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RadicalMENTE

ATTRAVERSARE I CONFLITTI PER TRASFORMARLI

GENNAIO 2016 Servizio Civile Internazionale via A. Cruto 43 - 00146 Roma Tel/fax 06.5580644 e-mail: info@sci-italia.it web: www.sci-italia.it Centofiori n. 75 Direttore Responsabile: Gianni Novelli

di Simone Ogno

EDITORIALE

Redazione e amministazione: Segreteria Nazionale SCI via A. Cruto 43 - 00146 Roma Tel/Fax 06.5580644 e-mail: info@sci-italia.it

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Coordinamento e realizzazione: Segreteria Nazionale SCI Testi: Segreteria Nazionale attivisti, volontari e partner SCI Stampa: di Servizio Civile Internazionale Multiprint via Braccio da Montone 109, Roma Documento Politico 2015-2017, Aut. Trib. Roma 86/83 del 5/3/83

la nostra visione del mondo tra passato, presente e futuro

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di Erica Manniello

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Essere curdi: da popolo oppresso a modello per il Medio Oriente Intervista a Martina Bianchi, Rete Kurdistan Italia


INDICE

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di Ginevra Sammartino

L’incubo degli hotspot: come aggirare il diritto d’asilo L’intervento dell’avv. Loredana Leo, ASGI

di Valerio Balzametti, Forum dell’Acqua

Grassroot Youth Democracy: quando l’acqua è un diritto

di Andrea Zappa, firma collettiva di attiviste e attivisti che ruotano intorno a Genuino Clandestino

Cibo sano, buono e giusto: la risposta al food-porn di Expo

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di Massimiliano Yamine Kamal

CONCLUSIONI

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EDITORIALE di Simone Ogno

“Il potere è la possibilità non solo di raccontare la storia di un’altra persona, ma di renderla la storia finale di quella persona. Il poeta palestinese Mourid Barghouti scrive che se si vuole espropriare un popolo, il modo più semplice di farlo è di raccontare la sua storia, e di cominciare questa storia con “in secondo luogo.”” Queste parole sono tratte da un discorso tenuto dalla scrittrice nigeriana Chimamanda Ngozi Adichie, divenuto celebre grazie alla serie on-line TED-Talks e intititolato “I pericoli di una storia unica”1. Il discorso di Adichie si focalizza sulla diffusione degli stereotipi dei quali poi si nutrono le dinamiche di potere, per portare avanti quel processo di divide et impera su persone, gruppi e comunità. Il monito della scrittrice nigeriana è chiaro: smettiamo di essere raccontati e raccontate da altre persone, altrimenti continueremo a subire le dinamiche di potere nelle quali siamo immersi e che condizionano fortemente le nostre vite. Già nella precedente edizione del Centofiori avevamo posto l’accento sull’auto-narrazione, ovvero il raccontarsi in prima persona e senza delega. Ascoltare il racconto di se stessi e delle proprie azioni fatto da altre persone genera sentimenti per lo più negativi, in modo particolare quando questa narrazione è portata avanti da governi e gruppi di potere, da coloro che dopotutto rappresentano l’1% della popolazione mondiale. La 1 https://www.ted.com/talks/chimamanda_adichie_the_danger_of_a_ single_story?language=it

generazione di sentimenti negativi, insieme alle politiche subite da singoli o gruppi di persone, crea immediatamente un inevitabile punto di rottura, un conflitto tra il 99% e l’1%2. Raccontare se stessi è una delle forme più elementari e più efficaci per trasformare questo conflitto in positivo. Poiché raccontare se stessi e le proprie azioni permette di avere una storia completa, diretta e non strumentalizzata, fa emergere cause e conseguenze che le “narrazioni tossiche” tendono a nascondere a favore del carattere eclatante del sé e dell’azione. Il nuovo Documento Politico di SCI Italia, realizzato a 100 mani dai soci e dalle socie durante l’Assemblea Nazionale tenutasi a Berzano di Tortona tra il 6 e l’8 novembre, parla proprio della realtà conflittuale che viviamo nei nostri territori e in altre geografie del mondo, e di quanto l’operato della nostra associazione sia all’interno di questa cornice, in maniera attiva. Come associazione che si riconosce nel pacifismo e nella non-violenza, operare nei conflitti significa farlo con le nostre modalità, ovvero operando al fianco delle realtà che provano a rendere visibili le cause dei conflitti e le loro conseguenze, siano essi conflitti armati, sociali o ambientali. 2 Lo slogan “We are the 99%“ è legato a Occupy Wall St. http://occupywallstreet.net/story/we-are-99-occupywall-street-and-importance-politicalslogans

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Queste realtà lavorano in maniera inclusiva, in particolare con chi subisce quotidianamente i conflitti causati dall’1%, con chi è emarginato/a da una società improntata al consumo e al profitto e che lascia indietro le persone. Inoltre, queste realtà lavorano in maniera orizzontale, senza strutture gerarchiche e all’interno delle quali chiunque si adopera allo stesso livello per il cambiamento. Questa è per noi trasformazione non-violenta del conflitto.

2003. Seguì la spartizione geostrategica della Siria. L’ISIS nasce da tutto questo, si sviluppa e si fortifica in questi contesti. Bombardare la Siria creerà altri ISIS, mentre a queste latitudini la libertà delle persone sarà sempre più limitata a causa di guerre globali determinate da chi governa. Ora più che mai è fondamentale lasciare la parola a chi quella parola la rende viva ogni giorno, e come megafoni amplificare la risonanza di quelle cause e conseguenze che spesso rimangono al margine nelle narrazioni dei conflitti.

Sono passate poche settimane dagli attacchi che hanno sconvolto Beirut, Parigi e Bamako, la cui mano è quella dell’ISIS. Ma erano anche i giorni di altri attacchi portati avanti nei confronti della popolazione civile, ad esempio quelli del governo turco verso la popolazione kurda di Cizre o dalle truppe paramilitari messicane a studenti e insegnanti di Ayotzinapa. Un momento di raccoglimento per le vittime è senza dubbio necessario, ma deve essere accompagnato da attività continuative sui territori che mettano in relazione tutti questi avvenimenti. Ora più che mai sono necessarie, proprio perché nuovi venti di guerra e di chiusura delle frontiere soffiano in più geografie del mondo, in modo particolare in Europa e nel Vicino Oriente.

E’ per tutte queste ragioni che, ricalcando il Documento Politico 20152017, abbiamo scelto di relegare le parole dello SCI a questo editoriale e alle conclusioni. Ora più che mai vogliamo che siano gli attori diretti dei conflitti a raccontarsi, quegli stessi attori che hanno affiancato lo SCI negli utlimi anni. Lasceremo la parola a UIKI onlus per raccontarci un’idea di mondo nuova che nasce tra la macerie del Kurdistan massacrato dall’ISIS. Ascolteremo le parole del Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua, dal momento che la privatizzazione dei beni comuni non smette di generare conflitti. Cercheremo di scavalcare le frontiere con la testimonianza di ASGI per capire come le ulteriori derive securitarie si ripercuotano in primis sulle persone che cercano di fuggire dall’ISIS che si vuole bombardare. In ultimo, nell’anno di EXPO, cercheremo di capire grazie ad Andrea Zappa, firma collettiva di attiviste e attivisti che ruotano intorno a GenuinoClandestino, come rilanciare le questioni della sovranità alimentare e della gestione comunitaria delle risorse, lontano dallo sfruttamento che EXPO ha proposto per nutrire il pianeta.

L’addestramento di combattenti afghani da parte degli Stati Uniti contro l’invasione sovietica del 1989 formò il nucleo originario di AlQaeda. Il saccheggio e il dominio perpetrati da alcuni paesi nordamericani ed europei nel Vicino Oriente ha esasperato quelle forze sopite tra le montagne afghane tanto da ritorcerglisi contro quel fatidico 11 settembre. Seguirono le occupazioni dell’Iraq e dell’Afghanistan tra il 2001 e il VAI ALL’INDI-

Sarà l’auto-narrazione di queste realtà a portarci nel 2016, per raccogliere le nuove sfide che la realtà ci propone in quanto associazione di volontariato, in quanto facente parte del 99%.

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DOCUMENTO POLITICO 2015-2017 La nostra visione del mondo tra passato, presente e futuro

Introduzione al Documento Attraversare i conflitti per trasformarli Politico 2015-2017 Una storia di impegno pacifista Il Servizio Civile Internazionale (SCI) è un’associazione laica che da oltre 90 anni svolge attività di volontariato e cooperazione, mantenendosi salda ai valori della nonviolenza e della cittadinanza attiva che l’hanno contraddistinta fin dalla nascita. Era il novembre del 1920 quando si tenne il primo campo di volontariato a Esnes, cittadina francese al confine con la Germania e completamente distrutta durante la I Guerra Mondiale. Un gruppo di volontari coordinati da Pierre Ceresole, pacifista e obiettore di coscienza di origini svizzere, stabilì lì un piccolo accampamento che servì da appoggio a tante persone che nei mesi successivi supportarono volontariamente la ricostruzione della cittadina. Al militarismo, considerato come primo e peggiore strumento del potere, Ceresole rispondeva con un antimilitarismo che lavorasse in maniera attiva per la cooperazione e la solidarietà. Allo stesso modo, SCI Italia affonda le sue radici tra la macerie di un’altra Guerra Mondiale, la seconda. Nel novembre del 1945, diciannove volontari lavorarono dieci giorni a Francavilla per rimuovere le macerie del municipio bombardato e trasformarono una parte dei detriti in materiale per la ricostruzione. Negli anni successivi furono organizzati altri campi di volontariato sino a quando, nel 1948, si tenne la prima Assemblea Nazionale che ufficializzò la nascita della branca italiana dello SCI.

Quello che ci ha sempre caratterizzato è stata una approfondita analisi del contesto nel quale operiamo, individuando con chiarezza le responsabilità rispetto alla situazione politica e sociale in cui il campo di volontariato o il progetto si svolge, e le ragioni che hanno portato alla sua realizzazione. Se, come diceva Ceresole, le guerre sono il primo e peggiore strumento del potere, la violenza, l’autoritarismo e lo sfruttamento che vi sono all’origine possono sfociare anche in altre forme di conflitto, solo apparentemente meno cruente e devastatrici. La violenta offensiva operata dalle politiche neoliberiste in Italia come nel resto del mondo ai diritti sociali, culturali, civili ed ambientali può portare ad esiti paragonabili alla violenta offensiva operata da un esercito: distruzione delle infrastrutture di base, disfacimento

Pierre Ceresole, pacifista svizzero e fondatore del Servizio Civile Internazionale.

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del tessuto sociale, devastazione ambientale, perdita di vite. In sintesi, la violenza può produrre effetti nella sua forma diretta ma anche in quella economica e culturale, dando vita a conflitti sociali, ambientali ed armati su scala locale ed internazionale. Per queste ragioni si tende a vivere il conflitto come qualcosa di negativo e dal quale ci si vuole allontanare, qualcosa da ignorare o da dimenticare. Se consideriamo invece il conflitto come un momento di cambiamento, la presenza della nostra associazione nei conflitti prova a rendere visibili le cause reali che lo hanno generato e a denunciare tutte quelle dinamiche violente alle quali vorremmo contrapporre alternative. La critica e l’attività di “costruzione” sono due aspetti inscindibili della nostra caratteristica ibrida tra movimento, associazione di volontariato e ONG, permettendoci di essere presenti nel conflitto. Costruire nei conflitti è il motore del cambiamento sociale, poiché significa lavorare sulle cause che l’hanno generato: in poche parole,

trasformare il conflitto. Il conflitto si trasforma grazie al contributo di azioni e processi a lungo termine che cercano di cambiare le sue caratteristiche e manifestazioni agendo sulle cause strutturali, comportamentali e culturali. Per trasformare i conflitti è fondamentale costruire relazioni orizzontali ad ogni livello, superando quindi gerarchie e dinamiche di potere, favorendo l’inclusione e l’ascolto fra persone, organizzazioni e movimenti, promuovendo inoltre socialità, cittadinanza attiva, senso di comunità: in questo senso definiamo la nostra una “trasformazione nonviolenta del conflitto”. E trasformando si resiste, si costruisce, lo si fa al fianco di tante altre associazioni, gruppi informali, movimenti di resistenza popolare che per primi hanno saputo ribaltare i tratti dei conflitti da negativi a positivi; si definiscono “popolari” proprio perché partecipati da persone diverse ma con lo stesso obiettivo.Solo in questo senso il

L’Assemblea Nazionale del Servizio Civile Internazionale dell’8-9 novembre a Berzano di Tortona, dove è stato redatto il Documento Politico 2015/2017. VAI ALL’INDI-

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motto “Fatti non parole” che ci contraddistingue dal 1920 può trovare la sua completa dimensione ed evitare ricadute nel qualunquismo e nel populismo. Ma come si declina questo nelle attività che portiamo avanti quotidianamente come i campi di volontariato e i progetti di respiro internazionale? Dalla storia al giorno d’oggi La parola “pace” è ancora oggi il cardine della nostra associazione come lo era 95 anni fa. Lo è nel suo senso più profondo, non solo come assenza di conflitto armato, ma come possibilità per tutte e tutti di godere pienamente di diritti sociali, economici, civili. Questa convinzione pervade ogni nostra attività: dal campo di volontariato a supporto di una comunità di persone affette da disabilità fisiche e mentali, emarginate da una società improntata al profitto che non ammette “deboli”, al progetto in sostegno della resistenza popolare in Palestina, territorio in cui il conflitto è archetipo: di sfruttamento economico, militarizzazione securitaria e controllo sociale. Il nostro desiderio è quello di attraversare con questi contenuti e in modo congruo al contesto le nostre attività: da quelle più strutturate come i progetti a quelle più leggere e sociali come gli eventi pubblici, i momenti di convivialità nei campi e negli scambi internazionali.

Cos’è per noi il volontariato? Una riflessione su cosa intendiamo quando ci definiamo “associazione di volontariato” è necessaria, innanzitutto per inquadrare l’orientamento dello SCI nella società e nelle dinamiche globali. Non esiste infatti un’unica accezione di volontariato, ma tante forme quante sono le modalità di interpretarlo e, soprattutto, di praticarlo. In secondo luogo la realtà degli ultimi anni ha posto un problema di riconoscibilità dell’attività di volontariato, di giusta collocazione ed interpretazione sociale, di difesa dalle mistificazioni. RadicalMENTE PAG. 8


Volontariato limitato all’assistenza La povertà e la precarietà diffuse del nostro tempo prosciugano le risorse umane ed economiche destinate ai progetti di cooperazione e promozione sociale. Contemporaneamente, lo smantellamento dello stato sociale perseguito dalle politiche neoliberiste dei governi, soprattutto quelli europei, investe il volontariato dell’urgenza di intervenire a colmare le lacune di uno stato irresponsabile verso situazioni di bisogno e disagio sociale. Imbrigliato sempre più nelle maglie dell’aiuto, per lo più “individualizzato”, il volontariato finisce così per esaurirsi in interventi emergenziali ed assistenziali, con l’annullamento della sua funzione primaria di strumento di attivazione sociale, di iniziativa collettiva e di cittadinanza attiva. Volontariato come forma impropria di lavoro La mancanza di opportunità di lavoro e di crescita professionale hanno alimentato nel tempo l’induzione al lavoro gratuito, allo sfruttamento consensuale delle competenze e delle abilità. Il lavoro non retribuito, mosso dalla convenienza economica, è divenuto agli occhi dell’opinione pubblica - e del diritto - stage, tirocinio formativo ed infine volontariato. L’organizzazione di Expo 2015, cui è stato consentito di avvalersi di lavoratori sottopagati o per nulla retribuiti, è l’ultima in ordine temporale ad essersi avvantaggiata della confusione tra lavoro e volontariato: le rispettive definizioni, i confini concettuali (ed anche quelli normativi) volutamente si sfiorano fino a sovrapporsi. E’ questa confusione nella percezione pubblica delle cose che sminuisce il ruolo sociale del volontariato e il valore del lavoro.

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Volontariato come prodotto da consumare In un contesto sociale in cui le persone sono sempre più consumatori e sempre meno cittadini, anche il volontariato è divenuto un prodotto e i volontari sono sempre più coinvolti in maniera utilitaristica per le più svariate attività. La precarizzazione che ha investito tutte le dimensioni della nostra vita ha investito anche le forme attraverso cui si manifesta l’impegno civile.Sempre più frequente è il caso di persone che vivono il volontariato come un momento estemporaneo, un’esperienza di solidarietà circoscritta nel tempo e nello spazio. Le nostre attività di volontariato locale ed internazionale non sono rimaste indenni da questa tendenza; la dinamica positiva che vedeva nella partecipazione ad un campo un primo passo verso un’attivazione di più lungo termine è oggi molto meno forte. Diventa quindi fondamentale affermare il nostro impegno per un volontariato che sappia differire da un prodotto da consumare, che si traduca invece in un percorso di responsabilizzazione e di cittadinanza attiva. Volontariato per lo SCI Per queste ragioni crediamo che il volontariato sia qualcosa di più di un’esperienza professionalizzante. Senza dubbio essere volontario/a significa scegliere liberamente, con convinzione, di fare qualcosa senza perseguire un interesse personale ma per realizzare un interesse generale, tenere fede ad un principio e perseguire un ideale. Per lo SCI essere volontario significa anche agire per modificare lo stato delle cose attuali. Il nostro essere volontari non vuole ridursi

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del/la volontario/a e nella sua attivazione attraverso percorsi formativi, in cui il valore aggiunto è lo scambio e la creazione di relazioni.

CONFLITTI ARMATI

Il nostro contributo alla trasformazione dei conflitti

Il nostro intervento nei conflitti armati o nelle situazioni di post-conflitto costituisce senza dubbio l’ambito in cui i nostri attivisti hanno speso maggiormente le proprie energie fin dalla nascita del movimento. Se il conflitto di per sé è una normale componente delle relazioni umane, la violenza che ne rappresenta la degenerazione ha preso forme più subdole. Tra queste ci sono misure di controllo al limite della tortura, discriminazioni e, nei momenti di maggior tensione, l’impiego di armi, la carcerazione e lo sterminio secondo un escalation variabile da contesto a contesto.

Il Servizio Civile Internazionale ha tradizionalmente costruito la sua azione attraverso lo strumento del campo di volontariato internazionale, in grado di superare le barriere, di trasformare le differenze in risorse da scambiare, condividere e mettere insieme al fine di perseguire obiettivi comuni. Nel corso degli anni abbiamo arricchito il nostro repertorio di strumenti in ragione delle sfide poste dalle nuove tipologie di conflitti di cui abbiamo voluto occuparci. Il nostro contributo ha visto un ruolo crescente di azioni comunicative di tipo tradizionale – eventi, manifestazioni pubbliche – e nuove pratiche riconducibili al cosiddetto mediattivismo, modalità d’azione politica che, attraverso l’uso delle tecnologie della comunicazione (web, video, audio, ecc.), promuove la diffusione di campagne, inchieste e contenuti non veicolati dai mass media. Parallelamente abbiamo adottato prassi operative più vicine alla tradizionale esperienza del campo: minicampi rivolti a volontari locali, interventi nelle Scuole e nelle Università, formazioni tematiche, momenti di confronto e approfondimento con attivisti e giovani di altri paesi. Lo schema che segue intende offrire una sintesi delle diverse dimensioni del conflitto nelle quali operiamo, evidenziando gli obiettivi e le attività svolte o pianificate per i prossimi due anni nell'ottica della loro trasformazione.

Interventi civili cooperazione

di

pace

e

Per tali motivi è ancora più importante, oggi, contribuire nelle aree in cui la violenza “detta legge” nell’intento di riportare l’attenzione sull’oggetto del contendere, senza porsi al di sopra delle parti ma cooperando in maniera orizzontale e senza pregiudizi con chiunque sia disponibile a cercare una soluzione al conflitto che sia pacifica, riconosca le responsabilità e alimenti processi di giustizia sociale. Attività messe in campo: Campi di volontariato in aree di conflitto e post-conflitto: Palestina, Kurdistan, Libano, Sri Lanka, Guatemala, Balcani. Beyond Walls (progetto + videodoc) – Progetto concluso a giugno 2015 volto a rafforzare il lavoro di difesa dei diritti umani e resistenza popolare nonviolenta portato avanti dai comitati dei villaggi palestinesi, in coordinamento con attivisti israeliani e internazionali.

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generale e ufficiale la creazione di una panoramica sulla crescita dell'estrema destra in Europa e come questo colpisca e ostacoli le politiche nazionali di inclusione della nuova cittadinanza, ma anche le dinamiche sociali interrelazionali. Obiettivo specifico è quello di descrivere le buone pratiche di reazione a questa deriva, nel senso della difesa della Pace, considerando questo concetto non come assenza di conflitto, ma come una condizione generalizzata di diritti garantiti per tutti/e. CONFLITTI SOCIALI Capri espiatori e nuove alleanze sociali L’identificazione del nemico da “emarginare” nel più debole e nel diverso costituisce una strategia non nuova di mistificazione della realtà, usata per risolvere tutti i “mali” della società. Questa pratica è pericolosa perché accresce un sentimento di insicurezza già presente e le cui cause sono da ricercarsi soprattutto nella precarietà economica e culturale. In questa maniera si svia l’attenzione dalle vere ragioni del malessere sociale, alimentando quella che impropriamente viene definita “guerra fra poveri”. Lo SCI Italia, insieme a numerosi partner a livello locale ed internazionale, è da anni impegnato su iniziative volte a sollevare il velo su questo processo denunciando lo sdoganamento in atto di movimenti e posizioni neofasciste in Europa, proponendo percorsi di inclusione in grado di rompere le barriere del pregiudizio e favorire la costruzione di nuove alleanze sociali.

Forgotten among the Forgotten (progetto + ricerca) - Il progetto era incentrato sul ricordo della persecuzione nazi-fascista contro i popoli rom e le persone LGBTQI. L’intento è quello di contribuire a ricordare ciò che è accaduto a coloro che sono stati perseguitati ma che raramente vengono menzionati come vittime del nazi-fascismo. Attraverso il ricordo, il nostro obiettivo è anche quello di aiutare a riflettere sulla attuale situazione di discriminazione delle persone rom e sinti, contribuendo così a costruire la coesione futura. Cittadinanza universale e libertà di movimento In quanto movimento internazionalista non possiamo prescindere da una visione della

Attività messe in campo: Citizens Beyond Walls (progetto + ricerca) - Il progetto, concluso a giugno 2015, aveva come obiettivo VAI ALL’INDI-

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cittadinanza che vada al di là delle frontiere, riconoscendo ad ogni persona il diritto di ricercare per sé, il nucleo familiare e la propria comunità le condizioni per il soddisfacimento dei propri progetti di vita. Una ricerca che ha determinato e continua a determinare per milioni di persone l’esigenza di muoversi, di trovare la propria strada in altri luoghi diversi da quello di nascita. In questi termini, la promozione di diritti di cittadinanza a livello universale non può prescindere dalla definizione di un quadro giuridico che riconosca libertà di movimento e un rinnovato contesto politico internazionale in grado di affrontare le cause alla base dei fenomeni migratori. Attività Messe in campo: No Border Fest (festival + campo di volontariato) – Dal 2009 il festival è organizzato dal SCI insieme ad altre realtà italiane, un appuntamento ricco di momenti culturali e di confronto sul tema delle migrazioni con workshop, esposizioni, dibattiti, musica e teatro. Il festival è sempre accompagnato da un campo di volontariato a supporto dello stesso.

ultimi mesi, mediattivisti hanno attraversato la Spagna, la Tunisia e Malta, raccogliendo informazioni e testimonianze sulle rotte migratorie. Sul sito web del progetto una mappatura multimediale che segue le tracce dei migranti. Open Doors (progetto + ricerca) Progetto finalizzato ad esplorare le condizioni di accoglienza di migranti e richiedenti asilo in Grecia, Spagna, Cipro, Ungheria e Italia. Il progetto ha permesso di unire la consapevolezza della situazione vissuta dai migranti alla spinta concreta ad agire per il rispetto del diritto d'asilo. Il progetto si articola in ricerca, eventi e video. European Youth Citizenship at the Mirror (progetto + ricerca) – Progetto finalizzato a una ricerca sui diritti di cittadinanza in Messico, Italia, Nepal, Irlanda e Mauritius. Quanto la cittadinanza produce reale inclusione sociale? Quali sono le carenze che la portano invece ad essere escludente per chi non la possiede? La ricerca è consultabile è scaricabile sul sito web del progetto. CONFLITTI AMBIENTALI

Mentre a livello istituzionale i flussi migratori continuano ad essere visti come un “problema da risolvere” con un'intensificazione dei dispositivi di controllo delle frontiere e una gestione dell'accoglienza caratterizzata da speculazione e business, il No Border Fest vuole proporre un modello basato sulla libertà di movimento e sui diritti di cittadinanza attraverso narrazioni alternative, decostruzione di pregiudizi, analisi e condivisione di buone pratiche.

Resistenze territoriali e gestione comunitaria delle risorse naturali

Across the Sea (progetto + audiodocumentari) - Progetto di documentazione multimediale sulle rotte migratorie attraverso il Mediterraneo. Nel corso degli

Crescente è l’interesse anche per le esperienze di gestione delle risorse naturali che, sfidando i modelli imposti dall’alto, prevedono un ruolo centrale delle comunità locali, una minore

L’impegno civile in difesa dei beni comuni costituisce per noi una scelta prioritaria che si è tradotta in questi anni nell’adesione alla campagna referendaria sull’acqua pubblica, nel sostegno delle principali lotte portate avanti a livello territoriale in Italia ed all’estero: dal movimento No TAV alla campagna Patagonia sin represas (Patagonia senza dighe).

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economico, ne consegue un forte impegno nella nostra azione a favore di un cambiamento del sistema che metta al centro i temi della giustizia sociale, del rispetto dell’ambiente, della valorizzazione della dimensione locale e di pratiche partecipative alternative al sistema economico neoliberista e alle sue contraddizioni.

impronta ecologica ed un’economia che offra risposte adeguate ai bisogni reali della popolazione. Attività messe in campo: Campi e minicampi in Italia e all'estero – In Italia ricordiamo quelli a supporto del movimento No TAV e No MUOS, movimenti popolari che focalizzano i loro sforzi sulla gestione comunitaria dei territori e su processi partecipativi inclusivi e orizzontali. All'estero invece il campo a supporto della Feria di Kurarewe, in Cile, presso una comunità mapuche; il territorio è messo in pericolo dalla costruzione di varie dighe e le comunità locali soggette ad espulsioni. Grassroot Youth Democracy (progetto + ricerca) - Il progetto è volto ad esplorare il tema dell’acqua come bene comune, denunciando i processi di inquinamento, speculazione e privatizzazione. Tra aprile 2015 e febbraio 2016 si stanno svolgendo tra Italia, Mauritius, Ecuador, India, Uruguay e Grecia varie attività ed eventi volti a creare una campagna sul diritto all’acqua. Economia solidale e sostenibile Partendo dalla constatazione che i conflitti ambientali sono generati in larga parte da interessi di tipo VAI ALL’INDI-

Da questo punto di vista, le riflessioni e le esperienze concrete di economia solidale in diverse parti del mondo costituiscono un punto di riferimento. Superando una visione meramente individualistica, la promozione di stili di vita sostenibili è per lo SCI una modalità per porre obiettivi collettivi, per supportare quanti stanno sperimentando nuove vie per l’economia e la società. Attività messe in campo: Toolkit “Green Camps” - Manuale contenente indicazioni utili per l'organizzazione e l’implementazione eco-sostenibile dei campi di volontariato. Create a Climate for Peace (campagna) – E’ una campagna internazionale promossa dal SCI per sensibilizzare l'opinione pubblica sui cambiamenti climatici, mettendo in relazione la sensibilità ecologica insieme a quella pacifista e nonviolenta. No EXPO (campagna) – SCI Italia ha aderito a questa campagna poiché consideriamo EXPO un evento dall'impatto devastante sul territorio lombardo, organizzato insieme alle multinazionali del settore agroalimentare che ha sottratto ingenti somme di denaro pubblico e strumentalizza il volontario per sfruttare manodopera gratuita.

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Essere curdi: da popolo oppresso a modello per il medio Oriente Intervista a Martina Binchi, Rete

Kurdistan Italia di Erica Manniello

DAL 16 AL 26 DICEMBRE SI E’ TENUTO NEL CAMPO PROFUGHI DI DIYARBAKIR, NEL KURDISTAN TURCO, UN CAMPO DI VOLONTARIATO ORGANIZZATO DA SCIITALIA IN COLLABORAZIONE CON GENKLI VE DEGISIM ASSOCIATION. ALL’INTERNO DELL’AREA, GESTITA DALLE MUNICIPALITA’ CURDE, VIVONO CIRCA 4MILA RIFUGIATI, 1500 DEI QUALI SONO BAMBINI, PER LA MAGGIOR PARTE YAZIDI, FUGGITI DAL MONTE SINJAR A SEGUITO DELL’ATTACCO DELL’ISIL.

Una signora curda nella sua tenda nel campo profughi di Diyarbakir, nel Kurdistan turco.

Immagini di Alberto Sanna. RadicalMENTE PAG. 14


Martina, tu fai parte di Rete Kurdistan Italia, la rete italiana di solidarietà con i curdi, un popolo di circa 40 milioni di persone, distribuite tra Turchia, Siria, Iraq e Iran. Uno scenario complesso di cui si tende a parlare poco, quasi esclusivamente in relazione a singoli episodi eclatanti, come la resistenza messa in atto a Kobane, nel Kurdistan siriano. Ma la realtà curda è molto di più e va ben oltre i discorsi emergenziali del momento. È ribellione quotidiana all’oppressione, è esperimento sociale, è rivendicazione di un’alternativa alla sottomissione e all’instabilità. Abbraccia un intero modo di concepire le relazioni tra persone, popoli, nazioni e stati. Cosa intendiamo, dunque, quando parliamo di questione curda? La questione non si può affrontare senza partire dalla fine della prima guerra mondiale. Al termine del conflitto, con il trattato di Losanna, era stata prevista dalle potenze vincitrici sia la creazione di uno stato curdo che la creazione di uno stato armeno. Quello che fu il progetto iniziale, di fatto, però, non vide mai la luce, se non in termini estremamente ridotti per quanto riguarda l’Armenia. Nello spezzettamento dell’ex Impero Ottomano e del Medio Oriente, Francia e Gran Bretagna hanno visto lo strumento per veicolare i propri interessi, dividendosi a tavolino le sfere d’influenza. Così che lo stato curdo, alla fine della fiera, da un lato venne cancellato dalle mappe e dall’altro venne spartito, a livello territoriale, tra Iraq, Turchia, Iran e Siria. Ma quei confini nazionali né erano allora percepiti come reali ed effettivi dalla popolazione locale né lo sono mai diventati e questo irrisolto si è trascinato fino ad oggi. Il discorso curdo si innesta in questo percorso e ad oggi, Iran a parte, per quanto riguarda gli altri tre stati, i curdi sono il popolo più grande numericamente, senza una rappresentanza statale. Ciò ha ovviamente ingenerato un grandissimo motivo di paura da parte dei governi dei tre paesi: questi 40 milioni di curdi hanno sempre rappresentato un elemento di fortissima pressione. Non a caso, sono stati oggetto di repressione, più o meno forte e più o meno grave, a seconda delle stagioni politiche, in tutti e tre i paesi. VAI ALL’INDI-

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Ma i curdi non chiedono uno stato vero e proprio, no? Quando parlo di popolo curdo mi riferisco in primo luogo ai curdi del Bakur, corrisponde al sud-est della Turchia, e del Rojava, nel nord della Siria. Loro è vero che non vogliono uno stato perché c'è stata la svolta di natura filosofico-politica del confederalismo democratico, dapprima all'interno del PKK e poi proiettata sull'intera società civile e politica curda di queste due zone. Non così nel Kurdistan iracheno, che ha invece seguito il filone nazionalista, ricercando la costituzione di uno stato indipendente. Infatti oggi la regione autonoma del Kurdistan iracheno è ormai a tutti gli effetti uno stato, anche se non riconosciuto al cento per cento. È anche interessante, da questo punto di vista, vedere come la Turchia, che si propone come il massimo nemico dei curdi, è invece strettissimo alleato del Kurdistan iracheno di Mas’ud Barzani. Le stesse frontiere tra Kurdistan iracheno e Turchia, al contrario di quelle col Rojava, sono perfettamente aperte e le relazioni commerciali tra le due zone sono ottime. Cosa ben diversa per quanto riguarda il Bakur, il Kurdistan turco, dove ciò che si porta avanti è l'idea del confederalismo democratico, così come nel Rojava, ovviamente con forme attuative diverse. Nel senso che il confederalismo democratico fa il salto di qualità dall'essere semplicemente una dottrina politico-sociale al diventare un modello pratico attuato concretamente soltanto nel Rojava, approfittando della caduta del governo di Bashar al-Assad. Con l'incedere della guerra civile in Siria, cadendo le rappresentanze del potere centrale, i curdi si sono trovati nella condizione di poter sperimentare sul campo questo nuovo modello,

Alcuni ospiti del campo profughi di Diyarbakir, aspettando l’autobus per Istanbul. giorno per giorno, rispondendo a quelle che erano necessità anche di sopravvivenza quotidiana. La dichiarazione formale di autonomia e di adesione al progetto del confederalismo democratico avviene solo un paio d’anni dopo, nel gennaio 2014, quando i cantoni che costituivano i tre centri del Rojava - le tre regioni di Kobane, Jesire e Afrin - dichiarano formalmente l'applicazione e il riconoscimento di quel documento che è poi conosciuto come Carta del Contratto Sociale del Rojava. Nel sudest della Turchia, invece, il confederalismo democratico chiaramente non è qualcosa di istituzionalizzato e riconosciuto perché è estremamente avverso dal governo centrale di Ankara. Anzi, la sua applicazione sempre più concreta ha determinato la risposta armata. Lo scorso settembre, a Cizre, una delle roccaforti dell’Hdp nel sudest della Turchia, viene dichiarato lo stato d’emergenza e per 9 giorni l’esercito turco assedia la città, stremata dal coprifuoco.

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Senza acqua né elettricità, chiusi gli ospedali così come qualsiasi attività commerciale. Ankara adduce motivazioni di ordine pubblico e lotta al terrorismo. Muoiono 28 persone, i feriti sono 100. Tutto passa sotto silenzio, sui grandi mezzi d’informazione di questo non si legge. Martina, hai una spiegazione? Io credo che qui paghiamo diversi elementi. Il primo è che la Turchia difficilmente permette a mezzi d'informazione libera di veicolare questo tipo di notizie, anche perché ultimamente giornalisti, non solo turchi ma anche europei, che si sono recati in Turchia per documentare ed eventualmente denunciare questo tipo di comportamenti sono andati incontro a intimidazioni di vario tipo, fin'anche all'arresto e all'espulsione. Negli ultimissimi periodi, poi, c’è da dire che qualcuno ha in effetti cominciato a sollevare il problema del rispetto dei diritti umani in Turchia, ma soprattutto ponendo l'accento sul sostegno della Turchia

all'Isis e sulle violazioni in fatto di libertà d'espressione e di stampa che avvengono nel Paese. Ma le ingiustizie più gravi e sistematiche, e cioè quelle perpetrate contro i curdi, ancora oggi non vengono messe in luce. A questo si aggiungono i rapporti di cooperazione commerciale, economica e militare che legano Turchia ed Europa. Non dimentichiamo che alla Turchia sono stati concessi tre miliardi di aiuti sui rifugiati e soprattutto lo sblocco dei visti. Dunque in questo momento l’impressione è che i curdi, per l’ennesima volta, vengano un po’ sacrificati nel grande meccanismo d’interesse delle cose, nel senso che ora interessa molto di più preservare l’alleanza strategica di natura commerciale tra Unione Europea e Turchia e di natura militare tra Nato e Turchia. Non è una strategia poco intelligente, da parte delle diplomazie europee,

Le strade di Diyarbakir.

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considerando che nello scenario medio orientale il vero elemento di stabilità potrebbe essere costituito proprio dai curdi? Certo, sostenere il governo di Recep Tayyp Erdoğan per obiettivi a breve termine, come lo stop alla massa di rifugiati, che senza quegli accordi arriverebbero alle porte dell’Europa, è poco lungimirante perché la stessa esistenza di quei rifugiati è dovuta alle politiche di instabilità messe in atto dal suo governo. Nel senso che la responsabilità della guerra civile e della presenza di Daesh, così come dell’esistenza di 40 fazioni in guerra contro Assad, almeno per il 50 per cento è imputabile al governo turco. Che se invece permettesse l’apertura delle frontiere in termini umanitari e facilitasse la stabilizzazione del Rojava, come alternativa democratica in quelle zone, certamente disincentiverebbe le persone a mettersi in mare per venire in Europa o a scavalcare i fili spinati nei Balcani. È poi un fatto che l’unica zona della Siria dove in questo momento i civili trovano una forma di protezione è il Rojava. E non mi riferisco solo ai civili curdi: in questo momento ci sono, ad esempio, più di 100mila siriani arabi rifugiati nel cantone di Afrin. Già questo mi dà un elemento di stabilità perché significa avere un territorio dove entro i suoi confini la gente non si spara addosso e scuole e ospedali, con mezzi di fortuna, stanno funzionando. Nel lungo termine il punto fondamentale è attinente al discorso degli stati. La soluzione prospettata per il Medio Oriente, dalla prima guerra mondiale a oggi, è sempre stata quella di costituire, con un tratto sulla mappa, entità nazionali che non avessero nessun tipo di ancoramento reale nella popolazione, generando lotte intestine e dittature più o meno lunghe. L’alternativa invece dei curdi,

e mi riferisco soprattutto a quelli del Rojava, è quella di dire che forse la soluzione dello stato-nazione non è qualcosa che appartiene al portato storico e culturale di questi popoli. Piuttosto, bisogna dare avvio a un modello che propone una sorta di federazione dove tutte le comunità possano vivere l’una accanto all’altra liberamente, nel rispetto reciproco. Purché le singole comunità rispettino i principi del Contratto Sociale, saranno libere di autodeterminarsi nella maniera che ritengono migliore. Nello stesso preambolo della Carta, non si parla solo di curdi ma si fa esplicito riferimento alle principali etnie presenti nella regione: turcomanni, caldei, assiri e yazidi, per i quali è prevista una specifica tutela. La minoranza yazida è tra le vittime più colpite da Daesh. Nell’agosto 2014, se non fosse stato per l’intervento di PKK, YPG e YPJ, che hanno aperto un corridoio umanitario per condurre in salvo i profughi yezidi rimasti intrappolati sul monte Sinjar, quasi certamente non sarebbero sopravvissuti. Lo stesso campo profughi di Diyarbakir (Kurdistan turco), dove in molti trovano rifugio, è gestito da curdi. Che ruolo hanno nell’allestimento di questa e altre strutture di accoglienza? Gli yazidi sono una popolazione che è vissuta nelle montagne della regione dello Shengal, un po’ estranea a qualsiasi tipo di rivolgimento politico che nel frattempo c’era in Iraq. Etnicamente cugini dei curdi, sono sempre stati una comunità chiusa, praticante una forma dell’islam che si rifà alle vecchie tradizioni zoroastriane animiste. Per questo motivo non sono mai stati amati particolarmente. La

tragedia

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avviene

nell’agosto


Il campo profughi di Diyarbakir, nel Kurdistan turco. 2014, principalmente nella notte tra il 3 e il 4 agosto, quando l’Isis avanza da Mosul: per entrare in Siria crea un canale di passaggio attraverso il Shengal e nel fare questo commette un eccidio. I dati non si conoscono, ma quel che si sa per certo è che in questa avanzata sono stati rapiti e dati al mercato della schiavitù sessuale tra 3500 e 5mila donne e minori.

sono trovati davanti due possibilità: andare nei campi gestiti dal governo turco - e in particolar modo in quelli gestiti da Afad, che è l’equivalente della protezione civile del governo turco - o trovare riparo nei campi che stavano attrezzando e allestendo le municipalità curde. La stragrande maggioranza dei profughi ha scelto proprio questa seconda soluzione.

Gli unici che cercarono di salvare quanti più possibili profughi yazidi o comunque gente che stava scappando dalla propria città di appartenenza furono i curdi del PKK, YPG e YPJ, creando un canale umanitario. Nel senso che l’esercito iracheno curdo, quindi i peshmerga, non oppose alcuna resistenza all’avanzata dell’Isis, ma anzi fuggì dalle sue postazioni.

Non solo la gente non andava nei campi Afad, ma se ci finiva faceva poi di tutto per fuggire dai trattamenti degradanti posti in essere dalle guardie di sicurezza. Ma non solo. Gli ospedali da campo e le scuole non forniscono servizi in lingua cruda, che significa condannare i profughi di etnia curda, e quindi anche yazidi, a non poter accedere a quei servizi per un gap linguistico enorme.

Tra gli yazidi in fuga, alcuni si sono fermati subito a ridosso del Shengal, attrezzandosi in tendopoli di fortuna, altri sono arrivati nei campi profughi iracheni, al confine con la Turchia, principalmente i grandi campi di Duhok e Derik, altri ancora sono arrivati fino in Rojava o in Turchia. Questi ultimi si

L’altro grande problema riguarda l’acquisto di cibo e altri beni. A questo fine il sistema Afad prevede che ciascuna famiglia sia dotata di un tesserino con circa 85 lire turche per mese, meno di 30 euro, una cifra che non basta nemmeno per una settimana alla sopravvivenza di una

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famiglia di 4/5 persone. Parallelamente a tutto ciò, chi ha realmente provveduto sia alla sicurezza ma soprattutto ai bisogni primari dei profughi in termini di tende, cibo, acqua, vestiti, supporto psicologico, aiuto di ogni genere sono stati proprio i campi allestiti dalle municipalità curde. Quello a sud di Diyarbakir, per gli yazidi, è uno di questi, dove nonostante le ristrettezza tutto quello che è stato fornito è arrivato dalla solidarietà delle organizzazioni civili cittadine degli stessi curdi turchi o, per minima parte, da carovane e piccole ONG che in qualche maniera si sono date da fare. Nulla dal governo centrale, nulla dalle istituzioni internazionali. E qua torniamo anche all’assurdo dei famosi tre miliardi di cui sopra, perché quei tre miliardi non vanno in alcun modo a sostentare i campi delle municipalità curde, ma sono solo per quelli Afad. Dal 2012, il Rojava ha una sua carta,

il “Contratto Sociale del Rojava”. Tre sono i pilastri fondamentali: il ruolo di primo piano delle donne, il concetto di ecologia e l’affermazione di una democrazia diretta e partecipativa. A corollario, il concetto di autodifesa. Significa che non solo il popolo curdo chiede l’autodeterminazione, ma propone anche un modello molto preciso che potrebbe fare da esempio per altre realtà in cerca d’identità. Pensi che questa esperienza abbia un futuro? Potrebbe espandersi e diffondersi anche altrove? Io penso di sì, anche se credo che un qualsiasi scommettitore non darebbe alcun credito all’ipotesi che il Rojava possa sopravvivere ed espandersi. Perché la storia insegna che, di solito, chi non è animato da interessi economici o di sfruttamento delle popolazioni più deboli spesso

Sur, quartiere di Diyarbakir, è sotto coprifuoco da luglio 2015.

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fa una brutta fine. Detto questo, a dicembre 2014, tutto il mondo era convinto che Kobane sarebbe caduta. Kobane non è caduta e, anzi, oggi, nonostante tutti i sacrifici e le sofferenze, il Rojava si è esteso e sta sempre di più coinvolgendo nuove comunità e nuove persone. Il secondo punto che mi fa ben sperare per il futuro è il fatto che dal punto di vista militare, che è certamente uno dei nodi più critici, YPG e YPJ sono usciti da una dimensione meramente curda e hanno invece intessuto un’alleanza molto stretta con combattenti di etnia araba e con altre brigate fuoriuscite dal Free Sirian Army. E questo secondo me dà la misura del fatto che molti arabi si stiano rendendo sempre di più conto che forse è il caso di passare sopra gli antichi rancori, che li hanno da sempre divisi con la componente curda, e che invece al contrario proprio l’alternativa proposta dai curdi sia

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un’alternativa valida anche per loro. E questo è fondamentale perché è chiaro che prima di convincere Unione Europea, Stati Uniti, Nato o chi per essi il modello deve essere testato sul territorio e il primo test effettivo è la capacità di inclusione rispetto a comunità che non sono state rese partecipi del processo di elaborazione di quel modello. Ma sono positiva anche e soprattutto perché, a livello di popolazione civile, l’effetto domino del confederalismo democratico non solo ha incominciato a interessare in maniera predominante il dibattito politico del Bakur, quindi dell’Hdp e dell’esperienza curda in Turchia, ma sta cominciando a travalicare i confini anche in Iraq. Io penso che questi siano tutti elementi che ci possono far sperare.

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L’INCUBO DEGLI HOT SPOT COME AGGIRARE IL DIRITTO D’ASILO

L’intervento dell’avv. Loredana Leo, ASGI (Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione) di Ginevra Sammartino

Cosa sono gli hotspot e in cosa differiscono dai CAS o dai CARA? A differenza dei Centri di accoglienza straordinaria (CAS) e i Centri di accoglienza per richiedenti asilo (CARA – oggi chiamati Centri governativi di accoglienza) i c.d. hotspot non sono previsti da alcuna norma giuridica italiana o europea. Piuttosto che dei veri e propri centri, le istituzioni europee, che ne hanno richiesto l’attivazione, definiscono gli hotspot come una sorta di metodo di gestione di punti di arrivo di cittadini stranieri che vengono definiti strategici. Nei fatti questi hotspot sembrano configurati come luoghi chiusi nei quali

operano le forze di polizia italiane, supportate dai rappresentanti delle agenzie europee (Frontex, Europol, Eurojust ed EASO, l’Ufficio europeo di sostegno per l’asilo). In tali luoghi i cittadini stranieri appena sbarcati in Italia sono sottoposti a rilievi fotodattiloscopici ai fini della loro identificazione e sarebbero poi distinti e qualificati come richiedenti asilo o migranti economici e a seconda di questo tipo di “catalogazione” sommaria sarebbero poi inviati alle strutture di accoglienza per richiedenti asilo oppure sarebbero destinatari di un provvedimento di respingimento per ingresso illegale e poi lasciati sul territorio italiano

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senza alcuna misura di accoglienza, non essendo comunque possibile alcun rimpatrio. Quali sono momento?

quelli

attivi

al

Fino a dicembre 2015 l’unico hotspot ufficiale – ritenuto, pertanto, tale dal governo italiano e dall’Unione Europea – è quello di Lampedusa. Sono stati individuati 5 hotspot anche in Grecia, in particolare a: Lesvos, Leros, Kos, Chios e Samos. Stando, tuttavia, alla comunicazione del governo greco del 15.12.2015 l’unico hotspot al momento operante è quello di Lesvos, mentre gli altri sono ancora non funzionanti. Si prevede di sostituire con gli hotspot tutti i centri di prima accoglienza oppure saranno istituiti soltanto in alcuni “luoghi strategici di arrivo”? Secondo la Roadmap, documento del governo italiano con cui lo stesso dà all’Europa delle azioni dallo stesso compiute per affrontare gli arrivi di cittadini stranieri, dovrebbero essere 6 i centri adibiti ad hotspot: Lampedusa, Pozzallo, Trapani, Porto Empedocle, Augusta e Taranto per un totale di circa 2500 posti. Poco più di un mese fa MSF ha presentato alla Commissione Parlamentare “Accoglienza Migranti” un rapporto in cui denuncia e critica le condizioni nel Centro di Primo Soccorso e Accoglienza (CPSA) di Pozzallo e chiede alle autorità italiane di sviluppare una strategia concreta per uscire da un approccio emergenziale e garantire condizioni e servizi adeguati, nonché una migliore informazione sulle procedure d’asilo. Infatti, tra i tanti aspetti critici descritti nel rapporto, di natura principalmente medicoVAI ALL’INDI-

umanitario, sottolinea però anche la mancanza di accesso sistematico ad un’adeguata informativa legale e il protratto trattenimento di molte delle persone accolte nel centro. Il CPSA di Pozzallo è un primo esperimento? Dalle notizie che ci sono giunte nel corso di questi mesi, anche a Lampedusa c’è stata una diffusa mancanza di informativa legale per coloro che sono stati portati in quel centro. L’impressione è quella, quindi, che questo metodo di azione si stia progressivamente diffondendo in tutti i c.d. hotspot. Questo metodo rischia, pertanto, di diventare la normalità in tutti i centri in cui i cittadini stranieri arrivano al momento dello sbarco in Italia.

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L’europarlamentare Barbara Spinelli ha appena presentato un’interrogazione alla Commissione, contestando le pratiche che le autorità Italiane stanno svolgendo nell’hotspot di Lampedusa: “Da settembre le autorità Italiane hanno adottato nuove pratiche illegali in violazione dei diritti dei migranti e dei richiedenti asilo presso l’hotspot di Lampedusa. Arrivati nell’hotspot, i migranti sono frettolosamente intervistati e ricevono un formulario incompleto, senza informazioni sul diritto d’asilo. Pertanto, molti migranti ricevono provvedimenti di respingimento senza avere avuto l’opportunità di chiedere asilo. Una volta ricevuti i provvedimenti di respingimento, i migranti sono cacciati dai centri con un documento che li obbliga a lasciare il paese entro sette giorni dall’aeroporto di Roma-Fiumicino”. L’Italia sta dunque “aggirando” le normative europee in materia di accoglienza e diritto d’asilo? Ogni cittadino straniero che è stato soccorso in mare e che poi è stato portato in un centro sul territorio italiano ha diritto di ricevere informazioni complete e comprensibili sulla sua situazione giuridica, nonché a manifestare in qualsiasi momento la volontà di chiedere protezione internazionale. Tale diritto è espressamente previsto nelle norme nazionali ed internazionali (da ultimo per l’Italia nel d.lgs 142/2015) e su questo si è a più riprese espressa la giurisprudenza sia della Corte europea dei diritti dell’uomo sia la Corte di Cassazione italiana. Il cittadino straniero che arriva sul territorio italiano, quindi, deve potersi esprimere compiutamente nella propria lingua madre ed in tale lingua deve ricevere informazioni complete e dettagliate sulla sua condizione giuridica. In dettaglio, il cittadino

straniero dovrebbe comprendere compiutamente i modi e i tempi per manifestare la volontà di presentare la domanda di asilo nonché i tempi e i modi dell’intero iter di richiesta, incluse le procedure di identificazione. Tale informativa dovrebbe essere fornita da personale appositamente dedicato che abbia un’adeguata preparazione. Al contrario di questo, quello che sta avvenendo nella pratica, secondo le notizie che sempre più di frequente arrivano dalla Sicilia, è che i Questori stanno adottando dei provvedimenti di respingimento nei confronti di cittadini stranieri soccorsi in mare e sbarcati in Italia, senza che queste persone abbiano avuto un’adeguata comprensione della possibilità di presentare domanda di asilo e senza aver avuto alcuna informazione sulla loro posizione giuridica. Cosa si propone di fare ASGI per denunciare e contrastare questa pratica e con quali strumenti legali? Il 22 ottobre 2015 l’Asgi ha pubblicato un documento in cui chiede al Ministero dell’Interno di chiarire la natura giuridica degli hotspot (disponibile al link: http://www.asgi.it/notizia/ ministero-interno-natura-giuridicahotspots/). Successivamente ha collaborato, insieme ad Oxfam Italia e A buon diritto, all’interrogazione parlamentare depositata lo scorso 10 dicembre dal senatore Luigi Manconi, in cui si denunciano le gravi violazioni dei diritti dei migranti che stanno avvenendo negli hotspot. È poi in elaborazione un documento più aggiornato che cercherà di inquadrare giuridicamente quanto sta avvenendo. Asgi sta cercando, inoltre, di sollevare delle questioni di legittimità costituzionale delle prassi in corso nonché di denunciare in tutte le sedi possibili, italiane ed europee, le prassi contrarie alle norme che stanno avvenendo in questo momento sul territorio.

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Grassroot

Youth

Democracy

QUANDO L’ACQUA E’ UN DIRITTO

di Valerio Balzametti, Forum dell’Acqua Il movimento dell’acqua nasce in Italia nei primi anni del 2000 e si è strutturato in forma organizzata nel primo Forum Italiano dei movimenti per l’Acqua nel 2006. Da allora molta strada è stata fatta e molti comitati sono nati in giro per l’Italia, dando vita ad una battaglia politica e culturale per affermare il diritto all’acqua; le tappe che hanno segnato questo cammino sono state molte e sicuramente il referendum del 2011 è stato un passaggio fondamentale. Proprio nella costruzione di quella lunga campagna referendaria, durata quasi 2 anni, abbiamo stretto nella pratica una sinergia con lo SCI, prendendo dimestichezza con le sue attività e i suoi attivisti. Un’attitudine condivisa nel pensare e strutturare progetti e campagne con un profondo senso di trasformare l’esistente coinvolgendo le persone, nel caso specifico i volontari e tutte le persone avvicinate con le diverse esperienze. Da questa sincronia è nato il progetto Grassroot Youth Democracy, che tra i suoi intenti ha quello di coinvolgere i volontari in ambiti di partecipazione civica, a partire dai diritti fondamentali. Tra questi, quello scelto per sviluppare il lavoro di ricerca e comunicazione, è stato proprio quello dell’acqua. I volontari e le volontarie hanno avuto la possibilità di conoscersi e scambiarsi competenze oltre che avere informazioni da parte di VAI ALL’INDI-

Il fiume Gange, in India, diventa ogni giorno più sporco a causa dell’inquinamento crescente. esperti, per delineare una campagna comunicativa sul tema e sviluppare l’utilizzo di strumenti e media tools differenti, da quelli più classici come articoli e foto, innestati però su strumenti nuovi, come social e utilizzo di smartphone. Inoltre, la possibilità di spostarsi in altri paesi, incontrandosi e confrontandosi prima tutti insieme, ha consentito la progettazione comune della struttura portante della campagna e dei contenuti profondi da valorizzare. In seconda istanza, i jobshadowing, di circa 2 mesi, hanno permesso uno scambio prima da Bolivia, Uruguay, Mauritius e India verso l’Italia e la Grecia e, in seconda battuta, l’inverso; in Italia e in Grecia, lo scambio è avvenuto proprio a partire dalla conoscenza diretta dei comitati che si

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battono sull’acqua. Ad oggi, nell’ultima fase del progetto, che si avvia verso la conclusione, stiamo raccogliendo il frutto di quei viaggi, fatti di interviste, articoli e riflessioni provenienti da tutti questi paesi, che raccoglieremo in 2 produzioni, una video e una cartacea, che verranno presentate nel marzo 2016. E del resto, per noi stessi, come movimento, immaginare già un’iniziativa internazionale sul diritto all’acqua diventa un passaggio di senso importante. Perchè, a partire dalla consapevolezza di muoversi all’interno di una crisi globale che ha prodotto una restrizione degli spazi di democrazia e un approfondimento delle politiche economiche inique ed ingiuste, abbiamo una prospettiva sempre più chiara di dover attivare movimento a carattere internazionale. Nello spacifico, per noi, a carattere europeo, perchè proprio sul piano continentale stiamo costruendo delle connessioni importanti con i movimenti che negli altri paesi stanno contrastando la privatizzazione dell’acqua e la sua messa a profitto; una prospettiva basata sulla ripubblicizzazione del servizio idrico e la sua gestione partecipata. Non a caso, abbiamo sostenuto

la nascita dell’European Water Movement, con il quale abbiamo animato e portato a compimento la realizzazione della prima Iniziativa dei Cittadini Europei, proprio sul diritto all’acqua; percorso culminato con la risoluzione del parlamento europeo del Settembre 2015. In conclusione, la ricchezza che deriva da questo percorso progettuale, fatta anche della consapevolezza dei limiti e di criticità, è il frutto non tanto di un progetto, ma di un percorso lungo alle spalle e la consapevolezza di avere un lungo cammino davanti. Anche insieme al Servizio Civile Internazionale.

Il lago artificiale di Hauzkahs Village, New Delhi., costruito per portare alla popolazione acqua potabile, che è però troppo inquinata per essere bevuta.

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CIBO SANO, BUONO E GIUSTO LA RISPOSTA AL FOOD PORN DI EXPO

di Andrea Zappa, firma collettiva di attiviste e attivisti che ruotano intorno a Genuino Clandestino

L’EXPO scivola via lasciando lo sporco di anni di deturpazioni ambientali, appalti truccati e malaffare, ma soprattutto lascia tanto sporco e torbido nelle teste di italiani e non. Un anno di operazioni di comunicazione, marketing e dunque disinformazione hanno fatto raggiungere livelli di “foodporn” (termine che rimanda ad una lettura pornografica del cibo, visto in tutte le salse, in tutte le ricette, in tutte le TV, nei media in generale) che esaltano le immagini di cibo senza creare collegamenti reali con la sua qualità, la sua origine, i retroscena e le disuguaglianze che dietro di esso si celano. Il bilancio dopo-EXPO è di un Paese sempre più povero, economicamente e culturalmente, ma fermamente convinto di vivere nel territorio più ricco di cibo sano, buono e giusto. Questo è stato reso possibile grazie all’offensiva dei governi, nel caso specifico quello italiano, grazie ad abili operazioni di greenwashing. Lo “Sblocca Italia”, decreto del governo che minaccia i territori dal mare agli Appennini, promuove progetti di devastazione e saccheggio ai danni della natura e di chi vorrebbe viverci insieme in armonia, ad esempio i contadini sotto costante minaccia di perdere la terra o di perdere quello che essa potrebbe dar loro. Il livello di forza raggiunta da alcuni sindacati agricoli, associazioni, fondazioni sta già portando ad attacchi alle realtà di reti contadine più informali e che realmente tutelano le piccole produzioni e i semi di un’economia e di una produzione differenti. Il governo, sulla scia “green” di questo mega-evento, ha pensato di mettere anche a punto una legge anticaporalato, che come sempre mostra il suo volto bipolare, colpendo discrezionalmente i grandi sfruttatori di manodopera bracciantile e accanendosi con le piccole realtà agricole che si fondano (fortunatamente) su forme di mutuo aiuto e altri scambi di lavoro.

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La rete di GenuinoClandestino ha superato questi sei mesi di EXPO in maniera propositiva, sapendo che come qualunque fiera sarebbe andata via lasciando sporco e preparandosi a fronteggiare le minacce che invece sono strutturali al sistema agricolo e a tutto il ciclo che porta il cibo nei nostri piatti. Nei giorni successivi alla chiusura del mega evento milanese, il presidente della CIA (Confederazione Italiana Agricoltori) fiorentina ha attaccato l’esperienza di custodia sociale di Mondeggi - Fattoria Senza Padroni, innescando una “lotta fra poveri” senza riconoscere il valore sociale, agricolo e politico dell’esperimento mondeggino; ha chiamato a raccolta tutte le piccole e medie aziende agricole che vivono il disagio economico di essere rese incompatibili con il nuovo sistema Italia aizzandole contro l’esperienza libera di Mondeggi. La risposta come sempre è arrivata dal basso, dai contadini che vivono e lottano nelle reti del Movimento GenuinoClandestino. Così riporta una lettera scritta da Giovanni, contadino di Mondeggi: “Le stesse caratteristiche di pluriattività, produzioni di qualità, filiera corta – che da sempre sono state le comuni caratteristiche positive del buon contadino – oggi vengono riprese in chiave aziendalista come diversificazione dell’impresa sul mercato e quindi, necessariamente, dipendenti dalla logica dei bilanci aziendali e del saggio di profitto. Appare quindi una figura di imprenditore la cui finalità prima è di produrre profitto in agricoltura, nell’ambito della competizione globale di mercato; da qui a marchi, marchiettini, DOP, DOC la strada è breve, arrivando a burocrazia, balzelli, faccendieri e azzeccagarbugli. Tutto questo gioco al massacro delle realtà contadine auto-organizzate da parte dei potentati economici, senza contare i governi locali e nazionali

a loro asserviti, è responsabile di devastazioni umane e ambientali come la scomparsa dei contadini e della loro preziosa cultura, la perdita della sovranità alimentare delle comunità sui territori, la perdita della fertilità dei nostri terreni, l’erosione dei suoli, la salinificazione dovuta all’abuso di input chimici nelle colture, la desertificazione di vaste aree ecc... Infine, la comunità scientifica concorda nell’affermare che il caos climatico, e più precisamente il riscaldamento globale del pianeta, è generato per circa il 50% dalla produzione industriale del cibo e a breve causerà disastri ambientali e sociali dalle conseguenze imprevedibili e catastrofiche, dei quali abbiamo già dei segnali importanti”. L’attacco da parte del presidente della CIA fiorentina nei confronti di un’esperienza importante e significativa come quella di Mondeggi si trincera dietro la facile retorica legalitaria, con l’effetto di dividere quel poco che resta del mondo contadino del nostro territorio, con lo scopo ultimo di sostenere una logica corporativista funzionale alle leggi di mercato. Le stesse leggi che hanno determinato l’impoverimento del mondo contadino. Queste dinamiche portano al radicamento di convinzioni tossiche, come quella di una “concorrenza sleale” alle realtà corporativiste da parte di Mondeggi, con l’immissione dei suoi prodotti sul mercato locale. “Sarà che la vera concorrenza, quella che fa veramente male, proviene da un sistema dominato dalla GDO e dalle sue regole? Dove erano la CIA e gli altri sindacati agricoli in tutti questi anni, mentre i meccanismi di cui sopra si sono formati e perfezionati? Come mai il sindacato dei contadini ha permesso tutto questo e ora addirittura attacca chi decide di fare

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quello che avrebbe dovuto fare lui? Non sarà mica che i nostri sindacati agricoli hanno interessi economici e/o politici in società che ritirano i raccolti monoculturali dei contadiniimprenditori e vendono agli stessi tutto ciò che gli occorre per coltivare? Non sarà mica che sempre i nostri sindacati agricoli sono partecipi o proprietari di società che sbrigano le nostre complicatissime incombenze legali e fiscali, organizzano corsi, corsettini, patentini e la tenuta di incomprensibili registri e che solo loro possono darci “l’aiuto” con il quale possiamo sentirci tranquilli e in regola? Non saranno mica sempre loro che siedono ai tavoli di concertazione, insieme alle regioni, per decidere in merito alle norme di recepimento delle politiche agroambientali europee che muovono enormi risorse pubbliche in transito dall’agricoltura verso le banche e l’industria passando sopra ai poveri imprenditori-contadini? Non saranno mica sempre loro che dipendendo strettamente dai partiti politici in un reciproco aiuto utilizzano le nostre deleghe in bianco per perseguire scopi che sempre meno appaiono negli interessi della collettività?” - riporta ancora Giovanni di Mondeggi.

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Alla fine di EXPO, si capisce chiaramente che i toni si sono alzati, il tiro s’è alzato, la lotta deve riprendere più ferma e creativa di sempre. L’esperienza e lo scambio di pratiche avvenute durante l’ultimo incontro nazionale di GenuinoClandestino, in particolare con la CIC (Cooperativa Integral Catalana), hanno fornito innumerevoli semi che verranno messi a terra in questi mesi: costruzione di cicli autonomi rispetto al sistema, forme di sottrazione dal sistema di controllo e dalla morsa fiscale, forme di distribuzione autogestita, garanzia di qualità delle produzioni su base relazionale, tutti temi che verranno sviluppati ed a cui verranno date gambe per gestire l’ennesimo attacco che rischia di cancellare definitivamente le piccole realtà contadine, poco compatibili con chi vuole cannibalizzare i territori e lasciare il cibo a chi ne vede solo una merce.

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CONCLUSIONI

di Massimiliano Yamine Kamal

Nell’epoca di internet il mediattivismo è divenuto uno strumento dalle potenzialità enormi per quanti intendono dare voce a coloro la cui voce è stata privata. La rete è un imbuto dal collo più largo rispetto ai media tradizionali, consenendo, almeno potenzialmente, di trasmettere in maniera più diffusa messaggi in grado di controbilanciare l’opera di mistificazione della realtà di cui siamo spesso soggetti. Poco cambia che la realtà in questione sia dall’altra parte del mondo o nelle nostre periferie, poichè verrà verrà comunque volutamente dipinta in maniera “superficiale”. Tuttavia, la comunicazione via web sconta il limite di essere “esclusiva” in quanto limitata a chi ha accesso alla rete, senza contare la possibilità di limitarne l’utilizzo da parte di chi ne detiene il controllo. Al giorno d'oggi sono tante sono le voci conservatrici che, sotto la bandiera della “sicurezza”, cercano - e in alcuni casi riescono - a rendere la rete ancora più esclusiva, ponendo barriere all’accesso ed alla diffusione di messaggi. Altri, con strategie più sottili, utilizzano la strategia del bombardamento mediatico, accrescono il controllo sugli “utenti” con la loro autorizzazione, valorizzano gli usi funzionali alla società dei “consumi”. Oggi più che mai è fondamentale difendere la libertà di opinione, mettendo in pratica ogni sforzo affinché gli strumenti attraverso cui questa si manifesta non restino nelle mani di pochi. Lo SCI Italia ha identificato questo come uno degli obiettivi da portare avanti, da una parte nell’intento di contribuire a valorizzare

il potenziale in termini di cambiamento che i nuovi media possono favorire, dall’altra per non restare inerti rispetto al pericolo di lasciare questi strumenti nelle mani di coloro che possono farne un nuovo e potente mezzo di mistificazione della realtà. Nel concreto, questo nostro impegno si è tradotto e intende tradursi sempre più nel sostenere le cause che riteniamo importanti e rappresentate oggi in maniera distorta. In un contesto di conflitti dalle tante forme, intende amplificare le voci che portano avanti con forza e coraggio messaggi di pace e cambiamento, stimolando fra giovani e meno giovani il mediattivismo come strumento di partecipazione alla vita pubblica. Come movimento pacifista non-violento rifiutiamo una semplificazione del concetto di pace come semplice assenza di violenza, crediamo invece nella possibilità di creare un mondo in cui il 99% delle persone possano, da cittadini attivi, diventare protagoniste consapevoli del proprio futuro e delle generazioni che verranno, intervenendo sulle cause all’origine dei conflitti. “Le masse non si ribellano mai in maniera spontanea, e non si ribellano perché sono oppresse. In realtà, fino a quando non si consente loro di poter fare confronti, non acquisiscono neanche coscienza di essere oppresse. Abbandonati a se stessi, continueranno, generazione dopo generazione, secolo dopo secolo, a lavorare, generare e morire, privi non solo di qualsiasi impulso alla ribellione, ma anche della capacità di capire che il mondo potrebbe anche essere diverso da quello che è.” Jorge Orwell, 1984

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SEGRETERIA NAZIONALE Tel. 065580644 Cell. 3465019990 Fax. 065585268 e-mail info@sci-italia.it Orari di apertura: dal lunedì al venerdì dalle 10.00 alle 18.00 Facebook: https://www.facebook. com/sci.italy/ Campi di Volontariato Coordinamento e informazioni generali: workcamps@sci-italia.it Informazioni campi in Italia: incoming@sci-italia.it Iscrizioni campi all’estero: outgoing@sci-italia.it volontariato a lungo termine (LTV e SVE): ltv@sci-italia.it volontariato a breve e lungo termine su inclusione sociale: inclusione@sci-italia.it Progetti e scambi NordSud: nordsud@sci-italia.it campi nel Sud del mondo: campisud@sci-italia.it Amministrazione: amministrazione@sci-italia.it Ufficio stampa: comunicazione@sci-italia.it EMILIA ROMAGNA SCI Bologna e-mail: bologna@sci-italia.it tel: 3405633875 Facebook: www.facebook.com/group. VAI ALL’INDI-

php?gid=60209341548&ref=mf LAZIO Segreteria Nazionale via A.Cruto 43, Roma Tel/Fax 065580644; cell. 3465019990 info@sci-italia.it “La Città dell’Utopia” via Valeriano 3/F, Roma (Metro S. Paolo) e-mail: lacittadellutopia@sci-italia.it www.lacittadellutopia.it tel: 0659648311; cell: 3465019887 LIGURIA Matteo Testino (Genova) tel. 3396713868 email: genova@sci-italia.it LOMBARDIA SCI Lombardia viale Suzzani 273, 20100 Milano e-mail: lombardia@sci-italia.it sito: www.scilombardia.it Informagiovani Sondrio c/o Policampus Consorzio Sol.Co. Sondrio Via Tirano snc – 23100 Sondrio Tel e fax 0342.518239 Sito: www.policampus.it E-mail: informagiovani@comune.sondrio.it Facebook: https://www.facebook. com/pages/Servizio-Civile-Internazionale-Lombardia/573663639373277? fref=ts PIEMONTE SCI Piemonte c/o Associazione Comala - Polo Creativo 3.65 Corso Ferrucci 65/A, 10138 Torino e-mail: piemonte@sci-italia.it web: www.sci-piemonte.it

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Carmen Fiore (Torino) tel. 3394708757 Luca Robino (Moncalieri) tel. 3479734315 Lisa Lissolo (Ivrea, TO) tel. 3459739806 Valentina Contin (Tortona - AL) tel. 3355784626 Facebook: https://www.facebook. com/sci.piemonte?fref=ts SARDEGNA Fb: https://www.facebook.com/Servizio-Civile-Internazionale-Sardegna1069266706458934/?fref=ts via San Giovanni 400, Cagliari tel. 3395482930 email: sardegna@sci-italia.it VENETO SCI Veneto Gruppo SCI Padova email: grupposcipadovanordest@ gmail.com e-mail: eleronco25@gmail.com Silvia Blazina (Udine) tel. 3397635902 email: silviablazina@gmail.com Emanuela Setti (Treviso) tel. 3805329262 email: emanuela.setti@yahoo.it Facebook: https://www.facebook.com/grupposcipadova. nordest/?fref=ts

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