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Numero 11, (Nuova serie), Giugno 2013


Direzione: Elio Matassi - Vannino Chiti - Marco Filippeschi - Carmelo Meazza Coordinamento generale del sito e della web TV: Marco De Pascale

Adesioni Massimo ADINOLFI (Univ. di Cassino), Claudia BARACCHI (The New School for Social Research, New York); Massimo BARALE (Univ. di Pisa), Giuseppe BEDESCHI (Univ. La Sapienza, Roma), Luigi BERLINGUER (Univ. di Siena), Enrico BERTI (Univ. di Padova, Accademia dei Lincei), Franco BIASUTTI (Univ. di Padova), Remo BODEI (University of California (Los Angeles)), Almut Sh. BRUCKSTEIN (Ha’atelier, Berlino/Gerusalemme), Massimo CACCIARI (Sindaco di Venezia, Univ. San Raffaele, Milano), Giuseppe CANTILLO (Univ. di Napoli), Carla CANULLO (Univ. di Macerata), Andrea CAUSIN (Esecutivo PD), Stefano CECCANTI (Univ. La Sapienza, Roma), Mauro CERRUTI (Univ. di Bergamo, Deputato), Pierpaolo CICCARELLI, (Univ. di Cagliari), Umberto CURI (Univ. di Padova), Gianfranco DALMASSO (Univ. di Bergamo), Antonio DA RE (Univ. di Padova), Roberta DE MONTICELLI (Univ. San Raffaele, Milano), Pietro D’ORIANO (Univ. La Sapienza, Roma), Massimo DONA’, (Univ. San Raffaele, Milano), Adriano FABRIS (Univ. di Pisa), Maurizio FERRARIS (Univ. di Torino), Giovanni FERRETTI (Univ. di Macerata), Marco FILIPPESCHI (Dirigente nazionale PD, Sindaco di Pisa), Pierfrancesco FIORATO (Univ. di Sassari), Massimo FIORIO (Univ. di Torino), Vittoria FRANCO (Senatore, Univ. di Pisa), Fabrizia GIULIANI (Univ. di Siena), Sergio GIVONE (Univ. di Firenze), Alfonso M. IACONO (Univ. di Pisa), Giovanni INVITTO, (Univ. di Lecce), Marco IVALDO (Univ. di Napoli), Antonello LA VERGATA (Univ. di Modena), Claudia MANCINA (Univ. La Sapienza, Roma), Sandro MANCINI (Univ. di Palermo), Aldo MASULLO (Univ. di Napoli), Eugenio MAZZARELLA (Univ. di Napoli), Carmelo MEAZZA (Univ di Sassari), Alberto MELLONI (Univ. di Modena), Virgilio MELCHIORRE (Univ. Cattolica, Milano), Gaspare MURA (Pontificia Università Urbaniana), Silvano PETROSINO (Univ. Cattolica, Milano), Andrea POMA, (Univ. di Torino), Mauro PONZI (Univ. Romauno), Alfredo REICHLIN (Presidente del Cespe), Luigi RUSSO (Univ. di Palermo), Leonardo SAMONA’ (Uni. di Palermo), Gennaro SASSO (Univ. La Sapienza, Roma, Accademia dei Lincei), Aldo SCHIAVONE (Univ. di Firenze), Lucinda SPERA (Univ. di Siena), Tamara TAGLIACOZZO (Univ. Roma Tre), Andrea TAGLIAPIETRA (Univ. San Raffaele, Milano), Corrado VIAFORA (Univ. di Padova), Carmelo VIGNA (Univ. di Venezia), Mauro VISENTIN (Univ. di Sassari), Franco VOLPI† (Univ. di Padova).

Idee per un nuovo orizzonte della laicità. Filosofie per una riforma della politica Appunti sul presente, Giugno 2013, Mensile culturale on line, redazione: presso associazione culturale Inschibboleth Roma Sassari, redazione on line su skype; editore: associazione Inschibboleth, via A Fusco 21 - Roma, via Carso - Sassari, mail: associazione.inschibboleth@gmail.com. Direttore Responsabile: Aldo Maria Morace. Ufficio stampa, Marco De Pascale.


I

n d i c e

L’espertocrazia: il governo Letta e la commissione dei dieci saggi di Elio Matassi

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Sul Partito democratico e il Movimento 5 Stelle di Bruno Moroncini

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Leggera come una farfalla di Enrico Garlaschelli

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L’espertocrazia: il governo Letta e la commissione dei dieci saggi di Elio Matassi

La minaccia estrema che nella contemporaneità ipoteca la politica, limitandone potenzialità e sviluppi, sta nella crescita esponenziale di quella che può essere definita, con un neologismo non molto elegante, ‘espertocrazia’. In una società la cui complessità interna aumenta costantemente e lo Stato, parallelamente e specularmente, si frantuma in una molteplicità di istanze politico-amministrative che operano a più livelli, il ruolo dei tecnocrati cresce inesorabilmente. I politici, per parte loro, si trincerano dietro i pareri degli esperti, in modo che, alla fine, nessuno risulta responsabile né tantomeno colpevole di nulla.


Andando ancora più a fondo, la depoliticizzazione nasce in questo caso dall’idea che per ogni problema politico o sociale vi sia alla fine un’unica soluzione tecnica possibile che spetta agli ‘esperti’ trovare. La conseguenza sta in un esercizio sempre più razionalizzato e burocratico del potere e i politici dimenticano che sta a loro decidere le finalità dell’azione pubblica; questo atteggiamento presume che la democrazia sia una cosa troppo fragile per essere affidata al popolo e che, per restare “governabile”, essa debba essere il più possibile sottratta alla partecipazione e alla deliberazione pubblica. Così come l’ideologia economicistica tende a mettere sullo stesso piano il governo degli uomini e l’amministrazione delle cose, nella stessa misura l’‘espertocrazia’ realizza la politica in quanto attività fittizia che scaturisce dalla sola autorità della ragione. L’ideologia economicistica è l’erede di quei teorici che credevano, sul modello delle scienze esatte, di poter trasformare l’azione politica in una scienza applicata fondata sulle norme della fisica o della mathesis. L’obiettivo è quello, sopprimendo la pluralità delle scelte, di eliminare l’indeterminatezza ed anche il conflitto, per definizione fonte di incertezza. La speranza, certamente sempre frustrata, sta nel far coincidere razionale e reale lavorando per un futuro ‘scientificamente’ prevedibile. Ricondurre la politica ad un’attività di valutazione tecnica porta, dunque, a privare il cittadino delle sue prerogative, riducendo il gioco politico all’esercizio di una razionalità universale. Aristotele, quando richiama la nozione di saggezza pratica, mostra bene la differenza che esiste tra razionale e ragionevole, mettendo in discussione con forza l’idea che la politica possa mai coincidere con una scienza; il pensatore greco mette in guardia contro la congettura che si possa applicare allo stesso grado di rigore e di precisione delle scienze matematiche anche l’ordine delle cose umane, variabili e soggette alla scelta. La conclusione che se ne può desumere è che gli esperti possano avere un ruolo che non sia subordinato. La competenza politica non dipende dalla perizia tecnica, perché non è agli esperti che compete determinare le finalità dell’azione pubblica. Il popolo associato, nella sua diversità, riunisce competenze di cui nessun individuo può disporre separatamente. Il cittadino non ha bisogno di essere un esperto per partecipare alla deliberazione ed esprimere le sue preferenze o le sue scelte. In ultima analisi si può plausibilmente affermare che lo sviluppo tecnologico, nell’arco di alcuni decenni, ha trasformato la vita delle società più in profondità di quanto non abbia mai fatto qualsiasi governo. L’attuale scenario nazionale e internazionale, ipotecato in maniera pregnantemente negativa dalla espertocrazia, in particolare da quella declinata economicamente, appare preoccupante. Il governo Letta, nato sulla base di un programma stabilito da dieci esperti, formalmente indipendente dalle appartenenze politiche, appare uno sbocco naturale di quel processo analizzato sotto il segno dell’espertocrazia. Apparentemente, i risultati delle recentissime amministrative sembrano aver rafforzato il governo Letta, ma una lettura più attenta dei risultati dimostra, invece, una situazione molto più preoccupante, su cui convergono le analisi postelettorali dei principali quotidiani nazionali. L’astensionismo sempre più crescente non rappresenta forse la reazione naturale al dominio dell’oligarchia ‘espertocratica’, priva di un orientamento politico preciso?


Come era già avvenuto per il governo Monti – un governo tecnico in senso proprio – la formazione del governo Letta non è scaturita immediatamente dal risultato elettorale, che sanciva, comunque lo si interpretasse, una ricusazione esplicita del governo tecnico. Attesta, al contrario, una palese linea di continuità con l’esperienza precedente. Vi è un allarmante processo di ripudio del confronto democratico cui corrisponde come conseguenza necessaria un astensionismo molto marcato. La conseguenza estrema della espertocrazia economico-finanziaria sta pertanto nell’abbandono della democrazia o, almeno, di un utilizzo solo parziale di essa, ossia di una democrazia dimidiata e non integrale.


Sul Partito democratico e il Movimento 5 Stelle di Bruno Moroncini

Tutto quello che c’era da dire su Grillo e il Movimento 5 stelle lo ha detto Ernesto Galli Della Loggia in un articolo pubblicato sul Corriere della Sera (Lunedì 13 maggio 2013) e intitolato Gli antagonisti del no a tutto. Quello che ha scritto Ernesto Galli Della Loggia è esattamente ciò che avremmo voluto sentire da uno qualsiasi dei dirigenti del Partito democratico e/o da uno qualsiasi dei sedicenti intellettuali di sinistra che fanno parte del gruppo di Repubblica e/o ancora da uno qualsiasi dei teorici della sinistra alternativa e antagonista. Invece niente, anzi scimiottamenti, inseguimenti, blandizie e ammiccamenti. Per sentire qualcuno dire che «la cultura, o forse meglio, l’antropologia che si esprime nel M5S non ha più assolutamente nulla dell’antico sfondo marxista, non ha alcuna ispirazione classista, non prefigura né immagina alcuna fondazione di rapporti sociali nuovi», ma al contrario è mossa «da una sorta di irrefrenabi-


le estremismo democratico nel quale sembra incarnarsi una volontà assoluta di eguaglianza, o per meglio dire, di equiparazione, di livellamento: quella stessa che Tocqueville vedeva con inquietudine come l’inevitabile frutto della società democratica», abbiamo dovuto aspettare uno storico e un intellettuale che con la tradizione marxista ha poco o nulla a che fare. Ciò la dice lunga sullo stato di catatonia intellettuale e politica in cui versa il Partito democratico, erede nel bene e nel male della tradizione del Partito comunista italiano, e insieme a lui la buona parte dei teorici della nuova (?) sinistra per i quali - vedi per tutti Toni Negri e Marco Revelli - Marx è diventato un cane morto. Nel Movimento 5 Stelle, continua Della Loggia «non c’è volontà di distribuzione delle ricchezze, bensì cancellazione di qualunque cosa possa apparire un privilegio. Non c’è alcuna noncuranza per la formalità delle leggi, bensì il sogno di una giuridizzazioone universale, di una normazione estesa a tutto. Non c’è visione di classe, bensì utopia di una cittadinanza planetaria articolata in diritti eguali per tutti gli esseri umani senza distinzione alcuna». Tralascio le osservazioni di Della Loggia sull’uso della Carta costituzionale brandita come una sorta «di inappellabile ‘Tavola della legge’» che invece di additare un «progetto sociale per quanto ardito» (e, aggiungo io, in questo senso già in gran parte censurabile) è chiamata a incarnare «un inveramento etico da adempiere», e passo alle sue ultime osservazioni sul dogma della ‘trasparenza’ e sul ‘movimentismo’ italiano di cui il Movimento 5 Stelle sarebbe l’ultima (in ordine di tempo solamente, purtroppo) incarnazione. Per il primo punto vale l’uso dell’ideologia della rete caratterizzata da una specie di imperativo categorico per il quale «tutto deve essere comunicato a tutti, visto e ascoltato da tutti, partecipato da tutti, rendicontato a tutti: quasi a prefigurare un potere capillarmente distribuito, il controllo di ognuno su tutti, e di tutti su ciascuno: un potere con la sua sede ideale in un ‘panopticum’». Per l’altro punto il Movimento 5 Stelle per Galli Della Loggia è «il precipitato di venti-trenta anni di movimentismo italiano di ogni colore (femminile, omosessuale, viola, studentesco, dei beni comuni, ecc…)» basato sulla «rivendicazione di ‘diritti’» sulla «invocata centralità della dimensione giudiziaria», sulla «demonizzazione spesso paranoica di qualcunque cosa appaia un ‘potere’», e sulla «sfiducia verso qualunque istanza organizzativa stabile». Il Movimento 5 Stelle è insomma l’erede, in un paese in cui la struttura politico-statuale è debole e inefficiente e di conseguenza screditata, della «cultura per antonomasia della ‘protesta, dell’antagonismo’ del ‘rifiuto’», quella stessa cultura, malinconica e parolaia, che già negli anni trenta Walter Benjamin accusava sarcasticamente di essere non a sinistra di questo o di quello ma semplicemente a «sinistra del possibile»: la cultura politica (ma più propriamente pree im-politica) del massimalismo italiano che, nel ’68, tanto per fare un esempio concreto, vestì i panni di Lotta continua. In base ad una classica interpretazione marxista e comunista, di cui non mi vergogno ma rivendico, il Movimento 5 Stelle, non da solo, ma in modo eminente, costituisce la proiezione politica (?) di una piccola borghesia che, impaurita dagli effetti impoverenti e simbolicamente declassanti della crisi ciclica del capitale, risponde allo


scivolamento sempre più accelerato nei ranghi della classe operaia con l’attivazione di un democraticismo estremistico che, in base alla più tradizionale critica della democrazia, è solo il prodromo di soluzioni autoritarie e tiranniche. Tenendo nel giusto conto l’assoluta imparagonabilità dei tempi e delle condizioni, non mostrando alcuna accondiscenza ai corsi e ricorsi storici che con la storia propriamente detta non hanno nulla a che fare, tuttavia il Movimento 5 Stelle sembra convalidare la tesi nietzschena sull’eterno ritorno dell’identico: il Novecento, il secolo breve di lunga durata, ci ha abituati a movimenti che nati a sinistra virano a destra con la velocità del fulmine. Il fatto che il Partito democratico appaia incapace di sviluppare un’analisi di classe dei movimenti che si agitano alla sua sinistra di cui teme semplicemente la concorrenza e che in nessun caso considera un nemico, dimostra quanto sia cambiata la sua composizione di classe che non ha più il suo nucleo nei produttori di plus-valore (ciò che una volta si chiamava proletariato o classe operaia), ma in strati sociali analoghi se non simili a quelli che si riconoscono nel Movimento 5 Stelle e che sono soltanto un po’ più conservatori e pantofolai: o per età (i pensionati) o per reddito e posizione (pubblico impiego e ceti medi riflessivi). Per parafrasare Lacan, che comunque si riferiva a Dio e quindi scusandomi per l’accostamento, molti dirigenti del Partito democratico e una gran parte della base (oh, la base: mito funesto della sinistra pseudo democratica) sono morti e non lo sanno ancora. Bisognerebbe informarli affinché si sveglino e come i fantasmi di una divertente serie televisiva abbandonino la terra e si incamminino una buona volta verso la luce. Il loro scomposto e frenetico agitarsi, occupando sedi e lanciando proclami in compiacenti talk show televisivi, assomiglia ai movimenti che meccanicamente continuano anche dopo la morte trasformando i cadaveri in tristi marionette. Dopo l’errore di far vincere Bersani alle primarie, dopo una campagna elettore presuntuosa e il deludente risultato delle urne, dopo il suicidio nemmeno assistito della doppia votazione per l’elezione del presidente della Repubblica, dopo il pellegrinaggio da Napolitano perché accettasse di essere rieletto, sconfessando tutta la strategia perseguita fino allora e che era di manifesta opposizione alla linea del loro (?) presidente della Repubblica, dopo l’accettazione a testa bassa del governo di larghe intese (di nuovo l’opzione politica di Napolitano), che cosa aspetta ancora il Partito democratico per decidere di sciogliersi? Per riconoscere di essere nato morto? Per dire finalmente che i due riformismi, cattolico e socialista, di cui doveva essere la sintesi, trasformando il compromesso storico, vale a dire riguardante l’intero paese, di cui parlava Berlinguer, nel compromesso in e di un solo partito, erano già morti e sepolti allora, liquidati dalla globalizzazione e dal nuovo assetto del mondo? E se non vuole sciogliersi la smetta allora di accarezzare il Movimento 5 Stelle, di sposare le sue parole d’ordine che hanno come unico scopo la sconfitta del Partito democratico, e ne denunci invece il democraticismo cripto-fascista, la perversione normativista e giudiziaria, il disprezzo piccolo borghese per il benessere operaio racchiuso nell’equazione imbecille fra povertà e felicità. Se non vuole sciogliersi


Leggera come una farfalla di Enrico Garlaschelli

La polvere della farfalla, è intitolato il brano che Antonio Tabucchi dedica a Marilyn1. L’amore arriva a tarda sera: non riguarda quella farfalla che ha rinnovato completamente il bruco, ma “la polvere della farfalla”, quando le tue dita si stringono sulle sue ali scrostandone la polvere (che le fa volare). L’amore parla alla farfalla notturna così come Aby Warburg parlava loro durante la notte. L’amore, scriveva Proust, immagina sempre la sua fine. Ma non perché sta finendo: la sua fine è l’inizio (non come qualcosa che comincia, che ricomincia dopo la fine, ma sembra che la fine contenga – sia l’istante del - l’inizio e il contrario). Marylin non era la bionda affascinante che seduce gli uomini “quando la moglie è in vacanza”. Nel suo solare intervento, Antonio Tabucchi scrive che l’intelligenza di Marilyn non poteva essere quella che non disturba gli uomini (della bionda affascinante); come non lo era il suo fascino, adatto ai ruoli complessi, portato alla drammatizzazione. Tuttavia questa donna intelligente, che leggeva i poeti e viene sorpresa con in mano l’Ulysses di Joyce, non era più affascinante perché 1. In Marilyn Monroe fragments, Feltrinelli, Milano 2010.


più intelligente, piuttosto il fatto di essere intelligente le forniva un fascino ancora maggiore, più irraggiungibile di quello della bionda affascinante che appare quando la moglie è in vacanza: il fascino di un’anima, chiusa nell’involucro del corpo, che si vorrebbe far uscire o che si vuole raggiungere, come intende fare ogni tensione desiderante portata all’eccesso nella ricerca della totale empatia, del totale rinnovamento (quella del bruco che si trasforma in farfalla), e che tuttavia può anche rappresentare la totale distruzione. Questo fascino, certamente, ha a che fare con il phantasma. Dove sta il phantasma? «Un giorno – racconta il fotografo André de Dienes di Mariyn – mentre la stavo fotografando, ci avventurammo in una lunga discussione sulla reincarnazione. Eravamo all’aperto, sotto un bel cielo dove correvano le nuvole. Marilyn era contenta e rideva. Mi confessò che nella sua prossima vita avrebbe voluto essere una farfalla. Inseguendo le nuvole dissi: “Guarda, Norma Jeane, intorno a noi c’è una forma di reincarnazione palese. Una buona parte del nostro corpo è fatto di acqua. Quando moriamo, quest’acqua evapora e si trasforma in nuvole. Le nuvole diventano pioggia e la pioggia fertilizza la terra, dove crescono le piante che gli animali e gli uomini mangeranno. È così che il ciclo della vita si ripete di continuo”. Marilyn rispose: “Vuoi che diventi una nuvola? E allora fotografala!”. Spalancando le braccia mi corse incontro, il viso rivolto al cielo, i capelli al vento…»2. Quel fotografo non riuscirà mai a imprimere sulla pellicola la nuvola che si era immaginata Marilyn di se stessa, e penso che il punto sia proprio qui: dobbiamo interrogarci su questo destino che ci attende, di essere qualcosa che non c’è, allo stesso modo in cui ciò che Marilyn voleva essere non si è impresso su quella foto; allo stesso modo in cui si è interrogato Barthes sul punctum della fotografia – non lo puoi trovare nella foto, ma è qualcosa che ti punge, ti ferisce, da Nonsodove (direbbe Tabucchi); o come si è interrogato Blanchot quando riflette sul ruolo della letteratura: «Nella parola – lo espone Blanchot – che qui sta per il linguaggio letterario, muore ciò che dà vita alla parola; la parola è la vita di questa morte, è “la vita che porta la morte e si conserva in essa”»3. E tuttavia ciò che racconti è – la vita. Ed infatti, ricorda ancora Tabucchi, è alla letteratura che si rivolse Nabokov per trovare quella farfalla; nella sua mania, nella sua ninfomania che aveva raccontato in Lolita e che finirà in pazzia: «…afferrare la bellezza e la morte è impossibile, perché la bellezza e morte appartengono all’ineffabile. Solo il Mito le può comprendere»4. Immaginiamoci, scrive Žižek, l’inerte presenza dell’atto sessuale: quello che non può darsi perché non esisterebbe desiderio. Rimarrebbero infatti solamente gesti rapidi e convulsi senza alcuna capacità di rappresentare alcunché. 2. A. de Dienes, Marilyn, Taschen, 2004. 3. M. Blanchot, Da Kafka a Kafka, trad. it. di R. Ferrara, D. Grange Fiori, G. Patrizi, L. Prato Caruso, G. Urso, G. Zanobetti, Feltrinelli, Milano 1983, p. 33. 4. A. Tabucchi, Marilyn Monroe fragments, «Introduzione», cit., p. 16.


Qui si comprende cos’è lo schermo fantasmatico. Ma dobbiamo anche smetterla di declamare quello che ha Marilyn, la leggerezza della farfalla, e che non ha Lady Gaga: non la luce degli occhi, non la grazia del corpo come una farfalla. Semplicemente il desiderio non funziona così, non distingue fra l’oggetto (del desiderio) che ha esistenza da quello che non ne ha; e tuttavia non insegue solamente fantasmi, non sogna l’impossibile, non è solo il desiderio che uccide se stesso in una vana ricerca di ciò che non c’è. Potremmo invece pensare che quello che non ha Marilyn riguarda sempre quello che non ha Lady Gaga. Potremmo supporre che Marilyn è primariamente spaventata non da come sembra agli uomini rispetto a come è, ma da ciò che non è, da ciò che non ha: in definitiva da ciò che non può dare agli uomini, così come nel film 21 grammi5 Cristiana, quando Paul le confessa il suo amore, ha una reazione stranita che riguarda non la questione se ella desidera o non desidera Paul, quanto il disorientamento provocato dal buco, dal foro6, che trova in se stessa (spalancato dal desiderio di Paul): «E c’è qualcosa che più ci penso e meno capisco: perché diavolo mi hai detto che ti piaccio? Rispondimi, perché non mi è piaciuto proprio per nulla che tu me lo abbia detto. Non puoi prendere, andare da una donna che conosci appena e dirle mi piaci». Spiega Žižek che «la funzione principale dell’ordine simbolico, con le sue leggi e le sue costrizioni, è di rendere la nostra coesistenza con gli altri minimamente sopportabile: un Terzo si deve frapporre fra me e il mio prossimo in modo che le nostre relazioni non esplodano in una violenza omicida»7. Aggiungiamo che la funzione del fantasma è di rendere sopportabile a noi stessi il buco che noi siamo. Eppure questo schermo fantasmatico è ambivalente, perché può diventare uno schema di riferimento obbligato che imprigiona la persona nella farfalla come nella bionda affascinante “quando la moglie è in vacanza”… Insomma, a ciascuno il suo fattore atto a risvegliare il desiderio e ad esserne risvegliati. In ogni caso, sempre, il fantasma costituisce un riparo per il soggetto che allo stesso tempo lo spossessa, lo mette al servizio dello schema fantasmatico. Ed in questo senso - al di là di ogni retorica di Marilyn “leggera come una farfalla” perché non è la bionda che arriva “quando la moglie è in vacanza” - la schermatura fantasmatica che la pensa “leggera come una farfalla” non si discosta in ultima analisi dalla dinamica, altrettanto fantasmatica, relativa a “quando la moglie è in vacanza”. Cosa sono io per gli altri? Cosa vogliono gli altri da me? Il fantasma interviene per affrontare queste domande, ma certamente mai saprà rispondere all’abisso che ci si para innanzi quando rivolgiamo a noi stessi la madre di tutte le domande: che cosa voglio? Domanda, lo sappiamo, in se stessa mal posta. Possiamo ora chiarire il dramma di Marilyn: non il diffalco fra ciò che è veramente e come gli altri la vedono, ma fra ciò che non ha e ciò che è. Potremmo reinterpretare il suo dramma – senza alcuna pretesa biografica – non nella divaricazione fra la donna intelligente che era

5. A. G. Iñárritu, 2003. 6. Il “qualcosa di lacunare” che è il soggetto, dirà Lacan. 7. S. Žižek, How to read Lacan, Granta Publications, London 2006, trad. it. di M. Nijhuis, Leggere Lacan, Bollati Boringhieri, Torino 2009, p. 66.


e come invece veniva vista dagli altri. Piuttosto, la donna intelligente che era l’aveva posta di fronte al dramma dell’esistenza – evidenza aumentata dal mondo dello spettacolo in cui si muoveva – che sempre pone di fronte a ciò che non si ha, a ciò che non si è, e dunque sempre drammatizza la nostra relazione desiderante. In Blue Sky8 (sottovalutato) Carly (Jessica Lange), moglie di un ufficiale dell’esercito, è esibizionista, leggera, adultera, infantile. Lui non può fare altro che amarla. Ma lei è veramente così? Il film non lo dice, e tuttavia parla dell’oscura provincia americana, e di oscuri esperimenti nucleari. E tutto rimanda a questo oscuro oggetto del desiderio: lui non può fare altro che amarla. Ritorna la domanda: che cosa voglio? È un abisso che si spalanca e sembra mostrarsi nella profonda oscurità – ambigua, terrificante – della bassa provincia americana, e nella profonda oscurità umana dell’imminente catastrofe nucleare. E lei, adultera, in questo contesto sembra solo interpretare l’umano - questo abisso nell’umano - fino in fondo. Carly è certamente “nevrotica”, allo stesso modo, scrive Tabucchi, di Marilyn: «Come si possono definire “nevrotici” tutti coloro che pensano troppo, che amano troppo, che sentono troppo»9. Carly cerca di vivere quello che non sarà mai. Marilyn dirà a quel fotografo con il quale aveva compiuto l’estremo tentativo di mostrarsi come una farfalla: “I guess I am a fantasy”. Dunque una fantasia, un fantasma: il fantasma a cui si riferisce Marilyn è proprio un’ “apparenza”, non è neppure quella farfalla che doveva imprimersi sulla pellicola fotografando il corpo di Marilyn. Per questo Tabucchi dice che Marilyn sta fuori dalla riproduzione seriale in cui l’aveva rinchiusa Andy Warhol: è una “fuoriserie”. Ma dove sta? La riproduzione seriale vuole aprire proprio questa domanda: dove sta l’originale? È l’abisso che si è aperto nella nostra epoca del dopo. Dove sta dunque Lady Gaga oltre i suoi vestiti e travestimenti? La catastrofe del tempo che ci fa venire sempre “dopo” ci ha tolto l’illusione di essere “leggeri come una farfalla”. “I guess I am a fantasy” potrebbe dirlo anche Lady Gaga: penso proprio di essere un’apparenza, penso di essere – che con Lady Gaga si è trasformato in un “voglio” - proprio quell’apparenza lì. E tuttavia l’uomo non può che abitare quel luogo - il “là” - il luogo, scrive Petrosino, dei propri sogni, dei fantasmi, egli «vive sempre “là e altrove”»10. Ed è questo che ha fatto dire a Žižek che «lo scarto tra $ S, fra il vuoto del soggetto e la caratteristica significante che lo rappresenta, significa che “ogni riferimento del soggetto a se stesso è puramente casuale»11. E così, sotto i vestiti di Lady Gaga dobbiamo rassegnarci a non trovare nulla. Che fine fa dunque il nostro desiderio? Potevamo ancora desiderare Marilyn nevrotica, sia quando fa la bionda 8. Tony Richardson, 1994 9. A. Tabucchi, Mariyn Monroe fragments, cit., p. 18. 10. S. Petrosino, Capovolgimenti, Jaca Book, Milano 2007, p. 43. 11. S. Žižek, Le Plague of Fantasies, London - New York, 1997, trad. it. di G. Illarietti e M. Senaldi, Epidemia dell’immaginario, Meltemi, Roma 2004, p. 19.


affascinante, sia quando la cogliamo spettinata, con l’occhio perso e il trucco degli occhi sfatto. E possiamo desiderare Jessica Lange e il suo viso sofferto durante le crisi nevrotiche, perché lei non è solo quello. Ma cosa desideriamo di Lady Gaga oltre i suoi vestiti? Che fine fa il nostro desiderio? Non dovremmo credere, invece di dire che sotto quei vestiti non c’è niente,che desideriamo proprio quell’apparenza? Così come Marilyn, perfettamente cosciente di essere un mito, se ne domandava il senso, fino a quando, avendo sognato di essere una farfalla «decise di diventare chi la sognava»12: proprio quell’apparenza. Ma non stiamo già parlando di Lady Gaga? Lady Gaga ha preso sul serio Marilyn, ha voluto mettere in atto ciò che Marilyn drammatizzava, intende esserne l’imprenditrice; estremismo di tutte le perversioni, così come ci ha insegnato De Sade.

12. A. Tabucchi, Marilyn Monroe fragments, cit., p. 18.



Giugno13