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“LA BANALITA’ DEL MALE” DEL RAZZISMO DEMOCRATICO di Annamaria Rivera

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VENTIMIGLIA, CITTA’ DI CONFINE E DI SOLIDARIETA’ di Federico Infelise

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RESTIAMO UMANI? “ERA TALMENTE CHIARO CHE ERA INUTILE DIRSELO” di Matteo Malagoli

Centofiori n.80 Redazione e amministrazione: Segreteria Nazionale SCI Via A. Cruto 43 - 00146 Roma Tel 06 5580644 e-mail: info@sci-italia.it web: www.sci-italia.it Coordinamento e realizzazione: Segreteria Nazionale SCI Testi: Segreteria Nazionale, attivisti, volontari e collaboratori SCI Fotografie: Volontari e partner SCI Aut. Trib. Roma 86/83 del 5/3/83

13 TUTT* HANNO UNA STORIA, TUTT* HANNO UNA SCUOLA di Elisabetta Frau 17 LA ZUPPA DI MARWA di Marwa Al Husseini 20 RICONVERSIONE INDUSTRIALE, ECOLOGISMO E INCLUSIONE SOCIALE di Matteo Malagoli 25 SCAMBI GIOVANILI E IDENTITA’ PLURALI OLTRE LE BARRIERE LINGUISTICHE E CULTURALI di Louison Arnault 29 CONCLUSIONI di Giacomo Capriotti 31 CONTATTI


“LA BANALITA’ DEL MALE” del razzismo democratico

di Annamaria Rivera - Antropologa e scrittrice

È indubbio: vi è una certa continuità tra ciò che io molti anni fa definii, ironicamente, razzismo democratico e ciò cui assistiamo oggi, quando il razzismo senza aggettivi, il più esplicito, aggressivo, perfino di stampo biologista, si è fatto governo. A tal proposito, per non andare troppo indietro nel tempo, si pensi alle due leggi Minniti e MinnitiOrlando. La prima («Disposizioni urgenti in materia di sicurezza delle città») persegue, in sostanza, l’obiettivo di sorvegliare, criminalizzare e punire la marginalità, la povertà e la nonconformità sociali. Quanto alla legge Minniti-Orlando («Disposizioni urgenti per l’accelerazione dei procedimenti in materia di protezione internazionale, nonché per il contrasto dell’immigrazione illegale»), essa è finalizzata ad accelerare le procedure per l’esame dei ricorsi relativi alle domande di protezione internazionale, a rendere più efficace la macchina dei rastrellamenti e dei rimpatri forzosi, a elevare il tasso di espulsioni degli “irregolari” e dei cosiddetti diniegati.

praticano ricerca e soccorso in mare, ma pure di chiunque, anche individualmente, compia gesti di solidarietà verso i profughi. Tutto ciò per non dire degli accordi stretti da Minniti con la Libia, in realtà con le più varie bande criminali, anche di trafficanti di esseri umani, nonché della missione militare italiana in Niger, con lo scopo d’impedire il passaggio dei profughi, essendo quella nigerina una tappa strategica dei “viaggi della speranza”. Nondimeno, oggi, col governo Lega-5 Stelle, di fatto guidato dal ministro dell’Interno – il quale sembra ispirato da ciò che sulla scia di Walter Laqueur (La Repubblica di Weimar, 1977) potremmo definire demagogismo nazionalistico, avente come corollario il razzismo – si è compiuto un salto di qualità assai pericoloso per la sorte e la vita dei profughi, delle persone d’origine immigrata, nonché dei rom e sinti. La differenza rispetto al passato recente è oggi costituita anche dal fatto che sciovinismo, xenofobia, razzismo sembrano divenuti cultura maggioritaria del Belpaese: una novità che, sancita dal voto, è confermata da sondaggi realizzati dopo il 4 marzo. Prova ne sono le

Ed è iniziata da ben prima dell’insediamento del governo Lega-5Stelle la stessa delegittimazione istituzionale, fino alla criminalizzazione, non solo delle ONG che

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violenze razziste ormai quotidiane, fino agli omicidi. Sparare a freddo contro persone inermi, in ragione del colore della pelle e/o della loro provenienza, sta diventando una pratica ormai quotidiana, che, oltre tutto, sembra non fare scandalo tra la maggioranza dei cittadini. Le continue dichiarazioni da parte di esponenti del governo in carica, in particolare di Salvini, all’insegna dell’intolleranza, del disprezzo, della discriminazione di migranti, rifugiati, rom e sinti non fanno che favorire quella che Hans Magnus Enzensberger ha definito socializzazione del rancore. Tra le classi popolari, in particolare, il risentimento per le condizioni economico-sociali che si vivono sempre più è indirizzato verso capri espiatori, i più vulnerabili, che vengono alterizzati e de-umanizzati. Non è certo la prima volta che ciò accade in Italia, ma oggi questo processo appare privo di freni, sempre più incalzante e volto al peggio. A meno che, finalmente, l’indignazione che alberga in non pochi settori della società civile, in particolare dell’attivismo antirazzista e antifascista, non sappia trovare, finalmente, voce e strategia comuni per far fronte a una tale temibile deriva.

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VENTIMIGLIA, città di confine e di soldiarietà

di Federico Infelise - Coordinatore del campo

Ventimiglia, città di confine da sempre, oggi salita all’onore delle cronache poiché diventata un terreno di scontro di potere tra Italia e Francia (ed Europa), giocato sulla pelle di persone considerate come merci, da cui trarre profitti e stoccare in magazzini. Le operazioni in città vengono gestite in modo speculare: da una parte Prefettura e Comune che, secondo direttive statali, puntano a identificare e a mettere in difficoltà i migranti nei modi più fantasiosi, dall’altra vengono operate vere e proprie deportazioni da parte delle forze dell’ordine, che riempiono pullman di persone (rastrellate per tutta la Liguria) senza documenti, che vengono poi rispedite al punto di partenza nel Sud Italia, il tutto senza diritti riconosciuti dal punto di vista legale. La Croce Rossa ha attivato un campo, il cui scopo sembra però tutt’altro che umanitario: da subito è risultato palese l’obiettivo di spingere le persone che usufruivano dei servizi a farsi identificare, pena l’obbligo di lasciare il campo dopo pochi giorni. Impossibile non aver sentito nominare questa città negli ultimi anni, luogo di proteste, di manifestazioni e processi di autorganizzazione dal basso, che ha visto in funzione il meccanismo di repressione di quegli

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strutture in un campo nelle colline di Ventimiglia (Alpi Marittime), con materiali di riciclo e tanto sudore... Il lavoro si è svolto in un clima di collaborazione e, anche se non nell’immediato, di consapevolezza: consapevolezza che ogni progetto realizzato, riesca anche e soprattutto grazie al lavoro silente e dietro le quinte dei volontari (dello sci e non solo), che come nel nostro caso, attraverso il riutilizzo di materiali di riciclo e l’acquisizione di capacità e competenze, hanno costruito un luogo di ospitalità per chi riempirà le fila di volenterosi che andranno a supportare le attività di 20k.

stati che decidono sui confini e sulle vite delle persone. Da uno di questi processi di autorganizzazione nasce il Progetto 20k, che affronta il problema con supporto fisico, legale e materiale attraverso l’infopoint Eufemia in città e con azioni di monitoraggio e assistenza in tutta l’area di confine. Un lavoro fatto da persone per altre persone, che sembra essere qui a ricordarci che “restare umani” sia praticabile e possibile. In questo contesto nasce la collaborazione con SCI Italia, attraverso un progetto dove i valori fondanti dell’associazione, lavoro e solidarietà possano trovare un impiego pratico nell’aiuto alle persone migranti. Nello specifico il progetto ha previsto un lavoro di costruzione di

Il lavoro non è stato facile, e le temperature non aiutavano, per fortuna la guida di due esperti capocantiere ci ha dato nuove conoscenze (almeno per me) su auto costruzioni eco-sostenibili e riciclo. Su tutto la natura circostante e i bellissimi fiumi e paesini arroccati sulle montagne, sono stati spesso momenti di svago e riconciliazione spirituale. Finire le giornate chiacchierando al chiaro di luna con un bicchiere di vino ed addormentarsi in tende immerse nella nature con il canto dei grilli, dava il tocco finale ad una giornate di lavoro. Non sono mancati momenti di studio veri e propri, incentrati sull’auto costruzione , ma anche su migrazioni, leggi, diritti umani ed economia, con il supporto pra-

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Molto interessante la giornata pubblica in città culminata con la presentazione di un volume disegnato da Francesco Piobbichi, nato dall’esperienza a bordo della Open Arms terminato in un conviviale aperitivo al bar hobbit, il bar solidale dove si “serve umanità”. Dicevamo persone trattate come merci, dopo l’incontro con Francesco Piobbichi, abbiamo capito che non è neanche così, le merci comunque passano, gli esseri umani no!

tico di qualche giro in città, all’infopoint e in frontiera...per meglio capire dinamiche troppo spesso solo lette o sentite raccontare. Questo non è stato il mio primo campo SCI, lo è stato come coordinatore, un’esperienza incoraggiante, che mi ha portato a fare i conti con una spontaneità intrinseca in costante equilibrio con il senso di responsabilità. Come sempre è stata un’esperienza, al di là del progetto, umanamente piena: l’incontro sia con volontari/e che con altre realtà e associazioni impegnate nel lavoro con le persone migranti è sempre un momento di crescita, nonché di incontro e confronto.

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RESTIAMO UMANI?

“Era talmente chiaro che era inultile dirselo” di Matteo Malagoli - Volontario Mi chiamo Matteo Malagoli, sono di Modena, classe ’77, lavoro come Care Giver. Questo è il resoconto del mio campo di lavoro SCI-Progetto20k a Ventimiglia nell’estate del 2018. Arrivo a Ventimiglia una mattina torrida del 28 giugno, non so bene a cosa sto andando incontro perché è il mio primo campo di lavoro. La descrizione del sito SCI è veramente dura: solo lavoro manuale, un posto isolato, sveglia la mattina presto. Per la maggior parte è sufficiente, tant’è che di

11 volontari richiesti se ne presentano solo 6, per me va bene, voglio lavorare e non pensare a nulla. Ci troviamo nella sede di Progetto 20k/Infopoint Eufemia, in via Tenda; siamo io, una ragazza belga Cécile, una ragazza messicana Carol, e un ragazzo ucraino Sergej: sembra una barzelletta che però non fa ridere, cerco di attaccare bottone con un inglese stentato che abitualmente non parlo, un disastro. Dopo poco ci raggiungono Nicolò e Deborah che vengono entrambi da Brescia.

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tranquillità, sembra un posto di villeggiatura come tanti. In macchina siamo tutti bianchi quindi non veniamo fermati al posto di blocco della frontiera. Grazia intanto ci parla del lavoro di Progetto 20k: assistenza legale ai migranti, distribuzione di scarpe e abiti usati, ricarica del cellulare e pc per navigare in internet. A poco a poco capisco come questa tranquillità è solo apparente, in realtà la gendarmeria francese presidia quasi militarmente il sentiero Grimaldi, tutti gli treni provenienti dall’Italia vengono controllati e le persone di colore non in regola rispedite indietro, ormai è prassi comune rispedire informalmente indietro anche i minori - in piena violazione dei

Un paio di attivisti di Progetto 20k, Lucio e Grazia, rispettivamente di Genova e Bologna, ci accompagnano in macchina a visitare i luoghi storici della migrazione a Ventimiglia. Partiamo da uno spiazzo di via Tenda dove tutte le sere viene distribuito il cibo da parte di un’associazione francese; passando poi per il greto del fiume Roia dove era stato allestito un campo informale, raggiungiamo il confine con la Francia. Nel tragitto intravediamo il sentiero Grimaldi usato per attraversare il confine e visitiamo velocemente Balzi Rossi che è stato un luogo molto importante nel 2015 per la rivendicazione dei diritti delle persone migranti. Sembra che ci sia una relativa

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Il giorno dopo la sveglia suona alle 7:30 con i rintocchi della campana, colazione abbondante e comincia il lavoro, io finisco con Karen a costruire il mobile di un lavabo. Mai fatto lavori di bricolage, lui chiama il trapano “il bucatore“, siamo una farsa però lui è simpatico e tutta la mattina ridiamo sulla nostra creazione: un mix di arte povera e suppellettile da campo profughi, tutto costruito rigorosamente con materiale di scarto, alla fine rimane in piedi e ne siamo orgogliosi. Senza accorgercene siamo diventati amici e Karim per tutto il campo sarà il mio “compagnuccio”. I giorni seguenti arriveranno Federico, il coordinatore SCI e Alba una ragazza siciliana di Progetto 20k. La comfort zone che tutti abbiamo a casa qui non esiste, niente elettricità significa niente televisione, niente radio, niente musica, niente cellulare, niente Facebook, niente social, bisogna fare alla vecchia maniera così… si parla! E anche l’inglese un po’ alla volta si scioglie…ma bisogna anche tirare la serata e quindi inventarsi qualcosa di divertente; mi ritornano in mente i racconti di mia nonna di quando ci si trovava la sera nella stalla e i vecchi raccontavano le storie. Poi c’è sempre lo spettacolo del cielo stellato e della luna, che diventerà un appuntamento fisso tutte le sere. Il giorno dopo si ricomincia, campana alle 7:30 e i lavori i diventano anche più pesanti: spostare

trattati internazionali – ma anche noi facciamo la nostra parte, con il sindaco di Ventimiglia Ioculano (in quota PD) che con un’ordinanza comunale è arrivato a vietare la distribuzione di cibo e acqua nei luoghi pubblici. Chi pensa che la sinistra vanti una superiorità morale ha qualcosa su cui riflettere. Più i controlli della polizia si fanno serrati più le tariffe degli zelanti passeur aumentano, in una legge di mercato anche qui ineluttabile: un tentativo ormai costa 300 euro e i migranti provano ogni strada possibile... Prima di andarmene sorriderò alla notizia letta sul giornale di due migranti che riescono ad arrivare sulle coste francesi con un pedalò affittato a Ventimiglia. Mitici! A Rocchetta Nervina incontriamo altri ragazzi del Progetto 20k: Luca, Stippi e Karim. Con loro raggiungiamo il campo di lavoro: il primo impatto è duro, sembra una specie di discarica o il deposito di un accumulatore seriale allestita in un bel uliveto terrazzato. Il progetto del campo di lavoro è allestire un campeggio per 40 volontari che saranno impegnati durante l’estate a Ventimiglia. E non è finita qui… il bagno è inutilizzabile, non c’è energia elettrica e acqua potabile e il posto è infestato dalle zanzare. Io sono uno zotico e non mi scompongo più di tanto, c’è giusto il tempo di montare le tende preparare la cena e fare quattro chiacchiere. La prima giornata finisce così.

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cisterne giganti, riorganizzare metri cubi di attrezzi e materiali di risulta, il progetto prevede anche la costruzione di due compost toilette, delle relative compostiere, delle docce, di una nuova cucina, le scale di pietra a secco e tutto deve essere fatto con materiali di riciclo e quindi parte del lavoro e anche rovistare nel campo alla ricerca del materiale da assemblare. Il caldo di luglio non ci dà tregua e le zanzare ci tormentano quindi decidiamo di spezzare la giornata in due e passare le ore più calde al torrente che attraversa Rocchetta. Il torrente diventa la nostra SPA (e vasca da bagno), tutti i giorni ci immergiamo nelle acque gelate e ci leviamo di dosso lo sporco e

la fatica. Per spezzare l’abitudine ci concediamo anche un pò di divertimento, un bel concerto a Dolceacqua con gli anarchici locali, (nda: una rivelazione i “No Chappi? Bourgeois!”) una visita al borgo di Apricale, una giornata al mare a Balzi Rossi. C’è anche l’occasione per assistere alla presentazione del libro di Francesco Piobbichi e la sua esperienza sulla Open Arms. Le storie che ci riporta dal Mediterraneo ci precipitano velocemente nella realtà di quello che sta succedendo. Una carneficina quotidiana di uomini, donne e bambini, i lager libici da cui i migranti escono svuotati nella migliore delle ipotesi, la violenza quotidiana sulle donne, le traver-

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sate sui gommoni che si trasformano in incubi moderni, la guerra, la fame, i soprusi... I giorni si susseguono con la consolidata routine: la mattina al lavoro, chi è di turno in cucina, il pomeriggio al torrente, la sera si lavora ancora qualche ora poi l’aperitivo, la cena, quattro chiacchiere, due risate e tutti a dormire. E arrivano finalmente bagni, docce e elettricità! Alla fine non so com’è successo e perché ma ci capivamo, bastava uno sguardo per intenderci, nessuno veniva lasciato in disparte, Il lavoro era quasi divertente e le giornate sempre più corte, il torrente sempre più bello, al tramonto Karim ci offriva un breve concerto di Bach con il suo flauto e l’aperitivo e il cielo stellato facevano il resto. Sarà una banalità ma forse ci siamo guardati e ognuno si è ritrovato negli occhi degli altri, quella voglia di esserci, di fare qualcosa per cambiare almeno un pezzettino di questo mondo che non funziona... e lo stavamo facendo! Al diavolo i post indignati sui social, il teatrino della politica, i radical chic da salotto. Noi ci guardavamo con i nostri martelli e avvitatori, le gambe martoriate dalle zanzare e ci riconoscevamo: con una livella, qualche pallet e un pò di tempo avremmo raddrizzato questo mondo sghembo. Era talmente chiaro che era inutile dirselo. Verso la fine il campo è stato

ribattezzato da Franz “eremo freak” e la definizione ci calzava a pennello, in mezzo alla gente sembravamo una tribù di frikkettoni puzzolenti ma felici e segretamente progettavamo l’acquisto di un rudere per continuare l’opera di raddrizzamento. Ma come in ogni bella favola c’è una fine e per noi era l’8 luglio, tanti saluti e arrivederci, insomma “moriamo per delle idee, vabbè, ma di morte lenta…” come diceva una famoso poeta locale. I saluti però sono durati poco perchè dopo meno di una settimana ci siamo ritrovati quasi tutti a Ventimiglia per la manifestazione lanciata da Progetto 20k per il 14 luglio… senza che ci fossimo dati un appuntamento! Io da Modena, Alba da Milano, Grazia da Bologna, Luca e Stippi da Genova, Karim da un woofing e Cecile da Bruxelles! Tutte le volte che ritrovavo qualcuno partiva la ridarella: “Ma che ci fai ancora qui?!” Ma come ho già detto… era talmente chiaro che era inutile dirselo.

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HUMAN LIBRARY: tutt* hanno una storia, tutt* hanno una scuola

La condivisione orale di storie ed esperienze vissute è da sempre uno degli strumenti più forti d’informazione e partecipazione. In queste occasioni, il legame che si crea tra narratore e ascoltatore è silenzioso e rispettoso. L’ascoltatore prende quello che gli viene detto guardando in faccia il narratore e leggendo non parole scritte ma espressioni e smorfie. In un momento storico in cui è quasi unicamente Internet ad arrogarsi il privilegio di raccontare storie, una foto, un tweet, un intervista riportata in dieci righe, o anche un servizio al telegiornale, sono il mezzo principale d’informazione e partecipazione. Principalmente, oggi si sta perdendo il gusto di sedersi e scambiare opinioni con altri, molti si rifiutano di fermarsi e discutere, ma anche di leggere un’inchiesta o un buon articolo, ripiegando invece nelle notizie gettate al pubblico a piccole dosi, accontentandosi quindi solo della versione più riduttiva e semplice. È importante quindi soprattutto oggi ricordare l’importanza della condivisione orale e della comunicazione diretta, soffermandosi ad ascoltare e a far caso ai movimenti delle mani, alla curva della bocca e delle sopracciglia di chi si ha di fronte.

di Elisabetta Frau - La Città dell’Utopia Nel contesto della decima edizione del No Border Fest ho voluto quindi allestire una piccola Human Library. Valorizzando esperienze personali diverse di ragazzi (e non) provenienti da contesti diversi, ma tutti con un’esperienza di migrazione più o meno recente alle spalle. Ho scelto come tema principale l’insegnamento della lingua italiana a Roma, riconoscendo in questo il primo passo per l’inclusione in una società che tende sempre di più ad emarginare lo straniero, chi non capisce e non è in grado di farsi capire. Sul territorio del Lazio le strutture istituzionali non riescono a colmare l’elevata domanda di corsi di lingua, e molto lavoro viene quindi gestito autonomamente da associazioni e da volontari. La mole di lavoro necessaria per colmare le lacune del sistema statale è grande e carica di oneri, ma da subito associazioni e volontari hanno risposto con passione e impegno. Da loro è stata riconosciuta l’importanza di dotare i nuovi studenti e le nuove studentesse di un potentissimo strumento: la capacità di capire cosa succede intorno a loro, di leggere i giornali, di ascoltare i discorsi delle persone sull’autobus e di sentirsi quindi parte della so-

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cietà perché in grado di recepire e reagire. Abbiamo dunque deciso di rivolgerci a loro per andare a cercare le nostre storie. Ne ho raccolte sei. Ognuna completamente diversa dall’altra, perché completamente diverso gli l’uno dall’altro era chi raccontava. Nelle settimane precedenti al No Border Fest ho incontrato tutti i libri umani, per conoscerli ed avere una prospettiva privilegiata sulla loro storia. Con ognuno siamo andati in un posto diverso, con ognuno abbiamo parlato di tutto tranne che della storia che avrebbero voluto raccontare. Sono venute fuori invece decine di altre storie, di episodi, ricordi loro ma anche e forse soprattutto miei, sempre in ogni caso legati alla condivisione di una lingua e quindi di un mezzo per

capire l’altro e condividere con l’altro. In questo caso specifico i miei libri erano tutti ragazzi provenienti da contesti di migrazione e tutti (tutti!) alla domanda “quando hai capito che imparare la lingua italiana è importante?” hanno risposto: la prima volta che la polizia mi ha portato in questura e non capivo quello che mi dicevano. Il primo impulso è stato dunque di imparare la lingua per protezione e difesa, ma in fondo anche per essere autonomi e indipendenti, per poter prendersi le proprie responsabilità senza bisogno dell’aiuto di altri. Con tutti i libri, abbiamo parlato di quanto sia importante trovare la propria indipendenza e autonomia ovunque si vada, non dover avere il bisogno di dipendere da altri: ho raccontato il senso d’impotenza che ho provato nell’ufficio della

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Polizia in Lituania, dove ho passato una buona mezz’ora cercando di spiegare che mi era stato rubato il computer e sono dovuta tornare con un ragazzo che parlasse lituano; mi è stata raccontata la noia durante i primi mesi al centro d’accoglienza, quando quasi tutti gli ospiti parlavano italiano o arabo e nessuno francese o bambará; la fretta di dover imparare la lingua per poter trovare un lavoro; ho raccontato la frustrazione di non riuscire a comunicare con il controllore del treno quando mi hanno fatto la multa in Ungheria. La prima volta che ho incontrato i ragazzi che avrebbero fatto i libri dunque, abbiamo parlato di tutto tranne che della storia che effettivamente avrebbero poi raccontato al No Border Fest.

ternet, la banca dati era potenzialmente infinita, saremo potuti andare avanti con botta e risposta per ore. Esattamente come quando si naviga su internet cercando notizie o storie, siamo passati nell’arco di pochi minuti da un argomento all’altro e da una pagina all’altra. La comunicazione però non era mediata da nessun altro e soprattutto il protagonista era di fronte a me. La terza volta che ho incontrato i libri, eravamo al No Border Fest a la Città dell’Utopia.

Gli ascoltatori si sono radunati a gruppetti attorno a ciascun libro, spinti dalla curiosità di ascoltare tutte le storie, di sentire più persone parlare dello stessa esperienza, vissuta in modo completamente diverso. Quello che ho pensato è che non è vero che la gente non ha Oltre a condividere con me il bisotempo ma ha voglia di fermarsi, di gno di libertà e autonomia nel posedersi ad ascoltare mentre invece sto dove si decide di fermarsi, mi è un esercizio che andrebbe fatto, hanno raccontato come funziona non so, almeno due volte al mese il sistema scolastico in Senegal, o per allenarsi a prestare attenzione, come in Tunisia per lavorare in un a fare domande e infine evitare di hotel devi sapere alla perfezione dare valore unicamente alle notizie almeno tre lingue, o di quanto sia preconfezionate e consegnate a difficile insegnare la logica di una centinaia sui Social Network. Perlingua africana agli italiani, con una ché la gente non ha voglia di ferstruttura grammaticale completamarsi, sono queste invece le notizie mente diversa. La seconda volta che vengono prese per buone. I che ho incontrato alcuni dei libri, post che circolano sui Social Netabbiamo continuato a parlare di work spesso delle grandi testate tutto tranne che della storia che giornalistiche, sono sempre di più avrebbero effettivamente racconmediati da chi vuole filtrare le tato al No Border Fest. Ho lascianotizie, controllando e riducendo to parlare loro, e tante altre cose al minimo il flusso d’informaziodiverse sono emerse. Anche in ni. Ognuno di noi sa dove e come quell’occasione, proprio come Introvare le informazioni che cerca,

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internet è sempre uno strumento importante se si sa come usarlo; ma la condivisione orale e diretta senza mediatore, senza filtri e senza scrupoli rimane comunque uno, se non lo, strumento piÚ forte di condivisione e partecipazione.

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La ZUPPA di Marwa

di Marwa Al Husseini - Volontaria

Pubblichiamo la testimonianza di Marwa, una volontaria palestinese residente in Italia che, grazie al programma “Tutti Inclusi!”, ha preso parte al campo di volontariato di preparazione dell’undicesima edizione del Festival della Zuppa, presso La Città dell’Utopia (Roma).

Il primo giorno era giovedì. Ho incontrato le persone, i volontari. Erano tutti silenziosi ma dopo qualche giorno abbiamo fatto amicizia e abbiamo legato molto tra di noi. Abbiamo fatto tante cose insieme: abbiamo lavorato, fatto tante attività belle e interessanti e scattato tante foto. La prima notte ero molto stanca e volevo solo dormire, perchè avevo un appuntamento in questura il giorno dopo, ma anche se gli altri parlavano tra di loro, io non volevo dire “scusate, vorrei dormire”, per-

ché la prima notte non è possibile. C’era un ragazzo che desideravo conoscere, perché era inglese, ma quando mi parlava io non capivo niente perché parlava veloce e la mia faccia in quei momenti sembrava dire “mio Dio aiuto!” proprio come una che non capiva l’inglese. Workcamp: era la prima volta per me. È stato molto bello ed interessante, ma anche difficile perché dovevamo lavorare con dei materiali pesanti. Ho pensato “ci saranno uomini”, ma noi eravamo 6 ragazze

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e 2 ragazzi. Il primo giorno abbiamo iniziato a lavorare nel giardino. C’era pioggia, abbiamo detto “bad day/brutto giorno” e così ci siamo messi addosso delle buste nere grandi per proteggerci dalla pioggia. Abbiamo fatto una tabella, per lavare i piatti e pulire la cucina. Ognuno ha avuto un ruolo nella pulizia generale. Eravamo sistemati in due stanze, una per le ragazze e una per i ragazzi. Dalla mattina alla mezzanotte ho sempre indossato il hijab. Gli altri mi hanno chiesto: “Marwa, tu dormi con hijab?”. Ho detto “No. Con la mia famiglia in casa sto senza, ma fuori no, con le donne sì ma con gli uomini no”. Durante la settimana del campo abbiamo anche affrontato una parte studio, dove ho appreso molte nuove nozioni, anche attraverso i giochi che facevamo prima di iniziare a lavorare. Un giorno siamo anche andati al mare e abbiamo mangiato lì. Gli altri volontari erano simpatici e la sera dopo cena uscivamo insieme per fare una passeggiata nel quartiere; loro bevevano il vino mentre io e mio fratello prendevamo una Red Bull. Quando è stato il mio turno di cucinare, ero un po’ preoccupata. Era la prima volta che cucinavo per così tante persone, ma quando abbiamo finito di mangiare, tutti soddisfatti mi hanno chiesto “Marwa che cosa hai messo dentro questo piatto? Sei brava!”. Io ho risposto: “Niente” mentre la mia faccia diceva “Ma come…? Mamma mia, sono stata davvero brava?”.

Spesso abbiamo lavorato nel giardino, ma io avevo paura perché c’erano molti insetti ed io sono una che si mette a piangere e scappa solo se ne sente il rumore. Siamo anche andati in giro per il quartiere per pubblicizzare il festival con manifesti e volantini da dare alle persone. Mi è piaciuto molto perché amo interagire con le persone in strada. L’ultimo giorno è stato molto difficile perché dovevamo ripulire gli spazi dopo il festival. Io non mi sentivo bene prima del Festival della Zuppa e forse ero anche un po’ malata, ma a me non piace essere malata e così ho cercato comunque di essere felice. C’era una ragazza, Eva, che ha detto a me e a mio fratello : “Mi piace il sorriso che è sempre sul volto di voi due”. Mi ha fatto piacere perché credo che la faccia senza un sorriso non sia bella, perché il sorridere trasmette pace. Grazie mille Eva, per averci aiutato ed esserti dimostrata sempre così carina. Ad aprile è stato anche il compleanno di Ala’a, mio fratello, e le ragazze gli hanno fatto una sorpresa, coinvolgendo anche Laboratorio53. Sono anche riuscita a mettere la sua canzone preferita. Lui è rimasto molto contento, continuava a ripetere “Oh my god, thank you so much”. Mi è piaciuto questo campo, ho imparato tante cose e sono pronta per farne un altro. È stata anche la prima volta che mi sono allontanata dalla mia famiglia per undici giorni. Sempre, ogni mezz’ora, mia

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madre mi chiamava e mi chiedeva: “ Marwa, come stai?” “E come sta tuo fratello” “Hai mangiato?” “Che cosa fate? Con Chi?” Mamma mia, lo so... Tutte le madri fanno così… Dopo qualche giorno ho iniziato a sentire che anche loro mi mancavano. Persino mia sorella mi ha detto “Marwa mi manchi”. Siamo molto unite io e lei e normalmente passiamo molto tempo insieme. Quando poi alla fine mia madre e mia sorella sono venute al Festival le ho abbracciate e abbiamo pianto tutte insieme di felicità.

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RICONVERSIONE INDUSTRIALE, ecologismo e inclusione sociale

di Matteo Malagoli - Volontario

Il giorno di avvio del campo di lavoro sono già a Ventimiglia da un giorno, arrivo infatti il 14 luglio per partecipare alla manifestazione organizzata da Progetto 20k e dai No Border. La manifestazione molto bella, partecipata e rumorosa si è snodata per tutta la città con decine di associazioni (e molte bande musicali) da Italia, Francia e Spagna. Comincia il campo e incontro gli altri volontari alla stazione dei treni: Pablo dalla Francia, Paula e Alvaro dalla Spagna e Cecile dal Belgio… Cecile è sempre Cecile del campo precedente dello SCI e di Progetto 20k, sembra che il Belgio e l’Italia non sono così distanti. Filippo dello SCI Piemonte ci preleva per portarci a Varase. La sede del campo è la casa famiglia Spes dove allestiamo il nostro campeggio, qui incontriamo Claire da Parigi che è responsabile di una delle associazioni partner, “Route to Jerusalem”. L’edificio dello Spes è la scuola di Varase che è stata riconvertita a casa di accoglienza per ragazzi diversamente abili, il benvenuto dei ragazzi è stato calorosissimo e molti insistevano per farci dormire nelle stanze della struttura. Lo Spes è una realtà molto complessa, oltre alla casa accoglienza c’è un laboratorio alimentare dove i

ragazzi, con l’aiuto di Franco, lavorano e trasformano i prodotti delle serre. I piatti sfornati: pizze, torte salate e quant’altro sono ottimi e saranno il nostro sostentamento durante il soggiorno. Matteo, il presidente, ci introdurrà alle attività della cooperativa e Gianni invece ci farà fare un tour delle serre della cooperativa. L’esperienza delle serre è un bel esempio di riconversione industriale frutto anche dell’impegno e del coraggio di Gianni e della cooperativa. Il territorio della riviera di ponente, la riviera dei fiori, è un luogo che sta uscendo dall’atlante economico: Genova si sta svuotando e ha perso più di 200.000 abitanti dal 1970, il turismo annaspa travolto dai voli low-cost e il turismo mordi e fuggi e l’industria dei fiori è completamente dismessa, sono rimaste solo le serre a testimoniarla, il lavoro è migrato altrove: Olanda e Africa. Nelle serre Spes oggi si producono ortaggi e si allevano galline ovaiole in modo biologico, si fa inclusione lavorativa con i ragazzi e si fa integrazione con i migranti, lavoreremo fianco a fianco con un ragazzone sudanese che si chiama Goodwill (buona volontà). È un salto di paradigma nel modello economico che non si confronta esclusivamente con il mercato, ma cerca un’in-

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tegrazione sociale e morale con il territorio; è tutto molto chiaro quando Gianni ci spiega il modello organizzativo: le persone più svantaggiate hanno i compiti più importanti e delicati. Il mondo si è rovesciato e funziona. Il giorno successivo arriva la coordinatrice ufficiale del campo: super Elisabetta da Roma, sarà una vera forza della natura che ci travolgerà con la sua energia e i suoi mille giochi di gruppo. Il programma del campo è stato così articolato e complesso che si stenta a credere sia durato solo 8 giorni: dal volontariato alla Caritas di Ventimiglia per la distribuzione dei pasti ad aver partecipato alla serata alla villa Grock di Imperia con i ragazzi di Libera e il magistrato Gian Calo Caselli, dall’aver assistito a un concerto alla Rocca di Ventimiglia di Eugenio Bennato all’aver visitato l’ecovillaggio Torri Superiori, aver ballato con i ragaz-

zi di “Arte migrante” e i migranti di via Tenda. Impossibile parlare di tutto, cercherò di condensare i punti salienti. Partiamo dalle associazioni partner: dello Spes ho già parlato, rimane “Route to Jerusalem”, “Arte migrante” e Torri superiori ecovillaggio. “Route to Jerusalem” è un’associazione francese di Viaggiatori con base a Lione. L’idea ha origini negli anni 70: si tratta di una marcia, senza soldi e a piedi, dalla Francia a Gerusalemme, appunto. È difficile condensare in poche righe un’idea così potente ma anche semplice: camminare significare essere vulnerabili e confrontarsi con i propri limiti, ma farlo senza soldi e pianificazione è un atto di fede nel genere umano… si deve intessere un dialogo con tutte le persone che si incontrano, accogliere gli altri e accettare l’accoglienza. È un mes-

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saggio molto forte. Ho conosciuto i primi pionieri della route: Marie, Monique, Gildas, che mi hanno mostrato le fotografie delle loro imprese negli anni ‘70. Oggi le loro bellissime figlie, Marion e Claire, stanno continuando l’opera dei genitori con un progetto parallelo che si chiama “Trace ta route” che è simile ma propone itinerari più abbordabili; per la marcia a Gerusalemme serve più di un anno, infatti incontriamo il gruppo di ragazzi francesi e italiani impegnati in una marcia simbolica attraverso il confine italo-francese da Nizza a Sanremo. Per un intero giorno parleremo di migrazione su cosa poter fare di concreto… un estenuante dialogo italo-franco-inglese molto interessante.

“Arte Migrante” è indefinibile: direi che sono un gruppo di matti molto allegri, ammetto che non ho ben capito cosa fanno ma so cosa abbiamo fatto insieme e mi sono divertito molto. Per essere sincero all’inizio ero parecchio dubbioso: l’idea era di coinvolgere i migranti in una sorta di circo musicale improvvisato… suonava parecchio strano ma alla fine mi sono ricreduto. Abbiamo raggiunto via Tenda verso l’ora di distribuzione della cena e le ragazze del gruppo sono state le nostre “ambasciatrici” per cercare di coinvolgere i migranti, che sono quasi esclusivamente uomini. Piccoli gruppi di coraggiosi hanno amplificato la loro musica tradizionale dal cellulare e hanno improvvisato gruppi di danza etnici: Siria, Sudan, Nigeria… an-

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che Paola e Alvaro del gruppo SCI Madrid hanno accesso la folla con una danza indiavolata. La domanda del pragmatico-emiliano dentro di me è stata “A cosa serve? Scappano dalla guerra, sono braccati dalla polizia e noi li facciamo ballare?”. SERVE! L’accoglienza non è solo cibo e una branda al coperto; è anche un sorriso, una stretta di mano, una danza, un ballo… bastava guardare negli occhi quelle persone bistrattate e malvolute per capire tutto. L’eco-villaggio Torri Superiore è stato un altro nodo cardine del campo, ha dato supporto a “Trace ta route” per il campeggio e ci ha offerto la possibilità di godere del

meraviglioso torrente Bevera. La storia di Torri è incredibile: all’inizio degli anni ‘80, mentre impazzava lo yuppismo i Chicago Boys, questo gruppo di italo-tedeschi acquista i ruderi e l’uliveto di Torri Superiore, un borgo abbandonato dagli abitanti, migrati (anche loro) verso le sfavillanti promessi della modernità cittadina. L’idea della Comune era passata di moda da un pezzo ma evidentemente loro non lo sapevano o forse certi istinti umani del ritorno alla terra e alla semplicità della vita tradizionale non passano mai di moda e ritornano periodicamente. Uno dei fondatori, Massimo, ci parla di Torri e della sua storia. Il lavoro è stato immenso, il borgo è compo-

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sto da più di 100 stanze, tutte in roccia… vari gruppi di volontari SCI e Legambiente si susseguono nel corso degli anni. L’eco-villaggio oggi è un manifesto in carne e pietra di un modo di vivere alternativo. Permacultura, metodo del consenso, pannelli solari, bioarchitettura. La parola d’ordine sembra resilienza, una mutazione continua per adattarsi e contaminare il circostante. Il villaggio è aperto ai volontari di tutto il mondo con i quali lavoriamo gomito a gomito. Una parte di Torri sono residenze private, una parte è albergo diffuso e una parte e luogo comune d’incontro. I Residenti sono tenuti a versare una quota mensile per i pasti che si svolgono nella parte comune ma non sono obbligati a parteciparvi. L’ecovillaggio è un’opera viva, un laboratorio sociale economico, è un’utopia reale. Mentre il tessuto economico circostante si dissolveva nella crisi economica loro sono sopravvissuti e come Spes hanno inventato un altro modello, creando delle reti sociali per promuovere un modello sostenibile non solo economicamente. Non c’è più spazio per aggiungere altro, posso solo dire che è stata un’esperienza meravigliosa e mi sono innamorato di tutte le persone conosciute.

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SCAMBI GIOVANILI E IDENTITA’ PLURALI oltre le barriere linguistiche e culturali

di Louison Arnault - Coordinatrice dello scambio

Dal 17 al 25 luglio 2018 SCI Italia ha ospitato a Roma, presso La Città dell’Utopia, lo scambio giovanile internazionale “Jump In! Plural identities e active citizenship in the European society”, centrato sul tema delle identità plurali. Uno degli obiettivi del progetto è stato quello di supportare i/le giovani con minori opportunità e promuovere l’inclusione sociale attraverso sessioni di educazione non formale. Questi/e giovani hanno avuto infatti l’occasione di incontrare i/le propri/e coetanei/e provenienti da altri paesi e culture, imparando insieme nuove competenze radiofoniche, fotografiche e pratiche di ludopedagogia spendibili poi nella vita quotidiana.

Ci dividiamo in gruppi e inziamo a lavorare ai racconti sonori. Ad ogni gruppo è stata assegnata una parola, ad esempio “radice”, “discriminazione”, o ancora “corpo”, a partire della quale dobbiamo raccontare le nostre storie personali. Alcune sono molto forti. Un fratello e una sorella raccontano di come si sono ritrovati per strada e poi in un programma di affidamento dopo

la separazione dei propri genitori, perché la madre non riusciva più a pagare le bollette. Un ragazzo di origini marocchine ci racconta di quando un giorno è stato inseguito da un commerciante perché “sembrava pericoloso e sospetto, quindi sicuramente gli aveva rubato qualcosa. Perché si sa, la gente come lui è sempre in cerca di problemi.”. E così via. È il momento di scegliere

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tra tutte le storie quali registrare. A partire dalla parola “adattarsi”, uno dei partecipanti ha condiviso la sua storia di transizione: da una vita di furti iniziata a 11 anni ad una vita regolare, lasciandosi alle spalle un modo di vivere grazie al quale faceva molti soldi ma senza potersi mai togliere di dosso l’ansia di rischiare, in ogni momento, di poter essere arrestato e separato dalla famiglia. Ha dovuto imparare la frustrazione di non poter comprarsi tutto quello che gli passava per la mente. Durante la sonorizzazione della sua storia, lui e quelli del suo gruppo si sono divertiti molto, esagerando alcune parti della storia e scherzando sul fatto che stessero per “girare una telenovelas brasiliana”. Quando stavamo sonorizzando l’incontro del suo personaggio con delle prostitute, uno del gruppo, totalmente preso dalla parte, ha alzato la testa e alla prima ragazza che gli è passata davanti ha chiesto:

“Potresti aiutarmi?” “Sì certo”, ha risposto lei. E lui: “Abbiamo bisogno che simuli un orgasmo” “No, no, no!” è scoppiata a ridere la group leader, frendandolo mentre diventava tutta rossa per la ragazza messa in mezzo. Eravamo in 25 a La Città dell’Utopia, arrivati da Catalogna, Portogallo, Slovenia, Ungheria e Italia. In realtà, le nazionalità erano molto più diverse e contavamo tra noi anche ragazzi e ragazze originari del Guinea Bissau, Polinesia Francese, Afghanistan, Peru, Senegal, Salvador, Benin, Ucraina, Marocco e Zimbabwe. Ancora mi chiedo come abbiamo fatto. Alcune delle persone che parlavano e ridevano di più insieme non avevano una sola lingua in comune, e non mi venite a dire che l’inglese aiuta a capire il pachto, oppure l’ungherese il portoghese: non vi crederò. Le valutazioni collettive ci hanno dato un indizio per provare a comprendere

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come fosse possibile: “ Come fai a comunicare con X?”, “Beh perché… mamma mia, perché è davvero molto bello.” Mi viene quindi da concluderne che eravamo tutti di bella presenza, visto che siamo riusciti a mischiarci molto velocemente, nonostante le differenze linguistiche e culturali. Ma di quali culture si sta parlando? Stavamo lì appunto per scoprirlo, cercando di capire la nozione di identità plurali mediante una coabitazione intensa e attarverso l’utilizzo di alcuni strumenti, come la radio, la fotografia e le attività di ludopedagogia, esprimendoci sia in maniera individuale che collettiva. Abbiamo

rivelato di noi molto di più che semplicemente la nostra nazionalità, il colore della nostra pelle, il nostro genere o la nostra religione (nonostante il fatto che anche intorno a questi elementi si sia sviluppato dibattito, soprattutto per via della curiosità di quelli che non avevano mai incontrato una persona con la pelle scura o mai visto una persona musulmana pregare). Alla base di questi dibattiti c’era sempre una curiosità positiva, un sincero interesse nel conoscere l’altro/a che spinge a fare domande e a provare tutte le maniere possibili per riuscire a comunicare, andando oltre la barriera linguistica.

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È stato un continuo movimento di dare e ricevere: sono stati in tanti ad aver insistito per cucinare qualcosa per il gruppo, o per preparare per gli altri un té marocchino, fare ascoltare un po’ della loro musica, mostrare il video di un rapper del loro “neighborhood”, o insegnare a chi vuole come si balla la kizomba.

ridere nel corridoio, la doccia non è sempre così pulita come a casa e non c’è chi di solito pulisce per te, devi per la prima volta nella tua vita avvicinarti agli strofinacci e ad altre faccende “domestiche” che avresti volentieri ignorato più a lungo...

È stata una bella avventura: ci siamo dimostrati a vicenda che si può vivere bene insieme, anche con persone che, a prima vista, sembrano molto lontane tra di loro per le proprie storie di vita o per le proprie origini. È stata anche dura. Non sono abituata a coabitare così a lungo con un gruppo così grande – e a volte caotico. C’è chi vorrebbe mangiare solo pasta e chi invece preferisce il riso, chi non sopporta l’attesa e chi fa fatica ad essere in orario, chi vorrebbe dormire ore e ore e chi invece non riesce a trattenersi dal parlare ad alta voce o scoppiare a

È stata dura ma è andata molto bene. Quelli che all’inizio si sono mostrati più chiusi sono stati anche quelli che hanno pianto al momento di andare all’aeroporto, mentre il gruppo portoghese ha subito detto che vorrà inventarsi qualche scambio a casa propria, per avere la scusa di invitare tutto il gruppo e ritrovarsi in un prossimo futuro.

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CONCLUSIONI di Giacomo Capriotti - Segreteria Nazionale Attraverso questo numero della rivista “Centofiori” abbiamo cercato di porre in evidenza quello che è l’impegno della società civile nel costruire pratiche solidali e relazioni umane che siano in grado di attivare percorsi comuni di condivisione e mutualismo, ma anche di contrastare la deriva violenta e xenofoba che sta attanagliando il nostro paese, e non solo.

esperienze di cooperazione che, pur nella loro diversità, costituiscono le fondamenta di quella che deve essere una resistenza civile, direttamente riproducibile nelle forme e nei modi più differenti.

La solidarietà, l’accoglienza, la cooperazione sono per noi elementi fondativi sui quali costruire le basi di una società più giusta ed accogliente, in contrapposizione con quel patriottismo identitario che, oggi più che mai, vorrebbe metterci l’uno contro l’altro. La questione dei migranti, come quella riguardante i rom e dei sinti, nel nostro paese viene oggi trattata dal governo unicamente in termini securitari e portata avanti attraverso una propaganda che mira ad avvelenare gli animi della società, aizzando “gli uomini contro gli uomini” ed alimentando una percezione del reale che sfiora il grottesco. Proprio in questa cornice, il volontariato assume per noi un valore fondamentale; perché in grado di attivare, unire e rafforzare quelle

Le frontiere, lo sfruttamento e l’emarginazione sono oggi gli elementi chiave attorno ai quali si definisce lo scontro più disumano, lo stesso che ha portato alla chiusura dei porti, alle violenze e agli omicidi di persone migranti, e alle facili quanto insensate accuse di buonismo per chiunque non accetti questa deriva nazionalista e xenofoba. Proprio per questo abbiamo partecipato con i/le nostri/e volontari/e a due campi internazionali a Ventimiglia, per supportare ed assistere le persone migranti transitanti, bloccate lungo il confine con la Francia. Anche gli scambi giovanili rientrano nel nostro modo di educare alle differenze, imparando a prevenire le discriminazioni attraverso l’incontro e il confronto reale. Per lo stesso motivo, continuiamo da anni a lavorare per il coinvolgimento dei e delle giovani con minori opportunità all’interno delle attività associative, grazie al pro-

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gramma “Tutti Inclusi!” che permette loro di partecipare attivamente ai progetti di volontariato internazionale. L’accoglienza, l’attivismo, l’inclusione sociale, sono queste le armi con le quali abbiamo intenzione di resistere alla barbarie, continuando a fare quello che da quasi 100 anni ci riesce meglio: imparare a conoscere, a contaminarci, ad interrogarci, a lavorare insieme, in Italia come in qualsiasi parte del mondo.

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CONTATTI

GRUPPI REGIONALI E LOCALI SCI Segreteria Nazionale via A. Cruto 43, 00146 - Roma Tel: 065580644 Cel: 3465019990 Email: info@sci-italia.it www.sci-italia.it Orari di apertura: dal lunedì al venerdì dalle 10 alle 18 La Città dell’Utopia via Valeriano 3/F, Roma Cel: 3465019887 Email: lacittadellutopia@sci-italia.it FB: La Città dell’Utopia

Iscrizione alle formazioni e ai campi nel Sud del mondo campisud@sci-italia.it Volontariato a lungo termine ltv@sci-italia.it Servizio Volontario Europeo evs@sci-italia.it Inclusione sociale inclusione@sci-italia.it Amministrazione amministrazione@sci-italia.it

Campi di volontariato workcamps@sci-italia.it

Ufficio Stampa info@sci-italia.it

Iscrizione ai campi nel Nord del mondo outgoing@sci-italia.it

GRUPPI REGIONALI

Iscrizione ai campi in Italia incoming@sci-italia.it Informazioni per coordinare campi in Italia workcamps@sci-italia.it Campi di volontariato nel Sud del mondo nordsud@sci-italia.it

Lombardia Viale Suzzani 273, 20100 Milano Email: lombardia@sci-italia.it Piemonte c/o Associazione Comala Polo Creativo 3.65 Corso Ferrucci 65/A, 10138 Torino Email: piemonte@sci-italia.it

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Sardegna via San Giovanni 400, Cagliari Tel: 3395482930 Email: sardegna@sci-italia.it GRUPPI LOCALI Bologna c/o LĂ bas via Orfeo 46, 40124 Bologna Email: bologna@sci-italia.it Padova-Nordest Email: padova@sci-italia.it CONTATTI LOCALI Genova Matteo Testino Email: genova@sci-italia.it Catania Rosario Scollo Email: catania@sci-italia.it

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Profile for Stefania Pizzolla

Centofiori Agosto 2018  

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