, proprietario di un cannone nel cortile di Piazza Alimonda, indica alle passanti il ritratto di Dylan Thomas appeso da anni alla

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Come Dio comanda una viva e decisa crescita sociale e direi anche ad una maturità mentale e relazionale dei suoi fautori. Con la devastante conseguenza che molti settori e sempre più ampie fette della nostra società non sono riuscite e tutt’ora non riescono a prendere parte a questo lauto e ricco banchetto. Così si viene a creare una nuova borghesia che, nonostante si senta forte sul piano delle conquiste e dell’operosità, ha dimenticato di saper vivere e affrontare le più vicine tematiche di povertà affettiva e culturale che la investono. Emblematiche sono scene come quelle del funerale della giovane Fabiana o dell’incontro tra Rino e il suo vecchio datore di lavoro, troppo preoccupato al mero guadagno, tanto da dimenticare di avere alle dipendenza degli esseri umani e non delle macchine. A questo mondo, malato al suo interno, ma limpido, se osservato dal di fuori, si contrappone l’esistenza di Rino, del figlio Cristiano e del ritardato Quattro Formaggi, splendidamente interpretato da Elio Germano, che pur apparendo in tutta la loro difficoltà e desolazione di esclusi dal resto della società, sanno far valere e contemplare gli ideali di amicizia, di sacrificio e di vero amore che li unisce, soprattutto tra padre e figlio. Tanto da poter ottenere, agli occhi dello spettato-

re, quel riscatto e quella riabilitazione che cancella o se non altro smorza i loro crimini, che restano sempre atti da condannare, ma

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che dimostrano un attaccamento alla vita e un’autentica vitalità che non si dà mai per vinta, che sa affrontare le fatiche di ogni giorno, e che il resto della società ha ormai irrimediabilmente perso e abbandonato. Francesco Plazzotta francesco.plazzotta@sconfinare.net

Dieci anni passano in fretta (ma non chiedetelo a Penelope)

parete: “entrò un mattino e lo vide, e decise così di cambiare il suo nome, senza essere troppo sbronzo del resto”. Crede proprio che la cittadinanza gli dedicherà un monumento, giusto all’entrata di Via Della Povertà. Lo ritrarranno incatenato con la sua armonica eternata in un ultimo sol di libertà. Nonostante le polemiche, pare che la scelta della frase per la lapide cadrà sull’immortale “mi cercarono l’anima a forza di botte”. Alla TV hanno intervistato tutti coloro che più gli furono vicini. Il Ghiro Deziz e Zio Bafri Renedda ricordano con affetto e un pizzico di lacrime il piccolo Bob che, stanco dei suoi Lego troppo borghesi, apprende a suonare la chitarra perché in effetti Mr. Tambourine è già morto tra i papaveri della guerra, qualcuno deve pur scriverci una canzone ed io mi sono stancato di questa città di minatori e della loro società-bene dai capelli corti. Anche tutti i suoi amori più celebri lo hanno pianto, e tra loro lei: Joan Baez, che non lo ha mai capito, e che invece avrebbe desiderato tanto dei diamanti, almeno una volta.

I suoi amici sardi hanno intonato un coro sul motivo di Brigante se more, superbamente riarrangiato dalla “E No, Mai Carpire Fra Martino”. Che bella festa gli hanno dedicato, pensavo, ed intanto il Presidente concludeva la celebrazione dicendo che Bob Dylan tiene ancora alto il nome dell’italianità nel mondo. La Patria, voi capirete sicuramente.

Se non fosse stato cittadino italiano, l’avrei naturalizzato immediatamente. Si fa presto a farne un mito, e lui se l’è meritato, spegnendo la tele ero quasi sollevato. Anche se Bob Dylan non ascoltava Bob Dylan. Bob Dylan ha preso quello che di meglio poteva trovare in giro, poesie e canzoni e droghe varie, fino a fare qualche cover di Cohen o di Brassens, lo ha rielaborato ed è andato un poco più avanti. Un giorno qualcuno farà altrettanto con lui, perché in fondo, in-fondo-in-fondo, i maestri servono solo per essere uccisi. Però povero Bob Dylan, mi chiedo se qualcuno lo consoli in paradiso, dev’essere tutto una noia pazzesca perché i tipi più lungimiranti sono finiti tutti all’inferno, e mi sa che lassù non c’è una chitarra nemmeno a dannarsi l’anima. Rodolfo Toè rodolfo.toè@sconfinare.net


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Ero molto più curioso di voi “Amico fragile, in Volume VIII. 1975

l’unica canzone autobiografica di De Andrè, scritta da solo, in una notte, con molto alcol tra le vene. Da qui bisogna partire per capire, o almeno parlare seriamente di Fabrizio De Andrè. Poi pian piano, aggiungere altri tasselli. Le musiche oniriche di Amico fragile accompagnano tutto quello che De Andrè ha scritto e cantato nella sua vita, i temi ricorrenti e quello che sembrava essergli più urgente: svelare l’ipocrisia, la speranza in una nuova umanità e dunque il bisogno di cantare e dar voce agli ultimi della terra, una visione del cristianesimo depurato dalle sovrastrutture della chiesa, l’amore e la politica. Tutto questo era Fabrizio De Andrè, morto dieci anni fa lasciando un tangibile vuoto. Oggi la nostra Italia - dalla memoria corta, culturalmente lenta e conservatrice - ha dedicato 88 luoghi, tra piazze, scuole e teatri al genovese, che credo se la rida quando pensa che la sua musica è una di quelle poche cose che tiene assieme noi italiani: fine curiosa per un anarchico. La sua vita musicale è stata influenzata da elementi diversi. Ha contribuito Genova, il mare e le mulattiere che lì vi arrivano(creuza de Evaporato ma), l’amore per le in una nudonne, e ovviamente il caso. A sei esami vola rossa dalla laurea in legge abbandona una pos- in una delle sibile carriera da avvocato, quando trova molte feriil successo musicale toie della grazie all’interpretazione di “Marinella” notte con di Mina, dirà: “Se una voce miracolo- un bisogno sa non avesse interpretato nel 1967 La d’attencanzone di Marinella, zione e con tutta probabilità avrei terminato gli d’amore studi in legge per dedicarmi all’avvoca- troppo, tura. Ringrazio Mina per aver truccato le “Se mi vuoi carte a mio favore e bene piangi soprattutto a vantaggio dei miei virtuali “, per esseassistiti”. Inizia a scrivere e re corrispocomporre, collabora con Piovani, De Gre- sti... gori, Bentivoglio e Cohen, traduce Dylan e Brassens, mette in musica “l’antologia di Spoon River”, arrivata in Italia grazie alla traduzione della Pivano. Partecipa alla contestazione del 1968, segue il maggio francese, nel 1973 esce “storia di un impiegato”, irride l’ipocrisia borghese e condanna le degenerazioni dei violenti. Fa ridere leggere oggi le inchieste dei servizi segreti italiani di quegli anni che lo volevano vicino al terrorismo di sinistra, arri-

E’

Fabrizio De Andrè

Come la musica ti cambia la vita

tri, solo, limitato; in cui venivi sopraffatto dall’angoscia e dal desiderio di essere altro rispetto a quello che eri, di essere “come loro”, almeno una volta; se in tali momenti di abbandono sei riuscito, forse non a vederti parte di un tutto, quello no, ma se non altro, a sentirti orgoglioso di essere minoranza. Se sei riuscito a rimanere com’eri, a non cedere, a non lasciarti trascinare dal flusso, sempre “in direzione ostinata e contraria”; o se almeno ci hai provato. Se hai avuto le motivazioni necessarie per non abbatterti, e se alla fine sei riuscito a conoscerti meglio, ad accettare i tuoi limiti, a non sopravvalutare i tuoi punti di forza. Per questo, sei presente anche tu nel momento in cui il porto di Genova saluta il suo figlio prediletto; ti unisci al grido di quella sirena, e senti come se l’Italia tutta si fermasse per un secondo, trattenendo il respiro. E allora, decidi all’improvviso di scrivere quello che senti in quel momenOra, ti to, di liberare il flusso di pensieri che ti acrendi solo compagna da sempre, che solo ora si è conto del ma fatto veramente chiafatto che, ro. Ti sfiora per un atticome te, mo il dubbio che tutto ciò sia un po’ troppo molte altre esagerato, che non altro che un futile persone si sia esercizio di retorica sono viste dettato dall’emozione e dalla ricorrenza; stravolgere dopotutto, si tratta solo di un cantante. la vita da Ma accantoni questo per il moFabrizio De dubbio, mento: ne riparlereAndrè, e mo domani, dopodomani, forse, a mente che l’Italia più fredda e distaccata. Ora, ti rendi solo di oggi si è conto del fatto che, te, molte altre data un im- come persone si sono viste maginario stravolgere la vita da Fabrizio De Andrè, collettivo e che forse l’Italia di oggi, nonostante tutgrazie a lui te le frustrazioni e il malgoverno, si è data un immaginario collettivo grazie a lui. E allora, sorge in te la speranza che, forse, nulla è ancora perduto. Giovanni Collot giovanni.collot@sconfinare.net

vando a sospettare che la tenuta acquistata in Sardegna sarebbe servita come base per una comune. Era il 1973 ed erano altri tempi, oggi questa storiella non può che unirsi alla schiera di barzellette sulle forze dell’ordine. Lui in Sardegna c’era andato per cercare ragioni profonde dell’essere e, neanche i 117 giorni di sequestro faranno diminuire il suo amore per quella terra: dei sardi dirà che come i pellerossa sono un popolo orgoglioso, fiero delle tradizioni e vittima della “civiltà”. Qualche sera fa, su Rai3 Fabio Fazio ha presentato un programma(di 3 ore,3!) dedicato al cantautore genovese-dovrà pur servire a qualcosa pagare il canone Rai!-, era presente anche la seconda moglie di De Andrè, Dori Ghezzi. Sorrideva, ringraziava e canticchiava ma, non ha ceduto ad un’emozione, una qualunque manifestazione non controllata, difficile in una serata nella quale tutti avevano gli occhi lucidi. Non credo fosse triste per la perdita del compagno, sembrava semplicemente assente, distante da quanto le accadeva intorno. De Andrè prima di tutto non è un rito collettivo, è qualcosa di più profondo che ognuno segue col proprio pensiero, credo Dori Ghezzi volesse significare questo l’altra sera. Non dobbiamo cadere nell’errore di volerne fare un’icona, cercando di santificarlo, almeno per amore di verità, era estremamente umano, sapeva godersi la vita, era piuttosto pigro e per nulla al mondo avrebbe perso una partita del Genoa calcio. Era un uomo dalla smisurata sensibilità , ascoltandolo ci si può riavvicinare all’umanità, alla parte più profonda di essa, sfiorare la verità e ignorare la meschinità del quotidiano. Questo era Fabrizio De Andrè, grande poeta che oscilla tra umano e sublime. Federico Nastasi federico.nastasi@sconfinare.net

… E poi

ti trovi a vent’anni a guardare rapito uno speciale televisivo su Fabrizio De Andrè, e ti rendi improvvisamente conto che forse buona parte di quello che sei oggi lo devi a lui, alla sua musica. Capisci come la tua sensibilità si sia modellata come cera sulla sua; come dagli anni dell’adolescenza interpreti ciò che ti succede attraverso le sue lenti. Come le sue rime si siano scolpite indelebilmente nel tuo subconscio, o in qualche altro posto lì in fondo, e come tu abbia conosciuto e catalogato la tua vita mediante esse. E allora, cominci a pensare che forse è anche grazie a lui se sei sempre stato mosso a pietà e a commozione dai deboli, dagli umili, dagli emarginati, se in fondo senti battere anche in loro, “Anime Salve”, la luce fioca della dignità umana; se non li vedi in nessun caso colpevoli, ma solo vittime. E forse, è anche grazie a lui se ancora oggi non puoi evitare di incazzarti quando vedi un’ingiustizia, se non riesci mai a dire “c’est la vie, chérie”, se non riesci ad accettare che il mondo vada diversamente da come credi esso debba andare, da come senti che potrebbe andare. Ed è forse anche grazie a lui se, in fondo in fondo, dopo aver studiato, analizzato a fondo, compreso e ripetuto tutte le motivazioni che la possono scatenare, quello che ti rimane, e che vedi in una guerra, è soprattutto il lamento di un padre che piange la piccola morte del figlio maciullato, e il grido senza voce di una medaglia al valore militare. Questa visione può essere distorta e limitata, ma è più forte di te, e sai che dovrai conviverci sempre; è un tuo limite, e una tua forza. E soprattutto, ti trovi a pensare che forse è anche grazie a lui se nei numerosi momenti di sconforto avuti negli anni bui dell’adolescenza, in cui ti sentivi diverso dagli al-


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Incontro europeo di Taizè a Bruxelles Un’esperienza di condivisione aperta a tutti

Taizé è una comunità cristiana ecumenica fondata nel 1944 da un prete svizzero, Frère Roger. Immagino che a questo punto, per il 75% dei lettori, l'interesse verso quanto sto per raccontare sia già drasticamente diminuito: se tuttavia ve la sentite di continuare, spero di potervi dimostrare che ancora una volta le apparenza ingannano. Lo spirito che ha sempre animato il fondatore della comunità di Taizé, ucciso da una squilibrata il 16 Agosto 2005, è stato quello della condivisione e della comunione, innanzitutto fra le varie confessioni cristiane: proprio l'ecumenismo è la caratteristica principale di questa comunità, ciò che la rende diversa da tutte le altre comunità cristiane. Nel minuscolo paesino di Taizé, dove ha sede la comunità, per tutto l'anno migliaia di giovani da tutto il mondo si ritrovano per meditare e pregare: infatti l'altra caratteristica peculiare di questa comunità è il forte legame con i giovani, interlocutori privilegiati della logica ecumenica, che dà molto più peso agli elementi di unione che non a quelli di divisione. È ovvio quindi che una visione simile sia più vicina a noi giovani, specie europei. Proprio ai giovani europei si rivolge l'Incontro europeo dei giovani di Taizé, che si svolge ogni anno, dal 28 Dicembre al 1 Gennaio, in una grande città europea. Quest'anno si è svolto nella capitale d'Europa, Bruxelles, che ha accolto tutti i 40000 partecipanti con temperature oscillanti tra -8° e 0° e un tasso di umidità del 90% (!!!), ma anche con generosità ed efficienza. Prima di continuare, è meglio ribadire un dato fondamentale: partecipare agli Incontri Europei comporta la rinuncia al Capodanno con i soliti amici. So che a molti questo potrebbe sembra-

re una perdita intollerabile, un sacrificio di enormi proporzioni, ma personalmente, dopo 7 incontri consecutivi, posso dire tranquillamente di non essermene mai pentito. Il costo totale è sempre inferiore ai 200€ (viaggio, vitto e alloggio per 5 giorni) e solitamente il viaggio si fa in corriera ed è quindi estremamente lungo e scomodo. Una volta arrivati, si viene smistati nelle varie parrocchie che hanno dato la loro disponibilità a trovare gli alloggi per i “pellegrini di fiducia”: la maggior parte delle volte si è ospitati dalle famiglie, oppure nelle palestre e nelle scuole (quando la città si presta a una visita turistica a bassissimo costo e quindi attira orde di persone non del tutto in linea con lo spirito dell'incontro). L'accoglienza nelle famiglie forse limita la possibilità di fare festa senza limiti, ma è la maniera migliore di conoscere la vita e i popoli degli altri paesi e può rivelarsi un'esperienza bellissima, e comunque sempre sorprendente. La giornata-tipo dell'incontro prevede la colazione in famiglia o nella scuola/palestra,

Il 10 dicembre si ricorda la morte del chimico svedese Alfred Nobel, il Papa San Milziade, la Madonna di Loreto, la morte di Pirandello ma la nascita dell’ambigua showgirl Eva Robin’s e l’uscita del xbox 360 in Giappone. Dovere di cronaca mi costringe a rimandare tutto ciò ad ulteriori successivi articoli e approfondire oggi ciò di più celebre e di maggiore importanza: l’anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo che nel 2008 ha compiuto i suoi 40 anni. Se l'articolo 2 ricorda che ad ogni individuo spettano tutti i diritti e tutte le libertà senza distinzioni di razza, di colore, di sesso, etc allora il quadro è più chiaro e capisco perché proprio questo ghiotto 10 dicembre la comunità, col nome tecnico, LGBT (Lesbiche Gay Bisessuali e Transgender) statunitense ha indetto uno sciopero di cui Wikipedia ancora non ha preso nota negli eventi del giorno ma che è da segnare del calendario della lotta per i diritti civili dei gay. Il Day without a Gay è stato pensato in reazione al referendum californiano del 4 novembre che impedisce di fatto nello stato i matrimoni tra persone dello stesso sesso. E questo è il principio. Le motivazioni che comunque hanno spinto gli omosessuali d’America a scioperare e quindi a darsi non malati, “call in sick”, ma “gay” appunto,sono molteplici, slogan che canzona una legge in realtà in disuso ma tuttora vigente in alcuni stati degli Usa per cui un datore di lavoro è legittimato a licenziare un dipendente perché gay. Così lo sciopero dal lavoro e anche, cosa non meno importante, dai consumi è iniziato all'alba di questo freddo mercoledì arcobaleno che ha visto moltissimi gay disertare il proprio posto di lavoro per seguire il consiglio, immagino, del

Gay d’America, unitevi e scioperate!

la preghiera del mattino nella parrocchia e gli incontri in piccoli gruppi con gli altri giovani della propria parrocchia. In questi incontri è richiesto di meditare la “Lettera” dell'incontro (scritta dal capo della comunità, Frère Alois) ma ovviamente la discussione è libera: è un'ottima occasione per esercitare il proprio inglese e conoscere ragazzi di altre nazionalità. Finiti gli incontri, ci si dirige alla Fiera della città, allestita per accogliere le preghiere e i pasti: pranzo e cena, consumati seduti per terra nei padiglioni della Fiera, sono seguiti dalle preghiere sullo stile di Taizé, i momenti centrali del “pellegrinaggio di fiducia”. La preghiera di Taizé è molto particolare e consiste in canti di ogni confessione cristiana, ognuno ripetuto a lungo, una meditazione dei Fréres e 10-15 minuti di silenzio: è un momento molto bello, anche per chi, come me, nella vita di tutti i giorni dedica ben poco tempo alla preghiera e alla meditazione. Non capita tutti i giorni di stare a cantare e a fare silenzio (quasi perfetto) assieme ad

Stile Libero

altri 10000 ragazzi, e sono momenti preziosi per pensare a tutto ciò che durante l'anno si trascura o si nasconde dietro altre preoccupazioni. L'Incontro di Taizé è un'esperienza che potrebbe non piacere a tutti, ma è sicuramente unica e originale. Permette di scoprire da un punto di vista assolutamente inusuale la vita di altri popoli, di stringere relazioni che sono spesso di una intensità e autenticità sorprendenti, anche quando non vanno avanti dopo l'incontro. Aiuta a vivere in maniera diversa per qualche giorno, lasciandosi temporaneamente alle spalle i pesi della vita quotidiana per potersi concentrare meglio su sé stessi e sulle persone intorno a sé. Ricorda l'importanza della condivisione e dell'apertura verso gli altri, perché le barriere culturali cadono fin troppo facilmente quando si condividono ogni giorno le stesse cose e lo stesso spirito. Ma soprattutto, ogni volta si ritorna a casa esausti e felici, con tutti i ricordi di amicizie, incontri, abbracci e canti ancora freschi, e con un atteggiamento positivo e prepositivo, che aiuta a rendere meno traumatico il ritorno al lavoro e allo studio! Federico Faleschini federico.faleschini@sconfinare.net Informazioni pratiche: l'iscrizione passa attraverso i gruppi locali che organizzano gli incontri di preparazione e hanno i contatti con la Comunità; nel caso del FVG il gruppo di riferimento è il “Gruppo '89” (http:// www.gruppo89.org/); siccome hanno anche i contatti degli altri gruppi italiani, potete chiederli a loro.

Lo sciopero in risposta al referendum californiano

pensionato per strada che alla vista di paillettes dei gaypride gridò “andate a lavurà”, i gai amici ci sono andati sul serio donando le propria giornata off ad associazioni di volontariato di ogni genere che facilmente potevano inserirsi nella lista del sito www.daywithoutagay.org. Sì, il movimento era ben organizzato con un sito web dalla grafica semplice ed accattivante: sfondo nero con una mano arcobaleno, colore e marchio del movimento, che impugna la cornetta del telefono e dice “call in gay”; una mail per le associazioni di volontariato che rispondevano all’offerta di aiuto, e poche ed efficaci righe incentrate su cosa succedeva e perché, nessuna retorica e vittimismo, poco spazio alla polemica o all’esagerazione, insomma uno perfetto stile

Armani, per nulla eccessi alla Dolce&Gabbana. Quando presi coscienza di questa data da un programma radiofonico la mia mente cominciò a immaginare cosa significasse economicamente una cosa del genere: se tutti i gay degli Stati Uniti di ogni fascia lavorativa, di ogni sesso, di ogni età scioperassero e non comprassero nemmeno uno Starbucks per un giorno, quanto si bloccherebbe il paese? Il Day Without Immigants nel 2006 non bloccò il motore statunitense ma sicuramente creò dei forti rallentamenti… ma per i LGBT è diverso, continuavo a pensare, in fondo essere gay non significa appartenere ad una nazione o una categoria: il capo d’azienda, il rettore, il tassista, il metalmeccanico e il medico, sono tutte

LIPPI: NON CI SONO GAY NEL CALCIO

vignetta di Stefano Facchinetti

posizioni chiave diverse con ruoli diversi che possono essere uniti da qualcosa di trasversale, allora se si mettessero tutti d’accordo insieme e compattamente, quale shock subirebbe la vita quotidiana di ogni cittadino? Ho immaginato risultati apocalittici. Poi in realtà la trasversalità, la diversità di interessi, di ambienti e di bisogni, ha portato ad un risultato diametralmente opposto. La partecipazione è stata definita “spotty”. Un flop? No, gli organizzatori commentano dicendo “Thank you for not punishing 100% of America with an economic meltdown because of what just 52% of California did not understand on November 4th” e sottolineano i due risultati che volevano ottenere: sensibilizzazione e visibilità da una parte, e rispondere a referendum antigay con un'iniziativa invece di amore e volontariato dall'altra. Forse è l'arte di vedere il bicchiere mezzo pieno, o forse è semplicemente poco realistico pensare che siano una categoria compatta che possa realmente essere rappresentata da una sola richiesta, da una sola opinione e una sola croce nella scheda elettorale (spesso non sono i diritti civili ciò che spinge un gay a votare chi li promette in campagna elettorale). Ci sono evidentemente interessi più forti, o solo esigenze più importanti – infatti molti sono i blog a parlare di un'iniziativa elitaria, lanciata solo da e per chi si può permettere di rischiare un licenziamento per una giornata d'assenza giustificata da un call in gay. E in Italia? Solo una manifestazione di fronte all'ambasciata americana, macché scioperi. In fondo ricordiamoci che “c'è la crisi”. Gabriella De Domenico


II

Sconfinare

Pas poln krvi Težaven poklic orožja

Februar 2009

Beli fosfor, navodila za uporabo

Gaza City in Khan Yaunusa in se med razvalinami. Letalski izvizačelo delo zaplembe orožja ter di, ki skušajo odkriti tarče ali pa uničenja predorov pri Rafah. preprosta telefonska sporočila Izraela namenjena palestinskim prebivalcem, ki jih obveščajo naj zapustijo območja v bližini tarč, ne morejo popolnoma zagotoviti ‘kirurgizacijo’ vojne. Osebe, ki se premikajo v 200 metrih v bližini boja, niso razločne kot civili ali kot gverilci. Scenarij vojne je zapletena mestna gverila, katere značilnosti sta stalna nevarnost pri vsakem vogalu in spopadi od hiše do hiše, ki ne omogočata uporabo težkega orožja. Poleg vsega Gaza je gosto obljudeno območje, kjer se skriva sovražnik, ki večkrat ga ni lahko razlikovati od civilov in se ne boji uporabljati civile kot žive ščite. To je tragedija, ki se ne doseže samo s tem, da se postavi civile v središče boja, temveč tudi s tem, da se spremeni verjetna zatekališča (kot so šole UNRWA ali normalna stanovanja, kajti Hamas ni nikoli potrošil denar za zgradbo skrivališč, temveč je dal prednost nakupu orožja) v orožarne. Sredstva, ki so potrebna za scenarij mestne gverile, so bolj premična in zaščitena, čeprav na račun moči ognja, ampak ne stalno ščitijo pehoto pred nevarnimi pastmi razstreliva, ki so raztrošeni

. Obstajajo dokazi, ki obtožijo Izrael. To so pričanja zdravnikov, ki so skušali zdraviti hude pekočine, zelo nenavadne in, ki jih je težko zdraviti, ter slika izraelskega vojaka, ki ravna z domnevnim izstrelkom belega fosfora – svetlo modre barve in z napisom M825A1. Pravzaprav izraelska vojska je že potrdila uporabo bomb iz belega fosfora “proti vojaškim tarčam na odprtem” med lebanonsko vojno leta 2006. S tem je Izrael zatajil prejšnje izjave, ko je trdil, da so vojaki uporabili beli fosfor samo za dovoljene namene (oz. razsvetljitev tarč). prevedel Samuele Zeriali samuele.zeriali@sconfinare.net

Končno je treba rešiti tudi zadevo o belem fosforu. Značilnost te kemične snovi, ki so jo prvič uporabili v vojni leta 1916, je, da v kontaktu s kisikom pogori in povrzroči gost dim dokler ena izmed dveh snovi se ne porabi. Zaradi tega je uporabljen kot razsvetlitelj ali kot orožje, čeprav je prepovedano ga uporabljati proti civilom. Pravzaprav pogodba o kemičnem orožju Chemical Weapons Convention ne šteje fosfor med kemičnim orožjem, razen v VII ostavku, ki se ukvarja o požigalcih. To pogodbo jo je podpisal tudi Izrael, čeprav jo ni nikoli ratificiral. Vrh tega glasnik Mednarodnega Rdečega Križa Hornby je potrdil, da Izrael je uporabil beli fosfor samo kot razsvetlitelj, in torej ne kot orožje in zaradi tega tale uporaba je povsem legalna.


Februar 2009

Direttrice: Annalisa Turel

BREZPLNCA ŠTEVILKA

Beli fosfor, navodila za uporabo Falluja (Irak), 4 november 2004. Ameriška vojska začne ofenzivo proti skrivališču iraških upornikov, v eni izmed največ krvoločnih bitk iraške vojne. Mesto leži na cesti med Bagdadom in Jordanijo, prav v središču t.i. sunitskega trikotnika – območje, ki največ nasprotuje ameriški zasedbi. Falluja je tako postala središče hudega bombardiranja, katere značilnosti so pokazale svetu žalostno stran kar se tiče izvoza demokracije v tisto mesto, ki je bilo znano za mošeje in za znanost. Italijanska preiskava, ki jo je uresničil Sigfrido Ranucci, novinar Rainews24, je dokazala, da so ameriške sile v teku spopada uporabile kemično orožje. Snov v zadevi je beli fosfor, poznan v vojaškem žargonu kot “Willy Pete”. Tragične slike teles umrlih civilov in upornikov, ki so bila praktično stopljena, uničena do kosti, potrdijo masivno uporabo tega orožja. Potrdijo uporabo tudi priče in raziskovanja novinarjev celega sveta in celo izjava angleškega ministrstva za obrambo. A kaj je beli fosfor? To je trda molekularna snov, ki v kontaktu s kisikom, ki je v zraku, proizvodi fosforski anhidrid. Tako nastaneta močna toplota (temperatura se dvigne tudi do 1000 stopinj) in bela svetloba. To je pravi požar, katerega ni mogoče ugasiti niti če ga damo v vodo, ker izgorevanje se nadaljuje do izčrpanja snovi. Beli fosfor se lahko legalno uporabi v vojaških operacijah

www.sconfinare.net

Pas poln krvi Težaven poklic orožja naj priredi napad na Gazo. Tako se je ojačila dejavnost vojaške informacijske organizacije Aman in Shin Bet-a v nalogi odkritja orožarn v območju Gaze. Nato je vlada odločila najvažnješe cilje: prijetje in odstranitev teroristov Hamasa; lokalizacija in uničenje skrivnih predorov med Gazo in Egiptom ter med Gazo in Izraelom (vsega skupaj med 400 in 1000), ki prekršijo embargo; lokalizacija in uničenje orožarn in laboratorijev. Nato je bilo izbrano ime operacije. ‘Cast Lead’.

samo na odprtem s funkcijo razsvetljenja ali zaščitja, tako da nastane ščit dima. Po drugi strani, če se uporabi strupene lastnosti belega fosfora kot orožje proti tarčam, se gre povsem za kemično orožje, katerega posledice (predvsem, če se ga uporabi na gosto populirano mesto kot je Falluja) so lahko res hude. Slike ognjenega dežja, ki je padal iz ameriških helikopterjev nekaj let od tega nad Fallujo, so kar precej podobne slikam, ki so jih analizirali strokovnjaki časopisa Times pred nekaj dni. To so slike, ki prikazujejo izraelsko letalstvo, medtem ko meče posebne bombe nad Gazo City (eno izmed najbolj gosto populiranih območjih na svetu), ki padajo v obliki lovke in to je značilnost belega fosfora

4 november. IAF (izraelsko letalstvo), potem ko je odkril skriven predor med Gazo in Izraelom, ki ga je teroristična organizacija Hamas uporabljala, da si priskrbi orožje, se je odločil da ga bo uničil z metom raket nad izhodom predora v Gazi. To je bil prvi znak, ki je zaznamoval zaključek premirja. Zaključek, ki je prišel 19 decembra, ko je Hamas ponovno začel

Od 27 decembra dalje je izraelska vojska začela bombardirati razmestitve gverilcev in rampe, ki omogočajo met raket. To so hiše in vojašnice onemogle policije, ki je sedaj izven kontrola Al-Fataha. Odgovor Hamasa je bila intensifikacija napadov nad izraelskimi mesti in odstranitev še zadnjih predstavnikov Al-Fataha, tako da je že v prvih dneh jih umorila 35.

metati rakete iz Gaze nad izrael- Tretjega januarja se je začela skimi mesti in vasmi, ki ležijo v druga faza napada z zemeljsko bližini meje. Eno izmed teh mest ofenzivo Južnega Vojaškega Poje Sderot, ki je statistično mesto veljstva Tzahala, ki je opremljen najdalje bombardirano v zgodo- z oklepnimi četami, pehoto in vini. To je mesto s hišami, ki so skupino padalcev. Napad poteka opremljene z malimi skrivališči v dveh smereh: na severu skozi in kjer je vsakdanjo življenje pre- mejo in ob obali ter na vzhodu z kinjeno od alarmnih siren. namenom, da se razdeli območje Gaze in izolira mesto Gaza City. Izraelska vlada je torej naročila, Nato v naslednjih dneh so potekapotom Ministra za Obrambo le operacije penetracije v mestnih Ehuda Barakha, Glavnemu Stanu območjih Jabalaya, Bayt Lahiye,

na strani II

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Sconfinare numero 17 - Febbraio 2009  

a pagina 3 tempo e fatica, senza dubbio. Nessuno nega che sia molto più facile lasciarsi trascinare dal flusso, prendendo ciò che perché Isr...

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