Page 1

S&F_n. 8_2012 

Ludwig Binswanger  Delirio. Antropoanalisi e fenomenologia  tr. it. a cura di E. Borgna  Marsilio Editori, Venezia 1990, pp. 152, € 18      1965:  all’età  di  ottantaquattro  anni,  Ludwig  Binswanger  dà  alle  stampe 

Delirio,

l’opera

che,

insieme a Malinconia e mania. Studi  fenomenologici  (Boringhieri,  Torino  1983),  pubblicata  nel  1960,  viene  salutata  dai  critici  come  il  testo  che 

sancisce

fenomenologica

la

dello

svolta psichiatra 

svizzero. L’osservazione  stupisce  lo  stesso  autore,  che  ricorda  come  l’orientamento  fenomenologico  abbia  da  sempre  caratterizzato  il  suo  metodo  (p.  5).  Già  nel  1922,  anno  della  pubblicazione  del  saggio  Sulla  fenomenologia  (in  Per  un’antropologia  fenomenologica,  Feltrinelli, Milano 1970, pp. 5‐41), il metodo husserliano veniva  presentato  da  Binswanger  come  la  via  maestra  per  una  riflessione  sui  fondamenti  epistemologici  della  psichiatria  che  prendesse  le  distanze dalle procedure oggettivanti del pensiero naturalista. La  fenomenologia  ha  rappresentato  una  costante  nell’opera  di  Binswanger,  assumendo,  insieme  all’ontologia  di  Heidegger,  un  ruolo determinante nell’evoluzione della sua riflessione. In luogo  di  una  svolta  fenomenologica,  dunque,  il  testo  si  pone  come  un  ripensamento  da  parte  dell’autore  del  significato  assunto  da  ambedue  gli  orizzonti  di  pensiero  nel  proprio  approccio  metodologico.  Le  riflessioni  condotte  da  Binswanger  nelle  pagine  di  Delirio  muovono 

dalla

consapevolezza

291

dell’eccedenza

del

pensiero


RECENSIONI&REPORTS recensione  heideggeriano rispetto all’ordine di problemi da lui affrontati in  ambito  psichiatrico.  L’autore  riconosce:  «se  da  un  lato  posso  apprezzare  sempre  di  più  l’ontologia  di  Heidegger  nel  suo  significato  puramente  filosofico,  dall’altro  lato,  tuttavia,  la  distinguo  sempre  di  più  dalla  sua  “applicazione”  alla  scienza,  anche  a  quella  della  psichiatria.  Sotto  questo  aspetto  ha  acquistato invece per me sempre maggior rilievo la dottrina della  coscienza trascendentale di Husserl» (p. 5).   Lo stesso Heidegger, d’altro canto, non ha mancato di sottolineare  la diversità dei due piani di discorso, opponendo alla riflessione  di  Binswanger  una  critica  che  ruota  intorno  al  problema  della  trascendenza.  Identificando  la  trascendenza  come  «progetto  del  mondo»  (L.  Binswanger,  La  concezione  eraclitea  dell’uomo,  in  Per  un’antropologia fenomenologica, p. 119), lo psichiatra svizzero la  pone  come  la  chiave  per  il  superamento  della  scissione  soggetto‐ oggetto  caratterizzante  la  psichiatria  di  stampo  naturalista.  Heidegger dimostra, però, che Binswanger è lontano dal concetto di  trascendenza  da  lui  introdotto.  «La  trascendenza»,  afferma  il  filosofo,  «non  è  una  qualità  del  soggetto  e  una  relazione  all’oggetto in quanto mondo» (M. Heidegger, Seminari di Zollikon,  Guida,  Napoli  2000,  p.  262).  È,  piuttosto,  «il  nome  per  l’essere  in  quanto  trascendens;  scorto  guardando  verso  di  esso  a  partire  dall’ente»  (ibid.).  Allontanandosi  dal  concetto  di  trascendenza  posto  in  essere  da  Heidegger,  Binswanger  resta  ancorato  a  una  riflessione  antropologica,  mostrando  di  aver  messo  da  parte  la  questione  della  comprensione  dell’essere,  punto  cardine  del  pensiero  del  filosofo,  e  di  aver  «estrapolato  dall’analitica  ontologico 

fondamentale

dell’esserci

quella

costituzione

fondamentale che in Sein und Zeit viene chiamata essere‐nel‐mondo,  ponendola da sola a fondamento della sua scienza» (ibid., p. 257).  In quest’ottica, prosegue Heidegger, le analisi di Binswanger non  possono  che  porsi  come  «un’interpretazione  ontica,  vale  a  dire 

292


S&F_n. 8_2012  esistentiva  dell’esserci  fattuale  di  volta  in  volta  attuale»  (ibid., p. 285).  Se  l’interpretazione  della  trascendenza  come  progetto  del  mondo  segna  da  un  lato  la  distanza  del  pensiero  di  Binswanger  dal  problema  della  comprensione  dell’essere,  dall’altro  lato  essa  mette in luce il debito contratto dall’autore nei confronti della  fenomenologia  husserliana.  Quest’ultima  acquista  un  peso  sempre  maggiore  durante  la  fase  matura  del  pensiero  di  Binswanger,  costituendo il terreno entro cui si svolge l’indagine sulla genesi  dell’esperienza  delirante,  che  proprio  nelle  pagine  di  Delirio  trova una delle sue espressioni più compiute.  Nel  definire  le  premesse  del  proprio  lavoro,  Binswanger  parte,  ancora  una  volta,  dalla  «costituzione  fondamentale  dell’esserci  come  essere  nel  mondo»,  focalizzando  l’attenzione  sulla  «libertà  della trascendenza» (p. 9). Il progetto del mondo trova fondamento  nella libertà dell’uomo, libertà che implica un coinvolgimento col  mondo,  un  «sentirsi  situato  nell’ente»  (ibid.),  piuttosto  che  un’imposizione  su  di  esso.  Solo  lasciando  essere  le  cose,  l’uomo  fa  sì  che  esse  dischiudano  le  possibilità  per  una  sua  scelta.  Aprendosi  al  mondo  l’uomo  si  espone  all’indeterminatezza  del  suo  poter essere, in vista della quale mette in atto una decisione che  traccia il percorso del proprio destino (p. 10). In quest’ottica,  la  libertà  autentica  si  distingue  dall’arbitrio,  per  il  quale  l’uomo «non lascia che accada nulla di tutto ciò, ma s’intromette  “abusivamente”  nell’accadere»  (p.  12),  fissandone  il  senso  una  volta per tutte.  Nella relazione col mondo, che implica un costante abbandono alle  cose,  Binswanger  individua  il  punto  di  riferimento  per  la  comprensione  dell’origine  dell’esperienza  delirante.  Quest’ultima  ha luogo da un venir meno della libertà della trascendenza, che si  traduce in una chiusura al mondo e ai suoi rimandi. L’individuo si  trova  in  tal  modo  proiettato  in  uno  spazio  estraneo,  non  più  familiare,  in  cui  «il  sentirsi  situati  diventa  un  sentirsi 

293


RECENSIONI&REPORTS recensione  smarriti e la disposizione arbitrio» (ibid.). Tale condizione non  esclude di per sé la trascendenza. «Anche “quando è in delirio” o  come  “malato  affetto  da  delirio”  l’uomo  progetta  un  mondo»  (p.  11),  ma  lo  fa  a  partire  da  una  disposizione  stabilita  una  volta  per  tutte  che,  nel  rifiuto  delle  novità  che  il  mondo  dischiude,  ripete  invariabilmente  se  stessa  (p.  13).  Il  progetto  di  mondo  così  costituito  si  rivela,  dunque,  manchevole,  enormemente  ristretto.   Procedendo  con  la  lettura  del  testo,  il  solco  venutosi  a  creare  tra  libertà  e  arbitrio  acquista  sempre  maggior  rilievo  nel  discorso di Binswanger, intrecciandosi saldamente al problema del  significato, radice stessa della costituzione dell’esperienza. Le  considerazioni  dell’autore  prendono  le  mosse  dal  rapporto  tra  significato  e  significatività,  quest’ultima  intesa  come  «la  condizione 

ontologica

di

possibilità,

perché

l’esserci

comprendente, in quanto interpretante, possa dischiudere qualcosa  come significati» (p. 11). In virtù di questa originaria attività  di significazione, il mondo entro cui l’individuo si muove risulta  familiare.  I  molteplici  contenuti  dei  suoi  vissuti  empirici  rimandano  ciascuno  a  un  significato  che  li  rende  immediatamente  riconoscibili.  È  esplicito  in  questo  punto  il  richiamo  alla  dottrina fenomenologica, in particolare alla visione eidetica. Il  significato,  o,  per  dirla  con  Husserl,  l’essenza,  contiene  in  sé  tutte  le  sue  possibili  determinazioni  fattuali,  dischiudendo  l’oggetto nella sua generalità. La conoscenza del mondo ha luogo,  dunque,  in  virtù  del  «vincolo  eidetico»  da  cui  promanano  i  molteplici dati dell’esperienza (p. 49).   Binswanger  ritrova  tale  vincolo  nella  scienza,  rivolta  alle  essenze  del mondo  oggettivo (p. 48) e ancor di più nella poesia,  che,  oltrepassando  i  confini  tra  le  diverse  regioni  eidetiche,  cerca  di  fare  una sintesi «per configurare a partire da essa una  regione  eidetica  del  tutto  nuova»  (p.  49).  Proprio  con  la  poesia  si  rende  manifesto  il  processo  creativo  da  cui  ha  origine  il 

294


S&F_n. 8_2012  significato.  Un  chiaro  esempio  è  offerto  dalla  metafora  (ibid.),  già  un  tempo  protagonista  delle  pagine  intense  di  Sogno  ed  esistenza. Nella metafora l’autore vede all’opera «una “direzione  di  significato”  unitaria,  propria  dell’immaginazione  umana»  (ibid.). 

Muovendosi

lungo

tale

direzione

significativa,

l’immaginazione ha modo di penetrare in diverse regioni eidetiche,  dando  origine  a  nuove  formazioni  di  senso,  capaci  di  estendere  e  di arricchire l’orizzonte della propria esperienza.   Ciò  che  viene  a  mancare  nel  delirio,  insieme  alla  libertà,  è  proprio  questo  momento  creativo.  Perdendo  la  guida  di  una  direzione  di  significato  unitaria,  «le  immaginazioni  sono  impoverite,  cioè  meccanizzate,  al  punto  tale  che  alla  loro  variabilità e movimentazione si è sostituito uno schema bloccato»  (p.  61).  La  paralisi  dell’immaginazione  rende  impossibile  accogliere  la  molteplicità  dell’esperienza  in  un  orizzonte  di  senso unitario. Ne deriva che «nel “mondo” del delirio ciò che ci  viene  incontro  come  trascendente  e  ciò  che  è  costituito  come  immanente si disgiungono nettamente» (p. 64). Eccedendo lo schema  immaginativo  qui  posto  in  essere,  la  pienezza  dell’esperienza  diventa  priva  di  senso,  estranea.  Il  mondo  nella  sua  unità  e  continuità  esplode,  frammentandosi  in  una  miriade  di  immagini  singole  e  isolate  nel  tempo,  che  assumono  il  carattere  di  una  minaccia. Spaesato in questo spazio non più familiare, l’individuo  si ritira nel suo orizzonte ristretto, affidandosi a uno schema di  azione che, nella sua monotonia, rasenta l’istintività (p. 85). Il  blocco  dei  rimandi  che  qui  viene  a  costituirsi  determina  il  fallimento della comunicazione con l’altro, sicché in luogo di un  universo  condiviso,  vengono  qui  a  crearsi  molteplici  mondi  isolati,  tanti  quanti  sono  gli  individui  affetti  da  psicosi  (p.  84).  In  Delirio  vengono  descritti  tre  di  questi  mondi:  si  tratta  degli  universi  di  Aline  e  di  Susan  Urban,  casi  affrontati  da  Binswanger stesso nel corso della sua attività di psichiatra, e di  quello  di  August  Strindberg,  la  cui  psicosi  viene  descritta 

295


RECENSIONI&REPORTS recensione  dall’autore facendo riferimento a testimonianze scritte per lo più  da Karl Jaspers.  Nelle  pagine  dedicate  alle  tre  esistenze  il  racconto  biografico  cede il passo a una dettagliata ricostruzione del peculiare schema  immaginativo che struttura ciascun mondo. Seguendo il filo di una  riflessione  complessa  e  articolata,  il  lettore  si  trova  a  essere  condotto  nei  claustrofobici  universi  di  esistenze  paralizzate,  percepisce  l’impoverimento  di  ciascuna  esperienza  presente  che,  svuotata  di  senso,  perde  ogni  rimando  alla  memoria  del  passato  e  all’attesa  del  futuro,  sperimenta  l’isolamento  provato  di  fronte  allo scacco di ogni intesa comunicativa con l’altro.   Con  vigore  e  lucidità,  in  Delirio  Binswanger  porta  a  compimento  l’obiettivo  esplicitato  fin  dagli  inizi  della  sua  lunga  e  appassionata 

attività

di

ricerca:

superare

il

momento

dell’intuizione empatica,  non  discorsiva,  della  totalità  dei  vissuti del paziente per andare oltre, fino a «rendere esplicita,  fissare  ed  elaborare  fenomenologicamente  questa  intuizione  della  totalità»  (L.  Binswanger,  Sulla  fenomenologia,  p.  39).  Tale  elaborazione,  conseguita  mediante  un  lavoro  ermeneutico  che  coinvolge  il  terapeuta  e  lo  stesso  paziente,  si  pone  come  la  chiave  di  accesso  all’orizzonte  significativo  della  psicosi  e  sottrae  l’esperienza  delirante  dalla  sua  presunta  estraneità,  ponendo  di  fronte  alla  consapevolezza  di  muoversi  sul  terreno  di  una comune umanità.  ANNA BALDINI   

296

22) RECBINSWANGER