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n°39 - PRIMAVERA 2014

direttore: Giovanni Collot

www.sconfinare.net redazione@sconfinare.net

È un giornale creato dagli studenti di Scienze Internazionali e Diplomatiche di Gorizia che attraverso il giornalismo vogliono confrontarsi con la realtà di confine (e non solo).

L’EDITORIALE di Giovanni Collot

“T

utto crolla, il centro non può più reggere”. Così recita “Il secondo avvento”, del premio Nobel irlandese William Butler Yeats. Un pezzo che, non fosse stato scritto un secolo fa, sembrerebbe descrivere bene la situazione globale – e italiana - di oggi: l’Ucraina a pezzi, il Venezuela in fiamme, la macelleria in Siria che non si arresta dopo tre anni. Regioni più o meno grandi che chiedono l’indipendenza. E, per restare più vicino a noi, il terzo premier in tre anni, una politica vuota di ogni senso e la difficoltà a risalire dal baratro della bellezza tradita. In effetti, quella che stiamo vivendo è una crisi inedita di certezze e di modi di fare. Una perdita dell’ordine globale delle cose, uno scioglimento progressivo dello scheletro di valori e di regole condivise che fino ad oggi aveva tenuto insieme il mondo: una perdita dell’equilibrio a tutti i livelli, da quello globale a quello locale. Per arrivare al livello personale, individuale. Per noi, la generazione che si sta affacciando al mondo in questo momento, la sfida è grande, quasi impossibile. Dobbiamo imparare a vivere in compagnia di insicurezze e incertezze costanti, dove l’indeterminatezza assurge a regola di vita e la solitudine è una necessità. A noi, giovani millennials, “bamboccioni”, è toccata in sorte la stessa missione che un altro Nobel, Albert Camus identificava più di mezzo secolo fa: “Ogni generazione, senza dubbio, si crede destinata a cambiare il mondo. La mia sa che non lo cambierà. Il suo compito è forse più grande: consiste nell’impedire che il mondo si distrugga”. È una missione terrorizzante, certo. Ci stiamo lasciando alle spalle l’ordine discreto di casa nostra per andare nel vasto mondo sconosciuto. Ma, girando la prospettiva, la sfida è esaltante: abbiamo la possibilità di dare noi la forma che vogliamo al mondo, dargli un nuovo senso che sia solo nostro. Per una volta, guardarsi indietro, provare nostalgia per un passato che non esiste più, non è possibile: significa il crollo definitivo. Bisogna andare avanti, ricreando un nuovo ordine nel caos. O perlomeno, imparando a conviverci. Ma per fare questo dobbiamo essere preparati: impedire che il mondo si distrugga richiede tutta la nostra intelligenza. E tutta la nostra umanità. Solo con esse il crollo attuale si trasformerà in un’occasione per fondare le nuove regole di convivenza del mondo.

SI FA PRESTO A DIRE UCRAINA

Ucraini, russi, rumeni, tatari... il Paese è un mosaico di etnie e lingue diverse, da secoli divise tra Est e Ovest. Da Gengis Khan a Nikita Kruščev, la crisi dell’Ucraina passa per la sua storia. di Filippo Malinverno

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IL CASO

Gazprom lontano dai riflettori

rmai da diverse settimane l’Ucraina è sconvolta da ma- L’impresa russa trivella i ghiacci dell’Artico in cerca di petronifestazioni, rivolte, atti di lio con enormi danni ambientali. Greenpeace denuncia: “ci sono violenza e conflitti interni che stanno 206 falle alle tubature in 6 impianti”. M.COGOI A PAGINA 3 lacerando i fragili legami che legano la parte orientale del paese a quella occidentale. L’adesione della Crimea alla Federazione russa ha riportato alla luce una rivalità che all’interno dell’Ucraina esiste da sempre: quella fra ucraini occidentali filo-europei e A tre anni dall’inizio della guerra civile fra ucraini orientali filo-russi. La senche strazia la Siria, i bambini sono ancosazione è che proprio la fuga dell’exra le prime vittime delle armi. Il nostro presidente Viktor Janukovic, avvenuta collaboratore e amico Giacomo Cuscunà, il 27 febbraio in seguito all’occupazioche opera nei campi profughi per l’organe del palazzo del Governo da parte nizzazione “No peace without justice”, è dei manifestanti, sia stata l’occasione intervenuto alla Camera dei Deputati lo perfetta che le forze filorusse presenscorso 20 febbraio con un discorso che ti nel paese aspettavano da tempo per qui riportiamo. tentare un avvicinamento definitivo A PAGINA 3 alla Russia di Vladimir Putin. CONTINUA A PAGINA 2

L’infanzia rubata ai bambini siriani

Speciale università: Grandi eventi: Alumni Day & Gym-Nato - Gli alumni rispondono - Intervista a Giovanni Pallotta.


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Sconfinare - Internazionale

di Filippo Malinverno (SEGUE DALLA PRIMA)

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l conflitto fra filoccidentali e filo-russi non è una novità dell’ultimo secolo, ma ha radici molto più antiche, risalenti, come vedremo, al X secolo d.C. Per comprendere meglio queste radici è perciò necessario procedere in ordine cronologico, analizzando le tappe più importanti del processo di formazione delle due “Ucraine”. LE PRIME FRATTURE - L’adesione della Crimea alla Federazione russa ha riportato alla luce una rivalità che all’interno dell’Ucraina esiste da sempre: quella fra ucraini occidentali filo-europei e fra ucraini orientali filo-russi. Tutto ebbe inizio nel IX secolo d.C., quando, in un’area che oggi è occupata parzialmente da Polonia, Ucraina, Russia, Bielorussia ed Estonia, nacque quello che viene considerato il primo stato organizzato slavo-orientale della storia: il multietnico Rus’ di Kiev. La scelta in favore del cristianesimo ortodosso operata da Vladimir I di Kiev nel 988 fu, da una parte, una sorta di cemento per i popoli del Rus’, che si trovavano così uniti sotto un’unica fede, mentre dall’altra contribuì ad allargare la frattura fra ucraini orientali e occidentali. Il Grande Scisma del 1054 non fece altro che allontanare ulteriormente il Rus’ dall’influenza di un Occidente ancora privo di una chiara configurazione politica. Nel XIII secolo si consumò una seconda frattura, questa volta molto più rilevante e drammatica per i popoli del Rus’ di Kiev. Correva l’anno 1237: dall’Estremo Oriente arrivarono i mongoli, da anni in continua espansione grazie alle conquiste del feroce Gengis Khan, mentre da Occidente giunsero i polacco-lituani, anch’essi bramosi di conquiste: nel 1240 Kiev fu completamente distrutta e il Rus’ cessò di esistere, dividendosi in piccole entità regionali. Fu proprio questa doppia invasione che divise letteralmente in due i territori e, di conseguenza la popolazione, del defunto Rus’: l’odierna Ucraina finì sotto il controllo polacco, mentre la parte orientale del regno fu sottoposta al dominio tartaro-mongolo nell’ambito del Gran Khanato dell’Orda d’Oro. Le conseguenze si sarebbero poi presentate, come osservano gli esperti di Limes, nell’Ottocento. Grazie alle vittorie di Aleksandr Nevskij, principe di Novgorod, ottenute nel corso del XIII secolo prima contro gli svedesi e poi contro i cavalieri teutonici, l’integrità degli stati eredi del Rus’ di Kiev fu mantenuta salda ancora per qualche decennio, a discapito però di un trasferimento del centro di potere più a nord della futura capitale ucraina: città come Novgorod, San Pietroburgo e Mosca acquisirono importanza, con l’effetto di allargare nuovamente il divario fra le regioni orientali e quelle occidentali, ancora sotto il dominio polacco-lituano. NELLA MODERNITÀ - Facciamo ora un lungo salto in avanti, fino ad arrivare alla fine del XVI secolo. È il 1596: all’interno della Confederazione Polacco-Lituana, con l’aiuto della Compagnia di Gesù, il re Sigismondo III avvia una decisa cattolicizzazione delle regioni orientali del paese, oggi corrispondenti all’Ucraina occidentale, creando così la più grande Chiesa uniate della storia. I suoi abitanti furono costretti ad abbracciare il cattolicesimo, mantenendo comunque il rito slavo-bizantino, ma allontanandosi sempre di più dall’ortodosso Zarato di Mosca.

Primavera 2014

UN PAESE PER DUE MONDI Le divisioni interne all’Ucraina affondano nella storia. Per comprenderle è necessario ripercorrere il percorso millenario di questa terra ai confini dell’Europa. Gruppi etnici in Ucraina (2001)

Dopo che, nel 1654, il trattato di Perejaslav sancì il passaggio del Cosaccato ucraino orientale dalla Confederazione Polacco-Lituana allo Zarato russo, approfondendo ulteriormente la frattura fra orientali e occidentali, nel 1795 l’assetto politico e territoriale dell’Europa orientale fu sconvolto: la Confederazione cessò di esistere definitivamente e la Polonia fu divisa per la terza volta in pochi anni. I territori alla destra del Dnepr, la Lituania e la Volinia finirono sotto il controllo russo, mentre la Galizia e la Lodomeria furono annesse all’Impero asburgico. È facile immaginare le conseguenze di questa divisione: l’abisso fra Ucraina occidentale e Ucraina orientale era divenuto ormai incolmabile. Attraverso l’Ottocento arriviamo fino alla Rivoluzione d’Ottobre del 1917, dopo la quale l’Ucraina visse una brevissima parentesi di indipendenza, seppur sempre divisa fra Repubblica Nazionale dell’Ucraina occidentale e Repubblica popolare ucraina: Rada socialista, zaristi filo-tedeschi, Direttorio socialista e bolscevichi (Pjatakov prima e Rakovskij poi) si alternarono al governo del paese nel giro di

pochi mesi. Alla fine della guerra russo-polacca, conclusasi con la pace di Riga e l’annessione di Galizia e Volinia alla Polonia nel 1921, nel 1922 la parte restante dell’odierna Ucraina fu inclusa nell’URSS come Repubblica Socialista Sovietica (RSS). IL «REGALO» DELLA CRIMEA Nel 1954, dopo la terribile esperienza dell’occupazione tedesca dal 1941 al 1944 (comunque non peggiore del regime staliniano), venne attuata l’ultima modifica territoriale. L’allora Primo Segretario del Partito comunista dell’URSS, Nikita Kruščev, decise di “regalare” la Crimea alla repubblica federativa ucraina. Il motivo? “L’affinità economica, la prossimità, le strette relazioni socio-culturali fra la regione della Crimea e la RSS Ucraina” (International Committee for Crimea). Secondo alcune fonti, pare che ci fosse anche un altro motivo: il gesto di Kruščev servì anche come memento della rivolta del cosacco Bohdan Chmel’nyc’kij contro la nobiltà polacca del 1648. Dal 1954 la Crimea è quindi parte dell’Ucraina, paese vittima di continue modifiche

territoriali, politiche e religiose nel corso della storia. La divisione fra occidentali e orientali è più radicata e più antica di quanto si pensi. Effettivamente, la parte orientale dell’Ucraina appare ancora oggi tendenzialmente filo-russa, per non parlare della Crimea, regione da sempre russofona e mai veramente ucraina. Il fiume Dnepr e la città di Kiev rappresentano una sorta di spartiacque fra le due Ucraine, non solo perché sanciscono il passaggio da un idioma all’altro, ma anche perché hanno sempre funto da punti di riferimento per le spartizioni territoriali e le modifiche politico-religiose del passato. Infine, l’Ucraina occidentale e, in particolare, le regioni di Galizia e Volinia, sono fortemente nazionaliste, ucrainofone e filo-europee. Il fatto che questa terra sia stata la spina nel fianco dell’Impero russo prima e dell’Unione Sovietica poi non è di certo un semplice caso. Molte lotte qui si sono combattute, molti popoli si sono scontrati. C’è da augurarsi che attriti del genere non debbano ripetersi anche con la Russia contemporanea.


Primavera 2014

Sconfinare - Internazionale

L’INFANZIA RUBATA Testo e foto

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Giacomo Cuscunà

l 15 marzo saranno tre anni. Tre anni da quando un popolo ha alzato la testa. Saranno tre anni da quando il regime di Bashar al-Assad ha represso le aspirazioni del popolo siriano nel sangue. Non C’è Pace Senza Giustizia lavora a Gaziantep non dimenticando che, come sottolineato dal Ministro degli Esteri inglese William Hague alla conferenza di Ginevra II lo scorso 22 Gennaio, “il conflitto siriano non è cominciato come una lotta contro il terrorismo. È cominciato con persone normali che chiedevano maggiori libertà politiche ed economiche, schiacciate con forza bruta e oppressione”. Ormai tre milioni di persone sono dovute scappare nei Paesi vicini per cercare rifugio. Di questi più di un milione sono bambini. Tre anni nei quali oltre sei milioni di persone, 1/3 del Paese, hanno perso tutto e vivono da sfollati dentro la Siria. Di questi tre milioni sono bambini. Profughi di una guerra senza vincitori. Dopo tre anni il silenzio del mondo ha lasciato spazio a gruppi estremisti, che non rappresentano solo un pericolo per la pace e la sicurezza internazionale, ma che, come prima faceva il regime, impongono il loro potere con la violenza e la morte. Indebolendo quei gruppi armati che lottano per la libertà e colpendo la popolazione civile. Non C’è Pace Senza Giustizia lavora a Gaziantep cercando di sostenere la ricostruzione di uno stato di diritto. Le nostre attività mi-

FATTI&OPINIONI

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LA TRAGEDIA DEI BAMBINI SIRIANI L’intervento del 20 febbraio 2014 alla Camera dei Deputati del nostro collaboratore Giacomo Cuscunà per la ONG «Non c’è Pace senza Giustizia»

rano ad aiutare gli attivisti e le istituzioni siriane che portano avanti l’opera di documentazione dei crimini che vengono commessi giorno per giorno nel Paese, per accertare le responsabilità e garantire giustizia alle vittime. Promuovendo la democrazia e la tutela dei diritti umani, si favorisce infatti l’inclusione dei temi come giustizia transitoria, lotta contro l’impunità e riconciliazione, che sono le componenti essenziali del processo di ricostruzione e di transizione democratica. Il progetto in corso mira a far crescere la consapevolezza sulla materia e rinforzare le capacità degli attori locali (istituzioni e società civile) ad assumere un ruolo concreto in questo processo. Tentativi che si confrontano con una situazione sul terreno molto difficile. Le violenze non rallentano, ma sembrano aumentare sempre più. La Siria è divisa. Porzioni di territorio controllate dall’Esercito Siriano Libero. Altre controllate dalle forze di Damasco. Altre ancora in mano a gruppi estremisti, con obiettivi propri, senza alcun riguardo per i diritti umani. Le denunce riportate alla Commissione d’Inchiesta istituita dalle Nazioni Unite rimangono inascoltate. Neppure i bambini siriani hanno avuto sconti. La relazione del Segretario Generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon sui bambini e il conflitto armato nella Repubblica Araba Siriana parla chiaro. “I bambini vengono arrestati, detenuti, maltrattati e torturati in

centri di detenzione da parte delle forze governative nel corso di campagne di arresti su larga scala”. Lo stesso rapporto accusa il Regime di Damasco di aver usato bambini come scudi umani. I bambini sono bombardati e colpiti da cecchini impietosi per mano di tutte le parti in causa. Le loro scuole occupate o distrutte, gli ospedali danneggiati impedendo a oltre due milioni di bambini ancora nel Paese di avere accesso all’educazione e ai servizi sanitari di base. I bambini sono rimasti soli, senza alcun supporto psicologico per i traumi

subiti nel corso del conflitto e le atrocità a cui hanno assistito. In questi tre anni la popolazione siriana che chiedeva libertà e rispetto è stata imprigionata. Torturata. Stuprata. Ha visto i propri cari uccisi e i propri diritti calpestati. È stata forzata a guardare i propri fratelli venire ammazzati. Questo è quello che si legge nei rapporti delle più alte istituzioni internazionali. Nel silenzio di chi ascolta. O fa finta di ascoltare. [...] Ma non è mai troppo tardi per adottare una rivoluzione e i suoi figli.

I RETROSCENA DI GAZPROM

L’impresa russa del gas che tiene in scacco l’Ucraina criticata da Greenpeace per le trivellazioni nell’Artico di Margherita Cogoi

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uest’anno Gazprom è stata premiata grazie alle votazioni del «popolo della rete» e a una giuria internazionale di accademici e attivisti ambientali. Il premio in questione è lusinghiero: si tratta del Public Eye Award, istituito nel 2005 per rendere noti comportamenti particolarmente scorretti da parte di grosse imprese. I telegiornali definiscono Gazprom - nel loro solito codice metaforico e un po’ ridicolo - come il «colosso russo del gas». Azienda di grande successo, Gazprom fornisce il 25% del gas consumato dall’Europa. Secondo i dati forniti dall’azienda, nel periodo 2008-2012 la Germania è stata il primo acquirente europeo, seguita da Turchia e Italia, che soddisfa in questo modo il 27% del suo fabbisogno energetico. Nel dicembre 2013 Gazprom ha intrapreso una politica energetica coraggiosa e ammirevole cominciando a trivellare nella delicatissima zona del mare di Barents, approfittando del continuo e inesorabile scioglimento dei ghiacci artici. Si stima infatti che i ghiacci si ritirino del 12% ogni decennio. Trivellare nella regione artica implica un processo impattante dal punto di vista ambientale: è necessario trascinare gli iceberg lontano dagli impianti petroliferi e utilizzare grandi tubi idraulici per sciogliere il ghiaccio galleggiante con acqua calda. Secondo Greenpeace (e la logica comune), le condizioni meteorologiche e climatiche dell’Artico sono tra le meno favorevoli all’estrazione di petrolio, senza con-

tare il fatto che la mancanza di infrastrutture e la difficile accessibilità rendono praticamente impossibile ripulire una fuoriuscita di petrolio nel ghiaccio. E la Gazprom di oil spills ne sa qualcosa: gli specialisti di Greenpeace Russia hanno contato 206 fuoriuscite di petrolio in 6 giacimenti dove la compagnia trivella. Uno dei problemi dell’azienda, che secondo i dati del 2010 detiene il 18% del gas mondiale, è lo stato delle condutture per il trasporto, che non riescono a garantire sufficiente sicurezza. Il caso delle trivellazioni nell’Artico è stato portato alla ribalta dalle vicissitudini degli Arctic30, gli attivisti di Greenpeace che nel dicembre 2013 sono stati arrestati dalla polizia russa per aver manifestato (pacificamente) in difesa dell’ecosistema artico. Il consueto accento posto da parte dei più sul ritorno economico piuttosto che su un’idea più o meno condivisibile di Bene colpisce meno dell’altrettanto consueto scandalismo da parte dell’opinione pubblica per il mancato rispetto dei diritti umani a fronte di una certa indifferenza nei confronti del tema ambientale. I diritti umani sono sacrosanti, e la nostra civiltà dichiara di volerli perseguire a tutti i costi; ma non dichiara mai con aperta sincerità il suo impegno per autoconservarsi. Una mente cinica ma razionale potrebbe affermare che avere cura del Pianeta coincide col perseguimento del primo fine che l’umanità si pone, cioè la sopravvivenza. I più saggi storcono il naso leggendo considerazioni generalizzate sulla miopia del genere umano, perché – lo sanno tutti – non si può fare di tutta l’erba un fascio. Questi saggi avrebbero ragione. Il 12 marzo 2014 infatti il

Parlamento Europeo ha votato per una risoluzione, purtroppo priva di valore legale, che istituirebbe un’area protetta, chiamata poeticamente Santuario Artico, dove sarebbero vietate pesca industriale e trivellazioni petrolifere. La Russia ovviamente si è opposta. Inevitabile l’azione di lobbying delle compagnie petrolifere: non solo Gazprom, ma anche Exxon, BP e Shell sono interessate alle risorse minerarie presenti tra i ghiacci. Il Parlamento Europeo è stato spinto ad agire dalla pressante campagna Greenpeace “Save the Arctic”. Lanciata nel 2012, ha avuto origine dalla presa di coscienza che l’Artico è la zona in cui le conseguenze dell’effetto serra sono più palesi e i suoi ritmi più accelerati: la temperatura cresce a ritmi più che doppi rispetto ad altre aree del pianeta. L’obiettivo iniziale di Greenpeace era di raccogliere un milione di firme. A oggi ne sono state raccolte più di 5 milioni. Nel mondo da sempre sembrano fronteggiarsi due eserciti: quello dei buoni, dei di-

fensori, e quello dei cattivi. Questa divisione netta è solo apparente: il manicheismo come cosmologia, come visione di un mondo indubitabilmente diviso in Bene e Male, perde sempre più sostenitori. In fondo però, nelle questioni particolari, ognuno è schierato più o meno fermamente da una parte o dall’altra del campo di battaglia. In questo caso, coloro che vedono nel profitto il primario motore del loro movimento saranno forse favorevoli al proseguimento delle operazioni dell’industria petrolifera nell’Artico; coloro i quali credono (o sperano) che ci sia altro per cui vale la pena parteggiare – la sopravvivenza delle specie animali, compresa quella umana, o il perseguimento dell’armonia tra gli uomini e il sistema Terra – saranno dalla parte della campagna Save The Arctic e ne firmeranno l’appello. Spetta a tutti invece ricordarsi che Paesi energeticamente dipendenti da altri difficilmente riescono ad affrancarsi dalle decisioni di questi, ma possono provarci politicamente.


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«GENTE BONITA COME FRUTA FEIA»

A Lisbona nasce ‘Fruta Feia’, una cooperativa che combatte lo spreco alimentare in maniera alternativa Testi e foto

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Amalia Sacchi

i chiama ‘Fruta Feia’ (letteralmente ‘frutta brutta’) ed è un progetto nato e cresciuto a Lisbona grazie ad un’idea di Isabel Soares, 31 anni, portoghese, laureata in ingegneria ambientale. L’obiettivo del progetto è quello di combattere lo spreco alimentare di cui tutti noi, in quanto abitanti del pianeta Terra, siamo responsabili. Ogni anno, infatti, circa la metà del cibo prodotto finisce in spazzatura; secondo la FAO l’attuale spreco alimentare nei paesi industrializzati corrisponde a circa 1,3 milioni di tonnellate, sufficienti ad alimentare

circa 925 milioni di persone, che tutti i giorni soffrono la fame. Per trovare una soluzione a questo enorme spreco e cercare di ridurlo della metà entro il 2025, il Parlamento europeo ha adottato una raccomandazione del Consiglio europeo e della Commissione proclamando il 2014 “Anno europeo contro lo spreco alimentare”. Isabel ha quindi pensato di partecipare al concorso ‘Ideias de origem portuguesa’ (Idee di origine portoghese) indetto dalla Fondazione Calouste Gulbenkian, un concorso che promuove idee di imprenditorialismo sociale, ed è riuscita a vincere il secondo premio, del valore di 15mila euro. La cooperativa creata da Isabel compra dagli stessi agricoltori e poi ridistribuisce agli associati quella parte di frutta e verdura che non fa in tempo a raggiungere la grande distribuzione perché non è del calibro giusto e non rientra nei canoni richiesti dal mercato. Perché considerata brutta. Prodotti che quindi finirebbero per essere buttati ma che non hanno nessuna differenza a livello qualitativo con gli altri. Ogni lunedì mattina il furgoncino di ‘Fruta Feia’ si reca dagli agricoltori che si trovano in aree vicino a Lisbona per raccogliere i diversi prodotti. La scelta di rimanere in regione non è casuale: non avrebbe senso infatti recarsi a sud del Paese e percorrere centinaia di chilometri per poi promuovere un’iniziativa anti spreco. Tra le 17 e le 21 poi, presso la Casa do Intendente, in Lar-

go Pina Manique a Lisbona, gli associati si recano per ritirare il loro cesto. Possono scegliere tra quello piccolo (3-4 kg con 5-7 varietà di prodotti) al costo di 3,50 euro e quello grande (6-8 kg con 7-9 varietà di prodotti) al costo di 7 euro. Il prezzo viene calcolato dimezzando quello che sarebbe stato il costo di un cesto di prodotti equivalenti acquistati in un supermercato locale. Le persone che fanno parte della cooperativa pagano

una quota annuale di 5 euro e ricevono una borsa di tela adatta a trasportare il contenuto di un cesto. Ogni settimana gli associati confermano il loro ordine per la settimana successiva e in caso di mancata conferma l’ordine sarà uguale a quello fatto la settimana precedente. Durante questi primi mesi di funzionamento, la cooperativa si è evoluta creando un sito sul quale tiene informati gli associati, promuove ricette che hanno come base gli ingredienti dei cesti e spiega il progetto a chi non ne è a conoscenza. I prodotti non provengono necessariamente da agricoltura biologica ma sono comunque il frutto di colture non aggressive e con un basso impatto ambientale. E naturalmente sono di stagione.

INTERVISTA A ISABEL SOARES, IDEATRICE DEL PROGETTO ‘FRUTA FEIA’

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ome è nata l’idea di ‘Fruta Feia’? L’idea di ‘ Fruta Feia’ nasce dall’immedesimazione, attraverso documentari e articoli, e dalla presa di coscienza del problema dello spreco alimentare dovuto all’aspetto esteriore degli alimenti. Sentivo la necessità di fare qualcosa per combattere questa ricerca incessante di alimenti esteticamente perfetti e il conseguente spreco che ne deriva. Tutto questo partendo dagli stessi consumatori, ed è proprio qua che è nata l’idea di ‘Fruta Feia’. Successivamente grazie ad un concorso promosso dalla Fondazione Calouste Gulbenkian è arrivata la motivazione necessaria per far passare l’idea dalla mia testa alla carta. Siamo riusciti a vincere il secondo premio a giugno 2013 e la cooperativa ha potuto iniziato a funzionare a novembre. Come mai è stato necessario ricorrere al crowfunding? La cooperativa è autosufficiente nella vendita della frutta ma ci sono stati alcuni costi iniziali - necessari per far cominciare il progetto - per i quali il premio ricevuto dalla Fondazione non era sufficiente. Che risultati ha avuto il progetto fino a ora? Ha largamente superato le nostre aspettative, tanto per l’entusiasmo mostrato dagli agricoltori, quanto per la grandissima adesione ricevuta da parte dei consumatori. In questo momento siamo 200 consumatori associati e ce ne sono altri 850 in lista di attesa. Oltretutto lo spreco evitato è notevole: circa 12,2 tonnellate di frutta e verdura sono state risparmiate nelle prime sedici settimane di funzionamento della cooperativa. Sconfinare non identifica alcuna posizione politica, in quanto libera espressione dei singoli membri che ne costiuiscono il Comitato di Redazione. Sconfinare è un periodico regolarmente registrato presso il Tribunale di Gorizia in data 20 maggio 2006, n° di registrazione 4/06.

Le persone che lavorano per ‘Fruta Feia’ sono tutti volontari? No, ciascun punto di consegna permette di assumere una persona. In questo momento, essendoci solo un punto attivo, c’è solo una persona sotto contratto. Quando in aprile il secondo punto di consegna verrà aperto, ce ne saranno due. Gli associati sono soddisfatti del servizio che gli viene offerto? E quali sono i feedbacks ricevuti da coloro che si trovano dall’altra parte, vale a dire gli agricoltori? Gli associati sono molto soddisfatti e anche tra gli agricoltori c’è entusiasmo. C’è una parte della loro produzione che prima diventava spazzatura e che adesso viene valorizzata: ciò significa che c’è un guadagno extra per gli agricoltori. Quali sono state le principali difficoltà incontrate lungo il percorso di ‘Fruta Feia’? All’inizio abbiamo avuto difficoltà soprattutto a livello finanziario, a livello di risorse umane, da un punto di vista burocratico e nello sviluppare il progetto insieme agli agricoltori. Ora abbiamo problemi simili nel crescere, nel riuscire a espanderci con così poche risorse economiche ed umane. Il progetto si espanderà nel resto della città e poi in tutto il Portogallo? Certamente. Il secondo punto per la consegna verrà aperto già a partire del mese di aprile e porteremo ‘Fruta Feia’ fuori Lisbona entro la fine dell’anno.

Editore e Propietario: Assid «Associazione studenti di scienze internazionali e diplomatiche». Direttore: Giovanni Collot Impaginazione e grafica: Lorenzo Alberini, Giovanni Collot, Nicolas Lozito, Amalia Sacchi, Stefano Luppino, Veronica Sauchelli, Stefania Ellero, Carol Pigat.

Stampato da: Tipografia Budin, via Gregorcic 23, Gorizia (GO). Redazione: Lorenzo Alberini, Leonard Balbi, Elisabetta Blarasin, Martina Calleri, Francesco Caslini, Eleonora Cecco, Irene Colombi, Elisa Dalle Sasse, Dario Cavalieri, Chiara Ceccon, Margherita Cogoi, Giovanni Collot, Giacomo Cuscunà, Giu-

FOTO: WWW.FRUTAFEIA.PT lia Daga, Stefania Ellero, Cecilia Frego, Lorenzo Gobbo, Nicolas Lozito, Stefano Luppino, Filippo Malinverno, Luca Marinaro, Giordana Medico, Varinia Merlino, Carol Pigat, Rossella Recupero, Flavia Rolli, Amalia Sacchi, Veronica Sauchelli, Francesco Tirelli, Valentina Tonutti, Elena Tuan, Patricia Ventimiglia.


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Sconfinare - Nazionale

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LA BELLEZZA È UN PATRIMONIO MONDIALE

Un Oscar, Pompei e l’UNESCO: creazioni internazionali dello spirito umano di Elisa Dalle Sasse

“È

tutto sedimentato sotto il chiacchiericcio e il rumore. Il silenzio e il sentimento. L’emozione e la paura. Gli sparuti incostanti sprazzi di bellezza, e poi lo squallore disgraziato e l’uomo miserabile.” Così parla il protagonista de “La grande bellezza”, film che ha fatto guadagnare un Oscar al cinema italiano dopo quindici anni di esclusione dal palcoscenico internazionale. Una boccata d’aria per il difficile rapporto tra la bellezza italiana, l’arte e la cultura, e il resto del mondo. E quale emblema migliore di questo incontro-scontro si potrebbe trovare se non Pompei? Nel 1997 il sito archeologico di Pompei, Ercolano e Torre Annunziata è entrato nella Lista del Patrimonio Mondiale dell’UNESCO. Essere parte della Lista significa avere uno strumento in più per conservare un’eccezionale ricchezza naturale e culturale, che si ritiene debba essere trasmessa alle generazioni future. La Convenzione per

il patrimonio mondiale naturale e culturale approvata dall’UNESCO nel 1972 è nata proprio per questo scopo. L’iscrizione alla Lista prevede la creazione di piani di gestione riguardo alla pianificazione, al monitoraggio e alla valutazione che consentano la conservazione del Bene. Essere un Patrimonio Mondiale è un ruolo prestigioso, che dà visibilità internazionale, aumenta la sensibilizzazione nei confronti del Bene e rafforza le attività turistiche legate ad esso. Pompei non ha avuto un piano di gestione fino al 2010. Il restauro è stato inappropriato, la mancanza di un sistema di drenaggio efficiente ha provocato il degrado dei resti, la gestione è cambiata più volte, l’area limitrofa a Pompei si è sviluppata senza controllo e, nonostante l’aumento dei visitatori, la limitata assunzione di nuovo personale continua a provocare la scarsità di guardie. Per più di dieci anni Pompei è stato un Patrimonio Mondiale solo sulla carta, con disastrose conseguenze sulla sua conservazione e sull’immagine internazionale dell’Italia. Tutto questo è stato possibile a causa della negligenza dello Stato italiano, che non ha

rispettato i doveri previsti nella Convenzione ratificata, ma anche dell’UNESCO, che non ha saputo far rispettare le proprie disposizioni. La lentezza della burocrazia italiana, che ha distribuito solo lo 0,56 % dei 105 milioni stanziati dall’Unione Europea per il “Grande progetto Pompei” (accordo di riabilitazione e messa in sicurezza firmato nel 2011 tra l’UNESCO e il Ministero per i Beni e le Attività Culturali), e l’austerità, che ha ridotto di due terzi negli ultimi cinque anni i fondi per la cultura, sono note. Le difficoltà dell’UNESCO, invece, sono meno note all’opinione pubblica, seppur comuni alla maggior parte delle organizzazioni internazionali. L’ “United Nations Educational, Scientific and Cultural Organization” è stata fondata nel 1945 per “innalzare le difese della pace” nello spirito dell’uomo. La creazione del “World Heritage” fa parte dell’ambizioso progetto dell’UNESCO di promuovere il rispetto delle diverse culture e di garantire un equilibrio tra uomo e natura. La sua azione di cooperazione internazionale è principalmente volta al sostegno e all’assistenza agli

Stati membri, che contribuiscono con una quota nazionale al fondo comune. Da qui il problema: l’UNESCO può agire soltanto grazie alla partecipazione finanziaria dei singoli Stati e la presenza di controversie tra diversi Paesi può influire su tale partecipazione. Nell’ottobre del 2011, quando la Palestina è stata annessa all’UNESCO, gli Stati Uniti hanno ritirato la loro quota di 65 milioni di dollari annui e l’organizzazione si è vista diminuire del 22% le sue capacità. Pompei non è l’unico sito a rischio. La sua sgradevole fama internazionale deve far riflettere sulla continua predominanza finanziaria, quest’arma che distrugge ciò che davvero rende l’uomo potente: le creazioni artistiche e culturali scaturite dalle emozioni e dall’idea di Bellezza. In Italia c’è stata un’apertura nei confronti della partecipazione privata nelle politiche di conservazione del Patrimonio. Probabilmente è un’utopia pensare che l’unione degli sforzi e degli interessi di pubblici e privati avvenga per la Bellezza, ma un’utopia è proprio una creazione dello spirito umano che genera Bellezza, quindi ben venga.

«UNA TERRA AL CONFINE FRA COMPLICITÀ E ILLUSIONE» di Irene Colombi

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o scorso 27 febbraio viene presentata in Senato la relazione annuale della Direzione Nazionale Antimafia. L’articolazione ormai capillare su tutto il territorio nazionale di organizzazioni mafiose non risparmia nemmeno la regione nella quale studiamo, il Friuli Venezia Giulia, che presenta secondo il rapporto “attrattive indubbie per lo sviluppo di attività legate alla criminalità organizzata”. L’affermazione della DNA è chiara: occorre mettere da parte l’indifferenza e approfondire la tematica al fine di prevenire la diffusione di illegalità sul territorio. Il flusso migratorio da sud a nord del Paese è una delle ragioni principali per le quali nell’ultimo decennio si è assistito in Friuli Venezia Giulia ad un aumento di fatti di cronaca legati alla criminalità organizzata. La presenza nelle regioni settentrionali di clan che fino a qualche decennio fa miravano soltanto al controllo del territorio in meridione è spiegata dalla loro volontà di arric-

La presenza mafiosa in Friuli Venezia Giulia chirsi e riciclare denaro infiltrandosi nei sistemi economici, finanziari e istituzionali dell’alta Italia. Le guerre di mafia negli anni 80-90, in aggiunta alla legge sui soggiorni obbligati che ha portato al confino di indagati in alcune aree del settentrione, hanno contribuito ad alimentare questi spostamenti. Per quanto riguarda il Friuli un’aggravante potrebbe essere la presenza del carcere di massima sicurezza di Tolmezzo, che sembra spingere familiari di detenuti a trasferirsi per fare da supporto all’incriminato; giunti in Friuli, ne approfittano per fare affari. Gran parte dell’economia della regione, infatti, si basa sulla piccola-media impresa a conduzione familiare che rende facili le inflitrazioni delle mafie. Queste, disponendo di quantità enormi di liquidità superano ogni concorrenza soprattutto in periodi di recessione economica dello stato: si pensi che il fatturato annuo della criminalità organizzata secondo Bankitalia è stimato in circa 130 mld di euro. La necessità di trattare con le mafie nell’est europeo ha reso particolarmen-

te appetibile la zona di confine fra Italia e Slovenia: la Sacra Corona Unita, per esempio, opera fra Udine e Gorizia ed è specializzata in traffico di stupefacenti, tabacco e merce contraffatta. La ‘Ndrangheta, invece, che fino a poco tempo fa aveva il monopolio per il traffico di sostanze stupefacenti nel nostro Paese, preferisce le province di Gorizia e Trieste, entrambe dotate di porti. Il capoluogo della regione interessa anche la Camorra: è sempre del 2009 l’arresto del boss Ciro Limelli, per spaccio di cocaina. A tentare di fare profitto nel pordenonese è invece Cosa Nostra. Nell’operazione Ge.Po(Gela Pordenone) condotta dalla polizia di Catalnissetta sono state riscontrate infiltrazioni dei clan siciliani all’interno dei cantieri della base NATO di Aviano, complesso tutelato dalla legislazione americana. Alla mafia non può che far gola una situazione del genere, dove è possibile e facile l’acquisto di appalti attraverso i quali riciclare il denaro sporco. Tuttavia non sono solo le mafie italiane a suddividersi il controllo di affari nelle

diverse aree del Friuli. Il territorio è una realtà appetibile anche per mafie straniere come la potente Triade Cinese che gestisce giri di prostituzione, centri benessere, immigrazione e lavoro nero, o la Mafia nigeriana, implicata soprattutto nel traffico di immigrati clandestini. A questo punto non è più corretto affermare che la regione Friuli Venezia Giulia sia l’»isola felice” nella quale la maggior parte dei suoi abitanti crede di vivere. Secondo Antonio Francesco Svezia, psicologo specializzato in analisi, prevenzione e contrasto della criminalità organizzata e della corruzione, il Friuli è “una terra al confine fra complicità e illusione”. Ciò che sta suggerendo è che è «meglio prevenire che curare», nonostante ciò in Parlamento è da inizio anno che si discute riguardo il ridimensionamento delle forze di polizia su tutto il territorio nazionale. Tale decreto implicherebbe anche la chiusura del commissariato di polizia a Tolmezzo, dove è presente il carcere di massima sicurezza.


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Sconfinare - Università

GYM-NATO

GRANDI EVENTI AL SID

di Filippo Malinverno Quello di maggio sarà un mese di fermento per Gorizia, che ospiterà nel giro di pochi giorni due eventi di grande rilievo: uno è il festival storico èStoria, appuntamento particolarmente importante quest’anno per via del centenario della Prima Guerra Mondiale; l’altro è un evento inedito: GYM-NATO, una simulazione della North Atlantic Treaty Organization, organizzata dalle associazioni studentesche del corso di laurea in Scienze Internazionali e Diplomatiche (cioè MSOI, MFE, ASSID e Club Atlantico Giovanile del FVG), che sarà la prima nel suo genere in Italia. L’evento, che coinvolgerà decine di studenti e studentesse provenienti da tutto il mondo, avrà luogo da lunedì 12 a venerdì 16 maggio presso la sede goriziana dell’Università di Trieste. Oltre ad offrire un’ampia gamma di attività istituzionali e culturali – ci saranno, infatti, anche delle visite guidate presso i siti storici friulani più importanti – il team di GYM-NATO ha programmato per i giovani ospiti una serie di eventi serali che porteranno senz’altro un po’ di brio nella vita goriziana: oltre alla serata di gala, che costituirà il gran finale della simulazione, verrà organizzata una serata con tema “Anni ‘20” nella quale tutti i partecipanti potranno mostrare perline, piume, cilindri e papillon. A conferma dell’eccezionalità dell’evento, saranno presenti autorità di diverso calibro

accompagnate da relatori ed esperti sul tema principale delle working sessions: «il ruolo della Nato nel Mediterraneo». GYM-NATO si presenta, quindi, come una grande occasione non solo per diffondere un’immagine positiva e dinamica dell’università e del corso di laurea, ma anche per valorizzare il più possibile il territorio goriziano e i prodotti tipici della tradizione italiana.

ALUMNI DAY di Elisabetta Blarasin “Non c’è due senza tre”. Questo luglio ci sarà la terza edizione dell’Alumni Day, il ritorno a gorizia di tanti ex studenti, organizzato da Assid, l’Associazione degli Studenti di Scienze Internazionali e Diplomatiche. Sono passati tre anni dalla seconda edizione, che si è svolta nel 2011. Per i ragazzi della triennale questo sarà il primo Alumni Day a cui parteciperanno, una vera novità. Ma cose nuove attendono anche chi di Alumni Day ne ha già vissuti uno o due, che siano alumni o ancora studenti. La prima edizione si era svolta nel 2009, al ventennale dall’apertura del corso di laurea di Via Alviano. A tornare a Gorizia furono più di 150 alumni. Alcuni di loro diedero il loro contributo nella conferenza “Sostenibilità ambientale e sicurezza energetica”. Altri parteciparono ai vari workshop creati per mettere in contatto gli ex siddini con gli studenti: un modo utile

per dare alle “nuove generazioni” qualche saggia dritta su come orientarsi nell’intricato mondo del lavoro. Ma l’Alumni Day nasce soprattutto come un’occasione per far ritrovare vecchi amici, per riabbracciare coloro con cui si sono condivisi anni importanti. Così in quel primo incontro manager, imprenditori, professori ed assistenti parlamentari si erano sfidati in una partita di calcio, ricordando i vecchi tempi. Dopo la partita tutti in castello a ballare per la festa e la cena di gala. Nel 2011 gli alumni sono tornati a Gorizia, questa volta per festeggiare i vent’anni di Assid. La seconda edizione si è svolta nel Conference Center, dove erano state presentate anche le varie attività dei dodici workshop a cui era possibile partecipare. L’atto secondo mirava ad un pubblico più vasto: non solo siddini, ma anche i professori e la popolazione goriziana. L’obbiettivo è stato raggiunto con successo, infatti nel 2011 sono aumentati sia gli alumni che i partecipanti in generale. Durante i workshop erano presentate le varie opportunità di carriera post-laurea, ma si sono affrontati anche tanti temi di attualità, l’analisi dei quali è sempre stata uno degli interessi principali del corso di laurea. La sera l’atmosfera era più rilassata e gli ex-studenti sono stati entusiasti di salire al teatro tenda per divertirsi con quegli amici che il lavoro e il poco tempo hanno reso distanti. Questo luglio ci sarà invece la terza edizione dell’Alumni Day, in occasione anche dei venticinque anni del Sid. Assid sta già lavorando per organizzare al meglio

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la festa degli ex siddini e dare lustro al nostro corso di laurea. I veterani dell’associazione stanno costruendo dei working team, a cui contribuiscono anche ragazzi della triennale. Con l’aiuto e le idee di tutti si stanno formando nuove proposte. Infatti, workshop mirati, stand in cui parlare e conoscere nuove aziende (a cui magari far leggere il curriculum) e tour alla scoperta della Gorizia che, anno dopo anno, rimane nel cuore, animeranno le giornate dell’11, 12 e 13 luglio. Prima dell’estate l’Alumni Day coinvolgerà però gli studenti con un concorso per scegliere il brand dell’evento, aperto a tutti quelli che hanno un po’ di fantasia e voglia di disegnare, poi magliette e felpe, disponibili sul sito di Assid, per conservare il ricordo degli anni a Gorizia. Prima del grande inizio verranno inoltre organizzati dei workshop specifici per imparare a scrivere un curriculum efficace o sostenere un buon colloquio di lavoro. Irrinunciabile sarà la festa in castello: una notte di musica, buon cibo e festa per ballare e divertirsi insieme tra vecchi e nuovi siddini. Gli alumni sono curiosi e non vedono l’ora di tornare. Le prime anticipazioni sul programma saranno svelate ai “siddini romani” il 21 marzo, quando una parte di Assid sarà nella capitale. Sulla fanpage “Sid Gorizia Alumni Day 2014” verranno pubblicate man mano le novità più importanti, per permettere a tutti di seguire la preparazione dell’evento. I lavori procedono, mentre la curiosità e l’attesa iniziano a crescere.

IL PUNTO SULLA RAPPRESENTANZA STUDENTESCA

Intervista a Giovanni Pallotta, eletto in Consiglio di Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali di Lorenzo Alberini

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opo aver intervistato lo scorso aprile gli studenti del Sid candidati al Consiglio di Dipartimento, abbiamo voluto fare qualche domanda a uno degli eletti, Giovanni Pallotta, per verificare l’attuazione del programma elettorale e chiarire il dibattito in corso sulla riforma del regolamento della tesi di laurea triennale. Giovanni, durante l’intervista di un anno fa ci avevi detto: «Ho fatto domanda di Erasmus, ma è solo il mio piano B. Se vengo eletto rimango a fare il rappresentante». Però ora ti ritroviamo in Erasmus a Bucarest, insieme a un altro rappresentate eletto. Come ce lo spieghi? Il discorso relativo all’Erasmus come piano B era da leggere nell’ottica di un mandato dalla durata di un anno (le elezioni dell’anno scorso erano da svolgersi nell’A.A. 2011/2012). Dunque nel momento in cui è stato attuato il decreto di proroga della nomina per l’anno accademico 2014/15 , insieme con i “colleghi” rimasti a Gorizia, abbiamo deciso di partire. Ma ora rimarrete in carica? Si. Il regolamento prevede che le assenze dovute a progetti Erasmus siano considerate giustificate in tutte le sedi di rappresentanza. Inoltre bisogna considerare che il grosso del lavoro è stato con-

dotto entro febbraio con l’approvazione e discussione di tutti gli aspetti che riguardano i prossimi anni accademici. Parlando del vostro programma, dicevi: «Discuteremo della riforma dei corsi di laurea, soprattutto per quanto riguarda la specialistica, che ha numeri di entrata bassissimi». In effetti una riforma c’è stata, anche se non è ancora ufficiale. È ciò che vi aspettavate? La riforma della magistrale è sempre stata un’esigenza che abbiamo comunica-

to in tutte le sedi e in tutti i modi. Prendo atto del fatto che, con le risorse a disposizione, si è andati nella direzione che auspicavo; ovvero una maggior caratterizzazione dei 3 curricula e bibliografia in lingua inglese per gli insegnamenti. Un altro punto del programma era la creazione di un nuovo sito del corso di laurea. La creazione di un sito del corso di laurea è un’esigenza avvertita non solo da Gorizia, bensì da tutto il Dipartimento di Scienze Politiche; è in corso un graduale aggiornamento grafico e di contenuti dei vari siti dei Dipartimenti e speriamo che quanto prima si arrivi a perfezionare anche il sito del PUG. Parliamo di un argomento scottante di cui ti sei occupato: la riforma del regolamento tesi. Quali sono le modifiche definitive? In fase di discussione di regolaIn fase di discussione di regolamento si era partito da posizioni che giudicavo essere mortificanti per gli studenti, ovvero un numero massimo di parole francamente assurdo (6mila). In commissione paritetica successivamente mi sono battuto, insieme al rappresentante di Trieste, per ottenere un più congruo numero di parole (40mila). Dopo un primo errore di trascrizione che abbassava il limite massimo, tale situazione è stata fatta presente alla direzione di dipartimento, che ha recepito e provveduto a ripristinare il limite di 40mila parole suggerito dalla commissione paritetico-didattica. L’aumento del

punteggio velocità [da 2 a 3 punti, ndr] rappresenta ,invece, un positivo sprone agli studenti per concludere in tempi celeri il loro percorso. Ma com’è possibile che chi si è iscritto al Sid nel 2011 veda cambiare il regolamento ora, a quattro mesi dalla laurea? La discussione del regolamento tesi è sul tavolo delle discussioni da circa due anni. Dopo la proroga chiesta e ottenuta per la coorte di immatricolati del 2010, il Dipartimento ha deciso che da quest’anno dovesse entrare in vigore il nuovo regolamento. Sinceramente anche io mi trovo in disaccordo in quanto sarei stato favorevole all’approvazione per il nuovo regolamento tesi in concomitanza con la laurea degli immatricolati dall’anno 2012. Come vedi Gorizia e il Sid da «fuori»? L’esperienza in Romania mi sta facendo capire come tutto quell’insieme di esami che talvolta appaiono astrusi o puramente teorici contribuiscono invece fortemente alla creazione di una conoscenza applicabile in più settori e ambiti, rendendo di fatto la nostra preparazione valida e spendibile in più ambiti; dall’economico al giuridico, passando per il politico. Vorrei salutare i siddini e ricordare che se ci fossero problemi o necessità possono scrivermi su Facebook o via e-mail o, meglio ancora, parlare direttamente con i rappresentanti in patria: Federico, Francesco e Francesca. Salutări de la București!


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Sconfinare - Alumni/Stile libero

UNA «SIDDINA» A SINGAPORE

Serena Mariani, laureata nel 2006 dopo esperienze in Belgio, Marocco e Stati Uniti, oggi lavora per Synthesio A cura di Eleonora Cecco

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erena Mariani, laureata nel 2006, è oggi Sr. Manager - Operations & Client Services per Synthesio a Singapore. Nata in Abruzzo nel 1982, dopo il liceo classico, Serena si è iscritta a Scienze Internazionali e Diplomatiche perché non aveva le idee troppo chiare su cosa voleva fare «da grande», sapeva che avrebbe voluto un lavoro internazionale che la portasse a viaggiare e a entrare in contatto con altre culture. «Scienze Internazionali» sembrava perfetto. Per questo numero di Sconfinare, Serena condivide con noi il suo percorso. L’esperienza a Gorizia è stata positiva perché mi ha dato l’opportunità di lavorare e viaggiare già durante gli anni universitari, perché la qualità dell’insegnamento è stata in generale ottima e perché ho conosciuto persone indimenticabili. Non trovo sinceramente aspetti negativi; forse avrei voluto vedere una maggiore integrazione tra le varie realtà universitarie presenti a Gorizia. Durante gli studi universitari ho partecipato a un Erasmus a Liegi (Belgio) per approfondire la conoscenza del francese; ho effettuato un periodo di stage presso l’ANSA nelle sedi di Roma e poi di Rabat (Marocco) e con una borsa di studio ISEP ho trascorso un semestre negli Stati Uniti. Dopo la laurea a indirizzo economico, mi sono orientata verso il mondo aziendale piuttosto che istituzionale. In seguito a un periodo di traineeship nelle divisioni «Rela-

zioni esterne» e «Marketing» per Procter & Gamble Italia, sono stata «Addetto comunicazione e relazioni coi media» per la Financial Services practice di PricewaterhouseCoopers, prima di tornare ad occuparmi di «Relazioni coi media» e del nascente settore «digital» nell’agenzia di comunicazione MSL Italia a Milano. Ho imparato moltissimo in agenzia, avendo l’opportunità di lavorare assieme a veterani della comunicazione in Italia come Marco Squarcini, e allo stesso tempo di spe-

rimentare e far sperimentare ai miei clienti nuove piattaforme e contenuti di comunicazione come i blog, Facebook, Twitter. Ho capito che questo settore era quello che più mi appassionava e per sviluppare nuove competenze in un mercato più avanzato mi sono trasferita a Londra. Al momento sono responsabile «Operations & Client Services» per la regione APAC (Asia Pacific) per Synthesio, una startup di origini francesi che opera nel settore SaaS (Software as a Service) per il So-

cial Media Listening. Il mio ruolo involve la pianificazione e la gestione di implementazione ed esecuzione per progetti di «social media listening and engagament» sui nostri clienti strategici. In pratica, assieme a un team interno e a una rete di partner in vari mercati asiatici, forniamo alle aziende una soluzione «chiavi in mano» per monitorare la propria reputazione online, fare ricerca su un determinato brand, settore o target demografico nella propria lingua e con modalità «customizzate». Nella mia giornata tipo incontro i clienti, discuto con il team, dedico tempo alle mail e spesso sono in viaggio; ho la mia «dose quotidiana» di Twitter e Instagram per tenermi informata e connessa. Nel mio (poco) tempo libero, curo un blog di food & travel e scrivo qui e lì per diversi siti di lifestyle e tecnologia. Dal mio punto di vista, lavorare nel «digital» è incredibilmente interessante perché il settore è sempre in movimento e ci sono sempre opportunità di imparare. Anche a livello manageriale non ci si può sentire mai «arrivati». Aspetti negativi non ne trovo, forse il fatto che le barriere all’entrata sono basse per cui in alcuni settori, in Italia e altrove, il social viene ancora considerato «un gioco da ragazzi». Un circostanza che mi ha fatto crescere è stata la mancata assunzione in azienda al termine del mio stage in P&G: una grande delusione che al momento ho vissuto come una «occasione mancata», ma che mi ha portato a fare autocritica costruttiva, a essere più consapevole e a correggermi su al-

cuni aspetti. Col tempo posso dire che mi abbia trasformato in una persona e una professionista migliore. Oggi si parla tanto di «personal branding» ed è giusto, ma questo non significa non ammettere mai – o peggio nascondere – i propri inevitabili insuccessi: ogni esperienza è un’opportunità. «Ever tried. Ever failed. No matter. Try Again. Fail again. Fail better» (Samuel Beckett) è il mio motto. In seguito, il momento più emozionante della mia carriera è stato ricevere il premio per «Best Social Media Communicator Under 30» nel 2012 a Londra, grazie all’endorsement della mia azienda e dei clienti. Le competenze acquisite al SID che mi sono state maggiormente utili sono lo studio delle lingue, lo sviluppo di una consapevolezza geopolitica, di una flessibilità mentale, interesse e rispetto per diverse culture. Questi tratti mi hanno «allenato» dal punto di vista umano e professionale. A chi desidera intraprendere una carriera nel mio settore consiglio di sperimentare e «sporcarsi le mani»: aprire un blog, partecipare in community tematiche, fare ricerca online. Oggi grazie alla tecnologie è davvero alla portata di tutti e ha un duplice vantaggio: permette a neolaureati e giovani professionisti di presentarsi in azienda già con un portfolio e delle competenze, oltre che di dimostrare un reale interesse per la tecnologia. La versione integrale sarà presto su www.sconfinare.net

HAI MAI UCCISO UN IDEALE? Sono molti i campanelli d’allarme che stanno suggerendo all’uomo di fare qualche passo indietro. Qual è la strada del cambiamento? A volte forse basta ripartire dalle cose più semplici, come il recupero dei valori.

di Veronica Andrea Sauchelli

C’

è crisi, dicono. L’economia ha fatto la fine di un candelotto di Nobel, non resta nulla da fare. C’è crisi: il lavoro è andato in fumo, e i soldi? Pure. Purtroppo ne risente anche la politica, è ovvio. È difficile mettere in piedi un governo stabile in queste condizioni. Lo dicono anche i telegiornali, e si sente parlare sempre più spesso di suicidi. La gente s’ammazza perché c’è crisi, dicono. Chissà cosa direbbe il vecchio Durkheim di questi casi. Classe 1858, una liscia pelata, una barba spruzzata di grigi, e piccoli occhialini ellittici: Emile Durkheim, anche se lontano nel tempo, è a tutt’oggi la fonte più autorevole e indiscussa in merito al suicidio. È il teorizzatore di tre casi fondamentali: il primo è quello del suicidio altruistico, che è indice di una coesione sociale talmente forte che l’io passa in secondo piano, schiacciato fino alla distruzione; c’è poi il suicidio egoistico, che si verifica quando l’integrazione sociale è fragile; e rimane infine il suicidio anomico, tipico del mondo contemporaneo, in cui la società

ha un ruolo estremo. Generalmente aumenta nei periodi di crisi economica ed è strettamente connesso alla mancanza di riferimenti e valori sociali condivisi. Il momento che stiamo vivendo non nasce dal nulla, nasce dalla morte di Dio e dalla violenta affermazione di un’apatia stringente. Il letame da cui è fiorito l’oggi è frutto della decomposizione dei cadaveri degli ideali, ed ha prodotto una comunità disillusa a cui pare ridicolo il credo nelle utopie e che perciò non ha nulla a cui tendere. In luogo di una realtà ideale a cui mirare ce n’è una banale ed imperfetta a cui arrendersi. La figlia volubile di questo processo è la società dei consumi in cui tutto è merce, giacché il consumo è l’unico (magro) riscatto che all’uomo resta. Fa quindi la sua comparsa sulla scena un individuo consapevole dell’avvenuta decapitazione dei limiti dell’agire, che vive inseguendo le più basse forme del piacere, mosso soltanto da nudo edonismo. L’uomo contemporaneo ricerca le soddisfazioni più facili ed immediate, ma la mediocrità delle stesse (e di lui stesso) lo spinge a non sentirsi mai appagato e a rincorrere sempre il nuovo, consumando e bruciando così ogni cosa.

Fra le vittime del consumismo ci sono anche i rapporti umani che, come teorizzato da Zygmunt Bauman, divengono liquidi. Le relazioni sono precarie e instabili, numerose ma di scadente qualità. Si perde la capacità di scegliere e di riparare, uccidendo così l’artigiano che c’è in noi. L’individuo si sente costantemente ad un gran buffet a cui è autorizzato ad ingozzarsi senza mai imparare a dire no, a rinunciare ad un piatto. Su queste basi non si può che costruire un non-individuo, e un non-individuo di certo non può divenire famiglia. Su un uomo che non sa rinunciare ad un piatto non si può che costruire un non-politico, che di certo non può diventare classe dirigente. Sicuramente quest’ultimo passaggio semplifica enormemente la realtà, ma ciò non toglie che affinché la sciocca Vita di un uomo abbia un senso questa debba seguire delle linee guida, e per dare a se stessi una forma che non sia mortificante è necessario un potente sforzo decisionale. Ai giovani va detto che non è il loro Dio ad essere morto, ma è il Dio dei loro padri. A vent’anni abbiamo già sulle spalle l’amarezza di secoli di mafia, le ferite di guerre che non abbiamo vissuto, il rancore per Repubbliche che non abbiamo amministrato. A vent’anni siamo già stanchi e vinti come se vivessimo ancora gli ultimi giorni di antenati incartapecoriti mai sfiorati, invece siamo pelle nuova e i nostri ideali dobbiamo ancora decidere se ammazzarli o meno.


Številka 39- POMLAD 2014 Glavni Urednik: Giovanni Col l ot

UKRADENO OTROŠTVO: TRAGEDIJA OTROK IZ SIRIJE GiacomoCuscunà prevedla jeMiha Kosovel

15.

marca bodo minila tri leta. Tri leta odkar je ljudstvo dvignilo svoje glave. Tri leta odkar je režim Bašarja Al-Assada krvavo zatrl prizadevanja sirskega ljudstva. »Ni miru brez pravice«, ki deluje v Gaziantepu, se zaveda, da se, kot je 22. janurja prejšnjega leta na konferenci v Ženevi poudaril britanski zunanji minister William Hague, »sirijski konf ikt ni začel kot borba proti terorizmu. Začel je z golo silo in zatrtjem navadnih ljudi, ki so le zahtevali več politične in ekonomske svobode.« 15. marca bodo minila tri leta. Tri leta v katerih je moralo že tri milijone ljudi zbežati v bližnje dežele in si tam poiskati zatočišče. Od tega več kot milijon otrok. Tri leta v katerih je več kot šest milijonov ljudi, tretjina vsega prebivalstva, izgubila vse in živi razseljenih znotraj Sirije. Od tega tri milijone otrok – beguncev vojne brez zmagovalcev. Po treh letih je globalna tišina napravila prostor ekstremističnim skupinam, ki ne predstavljajo samo nevarnosti za mednarodni mir in varnost, ampak svojo moč vsiljujejo preko nasilja in smrti, tako kot je to že prej počel režim. S tem oslabljujejo oborožene skupine, ki se borijo za svobodo, in škodujejo civilnemu prebivalstvu. »Ni miru brez pravice« v Gaziantepu deluje v smeri podpore ponovne vzpostavitve pravnega stanja. Naše aktivnosti so usmerjene k pomoči sirskim aktivistom in institucijam, ki se ukvarjajo z dokumentacijo zločinov, ki se dogajajo dan za dnem

v deželi, da bi prišlo do sprejetja odgovornosti in bi se žrtvam zagotovilo pravice. Spodbujajoč demokracijo in zaščito človekovih pravic, se namreč daje prednost vključitvi tem kot so prehodna pravica, borba proti nekaznovanosti in sprava, ki so bistveni gradniki obnove in tranzicije v demokracijo. Tekoči projekt stremi k rasti zavedanja problematike in okrepitvi zmožnosti lokalnih akterjev (tako institucij kot civilne družbe) pri sprejemanju konkretnih vlog v samem procesu. Prizadevanja, ki se soočajo z zelo težko situacijo na terenu. Nasilje se ne zmanjšuje, temveč je občutno v porastu. Sirija je razdeljena. Določeni deli države so kontrolirani s strani Svobodne sirske vojske, nekatere obvladujejo sile iz Damaska, spet drugi pa so

v rokah ekstremistov, katerih cilji se ne ozirajo na človekove pravice. Preiskovalna komisija, ustanovljena s strani Združenih narodov, za te obtožbe ostaja gluha.

v Siriji, onemogočajo dostop do izobrazbe in osnovnih zdravstvenih storitev. Otroci so ostali sami, brez kakršnekoli psihološke podpore za travme, ki so jih utrpeli in grozodejstva, ki so jim bili priča v času Prizanešeno ni bilo niti sirskim konf ikta. otrokom. Izjava generalnega sekretarja OZN Bana Ki-Muna o otroDržavljani Sirije, ki so zahtevali cih in konf iktu v Arabski republiki svobodo in spoštovanje, so bili v teh Siriji jasno pove: »V času obširnih treh letih ujeti. Mučeni. Zlorabljeni. aretacijskih akcij so bili otroci s So priče poboju svojih ljubljenih in strani vladnih sil aretirani, pridržani teptanju lastnih pravic. Prisiljeni in mučeni v centrih za pridržanje.« so bili gledati usmrtitve svojih braIsto poročilo damaskovski režim tov. To lahko beremo v poročilih obtožuje uporabe otrok kot živih najvišjih mednarodnih institucij. V ščitov. Otroci doživljajo bombar- tišini tistih, ki poslušajo … ali pa se diranje ali so tarča ostrostrelcev le pretvarjajo, da poslušajo. vseh udeleženih strank. Njihove šole, ki so zasedene ali uničene, in poškodovane bolnišnice več kot dvema milijonoma otrok, ki so še vedno www.npwj.org

Sconfinare #39  

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