Issuu on Google+

S&F_n. 10_2013 

Francesco Ferretti  Alle origini del linguaggio umano.   Il punto di vista evoluzionistico  Editori Laterza, Bari 2010, pp. 181, € 12      «È una cosa assai notevole, che non vi sono  uomini,  per  quanto  ottusi  e  stupidi,  senza  eccettuar  nemmeno  gli  insensati,  che  non  siano  capaci  di  accomodare  insieme  diverse  parole,  e  di  trarne  fuori  un  discorso  col  quale  possano  far  comprendere  i  loro  pensieri;  e,  al  contrario,  non  c’è  altro  animale,  per  quanto  perfetto  e  felicemente  dotato esso sia, che faccia il medesimo» (R.  Descartes,  Discorso  sul  metodo,  Fabbri  Editore,  Milano  1996,  p.  122).  Espressione  dell’anima  razionale,  il  linguaggio  è  presentato  da  Cartesio  come  la  traccia  che  segna lo scarto che separa l’uomo dall’animale.   Il  pensiero  del  filosofo  francese  ha  tracciato  a  lungo  il  limite  ideologico  entro  cui  si  è  svolta  la  riflessione  sul  linguaggio,  intrecciandosi  con  una  concezione  della  natura  umana  segnata  da  una differenza qualitativa rispetto agli altri animali. Dietro le  reticenze di molti studiosi ad affrontare il problema dell’origine  del linguaggio, sancite dall’editto della Société de Linguistique  de Paris nel 1866 e giustificate dalla mancanza di tracce fossili  attraverso cui svolgere le indagini, si cela proprio la difficoltà  di  mettere  in  questione  la  continuità  dell’uomo  con  il  mondo  animale.  Lo  evidenzia  Francesco  Ferretti,  nel  suo  testo  Alle  origini  del  linguaggio  umano.  Il  punto  di  vista  evoluzionistico  (p. VI).  La  riflessione  multidisciplinare  che  dagli  ultimi  decenni  si  è  svolta  nell’ambito  delle  scienze  cognitive  ha  posto  in  luce  il  209 


RECENSIONI&REPORTS recensione  ruolo  centrale  assunto  dalla  teoria  della  selezione  naturale  di  Darwin  in  merito  al  problema  dell’origine  del  linguaggio,  conducendo  a  fare  i  conti  con  l’idea  che  gli  esseri  umani  siano  «animali tra gli altri animali» (p. VII). È questa la questione di  fondo  che  alimenta  la  riflessione  di  Ferretti.  Attraverso  un’analisi densa, dettagliata e al contempo caratterizzata da una  limpidezza  espositiva,  l’autore  rintraccia  gli  elementi  che  consentono di inserire il problema dell’origine del linguaggio nel  quadro più ampio della selezione naturale.  A  fare  da  sfondo  all’analisi  dell’autore  vi  è  la  tradizione  cartesiana  che  ha  esercitato  un’influenza  predominante  sulla  tradizione  prevalente  degli  studi  cognitivi  e  che  trova  la  sua  principale  espressione  nella  Grammatica  Universale  formulata  da  Noam  Chomsky.  Ponendosi  come  l’insieme  delle  «condizioni  che  devono  essere  soddisfatte  dalle  grammatiche  di  tutte  le  lingue  umane», la Grammatica Universale è espressione della «natura delle  capacità  intellettive  dell’uomo»  (N.  Chomsky,  Il  linguaggio  e  la  mente,  Bollati  Boringhieri,  Torino  2010,  p.  57).  Il  suo  studio  è  finalizzato  a  «formulare  le  condizioni  necessarie  e  sufficienti  che un sistema deve soddisfare per qualificarsi come lingua umana  potenziale,  condizioni  che  non  sono  vere  accidentalmente  per  le  lingue  umane  esistenti,  ma  che  sono  piuttosto  radicate  nella  capacità 

linguistica 

umana 

che 

costituiscono 

quindi 

l’organizzazione  innata  che  determina  sia  ciò  che  vale  come  esperienza linguistica, sia quale conoscenza linguistica deriva da  questa esperienza» (ibid.). In linea con la tradizione cartesiana,  Chomsky  sostiene  che  il  linguaggio  costituisce  l’elemento  che  segna  la  distanza  che  separa  l’uomo  dall’animale,  giacché  anche  l’acquisizione  dei  suoi  rudimenti  risulta  impossibile  ai  membri  delle  altre  specie  (ibid.,  p.  100).  Alla  luce  di  tale  considerazione, il filosofo conclude che «è completamente privo di  senso  sollevare  il  problema  di  spiegare  l’evoluzione  del  linguaggio  umano  dai  sistemi  più  primitivi  di  comunicazione  che  210 

 


S&F_n. 10_2013  compaiono  ai  livelli  inferiori  delle  capacità  intellettive»  (ibid.).  Ferretti  ricorda  che,  al  di  là  delle  tesi  innatiste  sostenute,  Chomsky è «uno dei fautori principali della biolinguistica: il suo  modello 

teorico 

si 

incarna 

fortemente 

nella 

tradizione 

naturalistica secondo cui il linguaggio è parte del mondo naturale  e  deve  essere  indagato  secondo  le  indagini  tipiche  del  mondo  naturale»  (Ferretti,  p.  61).  L’apparente  contraddizione  cui  va  incontro il filosofo sembra essere superata dalla sua adesione al  programma exattamentista, che lo porta a concepire «il linguaggio  come un “effetto collaterale” dell’organizzazione strutturale del  cervello  governata  da  leggi  puramente  fisiche»  (ibid.),  le  quali  escluderebbero di fatto ogni intervento della selezione naturale.  Contro  tale  concezione  l’autore  fa  notare  che  l’adattamento  e  l’exattamento «sono due facce strettamente correlate del processo  evolutivo» (p. 64). Gli effetti prodotti dall’exattamento possono  a  loro  volta  essere  selezionati  per  ulteriori  adattamenti  funzionali.  Questo  alternarsi  di  exattamento  e  adattamento  apre  una  nuova  prospettiva  nella  riflessione  sull’origine  del  linguaggio e consente di introdurre una nuova tesi interpretativa,  che tiene conto di un rapporto d’influenza reciproca di cervello e  linguaggio nel corso dell’evoluzione della specie umana.  Ferretti  fa  notare  che  se  il  linguaggio  fosse  esclusivamente  il  frutto di una specifica organizzazione cerebrale, il suo utilizzo  sarebbe automatico e renderebbe gli individui capaci di «elaborare  qualsiasi 

discorso 

allo 

stesso 

modo, 

indipendentemente 

dall’argomento affrontato» (p. 75). Prendendo le distanze da tale  concezione,  l’autore  osserva  come  il  processo  comunicativo  sia  sempre  caratterizzato  da  uno  sforzo.  L’atto  linguistico  comporta  una  duplice  fatica  mentale:  quella  dell’ascoltatore  impegnato  a  comprendere  il  messaggio  e  quella  del  parlante  stesso,  che  cerca  di fare in modo che la sua intenzione comunicativa possa arrivare  inalterata  all’interlocutore.  Tale  intuizione  prende  le  mosse  211 


RECENSIONI&REPORTS recensione  dall’idea di Darwin secondo cui lo sforzo cognitivo è finalizzato  al  raggiungimento  da  parte  dell’organismo  di  un  equilibrio  rispetto  alle  mutate  condizioni  ambientali.  Ferretti  afferma,  dunque,  che  «la  nozione  di  sforzo  cognitivo  applicata  al  linguaggio  apre  la  strada  all’idea  della  comunicazione  come  una  forma  di  equilibrio  (molto  precario,  risultato  di  continui  aggiustamenti)  tra  le  intenzioni  comunicative  del  parlante  e  le  aspettative che l’ascoltatore ha nel cogliere tali intenzioni» (p.  76).  L’attenzione  si  sposta  in  tal  modo  su  un  piano  che  precede  l’emissione  degli  enunciati  e  investe  la  stessa  condizione  di  possibilità  della  comunicazione,  ponendo  in  luce  i  suoi  aspetti  pragmatici, che di per sé eccedono sempre quelli grammaticali (p.  77).  Lo  sviluppo  spontaneo  del  codice  Pidgin,  sviluppatosi  nelle  isole Hawaii per far fronte alla compresenza di individui parlanti  lingue  molto  diverse  tra  loro,  dimostra  che  la  comunicazione  può  andare  avanti  anche  in  presenza  di  un  codice  fortemente  danneggiato (pp. 116‐117), consentendo, così, il raggiungimento di  un nuovo equilibrio. Tale prospettiva rende possibile concepire il  linguaggio  come  il  frutto  dell’adattamento  dell’organismo  al  proprio  ambiente,  instaurando  in  tal  modo  una  continuità  con  il  mondo animale.  La  rivalutazione  degli  aspetti  pragmatici  del  linguaggio  pone  di  fronte 

al 

ruolo 

assunto 

dal 

comportamento 

del 

singolo 

nell’evoluzione.  Al  centro  dell’attenzione  vi  è  l’individuo  e  il  suo  rapporto  con  l’ambiente,  che  continuamente  pone  sfide  per  la  sopravvivenza.  Riprendendo  le  osservazioni  di  Baldwin,  Ferretti  osserva  che  «quando  l’ambiente  muta,  gli  individui  lottano  per  mantenersi in vita. Questa lotta non ha effetti solo sul fenotipo,  ma anche sul genotipo» (p. 83).   Il  rapporto  che  l’uomo  intrattiene  con  l’ambiente  assume  un  carattere  flessibile  in  virtù  della  sua  capacità  di  disporre  di  svariate  alternative  e  della  sua  facoltà  di  scegliere  quella  più  212 

 


S&F_n. 10_2013  adatta  al  contesto  (p.  86).  Tale  rapporto  dinamico  presuppone  quello  che  Ferretti  definisce  Sistema  Triadico  di  Radicamento  e  Proiezione,  che  poggia  sue  tre  tipi  di  intelligenza:  ecologica,  che  implica  un  radicamento  dell’organismo  nello  spazio  in  virtù  della  sua  stessa  corporeità,  sociale,  che  presuppone  la  capacità  di  anticipare  gli  stati  mentali  degli  individui  della  propria  specie,  e  temporale,  che  fa  riferimento  alla  facoltà  di  trascendere  la  situazione  presente  e  di  prospettare  gli  scenari  futuri (pp. 87‐101). La peculiarità di questo sistema consente un  ancoraggio  flessibile  all’ambiente  (p.  107)  e  offre  preziose  indicazioni  per  la  comprensione  del  linguaggio  e  della  sua  origine.  «L’idea  alla  base  di  questo  scritto»,  afferma  infatti  Ferretti,  «è  che  il  sistema  triadico  esplichi  il  suo  ruolo  di  maggior rilievo in quelle capacità di ancoraggio e proiezione che  regolano  l’appropriatezza  delle  espressioni  verbali  rispetto  ai  contesti fisici e sociali in cui vengono proferite» (p. 112).  Il  linguaggio  è  un  elemento  costitutivo  dell’ambiente  umano.  Attraverso la parola l’individuo dà forma allo spazio entro cui è  inserito, rendendolo familiare. Il pensiero simbolico alimenta un  continuo  movimento  che  genera  un’incessante  trasformazione  delle  condizioni esterne. In questo sforzo costante che vede l’evolversi  del  linguaggio,  l’ambiente  stesso  si  trasforma.  Questo  continuo  movimento legittima il ricorso dell’autore alla metafora che vede  il linguaggio come navigazione nello spazio. I giudizi intuivi che  guidano la comprensione del parlato dipendono dal controllo della  direzione  e  dell’orientamento  del  fluire  del  discorso,  governata  da una costante valutazione dell’appropriatezza al contesto di ciò  che viene detto (p. 125). Il deragliamento e la tangenzialità che  caratterizzano  le  produzioni  linguistiche  di  soggetti  affetti  da  psicopatologia mostrano che la comunicazione è il frutto continui  aggiustamenti tra parlanti e ascoltatori (ibid.).  Questo  perpetuo  sforzo  finalizzato  allo  scambio  comunicativo  è  alla  base  dell’origine  del  linguaggio  e  della  sua  stessa  213 


RECENSIONI&REPORTS recensione  evoluzione.  «Col  passare  del  tempo  la  selezione  naturale  può  essere  venuta  incontro  alle  esigenze  di  ridurre  tale  sforzo  lavorando  per  la  costruzione  di  sistemi  cognitivi  specificamente  adibiti  al  linguaggio.  È  qui  che  la  tesi  del  linguaggio  come  sforzo  exattativo  viene  a  convergere  con  la  tesi  del  linguaggio  come adattamento biologico» (p. 162). Si svela in questo punto il  rapporto di coevoluzione di cervello e linguaggio che, in continua  tensione tra loro, si sviluppano a vicenda, radicandosi nel quadro  dell’evoluzione  della  specie  che  sancisce  un  monito  inaggirabile  per l’orgoglio antropocentrico.     ANNA BALDINI  baldini.anna@gmail.com 

214 

 


15) rec ferretti