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n°35- INVERNO 2012/13

direttore: Giovanni Collot

È un giornale creato dagli studenti di Scienze Internazionali e Diplomatiche di Gorizia

L’EDITORIALE di Giovanni Collot

U

n giorno cupo e piovoso un cavaliere scorse un piccolo passero che stava in mezzo alla strada, sdraiato sul dorso. «Che fai, con i piedini in aria?» – chiese il cavaliere. «Ho sentito dire che oggi crollerà la volta del cielo» – rispose l’uccellino. Il cavaliere rise: «Suppongo che pensi di reggere la volta del cielo con le tue gambette». «Ognuno fa quel che può» – rispose il piccolo passero. Questa storiella, raccontata dal giurista italiano Antonio Cassese, torna utile in un periodo come quello che stiamo attraversando: il mondo è preda di una crisi, non solo economica, ma soprattutto ideale, che ne mette in discussione tutti i fondamenti principali, mentre le guerre e le instabilità si moltiplicano ovunque. Per noi, giovani degli anni 2000, vivere e crescere in un tale contesto sembra alquanto deprimente: siamo la generazione di mezzo, come ha già detto qualcun altro su queste stesse pagine un po’ di numeri fa. I nostri nonni hanno fatto la guerra e ricostruito il Paese, i nostri padri hanno conquistato il benessere e hanno organizzato il mondo a loro immagine. Ma le sicurezze che li avevano accompagnati ora sembrano scomparse; le idee tradizionali della famiglia, dell’impegno che permette di raggiungere ogni risultato, sembrano evaporate di fronte a contratti a tempo determinato e lavoro inesistente: il mondo che erediteremo è più grande, più pericoloso e più incerto e noi ci troviamo ad affrontarlo più soli e sradicati. L’angoscia, in questo contesto, appare legitarrendersi. E non possiamo permettercelo, non possiamo diventare un’altra generazione perduta. C’è un altro modo per affrontare la crisi, che consiste in un ribaltamento di prospettiva: trasformarla in opportunità. Dopotutto, ogni crisi è di per sé un passaggio, in cui si tolgono gli ormeggi conosciuti per entrare in mare aperto. E questa volta non è diverso: abbiamo è venuto prima di noi, ci è toccato in sorte di prendere la nave e partire. Può essere che in questo viaggio partiremo soli e senza bussola, ma sarebbe un errore non farlo: abbiamo l’opportunità di inventarcela, la nostra bussola, e di crearci la nostra ciurma. Ciascuno a suo modo, ciascuno con i propri tempi. Ma ognuno, come l’uccellino della storiella, deve fare quello che può. Se non vuole che il cielo gli

«QUAGGIÙ NON SCENDE NEMMENO CRISTO» Cronache da Potosí, la miniera boliviana della morte di Edoardo Buonerba & Dario Cavalieri

Testo e Immagini di Edoardo Malvenuti

S

i muore ancora nel ventre della terra. Da cronache di Potosí vecchie cinquecento anni: schizzano memorie prefocho Panza, nel Don Quichotte, a nominarla: «vale un Potosí», indica una moneta. Riavvolgere il nastro: e trovarci artigiani preun mare, un oceano d’argento da spolpare dal Cerro Rico, sbalzo ripido d’orizzonte, 4.782 metri in cima, che era, è, un inferno al contrario – e che dell’oltre mondo ricalca esatto la memoria letteraria. Si muore ancora nel ventre della terra. Nelle cinquecento gallerie d’estrazione, in tombe scavate col piccone e l’esplosivo. Una mattanza di almeno otto milioni di indigeni o schiavi afria scoppiare. Dalla scoperta nel 1545 all’indipendenza boliviana del 1825 l’argento di Potosí è stato un disastro come diadema. sciandola carcassa, misera, fredda. A ricordarlo resta più impeccabile castellano parlato in Sud America, la fede incrollabile dei

Cosa sta accadendo in Siria? Con le foto di Giacomo Cuscunà da A’zaz

potosini, le chiese cesellate ad ogni angolo di strada. Una distesa di tetti, gente che vive con niente: sottozero, mattoni rossi senza intonaco. Sud dalla Bolivia, ma tanto stretti al cielo che l’azzurro dà faXVIII secolo era la più ricca di Latinoamérica, e più grande di una qualsiasi Londra o Shanghai. Premetto Eduardo Galeano: da “Le vene aperte dell’America Latina”. Parole di un’anziana cholita avvolta in un «chilometrico scialle di lana di alpaca»: «La città che più ha dato al mondo e che meno possiede», è la sentenza. Era più di quarant’anni fa. Oggi lo stesso, solo un qualche turista in più, per qualche ostello. Rientrare in quelle gallerie dopo cinque secoli di drenaggio furioso, è accovacciarsi, affondare nel fango, caldo d’inverno. Almeno 15.000 mineros rosicchiano giornalmente questi intestini bollenti: ma d’argento ormai si parla solo nelle leggende o in formule scaramantiche. L’adesso è altro. Si piccona, s’accende briciole di quello che resta. E resta poco: stagno, zinco, rame. CONTINUA A PAG. 4

Alla scoperta dell’Islanda...

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...e degli Islandesi PAGINA 6

Il nostro speciale sul Gect solo su: www.sconfinare.net


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Inverno 2012/13

FOUR MORE YEARS Cosa aspettarsi dalla politica estera di Obama nei prossimi quattro anni, in quattro scenari A di Patricia Ventimiglia & Giovanni Collot

www.iMerica.it

d una prima analisi, il risultato delle elezioni dello scorso 6 novembre potrebbe dare un senso di scoraggiamento: Obama è ancora Presidente, i Repubblicani controllano ancora la Camera mentre i Democratici sono maggioranza al Senato. Nulla appare cambiato, quindi: quelli che si preannunciano sono altri quattro anni di scontri, malfunzionamento e dibattiti infuocati. La realtà è ben diversa: la riconferma di Obama ha mutato la situazione in profondità, rivoluzionando i rapporti di forza. Tale risultato, per i numeri con cui si è concretizzato, suona come un mandato al Presidente e dà una violenta battuta d’arresto ai Repubblicani e alla loro strategia di contrapposizione ideologica feroce. Nel nuovo contesto che si è venuto a creare, ora il Presidente ha le mani più libere per completare il suo lavoro, non dovendo concentrarsi su una rielezione. Questo discorso vale in particolare in un campo, la politica estera, in cui i risultati dal Presidente e del suo Segretario di Stato Hil-

incompleti. Ma Obama non ha mai negato che la sua strategia, basata strettamente sull’interesse nazionale e su una responsabilità di mantenimento dell’ordine mondiale condivisa tra più attori, puntasse ad un orizzonte di lungo periodo. Ecco perché i prossimi quattro anni saranno fondamentali minciato in questo primo tempo. Molte sono sore della Clinton (che per alcuni sarà Susan Rice, attuale Ambasciatore all’ONU). Qui presentiamo quelle più pressanti.

Afghanistan/Pakistan

Anche dopo il ritiro delle truppe americane dall’Afghanistan, spinto da Obama e

previsto entro il 2014, i rapporti con il Pakistan rimarranno cruciali per Washington. Anzi, saranno ancora più importanti, visto che il Paese è diventato il nuovo cuore della strategia antiterrorismo di Obama, che prevede il ricorso massiccio a incursioni mirate di droni senza pilota sugli obiettivi sensibili. Inoltre, molti analisti considerano il Pakistan come uno Stato in via di fallimento: anche se un vero e proprio collasso potrebbe non avverarsi mai, esso rimane una potente fonte di instabilità nella regione. Obama dovrà quindi cercare di gestire i rapporti con Islamabad nel migliore dei modi, cercando di percorrere lo stretto sentiero tra appeasement e interesse nazionale. Questo nei rapporti bilaterali che Washington sta intrecciando con l’India, nemico storico del Pakistan, e a cui Obama non sembra intenzionato a rinunciare.

Medio Oriente e Iran

Il dossier medio-orientale è quello che rimane più caldo (Bengasi non vi dice nulcoltà e necessitano di un aggiornamento: l’Egitto è governato dai Fratelli Musulmani, mentre con Israele i rapporti sono freddini. Il premier Israeliano Netanyahu non ha fatto mistero di preferire Romney a Obama, e se dovesse essere riconfermato alle eleziodiretto all’Iran, mentre il Presidente USA preferisce continuare con le sanzioni, che hanno portato a qualche risultato ma nulla di decisivo. Se la situazione rimarrà tale, è probabile che gli Stati Uniti siano costretti a coprire le spalle ad Israele. In questo senso, è probabile aspettarsi un tentativo del Dipartimento di Stato di isolare l’Iran attraverso alleanze con i governi dei Paesi della primavera araba. L’occasio-

ne permetterebbe ad Obama di responsabilizzare i nuovi leader eletti. Un esempio di questo approccio è data dalla risposta alla crisi di Gaza: gli USA hanno appoggiato Israele, ma lasciando l’onere dei negoziati all’Egiziano Morsi hanno ribadito il loro desiderio di allargare la responsabilità del mantenimento dell’ordine ad altri attori. Su questo incombe l’ombra della Siria, tervento USA senza l’appoggio dell’ONU. Insomma, per il Medio Oriente non si prevedono grandi iniziative, ma piccoli passi, soprattutto diplomatici, che permettano a Washington di tenere sotto controllo l’area senza impegnarsi in prima persona.

sponda alle loro richieste, ma questo rischia comunque di raffreddare i rapporti con la

Cina

rieletto. C’è quindi da attendersi anche in -

La Cina è il vero nuovo orizzonte della politica estera di Obama. Attraverso il Pivot to Asia, Washington vuole contenere l’ascesa della Cina e, allo stesso tempo, aumentare la propria presenza nella regione per spingere Pechino al dialogo. Non è un caso che il primo viaggio dopo la rielezione sia stato in Myanmar, Cambogia e Thailandia. La scommessa di Obama è rischiosa e dipende molto dalle scelte del nuovo gruppo dirigente appena nominato a Pechino; ma che una partnership con il Paese del Dragone sia necessaria è fuori di dubbio. Intanto però, a complicare il quadro sono entrate le contese tra la Cina, il Giappone, le Filippine e il Vietnam per le isole Senkaku. Molti paesi della regione vedono quindi gli Stati Uniti come il Paese che può contrastare il dominio cinese. -

Russia

La Russia è ormai un potere regionale più che forza ideologica o militare, ma buoni rapporti sono fondamentali. Obama punterà quindi a rimettere in moto il dialogo di far dimenticare ogni genere di tensione provocata dai dibattiti svolti in campagna elettorale, dove Mitt Romney, il candidato Repubblicano, ha più volte descritto la Russia come un pericoloso nemico. Obama si è distanziato dal rivale, promettendo mag-

a un approccio più pragmatico, che cerchi l’accordo dove possibile. La prima mossa in tale senso potrebbe essere rinegoziare il progetto NATO dello scudo anti-missile in Europa dell’Est.

IL PETROLIO FINISCE, CUBA RISPONDE (ANCHE) CON LA PERMACOLTURA di Margherita Cogoi

N

el lontano 1992 io mi dedicavo a nascere, mentre l’URSS si dedicava a morire. E portava con sé, nel suo sfaldamento economico molto prima che ideologico, i suoi partner internazionali. All’epoca Cuba è dipendente dall’economia sovietica. Fidel Castro, dopo aver perso il conto delle imprecazioni sfuggitegli nei confronti dell’embargo USA, si ritrova a doversene inventare altre per il collasso sovietico. Le importazioni di petrolio dall’URSS vengono dimezzate, il PIL crolla del -34% e il gentile nome che viene dato alla catastrofe è “Periodo especial”. La produzione di energia elettrica diminuisce di botto, impedendo il funzionamento delle pompe che portano l’acqua nelle case. I fortunati possessori di un’automobile rinunciano ad utilizzarla. Sono mesi in cui i secchi d’acqua vengono portati alle case con le carrucole, e chi si deve spostare fa l’autostop o prende posto assieme a molti altri su ingombranti camionbus governativi. Le persone cominciano a muoversi su biciclette importate dalla Cina comunista (cosa che, per inciso, porta a una diminuzione delle malattie cardiovascolari) o su buoi e asini. Ma dal petrolio non dipendono solo i mezzi di trasporto, l’acqua nelle case o l’utilizzo del frigorifero: anche l’a-

L’isla revolucionaria ci precede nell’era post-petrolifera

gricoltura va in crisi. La rivoluzione verde, quella chimica fatta di trattori, pesticidi e concimi, non può più avere luogo: l’inevitabile calo dei prodotti alimentari è massiccio. L’unica alternativa è il ritorno al bue, all’aratro, alla rotazione delle colture. Alla monocoltura da esportazione si sostituisce una varia policoltura. La gente, priva dei prodotti alimentari d’importazione, mangia meno: il calo di peso è un fenomeno generalizzato. Molti bambini sotto i 5 anni sono denutriti, molte donne incinte sono anemiche. Per affamata necessità le persone cominciano a utilizzare le terle, i tetti per piantare qualche ortaggio. La permacoltura è proprio questo: la gestione di paesaggi antropizzati perché siano in grado di soddisfare i bisogni (non solo) alimentari della popolazione. Il termine permaculture è una contrazione di permanent-agricolture e di culture, perché “una cultura non può sopravvivere a lungo senza una base agricola sostenibile ed etica”. Adesso, nel 2012, a Cuba la produzione alimentare è per

lo più interna. A L’Avana, capitale ben poco rurale, il 50% dei prodotti agricoli deriva dalle minicolture urbane. Questo sistema agricolo, apparentemente antico e superato, dovrebbe essere preso in considerazione. Ha portato non solo al riarricchimento della terra precedentemente smagrita dai prodotti chimici, ma anche la responsabilizzazione della popolazione nei confronti dei cambiamenti climatici: infatti la maggior parte dei cubani conosce ora il -

co del petrolio, e soprattutto è riuscita a comportarsi di conseguenza. Se parlare di democrazia cubana è comico, parlare di intelligenza è obbligatorio. Secondo il WWF Living Planet Report 2012, Cuba è uno dei pochi stati al mondo ad avere impronta ecologica pari a 1. A un osservatore occidentale quanto è avvenuto a Cuba sembra lontano e indesiderabile. Ma è necessario comprendere che tutti i Paesi del mondo assisteranno a breve a una grave crisi energetica causata dalla loro dipendenza dal petrolio. Quelli più consumisti in petrolio, dal 2010, non possono che diminuire, e tentare di uscirne con le tar sands è stupido. Dovremo cambiare radicalmente le nostre abitudini o riusciremo a escogitare in tempo delle valide alternative alle fonti di energia fossili? Forse per noi euorganizzativo, visto il minor interventismo statale nella vita della popolazione. Ma le tecnologie alternative, quelle che non hanno mai abbastanza spazio nei bilanci statali, sono già presenti e devono essere sviluppate. Cuba è stata costretta dagli eventi a cambiare vita, ora tocca a noi.


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Inverno 2012/13

l’iNverNo dei profughi

Niente acqua né elettricità, e aiuti “col contagocce”: di Chiara Ceccon

C

ome in ogni guerra civile (e tale è

in Siria dalla Croce Rossa a metà luglio), le vittime non si contano solo sul campo di battaglia, ma anche alle soglie della “zona rossa”, nei campi profughi in cui migliaia di persone, pur avendo avuto salva la vita, hanno perso tutto ciò che le dà un

zioni dei campi profughi, nonostante gli aiuti di associazioni e istituzioni (l’Ue ha recentemente affermato di voler “rafforzare la loro assistenza”), rimangono drammatiigieniche e alcuni servizi, quali l’elettricità, sono pressoché assenti. E con l’inverno alle porte, non ci sono certo miglioramenti

per i Rifugiati (Unhcr) ha annunciato che il

dute come mogli a uomini sauditi per poche

solo il 34% delle risorse necessarie. Alla già

migratorio sia stato incanalato anche verso l’Iraq attraverso il valico di Al Qaem, inizia a farsi più evidente il malcontento di quelle popolazioni, come quella turca, che vedono il proprio territorio “assaltato” dall’ondata

“di percorso” (come l’incendio dello scorso 2 novembre durante il quale è morto un bambino di 5 anni) e altri episodi allarmanti, come quello di alcune ragazze siriane, prelevate principalmente dalla Giordania, ven-

Per quanto gran parte delle notizie che giungono dalla Siria risultino oscure o inporto dei media, guardando ai dati dell’Onu lioni e mezzo di sfollati all’interno del Paese e 500mila profughi divisi tra Giordania, Libano e Turchia. In particolare a quest’ulti-

donatori, oltre ai Paesi che già si sono fatti carico di dare asilo ai rifugiati, sono gli Usa e gli stati membri dell’Unione Europea, tra i quali l’Italia, che per i prossimi mesi ha destinato a questo scopo circa 20 milioni di euro. Il 13 novembre, inoltre, su incarico del ministro degli Esteri Terzi, Margherita Boniver, inviato speciale per le questioni umanitarie, si è recata in Turchia in visita

di campi sono 117mila i rifugiati registrati e circa altri 70mila coloro che ancora non lo sono, con picchi di quasi mille profughi al

missione, dopo quelle in Giordania e Liba-

continuamente esposto al rischio di attentati e bombardamenti. I rifugiati sono soprattutto donne e bamtanti dell’Esercito Libero, che tentano così di proteggerli dalla repressione. Le condi-

aiuti sembrano arrivare con il contagocce, ma «non ci sono segnali di un vero “cessate il fuoco”, né di una soluzione politica accettabile». Si prospetta un gelido inverno in Siria.

TuTTo quello Q che NoN c’è

di Veronica Andrea Sauchelli

da dire sulla siria

uesto non è un articolo che vi dirà cosa si può pensare sulla Siria. Le confuse righe che sto per spalmare su questa pagina non sono altro che una denuncia, non di un regime, non di una guerra, bensì di una stampa approssimativa e scorretta. Un cittadino desideroso di farsi un’opinione utilizzando, com’è più probabile, principalmente un solo canale Damasco stia vivendo una grave crisi di regime, dovuta al risveglio delle violente necessità democratiche di una popolazione incoraggiata ad uscire dalla sua condizione di minorità dopo i seducenti colpi di frusta della primavera araba. frontare, così, per noia, qualche giornale in più, qualche testata estera, si troverebbe a sbattere il muso contro evidenti contraddizioni. È successo a me. Girovagavo con ingenuità fra notizie in lingue diverse cercando di stabilire quale nazione avesse il giornalismo più dettagliato e sagace, più arrogante e di qualità; invece ho scoperto che esiste un solo giornalismo, ma due guerre distinte. Eh sì, a quanto pare c’è un vecchio proverbio che viene scalzato da una verC’era, ad esempio, chi descriveva una guerra prevalentemente via terra (Corriere della Sera) e chi invece

Storia di un tentativo di informazione fallito

predominante nei cieli (BBC). Dettagli? Io non credo, piuttosto le vedo come imprecisioni allarmanti. Ad ogni modo, la cosa che più sconcerta è l’esistenza di due linee di pensiero, entrambe parimenti sostenumediorientali, mentre la seconda fa emergere una linea complottista, che vede gli onnipresenti USA a tirare le

Giacomo Cuscunà

già chiesto di creare una zona cuscinetto in Siria, sotto il controllo dell’ONU, per regolarne i movimenti. A fronte dei 348 milioni di dollari necessari ad arginare l’emergenza, ne sono at-

C’è chi afferma che l’Occidente stia cercando di can-

indebolire, l’asse Iran-Russia-Cina. Allo stesso tempo l’altra metà della classe punta il dito contro un Occidendi assicurarsi gli approvvigionamenti di petrolio e gas derivanti da quei oleodotti che, nati negli Stati del Golfo, passano proprio –e necessariamente– attraverso la Siria. Ai sostenitori della tesi della rivolta popolare, si sente spesso dire che uno dei motivi principali dello scoppio dei disordini è la grande tensione derivante dalla mal sopportazione vigente fra le numerose diverse etnie religiose conviventi sul territorio. Pare che noi occidentali abbiamo acquisito il vizio di ridurre ogni problematica mediorientale ad una dimensione religiosa, il che è un po’ fazioso oltre che tristemente riduttivo. In secondo luogo tale discorso sembra particolarmente goffo se associato ad un paese notoriamente laico, che vede presenmente accettate. Curiosamente, la stessa moglie di Assad –che fa parte della minoranza alawita– è di confessione sunnita. Insomma a chi credere? Da una scrivania italiana è impossibile stabilirlo. L’unica cosa che si riesce a comprendere con facilità è la debolezza del giornalismo odierno. Per il 2010, quindi l’anno prima che scoppiasse la crisi in Siria, l’archivio del Corriere della Sera conta solo quattro articoli incentrati su Assad ed il suo Paese, e nessuno di questi è focalizzato sulla politica interna. Effettivamente, spulciando l’archivio per tutta la durata della presidenza del leader siriano, non si trova nessuno scritto che denunci le condizioni del popolo siriano. Nessuno. Ed ora nemmeno. Non esistono articoli che raccontino come viva un cittadino siriano, non esistono articoli che riportino le richieste dei ribelli. Tutto quello che la stampa ci dà ogni giorno è una vuota cronaca dei bombardamenti ed un nudo, asettico, muto aggiornamento sul numero dei morti. Chiudete pure i vostri vecchi vuoti giornali, pretendetene di nuovi.


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Inverno 2012/13

CRONACHE DA POTOSÍ -

Testo e Foto di Edoardo Malvenuti CONTINUA DALLA PRIMA -

poco distate dove un tempo i missionari costringevano gli indios a convertirsi. Poi ci sono le foglie di coca. Dal mattino

una tonnellata di materiale grezzo. Poi lo deformare le guance di minatori e non. Le

Pachamama. Tutti i minatori di Potosí sono organizzaCerro hombre minero -

-

le lasciano riposare in una bolla spessa contro le gengive. L’hoja torno alla Wiphala primo presidente indigeno del Sud America: vazione delle piantagioni di coca un cavallo

da cercatore d’argento a cicerone delle galprima settimana di suo padre a riposo dopo

semana. -

campagna elettorale. Tutti masticano in miniera: per tirare avanti dodici ore senza mangiare dentro galle-

pensione scelgono di restare a lavorare sottoterra. Dopo tanti anni nel gruppo il legame

Ma resta altro sulla lista dei gringo Gialle d’arsenico. In un Paese dove la spe-

-

sta media può abbassarsi a

ricoperto di coriandoli e foglie di coca. Il -

gruppo di minatori sostiene di tasca -

voratori sotterranei si riforniscono tra il caminero: il

in bocca. -

UN VIAGGIO SENZA SE(NEGAL) E SENZA MA Assaggi di un’esperienza di volontariato in Africa Rosa alle immense distese di baobab. Lo scopo per cui io insieme ad altri 10 volontari ci trovavamo lì non era per fare i turisti per caso ma un altro: aiutare bambini

di Federica Cordioli Dakar, Senegal —

Q

ra banlieu

dev’essere voler stravolgere o raggiungere -

l’aria pullulava di zanzare e il sole stentava -

un’istruzione di base per tutti. Le migliori

pagare la retta. Non riesci a pagare? Semplistenuta dalla Onlus italiana con cui sono an-

la differenza) in una mattinata trascorsa a

luogo. Il direttore e tutti gli insegnanti sono dà un sostegno economico con l’obiettivo di

per gli studenti e tempo libero per noi vo-

sibile. una conversazione: Insciallah!

-

-

ambientare in una cultura così diversa ma il sapore dello yassa pentoloni da mangiare tutti insieme e con jambé Ramadan

fare un mini-corso di educazione sessua-

agosto un’esperienza di volontariato. Nonostante il periodo non fosse dei migliori per -

paese africano possono avere. La giornata era scandita

là costa circa 17 euro e si deve considerare

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Inverno 2012/13

REATO DIDiTORTURA : UN’ANOMALIA ITALIANA nuovo bloccata la legge che introduce il reato di tortura; di Marta Pacor

l’Italia resta inadempiente nei confronti della Convenzione Onu e monitorare che non prevalga quell’autodifesa dei comportamenti istituzionali che scarica sui singoli cittadini le brutalità e le nefandezze commesse da chi dovrebbe operare in loro difesa. È il controllo della società sullo Stato e sull’operato dei suoi a permettere che i principi fondamentali della comune convivenza vengano messi al primo posto del bene comune.» (Marcello Flores) L’irruzione alla caserma Diaz all’indomani del vertice dei G8 a Genova, con l’inusitata violenza esercitata dalla polizia su

«…Il termine «tortura» designa qualsiasi che, … qualora tale dolore o tali sofferenze o da qualsiasi altra persona che agisca a pure con il suo consenso espresso o tacito»

I

l 10 dicembre 1984 l’assemblea generale dell’ONU adottava la Convenzione contro la tortura ed altre pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti. «Nessuna circostanza eccezionale, qualunque essa sia, si tratti di stato di guerra o di minaccia di guerra, d’instabilità politica interna o di qualsiasi altro stato eccezionale, tortura», recita l’articolo 2. Il testo attribu-

isce a questo reato una gravità tale da renderlo imprescrittibile, come i crimini contro l’umanità. La Convenzione - sottoscritta anche dall’Italia - impone l’obbligo per gli Stati espressamente contemplato nel diritto penale interno. L’Italia non l’ha mai fatto. Pochi mesi fa la Commissione di Giustizia del Senato ha messo all’ordine del giorno parlamentare un ddl sull’introduzione del reato di tortura nel diritto italiano. Qualche giorno dopo l’iter è stato bloccato in Parlamento. Perché tanta resistenza, da parte di un pavare una legge di diritto elementare come quella contro la tortura? «Democrazia vuol dire rendere trasparente lo Stato e il comportamento dei suoi servitori, controllare

Cassazione «un massacro che ha screditato l’Italia agli occhi del mondo») ha mostrato chiaramente, in fase di giudizio, quanto grave sia il vuoto legislativo. La Procura generale di Genova aveva avanzato la richiesta di colmare tale vuoto, sottolineando come anche la Corte Europea abbia stabilito che trattamenti inumani e degradanti come la tortura siano reati imprescrittibili. L’Italia repubblicana conta una lunga serie di vittime di violenza da parte della polizia, casi che non sono mai stati giudicati ade-

c’erano (ed erano inequivocabili) ma per le vittime e le loro famiglie è stato, ed è tuttoLuciano Rapotez, Federico Aldrovandi, Stefano Cucchi, Giuseppe Uva, Franco Mastrogiovanni, Riccardo Rasman, Michele Ferrulli, Aldo Bianzino, Stefano Gugliotta, Luciano Isidro Diaz, Paolo Scaroni, sono solo alcuni dei nomi delle vittime di violenza da parte dello Stato. O per lo meno, sono alcuni dei casi che sono arrivati all’opinione pubblica, spesso grazie al coraggio e all’ostinazione dei loro familiari. Quanti siano nella realtà è impossibile saperlo, giacché è facile immaginare che per i soggetti più deboli, come gli stranieri detenuti, sia davvero Scrive Stefano Rodotà: «La violazione drammatica e sistematica di diritti fondamentali non rivela la vanità del riconoscimento di questi diritti, ma la loro radicale necessità» (Il diritto di avere diritti –ed. Laterza).

legale, che negli anni ha permesso allo Stato di continuare ad auto assolversi. Spesso gli stati giudicati per “lesioni personali”, reato per il quale il nostro ordinamento prevede un termine di prescrizione di cinque anni. Le prove che dimostrano l’avvenuta tortura

PRIMARIE... ALL’ITALIANA

Copiando si impara?

D

a alcuni anni a questa parte in vista delle elezioni politiche, ma anche locali, è diventato di moda fare le primarie per i candidati e intorno a queste creare una sarabanda di discussioni. Naturalmente non si tratta di un’invenzione italiana, ma di un procedimento che, come al solito, si è ritenuto opportuno copiare dall’estero, gli USA, e come al solito differenze politiche, culturali e civiche esistenti tra l’Italia e i gli altri paesi. Primi sponsor di questo procedimento in Italia sono stati Romano Prodi e Arturo Parisi, che nel 2005 le hanno promosse per le regionali in Calabria e Puglia, con l’effetto di ottenere una crisi nervosa con convulsioni una volta visti i risultati, con la vittoria di Vendola nelle primarie pugliesi, giusto premio a Rifondazione Comunista per aver fatto cadere Prodi nel 1998. Dopo averle usate per scegliere Romano Prodi come candidato premier, risultato scontato dato che tutti, tranne i leader del centro-sinistra, hanno capito che senza un candidato esterno non si vince, di questo strumento si è impossessato Walter Veltroni. Noto per avere l’esclusiva sulle copiature dagli USA, sua l’idea del Partito Democra-

di Emiliano Quercioli tico e le citazioni di Kennedy usate come il prezzemolo, le usa per sanzionare la sua presa di possesso del PD e la candidatura a capo del governo. Dopo il breve segretariato di Franceschini sono usate per la scontata elezione di Bersani a segretario, il che fa sorgere un dubbio sulla loro utilità, dato che confermano quasi sempre le decisioni già prese e nei rari casi contrari si risolve il tutto con accordi spartitori tra i contendenti. La partecipazione alle primarie è stata inizialmente aperta a tutti, inclusi stranieri con permesso di soggiorno e sedicenni, ma la novità dell’evento ha suscitato un tale entusiasmo che in molte realtà, come Napoli, ai seggi si sono presentati e hanno votato numerosi e noti esponenti del centro-destra locale. Sempre a Napoli, ma è stato denunciato in molte altre località, dentro ai seggi erano presenti scatoloni di schede precompilate e i candidati locali, sia chiaro solo per incentivare la partecipazione democratica, offrivano 20 euro a disoccupati e perdigiorno perché li votassero. Una menzione particolare meritano le come documentato dal Corriere della Sera, che seppur un po’ spaesati e neppure in grado di parlare italiano, a tarda ora attendevano il loro turno fuori dai seggi. Ma tutto

dalle foto di Gramsci e Togliatti presenti in sezione, pensavano di votare per il segretario del Partito Comunista Cinese. Per questa ultima tornata il PD ha imposto regole più precise, sulla cui scelta si sono scannati per settimane, imponendo dei zione per gli elettori, vedremo se ora che le votazioni sono state effettuate i perdenti spariranno a poco a poco, l’unica cosa sensata da copiare, oppure verranno poi sistemati in futuri governi o ruoli istituzionali. La scoperta di questo meraviglioso e perfettamente funzionante strumento partecipativo ha contagiato anche un partito che della democraticità e partecipazione fa la sua bandiera, cioè il PDL. Con in gestione

un partito ormai più squagliato di un ghiacciolo nel Sahara, il segretario Alfano ha lanciato l’idea di fare delle primarie, sperando che il suo Vate gli ha smontato. Il risultato è stato la confusione più totale con una ventina di candidature proposte, inclusi Sgarbi e la Mussolini, che forse sentendo risuonare le parole della buonanima del nonno si e poi ritirata. Stando alle dichiarazioni di Berlusconi, che in più occasioni ha esplicitamente ammesso di essere entrato in politica per salvare le sue aziende, sorge spontanea la domanda: perché le primarie non le fanno tra i dipendenti Fininvest e i calciatori del Milan?


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Inverno 2012/13

VI RACCONTIAMO L’ISLANDA... ...e gli iSlANDeSi! di Lorenzo Alberini & Irene Manganini

Incontri entusiasmanti con i Vichinghi dei nostri giorni.

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Cosa resta dopo 20 giorni in bicicletta nella terra del ghiaccio e del fuoco.

I

l rumore del vento nelle orecchie, turbolento e costante, non ci lascia mai. Siamo solo in due, io e la mia ragazza, Ilaria, e pedaliamo per tutto il giorno, tutti i giorni, sulle nostre mountain bike, lungo le strade dell’Islanda. Siamo solo in due, ma due persone sono tante, nello sconfinato nulla che abita il cuore dell’isola. Siamo partiti dall’aeroporto della capitale, Reykjavìk, dopo essere atterrati con le nostre biciclette (ma non con tutti i bagagli) ed esserci messi in marcia verso nord-est, verso i ghiacciai immensi e lontani. Abbiamo conosciuto ben presto l’imprevedibilità del meteo: sole–nuvole–pioggia–sole–pioggia–vento–sole... tutto il giorno, tutti i giorni. E così molte sensazioni diventano familiari: la giacca a vento bagnata che si appiccica alle braccia, il suono di mitragliatrice dell’impermeabile sferzato dall’aria gelida. Il vento contro, sempre. Il freddo è una sensazione costante, tanto che dopo qualche giorno diventa la normalità. Fa freddo appena apriamo gli occhi al mattino, fa freddo quando ci caliamo nel sacco a pelo alla sera. Tutto sommato, però, la tenda è un buon riparo dal clima nordico. È luglio, ma la temperatura oscilla tra i 5 e i 15 gradi (e, credetemi, con 15 gradi pedalate in t-shirt). La sera, sprofondo nel maglione di lana. L’obiettivo che ci siamo posti è ambizioso: mille chilometri in venti giorni, su strada e su sterrato, per poter vedere almeno un quarto dell’isola. Per noi, amanti sporadici della bicicletta, significa fare più chilometri in tre settimane che in un anno. E infatti alla fine saranno ‘’solo’’ seicento. E una fatica nera. Giorno dopo giorno, ci spostiamo lungo la sottile linea rossa disegnata sulla nostra mappa. I primi duecento chilometri, tempeste improvvise a parte, scorrono via lisci. Dalla costa ci portiamo verso l’interno, tra le montagne scure e nebbiose. Il paesaggio attorno a noi muta lento, ma radicalmente. Pedaliamo in un mare solido di sassi e terra bruciata. Salita – discesa – salita – salita – salita... siamo sugli altipiani, Halendidh, un luogo descritto dalle guide come «una via di mezzo tra il deserto del Gobi e l’Antartide». Ma senza pinguini, perché le uniche forme

di vita siamo noi. Duecento chilometri di pista, duecento chilometri con la bici che vibra per le cunette del terreno create dagli pneumatici delle super-jeep. La strada si snoda fra le alture. Attorno a noi il deserto di pietra finisce solo quando incontra i monti coperti di neve. Durante i cinque giorni necessari ad attraversare gli altipiani da sud a nord incontreremo appena una manciata di ciclisti al giorno. Di fuoristrada ne passa uno ogni 20-30 minuti, ma quelli portano solo polvere negli occhi e schizzi di fango. Ogni ora che passa ci porta più vicini all’obiettivo del giorno: un rifugio, un bivacco o un piccolo campeggio. Pedalando senza sosta si può dormire in compagnia di altri esseri umani quasi ogni sera. Ogni tanto, però, la fatica sfibrante non basta. Allora non possiamo far altro che individuare un fazzoletto di dura terra, possibilmente riparato dal vento costante, e montare in fretta la tenda prima che scenda il freddo della sera. Solo una volta al ‘’caldo’’ del fornelletto i muscoli si rilassano e i nervi si distendono. Le difficoltà del viaggio, previste e impreviste, induriscono il carattere e ci rendono estremamente suscettibili. Abbiamo scelto di metterci in gioco sfidando i nostri limiti fisici, ma non avremmo mai immaginato che la strada avrebbe colpito, ancor più che il corpo, la mente. Risotto liofilizzato, purè in busta e cioccolato sono i nostri pasti quotidiani. Prima di partire ci siamo organizzati in modo da avere sempre tre pasti al giorno nei bagagli appesi alla bicicletta, ma dopo una settimana di riso e purè, con la variante di un panino al formaggio e di una scatoletta di tonno, scoppiamo d’appetito. Dopo 250 chilometri nella natura selvaggia, ci si presenta la prima città. E «città», nella lingua dello studente-viaggiatore, significa «supermercato». Mezzo litro d’acqua viene un euro e mezzo, un litro d’alcol per il fornello ci costa 8 euro. Un misero caffè alle macchinette? L’equivalente di 1,30 euro. Sì, in Islanda la vita è cara. Per fortuna che pedalare non costa nulla. Lorenzo

a c’è anche un altro modo, forse più adatto a spiriti meno atletici, per viaggiare in un posto come l’Islanda senza spendere nulla: l’autostop. O il Couch Surfing. O le due cose messe insieme, che, qualora vadano ad aggiungersi alla prospettiva di un viaggio in totale libertà nel luogo che occupava i vostri sogni da molto tempo, renderanno il tutto un’avventura indimenticabile. Ma non sono qui per raccontarvi del brivido di emozione che mi sfiora ogni vertebra se rifletto su quanto questo viaggio in Islanda mi abbia dato, o del sorriso quasi commosso che non riesce a non spuntarmi quando in preda alla nostalgia mi riguardo le foto. No, sono qui per parlarvi degli Islandesi. Di questi 300.000 – o poco più – biondissimi individui di cui non si sa molto, ma che invece molto hanno da raccontare. Dal contadino sul pick-up alla famigliola dai capelli rossi in viaggio, dall’ex Professore di Biogenetica di Harvard al ventisettenne sulla sedia a rotelle, tutti gli Islandesi con cui per un motivo o per l’altro sono entrata in contatto (perché mi hanno ospitata o mi hanno dato un passaggio tra i vari chilometri di distese vulcaniche, steppe e ghiacciai della loro terra) si sono mostrati più che disposti a parlarmi di loro, ma soprattutto a parlarmi della loro Islanda, di cui vanno tutti, dal primo all’ultimo, fierissimi. Sì, gli Islandesi adorano la loro isola e adorano parlarne, sfoggiando un patriottismo genuino ed innocuo. Il popolo che, secondo le statistiche, legge di più in assoluto. Un Paese che può vantarsi di non avere un esercito (a cosa gli servirebbe, in fondo?) e che insieme a ciò rifiuta, nella sua mentalità più profonda, l’idea di violenza; o che può vantarsi di aver avuto il primo Premier dichiaratamente omosessuale al mondo, e per di più donna. Un popolo che continua a parlare una lingua antichissima (derivazione diretta dal norreno, il norvegese antico) e gelosamente custodita, che permette ai giovanissimi di leggere senza fatica le saghe del tredicesimo secolo grazie anche a un comitato presente all’Università di Reykjavík, il quale ha lo specifico compito di tradurre letteralmente in islandese le numerose parole provenienti

dall’esterno. Pizza? “Impasto piatto”. Batteria? “Pietra che brucia”. Facile, direi! Lingua che peraltro viene definita, dai pochi non madrelingua che la parlano, come un tatuaggio sul fondoschiena: impararla è doloroso, ci si mette tanto e quasi mai si riesce a sfoggiarla. E che curiosamente offre un gran numero di sinonimi per la parola “verde” e neanche uno per dire “per favore”. Bizzarra, originale. Come gli Islandesi. Gente che dall’alto della propria modernità e della propria tecnologia avanzata non sembra aver problemi a parlare di case infestate dai folletti o di gnomi che attraversano la strada. Gente che non fa aspettare un’autostoppista più di venti minuti, che parla un inglese perfetto, che mangia pizza prosciutto cotto e banana. Un allevatore di cozze che vive in una casa blu dal tetto rosso su un’isoletta che si affaccia direttamente sull’Oceano Artico, che ospita gratuitamente viaggiatori da tutto il mondo senza aspettarsi nulla in cambio, e ottiene invece infinita riconoscenza e affetto. Un popolo tollerante, rilassato, ironico (“se ti perdi in una foresta islandese... alzati in piedi”. Niente alberi, da quelle parti!), poetico ed enigmatico, che può permettersi di lasciare le porte delle case aperte perfino nella capitale, che ospita un totale di circa 150 detenuti in tutto il suo territorio, che fa trovare ai turisti di fine Luglio sbarrati i cancelli della sede della Corte Suprema non perché i giudici siano in ferie, bensì perché “non hanno attualmente nulla da fare”. Un popolo che per il Gay Pride riempie Reykjavík di colori dell’arcobaleno e accompagna i suoi bambini per mano, mentre divertiti ammirano il sindaco che, interamente vestito di rosa, balla su uno dei carri della sfilata, facendosi riconoscere solo per il tatuaggio sul braccio sinistro. Un posto definito, prima della devastante crisi del 2008 (dalla quale si stanno riprendendo velocemente), “alla fine della storia”. E che, soprattutto, riesce a produrre ogni anno dei capolavori della musica sperimentale e non. Un popolo, per tirare le somme, che per il viaggiatore estasiato fa da sfondo agli incredibili paesaggi locali, ma che merita di essere conosciuto più a fondo. Un popolo che, se non si fosse capito, vorrei davvero continuare a scoprire, anche solo per trovargli un difetto. Takk fyrir. Grazie mille. Irene


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Inverno 2012/13

ISTANBUL

IL NAZI-TITANIC Quando una nave diventa propaganda

E ho detto tutto..

di Filippo Malinverno

di Luca Marinaro

Q

“N

on puoi essere un diplomatico se non hai visto Istanbul almeno una volta nella vita!” Questa è quello che mi hanno detto per convincermi ad andare, anche se devo ammettere che messa così la cosa non era troppo allettante. Ho lasciato l’umido ne che strillano parole impronunciabili, di taxi che bellamente ignorano ogni regola del codice della strada, di bandiere turche in ogni più piccolo anfratto, di vecchi tram che cercano di farsi spazio tra la folla, di foto di Atatürk nei posti più impensabili, di gatti randagi che corrono per le moschee, di cani che salgono su motorini, di donne totalmente velate di nero e di altre svestite che anche gli occidentali avrebbero da ridire, di occhi di Allah presentati in tutte le salse e di brutte imitazioni di ristoranti italiani...in poche parole: C’è Vita! (Se poi ci aggiungiamo che il primo giorno avevo la febbre, l’effetto vorticante era ancora più forte). Si passa da antiche moschee incastonate tra Burger King, a maestosi consolati dei paesi occidentali totalmente avulsi dalla frenesia della città, a viuzze sporche e con una pendenza del 30% in cui ti chiedi come le macchine facciano a circolare. E poi cominci a chiederti come quelle macchine siano ancora in grado di circolare, soprattutto quando vedi che un autobus che viaggia a porte aperte sta per metterne sotto una, che evita l’incidente con una naturalezza da far invidia ai conducenti di Napoli. tà il turco e un’altra lingua, così nel mezzo di Istiklal Caddesi trovi «Cité de la Roumelie», il centro culturale olandese, Palazzo Venezia, una libreria inglese o l’Onnipresente Institut Français che appare a tradimento! Ad Eminonou si rischia di essere travolti dalle persone che affollano la Moschea Nuova o aspettano che i pescatori del ponte di Galata prendano un pesce miracolosamente scampato alle eliche dei traghetti per il Bosforo. Improvvisamente si può ritrovare la calma scalando la collina (con annesso attacco d’asma) raggiungendo la Moschea Fatih entrando in un’oasi di pace. Anche se la tranquillità rischia di essere turbata dall’odore non proprio gradevole all’interno...non è una grande idea quella di togliere le scarpe e poi fartele portare in un sacchetto dentro la moschea. In piazza Taksim capisci che in questa città non si dorme mai. I taxi continueranno a suonare il clacson anche dopo l’alba, i negozi restano aperti oltre la mezzanotte senza dare segni di stanchezza e c’è sempre un viavai in quelli che chiamo “fast food turchi”, molto meglio dei nostri. Sultanahmet è ciò che ogni persona che odia i turisti dovrebbe evitare. Anche se mainstream

uest’anno, come tutti ben sappiamo, è stato il centesimo anniversario della tragedia del Titanic, il gigantesco transatlantico della compagnia inglese White Star Line affondato nel bel mezzo dell’oceano Atlantico nella notte fra il 14 e il 15 aprile del 1912. Molti di noi conoscono la breve storia di questa straordinaria opera dell’ingegneria navale britannica grazie al kolossal di James Cameron, ma pochi sanno che molti anni prima che questo

Topkapi resta qualcosa di imperdibile: tanta ricchezza (come coppe piene di smeraldi con cui i bambini giocavano) accanto a tanta facile crudeltà (come il posto in cui si piantavano su picche le teste dei tutta la famiglia del sultano veniva strangolata a turno ogni volta che il sovrano veniva avvelenato ti fa capire che forse la vita reale non è tutto questo spasso... A Sariyer si può stare a prendere il sole sul Bosforo con il vento che schiaffa le onde su un pontile che non ha cambiato aspetto ancora dall’Impero Ottomano. Nisantasi non è la vera Turchia, esci completamente da una città musulmana e entri in quella che sembra Parigi o Milano in miniatura: spariscono i veli e assisti a scene degne di “Jersey Shore” con un turco che gira su una Porsche rosa fosforescente con tre biondone in sui sedili posteriori! Certo, non tutto è perfetto...puoi anche rattristarti quando cammini per il quartiere greco, incendiato negli anni 20. Si possono vedere le case in cui le persone sono state arse vive. Case mai ricostruite e lasciate in cenere da quel giorno. Ci sono anche zone in cui si sente che qualcosa sta cambiando. Cambiando in peggio, nel baluardo del cosmopolitismo e delle religioni mescolate. In alcune zone, mi hanno detto quelli che sono considerati “gli stranieri”, non si è più accolti bene dalla popolazione musulmana come una volta e anzi, si avverte una sensazione di minaccia incombente. Nonostante tutta questa caotica descrizione, la città va effettivamente esplorata una volta nella vita. Quando torni a casa dopo aver cercato in tutti i modi di far capire ad un turco la cui conoscenza dell’inglese si ferma a “ten liras” di volere dodici biglietti del tram e non un sacco di caldarroste e allora gli rispondi in veneziano perché tanto perso per perso...non puoi che essere contento.

Redazione: Elena Bellitto, Giulia Bertossi, Elisabetta Blarasin, litica, in quanto libera espressione dei singoli membri che ne costiuiscono il Comitato di Reè un periodico regolarmente regi-

Editore e Propietario: Assid

Cecco, Chiara Ceccon, Margherita Cogoi, Giovan-

Stefania Ellero, Stefano Facchinetti, Federico Faleschini, Silvia Fancello, Andrea Ferrara, Tanja -

che colui che si occupò di curare ogni minimo dettaglio dell’organizzazione delle riprese era il Ministro della Propaganda del Reich Joseph Goebbels. Girato interamente nel 1942 e uscito paesi occupati dalle truppe naziste, per esplicita tosi prima dell’esecuzione programmata a causa dei frequenti commenti un po’ troppo audaci che usava fare nei confronti del regime, e Werner Kingler, colui che completò le riprese non ultimate dal suo predecessore. realizzare e girato interamente su una nave delSS Cap Arcona, ma il fatto più interessante è lo scopo propagandistico per il quale fu commissionato, ovvero cercare di screditare lo spietato e immorale capitalismo angloamericano, esaltando al contrario il buon animo e il coraggio del popolo tedesco. Non a caso, in parte tedeschi, subiscono un destino completamente diverso: il gruppo di personaggi tedeschi, rappresentato da un paio di famiglie povere in terza classe, riesce a salvarsi dal terribile impatto con l’iceberg, mentre i personaggi inglesi, degli avidi imprenditori, affondano insieme alla nave.

Direttore: Giovanni Collot

C

ha per voi delle novità parecchio interessanti. Oggi è probabilmente una giornata come tutte le altre; sicuramente vi siete svegliati maledicendo di essere andati a letto troppo tardi e avete già bevuto i vostri primi due caffè. Nella bacheca lungo le scale avrete notato che ci sono ancora degli annunci risalenti al 1998 ma, cari miei, siamo qui per dirvi che un nuovo elemento sta per arrivare ad arredare i corridoi della vostra facoltà. Di cosa si tratta? Prima di conoscere le cause di un qualcosa forse è meglio introdurne le conseguenze:

Sauchelli, Francesco Scatigna, Emma Schiavon, Stefano Suardi, Nicolò Spadari, Rodolfo Toè, Va-

sconfinare prosegue su facebook e su twitter

“La tragedia del Titanic” sono il presidente della White Star Line e dei suoi ricchi colleghi, preoccupati per il destino incerto delle azioni in borsa della compagnia, a chiedere al capitano Smith (corrotto dalle mazzette dei capitalisti inglesi) di portare al massimo la velocità della nave per arrivare prima a New York e quindi realizzare subito il valore delle azioni, tutto nonostante l’opposiguarda caso di nazionalità tedesca. parte quello di far apparire i valori inglesi come traccia di umanità o integrità morale, dall’altra invece dimostrare che il popolo tedesco, anche nel non troppo lontano 1912, possedeva una sensibilità superiore a quella di tutti gli altri popoli, ricca di magnanimità, solidarietà, altruismo e sote di parte che però, paradossalmente, fu realizzain inglese. A fare il paio con questa pellicola c’è anche la teoria che ad affondare il vero Titanic nel 1912 fu un rudimentale sottomarino del kaiser Guglielmo II, ma questa è un’altra storia, una delle tante legate alla dittatura di Hitler che celano parecchi misteri, ancora tutti da svelare.

di Miriana Pinna

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Anche la causa dell’impatto con ghiaccio è di-

UN LOMO WALL AL SID

Lucchetta, Irene Manganini, Luca Alvise Magonara Yamada, Alice Mantoani, Francesco Marchesano, Filippo Malinverno, Luca Marinaro, Elena

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Disegni: Silvia Fancello Stampato da 23, Gorizia (GO)

di realizzarne uno molto simile, un personaggio che non ci aspetteremmo di vedere legato ad una simile vicenda: il Führer Adolf Hitler. Ebbene sì, il dittatore nazista, nel lontano 1942, quando ancora il destino della Seconda guerra mondiale era piuttosto incerto, ebbe la strana idea di comgedia del Titanic, intitolato infatti “La tragedia del Titanic”. Essenzialmente la realizzazione di

Quello che vedete qui su si chiama Lomo Wall e, in breve, si tratta di un muro pieno di fotogra-

Che cosa accadrebbe se in ognuna di queste foto ci foste voi? Bene, non stiamo più nella pelle; è arrivato il momento di svelarvi il segreto: sarà messa a vostra completa disposizione una piccola fotocamera usa e getta nel corridoio del primo piano. Che cosa dovrete farci? Semplice: dovrete farvi degli autoscatti, possibilmente ironici. Non prendetevi, quindi, troppo sul serio. State andando in biblioteca a studiare per un esame che odiate? Fateci vedere la vostra faccia disperata! Avete appena preso trenta e lode? Fate emergere la vostra felicità! Un vostro collega si è vestito in maniera strana? Immortalatelo! Non si tratta certo di un’imposizione; ma di un gioco senza alcuna regola al quale speriamo vivamente parteciperete. Il Polo, il Sid, la facoltà di Architettura hanno bisogno di ricordi e sarete voi a descrivere in piena autonomia la vostra vita universitaria. Tutte le foto verranno esposte lungo i corridoi e andranno a formare una sorta di “auto-annuario”; inoltre, cosa non meno importante, le più belle compariranno sul nostro sito! Non vi diremo quando la macchinetta sarà sistemata e per questo vi suggeriamo di tenere gli occhi aperti e di iniziare a preparare allo specchio delle espressioni avvincenti!

STAY TUNED!


Številka 35- ZIMA 2012/13

Glavni Urednik: Giovanni Collot

EURORÉGION: PROJEKT EZTS GO 5.

Nicolas Lozito prevedel je: Nicolò Spadari 23

novembra,

v

conference

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“Gect/Ezts -

GO” Šempeter-Vrtojba.

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6.

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1.

Kaj je?

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2.

Po Prvi akt ki osta-

- center v Gorici. -

3.

Potem ki se so stavit vprašanja k evropski uniji o ustanotako naprej. -

9. -

4.

10.

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Sconfinare #35