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numero 164 anno 16 settembre 2012

300€

il mensile della strada

de’tenis

www.scarpdetenis.it - www.blogdetenis.it

ventuno L’altra faccia delle medaglie

Si chiude Ergastoli bianchi: è finita davvero? I sei Ospedali psichiatrico-giudiziari d’Italia vanno smantellati entro il 31 marzo. Luoghi dell’orrore: ospitano 1.200 malati mentali autori di reati. Ma gli sforzi per curarli e reinserirli sono sufficienti? Milano Mazzini da riscrivere Como Giromobili, è casa Torino Tutti al Cecchi Genova Battiti di strada Vicenza Palco di emozioni Modena Cemento di legalità Rimini Eroi, anzi no giusti Firenze Deriva di Vincenzo Napoli Cos’è per sempre? Salerno Salute, in famiglia Catania Formarsi, per aiutare


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editoriali

Omaggio e preghiera a chi ci ha “battezzato” Paolo Brivio

«L

a carità si distende tra il mistero di Dio e la storia degli uomini». Chi ci ha “battezzato”, scriveva così. Scarp de’ tenis è nato nel 1996, a Milano. Genitori, l’intuito di un pubblicitario (che lanciò la testata) e la determinazione di Caritas Ambrosiana (nel farsi carico del popolo dei senza dimora). Il battesimo dell’edicola (in realtà della strada) avvenne ad aprile. Il battesimo dell’ispirazione era nell’aria: nell’aria di una chiesa che, con le parole del suo vescovo, considerava che «nella società attuale, amare con paziente concretezza il fratello povero, bisognoso, oppresso significa non limitarsi a fare qualche intervento personale, ma cercare e risanare le condizioni economiche, sociali, politiche della povertà e dell’ingiustizia». Ma non voleva limitarsi all’opera, anzi si Roberto Davanzo interrogava per spremerne il senso: «Colui che la compie è portato a direttore Caritas Ambrosiana chiedersi: perché agisco così? (...) Chi sono io che agisco in questo modo? Chi è il fratello a cui mi dedico? Qual è la sua più profonda dignità? Qual è il vero bene che gli debbo volere? La particolare prossimità inhe ci sia talvolta relazione tra malattia terpersonale, a cui tende il gesto della carità, invita a porre le domentale e grave emarginazione è un’evimande sul valore della persona umana. Un’azione pervasa dalla denza che non ha bisogno di dimostrazioforza della carità è anche vivacizzata dalla ricerca della verità». ne. Certo, è difficile capire quale delle due venga Abbiamo avuto un padre ispiratore. Sostenitore. Battezzatoprima, ma non ci sono dubbi che le due cose si rire. È stato il cardinale Carlo Maria Martini, arcivescovo a Milachiamano vicendevolmente. no quando Scarp mosse i primi passi. Ci ha commosso ma Dunque, operare nel mondo della grave emarginon sorpreso constatare, nei giorni della sua morte, che la nazione deve comportare l’affinamento di una sensicittà, la diocesi, l’intero paese gli riconoscono statura da maebilità nei confronti di quanti sono portatori di una forstro, e amico, e come tale gli hanno reso omaggio. Un maema di disagio psichico. Sia che lo vivano in solitudine, stro, perché dalla Parola scritta e letta da millenni sapeva sia che tale disagio venga sopportato dalle spalle fragili di cavare lezioni spiazzanti, dunque rincuoranti. Come quelcongiunti spesso disorientati e disperati. la volta che commentò la parabola – fin lì detta – del Dobbiamo esserne consapevoli: anche nel nostro picBuon Samaritano: «Il prossimo non esiste già. Prossimo colo, individui e comunità cristiane e civili hanno la possisi diventa. Prossimo non è colui che ha già con me rapbilità e il dovere di promuovere la speranza nelle persone porti di sangue, di razza, di affari, di affinità psicologica. con malattia mentale e nelle loro famiglie; abbiamo la posProssimo divento io stesso nell’atto in cui, davanti a un sibilità di far sentire alle persone psichicamente fragili di apuomo, anche davanti al forestiero e al nemico, decido di partenere a un contesto capace di far loro spazio; abbiamo fare un passo che mi avvicina, mi approssima». Perchè? la possibilità – promuovendo gruppi di auto mutuo aiuto per malati psichici – di mostrare che anche se non sempre Perché «Dio è il Padre di tutti». Dunque «colui che è radisi può guarire, non per questo si deve abbandonare la specato nell’amore di Dio guarda e avvicina ogni uomo, creanranza di una vita minimamente dignitosa. E possiamo do vincoli nuovi di prossimità, e scavalca barriere». farlo imparando a guardare l’altro, il malato, riconoscenNoi di Scarp allora abbiamo fatto una cosa. Abbiamo dolo nella sua dignità. provato a scavalcare barriere. Nel nostro piccolissimo, abQuesto numero di Scarpè dedicato alla chiusura debiamo provato a costituirci in “cattedra dei non inclusi”. Pergli ospedali psichiatrici giudiziari: che ne sarà di quanti ché il nostro approssimarci al marginale, per dargli lavoro, vi sono stati internati? Quale impatto avranno sui terrireddito, magari casa, sarebbe privo di senso se non fosse fetori che li ospiteranno? Cosa potranno fare le loro famicondato e inquietato dall’ascolto del suo racconto, del suo glie di origine? Non possiamo nascondere la preoccupalamento, della sua richiesta di diritti, della sua idea di felicità. zione e l’inquietudine che derivano dal constatare la scarDall’incontro con la sua specifica, profonda umanità. L’altro sa attivazione di misure sanitarie e sociali che favoriscano in cattedra, e io mi comprendo: caro cardinale Carlo Maria, le dimissioni di queste persone. Dovremo metterci alla procontinua a tenerci una mano sulla testa, e aiuta noi, la tua va, come singoli e come collettività. Contro ogni riduzione Milano, la tua Chiesa, a camminare ancora, memori di individualistica, consapevoli che non è possibile stare meglio questa lezione, con questo spirito, verso il traguardo in solitudine, senza contatti sociali, senza sapere dove attingecomune alla storia di tutti gli uomini, che è mistere le risorse utili a ristabilire il proprio equilibrio personale. riosamente la loro origine condivisa.

Stare meglio, soli non si può

C

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sommario Fotoreportage

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Street Life, squarci di città p.6

Scarp Italia

Cos’è È un giornale di strada non profit. È un’impresa sociale che vuole dar voce e opportunità di reinserimento a persone senza dimora o emarginate. È un’occasione di lavoro e un progetto di comunicazione. È il primo passo per recuperare la dignità. In vendita agli inizi del mese. Scarp de’ tenis è una tribuna per i pensieri e i racconti di chi vive sulla strada. È uno strumento di analisi delle questioni sociali e dei fenomeni di povertà. Nella prima parte, articoli e storie di portata nazionale. Nella sezione Scarp città, spazio alle redazioni locali. Ventuno si occupa di economia solidale, stili di vita e globalizzazione. Infine, Caleidoscopio: vetrina di appuntamenti, recensioni e rubriche... di strada!

dove vanno i vostri 3 euro

Fabio Concato:«Uomini da difendere. Tutto qua» p.24

Scarp città Milano Mazzini: passato operaio, presente da scrivere p.26 Tutti i segreti della Milano sotterranea p.30

Como Giromobili, perchè non basta avere una casa p.35

Vendere il giornale significa lavorare, non fare accattonaggio. Il venditore trattiene una quota sul prezzo di copertina. Contributi e ritenute fiscali li prende in carico l’editore. Quanto resta è destinato a progetti di solidarietà.

Torino Cecchi Point, socialità e impresa p.36

Genova Murga, tamburi di strada contro l’ingiustizia p.38

Per contattarci e chiedere di vendere

Vicenza Scarp: le nostre storie, un palco di emozioni p.42

Redazione centrale - milano cooperativa Oltre, via Copernico 1, tel. 02.67.47.90.17 fax 02.67.38.91.12 scarp@coopoltre.it

Firenze Deriva di Vincenzo, bruciato dalla coca p.45

Redazione torino associazione Opportunanda via Sant’Anselmo 21, tel. 011.65.07.306 opportunanda@interfree.it

Modena Con il cemento della legalità p.46

Rimini

Redazione Genova Fondazione Auxilium, via Bozzano 12, tel. 010.52.99.528/544 comunicazione@fondazioneauxilium.it

Eroi, anzi no, promotori di giustizia p.48

Napoli Le mie letture, un premio sociale p.50

Redazione Vicenza Caritas Vicenza, Contrà Torretti 38, tel. 0444.304986 - vicenza@scarpdetenis.net

Salerno Salute e benessere, affari di famiglia p.54

Redazione rimini Settimanale Il Ponte, via Cairoli 69, tel 0541.780666 - rimini@scarpdetenis.net

Catania Caritas diocesana: parla il nuovo direttore p.56

Redazione Firenze Caritas Firenze, via De Pucci 2, tel.055.267701 addettostampa@caritasfirenze.it

Redazione Catania Help center Caritas Catania piazza Giovanni XXIII, tel. 095.434495 redazione@telestrada.it

L’inchiesta Carceri e Cie, la tortura tra noi p.22

L’intervista

Come leggerci

Redazione napoli cooperativa sociale La Locomotiva largo Donnaregina 12, tel. 081.44.15.07 scarpdenapoli@virgilio.it

Il reportage Opg: l’orrore va davvero in archivio? p.14

Scarp ventuno Dossier Olimpiadi, l’altra faccia delle medaglie p.60

Stili Non si butta il “buono che avanza” p.65

Caleidoscopio Rubriche e notizie in breve p.69

scarp de’ tenis

Il mensile della strada Da un’idea di Pietro Greppi e da un paio di scarpe - anno 17 n. 164 settembre 2012 - costo di una copia: 3 euro

Per abbonarsi a un anno di Scarp: versamento di 30 € c/c postale 37696200 (causale AbbOnAmentO SCArP de’ tenIS) Redazione di strada e giornalistica via Copernico 1, 20125 Milano (lunedì-giovedì 8-12.30 e 14-16.30, venerdì 8-12.30), tel. 02.67.47.90.17, fax 02.67.38.91.12 Direttore responsabile Paolo Brivio Redazione Stefano Lampertico, Ettore Sutti, Francesco Chiavarini Segretaria di redazione Sabrina Montanarella Responsabile commerciale Max Montecorboli Redazione di strada Antonio Mininni, Lorenzo De Angelis, Tiziana Boniforti, Roberto Guaglianone, Alessandro Pezzoni Sito web Roberto Monevi, Paolo Riva Hanno collaborato Aghios, Mario Agostino, Mr. Armonica, Andrea Barolini, Francesco Barone, Damiano Beltrami, Tony Bergarelli, Simona Brambilla, Lorena Cannizzaro, Domenico Casale, Aldo Cascella, Antonio Casella, Salvatore Couchoud, Claudio Corso, Ausilia Costanzo, Stefania Culurgioni, Umberto D'Amico, Massimo De Filippis, Maria Di Dato, Franck, Favour, Maria Esposito, Massimiliano Giaconella, Silvia Giavarotti, Gaetano “Toni” Grieco, Laura Guerra, Bruno Limone, Stefano Malagoli, Paola Malaspina, Gheorghe Mateciuc, Mary, Mister X, Emanuele Merafina, Nemesi, Aida Odoardi, Marianna Palma, Daniela Palumbo, Michele Piastrella, Angelo Pierri, Cinzia Rasi, Francesco Rossi, Letizia Rossi, Cristina Salviati, Beppe Scienza, Federica Tescaro, Sandra Tognarini, Fiore Visentin, Yamada Foto di copertina Franco Guardascione Foto Renato Dalla Vecchia, Archivio Scarp Associato Disegni Silva Nesi, Luigi Zetti Progetto grafico Francesco Camagna e Simona Corvaia Editore Oltre Società Cooperativa, via S. Bernardino 4, 20122 Milano all’Unione Stampa Presidente Luciano Gualzetti Registrazione Tribunale di Milano n. 177 del 16 marzo 1996 Stampa Tiber, via della Volta 179, 24124 Brescia. Consentita Periodica la riproduzione di testi, foto e grafici citando la fonte e inviandoci copia. Questo numero è in vendita dal 16 settembre 2012 al 13 ottobre. Italiana


Avventure nel Mondo, ente non a scopo di lucro, è un’associazione culturale che fin dal 1970 ha promosso e realizzato una vera e propria esplorazione turistica del mondo, al di fuori dei canali del turismo organizzato. Secondo quello spirito, l’Angolo dell’Avventura di Milano Centro organizza, tra le tante altre attività, le “camminate fotografiche” o photowalk, su percorsi cittadini appositamente studiati per abbinare la storia milanese alla passione per la fotografia. Nello spazio di Chiamamilano, nel centro della città, agli incontri fotografici vengono poi abbinate sessioni tecniche, nelle quali vengono spiegati e illustrati semplici accorgimenti per scattare fotografie di qualità. Da uno di questi piccoli corsi, ovvero “Street Photography”, tenutosi a febbraio e marzo da Luigi Rinaldi, è nata la piccola raccolta di fotografie amatoriali StreetLife, “Vita di strada”: piccoli squarci di quotidiano, dal basso, attualmente in mostra nel “negozio civico” Chiamamilano.

Alberto Mercurio

Streetlife, squarci di città

INFO Per le attività proposte dall’Angolo dell’Avventura (proiezioni di fotografie di viaggio, gite, incontri) è possibile consultare il calendario sul sito: www.angolodellavventura.com/regioni/lombardia/milanocentro

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Roberto Girola

fotoreportage

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Cristina Zoni

Delia Bocceda

Streetlife, squarci di cittĂ 

8. scarp de’ tenis settembre 2012


Roberto Girola

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settembre 2012 scarp de’ tenis

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anticamera Aforismi di Merafina L’INDIFFERENZA L’indifferenza ha trovato la porta chiusa IL NANO Il nano non può avere la testa tra le nuvole IL GABBIANO La sfida del gabbiano è mangiare sempre sano

Immagini dal Garda Sciabordio insolito presagio di mutanze rancoroso di aliti profuso di germani soffici e attempati. Lontano tra schegge smeraldine vele scolastiche sciorinate al vento variegate di toni e dimensioni. Oltre, l’abbraccio fiero del profilo dei monti la materna distesa del tappeto di erba. Alta, sovrana, sopra un cielo indaco la corona lucente diffonde intermittenze di energia.

Più cerchi meno trovi Le cose arrivano senza preavviso, quando meno te lo aspetti. Sono li davanti a te pronte per essere colte proprio come un frutto maturo, buono, succoso, pieno di vitamine solo per te. Non bisogna meravigliarsi se le cose cambiano anzi, ci aiuta ad essere più contadini, più rustici, meno sarcastici. Bisognerebbe curare di più ciò che ci circonda. Solo così avremo raggiunto una completa maturazione. Cinzia Rasi

Il gioco dei colori Che confusione vedere le linee disordinate, tracciate, incrociate in un grande foglio. Non riesci a vedere le linee che sembrano delle rotaie, osservi attentamente se vedi delle forme e la tua fantasia corre, va oltre quelle linee e finalmente il colore crea. Non pensi a niente, svuoti i tuoi pensieri su quel foglio, la tua mano ormai indirizzata, riempie gli spazi bui, illuminando e dando vita a ciò che vorresti. Una maschera, una palla, una carta, una pera, degli strani oggetti colorati di vita, pieni di fantasia, tuoi per essere certo di esistere. Radiosa, gioiosa per quello che non sapevi di avere, per la convinzione di non avere più luce. Grazie a Voi, per averci fatto vedere dentro il buio. Ora siamo certi di voler giocare con i colori..

Domenico Casale

Aida Odoardi settembre 2012 scarp de’ tenis

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Amico dei poveri, amico di Scarp dalla Redazione Un amico di Scarp. Perché, anzitutto, amico degli ultimi. Lo vogliamo ricordare così, il cardinale Carlo Maria Martini. Sottolineando, nella sua vita e nella sua esperienza di pastore, tanto ricche di spiritualità e umanità, la sfumatura della passione per la carità. Quella carità che definiva “frutto maturo della vita cristiana”. Tra i tanti ricordi, dopo la sua morte, avvenuta a Milano a fine agosto, vogliamo proporre anche il nostro. L’arcivescovo seduto sui sedili del camper notturno di Caritas Ambrosiana, attrezzato per l’assistenza ai senza dimora, nella notte fredda di Milano. L’Arcivescovo che lava i piedi ai nostri venditori. L’Arcivescovo ospite delle nostra redazione. L’Arcivescovo, appunto, amico di Scarp. Amico dei piccoli, di cui è amico Gesù. «Il frutto maturo della vita cristiana è la carità», amava ripetere il cardinale Carlo Maria Martini. Una carità che Martini frequentava con assiduità. «Noi di Scarp de’ Tenis ce lo ricordiamo bene, l’arcivescovo Martini – racconta Antonio Mininni, tra i primi venditori del giornale, da moltissimi anni responsabile della redazione di strada –, perchè per noi aveva sempre un pensiero affettuoso. Fu lui a inaugurare i nostri nuovi locali, dopo il primo trasloco, e fu sempre lui che volle essere con noi, per tutta la notte, su uno dei primi camper che Caritas Ambrosiana aveva attrezzato per l’assistenza ai senza dimora». Un’esperienza indimenLa raccolta di Scarp ticabile per operatori e utenIl cardinale Carlo Maria Martini riceve la raccolta ti del servizio. «Era il 2002 – dei numeri di Scarp del 1996 e del 1997 ricorda Antonio – e l’arciveda Antonio Mininni, tra i fondatori della redazione di strada del nostro mensile scovo volle stare con noi per tutta la notte, per vedere e di me con un sorriso dolce, come se vocercare di comprendere il fenomeno. lesse farsi in qualche modo carico di Sul camper mi fece sedere accanto a lui quello che era stata la mia situazione. e passò tutta la notte a guardare e a Non parlò tanto quella sera, ma i suoi chiedere spiegazioni. Quando seppe che sguardi e i cenni di intesa con gli operaanch’io avevo un passato da senza ditori valsero più di mille parole». mora, la sua espressione si fece grave; Il cardinal Martini fu anche tra i piegò leggermente la testa verso

12. scarp de’ tenis settembre 2012

Sentinella ai confini della città Il cardinale Carlo Maria Martini in occasione del numero 100 di Scarp, in qualità di socio onorario dell’associazione Amici di Scarp de’ Tenis fece un augurio al nostro giornale. Ne rileggiamo un brano con i nostri lettori.

Scarp de’ Tenis, nel suo nascosto ma ormai centenario percorso, si è dedicato a questo compito: non solo ha cercato di tendere la mano per offrire pane, rifugio e aiuto, ma ha provato a creare spazio a un’umanità che si esprime nel racconto di sé e nel profondo bisogno di uno scambio comunicativo e affettivo con gli altri. è importante che, in futuro, il giornale continui a svolgere un compito di sentinella sui confini dimenticati della città. è importante che richiami anche la chiesa alla profezia dell’ascolto, oltre che al dovere del soccorso. Perché è anche nello scambio di parole umane, ancorché piccole e povere, che si cementa la forza di una comunità coesa e solidale. da Scarp de’ tenis - aprile 2006

promotori di “Amici di Scarp de’ Tenis”, associazione nata per affiancare i senza dimora anche nel percorso di reinserimento sociale, oltre a quello lavorativo, compiuto col giornale. «Da tanto avevamo in animo di creare l’associazione – prosegue nei ri-


il ricordo

cordi Antonio –, per continuare a seguire le persone anche dopo i primi interventi d’emergenza, ma era difficile iniziare da soli. Proprio quella notte in camper raccontai l’idea al cardinale e lui ascoltò interessato, senza commentare. Due giorni dopo mi chiamò il direttore della Caritas, don Virginio Colmegna, per chiedermi quando sarebbe partità l’associazione. Due anni dopo l’idea era realtà e il cardinal Martini ne divenne presidente onorario. Era fatto così, un uomo di Parola, ma anche di fatti concreti. E così ci piace ricordarlo». Che i senza dimora fossero nel cuore del cardinal Martini lo confermano altri due ricordi di Antonio: «Per ben due volte nella messa del Giovedì santo – conclude – lavò i piedi a due venditori di Scarp, tra altre persone senza dimora. Un atto simbolico, che restituisce dignità e coraggio a chi è abituato a essere trattato come non-persona. Un ultimo episodio, che non dimenticherò mai, si svolse durante i saluti alla Caritas Ambrosiana, prima della partenza dell’arcivescovo, ormai uscente, da Milano. Nel ricordare l’importanza del lavoro di chi opera nella carità, ci regalò un’immagine bellissima: «Spesso – disse – la notte prima di dormire mi accosto alla finestra e, guardando fuori, penso a tutte le persone che non hanno letto e casa in cui rifugiarsi. A loro vanno la mia vicinanza e il mio affetto”. L’affetto di Scarp sarà sempre per lui».

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Farsi Prossimo Due immagini, eloquenti, che testimoniano la grande attenzione del cardinale Martini alle persone povere e in difficoltà. A sinistra insieme con il suo segretario e col vicedirettore della Caritas Ambrosiana, Luciano Gualzetti, in visita nelle terre umbre segnate dal sisma del 1997. A destra l’intervento al convegno diocesano Caritas del 1992 sul tema “Farsi Prossimo in parrocchia. La Caritas per il Vangelo della Carità”

Il saluto a Milano dalle pagine di Scarp

«Il magnanimo ospitante non teme il diverso» Prima di lasciare Milano come arcivescovo, Carlo Maria Martini scrisse un saluto alla città dalle pagine di Scarp de’ tenis, nel settembre 2002, riflettendo sulle contraddizioni dello scenario metropolitano. Pubblichiamo un brano di quell’editoriale. L'aspetto più evidente del disagio metropolitano è la frammentazione di un'identità della città, che si è divisa in tanti sotto-sistemi che aspirano, ciascuno, a regole particolari e diverse. La città rischia oggi di essere spersonalizzante. E tuttavia Milano non può, proprio nel nome della sua identità, perdere la propria vocazione all’apertura, perché proprio questa è iscritta in lei, cioè nella sua capacità di integrare il nuovo e il diverso. Spesso, quest’integrazione tra culture diverse porta con sé un carico di persone che rimangono ai margini. Ed è soprattutto ai deboli che va il nostro pensiero. È inutile illudersi: la storia insegna che quasi mai è stato il pane ad andare verso i poveri, ma i poveri ad andare dove c’è il pane. Ma questo non deve significare un’accezione passiva, subita e dissennata, né l'accoglimento solo di quell’ospite che sia simile a noi: il magnanimo ospitante non teme il diverso, perché è forte della propria identità. da Scarp de’ tenis - settembre 2002 settembre 2012 scarp de’ tenis

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L’orrore va davvero in archivio? di Francesco Chiavarini foto di Franco Guardascione Pietro Terlizzi ha il corpo cosparso di ustioni. A procurargliele sono stati i “compagni di stanza” dell’ex manicomio criminale di Aversa. Per motivi in corso di accertamento, i reclusi del reparto 8-bis dell’ospedale psichiatrico campano, la notte del 7 giugno lo hanno aggredito, picchiato e infine gli hanno dato fuoco, usando una bomboletta di gas. Dopo un mese, i medici del nosocomio San Sebastiano di Caserta, dove Terlizzi è stato ricoverato, non lo avevano ancora dimesso. Il 2 luglio, a Barcellona Pozzo di Gotto, provincia di Messina, un altro internato si è impiccato. Si chiamava Antonio San Filippo e aveva 47 anni. Secondo la norma, l’uomo era “dimissibile senza indugio”: sud a nord: Barcellona Pozzo di Gotto, doveva essere affidato a una comunità Aversa, Napoli, Montelupo Fiorentino, terapeutica. Da tre anni, invece, stava in Reggio Emilia, Castiglione delle Stivieuna cella, in attesa che i medici trovasre). Ospitano complessivamente 1.200 sero un luogo per curarlo. Dopo l’ultimo internati: persone che hanno commesrinvio, non ce l’ha fatta più. E ha deciso so un reato e alle quali è stata diagnostidi uscire nell’unico modo che gli era cata una grave patologia psichiatrica. possibile. Un compagno l’ha trovato In realtà il campionario di reati e casi con un lenzuolo intorno al collo, ormai è vastissimo. Condividono gli stessi spasenza vita, alle 3.45 di notte. zi il marito che ha sterminato la famiglia in un raptus di follia e chi vent’anni fa si Prorogati a vita è spogliato sulla piazza della chiesa. O Dopo anni di dibattiti, finalmente una magari uno come Dedé, che per aver legge stabilisce una data per la chiusura chiesto l’elemosina sulla tomba di papa degli Opg (Ospedali psichiatrici giudiGiovanni Paolo II e aver opposto resiziari): il 31 marzo 2013. Ma a pochi mesi stenza alle guardie, si è fatto due anni di distanza, mancano ancora le struttuall’Opg di Aversa. In generale, sono mare alternative capaci di ospitare i pazienlati che la legge continua a ritenere peti-detenuti che verranno dimessi. Così ricolosi, ma spesso restano dentro anin questi luoghi d’“estremo orrore”, coche quando la pericolosità sociale è cesme li ha definiti il presidente della resata da anni, perché fuori i dipartimenti pubblica, Giorgio Napolitano, continuadi salute mentale non riescono a predino a essere richiusi (e a volte a morire) sporre percorsi d’inserimento sociale malati di mente che potrebbero stare per mancanza di personale e servizi. In fuori, se solo ci fossero psichiatri, inferquesti casi il magistrato di sorveglianza mieri ed educatori in grado di prenderproroga la cosiddetta “misura di sicurezsene cura. In Italia gli Opg sono sei (da

14. scarp de’ tenis settembre 2012


l’inchiesta

I sei Ospedali psichiatrico-giudiziari attivi in Italia ospitano (sovente in condizioni subumane) oltre mille malati mentali che hanno commesso reati. Molti sono “dimissibili” e detenuti ben oltre il fine-pena. Gli Opg devono chiudere entro il 31 marzo. Ma si teme il semplice maquillage…

Sei strutture per 1.200 pazienti 6 gli Ospedali psichiatrici giudiziari ancora in attività in Italia

1.200 gli internati: persone affette da patologie psichiche che hanno commesso un reato 40% la percentuale dei malati che dovrebbero uscire dagli Opg per seguire percorsi di reinserimento sociale dopo il 31 marzo 2013

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L’orrore va davvero in archivio? za”. Una, due, tre volte. Chi entra in questo meccanismo, può finire intrappolato per la vita. Come fosse condannato a una sorta di “fine pena mai”, una sentenza di ergastolo scritta dal giudice con l’inchiostro simpatico, e per questo detto “bianco”.

Fondi già stanziati Nel 2010 una commissione parlamentare d’inchiesta, presieduta dall’onorevole Ignazio Marino, ha denunciato le condizioni di estremo degrado in cui vertono quasi tutti gli Opg del nostro paese. A parte qualche eccezione (Castiglione delle Stiviere, struttura a carattere totalmente sanitario, e Secondigliano, unico Opg dentro un carcere), negli altri casi si tratta degli ex manicomi criminali costruiti durante il fascismo e mai più ammodernati. Edifici vecchi e sovraffollati, dove si sta in otto in celle da quattro. Ambienti sporchi, con servizi igienici a vista. Prigioni, più che luoghi di cura, in cui “la somministrazione di farmaci è una forma di contenzione diffusa”, come ha certificato la commissione. E quando a placare l’ira non bastano le medicine, si può finire ammanettati mani e piedi a un letto. Insomma, luoghi «inconcepibili in qualsiasi paese appena civile», per citare ancora

il presidente Napolitano. Proprio i risultati shock delle visite a sorpresa negli Opg, condotte dai parlamentari, hanno portato il 17 febbraio 2012 ad approvare la legge che stabilisce il definitivo superamento di tali strutture entro il 31 marzo 2013. Da quel momento in poi, secondo quanto scritto nella norma, i pazienti internati negli Ospedali psichiatrici giudiziari che possono essere reinseriti nella società (si calcola il 40% del totale) dovranno essere presi in carico dai dipartimenti di salute mentale delle aziende sanitarie locali e accolti in strutture territoriali (comunità terapeutiche, residenze a bassa, media o alta protezione, appartamenti autogestiti). Quelli con pericolosità sociale tale da giustificare la detenzione andranno invece ospitati e curati “esclusivamente all’interno di strutture sanitarie”. La legge stanzia anche i fondi: 120 milioni nel 2012 e 60 nel 2013 per la realizzazione di nuove strutture, altri 28 milioni nel 2012 e 55 all’anno dal 2013 per la gestione. Inoltre, una bozza del decreto attuativo, definita ai primi di giugno, definisce “le caratteristiche, le dimensioni e gli standard di sicurezza delle nuove strutture per i malati mentali che hanno commesso un reato, ritenuti socialmente pericolosi”.

Intervista al ministro

Balduzzi: «Strada irreversibile, avremo fondi per nuove strutture» Renato Balduzzi, ministro della salute. C’è una data prevista dalla legge, il 31 marzo 2013, per chiudere gli Opg: sarà rispettata? Sì, è la volta buona. Lo dico senza esitazioni: la strada intrapresa è irreversibile. La vergogna degli Opg ce la portiamo dietro da troppo tempo, e la scelta compiuta dal nostro paese ha compiuto è restituire a persone malate, senza ripensamenti, la dignità di cui sono stati private finora. Certo, l’attuazione della legge non è un processo semplice, ma c’è l’impegno perché il termine fissato venga rispettato. Ripeto: indietro non si torna. Nel decreto “svuotacarceri” erano stanziati anche i fondi per il superamento degli Opg. In tempi di spending review, sarà economicamente sostenibile il sistema alternativo? Sia la realizzazione (o la riconversione) delle strutture, sia i loro primi oneri di gestione sono già stati finanziati. La spending review punta a razionalizzare i costi, non a tagliarli indiscriminatamente. Così come, dopo la riconversione del decreto sulla revisione della spesa, nessun servizio ai cittadini sarà tagliato, allo stesso modo le nuove strutture che accoglieranno chi lascerà gli Opg saranno messe in grado di funzionare. Varrà anche per le regioni con i bilanci più “sofferenti”: non ci saranno strutture di serie A e di serie B. La campagna “StopOpg” paventa il rischio di tante piccole strutture, che dei vecchi Opg continueranno a condividere natura e approccio.... Sta a noi sventare il pericolo, se c’è. La cura che metteremo nell’elaborare i progetti educativi farà la differenza. Il ruolo del terzo settore sarà decisivo.

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Il dettaglio della capienza Nonostante i passi concreti compiuti dalle istituzioni verso il superamento degli Opg, il futuro degli internati è però tutt’altro che certo. È quasi scontato, infatti, che il 31 marzo non potranno essere dimessi tutti i pazienti. Sarebbe già un miracolo se per quella data le Asl, cui la bozza del decreto attuativo affida il compito di realizzare e gestire le nuove realtà residenziali, riuscissero ad avviare gli interventi, dal momento che le regioni difficilmente potranno spendere i soldi stanziati dal governo prima di due, tre anni. Ma non è il rispetto della data ad allarmare le associazioni di volontariato e le cooperative sociali che operano a favore dei detenuti negli Opg e che da anni spingono per arrivare a questo risultato. Le preoccupazioni riguardano anche la natura delle nuove strutture. C’è un dettaglio che insospettisce: la loro dimensione. Nella bozza di decreto attuativo si indica una capienza massima di 20 posti letto. Troppi, per comunità terapeutiche che normalmente non superano i sei-dieci ospiti. I sostenitori della campagna “StopOpg” (alla quale hanno aderito molte sigle) paventano il rischio che spuntino in ogni regione tanti mini-Opg, che dei vecchi ospedalicarcere continuerebbero a condividere metodi e pratiche. Un esito modesto e insoddisfacente, insomma, rispetto alle denunce autorevoli e ai pronunciamenti delle più alte cariche dello stato. Qualcuno arriva anche a sospettare che sia in corso un’operazione gattopardesca. Infatti nulla vieta che le nuove comunità sorgano dentro gli stessi Opg, trasformati con un semplice intervento di maquillage, per rispettare almeno formalmente la legge. O che, invece, vengano realizzati reparti all’interno delle carceri. Resta, inoltre, l’incognita sugli internati dimissibili, affidati a dipartimenti di salute mentale. Negli ultimi anni le regioni, a corto di finanziamenti, hanno tagliato i servizi sanitari territoriali, chiudendo comunità terapeutiche, non sostituendo psichiatri, infermieri ed educatori andati in pensione. E soprattutto le regioni obbligate dal ministero della salute ai piani di rientro non potranno certo permettersi investimenti in un ambito, la salute mentale, non certo popolare. Insomma, pare proprio che il 31 marzo non sarà un traguardo. Ma il punto di partenza della lunga marcia per voltare definitivamente pagina.

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l’inchiesta

IL REPORTAGE Le dure, eloquentissime immagini di queste pagine sono tratte da un fotoreportage che il fotografo toscano Franco Guardascione ha realizzato visitando tutti i sei Opg attivi in Italia, per documentare la durezza delle condizioni di vita e il rischio, che vi si corre, di violazione dei diritti e della dignitĂ  degli internati


L’orrore va davvero in archivio?

«Ne sono uscito, questione di fiducia» Francesco Paolo, dieci anni in Opg. «Più lavoravo su di me, più mi deprimevo. Al magistrato dissi: “Sono compensato”. Lei mi ha studiato, e mi ha creduto» di Stefania Culurgioni Dice il suo nome senza paura. «Mi chiamo Francesco Paolo Bisanti». E dice anche di essere fortunato, uno dei pochi, un caso quasi miracoloso. «Ho trovato un magistrato di sorveglianza coraggioso che mi ha concesso di uscire dall’Opg. Ha avuto fiducia in me – confessa – e io ho ripagato quella fiducia». Una rarità, Francesco Paolo: di solito infatti la sorte di chi è malato e commette un reato a causa della sua malattia psichiatrica è una sola. Restare internato a vita. E non perché non abbia la speranza di guarire, ma perché fuori non esistono strutture che lo possano accogliere e accompagnare, così il giudice si vede costretto a farlo restare “dentro” e prorogare di continuo l’ordine di internamento. Con Francesco parliamo al telefono. Abita a Barcellona Pozzo di Gotto, ma non nell'Opg della città. Dentro quelle mura ci ha dormito per dieci anni, internato come tutti gli altri “ospiti” a causa di un reato penale che ha commesso e di cui preferisce non raccontare. La sua testa non funzionava bene, produceva distorsioni della realtà, pensieri sbagliati, finché è arrivato il reato. «Oggi ho 52 anni e la mia vicenda risale a 12 anni fa – racconta –. Allora vivevo a Palermo, avevo una compagna e tre figli. Ho commesso un reato gravissimo. Sono finito prima in carcene gli ha concesso di lavorare all’esterre, all'Ucciardone, ci sono rimasto un no, tornando però a dormire nell’Opg. anno poi i giudici hanno stabilito che al «Sembrerà poco, ma questa è stata la momento del fatto non ero in grado di molla che ha fatto scattare in me il deintendere e di volere, così sono finito siderio di reinserirmi nella società. Fino nell’Opg di Barcellona Pozzo di Gotto». a quando rimanevo dentro, per me la vita non aveva alcun senso. L’unica cosa che mantenevo era la mia pulizia Sempre imbottito di farmaci personale, per il resto non avevo nes«Fino al 2004 ho sempre vissuto nelsun interesse. Il fatto di essere stato inl’Opg accettando le medicine – contiserito in un progetto esterno ha camnua – ed era tremendo. Più lavoravo su biato qualcosa, una lucina di speranza di me, più entravo in depressione persi è accesa». ché prendevo coscienza di aver fatto Il passo successivo è stata la semiliqualcosa di orribile; avevo una bellissibertà, poi è arrivato il momento in cui ma famiglia e l’avevo distrutta da solo, si è presentato davanti ai giudici e ha il mio morale era a terra». Poi la direzio-

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chiesto la revoca anticipata del suo internamento in Opg. «Io ci credevo – spiega –, sentivo di aver compensato bene tutte le mie facoltà mentali, di aver cominciato a ragionare bene. Sono stato fortunato: il giudice di sorveglianza ha studiato la mia pratica, ha vagliato tutto il percorso che ho fatto nella struttura, il mio passato, i miei buoni propositi, le relazioni scritte degli psichiatri e degli operatori e alla fine si è assunto la responsabilità di concedermi quella revoca. Lo ricordo ancora. Facendomi gli auguri mi ha detto: “Bisanti, non mi commetta scherzi”. E io gli ho risposto: “Dottoressa, non succederà nulla perché ormai io sono una persona compensata”».

Liberiamo tutti Per lui si è aperta una vita nuova. Ha scritto anche una piccola autobiografia, di recente lo hanno invitato a un convegno per raccontare la sua storia nell’ambito della riflessione sulla chiusura degli Opg. «Posso dire che mi sono del tutto reinserito – racconta Bisanti, che è ritornato a fare il cuoco e da due anni ha una nuova compagna di vita –. Ringrazio chi mi ha aiutato e mi ha dato fiducia. Solo una cosa mi dà fastidio: non vorrei restare una mosca bianca in un mondo, quello degli ospedali psichiatrico giudiziari, in cui tante persone avrebbero bisogno di un’opportunità come quella che ho avuto io, quando quel magistrato coraggioso mi diede fiducia e mi restituì la libertà».

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l’inchiesta

Ergastolo bianco A causa della mancanza di servizi e strutture adeguati, la misura di sicurezza non serve a riabilitare i malati ma a tenerli sotto chiave, separati dalla societĂ , a volte per la vita

Misura di sicurezza Provvedimento adottato per risocializzare il condannato socialmente pericoloso. Si aggiunge alla pena e la sostituisce nel caso il soggetto sia ritenuto non in grado di intendere e volere, quindi non punibile o non imputabile. Rinnovata ogni sei mesi, su valutazione del magistrato settembre 2012 scarp de’ tenis

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L’orrore va davvero in archivio?

Le alternative all’Opg non solo esistono: funzionano bene

Padre Pippo e Le Querce vivere fuori è possibile di Stefania Culurgioni Bisogna imparare che la notte si dorme, che di giorno si lavora, che ci sono degli orari e delle regole, qualcuna scritta, qualcun’altra no. Che ci si deve prendere cura del proprio corpo e della propria salute, della pulizia personale, dell’alimentazione, e anche dei rapporti con chi sta intorno. Insomma, bisogna imparare di nuovo le basi, mettere ordine partendo dalle cose più scontate e apparentemente banali, dai piccoli gesti che compongono una giornata. È indispensabile, se si vuole guarire e ricominciare una vita normale. Nicola Barbera è il coordinatore della struttura residenziale psichiatrica Le Querce, fondata dieci anni fa dalla Caritas di Firenze insieme alla regione Toscana. Il manda tutto all’aria. Le Querce nasceva progetto era ambizioso e soprattutto incon l’obiettivo di aiutare chi aveva già novativo: creare una residenza per pacommesso un reato a traghettare dalzienti con gravi problemi psichici, che l’Opg alla società esterna, verso la libertà. avevano compiuto reati e che per questo Un ponte, insomma, un passaggio, un erano stati sottoposti a restrizioni giudimomento transitorio, dal dentro al fuori, ziarie. La malattia mentale infatti porta in una terra di mezzo dove recuperare disordine, provoca disorganizzazione, forze e lucidità.

Oggi a Le Querce, che si trova nella canonica della chiesa di S. Pietro a Sollicciano di Firenze, ci sono dieci ospiti che vivono in cinque stanze, ciascuna con un proprio bagno. Ognuno di loro ha un piano terapeutico individualizzato ed è seguito da uno psichiatra, uno psicologo, un educatore e due operatori con cui fa colloqui una volta alla settimana. In dieci anni, dalla struttura sono passate 63 persone che hanno ottenuto risultati clinici molto soddisfacenti. La maggior parte era affetta da grave disturbo della personalità, schizofrenia, bipolarismo. Tra questi, quasi maggioritario l’uso di sostanze stupefacenti o di dipendenza da alcol, solo tre quelli affetti da


l’inchiesta

depressione. Quanto ai reati commessi, invece, i più avevano fatto resistenza a pubblico ufficiale, danneggiamento, incendio doloso, spaccio, estorsione ma anche tentata rapina e tentato omicidio, furto e lesioni. Persone “scomode” e difficili da prendere in carico. Ma non impossibili da recuperare.

Famigliari, i più smarriti A Barcellona Pozzo di Gotto, provincia di Messina, don Giuseppe Insana (per tutti padre Pippo) i pazienti degli Opg ha finito, per esempio, per ospitarli direttamente a casa sua. Lo fa da 26 anni: nella sua canonica accoglie gli ex internati (e gli internati che escono in permesso) di uno degli Opg più vecchi e malmessi del nostro paese. A tempo debito, padre Pippo chiama anche i familiari e tenta di risanare i rapporti, spesso rotti da aggressioni, segnati da violenze e ferite profonde. «I congiunti e i parenti sono quelli che hanno più sofferto. Spesso sono loro che hanno denunciato gli internati alle autorità. Loro, i più spaventati. Quando vengono da me, capiscono che hanno di fronte persone diverse», racconta. È il primo passo verso la fine dell’incubo. Spesso, dopo questi incontri, gli internati vengono affidati ai dipartimenti di salute mentale dei territori da cui provengono. Sono accolti in comunità terapeutiche e seguiti da psichiatri e infermieri. «Ma negli Opg italiani la situazione è indecente, insostenibile – attacca il religioso siciliano –: lo dice anche l’istituzione pubblica, la commissione parlamentare d’inchiesta sull’efficienza e l’efficacia del servizio sanitario nazionale che da anni fa visite a sorpresa in queste strutture. Negli Opg si entra per un minimo di due anni ma si resta anche per tutta la vita, a causa del sistema di proroghe della misura di sicurezza, che viene gestito dal magistrato di sorveglianza. Insomma, in un Opg ci si può pure morire». Ma i problemi non sono solo questi. «C’è carenza di personale, per cui i ricoverati restano abbandonati a sé stessi, nelle celle, nelle stanze, dove hanno timore che gli altri rubino il poco che hanno e non si muovono mai, stanno sempre a letto – svela padre Pippo –. Per una persona inferma di mente, il fatto di stare sempre a letto, di essere abbandonata a se stessa diventa terribile, aggrava la

Progetti in Campania

Un Ponte verso la “normalità”, le verdure nel salotto di città Prima dello stato, è arrivata la società civile. Che i malati di mente autori di reati possono vivere fuori dagli ospedali psichiatrici giudiziari, da tempo lo va dicendo e dimostrando nei fatti, con progetti ed esperienze, uno sparuto drappello di preti, educatori, volontari. Operatori che con tenacia e coraggio si sono conquistati prima la stima, poi la fiducia dei rappresentanti più illuminati delle istituzioni. I loro interventi, le loro storie controcorrente hanno anticipato quello che poi anche la legge ha riconosciuto. Nel 2005, a pochi metri dalle mura dell’ospedale psichiatrico giudiziario di Aversa, ha aperto (anche grazie ai fondi otto per mille) il centro diurno “Il Ponte”. Ogni giorno, sei giorni alla settimana, gli internati “dimissibili” escono e trascorrono “fuori” 6-7 ore. Fanno la spesa, cucinano, apparecchiano. Compiono gli atti quotidiani che richiusi in cella non possono fare. Passano le ore insieme a persone che li stanno ad ascoltare, li incoraggiano, danno loro fiducia. Il “Ponte” non è un nome scelto a caso. Un terzo delle persone che hanno frequentato il centro sono poi riuscite a continuare il loro inserimento in comunità, residenze assistite o appartamenti protetti del territorio d’origine. «Ebbene sì, attraverso “Il Ponte” c’è chi ha ritrovato la strada per tornare a casa», commenta Francesco Iannucci, presidente dell’associazione Centro animazione missionaria, che gestisce il progetto. Nell’Opg di Napoli, che sorge all’interno del carcere di Secondigliano, gli operatori della cooperativa “Fuori di zucca” insegnano invece a coltivare l’orto. Pomodori, zucchine, peperoncini verdi, zucche. Periodicamente gli internati escono e con gli operatori, gli infermieri, gli educatori vendono gli ortaggi al mercato. Pasquale Guadino racconta che una volta hanno montato una bancarella anche sotto la galleria Umberto, in pieno centro a Napoli, tra un sacco di folla: «Nessuno è scappato o ha dato di matto. Ed erano le stesse persone che, prima di avviare l’attività, non uscivano nemmeno dalle proprie celle».

patologia. Non c’è nessuna attività socializzante e riabilitativa, la carenza di risorse porta a volte anche alla mancanza di psicofarmaci, ma anche al fatto che il barbiere passa una volta alla settimana, lasciandoli barboni». E ancora: «La carenza di risorse economiche fa sì che in una cella di sei-sette ricoverati ci siano solo due sgabelli, per cui gli stessi detenuti mangiano nel letto, spesso con la testa piegata perché sono letti a castello».

Una casa in mezzo al paese Questo parroco siciliano un’alternativa in realtà l’ha creata. Da solo. Da più di vent’anni, con il permesso della magistratura di sorveglianza, accoglie soggetti in licenza finale o con la libertà vigilata. Di tutti i ceti sociali: analfabeti, laureati, imprenditori, giovani o anziani, con qualsiasi tipo di reato alle spalle. Tutti loro sono accolti senza pregiudizio né differenze nel pieno centro di Barcellona

Pozzo di Gotto. Sperimentano un clima di famiglia, sono ben accetti dal territorio, frequentano il bar vicino, il tabacchino, il barbiere, la comunità parrocchiale. E sono ben visti anche dai vicini di casa. E rispettati, a differenza dell’inizio, quando invece c’era tanto timore. «Queste persone stanno da noi per un tempo limitato. Nel frattempo – continua don Insana – noi contattiamo i dipartimenti di salute mentale del loro territorio di origine e tentiamo di capire in che modo possiamo farli accogliere dalle comunità psichiatriche, o dalla stessa famiglia». Ci sono tante storie che finiscono bene, persone che tornano lucide e autonome. È anche questo il motivo per cui don Pippo vuole costruire un edificio adiancente alla sua canonica, da riservare a tutti coloro che, usciti da un Opg, non riescono più a tornare a casa. Persone che restano in Sicilia, ma nati per la seconda volta: autonomi e “normali”.

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Denuncia di una commissione del Senato, rilanciata da Caritas

Carceri e Cie, la tortura tra noi di Francesco Chiavarini Le carceri italiane, ma anche i centri d’identificazione e espulsione, sono luoghi di tortura. Per superarli e creare nel nostro paese un sistema penitenziario (e di regolamentazione dell’immigrazione clandestina) più civile servirebbe riconoscere che la tortura è un reato perseguibile penalmente. La denuncia e la proposta provengono da una fonte autorevolissima, la Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani del Senato, presieduta dal senatore Pietro Marcenaro. Una presa di posizione da parte delle istituzioni è auspicata anche da Caritas Ambrosiana, che per sostenerla ha scelto all’inizio di luglio di far sentire la propria voce, nel corso di un affolDai dati del Dipartimento dell’amlato convegno cui hanno partecipato ministrazione penitenziaria aggiornati anche l’associazione Antigone e l’Assoal 29 febbraio 2012, si evince che i deteciazione studi giuridici, due sigle impenuti in Italia sono 66.632, mentre la cagnate da tempo sul fronte dei diritti dei pienza regolamentare dei 206 istituti di carcerati.

pena è di 45.742 posti. Secondo il Rapporto della commissione, «il sovraffollamento costituisce l’elemento centrale di un disagio umano, psicologico. Le conseguenze del sovraffollamento si ripercuotono sul piano sanitario, sulla socialità interna, sulle attività lavorative e via dicendo». Per questa ragione, sottolinea in aggiunta il documento della Commissione del Senato, «il Comitato europeo per la prevenzione della tortura che opera presso il Consiglio d’Europa e che utilizza il parametro della Corte europea

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l’inchiesta dei diritti umani», stabilisce che «ogni detenuto deve avere a disposizione quattro metri quadrati in cella multipla e sette metri quadrati in cella singola, mentre se si ha a disposizione meno di tre metri quadrati, si è in presenza di tortura». «Come denunciato dalla Commissione straordinaria per la tutela e la promozioni dei diritti umani del Senato – dice il direttore di Caritas Ambrosiana, don Roberto Davanzo –, le condizioni di sovraffollamento di alcuni penitenziari italiani configurano questi luoghi di reclusione come luoghi di tortura. Insomma, questa non è una battaglia per addetti ai lavori, ma un’affermazione di civiltà. Occorre chiedere che l’Italia introduca nel proprio ordinamento un reato specifico, peraltro già previsto dalla Costituzione. Sono diverse le proposte di legge già depositate e mi auguro che il mondo della politica trovi il tempo, entro la fine della legislatura, di compiere anche questo decisivo passo verso un sistema di reclusione più rispettoso della dignità umana».

Trattenuti senza reato Particolarmente gravi sono anche le condizioni nei centri d’identificazione ed espulsione. In particolare Caritas Ambrosiana punta il dito sulla situazione del centro di via Corelli di Milano, dove dal 2004 una équipe di suoi operatori entra regolarmente per portare assistenza legale e socio-educativa ai trattenuti. «In questi centri vi sono recluse anche persone che non hanno commesso alcun reato se non quello di essere prive del permesso di soggiorno – sottolinea don Davanzo –. Un reato amministrativo che viene pagato con una reclusione a volte peggiore che nelle carceri, perché vissuta nella più totale inedia, in giornate vuote senza senso, senza spesso capire per quali ragioni si è finiti in quel luogo, e come e quando si potrà uscirne». Nel 2011, l’équipe ha incontrato al centro Corelli 188 persone (tra cui 35 transessuali). Tra costoro, 40 avevano un permesso di soggiorno. Più della metà non sono riusciti a rinnovarlo perchè, licenziati, non hanno trovato un altro posto di lavoro, o lo hanno trovato ma in nero. Ben 49 dichiarano di non aver subito condanne in Italia. Le sbarre del Cie dividono famiglie: 14 tratte-

Dignità calpestata Carceri sovraffollate, dunque inumane. Ma sono durissime anche le condizioni di vita cui è costretto chi è rinchiuso nei Centri di identificazione ed espulsione, spesso solo a causa della mancanza di documenti validi. Situazioni di detenzione e trattenimento non conformi alla nostra Costituzione

nuti in via Corelli hanno figli immigrati in Italia o nati nel nostro paese, minori separati da un genitore per un documento scaduto, falso, o mai avuto.

“Uscire” attraverso il suicidio Il rapporto individua diverse categorie di trattenuti nei Cie: chi è sempre stato irregolare e ha scelto la condizione di irregolarità per continuare a svolgere le attività criminali di cui era protagonista nel paese di origine; gli stranieri divenuti irregolari dopo essere stati espulsi dal mercato del lavoro; giovani che hanno abbandonato da minorenni le famiglie d’origine e non si sono più regolarizzati; vittime di truffa, abbindolate con la promessa di false sanatorie e regolarizzazioni, che si sono ritrovate con un pugno di mosche in mano anche dopo avere sborsato ingenti cifre. «Chi ha perso la regolarità per motivi fortuiti si vede equiparato a chi è dedito ad attività illegali», si legge nel rapporto. Proprio questa omologazione

«alimenta il forte senso di ingiustizia e spinge le persone trattenute ad avviare iniziative anche illegali pur di uscire o comunque a perpetuarle, per chi è già nel circuito». Viene evidenziata anche la totale discrezionalità del trattenimento: «Alcune persone riferiscono di essere state fermate mentre erano insieme ad altri e che per alcuni di loro è stato disposto il trattenimento, per altri è stato dato l’ordine del questore di lasciare l’Italia entro cinque giorni, altri sono stati ignorati». Una situazione molto dura è quella delle persone transessuali, a cui è stato riservato un reparto separato. «Apparentemente è un reparto vivace, chiassoso. Tuttavia le loro storie sono drammatiche, profondamente attraversate da violenza e malattia. I rimpatri rappresentano non solo il fallimento di un progetto migratorio, ma anche della sola possibilità di vita che ritenevano di avere. Per questo in alcuni casi hanno preferito “uscire da Corelli” attraverso il suicidio»... La mancanza assoluta di attività e di informazioni sulla situazione personale di ogni trattenuto, l’incertezza sul momento in cui si uscirà per essere rimpatriati (il preavviso spesso avviene la mattina stessa dell’imbarco) fanno del Cie luogo che «annichilisce e aliena, dunque non conforme al rispetto dei diritti umani».

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Uomini da difendere, Tutto qua... Un disco di Fabio Concato, dopo undici anni: «Voglio fare il volontario» di Daniela Palumbo Certe volte è un bene che ritornino. Fabio Concato l’ha fatto dopo undici anni. Il suo ultimo album di inediti, prima del silenzio, è stato Ballando con Chet Baker. Adesso che ha quasi 60 anni ha inciso Tutto Qua, un disco “stile Concato”. Senza rocambolesche (quanto dubbie) rivoluzioni, il cantautore ci restituisce quello che ci era mancato della sua musica e del suo modo di raccontare la quotidianità: canzoni che, in maniera leggera, distrattamente, sfiorano la poesia. Nella musica di Concato si ritrovano nostalgie, ricordi, speranze, rivelazioni e confessioni appena delineate, lampi d’allegria contagiosa e momenti di grande tenerezza, simili a foto: illustrazioni e annotazioni, in un diario della memoria che è sempre riuscito a fare breccia nell’immaginario e nella sensibilità del pubblico. Cresciuto tra artisti Fabio Concato nasce a Milano il 31 maggio 1953: la madre è giornalista e poetessa, il padre chitarrista e autore di musica jazz, un’ispirazione musicale a cui l’artista Concato è rimasto profondamente legato

Atteso da un decennio In alto, la copertina di Tutto Qua, ovvero il ritorno di Fabio Concato, ben undici anni dopo il suo ultimo disco. A destra, una bella immagine del cantante www.fabioconcato.it

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Concato, perché tanto silenzio? A un certo punto non ne potevo più. Mi ero disamorato del mondo della discografia, di certi meccanismi di mercato. Mi sembrava che le cose che scrivevo e la mia musica non interessassero più a nessuno, men che meno ai miei discografici, attenti solo ai conti. Sapevo che il pubblico che mi seguiva era diverso e andavo avanti. Ma a un certo punto è subentrato il blocco, un po’ come quello dello scrittore. Non riuscivo più a fare qualcosa che mi rendesse soddisfatto del lavoro. Intanto si ammalò mia moglie... avevo altro per la testa. Ho sempre messo Fabio al primo posto, dopo Concato. La dimensione umana è stata più forte, e quando ho capito che dovevo smettere di fare album per stare bene, ho mantenuto il rapporto con il pubblico grazie alla musica dal vivo, in piazze e teatri. Sono esperienze molto più gratificanti. Comunque non ho mai smesso di fare musica: fin da piccolo suono almeno quattro ore al giorno. Non potrei smettere, è come respirare. Quanto è cambiato in questi anni? Confesso che non mi sento affatto cambiato. Certe volte vorrei essere diverso, vivere senza farmi coinvolgere da quello che succede agli altri, vicini o lontani che siano. Ma poi non riesco. È il mio

modo di essere, di guardare al mondo... Non è una ricchezza essere capace di sentire vicino ciò che accade lontano? Sì, per me lo è. Lo considero un valore. È come guardi a ciò che accade intorno a te che ci rende diversi gli uni dagli altri. Oggi è arrivato il momento di rendere più concreto questo ascolto, di dargli fiducia, di dargli uno sbocco. Renderlo più concreto, come? Voglio fare volontariato. Mi sembra la cosa più incisiva che una persona di buon senso possa fare in questo momento storico, non si può solo constatare che le cose non vanno. Devo agire. Sono in fase di ricerca per capire a cosa dedicarmi, ma terminerà presto. Semplicemente ho bisogno di restituire, di fare qualcosa per gli altri, materialmente, concretamente. Ho già fatto volontariato ma sono passati anni, è il momento di tornare a farlo, di agire sul campo. E Tutto qua ha a che vedere con questa consapevolezza? Io passo spesso davanti all’Opera San Francesco, a Milano, e lì, come in pochi altri posti, hai la misura di dove siamo arrivati. A livelli terrificanti. Sempre più famiglie, sempre più italiani, sempre


l’intervista che ci sta a cuore. Ma c’è modo e modo di farlo. Credo che anche nelle canzoni più “impegnate” dell’album ci sia uno stile personale. Quello di sempre. Io a un certo punto fra l’altro ho rivalutato le canzonette e trovo che abbiano una valenza sociale, me lo hanno fatto capire le persone. Quando parlo con il mio pubblico mi dicono che le mie canzoni le ascoltano quando hanno bisogno di mettere da parte le situazioni pesanti della vita e cercano un po’ di leggerezza, di allegria, di pensieri positivi. In fondo, tutto questo si chiama speranza. Insomma, Una domenica bestiale la rifarei tale e quale.

Trent’anni (e più) di grandi successi

più bambini che cercano un piatto in mensa. Non è più “solo” l’emergenza degli immigrati. Ormai la povertà è arrivata nelle case, le spopola, le rende vuote perché gli uomini perdono il lavoro dalla sera alla mattina. E ci sembra tutto normale. Ma non lo è. In Tutto qua semplicemente dico che c’è un’umanità da difendere, e che ce l’abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni. Ma certe volte sembra che non ce ne accorgiamo. Spesso, per dirla con Gaber, mi sembra di vivere in un mondo dove facciamo finta di essere sani. Dice di non essere cambiato, eppure l’aspetto sociale non era preponderante nelle sue canzoni... A quasi 60 anni ci si prende la libertà di liberare anche le cose più dure, più profonde, di dire fino in fondo quello

La discografica di Concato inizia nel 1977 con l’album Storie di sempre. L’anno successivo è la volta di Svendita totale, poi nel 1979 Zio Tom, album a cui collabora uno dei più bravi armonicisti al mondo, Thoots Thielemans. Trascorrono tre anni, poi pubblica un album intitolato Fabio Concato, con il quale arriva il grande successo con brani come Domenica bestiale, Guido piano, Rosalina, Sexy Tango, Ti ricordo ancora e Fiore di maggio. Nel 1988 Concato pubblica il singolo 051/222525, i cui proventi sono destinati al Telefono Azzurro, minacciato di chiusura. Seguono altri grandi successi e persino una canzone per lo Zecchino d’Oro. Nel 1992 scrive Canzone di Laura insieme a Pino Daniele. Nel 2001 esce l’ultimo album di inediti Ballando con Chet Baker, dove è contenuto il brano Ciao Ninì, presentato al Festival di Sanremo. Nel 2007 di nuovo a Sanremo: Oltre il giardino parla dell’espulsione dal lavoro dei cinquantenni.

Ha dedicato una canzone all’eccidio nazista con Sant’Anna di Stazzema. Tutt’altro che canzonette, fra l’altro uno dei testi più poetici dell’album... Quella è una storia che va conservata. È la nostra memoria. La memoria è il tema che mi sta più a cuore. Facciamo sempre più fatica a ricordare. Gli avvenimenti del passato si sbriciolano sotto il peso del nostro modo di vivere: usa e getta. Ma così se ne va anche la nostra identità. Oggi l’identità la costruiscono il telefonino, l’iPad, quante case hai, quanti vestiti nuovi compri... Il mercato è diventato la nostra religione. Album autoprodotto. Perché? I soldi sono finiti anche in questo mondo dorato. Quando sono andato dai discografici a presentare il nuovo album, mi hanno detto: Fabio è un progetto bellissimo, ma non ci possiamo investire. Oggi il mondo discografico italiano è oggettivamente in crisi. Sono sempre meno quelli che riescono a viverci, non è più come una volta. Stazione Nord, bella storia d’amore. Scrivendola pensava anche ad altro? Pensavo alle 127 donne uccise lo scorso anno. Un amore dovrebbe essere una bella storia, finché dura. Poi, se finisce, ci sono sofferenza, ansia, frustrazione. Ma con il tempo uno ricomincia. Normale, no? Ma adesso no, adesso non si accetta che si possa soffrire, che si possa essere lasciati. Oggi vale la legge del taglione: se non sei mia non sarai di nessun altro. Ma che mondo è? C’è qualcosa che non torna in questa ossessione del benessere: in nome di noi stessi, arriviamo a cancellare tutto.

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milano I CONTRATTI DI QUARTIERE: MAZZINI Dopo gli interventi edilizi, bisogna rafforzare le reti sociali

Passato operaio, presente da riscrivere Como Giromobili, non basta aver trovato una casa... Torino Tutti al Cecchi Point, socialità che si fa impresa Genova Murga, tamburi di strada contro le ingiustizie Vicenza Le nostre storie narrate su un palco di emozioni Firenze Deriva di Vincenzo, “bruciato” dalla cocaina Modena Primo ricostruire, ma col cemento della legalità Rimini Emilio e Giorgio, eroi, Anzi, promotori di giustizia Napoli Un premio “sociale”, il senso del “per sempre” Salerno Salute e benessere, un affare di famiglia Catania Nuovo direttore Caritas: «Formarsi, per aiutare»

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servizi di Simona Brambilla Dopo un anno di stop, finalmente il Laboratorio di quartiere Mazzini ha riaperto. Il Laboratorio è stato pensato come luogo della partecipazione e del coinvolgimento del territorio, al fine di sviluppare il Piano di accompagnamento sociale previsto dai Contratti di quartiere che sono stati attuati dal 2005 al 2011 e che sono consistiti in una serie di interventi integrati, finalizzati a realizzare la riqualificazione dei quartieri popolari. In sette anni, da quando la seconda fase dei contratti di quartiere ha preso avvio, che cosa è cambiato al Mazzini? Quali problemi sono stati affrontati? Quali invece persistono? Soprattutto: qual è il vero volto del Mazzini? Per rispondere a queste domande occorre partire da lontano. In particolare dai primi del Novecento. «Il quartiere Mazzini, ex Regina Elena, è uno dei sette quartieri storici dello Iacp (Istituto autonomo capiena integrazione. se popolari), ora Aler, costruito fra il Il contesto, in alcuni casi fatiscente, 1923 e il 1932 su progetto dell’ingegner la mancanza in passato di interlocutori, Broglio – spiega Stefania Aleni, direttrila proliferazione di microcriminalità ce del mensile Quattro e consigliera cohanno generato negli anni un atteggiamunale di zona 4 –. Si trarra di 48 edifimento di chiusura, diffidenza e difesa ci, per un totale di 2.787 alloggi e centinaia fra negozi e locali di servizio, che occupano in modo compatto una porzione di territorio compresa fra le vie Polesine, Comacchio, Ravenna, dei Cinquecento e piazzale Gabrio Rosa».

Un forte abusivismo Il Mazzini nacque, dunque, come quartiere residenziale, per accogliere gli operai che lavoravano nelle fabbriche limitrofe: la Tlm (Trafilerie di laminato e metalli) o la MotoMeccanica, che produceva trattori. Nel corso degli anni nel quartiere si è sviluppato un degrado diffuso, dovuto anzitutto alla scarsa manutenzione degli edifici. Se a questo si aggiunge l’alto numeroso di spacciatori presenti in zona, l’aumento delle aggressioni nei confronti delle sempre più numerose persone anziane e la presenza di una forte abusivismo nelle case popolari, si può facilmente intuire come il clima sia abbastanza teso, in zona. Per di più, negli ultimi anni, il quartiere è stato meta di ingenti fenomeni migratori, non sempre accompagnati da una


scarpmilano Il Laboratorio

I disagi quotidiani degli anziani, i bisogni estremi da intercettare

difficile da scalfire, alimentato da recriminazioni che impediscono l’apertura a nuove proposte. Inevitabile che il Mazzini venisse etichettato come quartiere in crisi e problematico. E che diventasse oggetto di un Contratto di quartiere.

Tanti i lavori in corso «Negli ultimi anni il Mazzini è stato oggetto di importanti lavori di ristrutturazione, tuttora in corso, che hanno portato alla riqualificazione di molti edifici e al miglioramento del contesto urbano – continua Stefania Aleni –. La riqualificazione ha però interessato soltanto alcuni palazzi, quelli che si affacLavori in corso Case della prima metà del Novecento nel quartiere Mazzini: sono molti gli interventi di riqualificazione edilizia realizzati

«Accompagnare significa facilitare la partecipazione degli abitanti alla piena realizzazione del Contratto di quartiere Mazzini, sostenendoli nelle fatiche richieste e mettendoli nelle condizioni di influenzare il cambiamento promosso». Con queste parole Salvatore Tummino, responsabile dell’équipe del Laboratorio di quartiere Mazzini, descrive il fine principale del lavoro che il laboratorio svolge. Esso è il luogo della partecipazione e del coinvolgimento del territorio, aperto a tutte le realtà locali che a diverso titolo desiderano partecipare all’attuazione del programma, contribuendo alle attività di informazione, animazione e condivisione degli obiettivi prefissati. I Contratti di quartiere hanno avuto un grosso impatto nella vita delle persone: molti abitanti del Mazzini si sono dovuti spostare dalle loro case, al fine di consentire lo svolgimento degli interventi edilizi, trovando una nuova soluzione abitativa adeguata al proprio nucleo famigliare. Sono state riqualificate le strade e nuovi servizi saranno realizzati (mercato e residenza universitaria). Ora, da maggio 2012, il laboratorio di quartiere è ripartito, dopo un anno di pausa, per continuare a svolgere il piano di accompagnamento sociale iniziato nel 2005. In questi anni il Laboratorio ha lavorato, e continuerà a farlo, per diventare un punto di riferimento per gli abitanti. Le persone, infatti, vengono supportate in ogni loro necessità. «A noi – dice ancora Salvatore – si rivolgono per lo più persone anziane, che hanno difficoltà con il quotidiano, come gestire la propria casa (fare la spesa, le pulizie) o i rapporti con un vicinato che spesso viene da lontano e ha usi e costumi diversi. Ci sono, poi, molte donne sole che non sono in grado di affrontare piccoli lavori domestici o che non sanno a chi rivolgersi per affrontare piccole difficoltà. Quando poi capita di intercettare problemi più profondi, durante i colloqui, provvediamo immediatamente a mettere in contatto la famiglia con i servizi sociali e territoriali». Il Laboratorio di quartiere si inserisce in una ricca rete territoriale, che in questi anni ha sviluppato servizi e progetti volti a sostenere le famiglie e le comunità presenti nel Mazzini. In modo particolare il laboratorio ha condotto, nell’ambito del progetto Arcipelago Mazzini, un’azione di promozione del vicinato nei cortili Aler, favorendo occasioni di cura degli spazi comuni e delle relazioni di vicinato. Nonostante ciò, alcuni nodi problematici permangono. Uno in particolare: malgrado le tante attività e servizi offerti dalle istituzioni e dal privato sociale, persistono situazioni critiche sommerse e non intercettate. «La sfida che ci attende nei prossimi tre anni di lavoro al Mazzini – conclude Salvatore Tummino – è quella di essere sempre più a contatto con le famiglie. Vogliamo uscire dal Laboratorio per stare nei cortili e nelle piazze, nei luoghi di vita delle persone, in modo da preservare la dimensione dell’incontro e intercettare le situazioni di sofferenza che rimangono nascoste. Un lavoro che non possiamo fare da soli, ma insieme a tutti i soggetti che operano sul territorio».

ciano sulle piazze Ferrara e Gabrio Rosa, quindi le più visibili, lasciando praticamente inalterata la situazione di degrado in altri punti del quartiere, più nascosti. Una situazione tutt’altro che semplice da risolvere, dato che al Mazzini ci sono ben trenta cortili, all’interno dei quali vivono dalle 80 alle 100 famiglie ciascuno: per riqualificarli tutti sarebbero necessarie le risorse economiche equivalenti a circa tre contratti

di quartiere. Cifre importanti, soprattutto in periodi di crisi come quelli di oggi». Al di là degli interventi prettamente edilizi, però, il contratto di quartiere ha inciso molto sulla vita degli abitanti, che hanno dovuto affrontare alcune situazioni importanti, come il cambio temporaneo di abitazione, per gli inquilini regolari, o l’allontanamento definitivo di quelli irregolari. settembre 2012 scarp de’ tenis

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scarpmilano Molte difficoltà tra gli anziani Andrea Ferrari lavora ormai da nove anni al centro polifunzionale Polo Ferrara, realtà ristrutturata grazie ai contratti di quartiere e che ospita diverse attività rivolte a giovani e anziani. Questi ultimi, in particolare, rappresentano una parte rilevante della popolazione del Mazzini e sono quelli che hanno vissuto più da vicino i cambiamenti degli ultimi anni. «Con i Contratti di quartiere è cambiato l’impatto con l’urbanistica da parte degli anziani che frequentano il centro – spiega Andrea –. La mobilità ha creato molto disorientamento. Doversi spostare da un appartamento a un altro per consentire i lavori di ristrutturazione non è stato facile, soprattutto all’inizio, anche se adesso si trovano a loro agio in un’abitazione più confortevole e in alcuni casi più ampia». Gli anziani del quartiere Mazzini, come tutti quelli che vivono nelle grandi città, hanno il problema della solitudine e necessitano di essere supportati non solo nelle fasi cruciali e di grossi cambiamenti, come è stato per i contratti, ma anche per le piccole necessità quotidiane. «I pensionati si rivolgono a noi per avere un parere sui piccoli problemi – continua Ferrari –, spesso hanno bisogno di trovare qualcuno che ha voglia semplicemente di ascoltarti. In questo ambito si sviluppano molto bene le relazioni di mutuo-aiuto». Il servizio svolto al centro polifunzionale è uno tra i tanti presenti in quartiere. Ci sono diversi centri anziani, il laboratorio di quartiere – come detto – da poco riaperto, i custodi sociali e anche il

Sfida per il futuro Famiglie straniere e anziani sono la componente più presente al Mazzini

La ricerca

Zona 4: tante case popolari, ma anche servizi e associazioni Il quartiere Mazzini è situato in una delle zone più grandi e multiformi di Milano: la Zona 4. Posta a sud-est della città, si è sviluppata a partire dai primi del Novecento grazie all’avvento di industrie medio-grandi. Al suo interno sono presenti oltre venti quartieri, tutti nati per accogliere gli operai che lavoravano nelle fabbriche come la Tibb, Tecnomasio Italiano Brown Boveri. In questa zona si riscontra un’alta presenza di case popolari, che inizialmente hanno ospitato gli operai e che oggi sono abitate dagli stessi lavoratori divenuti ormai anziani e da giovani famiglie, sia italiane che straniere. Proprio per questo alto numero di edifici di edilizia pubblica è l’unica zona milanese ad essere sede di tre dei cinque Contratti di quartiere predisposti dal Comune, uno dei quali è proprio quello del Mazzini. Sogni e bisogni a Milano. Vissuti e risorse nella Zona 4: questo è il titolo del libro di Sebastiano Citroni, giovane sociologo urbano che nel 2010 ha condotto una ricerca sulla Zona 4. Il libro esplora i vissuti delle diverse popolazioni della zona e li confronta poi con l’analisi di alcune delle sue principali risorse collettive: associazionismo, welfare locale, verde urbano e memoria storica. Da questo punto di vista il quartiere Mazzini presenta peculiarità uniche, non riscontrabili nel resto della zona. «Rispetto ad altri quartieri della Zona 4, il Mazzini ha per esempio molte risorse e servizi a disposizione dei cittadini, insieme ad altre caratteristiche che lo distinguono – spiega Sebastiano Citroni –. Il quartiere è stato interessato da piani di riqualificazione edilizia, che ne hanno cambiato gradualmente il volto in modo positivo. In quel quartiere, malgrado problemi di integrazione ancora da risolvere, vi è inoltre una diffusa imprenditoria etnica, che è molto importante perché vuol dire persone, vuol dire commercio, vuol dire creare un tessuto di possibilità in un quartiere che altrimenti sarebbe più povero». progetto Arcipelago Mazzini. Tutti questi servizi e realtà associative, però, data l’ampiezza della popolazione, spesso non riescono a intercettare i bisogni di alcuni nuclei famigliari border line e a rispondere alle istanze di molti anziani

soli. Il laboratorio di quartiere e il progetto Arcipelago Mazzini, quest’ultimo promosso dalla cooperativa La Strada, in questi anni stanno lavorando per mettere in rete le tante realtà presenti. «Arcipelago Mazzini si occupa di promuovere la coesione sociale, quindi i legami e le relazioni tra i diversi soggetti che abitano e popolano il territorio, nella prospettiva, appunto, di una maggiore coesione e partecipazione alla vita della comunità – spiega Paolo Larghi, della cooperativa La Strada –. Dal 2006 questo progetto ha permesso la costruzione di una solida rete relazionale e operativa, in grado di intercettare i bisogni, dare risposte, promuovere iniziative ed eventi rivolti a tutta la popolazione, interagendo in modo costruttivo con la pubblica amministrazione». Molti e radicali sono quindi stati i cambiamenti che hanno interessato il Mazzini. La rotta sembra essere stata tracciata, ma la strada da percorrere resta ancora lunga.

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La Milano sotterranea: le sorprese di una “città d’acqua”

La storia sotto i piedi canali, bunker e segreti di Daniela Palumbo Il fascino delle città parallele, sotterranee, nascoste, è sempre forte. Le cavità artificiali del sottosuolo possono nascondere misteri celati agli occhi dei più, anche perché sono difficili da raggiungere, economicamente è oneroso cercare tesori sottoterra e le carenze di risorse economiche limitano le esplorazioni. Inoltre, spesso il pericolo incombe: anche da qui il fascino. Eppure, sotto noi cittadini ignari, spesso ci sono segni di civiltà storicamente scomparse che hanno lasciato opere indelebili. Le città notoriamente munite di sotterranei ricchi di storia sono Roma, Napoli, Torino, ma anche Palermo con le sue “stanze” refrigerate, scavate a decine di metri sotto la città, per gli aristocratici del diciottesimo secolo, che sfuggivano così alla calura dello scirocco. A Torino ci sono 35 mila metri quadri sottoterra, scavati E Milano? sotto la centralissima piazza Vittorio Ve«Milano poggia su un terreno comneto. Roma conta 30 strati archeologici posto di sabbia, ghiaia e argilla. Per le in 12 metri di profondità, nessuna città caratteristiche geologiche del sottosuoha questo primato. Ma anche Napoli ha lo le cavità artificiali sono poche; è coun patrimonio sotterraneo di tutto rime andare a cercare grotte sulla spiagspetto: il 60% dei napoletani vive su un gia, difficile trovarle», racconta Gianluca sistema anticamente interconnesso che Padovan, esperto speleologo, fondatocomprendeva canali, gallerie, catacomre del Gruppo Scam (Speleologia cavità be, cunicoli, pozzi e grotte, e ancora ogartificiali Milano) e scrittore di libri sui gi non lo si conosce tutto. Rinascimento underground

La cisterna del Castello Sforzesco. A destra, a spasso per i sotteranei del castello

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segreti del sottosuolo milanese. Eppure, nonostante le peculiarità della Milano sabbiosa, la città ha i suoi segreti. E Padovan ha contribuito a svelarli.

Una città nata sull’acqua «Innanzitutto va detto che Milano nel 1889, al tempo del piano urbanistico “Beruto”, aveva 154 chilometri di canali in un territorio che è poco più grande dell’attuale centro città, e quasi tutti erano a cielo aperto. Milano è nata sull’acqua, anticamente era zona di fontanili di cui si conservano tracce sottoterra, inoltre c’erano risorgive a giorno in molte zone della città. L’acqua serviva per bere e per smaltire rifiuti, ma anche per la difesa. Un tempo se innalzavi un muro, infatti, ci mettevi anche un fossato e lo riempivi di acqua, come al Castello Sforzesco. L’acqua resta un ele-


scarpmilano mento fondante per la città: pochi ricordano che Milano ancora fino al 1955 era il quinto porto d’Italia: c’era un impianto idroviario di assoluta eccellenza. Oggi raccontarlo fa ridere, eppure è la realtà. Poi è iniziata la trasformazione. Via i canali, il commercio delle merci è passato su gomma e su strada». Questa trasformazione, secondo Gianluca Padovan, non è stata una scelta felice per la città. Lo speleologo, a questo riguardo, ha una convinzione: «Milano è stata sacrificata sull’altare dell’industria automobilistica. Se un paese ha un’unica grande fabbrica che deve continuare a vendere e fare profitto e una zona fondamentale del paese poggia sul movimento delle merci attraverso il sistema idroviario, non va bene. Devi avere solo traffico su gomma e strada. Da qui la scelta di eliminare i canali e trasportare merci e persone su gomma». I sotterranei di Milano, negli anni Cinquanta, sono stati adibiti in maggioranza a rete fognaria, ma vi corrono anche i tubi del gas delle case dei milanesi, così come ci passa la metropolitana. Eppure, nelle profondità, l’acqua non finisce di essere protagonista, anzi, la fa ancora da padrona. «È noto che la falda acquifera si alza sempre di più. Da quando non ci sono state più le industrie che a Milano pompavano l’acqua, tenendo la falda sotto controllo, in certe zone della città molti locali sotterranei sono sempre allagati, perché l’acqua sale. Se il costruttore non ha reso impermeabile il terreno sul quale ha costruito, diventa difficile fermarla. Basti pensare che nella stazione della metropolitana di Loreto le pompe per l’acqua sono in funzione 24 su 24, altrimenti si allagherebbe in breve tempo. E i costi sono esorbitanti».

I lasciti della guerra Un altro elemento ricorrente nel sottosuolo milanese sono i rifugi antiaerei, racconta Gianluca Padovan: lui, insieme agli speleologi dello Scam, ne ha rintracciati una cinquantina e ne ha esplorati almeno venti. «Il più grande era sotto il Duomo, dove adesso c’è l’Atm Point. Proprio dentro si scorgono colonne basse e tozze, che servivano a sostenere il soffitto antibomba. Quel rifugio arrivava a contenere oltre duemila persone. Il primo

Ritrovamenti

A Gorla un tempio alle tenebre, a Missori si celebrava il dio Mitra IL TEMPIO DELLA NOTTE. Nel parco di villa Ottolenghi-Battyani-Finzi, nel quartiere di Gorla, sopravvivono due strutture di gusto neoclassico. Il Tempietto dell’Innocenza, alla luce del sole, è composto da otto colonne che attualmente risultano ricoperte dal glicine. L’altra è sotterranea e avvolta nel mistero: qualcuno ha ipotizzato che ospitasse riunioni massoniche e altri riti. Fu scoperta dallo speleologo Andrea Thum nel 2005: lo stesso Thum notò nel parco una “collinetta”. Alla sommità c’era un’apertura circolare coronata da una bassa ghiera in mattoni, chiusa da una grata. Al suo interno si scorgeva una grotta perimetrata da colonne: il Tempio della Notte, a pianta circolare. Alla muratura perimetrale interna erano addossate otto colonne di marmo bianco con capitello di ordine corinzio. Indagini più approfondite ricondurrebbero il tutto a un’antica ghiacciaia, poi trasformata in grotta e infine in Tempio. IL MITREO DI SAN GIOVANNI IN CONCA. Il mitreo è un luogo generalmente sotterraneo, dove nell’antichità si officiava il culto dedicato al dio iranico Mitra. Pare che in origine la cripta dell’antica chiesa di San Giovanni in Conca (di cui oggi sono visibili solo pochi ruderi dell’abside semicircolare, in mezzo al traffico di piazza Missori) fosse un mitreo, che l’avvento del culto cristiano ha poi cancellato. Costruita in epoca paleocristiana, attorno al IV secolo, sui resti di un edificio romano, la chiesa fu ricostruita nell’XI secolo, ma non ebbe vita facile. Dopo tante peripezie nel 1949 venne sacrificata dal piano regolatore, che la classificò come opera di scarsa rilevanza architettonica e storica. L’appellativo “in Conca” dovrebbe derivare dal fatto che è stata ritrovata una grande vasca, che potrebbe essere stata destinata a fonte battesimale; di qui la dedica al Giovanni detto Battista, ovvero colui che battezza per immersione nelle acque. Info: www.milanosotterranea.com settembre 2012 scarp de’ tenis

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HAI MAI PENSATO A QUANTA STRADA DEVE FARE L’ ACQUA PRIMA DI ARRIVARE NEL TUO BICCHIERE?

3HU VDOYDJXDUGDUH OœDPELHQWH VL SXz EHUH OœDFTXD GHO UXELQHWWR XQD YROWD YHUL¿FDWD la sua qualità, oppure un’acqua minerale proveniente da fonti vicine al tuo Per l’imbottigliamento e il trasporto su gomma di 100 litri di acqua per * 100 km, si producono emissioni almeno pari a 10 kg di anidride carbonica . IRQWHGDWLVFLHQWL¿FLQD]LRQDOLHLQWHUQD]LRQDOL


scarpmilano l’abbiamo scoperto nel 1989, quando ci chiamò il Museo Archeologico perché si era trovato un pozzo che secondo i suoi dirigenti era anomalo. E avevano ragione: era un passaggio verticale e serviva come uscita di sicurezza del rifugio. Il museo ha deciso di utilizzarlo come archivio. Un altro rifugio aereo della seconda guerra mondiale, visibile, sta fra il palazzo della provincia e la prefettura, in pieno centro, in corso Monforte. È la Torre delle Sirene: era una centrale operativa che dava l’allarme antiaereo a tutta la Lombardia e a parte del Piemonte e della Liguria. Il sotterraneo era riservato agli impiegati della prefettura, compresa la famiglia del prefetto».

I misteri del Castello Sforzesco Ma ciò che ha sempre affascinato l’immaginario collettivo dei milanesi sono le gallerie sotterranee del Castello Sforzesco. Si racconta che ci siano tanti passaggi segreti che dal castello arrivano a Vigevano, alla Chiesa di Santa Maria delle Grazie, in Duomo... «Molte sono leggende metropolitane – svela Padovan –. È vero che il Castello ha diverse gallerie e passaggi segreti, ma erano molti meno di quello che si pensa. Secondo i nostri calcoli esistono almeno quattro chilometri e mezzo di gallerie sotterranee quattrocentesche. Noi ne abbiamo topografate e percorse un terzo. Prima o poi faremo anche il resto ma non è scontato: occorrono permessi che non sempre si ottengono, inoltre i passaggi segreti sono murati e per intervenire e abbattere i muri occorrono tanti soldi. Noi non abbiamo mai avuto sponsor, purtroppo sembra che la città sotterranea interessi poco le istituzioni e i privati. Eppure è la nostra storia. La mia passione di speleologo nasce da qui, in effetti: l’identità profonda di un luogo la si deve cercare anche sotto i piedi di chi lo abita oggi». Ma torniamo al Castello: qualche leggenda sarà pura vera! «Il passaggio segreto che dai sotterranei arriva fino a Santa Maria delle Grazie esiste veramente, pare sia stato fatto scavare da Ludovico il Moro: era una via di fuga per il signore della città e finiva in un posto per lui sicuro. Ma sembra anche che Ludovico lo abbia voluto per andare a pregare sulla tomba della moglie che era lì seppellita. Insomma, era anche un rifugio spirituale, anche se può sembrare

Speleologi di città Gianluca Padovan è nato a Verona nel 1959. Nel 1984 ha costituito il gruppo Scam (Speleologia cavità artificiali Milano). Nel 2001 ha fondato la Fnca (Federazione nazionale cavità artificiali) e nel 2007 ha contribuito a inaugurare la collana Hypogean Archaeology dei British Archaeological Reports di Oxford. Da più di vent’anni conduce ricerche nel sottosuolo milanese. Insieme a Ippolito Ferrario ha implementato il sito www.milanosotterranea.com dove i due raccontano Milano e i suoi segreti sepolti. Con spirito divulgativo hanno pubblicato diversi libri sull’argomento, in particolare Il segreto del Castello di Milano e Archeologia del sottosuolo (Mursia). strano per un tiranno. I passaggi segreti sono difficili da scoprire, perché in genere sono murati, inoltre diverse gallerie che avrebbero potuto rivelarsi passaggi segreti sono state tagliate dalla metropolitana o dalle Ferrovie Nord. Infatti ho trovato una carta della fine del 1800 con il rilievo planimetrico dei sotterranei del Castello, che erano al di là della linea della metropolitana. Inoltre, negli anni Sessanta del Novecento, con il potenziamento dell’impianto fogna-

Oscuri riti Il tempio della notte nel parco di villa Ottolenghi-Battyani-Finzi a Gorla

rio, è stato troncato un altro passaggio sotterraneo del castello, che finiva nel parco Sempione. All’epoca gli abitanti dei castelli avevano bisogno di comunicare con l’esterno della struttura per difendere il perimetro interno. I passaggi sotterranei come quello che sbucava nel parco Sempione servivano per chiedere rinforzi, inviare messaggi, organizzare contrattacchi dall’esterno. Invece, mi sento di escludere che ci sia il passaggio segreto che arriva in Duomo di cui si sente sempre parlare. Non ne abbiamo trovato traccia». Lo speleologo veneto, da quando ha visitato la Milano profonda, ha un sogno: tornerebbe volentieri alla città dei canali, narrata anche dagli scrittori dell’epoca, con il traffico idroviario e il lento scorrere delle merci e delle persone. «Ma so già che fine farebbero i canali a cielo aperto. Basta vedere quello che si trova dentro i navigli. Qualche anno fa, quando ancora mi immergevo nelle acque, oltre che nelle cavità, ho esplorato il Lambro. Da allora non ho mai più voluto vedere quel fiume. In dodici ore contai quindici macchine e una cassaforte, quest’ultima talmente grande che solo un camion avrebbe potuto scaraventarla dentro».

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latitudine como Un gruppo di volontari, un “servizio” gratuito. Non solo per homeless

“Giromobili”, perché non basta aver trovato un’abitazione... di Salvatore Couchoud

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OS’HANNO IN COMUNE Gianluca e Viviana, Nicolas e Giuliano, Faouzi e Atef, Maura e

Samir? Praticamente nulla, a parte il non trascurabile dettaglio di essere ex senza dimora, transitati da panchine pubbliche e ricoveri di emergenza a un alloggio munito di tutti (o quasi) i comfort del caso, e comunque tale da simboleggiare, ai loro occhi di homeless di “nuova generazione” – leggi “non per scelta” – il paradiso ritrovato, qualcosa che si era perduto e si è faticosamente riconquistato. Perché vanno bene la crisi, lo spread e il credit crunch, la disoccupazione giovanile e l’incremento delle nuove povertà, ma ci sono anche quelli che ce la fanno a riemergere, riappropriandosi di quote da tempo dimenticate di benessere psicofisico, ancor prima che economico e materiale, sino ad apparire “irriconoscibili” anche agli antichi compagni di strada. Questa è per Como una novità tra le più succulente. Il problema che sorge, una volta riconquistato l’alloggio, è inevitabilmente connesso alla voce “arredamento”, non essendo possibile dar vita a una casa degna di questo nome con le poche carabattole che hanno riempito lo zaino da ex abitante delle strade. Ed è a questo punto che interviene “Giromobili”, una dozzina di ragazzi tosti e dalle idee chiare che senza soldi, senza un furgone di proprietà e potendo contare solo su un garage-deposito reso disponibile da un amico a Senna Comasco, 8 chilometri dal capoluogo lariano, da tre anni raccolgono e consegnano letti, tavoli, armadi, frigoriferi, lavatrici e altri elettrodomestici a chiunque ne faccia richiesta. A famiglie italiane e immigrate, ma anche alle persone che hanno abbandonato la strada e guardano alla vita con ritrovato entusiasmo. «Giromobili è anzitutto un piccolo osservatorio della realtà – afferma Giacomo Vazzana, uno dei volontari –, che ci ha segnalato anzitutto i cambiamenti delle richieste. Se prima venivamo contattati solo per le emergenze, ora aumenta il numero di coloro che ci chiedono un arredamento completo e qualitativo dell’intero appartamento. Distribuiamo infatti solo suppellettili in decoroso stato di conservazione e manutenzione, e spesso l’ostacolo più imbarazzante è far capire ai donatori che non siamo una discarica e che il nostro primo compito è rispettare le persone che cerchiamo di aiutare». Giovanni, afferma invece che «è bello dare una mano alla gente, e lo è ancor più vedere uomini e donne tirarsi fuori dalle secche e ricominciare una vita nuova e appagante». Concetto ribadito senza reticenze da Luigi: «Sono proprio i senza dimora quelli che hanno le minori pretese e conservano più a lungo sentimenti di amicizia e riconoscenza nei nostri confronti. E sono sempre loro, anche quelli ancora “in servizio”, i più pronti e disponibili quando si tratta di dare una mano nel trasporto e nella consegna dei mobili». Basta pensare a “Billy”, un mito, per solerzia e vigore, tra i membri del gruppo. Quando anche lui lascerà la strada, scommettiamo che c’è già chi gli arrederà la casa?

«Giromobili è un vero e proprio osservatorio: sulla base delle richieste che riceviamo capiamo anche come cambiano i bisogni»

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torino A Porta Palazzo c’è un luogo aperto e vivace. Associazioni, ristorante, officine: tutti insieme, in un hub multiculturale

Cecchi Point, socialità e impresa di Franck e Mister X

Mare Sono giorni molto caldi, la voglia di andare al mare è tanta, sono tanti anche i problemi. Il lavoro che non c’è, i soldi che sono pochi, e le spese di casa sempre più alte. Ciò che rimane è la tanta voglia di passeggiare sulle splendide spiagge Italiane! Poter camminare sulla morbida sabbia fine. Spero tanto che nei prossimi mesi le cose vadano meglio, e così sfogare la mia voglia di mare! Aghios

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Uno spazio per il quartiere Porta Palazzo e per la città, una sorta di oratorio laico, in cui tutti, senza la richiesta di alcuna tessera o iscrizione, possono accedere. Una struttura di 2.500 metri quadri coperti, più 3.000 metri quadri all’aperto, in cui trovano spazio molte associazioni dalle varie attività, che coinvolgono tutte le fasce di età, anche se la predominante é quella dei giovani. Tutto questo è il Cecchi Point. L’associazione che ha promosso la nascita di questa struttura e che la gestisce è “Il Campanile”, gruppo che da anni lavorava a Porta Palazzo e che oggi fa da “cabina di regia” al Cecchi. Il Cecchi che conosciamo oggi è nato nell’ottobre 2011 prendendo il nome attuale di Cecchi Point Hub Multiculturale. I lavori di ristrutturazione sono stati finanziati dal comune di Torino, dalla compagnia di San Paolo e dalla fondazione Vodafone. Sempre nel 2011 è anche stato inaugurato il ristorante, gestito sempre da “Il Campanile”, in cui è possibile mangiare, a prezzi modici, cibi di qualità. Il Cecchi Point non è animato con un’ottica commerciale, lo Point sono state un incubatore per distesso ristorante è anzitutto un punto verse attività di imprenditoria giovanidi ritrovo tanto per gli anziani che per i le. Il visitatore, entrando nel grande lolavoratori della zona che lì vanno a facale dove sono ospitati i laboratori, rire la pausa pranzo. mane affascinato dagli oggetti in vetro soffiato contenuti nelle teche. Oggetti realizzati da un giovane artigiano che Un incubatore d’imprese ha imparato quest’arte nell'isola di Ma non è tutto. Gli spazi del Cecchi

Consiglio da venti euro, c’è da lavorare A un tipo che conosco, uscito di prigione senza soldi in tasca, un barista offre un caffè. Lui non capisce il perché: era così brutto e stanco?! O il barista era un sapiente? Lui cerca di sbrigarsi, ma il barista lo tranquillizzava e diceva: «O sei temprato o muori!». E poi aggiunse: «Aspettami cinque minuti che ti vorrei parlare». Lui pensava: saranno cinque minuti italiani o russi, di quelli che non finiscono mai! E poi il barista se ne uscì con questa notizia, un modo per far soldi. «C’è un cavalcavia lungo la strada, chi ci passa sotto accorcia la strada di 50 chilometri, c’è solo un problema: bisogna sgonfiare un po’ le ruote del camion. Un romeno ha sgonfiato le gomme ed è passato». Caspita, questa cosina funzionava, ed era un consiglio da 20 euro. Con tre camionisti ogni giorno si arriva a 60 euro. Dopo due calcoli il nostro ragazzo si è deciso, potrebbe persino arrivare ad aprire un sito internet www.sgonfiagomme.it e gli autisti romeni faranno la coda. C’è da lavorare. Gheorghe Mateciuc


scarptorino L’iniziativa

Comitato nel centro sociale, Vanchiglia riparte “dal basso”

Murano. E a fianco del forno per la soffiatura del vetro troviamo la zona carpenteria, una falegnameria, infine la ciclofficina. Quest'ultima è un’iniziativa davvero utile, perché in una città dove tante persone usano la bicicletta è utile che ci sia un posto dove insegnano a ripararle con pezzi di ricambio economici. In un altro locale, invece, vengono svolti laboratori teatrali, spettacoli e concerti. Oltre alle associazioni che gestiscono questi laboratori, ve ne sono moltissime altre “ospitate” nei locali del Cecchi. Una convivenza bella e stimolante, resa possibile dal fatto che al Cecchi non esistono spazi “esclusivi”.

Più forti della crisi Anche “Il Campanile” ha dovuto fare i conti con la crisi odierna, riducendo in parte il personale impiegato nella struttura. Unica eccezione il ristorante che, grazie alla qualità dell’offerta, nel corso degli anni ha aumentato di molto il flusso di clienti. Oggi il Cecchi point si sostiene al 58% e per meglio assestarsi nel futuro sta nascendo un’agenzia (una sorta di “cappello”) che dovrà gestire al meglio la convivenza tra enti e singoli. Dal canto nostro ci auguriamo che il Cecchi Point vada avanti e siamo sicuri che se lo augurano anche gli abitanti del quartiere, dal momento che hanno accolto molto bene la nascita di questa realtà. Info: www.cecchipoint.it

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Il comitato di quartiere Vanchiglia è nato nel 2008 da un'idea di cinque persone, residenti nella zona. Tre di loro sono genitori e i loro figli frequentano la stessa scuola. Ad accoglierci nel giardino del Centro sociale Askatasuna (sede del comitato) è Titta, una ragazza che insieme al marito Riccardo è tra i fondatori del comitato. Trascorriamo più di un’ora insieme, tra l'intervista e il tour nel centro sociale. «L'idea di base – spiega Titta – era creare momenti d’aggregazione e socialità dal basso, rifiutando logiche commerciali e di delega. Per questi motivi, è venuto spontaneo scegliere come luogo di ritrovo l’Askatasuna (in corso Regina 47, ndr). Nel giro di pochi anni, il Comitato è cresciuto sia come numero di partecipanti che come attività svolte. Chi sono le persone che lo compongono? Sono famiglie del quartiere con il loro figli, ragazzi e ragazze e studenti delle facoltà presenti nel territorio, uomini e donne di varie estrazioni sociali che hanno visto nel comitato una possibilità concreta di essere protagonisti. Quali sono state le prime iniziative? Abbiamo iniziato dai bambini. La nascita di una ludoteca popolare (Lu-po, vedi logo nell’immagine sotto) ha segnato un passaggio fondamentale, poiché ha permesso di coinvolgere molte famiglie. Oggi siamo ormai una realtà consolidata, in continua espansione. A uno “zoccolo duro” di una ventina di persone si affiancano e partecipano, in base alle proposte, decine e decine di famiglie. Quali sono le attività principali? Siamo attivi su diversi fronti. Curiamo la redazione di un giornale, Di Zona, distribuito in alcuni negozi, nel mercato rionale di piazza Santa Giulia e durante varie iniziative. Abbiamo organizzato un Gruppo di acquisto popolare (Gap), che promuove acquisti collettivi di alimenti che siano genuini, ma alla portata di tutte le tasche. Ogni anno vengono organizzati appuntamenti fissi: il carnevale, con tanto di sfilata di carri e bambini in maschera; la festa del Di Zona e la sfilata per il 25 aprile, in cui i bambini puliscono e portano i fiori alle lapidi partigiane nelle vie del Borgo. Parallelamente a queste attività, quest’anno sono stati proposti anche corsi di italiano per donne straniere, un corso base di inglese, un doposcuola per studenti delle medie e un progetto artistico (Ars-ka), grazie al quale alcuni artisti hanno esposto le proprie opere. Sono tutte attività gratuite, che si basano sul principio della banca del tempo, per cui le persone si mettono a disposizione e si rendono servizi reciproci. Com'è il rapporto con il Centro sociale e le istituzioni? Il comitato ha saputo vincere i pregiudizi rispetto ai centri sociali, instaurando un rapporto virtuoso con i militanti e gli altri collettivi che animano l’Askatasuna. Inoltre in alcune occasioni il comitato ha dialogato con parte delle istituzioni (la circoscrizione 7) rispetto agli interventi e al futuro del quartiere. Come vi finanziate? Con le feste popolari, con le cene e gli aperitivi, anche se essendo tutto gratuito non abbiamo bisogno di molti soldi. Info: www.comitatoquartierevanchiglia.net Massimiliano Giaconella e Nemesi settembre 2012 scarp de’ tenis

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genova La Murga della Posta Vecchia: un gruppo di amici percussionisti, un ritmo contro il degrado del centro storico. E non soltanto...

Tamburi di strada contro l’ingiustizia di Paola Malaspina Scendo giù da via Garibaldi, inoltrandomi fino alla piccola e ombreggiata piazza delle Vigne; ho poi un attimo di smarrimento, davanti al dedalo di vicoli, non ricordando la strada che dovrebbe portarmi a piazza della Posta Vecchia. Mi guida, infallibile, il suono forte e chiaro dei tamburi, un ritmo sostenuto e incessante che, in poco più di un minuto, come una specie di pifferaio di Hamelin, mi fa sbucare a destinazione. Siamo nel Sestiere della Maddalena, la zona forse più suggestiva e problematica del centro storico genovese, animata da tante nuove iniziative di animazione socio-culturale, ma anche segnata, da sempre, dal degrado e dalla presenza della criminalità organizzata. Qui, in uno spazio su strada messo a disposizione dal comune, ha sede la “Murga”, un gruppo informale di percussionisti che si dà appuntamento fisso ogni giovedì pomeriggio. Per condividere idee, qualsiasi tipo di oggetto, inclusi i cucinteressi e passioni, musicali e non. chiai. Un lavoro “d’orchestra”, insomma, in cui non si perde il suono dei singoli strumenti: «A tutti questi eventi – spiega Un’idea, tante storie diverse Federica – si decide di partecipare deNato più o meno tre anni fa, come un lamocraticamente, a maggioranza, ognuboratorio gratuito di strumenti a perno è libero di pensare e di approcciarsi a cussione, aperto allo scambio e allo questa cosa con l'energia, le idee e la vocondivisione, la Murga è diventato, nel glia che vuole. Di una cosa siamo certi: tempo, un punto di riferimento per il stiamo insieme e ci è difficile spiegare il quartiere, uno spazio per parlare e riperché, se non il fatto di accoglierci coflettere dei suoi problemi, sino a divenime siamo e divertirci nel fare alcune core una particolarissima ricetta di aggrese insieme». gazione, che raccoglie persone diversisIn realtà, l’esperienza della Posta sime, per età e modo di essere. Vecchia raccoglie un’idea e uno spirito La Murga è l’insieme di tante voci e che arrivano da oltreoceano: la Murga tante storie. Come quella di Federica, nasce, infatti, come espressione artistianima del gruppo e sua portavoce all’eca del popolo uruguayano, caratterizzasterno: «A guardarci da dentro, siamo un ta da musica, danza e costumi colorati, gruppo di persone unite dallo spirito di che assomigliano per molti versi a quelcollaborazione e difesa dei diritti dei più li del carnevale brasiliano. Diventa poi, deboli, che si vede per dare suono ai con il tempo, un’espressione del territotamburi e per partecipare a manifestario, una sorta di “megafono”, che traduzioni, eventi di piazza cittadini o in ce i momenti più significativi della vita quartiere». Una “militanza” pacifica e di un quartiere, quelli di festa come costante, alla quale partecipano tante quelli di crisi; nelle canzoni dei murguepersone: perché la Murga è anche Marros si possono ritrovare tanto le passioco, chiamato da tutti “The President”, o ni e le difficoltà quotidiane, quanto le Iole, che guida il corteo di tamburi diridenunce di protesta e contestazione. gendolo a suon di fischietto, o ancora All’origine, insomma, è una forma Carlo, membro più “maturo”, burattiespressiva nazionale e popolare, a cui naio di mestiere e percussionista per aderiscono piccoli e grandi, giovani e passione, abituato a tenere il ritmo con

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non più giovani. È un incontro giocoso, ludico e spontaneo, in cui il pubblico gode e partecipa delle passioni, esaltandosi di un movimento coreografico particolare, perché il murguero non solo suona e canta, ma salta e fa capriole in aria, mentre il suono dei tamburi, dei rullanti, delle maracas annuncia un evento, a cui è difficile restare estranei. A Montevideo, come a Genova.

Esibizione aperta a tutti La formazione normale della Murga genovese è di otto percussionisti, tra varie tipologie di tamburi e rullanti, cui si aggiungono talvolta due ballerini o trampolieri; quasi sempre è presente un musicista che guida il ritmo e la coreografia, come fa ad esempio Iole suonando il


scarpgenova suo fischietto a pieni polmoni. La compagine, in ogni caso, è ampiamente variabile per numero e tipologia, a seconda delle esigenze, anche perché il pubblico è sempre invitato a partecipare. Il ritmo è travolgente e non troppo difficile da seguire e i musicisti dispongono di strumenti da consegnare a chi vuole accompagnarli. Ma la Murga dei vicoli non è solo l’incontro del giovedì in piazza della Posta Vecchia, è anche e soprattutto la presenza in tutte le iniziative, locali e non, che supportano cause di interesse sociale. Voce “rumorosa”, forte e chiara, impossibile da non sentire, anche per chi non vuole ascoltare, la Murga da sempre cerca di sostenere chi la voce rischia di non averla o di perderla nel disagio. Proponendosi anche come un “no” fragoroso e assordante, un invito insistente a uscire dal silenzio, la Murga, in questi tre anni, molto ha fatto per il Sestiere della Maddalena: «Incontrandoci qui ogni settimana – mi spiegano i ragazzi – è impossibile non ragionare sulle problematiche che riguardano il quartiere; le idee, le gioie e le sofferenze che abbiamo maturato stando alla Maddalena ci guidano quando portiamo una vibrazione fuori dal coro per le strade. Ed è proprio

Il battito della piazza Una coreografia della Murga di piazza della Posta Vecchia

Il progetto

Un Patto per il quartiere e la città guardata dal buco... L’idea di animare le zone a rischio del centro storico con iniziative che coinvolgano “dal basso” la popolazione sta dando risultati efficaci e sempre più diffusi. Contigua a piazza della Posta Vecchia, con la sua “esperienza musicale” di lotta al degrado, si trova l’altrettanto suggestiva piazza Cernaia, dove (sempre in uno spazio su strada messo a disposizione dal comune) ha preso le mosse da poco “Cernaia 10Rosso”, una sorta di laboratorio aperto a tutti, focalizzato sui temi della creatività visiva e della street photography. A raccontare il progetto è Claudio Oliva, tra le anime del Patto per lo sviluppo della Maddalena, oltre che promotore di tante iniziative che fanno parte del Patto: «Quando, alla fine degli anni Novanta, si è iniziato a discutere di centro storico – racconta –, si parlava soprattutto di promozione delle imprese. Solo in un secondo tempo si è compreso che l’imprenditorialità poteva arrivare solo con il recupero del tessuto sociale, il rilancio della vivibilità sostenibile nel quartiere e la lotta al degrado». Per centrare questi obiettivi, oggi, comune ed enti interessati puntano soprattutto sulla riappropriazione degli spazi comuni, sul recupero di luoghi di condivisione che rischiano di andare perduti. «La divisione sociale nel centro storico – continua Claudio Oliva – è molto tangibile e si esprime, soprattutto, in verticale: ai piani bassi dei palazzi, infatti, abitano perlopiù in affitto immigrati, spesso persone senza grandi risorse economiche; ai piani alti vivono invece, come proprietari, professionisti, intellettuali e persone dallo stile di vita magari un po’ bohemien. A volte si creano assetti solidali, a volte rimangono una grande frattura e una forte resistenza al cambiamento. Ma noi cerchiamo di lavorare anche su questo». Così prendono forma tanti progetti nuovi e innovativi: il comune ci mette gli spazi, gli abitanti l’aiuto concreto e la buona volontà. Accade, ad esempio, per l’asilo nido gestito su base volontaria in Vico Papa, e lo stesso vale per lo spazio di “Cernaia 10Rosso”, dove un gruppo di giovani creativi, vincitori di un bando di concorso, si occuperanno di gestire un progetto di promozione della cultura fotografica. Proprio sulla creatività punta il progetto “Guarda Genova dal buco”: è un’iniziativa che propone a tutti i genovesi di riprendere gli angoli più inaspettati della città, distribuendo in omaggio un piccolo apparecchio stenopeico, cioè una minuscola scatola di cartone forata con supporto fotosensibile, in grado da fungere da macchina fotografica low cost. Un modo come un altro per imparare a guardare la città. Con occhi diversi e, possibilmente, con una prospettiva diversa. Per cominciare a viverla. E a cambiarla. settembre 2012 scarp de’ tenis

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scarpgenova con la musica che cerchiamo di richiamare l’attenzione verso questi luoghi, fisici e mentali, troppo spesso dimenticati. Crediamo che sia importante proseguire questo meraviglioso percorso nel centro storico, dove ancora regnano speculazioni e ingiustizie, dove è sempre più difficile ritrovarsi serenamente e scambiare due chiacchiere, dove gli spazi di tutti rischiano di essere per pochi». Un impegno che non resta solo lettera morta, perché i Murgueros genovesi hanno sempre pacificamente partecipato a manifestazioni cittadine a sostegno dei migranti, contro le mafie, persino a una grande festa di Natale in cui la Murga ha animato un presepe vivente. Ed è una presenza concreta, che gli abitanti della Maddalena ormai sentono come loro, perché quando i tamburi scendono in strada, sempre più persone – italiani e stranieri, donne, anziani e bambini – li seguono come in corteo.

Riconoscimenti locali e non Le soddisfazioni, in questo senso, non mancano, perché ormai la Murga, nata come gruppo non strutturato e informale, fa parte degli organismi che contribuiscono al Patto per il piano di sviluppo locale della Maddalena, una sorta di progetto condiviso tra istituzioni locali e soggetti residenti nel quartiere (privati, associazioni e commercianti), mirato alla riqualificazione di questa

zona così bella e così difficile. Puntando sulla sostenibilità, sulla creazione di nuovi punti di aggregazione e iniziative di animazione socio-culturale, il comune e gli abitanti sperano di poter dare nuova vita (e nuova linfa) al territorio. In questo senso, i ragazzi della Murga sono contenti di poter dare il loro contributo, ma non vogliono certo fermarsi lì. Non mancano, infatti, iniziative anche fuori dal centro storico, a sostegno della qualità di vita nelle carceri di Genova Marassi e, addirittura, fuori dai confini nazionali, sino a… Betlemme! Grazie a un’attività massiccia di autofinanziamento (per lo più attraverso

cene e aperitivi popolari) una piccola delegazione di quattro Murgueros è andata infatti lo scorso anno ad allestire un laboratorio di percussioni in un centro di accoglienza all’infanzia in Palestina. L’idea di base è che, per fare qualcosa di significativo per il quartiere, sia importante non limitarsi ad esso, ma occorra guardare bene che cosa si trova al di fuori. Senza contare che nei vicoli ombrosi della Maddalena, o fuori, tutti abitiamo lo stesso mondo. E tutti dovremmo ascoltare la voce che ci chiama a opporci al degrado e all’ingiustizia. Forte e chiara, come un rullo di tamburi.

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Sono tanti, giovani, immigrati. E molti hanno un’impresa Energie nuove, per ripensare lo sviluppo della Maddalena Negli anni Novanta, la riqualificazione urbana che interessa tutto il centro cittadino lascia esclusa la zona della Maddalena: paradossalmente, i miglioramenti che hanno interessato le zone limitrofe rendono ancora più stridente il contrasto con il quartiere, diffondendo l’idea di un “peggioramento” della qualità della vita. La chiusura degli uffici pubblici nella limitrofa via Garibaldi, con la conseguente cessazione di molte attività commerciali, non fa che accentuare la situazione di isolamento del quartiere (in via della Maddalena, su 98 locali a piano strada, ben 37 risultano chiusi o vuoti e due usati impropriamente come garage; nella limitrofa via delle Vigne ne risultano chiusi ben 22 su 33). Le attività criminali (sfruttamento della prostituzione, traffico di stupefacenti, racket e usura) che si insediano progressivamente nella zona rendono nel corso degli anni la Maddalena un quartiere sempre più a rischio.

In questo quadro così difficile, un fattore di dinamismo imprenditoriale è portato dalle iniziative economiche degli immigrati, le cui imprese rappresentano oggi il 37,7% di quelle attive nel territorio. Nell’ultimo decennio, nel quartiere, diversamente da quanto accade nel resto della città, la componente di popolazione nella fascia di età tra 25 e 64 anni conosce un forte incremento, a fronte di una riduzione degli over 65: in questo senso, la presenza di giovani immigrati cambia il quadro demografico locale. Considerati tutti questi elementi, il Patto per lo sviluppo locale della Maddalena, siglato tra comune e soggetti rappresentativi del territorio, vuole compiere un’azione coordinata e unitaria di recupero del quartiere, finalizzata ad aumentare la sicurezza reale e percepita, migliorare le condizioni di contesto, costruire un progetto culturale, economico e urbanistico di promozione sociale.

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vicenza Recitare Scarp: è successo a Zané, centro Etimoè. Redazione vicentina protagonista: prendono vita i racconti nel cassetto

Le nostre storie, un palco di emozioni di Cristina Salviati fotoreportage di Renato Dalla Vecchia (www.etimoe.it) 28 giugno 2012: la redazione vicentina di Scarp sale sul palco del Centro Etimoè a Zanè, in provincia di Vicenza, per leggere storie di persone senza dimora incontrate sulla strada o nei centri di ospitalità. Ogni mercoledì la redazione si riunisce per scrivere, discutere e raccogliere le idee. Tanti racconti però rimangono nel cassetto, non si può pubblicare tutto. E così si è deciso di proporre alcune storie, incontrando le persone dal vivo, facendosi coraggio e affrontando il pubblico. Per qualcuno è stata la prima volta sul palco, qualcun altro si è rivelato attore scafato. E i primi a sorprendersi sono stati gli stessi attori-narratori: «Non pensavamo di cavarcela così bene». Poi apprezza anche il pubblico, che ammutolisce, applaude, si emoziona, versa qualche lacrima quando si accorge che uno dei lettori sta proprio piangendo. C'era la partita dell'Italia, quella sepure la sede di Etimoè, centro di counra, semifinale contro la Germania. Epseling espressivo, si è riempita. Posto

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piccolino, ma per chi sale sul palco per la prima volta va bene così, il calore è tanto. I protagonisti di questa avventura, tra lettori e scrittori: Stefano Ferrio, Carlo Mantoan, Guido Pollini, Roberta Rossi, Cristina Salviati, Fiore Visentin; al sax, accompagna Mauro Baldassarre, musicista vicentino che da un po' di tempo segue le persone senza dimora nei loro tentativi artistici. Il sostegno tecnico, così come ogni mercoledì in redazione, è stato affidato all'indispensabile Paolo Meneghini.

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Una donna forte e coraggiosa. Senza dimora, con il figlio. Per non dividersi da lui e dal nuovo uomo, resta a vivere in strada

Franca delle stazioni tiene insieme la famiglia di Fiore Visentin Franca è una donna minuta, piacente, dai forti principi, una tando la capacità di grande forza interiore. Ma a dir poco molto sfortunata. Da dieci anni vive muoversi in situazioni di con il figlio Vincenzo nelle stazioni. In questo modo ha girato mezza Itamarginalità, che ormai lia, da quando, per una complicata situazione, alla morte del padre del raha maturato. C’è da augazzo, ha perso la residenza anagrafica. gurarsi che prima o poi Franca conobbe il suo uomo ancora giovane. Lui, più grande d’età, era qualcuno intervenga per separato e viveva in una bella casa di Pescara. Anni di convivenza felice li aiutare questa famiglia, portarono a desiderare un figlio e a diventare una famiglia. Poi arrivò imche da sola non ce la fa a provvisa la morte del compagno, e tutto precipitò. La ex moglie con i suoi costruirsi un presente quattro figli si fece avanti per l'eredità, per avere la casa e tutti i beni mameno precario. teriali. Franca e Vincenzo restarono senza nulla e si ritrovarono per strada: dieci anni di convivenza cancellati con un colpo di spugna, con cinismo e opporSono entrata in un negozio “ tutto a un euro”, perché volevo fare un regalo tunismo. Franca ancora oggi non riesce a una persona speciale, che in quei giorni compiva gli anni. Le mie disponibilità a capire come sia potuto accadere. In economiche sono alquanto ridotte perché vivo in strada e solo da qualche ogni caso non le resta che la strada, che tempo ho cominciato a guadagnare un po’ come venditrice di Scarp, unica da allora le fa da tetto e focolare. mia fonte di guadagno, che mi fa campare alla meno peggio. Ed è proprio tra gli homeless che ha Questa, a cui volevo fare un regalo, è un’amica speciale, perché mi aiuta conosciuto il suo attuale compagno. a tirare avanti, mi incoraggia e mi sostiene sempre nelle difficoltà che ogni Lei lo ha accolto anche senza soldi, angiorno incontro. Entrata nel negozio, mi sono guardata attentamente intorno, che senza lavoro. «Due cuori e una caho valutato tutti gli articoli da regalo, finché sono stata attirata da panna è meglio», ripete sempre Franuna bottiglia molto piccola, con dentro un delfino che faceva acrobazie ca. E intanto vive nell’attesa di una cacon il solo aiuto della coda meccanica. sa per suo figlio, per il suo compagno e Il delfino che riesce a vivere tra il mare e il cielo mi riporta alla mente tutti per se stessa. gli animali della mitologia che incarnano una sorta di divino. È una creatura

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Il mio regalo da un euro, se fossi una sirena...

Dove saranno finiti? Ho incontrato Franca al centro San Faustino di Vicenza, nel periodo in cui ha frequentato la nostra città. Lei ha anche provato a stare per un po’ all’albergo cittadino, ma i suoi cari non potevano essere accolti e dovevano continuare a dormire in una stazioncina in provincia. Così lei non poteva andare avanti. Allora ha preferito tornare fuori, in strada, insieme alla famiglia. Che è tutto quello che ha. Di lei non abbiamo saputo più nulla, ora che è ripartita da Vicenza. Presumo che sarà ancora in giro con i suoi, accolti da qualche altra Caritas, sfrut-

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capace di vivere nelle profondità degli oceani, ma anche di uscire dall’acqua con tale forza che pare voglia andare incontro al cielo, per poi tuffarsi nella luna. Quando vedo in tv la caccia ai delfini nei mari del Giappone, mi chiedo il perché di tutto questo scempio: nella baita di Taiji, vicino a Tokyo, ne uccidono ventimila nel solo mese di settembre, attirandoli in trappola con stimoli sonori, causando loro molto dolore. La loro carne viene spacciata come carne di balena e venduta illegalmente. Questi mammiferi hanno un’intelligenza superiore a molte altre specie animali. Mi piacciono molto, sono carini, sensibili e affettuosi, ed è capitato spesso che abbiano salvato vite umane. La loro strage è crudele e ingiustificata. Vorrei essere una sirena per stare li con loro per sempre: amo questi animali e nei miei desideri vorrei vivere tra loro per difenderli da tutto e da tutti. Vorrei essere per i delfini come una sorella, una mamma. Con questo oggetto in mano sento una forte emozione, sicuramente è il regalo adatto alla mia amica e sono sicura che anche lei si emozionerà come me. Federica Tescaro


firenze Da studente modello a schizofrenico, ricoverato senza chance di guarigione. L’abuso è ormai un grave un problema sociale

Deriva di Vincenzo, bruciato dalla coca di Claudio Corso e Mario Agostino Vincenzo è di Firenze, nato 35 anni fa da una famiglia benestante. I prochiede interventi di prevenzione e di diblemi cominciarono quando era ancora studente di giurisprudenza, a causa del sintossicazione. Esistono nell’area di Ficattivo rapporto fra i suoi genitori. Aveva 24 anni ed era fidanzato, ma le continue renze e dintorni ronde che incontrano i pressioni della madre su di lui perché lasciasse la fidanzata fecero si che la sua storagazzi per strada, cercando di inforria terminasse, non senza sofferenza da parte sua. Gli mancavano solo quattro esamarli sulla pericolosità della droga. Ma mi per laurearsi, ma le conseguenze emotive per la fine della sua storia lo portaroè capitato poco tempo fa a uno degli auno a iniziare a frequentare locali fino al mattino, assieme ad amici dediti all’utiliztori di questo articolo che un ragazzo di zo di Lsd e cocaina. Entrò ben presto anche lui nel giro di chi utilizzava queste sopoco meno di venti anni si avvicinasse, stanze, perdendo di vista lo studio e la laurea. chiedendo se aveva una dose di coca... Dopo due anni di uso continuo della cocaina cercò di riprendere gli studi, cosa che gli veniva impedita dalla totale perFirenze è peggio di Londra dita di concentrazione. Provava a stua trovare nemmeno nei fine settimana, Il fenomeno è troppo vistoso e grave, i diare, ma il senso di malessere per non talmente negativi sono gli effetti di quecontrolli vanno effettuati anche all’insentirsi più come prima aumentava, sti incontri. Oggi si sentono solo telefoterno dei locali; le forze dell’ordine fanspingendolo a utilizzare non solo cocainicamente una volta a settimana. no quel che possono, ma tutti devono na, ma anche altre sostanze. Secondo il parere dei medici ormai dare una mano. Genitori, gestori dei loil recupero non è più possibile. Nonocali, semplici cittadini: tutti abbiamo stante ciò, il padre è ancora convinto una responsabilità etica nei confronti di Dall’apatia all’aggressività che un giorno Vincenzo possa tornare a questi ragazzi, dal momento che l’utiEra ormai un periodo in cui i segni di ciò essere quello di prima. Solo la madre orlizzo non solo può provocare danni irche sarebbe successo in seguito erano mai ha preso coscienza della gravità reparabili, come nel caso di Vincenzo, già evidenti: riportava sintomi catatonidella situazione e si rende conto oggi ma persino la morte. Basti pensare che ci, di apatia, irritabilità e violenza, anche che tra i motivi di quanto accaduto può per il Centro disintossicazione cocaina nei confronti dei genitori. Passarono alesserci anche il suo atteggiamento nei di Firenze, fatte le dovute proporzioni, tri due anni: terminare l’università oraconfronti della storia d’amore che Vinl’utilizzo della cocaina a Firenze è magmai non era più fra gli obiettivi di Vincenzo aveva vissuto con la ragazza che cenzo, i danni neurologici erano così giore dell’utilizzo che se ne fa a Londra, lei non aveva mai accettato. gravi che gli venne ritirata la patente. e negli ultimi anni è diventato dieci volLe droghe sono pericolose, ma la Avendo la necessità di uscire con gli te superiore all’uso dell’eroina nella facocaina è un fenomeno sociale che riamici e di assumere cocaina, finì per ruscia d’etè tra i 15 e i 54 anni. bare l’auto dei genitori, i quali, loro malgrado, decisero di venderla. Fu in quel periodo che un medico di Ceis – Centro di Solidarietà Firenze Onlus Milano e uno di Perugia gli diagnosticavia de Pucci 2, 50122 Firenze. Tel: 055.282008 – Fax: 055.287822 rono una forma di schizofrenia: Vinmail: csf@csfirenze.it – Linea diretta mobile: 335.7686394 cenzo mostrava di vivere in un mondo a www.centrosolidarietafirenze.it/attivita.html sé, interagendo con l’esterno talvolta in Sert – Servizi per le tossicodipendenze a Firenze modo catatonico, a volte come se l’amborgo Pinti 68/R – tel: 055.246061 biente esterno, quello conosciuto, non via Puccinotti 36 – tel: 055.73721 lo riguardasse. Alla fine i genitori furovia dell’Arcolaio 2/A – tel: 055.6264054 no costretti a ricoverarlo in una casa di piazza del Carmine 17 – tel: 055.287299 cura, dove vive ancora oggi. Dopo alcuvia Minervini 2 – tel: 055.483010 ne visite è stato consigliato ai genitori, lungarno Santa Rosa 13 – tel: 055.2285667 da parte dei medici, di non andarlo più

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I servizi di cura e prevenzione in città

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modena Ricostruzione post terremoto: firmato un protocollo per evitare che le mafie provino a tuffarsi nel grande affare

Con il cemento della legalità di Francesco Rossi Passata la prima fase, quella dell’emergenza, legata ai bisogni principali ai quali dare risposte (alloggi, cibo, servizi sanitari e assistenziali), ora per le zone del modenese colpite dal terremoto del 20 e 29 maggio inizia la fase della ricostruzione. Pur tra mille difficoltà, dovute alla burocrazia, ai finanziamenti e al reperimento delle risorse, alle norme da tenere in debita considerazione, una cosa è certa: quello che tutti vogliono è prevenire le infiltrazioni della criminalità organizzata nella ricostruzione post-terremoto. Qualificati segnali, che indicavano aziende legate in vario modo alla criminalità organizzata pronte a tuffarsi nel grande business della ricostruzione in Emilia, erano giunti nelle prime settimane dopo il terremoto. E ora che si inizia a porre sul tavolo il tema della ricostruzione in maniera più concreta si cercano gli strue 3/2011 (Misure per l’attuazione coormenti adatti perché tutto avvenga nel dinata delle politiche regionali a favore rispetto assoluto delle regole. della prevenzione del crimine organizQuesto è anche l'intento principale zato e mafioso, nonché per la promoziodel “Protocollo d'intesa di legalità per la ne della cultura della legalità e della citricostruzione delle zone colpite dagli tadinanza responsabile). Finalità del eventi sismici del 2012”, sottoscritto protocollo, enunciata al primo articolo, dalla regione Emilia Romagna e da diè “incrementare le misure di contrasto verse sigle (Autorità per la vigilanza sui ai tentativi d’inserimento della criminacontratti pubblici, Upi, Anci, Unioncalità organizzata nel settore dell’edilizia mere, Inail, Inps, Direzione regionale pubblica e privata, migliorare il reciprodel lavoro, Cgil, Cisl, Uil, Fillea-Cgil, Filco interscambio informativo, garantire ca-Cisl, Feneal-Uil, Ance, Confindustria una maggiore efficacia delle azioni di Emilia Romagna, Cna, Confartigianato, prevenzione e controllo attraverso l’imConfcoperative, Agci, Legacoop, Confpegno a estendere le verifiche antimafia servizi, Coldiretti, Confapi, Associazioa tutti gli interventi finanziati con fondi ne nazionale cooperative e lavoro, destinati alla ricostruzione”. Confcommercio, Confesercenti, Forum Tra gli obiettivi dell’accordo, c’è il terzo settore e ordini e collegi profescontrasto ai fenomeni di usura e la creasionali del settore dell’edilizia). zione di una white list aperta, con i nomi delle imprese edili che operano con criteri di legalità, punto di riferimento Misure urgenti contro l’illegalità per i cittadini e le stazioni appaltanti per Il testo parte dal riconoscimento della affidare i lavori di ricostruzione. La re“straordinaria necessità di emanare migione metterà inoltre a disposizione di sure urgenti che assicurino il rispetto comuni e province “l'utilizzo delle condella legalità per gli interventi edilizi venzioni e le proprie piattaforme inforpubblici e privati” e fa diretto riferimatiche per appalti di beni e servizi”. mento a due leggi regionali per la “legaPer il presidente della regione e lità”: 11/2010 (Disposizioni per la procommissario straordinario per la ricomozione della legalità e della semplifistruzione, Vasco Errani, si tratta di cazione nel settore edile e delle costru«un segnale politico chiaro di legalità e zioni a committenza pubblica e privata)

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trasparenza nella ricostruzione. Con questo accordo si punta a evitare che in questa fase si inneschino deviazioni del mercato. Un passo fondamentale per affrontare sul territorio le possibili infiltrazioni della criminalità organizzata». Un giudizio positivo l’ha dato anche Giorgio Graziani, segretario generale regionale della Cisl: «Il protocollo – dice – era un obiettivo da raggiungere nella ricostruzione delle zone colpite dal terremoto per prevenire infiltrazioni mafiose, alle quali l’Emilia Romagna non è indenne. Certo, non è una legge che prevede sanzioni per chi non la rispetta, semmai un’indicazione di comportamenti virtuosi da monitorare in fase di applicazione». Qui, d’altra parte, sta il valore aggiunto del documento sottoObiettivo trasparenza Uno degli edifici industriali pesantemente danneggiati dal terremoto di fine maggio in Emilia. La ricostruzione deve essere rapida, ma non può prescindere dalla legalità


scarprimini scritto dai rappresentanti dell’imprenditoria, dei lavoratori e degli enti locali. «Tutte le parti in causa – sottolinea Graziani – non sono solo chiamate a rispettare le leggi, ma a un impegno che le supera, ad esempio eliminando il massimo ribasso dalle offerte e stabilendo la congruità per un appalto».

Elenco di merito per le imprese Il testo prevede un elenco di merito delle imprese che operano nel settore dell’edilizia secondo criteri di legalità rispetto all’antimafia, alla tutela e sicurezza del lavoro e alla fiscalità, oltre a un elenco regionale dei prezzi. «Definire soglie – evidenzia il segretario Cisl – sotto alle quali si va al massimo ribasso serve a comprendere quali siano i limiti al di là dei quali un’impresa non può restare nella legalità, mantenendo le condizioni di costo minimo, ma pure di tutela e regolarità dei lavoratori. In altri termini, l’intento è dare una responsabilità al mercato e tagliare le gambe alla criminalità, facendo in modo che il mercato sia trasparente». Concorda nell’analisi Giovanni Melli, portavoce regionale del Forum del terzo settore, che inscrive il documento in una «prassi consolidata» del tavolo al quale si confrontano normalmente la regione e le rappresentanze sociali ed economiche. «A fronte dei disastri provocati dal terremoto – osserva Melli – c’è

L’incontro

Il terremoto come occasione: «Insieme, per costruire coesione» Fraternità, solidarietà, condivisione, reciprocità, comunione, con particolare riferimento alla situazione creata dal terremoto che ha sconvolto a maggio l’esistenza della Bassa modenese. Ne hanno parlato, in un incontro pubblico voluto dalla Caritas diocesana, il diacono Stefano Guerzoni di San Felice sul Panaro e Giorgio Bonini, responsabile dell’associazione A Porta Aperta. Paradossalmente, ha detto Guerzoni, «il terremoto è una grande occasione per capire che l’uomo non può vivere isolato, da solo, nel suo mondo. C’erano famiglie che prima del 20 maggio frequentavano lo stesso ambiente, abitavano nello stesso quartiere o palazzo, ma non si degnavano di uno sguardo: il terremoto, accomunandole nella sofferenza, le ha aiutate a trovare una comunicazione con l’altro, condividendo le stesse sofferenze, gli stessi disagi. È stata una esperienza, in generale, che ci ha portato a unirci. È stata l’occasione di incontrare le esigenze degli altri e scoprire la dimensione dell’aiuto reciproco: il sisma ha scosso le persone e si è così trovata la possibilità di un incontro, che difficilmente, altrimenti, si sarebbe potuto avere. Poi la scoperta delle tante facce della solidarietà: quella che abbiamo vissuto è un’esperienza che obbliga a una riconversione quotidiana, a vedere la vita in modo positivo». La solidarietà è tornata anche nelle considerazioni sviluppate da Giorgio Bonini: «Mi ha colpito il fatto che dopo il sisma si sia riconosciuto che abbiamo bisogno dell’aiuto degli altri. Quello che è accaduto ci riguarda tutti: perché da questa situazione ci possiamo tirare fuori solo tutti insieme. Ci siamo in mezzo insieme, perché il terremoto ridefinirà il nostro sistema non solo sociale, ma anche economico. È saltato l’automatismo per cui il rischio di povertà è in relazione a una condizione particolare (emarginazione, alcolismo, collocazione nelle fasce marginali): il rischio di cadere in povertà può essere in relazione anche a eventi che possono capitare e che non si possono controllare, e accrescono la componente vulnerabile della popolazione. Diventa dunque fondamentale lavorare per creare coesione sociale e andare avanti insieme; creare occasioni di scambio, di incontro a livello di quartieri, di zone. Importante poi è anche considerare la variabile ambiente; una maggiore attenzione ambientale (per esempio alle risorse energetiche alternative, allo smaltimento dei rifiuti, al consumo critico) può tra l’altro avere anche risvolti positivi da considerare in termini economici. Perché, per esempio, non creare gruppi di acquisto per rifornirsi di prodotti agricoli dalle aziende della Bassa modenese, produttrici tra l’altro di ottima qualità? Oppure, perché non pensare alla raccolta differenziata dei rifiuti come occasione per creare occupazione, differenziando e riciclando, anziché inviando all’inceneritore? Prospettive concrete, per un’economia sana, che produce coesione sociale e relazione, in un’ottica solidaristica e di tutela ambientale». Stefano Malagoli la necessità di snellire le procedure, ma al contempo mantenere un’attenzione altissima, per far sì che la malavita non possa mettere le mani sulla ricostruzione». Il portavoce del Forum richiama quindi l’impegno di ciascun firmatario e delle realtà rappresentate alla massima attenzione e sorveglianza, allargando altresì la partecipazione dei diretti interessati ai processi decisionali.

«Riguardo al ruolo del terzo settore – conclude Melli –, nell’ambito dei processi economici ci sta anche l’economia sociale e civile. Dopo il sisma non c’è solo la ricostruzione materiale a cui pensare, ma pure quella dei legami sociali, di un tessuto comunitario fatto di istruzione, sport, animazione dei bambini, cura degli anziani... Temi che non possono fare a meno del non profit».

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rimini Incontro con i figli di Emilio Alessandrini e Giorgio Ambrosoli: l’esempio può generare prove concrete di responsabilità sociale

Eroi, anzi no: promotori di giustizia di Letizia Rossi Sono figli di due eroi. Uccisi perché svolgevano il loro lavoro con passione, schiena dritta e responsabilità. Uno era il sostituto procuratore Emilio Alessandrini, assassinato da Prima Linea nel 1979; l’altro Giorgio Ambrosoli, avvocato liquidatore della Banca Privata italiana, fu freddato a Milano nella notte fra l’11 e il 12 luglio 1979 da un killer. A distanza di oltre trent’anni i figli, Marco Alessandrini e Umberto Ambrosoli, sono stati invitati dall’associazione riminese “Avvocati solidali”, per una riflessione (La forza dell’esempio) sul ruolo sociale dell’avvocato oggi e sulla possibilità di tradurre la memoria in fatti concreti, dentro e fuori il tribunale. «L’incontro – spiega il presidente dell’associazione, Maria Pia Amaduzzi – è stato organizzato con il fine di promuovere cultura di responsabilità sociale e cercare di individuare strade o percorsi che consentano agli operatori di svolgere il che ha pagato a caro prezzo le sue indaproprio ruolo tenendo conto di quello gini sulla strage di piazza Fontana. Il fiche è l’interesse pubblico, non solo l’inglio, oggi avvocato nel foro di Pescara, teresse individuale. L’operatore di giuha sottolineato l’importanza della mestizia ha responsabilità in più, dobbiamoria: «Gli anni Settanta sono lontani, mo gestire la nostra professione prenma il seme della violenza è ancora predendo spunto dagli esempi che ci sono sente nella società. L’attualità ci ricorda, stati dati, dalle persone che nella loro purtroppo, che dall’inizio dell’anno sonormalità hanno dedicato e sacrificato no state assassinate tante donne o che la loro vita a un interesse superiore, la soluzione delle controversie internaquello dello stato e del rispetto della zionali viene trovata raramente con la legge». diplomazia e il dialogo, meglio i bombardamenti. Io ho perso mio padre che avevo solo 8 anni. Lui ci guarda dall’alUn giudice coraggioso to e sono certo che sorriderebbe nel saUna di queste figure è stata senza ompere che è diventato un simbolo d’imbra di dubbio il giudice Alessandrini,

“Avvocati solidali”, professionisti al servizio di chi si trova nel disagio L’associazione “Avvocati solidali” è nata dalla collaborazione tra Caritas diocesana di Rimini, un gruppo di professionisti riminesi e l’associazione “Figli del Mondo”. La sua finalità è assicurare assistenza legale gratuita a soggetti con disagio sociale, anche in assenza dei requisiti per il patrocinio a spese dello stato. “Avvocati solidali” rappresenta un ponte creato tra il mondo dell’associazionismo sociale e il settore delle professioni intellettuali, sulla base della convinzione che quest’ultimo, incidendo come l’impresa nel contesto socio economico-ambientale in cui è inserito, possa agire in modo responsabile, rafforzando la coesione sociale e contribuendo ad affrontare i bisogni espressi dalla comunità locale.

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pegno». Sorriderebbe perché Emilio Alessandrini amava il proprio lavoro. Era un uomo fedele al suo paese, amava la disciplina e soprattutto era un uomo d’onore: concetti scomodi, di questi tempi, dove si assiste a uno sgretolamento della coscienza civica. «Proprio per questo – conclude il figlio Marco – credo che l’impegno per la legalità non possa essere esclusivo del magistrato, ma riguardi tutti, perché la democrazia è partecipazione. La legge si forma attraverso le nostre rappresentanze in parlamento, attraverso le associazioni e anche in occasioni come questa».

Professionisti contro la mafia Ma anche con la creazione di associazioni ad hoc, come quella additata ad esempio da Umberto Ambrosoli, anche lui avvocato, ma a Milano, e figlio del giudice Giorgio, ucciso da un killer


scarprimini Contro il disagio

Un Piano per aiutare i minori, servono famiglie accoglienti

assoldato da Michele Sindona. «Si chiama Professionisti liberi – ha raccontato – ed è un gruppo costituito da più di mille uomini e donne: medici, docenti universitari, avvocati, geologi. Tutte persone che vivono in Sicilia e che si sono incontrate, impegnandosi al rispetto di dieci regole che sono un qualcosa di più della traduzione dei rispettivi doveri deontologici. Dieci regole d’impegno per fungere da argine al riciclaggio del denaro sporco e all’affermazione della criminalità organizzata. Sono uomini che si impegnano ogni giorno, non ponendosi al servizio di soggetti opachi. Per loro

Ricordo di due eroi A sinistra Emilio Alessandrini, assassinato da Prima Linea nel 1979. A destra Giorgio Ambrosoli ucciso da un killer anche lui nel 1979.

Un Piano (provinciale) per aiutare i minori. Soprattutto quelli più bisognosi. Come? Attraverso l’affido. A questo scopo parte degli oltre 84 mila euro stanziati dalla provincia di Rimini nel 2012 per l’assistenza a minori in difficoltà saranno riservati all’accoglienza famigliare e in comunità, specialmente per quanto riguarda la formazione degli adulti e delle famiglie accoglienti. «Nel 2011 – ha spiegato l’assessore alle politiche sociali, Mario Galasso – sono stati realizzati per la prima volta corsi per adulti accoglienti; il miglioramento della qualità dei servizi, e il coinvolgimento sempre più attivo della famiglia nei compiti di cura e di tutela dei bambini, costituiscono un obiettivo prioritario, che impegna la provincia in un’attività di promozione, raccordo e sostegno delle reti, per valorizzare le competenze e stimolare nuove modalità operative». La speranza è trovare nuove famiglie disponibili all’esperienza dell’affidamento familiare. «Vogliamo continuare a concentrarci sul sostegno alla popolazione minorile (0-17 anni) residente in provincia, popolazione che ammonta a 54.646 persone, vale a dire il 16.5% del totale della popolazione». Nel distretto socio-sanitario Rimini Nord i minori sono 35.956, di cui 23.126 residenti a Rimini (64,3%, in continuo lieve aumento). I comuni di Torriana, Verucchio, San Leo e Bellaria Igea Marina si confermano quelli con la più elevata percentuale di minori rispetto alla popolazione residente nel distretto: 19,8% a Torriana, 18,7% Verucchio, San Leo 18,4% e 18,2% a Bellaria-Igea Marina, in linea con i due anni precedenti. Nel distretto socio-sanitario di Riccione i minori sono 18.690, di cui 5.485 residenti a Riccione (29,3%, in flessione rispetto 29,4% del 2010, e al 30,5% del 2009). I comuni di questa zona con una maggiore incidenza di minori rispetto alla popolazione residente sono Montecolombo (19,7%), San Clemente (19,3%) e Montescudo (19,3%). I minori stranieri residenti in priovincia sono invece 6.885 e costituiscono quasi il 12,59% della popolazione provinciale minorile. Nella zona nord sono 4.799, di cui 3.268 residenti a Rimini (68%, rispetto al 67,2% dello scorso anno), mentre nella zona sud i minori stranieri sono 2.086 di cui 587 residenti nel comune di Riccione (28,1%). I minori in carico al servizio tutela minori sono 3.717, ma i dati non comprendono la comunità montana dell’Alta Valmarecchia. La principale motivazione di presa in carico si conferma il disagio economico, seguita dal disagio familiare. I minori seguiti anche con supporto psicologico sono 694, di cui 472 nel distretto Rimini Nord e 222 nel distretto di Riccione. Gli affidamenti familiari sono in totale 160. Francesco Barone

tutto ciò significa magari perdere possibilità concrete di benessere. Ma il professionista non può essere complice, deve operare ai fini della giustizia». Proprio come hanno fatto Alessandrini e Ambrosoli. «Il ruolo che dovrebbe avere l’avvocato – ha concluso Luciano Marzi, membro dell’associazione e responsabile del Centro servizi immigrati della Caritas diocesana – non è cambiato. La

situazione attuale è molto complessa e chi si occupa di diritto, in particolare, deve essere molto fermo nel perseguirne i valori. Ciò che si vuole sottolineare non è tanto la rievocazione di episodi compiuti da eroi, ma ciò che ognuno è chiamato a svolgere come promotore di giustizia. Attività che si declina nel quotidiano, dove ogni giorno è occasione e momento di servizio per il bene di tutti».

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napoli I redattori di Scarp alle prese con i libri finalisti al “Premio Napoli”. Che dà grande attenzione al tema della povertà

Le mie letture, un premio “sociale” di Laura Guerra Il Premio Napoli, storico appuntamento culturale partenopeo, che da 58 edizioni designa, con una giuria di specialisti e una di lettori, i titoli vincitori delle sezioni Narrativa, Saggistica e Poesia, propone nel programma 2012 due novità: tre nuove categorie in gara e un calendario di appuntamenti sociali intitolato “Il Forum del Bisogni. Mangiare, Bere, Abitare”. Alle consuete sezioni si aggiungono infatti quella “Traduzione” (introdotta per valutare i migliori lavori che rendono un’opera dalla lingua originale all’italiano), “Ibridi letterari” (per offrire una riflessione sul passaggio dal libro di carta prodotto in tipografia al supporto multimediale, figlio della tecnologia contemporanea); “Libri per bambini e ragazzi” per valorizzare l’unico settore al momento in attivo dell’editoria italiana. La giuria tecnica ha scelto dodici opere finaliste, che saranno giudicate La creazione del dio euforico da trecento lettori selezionati nell’amAnche quest’anno c’è il Premio Napoli, bito delle biblioteche municipali e da cioè una rassegna di libri in cui si scegruppi di lettura direttamente organizglie il meglio in sei categorie. Tra i dodizati con l’Istituto Orientale, l’Accademia ci in gara quest’anno io ho scelto un lidi Belle Arti, e la Scuola media inferiobro della categoria “Bambini e noi”, C’ere di Acerra “M. Ferrajolo”. ra una voce, di Alessandra Berardi e Questa è la prima edizione firmata, Alessandro Gottardo (alias Shout). come direttore, dal poeta napoletano Perché ho scelto questo titolo? Non Gabriele Frasca, che si dice molto sodlo so, forse perché riunisce tutte le etnie, disfatto: «La giuria tecnica ha lavorato cioè parla della creazione del mondo “a molto bene – racconta – e per ogni setmodo loro”, evidenziando come la intore ha scelto opere molto significative, tendono tutti i popoli e le culture di tutsoprattutto alla luce della nuova forto il mondo. Il protagonista è un dio mula del Premio, che tende a mettere in euforico che danza il ballo della gioia e risalto che la cultura italiana può anallo stesso tempo crea il mondo, un Dio cora dire qualcosa al e del mondo». Una molto creativo, che nonostante lo abbia nuova formula che mostra grande atcreato lui vuole anche scoprirlo, il montenzione al sociale, attenzione che sarà do, poi alla fine cerca qualcuno che può declinata anche nel “Forum dei Bisogni. dare amore e crea l’uomo. Mangiare, Bere, Abitare”, che propone Quante volte è stata immaginata la quattro momenti di riflessione. Al pricreazione del mondo? Tante, attraverso mo, intitolato “La Fame non aspetta”, canti, leggende, poemi, racconti di tutsvoltosi a luglio all’Albergo dei Poveri, te le culture e i continenti. Alessandra seguiranno: “Pane selvaggio” (4 ottobre), Berardi e Alessandro Gottardo immagi“La scala della fame” (23 ottobre), “Un nano un dio in estasi per la bellezza di campo che non è quello di grano” (13 un creato imprevisto, sorto dallo spanovembre) e “Il nuovo abolizionismo. vento di ascoltare il battito del proprio Sradicare la fame” (19-20 dicembre). cuore nella solitudine di uno spazio inEcco come i “redattori di strada” di finitamente vuoto. Un dio che intorno Scarp Napoli seguono il Premio e i suoi a questo cuore solo si dà un corpo fultitoli. E non solo... gente fatto d’universo, stelle, cielo, nu-

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vole, luce, pianeti e lune. Un dio euforico, che danza di gioia e nel danzare crea il giorno, la notte, il tempo, le ore. Un dio pervaso da una passione creativa, che si getta alla scoperta del mondo e delle creature che lo popolano. E che per il desiderio di una voce che risponda alla sua richiesta di amore, da una figurina d’argilla crea, infine, l’uomo. I due curatori sono l’uno di Nuoro, l’altra di Pordenone. E scrivono anche canzoni per il programma per bambini L’albero azzurro. Alessandra Berardi ha inciso un cd e partecipa a progetti teatrali, Shout invece lavora quasi sempre con clienti stranieri e con la casa editrice Minimunfax e i Topiroditori. Il libro concorrente, nella categoria, si intitola Bruno, di Nadia Tommarova, e parla di un bambino ebreo della grossa testa impacciato nei movimenti in-


scarpnapoli troverso e schivo; ma curioso e attento alla vita e attento a ciò che lo circonda e molto affascinato dalla stravaganza del padre. È stato scritto in ricordo di Bruno Schultz ucciso dai nazisti nel 1942. Massimo De Filippis

Io amo la Slam poetry Bene, vengo a sapere che una cosa che io misi in atto con alcuni bambini parecchi anni fa, giù in Calabria, si chiama Spoken Music ovvero Slam Poetry. I miei piccoli amici dovevano recitare una poesia in classe, e io ero stato chiamato per accompagnarli alla chitarra. Per la preside io dovevo solo suonare qualcosina «senza dare fastidio», ma io chiesi e ottenni di provare un po’ con alcuni di loro. E avvenne una cosa bellissima, un’istintiva unione fra parole e musica: i piccoli entravano nelle note e le note li facevano vibrare. Una vera magia. E un successo strepitoso: vinta la timidezza e un po’ di paura da “prima volta”, io e i piccoli poeti ci divertimmo come pazzi. E non sapevamo di aver inventato la Spoken Music, invece Marc Kelly Smith l’ha codificata, battezzata, pubblicizzata e diffusa. Marc Kelly Smith, fondatore del Poetry Slam, recupera un’idea antica di poesia, indissolubilmente congiunta al ritmo della parola, alla fisicità della voce recitante, alla sonorità dei versi. Come per secoli è stato per le culture tradizionali e come ora ritorna a essere nelle metropoli più avanzate di questo

Aspiranti vincitori

Dall’infanzia agli ibridi, duelli in sei categorie I titoli che si contendono la fascetta di vincitore del “Premio Napoli”. Saggistica. Miguel Gotor, Il memoriale della Repubblica. Gli scritti di Aldo Moro dalla prigionia e l’anatomia del potere italiano (Einaudi); Giorgio Lunghini, Conflitto crisi incertezza. La teoria economica dominante e le teorie alternative (Bollati Boringhieri). Poesia. Giovanna Bemporad, Esercizi vecchi e nuovi (Luca Sossella); Jolanda Insana, Turbativa di incanti (Garzanti). Traduzione. Domenico Pinto e Robert Walser, Ritratti di pittori (Adelphi); Enrico Terrinoni e James Joyce, Ulisse – Edizione integrale (Newton Compton). Libri per bambini e ragazzi. Alessandra Berardi e Alessandro Gottardo, C’era una voce (TopiPittori); Nadia Terranova e Ofra Amit: Bruno (Orecchio Acerbo). Ibridi Letterari. Flavio Massarutto: Assoli di china (Stampa Alternativa – Nuovi Equilibri); Lello Voce, Frank Nemola e Claudio Calia: Piccola cucina cannibale (Squilibri). Narrativa. Vincenzo Latronico, La cospirazione delle colombe (Bompiani); Davide Orecchio, Città distrutte (Editore Gaffi).

nostro presente, la poesia non è più l’esangue distillato di una mente letteraria, da rianimare con l’ausilio di qualche musicista al seguito, ma si prospetta come una forma di comunicazione che è già ritmo e musica e le cui capacità di incantamento, persuasione e affabulazione si consumano all’interno di una dimensione collettiva, secondo le relazioni di reciprocità che legano chi recita a chi ascolta nelle animate “gare a colpi di verso” di questo movimento internazionale. Tra i pionieri europei dello Spoken Music e primo ad aver introdotto in Italia lo Slam Poetry, Lello Voce si presenta ora con la sua ultima fatica letteraria, Piccola cucina cannibale, in gara al Premio Napoli. È un lavoro che, aperto a migrazioni e incontri, travalica altri confini, per esaltare ancora di più le capacità di dialogo della poesia, che si riflette come in uno specchio nella musica. Bruno Limone

Il Calvino di mia madre Anno Domini 1978: in quei dodici mesi accadono cose molto ma molto distanti tra loro. È l’anno dell’uscita di un disco stupendo: L’anno che verrà di Lucio Dalla. È l’anno dei “fatti” di Valle Giulia. È l’anno dell’elezione a presidente della repubblica del partigiano Sandro Pertini. È l’anno dell’uscita del libro Se una notte d’inverno un viaggiatore di Italo Calvino. Il quale, come accaduto altre volte, mi viene regalato da

mia madre. Allora vivevo a Roma, ma il dovere di figlio mi imponeva spesso il ritorno a Napoli. Quella volta lo feci con animo ancora più leggero; mamma mi aveva parlato di un regalo. Io sapevo che poteva essere solo un libro. «Rilassati, non importa dove leggerai questo libro. L’importante è che nessuno osi disturbarti, perché starai per iniziare un viaggio splendido». Questo era l’incipit. E il viaggio, in effetti, fu davvero splendido. Calvino ci porta in un mondo misconosciuto, alternando situazioni “facili”, passando per voli pindarici e arrampicate sugli specchi, ma non era lui il protagonista: eri tu solo se volevi esserlo. Questo libro, ancora oggi mi accompagna, ed è sempre lo stesso, nel senso che non ho dovuto ricomprarlo, è quello datato 1978, acquistato da mamma nella libreria Treves in via Toledo. La copertina è ingiallita, ma dentro il contenuto è lo stesso, è rimasto inalterato, assolutamente fiabesco, come solo Calvino sapeva scrivere. Nella mia vita ho letto centinaia di libri, ci sono state letture più “alte”. Dante, Leopardi, Manzoni, Montale, Ungaretti, Pasolini, Virgilio; classici greci e latini e ogni libro mi ha regalato qualcosa e mi pongo una domanda: ma cosa ho regalato a loro? La risposta? Ho regalato la mia presenza, nel senso che quando li apro, quegli autori rivivono, perché con le mie mani li accarezzo. Aldo Cascella

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Il bisogno materiale, quando si è costretti a vivere alla giornata, spinge all’immediatezza. Ma c’è un’altra dimensione della vita

Nulla, anzi molto è “per sempre” Le belle parole Se le belle parole si potessero scrivere con un raggio di sole... Se il sole splende su di noi sulle nostre parole ne fa un arcobaleno. Se possedessi un calamaio d’oro ne scaturirei parole dorate. Un pugno di sabbia nella clessidra del tempo migliaia di attimi un attimo solo che si disperde nel vento. Un caleidoscopio di colori, di suoni, un caleidoscopio d’oro, non oso immaginare che colpo al cuore, che colpo all’anima, oltre il cuore dei cuori Maria Di Dato

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Riflessioni di laboratorio sul “Per sempre”. Una prova di pensiero e di scrittura, per tentare di aprire lo sguardo oltre l’oggi, l’emergenza dettata dal bisogno e la necessità di trovare riparo, un pasto, cura alle necessità fisiche dell’esistenza. Un confronto che chiude un anno, durante il quale la redazione di ScarpNapoli molto ha ragionato di opposti. Il materiale e l’immateriale, per esempio, saltando continuamente fra gli immaginari confini dell’uno e dell’altro: è stato il tema del laboratorio di luglio, uno degli ultimi prima della pausa estiva. I lettori avranno queste pagine fra le mani quando l’estate sarà già finita, quando noi saremo al lavoro sui numeri dell’autunno e del prossimo inverno. E riprenderemo il filo del discorso fra l’ora e il per sempre; fra il qui e il futuro; fa le cose che si toccano con mano e quelle che si vedono Il periodo dei primi amori e della con gli occhi del cuore. mia adolescenza mi fa ricordare anche *** una bella canzone di Massimo Ranieri Erba di casa mia. Ancora oggi trovo Poche sillabe, tanti ricordi questa canzone stupenda e mi suscita “Per sempre” è una frase di poche siluna semplicità di ricordi. Mi vengono labe, ma per me importante, significa in mente piccoli episodi legati alla mia essere legata a un amore per sempre, famiglia unita; io da piccola che, eufoper quello che sogni di una vita felice, rica della mia età, pensavo solo alla e vivere quell'amore fino alla morte, spensieratezza, proprio come dice costruendo una vita con i figli, una caMassimo. Quando l'ho ascoltata è stasa con i propri valori. Una vita meravito bello ho avuto tanti ricordi bellissimi gliosa, fatta di amore. della mia famiglia, di quando tanti an“Per sempre” è la parte di te che il ni fa eravamo uniti. Oggi purtroppo Signore ti ha donato: essere fertile, è l'amore verso un figlio, una figlia, è un tutto questo calore non c'è più. E quecordone ombelicale che non riesci a sto manca, è tutto diverso. staccare, fa parte del tuo dna, vive con Marianna Palma te. È un amore puro, ami tuo figlio più di ogni altra cosa anche se nella vita ci I nipoti, che ricordano i figli sono diversi amori, ci si ama diversa“Per sempre” per me è la mia famimente: l’amore di un marito, di un figlia: i miei due figli, che sono tutta la glio – appunto –, di un genitore, della mia vita. Quando non parlo con loro famiglia, verso il prossimo. mi sento giù di morale, mi fanno penPer me il “per sempre” è una parola, sare che possono avere qualche promolto importante, in cui credo molto, blema e finchè non riesco a sapere coed è un significato per me indelebile. Mi me stanno sono in pensiero. Appena ricordo ancora come se fosse ieri, alle parlo con loro, mi sento più tranquilscuole, alle prime cotte, scrivevo il nolo. Parlo con mio figlio Franco, mia me del ragazzo che mi piaceva, poi scrinuora e mio nipote Umberto che si vevo il mio, e poi la scritta “per sempre”. chiama come me, e quando mi parla Oppure alle scuole medie, si scriveva in io mi sento così contento... Dopo un inglese “per sempre”, forever. po' mi telefona anche mia figlia e mi


scarpnapoli sento di nuovo felice, parlo anche con le mie nipoti, Antonietta e Jessica. A tutti e tre dico: «Un bacione da nonno Umberto». I miei nipoti mi fanno ricordare la nascita dei miei figli; è una cosa bellissima, specialmente il primo figlio, quello che per primo porta la felicità in casa. Certo, portano anche dei sacrifici, che tu fai con piacere, perchè li vedi crescere giorno per giorno. Non pensi più a niente perchè ogni giorno li vedi fare tanti progressi e ti dà la forza di andare avanti. Solo pensare che un figlio o nipote cresce mi dà quella felicità e quella soddisfazione che ricompensa tutti gli sforzi e i pensieri e tutto l’amore speso. E quando ci gioco, sorridiamo e passano tutti i pensieri. Umberto D'Amico

Eternità completa, angeli tra noi “Per sempre” per me vuol dire eternità completa, fatta di senza fine e di senza un luogo preciso, dove non si finisce e dove si dice che tutto ha inizio e un fine. Ed è vero questo, specialmente per

le cose belle che durano poco: c'è l'universo che non ha fine, c'è Dio eterno e a volte ci crediamo anche noi eterni, ma non sappiamo che la nostra vita avrà una fine ma non si sa quando verrà la nostra fine, c’è chi ha scritto che questo mondo finirà quest'anno (21 dicembre 2012) ma chissà se sarà vero, ma sarò vivo per vedere tutto questo? Chi lo sa se tutto questo sarà vero. Gli angeli esistono e vivono in mezzo a noi, soffrono come noi ma sono angeli fatti di spirito si nutrono del nostro bene e soffrono se pecchiamo. Ognuno di noi ha un angelo custode che ci protegge, un angelo lo possiamo vedere in tante forme diverse: un padre, una madre oppure un amico. Ci sono tanti tipi di angeli, forse non li vedremo mai, eppure li vediamo tutti i giorni ma siamo impegnati a guardare altre cose. Il mio angelo preferito è San Michele, aitante possente con la sua spada donata da Dio; è tra gli angeli più belli ed è quello che sconfigge Satana, anzi lui è un arcangelo e comanda le

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dodici legioni di angeli. Beh, cosa dire di più degli angeli? Stupendi spiriti che a volte sono tra noi e ci riempiono di luce che emana calore, che pure viene dal loro cuore. Antonio Casella

Niente, tranne il sentimento “Per sempre”? Per me niente è per sempre. Sempre si muore e si nasce, c'è il matrimonio e la separazione; c'è la famiglia unita e c'è la famiglia che si uccidono; quante volte abbiamo detto «sarà per sempre» ma non è andata così, se qualcuno mi dice che la sua scelta sarà per sempre gli dico: «Non dirlo non si può mai sapere nella vita». Invece se vogliamo parlare dei sentimenti è un’altra musica, i sentimenti saranno per sempre, fino alla morte. Amerò per sempre la mia famiglia, in ogni momento della mia vita e nella mia maturità. Quando dico a una persona «Ti voglio bene» è una responsabilità per me, e lì sarà per sempre. Il sentimento è per sempre. Maria Esposito

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Tempi difficili per le famiglie. I dossier Caritas e i vari studi statistici in circolazione dicono che a risentire della gravissima crisi economico-finanziaria che imperversa in tutto il mondo sono proprio le famiglie. A Salerno, tale situazione si rivela in tutta la sua gravità: i licenziamenti e il carovita che riguarda tanti beni, in primo luogo la benzina, costringono le famiglie a dover umilmente ricorrere ai servizi per i bisognosi. In città, tuttavia, ha preso forma un progetto particolarmente interessante, che offre supporto alle famiglie in difficoltà in maniera diversa, ma splendidamente efficiente, che non fa sentire gli utenti nei panni di chi “chiede” qualcosa, ma di chi ha il diritto di ricevere dalla società. Si chiama Sistema integrato socio ambulatoriale per le famiglie, siglato Sisaf: è un luogo, sito nel quartiere di Torrione, dove sono prestate cure socio-sanitarie to e consulenza sull’autismo, lo spora singoli o famiglie in difficoltà. Sisaf tello antiviolenza e anti-stalking, l’onasce per generare una rete di servizi rientamento alla presa in carico per integrativa a quella pubblica consueta, persone con disturbi di salute mentale. nella quale medici specialistici (tra i miSisaf è il primo centro nel sud Italia gliori della città) si accordano con la che affronta i bisogni del singolo, afstruttura per offrire le proprie prestafrontandoli nel quadro delle dinamiche zioni a prezzi molto più bassi rispetto del sistema-famiglia (in tutte le sue ai loro onorari soliti, tali da poter essere affrontati dalle famiglie indigenti.

Non solo cure sanitarie Le prestazioni a cui è possibile accedere attraverso Sisaf non sono solo di natura medica specialistica, ma anche pedagogiche, psicologiche, educative; possono usufruire delle cure a tariffe agevolate anche famiglie con reddito medio o medio-basso. Sisaf, dunque, ha creato un modello virtuoso, in cui medici e professionisti contribuiscono al benessere sociale delle fasce a rischio, e non solo. La struttura si propone anche come luogo di promozione del benessere della persona, attraverso l’attivazione di vari percorsi, tra cui biodanza, arteterapia, comicoterapia, ginnastica dolce, percorsi formativi e di orientamento, curati da operatori molto esperti. Sono inoltre attivi, presso il centro, gli sportelli di consulenza legale, di ascol-


scarpsalerno La storia

La protesta degli autisti dei bus, in mensa non c’è la stessa grinta

problematiche e sfaccettature). Quello di via La Carnale, 6, nel quartiere Torrione di Salerno, è il primo di una serie di centri che saranno aperti in vari territori. Capofila del progetto è il consorzio di cooperative sociali “La Rada”, presieduto dalla dottoressa Patrizia Stasi. Sisaf è stato realizzato con il sostegno della “Fondazione con il sud” (finanziamento di 220 mila euro); partner del progetto sono il comune di Salerno, l’Associazione indiani d’occidente, l’Arci di Salerno, l’Associazione italiana socioterapia, la Banca di credito cooperativo Sassano, l’associazione Solidarietà e Sviluppo onlus, In Cammino società cooperativa sociale, Kalimera cooperativa sociale e Luoghi per Crescere società cooperativa sociale.

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Mensa San Francesco e Casa Nazareth sono le due mense per i poveri attive a Salerno, in grado di ospitare, rispettivamente, 150 e 50 utenti; il numero delle richieste cresce anno dopo anno. Frequentando questi luoghi si può facilmente comprendere come a fare le spese della crisi sono anzitutto le famiglie: nelle mense di Salerno, infatti, si possono incontrare interi nuclei familiari, padre, madre, figli (a volte anche bambini molto piccoli). Da come sono vestiti è facilmente intuibile che le difficoltà economiche sono subentrate in periodi molto recenti. Tra gli utenti non mancano le giovani coppie costrette a vivere in macchina, ma ci sono anche donne e uomini anziani (per i quali le pensioni non bastano più a sbarcare il lunario) che vengono da soli a mangiare, o si fanno riempire contenitori per portare i pasti caldi ai propri coniugi malati. Purtroppo a Salerno perdere il lavoro è ormai diventata una prassi quasi normale: dopo il fallimento di alcune importanti aziende, che una volta rappresentavano la gloria di Salerno (oggi ne sono rimaste in totale tre o quattro, che pure risentono della crisi), l’ultima azienda in ordine di tempo ad andare in crisi è stato il Cstp (Consorzio salernitano trasporti pubblici). La città che per tanti aspetti rappresenta un modello (basti pensare all’ordine pubblico, alla riqualificazione urbana di tanti quartieri, al primato assoluto in Italia per la raccolta differenziata) oggi, estate 2012, ha anche un triste primato: è l’unico capoluogo di provincia in Italia totalmente privo di trasporti pubblici; infatti, il servizio di autobus di Salerno (e non solo, il Cstp collega anche numerosi paesi della provincia, e tra le altre cose, l’Università di Salerno, ubicata a 10 chilometri dal capoluogo) è stato interrotto ai primi di luglio e, al momento, sembra non essere stata trovata una soluzione per ripristinarlo. I comuni serviti dal Cstp e la regione Campania non hanno trovato un accordo e ora, oltre alla mobilità di centinaia di migliaia di abitanti, fortemente a rischio è anche il posto di lavoro di autisti e dipendenti del Cstp (numerosissimi). In luglio, Salerno è stata teatro di un’importante manifestazione di protesta da parte dei dipendenti del Cstp; un lungo e partecipato corteo ha percorso la città da est a ovest, con i dipendenti che urlavano nei megafoni la loro voglia di continuare a lavorare, per un servizio così importante per la collettività. Io ho visto quei volti, ho percepito la disperazione negli sguardi di quegli autisti, ai quali la società sembrava aver tarpato le ali, anzi bloccato i pneumatici della loro dignitosa vita. Urlavano “giustizia”, “lavoro”, sembravano essere uniti. Speriamo che per quando voi lettori avrete tra le mani questo giornale, la situazione possa essere cambiata. Intanto, io ho provato un forte dispiacere, guardando i visi dei dipendenti del Cstp: ho riflettuto sul fatto che molti degli utenti delle mense dei poveri sono passati per problematiche simili alle loro… Ma oggi, dopo mesi, anni di dolori, solitudine, disattenzione da parte della società, il loro sguardo non è più combattivo e grintoso come quello degli autisti, ma contrito e deluso. Spero tanto che qualcuno possa girare la chiave degli autobus per riaccendere il motore, e possa girare la chiave del cuore degli indigenti, ridonando loro un po’ di felicità. Angelo Pierri settembre 2012 scarp de’ tenis

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catania Monsignor Vincenzo Algeri nominato nuovo direttore della Caritas diocesana di Catania. Tra continuità e nuovi progetti

«Più formazione per aiutare meglio» di Lorena Cannizzaro e Ausilia Costanzo

A due passi dal paradiso Mohamed svegliati ho visto la terra, laggiù dove il sole poggia sul mare, stiamo arrivando Allah è con noi, il nostro viaggio sta per concludersi, avremo una casa, un lavoro, una famiglia. Mohamed, Mohamed. Ma lui non risponde, il suo viaggio si è interrotto a due passi dal paradiso. Altri fratelli ci vengono a trovare attraversano foreste, deserti, mari. Nei loro cuori portano speranze, cercano risposte alle loro domande, sognano una vita che alcuni non vedranno mai. Tony Bergarelli

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Monsignor Vincenzo Algeri (nella foto sotto) nasce a Catania il 5 maggio 1952. Parroco a Paternò, nel 1993 viene nominato rettore del Seminario arcivescovile di Catania. Diventa responsabile della missione di Migoli (Iringa- Tanzania) nel 2006, impegnandosi in un cammino missionario, come parroco, per ben quattro anni. Oggi è il nuovo direttore della Caritas diocesana di Catania, succedendo a padre Valerio Di Trapani. «Sono a servizio della Chiesa e dove mi chiamano io vado», ha commentato monsignor Algeri alla notizia della sua nomina. Monsignor Algeri Il vecchio direttore le ha lasciato un testimone nal, come non lo è la catechesi. Servizi impegnativo, considerate le numeofferti dalla Caritas diocesana, come la rose persone che affluiscono ai mensa o l’unità di strada, dovranno esservizi Caritas, ma anche una gransere presenti in ogni singola chiesa, dode eredità, con le opere-segno reavranno essere servizi offerti dalla comulizzate... nità locale. Una bella eredità, quella lasciata da paLa stessa cosa vale anche per i dre Valerio, che è riuscito a dare impulcentri d’ascolto? so ai servizi di carità nel Certo. Recentemente è nostro territorio; inoltre stato inaugurato il cenè stato fatto anche un tro d’ascolto “Agape”. buon lavoro dal punto Nella chiesa SS. Crocidi vista della comunifisso dei Miracoli i fecazione e dei mass medeli hanno organizzato dia. Il fatto che esistono la pastorale della carità tante opere-segno è e nell’arco di due anni un’ottima cosa, perché è stato messo in piedi il in questo modo si tiene centro d’ascolto; queviva l’attenzione sul sto è il senso della paproblema della povertà storale della carità. e del disagio sociale. BiL’arcivescovo, Salvatore sogna che queste diGristina, sta svolgendo ventino sempre più un’espressione della visita pastorale nella diocesi e ha ril’intera chiesa catanese. Adesso occorre chiesto espressamente che nelle pardare una continuità alle opere, anche se rocchie dove non è presente la Caritas, questo presenta difficoltà; finora si è lale persone si organizzino per promuovorato attraverso la progettazione sovere l’animazione della carità e l’attenciale, ma cosa accadrà quando i progetzione ai poveri. La persona che si trova ti scadranno? Per questo motivo vogliain difficoltà non deve rivolgersi alla Camo impegnarci nella formazione delle ritas diocesana, è nella comunità locale parrocchie. Dobbiamo insistere affinche dovrà trovare risposta ai suoi proché in tutte le parrocchie della diocesi blemi. La Caritas diocesana deve interci sia una Caritas. Dicendo Caritas parvenire a livello di coordinamento, dovrà liamo di pastorale della carità; questa aiutare le parrocchie così come avviene non può essere considerata un optioper il microcredito. Per questo tipo d’in-


scarpcatania tervento, infatti, sono i parroci, dopo aver ascoltato la persona, a indirizzarla al nostro sportello. La Caritas diocesana offre molti servizi, grazie anche al lavoro dei volontari. Padre Valerio teneva molto alla formazione permanente; continuerà sulla stessa strada? Penso che sia necessario aiutare le parrocchie nella formazione dei volontari. Il volontariato deve avere un radicamento ecclesiale, di fede; solo così non si perde mai di vista il motivo del fare volontariato. La motivazione principale deve essere l’incontro con il Signore. Lei è stato anche missionario in Africa, in Tanzania. Cosa può dirci de quell’esperienza? La nostra diocesi ha un rapporto di cooperazione con la diocesi di Iringa. Si tratta una chiesa giovane, nata da appena cento anni. Con altri parroci abbiamo avviato laggiù una parrocchia, adesso c’è un sacerdote locale che si occupa della comunità di Migoli. Lo spirito della missione è quello della cooperazione pastorale, non della colonizzazione. Ed è stata una tappa fondamentale per la mia vocazione, alimentata da una fede missionaria.

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Sempre più richieste all’Help Center I dati che la Caritas diocesana ha reso noti, durante l'ultima conferenza stampa tenuta dall’ex direttore padre Valerio Di Trapani, non sono per niente confortanti. Durante il primo quadrimestre 2012 le persone che hanno chiesto aiuto all'Help Center – pronto soccorso sociale, sono aumentate del 52,19%, rispetto all’ultimo trimestre del 2011. Sono presenti sempre più italiani, tra questi anche catanesi, che prima rappresentavano solo il 23% dell’utenza mentre oggi sono aumentati fino al 26%; sono persone definite “con gravi marginalità”. In aumento anche i casi di povertà non estremi: per esempio persone con problemi abitativi, con un incremento del 36,39%. In questo caso gli italiani sono la maggioranza per oltre l’85%.

La denuncia

Diritto e speranze infranti: 115 migranti rimandati a casa Una notte estiva come tante, quella del 27 giugno a Catania. Una notte che ricorderemo per il caldo, ma anche per uno dei “soliti” sbarchi. I tg ormai ne parlano sempre meno: gli sbarchi non fanno più notizia. Eppure i 115 migranti giunti al porto di Catania dopo 14 giorni di viaggio in mare, quella notte di sicuro non la dimenticheranno, così come non la scorderanno i volontari della Caritas diocesana di Catania, subito allertata dalla prefettura, insieme alla Protezione civile e alla Croce Rossa. I 115 migranti, probabilmente partiti dall’Egitto, hanno viaggiato su un peschereccio di 15 metri e sono sbarcati a Catania dopo essere stati intercettati da due unità del gruppo aeronavale della Guardia di Finanza. I migranti, tutti uomini, tra cui trenta minorenni, sono stati trasferiti nella palestra della scuola “Andrea Doria”, nel cuore di uno dei quartieri più a rischio della città. Nell’arco di 24 ore i minori sono stati collocati nei centri d’accoglienza; gli adulti, invece, sono stati rimandati nel paese d’origine. La vicenda ricorda tristemente un precedente sbarco, avvenuto circa un anno fa: anche quella volta la procedura fu la stessa. Anche allora alcune associazioni umanitarie denunciarono la violazione dei diritti umani e civili dei migranti, a causa della mancanza di un’adeguata informazione sulle procedure di richiesta di protezione internazionale. Angela Ghennet Lupo del Cir (Consiglio italiano rifugiati) è consulente legale dell’ufficio comunale “Casa dei Popoli”, che opera nel territorio catanese dal 1995 in qualità di centro interculturale e che, tra i vari progetti, ospita lo Sprar (sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati). «Ho appreso dello sbarco in maniera casuale – racconta –. Una volta appresa la notizia ho contattato il dirigente dello sportello unico per l’immigrazione della prefettura di Catania, chiedendo d’incontrare i migranti per fornire informazioni sulla richiesta d’asilo, ma non mi hanno dato il permesso. Allora ho presentato richiesta formale alla prefettura di Catania e per conoscenza al ministero dell’interno: solo dopo questo passaggio ho ottenuto il via libera per accedere alla “Doria”». I migranti sono stati sistemati nella palestra della scuola, dove i volontari di Caritas e Croce Rossa hanno prestato loro assistenza; nella notte qualcuno ha avuto bisogno di cure mediche, ma lo stato di salute generale era soddisfacente. «Sono andata alla Doria insieme a un mediatore Acnur (Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati) – prosegue Angela Lupo – ma, dopo due ore di attesa, ci è stato negato l’accesso per “disposizioni ministeriali”. Disposizioni sotto cui probabilmente si celano gli accordi di riammissione dei migranti che, comunque, dovrebbero garantire i diritti della persona». Dalle testimonianze raccolte sembra che il triste viaggio “della speranza” dipendeva dal fatto che buona parte dei migranti sono di religione copta, condizione che sta diventando difficile in Egitto. È bene ricordare che l’Italia è già stata condannata per il caso Hirsi (nel 2009 un’imbarcazione proveniente dalla Libia con a bordo somali ed eritrei è stata rimandata a Tripoli). Da Roma il Cir ha affermato che vi è stata una violazione del Protocollo aggiuntivo alla Convenzione europea sui diritti umani, che vieta l’espulsione collettiva di migranti. «Sono amareggiata. Esistono leggi e convenzioni ma lo stato non vi bada. L’Italia è già stata condannata da Strasburgo, ma continua a calpestare il diritto d’asilo». Ausilia Domenica Costanzo settembre 2012 scarp de’ tenis

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poesie di strada

Training autogeno Siamo nell’era del qualunquismo esasperato e della confusione mentale. Si salva solamente qualche creatura sana a tal punto da difendere la propria imaging dallo scempio prodotto dai media, dalle nuove barbarie, dallo stress, dall’inquinamento e dal consumismo di potere. Distenditi: pensa a ogni tua cellula dalla testa ai piedi, dalla mano destra alla mano sinistra…

Voglia di Strada ricominciare dei sogni Un boato, mentre tutti sarebbero partiti per le ferie loro venivano travolti dalle macerie, avvertendo della terra il tremore, raggiungendo il panico e scappare, ma dove? Nella loro consapevolezza che erano vane le vie di salvezza, rimanendo nel terrore con un forte dolore al cuore vedendo le loro case, gli edifici tutti distrutti e di molti, la compagnia atroce dei loro lutti. Ma dopo un temporale, dopo una tempesta appare sempre l’arcobaleno che porta poi il sereno e grande onore a loro che con grande coraggio esprimono tutto l’entusiasmo nel gran darsi da fare per la voglia di ricominciare. Mr Armonica

dal collo all’osso sacro… dalle caviglie alle anche… e così via… Difenditi: dai nuovi ladri di sogni puri ed emozioni senza senso! La vita è bella: dopo una certa età si torna bambini e come tali è bello sorridere. Anche se ti mancano i denti! Silvia Giavarotti

Trenta quaranta Trenta quaranta tutto il mondo canta canta il gallo risponde la gallina. Le bimbe in girotondo giocano a nascondino, estraggono a chi tocca nascondersi in giardino. Cantan le bimbe di Dama Colombina che sogna alla finestra con tre colombe in testa. Come farfalle al Sole volano le parole. Da trecent’anni e passa ma forse son di più si canta questo canto al gioco del cucù. In cielo fra le nubi occhieggia e ride il Sole, si nasconde e riappare: anch’esso giocar vuole. Mary

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La strada dei sogni è fatta di luna, la vedo apparire ogni sera nascosta tra le foglie di lauro, la spio, vi balzo, così più non so che ho bianchi i capelli, mi ritrovo all’età dell’amore. È dolce riandare alla vita passata, rifare i sogni perduti. La strada dei sogni è fatta di di luce, di luna sull’acqua di lago che nera d’attorno ti aspetta se ti fermi. M’inoltro pian piano, vi godo la gioia finita, vi spero la gioia a venire. Il pianto si perde nel nero profondo dell’acqua del lago. Ora l’ombra del monte nasconde la luna, la strada di luce si accorcia convien ritornare. Veloce il pensiero alla vita che attende alla sponda portato sull’ultimo raggio di luna che passa sull’onda. Gaetano Toni Grieco

Nigeria vs Italia Nigeria chiama Italia: è la voce dei fratelli lo sguardo saggio di mia madre l’età di mio padre, la nostalgia per loro. Io resto qua, in un bar che non apre, in un ristorante che non c’è, a intrecciare fili di ricordi in parrucche di capelli per quanti mi chiamano per quanti si vestono d’Africa o solo naufragano nel tempo che passa. Favour


ventuno Ventuno. Come il secolo nel ventunodossier Olimpiadi, giochi quale viviamo, come l’agenda pericolosi. L’altra faccia della per il buon vivere, come medaglia. Nostra inchiesta su Londra l’articolo della Costituzione sulla libertà di espressione. 2012 e sulla sostenibilità finanziaria Ventuno è la nostra della manifestazione olimpica. Spese idea di economia. Con qualche proposta per record: con quali benefici? agire contro l’ingiustizia e di Andrea Barolini l’esclusione sociale nelle scelte di ogni giorno.

ventunostili Non si butta “il buono che avanza”. Contro lo spreco, “doggy bag”, tovagliette etiche e multe per chi avanza cibo.

21 di Sandra Tognarini

ventunorighe Il crollo dei mutui. E due consigli...

di Beppe Scienza professore di matematica Università di Torino

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21ventunodossier Calato il sipario sulle Olimpiadi di Londra, è tempo di analisi e bilanci. Non sulle imprese sportive, ma sull’aspetto finanziario

L’altra faccia delle medaglie dossier a cura di Andrea Barolini

Le competizioni, i record, le cerimonie di Londra 2012 sono già stati consegnati agli archivi della storia dello sport. Ma cosa resta di un’Olimpiade? Quali vantaggi per i paesi che le organizzano? Quali sono i costi reali? E soprattutto, ne beneficia la collettività, o un pugno di sponsor?

La regina e il presidente Elisabetta d’Inghilterra con il numero uno del Comitato olimpico internazionale, il belga Jacques Rogge

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Tra sport e business

Olimpiadi, giochi pericolosi Il sipario sui Giochi di Londra è calato da poche settimane. Negli occhi e nelle orecchie abbiamo ancora le imprese degli atleti, lo scintillare delle medaglie, le note degli inni nazionali. Perché le Olimpiadi sono (o almeno dovrebbero essere) solo ed esclusivamente questo: universalità, gratuità dello sforzo, purezza, disinteresse, lealtà sportiva. Un magnifico interludio nella vita quotidiana, segnato dalla voce gracchiante dell’altoparlante di uno stadio, dal colpi di pistola allo “start”, dal precipitare sibilante di un giavellotto. Ma proprio la veste travolcente –. Nelle prime sale si trovano imgente ed epica di un evento planetario magini, trofei e poemi epici che celecome questo, rischia di contribuire a brano la bellezza dello sport attraverso nasconderne la vera natura. O, per lo le imprese degli atleti. Il primo piano, meno, quella che si è manifestata con invece, è riservato ai partner finanziari: evidenza negli ultimi trent’anni. come Coca-Cola, che ad Atlanta 1996 I Giochi, infatti, sono sempre più ha ostentato le sue gesta, l’espansione, una macchina finanziaria. Grazie alla le riuscite». Come se si trattasse di un quale qualcuno ci guadagna, ma è la maratoneta! collettività (ovvero le città e i paesi che Ma al di là delle impressioni, c’è ospitano le manifestazioni ogni quatun’analisi – intitolata A look at Olympic tro anni), troppo spesso, a perderci. Ebcosts e pubblicata dall’International bene sì: mutatis mutandis, la “finanziaJournal of Olympic History – che fa luce rizzazione” e la commercializzazione in modo piuttosto inequivocabile sui che hanno colpito il calcio in Europa, la cambiamenti che hanno toccato i Giopallacanestro e il football negli Usa e la chi nella loro storia. A curarla è stato il Formula Uno in tutto il mondo, semdocente americano di economia Frank brano essere ormai realtà anche nel caZarnowski: lo studioso ha analizzato i so delle Olimpiadi. Se non ci credete costi che sono stati sostenuti per ciapotete fare come Jean-Marc Faure, proscuna edizione, tentando di estrapolafessore emerito all’università di Nantes, re elementi confrontabili tra loro. Un lache ha visitato – con occhio critico – il voro complesso, dal momento che per museo olimpico di Losanna. «Un’espoalcune edizioni – soprattutto quelle più sizione paradigmatica – racconta il doantiche – sono disponibili solamente


i costi dei Giochi

«iQuando costi esplodono in cifre astronomiche, è difficile anche solo immaginare come si possano evitare gli sprechi

»

dati parziali. Ciò che emerge con chiarezza, però, è che a partire dai Giochi ateniesi del 1896, e fino a quelli di Atlanta, cent’anni dopo, la “fattura” per l’organizzazione degli eventi è cresciuta esponenzialmente, salvo rare eccezioni. E se il conto delle Olimpiadi greche del XIX secolo fu – a costi uniformati – di mezzo milione di dollari, quasi un secolo dopo, a Barcellona 1992, si spesero ben 9,4 miliardi. Ma allora, vi chiederete, come si spiega la volontà di tentare a ogni costo

Dal tartan alla scrivania Sebastian Coe, stella del mezzzoondo mondiale, oro olimpico e recordman mondiale, è passato dalla pista d’atletica alla scrivania. Ha presieduto il Comitato organizzatore di Londra 2012. Sopra, veduta di Londra olimpica

di aggiudicarsi i Giochi, se alla fine speso si risolvono in un buco finanziario? Per rispondere alla domanda occorre andare oltre rispetto al dito che (giusta-

mente) molti puntano contro le logiche finanziarie e di business. «Non tutti i deficit debbono essere considerati per forza negativi – spiega Françoise Papa, ricercatrice all’università Stendhal di Grenoble, in Francia –. Una città può decidere ad esempio di spendere più di quanto incassa perché può immaginare di eseguire dei lavori in grado di migliorare i propri trasporti urbani, fornendo un servizio ai cittadini anche oltre la fine dei Giochi. O ancora, può scegliere di puntare sull’imposizione di un “marchio”, come nel caso delle olimpiadi invernali, che la rendono per anni “la capitale dello sci”. Detto ciò, è chiaro anche che in altri casi le priorità di una comunità sono differenti: il premier italiano Monti, ad esempio, in questo periodo di crisi ha fatto bene a ritirare la candidatura di Roma». «Il problema – osserva Patrick James Rishe, professore alla Webster University di Saint Louis (Usa), esperto di Economia dello sport – spesso sta proprio nell’incapacità di “monetizzare” sul lungo termisettembre 2012 scarp de’ tenis

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ventunodossier

ne. Quasi sempre si adottano previsioni di spesa sostenibili. Ma poi arrivano i ritardi e il panico generato dalla fretta». E quando costi esplodono a cifre astronomiche, è difficile anche solo immaginare come si possano evitare gli sprechi. Pechino 2008, ad esempio, è stata senza dubbio l’edizione più dispendiosa di sempre. Per impressionare il mondo, la Cina ha pagato la cifra stratosferica di 40 miliardi di dollari: una manovra finanziaria, il cui 60% è stato assorbito dai costi legati alle infrastrutture, molte delle quali rimaste però inutilizzate al termine della kermesse (come accaduto del resto anche a Torino dopo i Giochi invernali del 2006, o a

Roma dopo i Mondiali di nuoto del 2008). Altri 11 miliardi, poi, furono bruciati per un problema tutto pechinese: evitare che il terribile inquinamento urbano rendesse impossibile lo sforzo degli atleti. Un’analisi di Merrill Lynch ha spiegato che la chiusura delle fabbriche (circa 200 aziende furono costrette a bloccare le loro attività o a spostarle altrove) rallentò la produzione economica del 14,7% nel mese di luglio. Emblematico il caso dell’acciaieria Shougang, che dovette trasferire una produzione da 8 milioni di tonnellate annue: costo 5 miliardi di euro, solo in minima parte rientrati grazie alle compensazioni fiscali concesse al colosso del settore.

Nessuna “manna” finanziaria Si dirà: fin qui l’analisi delle spese. Ma le entrate non sopperiscono? La risposta è quasi sempre negativa. Continuando ad analizzare l’evento di Pechino, non si è manifestata la “manna” finanziaria vagheggiata dai dirigenti cinesi nelle pompose presentazioni dell’evento. In barba alle stime, l’afflus-

1904 St.Louis Come per il 1900, non furono divulgati dati ufficiali. Si sa però che l’evento avrebbe dovuto essere a Chicago, che rinunciò proprio per problemi finanziari.

1932 Los Angeles In tempi di Grande Depressione, governo e città non fornirono dati ufficiali. Si sa che il solo Colosseo da 30 mila posti costò 1 milione 700 mila dollari.

1968 Città del Messico Per i Giochi delle proteste studentesche si spesero 175 milioni di dollari (98 per lo stadio). I diritti tv (acquisiti dalla ABC) fruttarono 4,5 milioni.

1976 Montreal

Tra deficit e derive commerciali

L’impennata di Tokyo, la svolta di Juan Antonio La prima grande impennata nei costi delle Olimpiadi risale a molto tempo fa. Nel 1936 la Germania nazista di Hitler, nel tentativo di mostrare al mondo la forza del Reich, moltiplicò per trenta le spese sostenute nell’edizione precedente, a Los Angeles, raggiungendo i 30 milioni di dollari (16,5 solo per abbellire la capitale). Il fatto che l’equilibrio dei conti fosse stato sacrificato sull’altare del prestigio internazionale è dimostrato dalle entrate: esse furono solamente di 4,5 milioni, grazie ai biglietti venduti, ai quali si aggiunse un altro milione di ricavi amministrativi. Il secondo grande balzo si registrò poi a Tokyo nel 1964. I giapponesi raggiunsero infatti i 6 miliardi di dollari (25 volte quando speso in media fino ad al- na degli ultimi trent’anni di Giochi: lo lora), dato che resterà a lungo un record. storico “plenipotenziaro” Juan Antonio Eppure la vera “svolta” commercia- Samaranch. Spagnolo, ex ministro franle e finanziaria delle Olimpiadi arriverà chista e amico del vecchio dittatore fanegli anni Ottanta. Quando cioè al ver- scista, fu lui a chiedere per la prima voltice del Cio (Comitato internazionale ta aiuto a sponsor privati (a Los Angeolimpico) arrivò il vero deus ex machi- les, nel 1984) e a “commercializzare” gli

62. scarp de’ tenis settembre 2012

Il Comitato organizzatore spese 1,4 miliardi di dollari, 5 la città. Complessivamente si arrivò a 7.

1984 Los Angeles Il contro-boicottaggio russo funzionò solo parzialmente. Le Olimpiadi chiusero (caso rarissimo) in attivo per 222,7 milioni di dollari.

1996 Atlanta Il conto totale fu di 1,8 miliardi di dollari, per un attivo di soli 10 milioni.

FONTE: Elaborazione del mensile Valori su dati di Patrick Ris Frank Zarnowski, A Look at Olympic Costs, International Jou


i costi dei Giochi

to esaurito”; la compagnia Air China, partner olimpico di primo piano, registrò a luglio un calo del 6,8% del traffico, rispetto allo stesso periodo del 2007. E in città arrivarono non più di 400-450 mila turisti stranieri. Ossia esattamente la stessa cifra dell’anno precedente.

so di turisti scese dell’1,6% nella prima metà del 2008 (primo calo dal 2005). Sul richiamo olimpico, vinsero infatti la rivolta tibetana e le minacce terroristiche, nonché le difficoltà nell’ottenere i visti dalla burocrazia doganale cinese, preoccupata di intercettare possibili “disturbatori”. Ad agosto, poi, numerosi hotel non registrarono il previsto “tut-

1900 Parigi Fu venduto 1 milione di biglietti, ma i Giochi furono un’appendice dell’Esposizione mondiale, pertanto non ne fu rivelato il bilancio specifico.

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1912 Stoccolma

1952 Helsinki

Gli svedesi fecero le cose in grande: furono ospitati 2.500 atleti da 28 paesi. Non furono forniti però dati economici ufficiali.

Per ospitare 4.900 atleti di 69 paesi si spesero 1 miliardo e mezzo di marchi finlandesi, con perdite per 49 milioni.

1924 Parigi Si sperò in entrate per 10 milioni di franchi, ma il NY Times indicò alla fine dell’evento meno di 5 milioni e mezzo, che provocarono ingenti perdite.

1908 Londra Si spesero circa 81 mila sterline (394 mila dollari). Le autorità parlarono di un avanzo di 6.377 sterline.

1948 Londra Il report finanziario, che fu pubblicato solo 16 mesi dopo la fine dei Giochi, parlò di profitti per 29 mila sterline. Si spesero 742.268 sterline (12 milioni di dollari del 1982).

1992 Barcellona

1928 Amsterdam

4 milioni e mezzo di spettatori, 4 mila atleti da 19 nazioni. I costi lievitarono a 30 milioni di dollari, e i Giochi si chiusero in profondo “rosso” per Hitler.

Fu costruito un mega-impianto da quasi 10 ettari, per 40 mila spettatori. I costi totali furono di 1,183 milioni di dollari, per un quasi-pareggio (perdite per 18 mila dollari).

1896 Atene Il costo della prima edizione delle Olimpiadi fu approssimativamente di 3 milioni e 740 mila dracme, ovvero 448.800 dollari.

1920 Anversa Furono costruiti uno stadio da 30 mila posti e un impianto acquatico da 10 mila. Ma molte spese organizzative pesarono sui singoli partecipanti: gli Usa sborsarono 148.563 dollari.

1972 Monaco di Baviera 7 mila atleti da 122 nazioni. Si spesero 611 milioni di dollari: quattro volte rispetto ai precedenti Giochi in Messico.

1960 Roma I Giochi portarono in Italia 5 mila atleti da 83 paesi. La città spese 64 milioni di dollari per strade, piscine, villaggio olimpico, ponti e per lo stadio. Ufficialmente le spese furono di 7,2 milioni, e si chiuse con un pareggio.

1936 Berlino

1980 Mosca Il boicottaggio Usa provocò un netto calo delle visite: i russi si attendevano 300 mila persone, ne arrivò il 25%. L’unica stima dei costi (del NYTimes) parlò di 2 miliardi di dollari.

Il Comitato organizzatore spese 1,4 miliardi di dollari, 5 la città. Complessivamente si arrivò a 7.

2004 Atene La Grecia ha speso 15 miliardi, in buona parte per la sicurezza dei primi Giochi successivi all’11 settembre 2001.

1964 Tokyo

1988 Seoul

I giapponesi spesero la cifra-record di 2 miliardi di dollari. Per comprendere il “rosso” basti pensare agli introiti per i biglietti: solo 5 milioni 172 mila dollari.

8.465 partecipanti da 159 paesi. Anche in questo caso si chiuse in attivo (per 139 milioni di dollari, a fronte di 4 miliardi di spese totali).

2008 Pechino Quelli cinesi sono stati i Giochi più cari di sempre: 40 miliardi di dollari. A fronte di ciò, le stime relative alle entrate sono state in buona parte disattese.

2000 Sydney Le spese totali furono pari a 3,8 miliardi di dollari. Circa il 30% risultò a carico delle casse pubbliche.

1956 Melbourne Con il pallino sono indicate le città che hanno ospitato i Giochi Olimpici dell’era moderna

she, How Does London's Olympics Bill Compare to Previous Games?, Forbes, 2011; urnal of Olympic History, Vol 1, N. 2, Spring, 1993; www.sportsimpacts.net

I primi Giochi dell’emisfero australe costarono 13 milioni di dollari di allora (50 milioni del 1982), con perdite nette per oltre 600 mila dollari.

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ventunodossier

A Londra 2012 cifre da capogiro: 7,8 miliardi di sterline solo per i trasporti. Con i costi indiretti, spese per 29 miliardi eventi. Da allora «il Cio si è trasformato in un’enorme impresa che punta al business, composta da dirigenti sportivi e rappresentanti di multinazionali come Adidas e Coca-Cola, che controllano le vendite dei diritti di trasmissione e la scelta delle città olimpiche», spiega Jean-Marc Faure, professore emerito all’università di Nantes. Il Cio, in poche parole, «ha seguito il corso dell’economia capitalista, finanziarizzandosi, puntando sugli sponsor invece che su un giusto equilibrio tra interessi privati e pubblici», aggiunge la ricercatrice francese Françoise Papa. Deriva inevitabile? Le alternative ci sarebbero: si potrebbe puntare su modelli virtuosi «come le Olimpiadi giovanili, che sfruttano infrastrutture già esistenti e puntano sull’educazione, sulle scuole, sul volontariato. Ma purtroppo con questi dirigenti un cambiamento è impensabile». A comandare, dunque, restano le grandi aziende. Disposte a sborsare non meno di 100 milioni di dollari per diventare “partner ufficiali”

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L’erba di Wimbledon Il campo centrale, tempio dello sport mondiale, ha ospitato la finale del tennis. Sopra, festa londinese per i Giochi

dei Giochi e a pagare per i diritti televisivi 13 volte quello che era il prezzo vent’anni fa. Tutto, pur di “spremere” al massimo l’evento.

Nel solco di Samaranch Samaranch è morto due anni fa. Non ha dunque potuto assistere alle Olimpiadi di Londra. Ma a giudicare dai numeri, i Giochi inglesi sembrano inserirsi perfettamente nel solco tracciato dall’ex numero uno del Cio. L’impiego di risorse è stato enorme: 1.500 imprese si sono spartite contratti per 9 miliardi di euro. Nonostante ciò (o forse proprio per questa ragione), i Giochi potrebbero rivelarsi un vero e proprio flop per l’economia inglese. Alla fine dell’anno, i benefici in termini di aumento del Pil potrebbero risultare ben al di sotto sia del punto percentuale che delle aspettative (sebbene

il governo continui ad assicurare che l’evento ha garantito sviluppo). I costi sostenuti per l’organizzazione, per i trasporti, per la costruzione delle infrastrutture, per l’accoglienza degli atleti, la sicurezza e le cerimonie sono stati infatti altissimi. Il quotidiano francese Le Figaro, già prima dell’avvio della competizione, ha rivelato la composizione della “fattura” di Londra 2012. La spesa principale risulta legata ai trasporti: 7,8 miliardi, soprattutto per le nuove stazioni della metropolitana attorno a Statford, centro nevralgico dei Giochi, est di Londra. Così come per il treno speciale “Giavellotto”, che collega il villaggio olimpico alla stazione King’s Cross. Investimenti per il futuro? In molti si chiedono a cosa serviranno i nuovi mezzi se al termine dei Giochi non si dovesse trovare un nuovo utilizzo delle strutture olimpiche. Altri 2,4 miliardi sono stati utilizzati per l’organizzazione, 1,2 per il nuovo stadio olimpico (per quello del basket è stato previsto sin dall’inizio lo smantellamento post-evento!), 675 milioni per i 2.800 alloggi del villaggio olimpico, 670 per la sicurezza e 98 per le cerimonie. In tutto, non meno di 11 miliardi, secondo le cifre ufficiali del Comitato organizzatore. Ma il parlamento britannico già parla di 13 , che diventano 29 se si considerano i costi indiretti. Proprio mentre il paese fa i conti con le manovre di pesante austerity imposte dal governo di Cameron per raddrizzare i conti pubblici, affossati dalla crisi e dai salvataggi bancari.

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21ventunostili Idea contro lo spreco dell’associazione Cena dell’Amicizia. E poi doggy bag, tovagliette “etiche” e multe per chi spreca...

Non si butta il “buono che avanza”

di Sandra Tognarini

La crisi cambia anche la “tradizionale” cena al ristorante. Quante iniziative contro lo spreco!

Fino a una ventina di anni fa, non c’era famiglia che si sottraesse al “rito” settimanale (per lo più nel weekend) del pranzo o della cena al ristorante. Un’ottima occasione per rivedere i parenti o rinsaldare vecchie amicizie. La pizzeria era un posto da ragazzi, in attesa dell’ultimo spettacolo al cinema, o per giovani coppie in cerca di un po’ di privacy per scambiarsi qualche confidenza. Un ambiente quasi vietato agli adulti. Poi è cambiato il costume. Al ristorante, quello vero con menu, senza pizze e carta dei vini di qualche pagina, si è andati con sempre minore frequenza. Per catturare gli adulti in pausa pranzo o i turisti che non si vogliono

rassegnare al fast food, le vecchie pizzerie si sono trasformate in “ristorantini tipici” con qualche golosa specialità, birre artigianali e insalatone. Infine ci si è messa la crisi economica che, più o meno da quattro o cinque anni, ha decisamente abbattuto il potere di acquisto degli italiani. Alfredo Zini, vicepresidente vicario di Esercizi pubblici associati milanesi, associazione di categoria della Confcommercio, osserva in proposito che «una profonda recessione ci sta portando al livello di consumi e di reddito pro capite di 15 anni fa», che «tutte le indagini che mirano a rilevare i comportamenti dei consumatori indicano che la propensione a tagliare è forte sosettembre 2012 scarp de’ tenis

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Comportamenti di consumo

Prima era il vino, oggi i clienti dicono sì al “Doggy bag”

Confcommercio Alfredo Zini, vicepresidente Epam

prattutto sui beni considerati non necessari» e che «di nuovo, oggi, c’è che si stanno tagliando anche i consumi alimentari». «I nostri dati sull’andamento del fatturato e del sentiment della ristorazione – prosegue Zini – ci dicono che il settore sta attraversando un periodo difficilissimo. Nel 2011 l’indice del fatturato è sceso, al lordo dell’inflazione, dell’1,5% rispetto all’anno precedente. E per quest’anno, in linea con l’andamento negativo della domanda complessiva, ci attendiamo un altro risultato negativo. L’indagine, relativa al territorio di nostra competenza, riguarda circa 100 mila ristoranti veri e propri e quasi 150 mila bar». In questo quadro, i ristoranti tradizionali sembrano essere quelli che più risentono della crisi. «Sì, e non soltanto per una diminuzione della spesa media, ma anche per una riduzione del numero dei coperti, perché la clientela si concentra sempre di più nei fine settimana. Questo fatto può ingannare, perché fa credere che ci sia il pienone. Nessuno guarda a ciò che accade nelle serate infrasettimanali e soprattutto a mezzogiorno. Persino le pizzerie cominciano ad avvertire qualche problema. E anche i bar dove si consuma il cosiddetto “pranzo di necessità”. Il numero di lavoratori che si porta il pranzo da casa sta crescendo. Se mettiamo in rapporto questa situazione con l’elevato numero di esercizi e, in più, con la presenza di una miriade di altri luoghi, che non sono bar o ristoranti, dove è possibile mangiare, il quadro è completo».

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Alfredo Zini, oltre che dirigente sindacale, è anche tra i titolari del ristorante “Al Tronco”, nel quartiere Isola a Milano, locale storico di cucina toscana e meneghina. Ha quindi il polso diretto delle difficoltà che incontra il modello tradizionale di ristorazione. Ma ha ben presente anche la difficoltà degli italiani a superare i propri pregiudizi: molti si vergognano a chiedere la doggy bag, la confezione degli avanzi, perché temono di essere identificati come poveri, mentre all’estero portarsi i resti del pranzo a casa è una normale consuetudine: «In Italia si deve ancora diffondere l’abitudine di chiedere il contenitore per portare a casa gli avanzi del pasto, mentre all’estero c’è un differente approccio culturale al consumo del cibo. Per quanto riguarda il vino, poi, la crisi economica ha comportato un forte calo dei consumi: le ordinazioni riguardano per lo più il bicchiere, la mezza bottiglia o il cosiddetto “vino della casa” in caraffa. In relazione alla confezione degli avanzi delle consumazioni, però, non tutti i locali sono attrezzati, come invece quelli aderenti a “Il Buono che avanza”. Occorre tenere conto Nei ristoranti rinomati di aspetti igienico-sanitari relativi Betty Pavese è la titolare del alla conservazione in contenitori St.Andrews, a Milano. Anche tra i suoi ci sono clienti che non si fanno idonei e la giusta temperatura, con scrupoli, nel farsi dare la doggy bag. tempi rapidi di trasporto dal locale Sopra, un’immagine del ristorante a casa propria». “Al tronco”, con Alfredo Zini. Betty Pavese è invece la titolare del “St. Andrews Restaurant” in via Monte Bianco: «I miei clienti si portano a casa soprattutto il vino, molto meno gli avanzi dei piatti. Prima che la crisi economica si facesse davvero sentire, la doggy bag degli avanzi rappresentava per tanti di loro anche qualcosa di divertente, su cui fare battute. Adesso mi accorgo che molti, quando propongo la preparazione del pacchetto, rifiutano come se si vergognassero. E sono quelli più giovani. Gli anziani, invece, si fanno meno scrupoli di orgoglio».

E le eccedenze di magazzino? Che fine fanno? «In questa situazione occorre stare ben attenti a non generare eccedenze», risponde il vicepresidente di Epam. Ne va dei conti dell’azienda. Ma è anche una questione di principio: l’idea di ridurre gli sprechi, e magari po-

ter fare qualcosa di buono per altri, meno fortunati, secondo lo stesso Zini «è da prendere in seria considerazione» .

La scatoletta della Cena Alle buone intenzioni, stanno seguendo anche le iniziative concrete. Lo stato


il Buono che avanza

di crisi nei consumi ha infatti indotto Epam a favorire tra i clienti degli esercizi associati un comportamento all’estero è molto diffuso, ma che in Italia stenta a diventare comune: portare a casa nella cosiddetta doggy bag gli avanzi dei piatti, o la bottiglia non finita. Su iniziativa di Cena dell’Amicizia Onlus, associazione che da quarant’anni si occupa di persone senza dimora a Milano, è nata così da un anno l’iniziativa “Il Buono che avanza”. Si tratta della prima rete di ristoranti ad “avanzi zero” e contro lo spreco. Il progetto ha il patrocinio di provincia, assessorato alla salute del comune di Milano e, appunto, Epam. È attuato in collaborazione con Slow food Milano, Legambiente Lombardia, Edenred, Comieco e Altreconomia.I ristoranti aderenti propongono ai clienti di portar via, in una scatoletta, la cosiddetta doggy bag, il cibo e il vino avanzati, e li informano sul valore sociale di questa scelta. Cena dell’Amicizia intende, con “Il Buono che avanza”, sensibilizzare i cittadini sull’importanza di combattere anche con

Il Buono della Cena L’opuscolo dell’iniziativa contro lo spreco, sempre più diffusa tra i ristoranti di Milano. A destra, Mongolian grill: in questo locale milanese, multa per chi avanza

Le “tovagliette” di Pingusto, a Genova

«Mangia quanto vuoi, ma tutto quello che hai nel piatto!» Il messaggio più esplicito è quello scritto sulle tovagliette di “Pingusto – Sushi – Wok – Asian Fusion Restaurant” in corso Torino a Genova (ma presente anche a Savona, Firenze e Roma): “Mangia quanto vuoi, ma mangia tutto quello che hai nel piatto. Non è corretto prendere più di quello che puoi mangiare. Pagherai gli avanzi il 20% in più”. La tentazione di eccedere effettivamente è forte, perché Pingusto offre la formula a buffet a prezzo fisso, al di là delle quantità: al centro del locale, su un elegante nastro protetto e a temperatura costante, i piatti scorrono sotto gli occhi dei clienti a cui non resta che l’imbarazzo della scelta prima di presentarli, se necessario, ai cuochi che li cucinano a vista. Pare però che la clientela di Pingusto, di tutte le età e le estrazioni, sia coscienziosa: sarà la determinazione del messaggio, sarà quell’aria elegante ed essenziale che questo locale orientale infonde, sta di fatto che i gestori riconoscono di non essere mai stati costretti ad applicare alcuna maggiorazione. Del resto non è l’unica regola che i clienti di Pingusto rispettano con scrupolosità nipponica: a cena, il buffet è suddiviso in due turni di due ore ciascuno ed è una scena quasi inverosimile, nella patria della chiacchiera conviviale, vedere un intero locale che si alza per rispettare i tempi e lasciare il tavolo agli altri. Mirco Mazzoli

progetto di lotta agli eccessi in campo alimentare, che sono alla base del sovrappeso e di molte patologie. .

Piatto pulito, niente multa un piccolo gesto la società dello spreco: dall’impegno personale, proprio come nel volontariato, possono nascere i grandi cambiamenti sociali ed economici e un nuovo modo, più solidale, di intendere la società. Su richiesta e gratis, la onlus fornisce ai ristoranti i materiali di comunicazione e i sacchetti con i quali portare via gli avanzi, messi in pratici contenitori. L’iniziativa è finanziata dal comune di Milano nel quadro di un

«Non avere gli occhi più grandi della bocca!», diceva la mamma quando eravamo bambini: il nostro piatto preferito finiva troppo presto e volevamo subito un secondo “giro”, senza domandarci se la fame restante era pari alla golosità. Quello che diceva la mamma potrebbe essere lo slogan di un’altra iniziativa per combattere lo spreco di cibo ma, questa volta, la doggy bag non c’entra. Sono coinvolti soprattutto i ristoranti etnici

con buffet self service a prezzo fisso. L’idea, nata nell’Europa settentrionale, è arrivata da qualche anno anche in Italia ed è molto semplice: i clienti che, dopo l’ennesima puntatina al buffet, lasciano gli avanzi nel piatto, vengono “multati”. A Milano una regola simile è per esempio in vigore al Mongolian Grill e al ristorante cingalese Lucky Seven: i clienti possono mangiare quello che vogliono a un prezzo fisso, ma devono evitare inutili sprechi: prima di poter prendere altro cibo dal buffet, il piatto precedente deve essere consegnato privo di avanzi. Altrimenti scatta la “multa” sul prezzo già fissato.

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ventun righe di Beppe Scienza professore di matematica Università di Torino

Il crollo dei mutui. E due consigli... Crollo dei mutui per la casa concessi dalle banche. Perché sempre meno gente ottiene il mutuo? Si è forse smesso di acquistare casa? I motivi sono altri. Le banche, rispetto a qualche anno fa, lo concedono con più difficoltà. Per quali motivi? A una banca interessa poco impiegare soldi in questa maniera. Se ha liquidità, e comunque può ottenerne dalla Bce all'1%, per cominciare le conviene ricomprarsi proprie obbligazioni. Poi acquistare titoli di stato italiani. Fa così cosa gradita al governo, il quale ricompenserà i banchieri del favore, non intervenendo anche quando incassano stipendi stratosferici a fronte di risultati disastrosi. Prestare soldi a risparmiatori o imprese sono le ultime cose che una banca vuole fare. Inoltre è cambiato l'atteggiamento. Parecchi anni fa i mutui venivano concessi in relazione al valore della casa e l’unica garanzia era appunto l'ipoteca su di essa. Poi le banche si sono accorte che era prudente richiedere anche un reddito ampiamente sufficiente a poter pagare le rate. Meglio evitare il più possibile di dover arrivare alla vendita coatta dell’immobile all'incanto. Nell'ottica di non rischiare nulla, hanno poi cominciato a chiedere un garante, cioè un' altra persona (genitore ecc.) che garantisse il pagamento delle rate del mutuo. Recentemente poi non va neppure bene un qualunque lavoro a tempo indeterminato: bisogna anche che l'azienda che ti ha assunto non rischi di chiudere (Fiat ecc.). Per finire due consigli. Non fidatevi di quanto detto a voce dai funzionari delle banche: prima di fissare l'atto dal notaio, richiedete che vi venga garantito per scritto che il mutuo verrà erogato. Subordinate poi anche il pagamento delle provvigioni dell'eventuale agenzia immobiliare alla concessione del mutuo (e per questo dovrete battagliare). Inoltre, se vi trovate soldi più o meno inaspettati (una piccola o grande eredità, per esempio) pensate seriamente a estinguere, anche in parte, il mutuo. La logica, e il buon senso, dicono che è difficile ottenere rendimenti superiori al costo del debito.

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lo scaffale

Le dritte di Yamada Las Vegas, Nevada. Nel cortile dietro casa c’è un bambino di 5 anni. Si chiama Andre Agassi. Racchetta alla mano, è impegnato in una lotta contro il drago sputapalle: anche oggi gliene butterà La partigiana Lavavetri, addosso 2.500. E anche oggi, lui dovrà buttarne 2.500 madre della il mondo Costituzione sotto casa al di là della rete: così vuole suo padre. Che ha fatto un semplice calcolo: se suo figlio colpirà 2.500 palle al Il libro ricostruisce Per “Zoom”, la giorno, alla fine d’ogni anno ne avrà giocate un milione. le battaglie della collana in digitale In questo modo, un giorno diventerà il numero uno al partigiana Chicchi, di racconti brevi mondo, nel tennis. Andre lo odia, il tennis. Andre lo la più giovane Feltrinelli, c’è madre della Veronica Tomassini ama, il tennis: sarà così fino all’ultimo torneo disputato, nostra legge con un racconto è stato così ogni volta che ha giocato in un torneo fondamentale. d’autore, che del Grande Slam o quando, nel suo annus horribilis A 25 anni introduce la figura (il 1997) ha dovuto ricominciare, dai scalcagnati tornei ha partecipato del lavavetri del Challenger, la risalita per la vetta dell’Atp. a scrivere suo romanzo, la Costituzione Sangue di Cane Siamo con Agassi nel sottopasso – foderato dal bruitaliana: la versione (Laurana edizioni). sìo degli innumerevoli spettatori e fan – in attesa di definitiva Il polacco Maciej sbucare sul campo centrale degli US Open di New York, dell’articolo 3 descrive il mondo nel 2006. Lì comincia il libro, dalla sua ultima vittoria sul tema che abbiamo sotto contro il tennista greco Marcos Boghdatis (numero 8 dell’uguaglianza casa, ma che porta la sua firma. non guardiamo, Atp): una partita che stremerà i contendenti sui lettini Quando viene il disfacimento, gemelli dell’infermeria dell’Arthur Ashe Stadium. espulsa dal Pci, morale e fisico, Nella selva delle mani dei fisioterapisti (ci vorrà una Teresa (che oggi degli uomini buona mezz’ora per rimetterli in piedi), Boghdatis ha 90 anni) e delle donne e Agassi trovano le loro, se le tengono strette, piangono continua a dell’est. Ma – ci difendere i diritti interroga l’autrice e si sorridono, grati per la strenua battaglia che si sono dei deboli, donne e – siamo davvero dati infliggendosi un grandissimo tennis. bambini. Con lontani (e al Non ci si stacca da questo memoir di Agassi: è interviste a Oscar sicuro) da preciso il racconto del logorìo del suo fisico, dell’inquieLuigi Scalfaro e quell’inferno? tudine della sua infanzia e adolescenza in quotidiana Valerio Onida. Veronica lotta col drago sputapalle, del senso di insoddisfazione Patrizia Pacini Tomassini e vuoto che tutti i colpi vincenti giocati, il più delle volte, La costituente: Il polacco Maciej non hanno potuto scagliare lontano. È, anche, un libro storia di Teresa Edizioni sulle persone importanti che, negli anni, hanno riemMattei Feltrinelli pito il clan Agassi nei parterre dei tornei. ed. Altreconomia scaricabile al prezzo 224 pagine, 16 euro di 0,99 euro Tipo: il padre (un ex pugile olimpionico di origini armene), che gl’instilla il senso del dovere e della perfezione; Philly, il tenero fratello maggiore sempre presente (chissà se il meraviglioso incipit del libro – la frase di una lettera di Vincent Van Gogh al fratello Theo – è una dedica speciale di Agassi a Philly); e ancora Gil, il suo trainer per 17 lunghi anni, un uomo speciale, il vice-padre sulle cui spalle larghe Andre si arrampica per acchiappare giorni di gloria (e ci riuscirà, rimanendo – tra Grandi Slam e medaglie olimpiche – numero 1 dell’Atp per 101 settimane di fila). E che dire di Perry, o J.P., Brad, Durren, Barbra Streisand (!), Brooke Shields, e – per finire – l’amore vero atteso sottorete e arrivato col contropiede di una volé: Steffi Graff. Tutto si fonde, nelle giocate mai dome di Andre Agassi: la potenza delle sue risposte è decuplicata dall’ispirazione, le parole e l’energia che i comprimari sopracitati nascondono nelle palle giocate da Andre, tramutate in bombe, ganci imprendibili. Come quelli di un pugile. Sì, come i colpi che sferrava il padre che, a un certo punto, odierà il tennis anche lui, proprio quando il figlio comincerà ad amarlo. L’ultimo capitolo è il ringraziamento di Agassi al ghost writer del libro, lo scrittore e giornalista (vincitore di un Pulitzer) J. R. Moehringer, immenso a mettere in letteratura la memoria di ogni singolo colpo giocato e raccontatogli da Andre. Grandi, tutti e due. Open. La mia storia di Andre Agassi, Einaudi 2011

Il male di vivere nelle metropoli Uno tra i libri senza tempo: uscito nel 1925, Dalai editore lo riedita e potrebbe essere stato scritto oggi. New York in fondo resta il tetto del mondo, il posto da dove vorresti fuggire, sapendo che non lo farai mai. Dos Passos aveva 30 anni quando ha scritto Manhattan Transfer, rendendolo immortale: un libro visionario, che racconta il male di vivere nelle nostre metropoli, dove è sempre l’alba di un nuovo giorno, alla ricerca affannosa di profitto e di felicità. John Dos Passos Manhattan Transfer Dalai Editore pagine 400 Euro 18


Pillole senza dimora Casa di paglia, soluzione abitativa dignitosa, a basso costo, sostenibile Nel quartiere Quadraro di Roma è in costruzione la prima casa di paglia cittadina. Finora erano state costruite in piccoli paesi, ma nessuno aveva mai pensato a quartieri metropolitani. Eppure le case di paglia non sono baracche, ma case a tutti gli effetti: sono state sperimentate negli Stati Uniti già nel 1880 in Nebraska, e risultano ancora abitate e in ottimo stato. In Italia sono arrivate solo nel 2005, mai in città. Oggi, con la crisi, se ne torna a parlare e c’è chi individua nelle case di paglia un’occasione a basso costo per l’edilizia popolare, con ripercussioni favorevoli anche per gli homeless: un esercito di persone, spesso di famiglie intere, in crescita costante. La casa di paglia, oltre a essere a basso costo, è una struttura ecosostenibile, a ridotto consumo energetico, risponde alle normative antincendio europee, è possibile allacciarla alla rete fognaria, idrica ed elettrica; inoltre, la struttura è elastica e ciò consente di reggere alle sollecitazioni di un terremoto. Artisti senza dimora producono bomboniere solidali e creative Il progetto “Bomboniera solidale” nasce all’interno dell’albergo cittadino di Vicenza e coinvolge ospiti senza dimora accolti nella struttura. L’obiettivo è stimolare la creatività e le abilità delle persone coinvolte, rendendole protagoniste in prima persona nel progetto di ideazione e creazione delle bomboniere. Battesimi, lauree, matrimoni... è possibile condividere qualsiasi momento importante della vita con “Bomboniera solidale”: saranno le persone che vi lavorano a studiare un prodotto ad hoc, secondo le esigenze e le idee del committente. È possibile curiosare tra i prototipi che hanno creato gli artisti senza dimora dell’associazione e scegliere tra differenti forme e colori. INFO francescasimonini@cosep.it

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Milano

Cibo e spiritualità, energie e bambini: è il Festival del “bio” Il “Festival della biodiversità” si tiene al Parco Nord dal 9 al 23 settembre: è l’occasione per riflettere (degustando prodotti) sul cibo “bio”, la scienza, il teatro, la natura, la spiritualità, la musica, il cinema. Tante le iniziative “verdi” per bambini: dallo slow-cibo alla bioarchitettura a loro misura, ai tour naturalistici e molto altro ancora. Il tutto in collaborazione con le maggiori associazioni ambientaliste e aziende ecosostenibili, in sintonia con il tema dell’anno Onu sulle energie rinnovabili per tutti. Ospite d’onore della manifestazione è Thich Nhat Hanh, autorità mondiale del buddismo. INFO maddalena.peluso@gmail.com

convinzione che anche un corpo diversamente abile possa sperimentare l’espressione di sé. È ciò che avviene in scena con “Mind The Difference”, della Cie M.a.d – Compagnia MixAbility “Dreamtime”, guidata per l’occasione dalla coreografa portoghese Carla Vendramin. Lo spettacolo – in scena artisti e danzatori con diversi gradi di disabilità – è presentato in prima nazionale. INFO www.festival-dreamtime.org

Milano

Gli archivi di Sergio, omaggio a un gigante delle nuvole parlanti

Milano

“Dreamtime”, la prima dell’incontro fra danza e disabilità Quinta edizione per Dreamtime, festival internazionale di danza senza limiti, promosso dall’associazione milanese Viaggiatori dell’Anima. Il festival, diretto da Paola Banone con la co-direzione artistica del maestro Joseph Fontano, presidente dell’International Dance Committee Idc Iti - Unesco, è in programma il 22 settembre 2012, con un evento centrale al Teatro Elfo Puccini. Il festival comunque non è solo spettacoli e performance, ma anche workshop, mostre fotografiche e installazioni video, all’insegna della grande danza e del dialogo tra diverse abilità. “Dreamtime” nasce infatti dalla

Il 26 settembre dello scorso anno moriva Sergio Bonelli, una delle figure più importanti del mondo del fumetto, editore e sceneggiatore. Il padre, Gian Luigi, aveva creato Tex Willer e Sergio aveva firmato diverse sceneggiature dell’eroe del west, usando il nome Guido Nolitta. Sergio Bonelli ha inventato anche i personaggi Zagor e Mister No. Viene celebrato con l’uscita di una nuova collana, “Gli archivi Bonelli”, dell'editore Rizzoli Lizard. Il volume cartonato contiene tre storie di Tex, tre di Zagor e tre di Mister No.

Milano

Mix di voci e culture a “Tramedautore”, che fa ritorno dall’Africa Torna “Tramedautore”, festival internazionale di drammaturgia contemporanea, giunto alla dodicesima edizione, che quest’anno prende il nome di “Trametissage”, come omaggio alla pluralità di stili e voci dell’Africa, per concludere il viaggio nel continente a cui sono state dedicate le ultime tre edizioni, e tornare in Italia, riservando un posto centrale al nostro teatro d’autore. Dal 21 al 30 settembre, per dieci giorni, il festival animerà il


caleidoscopio Piccolo Teatro Grassi e il Chiostro, con spettacoli teatrali in prima milanese e italiana, i consueti aperitivi, incontri con gli artisti, proiezioni video, appuntamenti musicali e racconti notturni di grandi autori contemporanei, come Vincenzo Cerami, Ruggero Cappuccio e Raffaele La Capria. INFO www.outis.it

Bergamo

Scienza superstar: si guarda alla luna, torna l’astronauta Dal 5 al 21 ottobre torna “BergamoScienza”, kermesse di divulgazione scientifica con conferenze, spettacoli, laboratori e mostre con numerosi ospiti internazionali, giunta alla decima edizione. Gli appuntamenti di quest’anno sono aumentati, anche in virtù del successo delle scorse edizioni: saranno aperti al pubblico gratuitamente conferenze, spettacoli, concerti, laboratori, mostre e incontri con Premi Nobel, scienziati di fama internazionale e ricercatori. Bergamo sarà animata e ricca di proposte nei 16 giorni di manifestazione. Tra gli ospiti più attesi, gli astrofisici Marcello Coradini, Enrico Flamini (chief scientist della Asi), Antonio Masiero (che parlerà del lato oscuro dell’universo) ed Erik M. Galimov, dell’Accademia delle scienze russa (che tratterà della luna come possibile risorsa energetica). Al satellite del nostro pianeta sarà dedicato anche l’intervento di Maria Zuber, geofisico del

Massachusetts Institute of Technology, attualmente impegnata in un progetto di ricerca con la Nasa sulla gravitazione lunare. Grande attesa per il ritorno a “BergamoScienza” dell’astronauta Paolo Nespoli, che condividerà le sue ultime esperienze nello spazio. INFO www.bergamoscienza.it

Torino

Precipizio e nuvole, Fang Lijun “rilegge” la storia della Cina Fino al 30 settembre alla Gam, Galleria civica d’arte moderna e contemporanea di Torino, si può visitare “Il precipizio sopra le nuvole”, prima grande mostra personale in Italia dell’artista cinese Fang Lijun (nato ad Handan nel 1963, vive e lavora a Pechino). Dopo le maggiori capitali europee, Lijun arriva in Italia con trenta opere dalle dimensioni imponenti. L’artista cinese è stato uno dei principali esponenti del Realismo Cinico, tendenza sviluppatasi in Cina negli anni Novanta e concentrata sull’analisi della storia socio-politica cinese nel corso del Novecento, con particolare riferimento alla Rivoluzione Culturale, fino all’attuale boom economico, trattata con umorismo e ironia taglienti e aggressivi. La mostra accoglie il visitatore con un forte impatto visivo, e riesce a restituire i mondi fantastici di un artista che ha dedicato la sua vita alla ricerca dell’incontro tra l’umanità e la natura. INFO gam@fondazionetorinomusei.it

Vicenza

Città dell’Architettura: il grande passato, le forme del futuro Dal 21 al 30 settembre Vicenza diventa la “Città dell’architettura”. Incontri, workshop, rassegne e azioni urbane occuperanno vari luoghi del centro storico, consentendo alla città veneta di riflettere sull’architettura fra tradizione e contemporaneità. L’iniziativa intende proporre un dibattito attivo sul rapporto tra contemporaneo – che a Vicenza incorpora la storica eredità di Andrea Palladio, con il suo linguaggio architettonico, fonte dell’identità della città – e futuro. Oltre ai meeting con architetti e studiosi di fama internazionale, nonché con giovani emergenti, “Città dell’Architettura” presenta diversi luoghi e iniziative interessanti: un info-point funzionerà anche da area tematica, ospitando un ciclo di incontri per l’intera durata della manifestazione; inoltre vi saranno performance, installazioni ed eventi collaterali, in cui si

Street art

L’arte murale tappezza Torino Torna il “Pic Turin - Torino Mural Art Festival”. L’evento europeo di street art e graffiti writing è giunto alla terza edizione e prevede l’arrivo di oltre trenta artisti da Francia, Olanda, Bulgaria, Belgio, Spagna e Italia, i quali coloreranno luoghi simbolo della città. Parco Dora, Ospedale Amedeo di Savoia, Hiroshima Mon Amour, scuole e facciate di palazzi: Torino fino a ottobre si trasforma in un grande museo a cielo aperto. Tra i protagonisti: Zoer & Velvet (Csx crew – Francia), Erase & Arsek (Bulgaria), Graphic Surgery (Olanda), Bue The Warrior e Chase (Belgio), Escif (Spagna) e, tra gli italiani, 2501, Galo, Truly Design, Adc, Knz, Smk e Tots crew. Il festival è ideato e curato dalle Acu, Associazioni per la creatività urbana.

Vicenza sperimenta regole più favorevoli Dopo anni di buio, un po’ di luce per gli artisti di strada a Vicenza. Con un’ordinanza sperimentale (in vigore fino al 31 ottobre, poi si valuterà se ha funzionato), il sindaco Variati ha reso più facile lo svolgimento di performance di ballerini, musicisti, giocolieri, mimi, madonnari, ritrattisti, saltimbanchi. Il passo avanti elimina, fra le altre cose, le procedure burocratiche che sono un costo e spesso un ostacolo per gli artisti, in particolare per quelli provenienti da altre città. L’idea si è concretizzata dopo un post su facebook scritto dal sindaco: colpito dal talento musicale di due artisti di strada durante una visita a Cison di Valmarino, nel trevigiano, si era augurato di poter promuoverne di più la presenza, sull’esempio di altre città. Gli artisti avranno limitazioni di orari e dovranno rispettare alcune norme, come non utilizzare animali durante gli spettacoli; non potranno fare uso di amplificazione sonora, palcoscenico, platea, sedute per il pubblico; in pratica potranno usare solo gli strumenti della loro specifica arte.

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quattro domande a... Michela Murgia di Danilo Angelelli

«Il peso del “noi”, siamo tutti un po’ leghisti...» Il ministro dell’istruzione, università e ricerca, Le parole al loro posto Francesco Profumo, in un’intervista ha A fianco, Michela Murgia, consigliato ai giovani di leggere Accabadora. scrittrice originaria È trasversale il favore che incontra Michela di Cabras (Oristano); Murgia, quello che dice e scrive, con ogni parola sotto, la copertina che sembra non poter stare che lì dove lei l’ha del suo ultimo romanzo. messa. Esordio nel 2006 con Il mondo deve L’incontro. Sempre sapere, sulla realtà degli operatori dei call per Einaudi ha pubblicato center, a cui ha fatto seguito Viaggio in i tre testi precedenti (Viaggio in Sardegna, Sardegna. Undici percorsi nell’isola che non Accabadora si vede. Ancora la sua isola nel già citato e Ave Mary), dopo Accabadora, Premio Campiello 2010, e poi l’esordio di Il mondo deve Ave Mary. E la Chiesa inventò la donna. sapere. Con Accabadora Con l’ultimo libro, L’incontro (Einaudi), (sotto, l’immagine di la Murgia ci riporta in Sardegna per fotografare copertina), coraggiosa un’estate degli anni Ottanta, in cui un bambino storia che intreccia i temi di 10 anni osserva la comunità di un piccolo dell’adozione e dell’eutanasia, ha vinto paese spaccarsi per la decisione del vescovo nel 2010 i prestigiosi di fondare una nuova parrocchia. Un racconto premi letterari Mondello di formazione, in cui il piccolo protagonista e Campiello scopre cosa significa dire – altra parola che l’autrice piazza lì in maniera lieve, ma ce ne fa sentire il “peso” – “noi”. Cosa significa oggi dire “noi”? La storia recente ne ha cambiato la percezione? Moltissimo. Antropologicamente ci siamo scoperti tutti leghisti, ovvero legati all'idea di un sé immutabile e minacciato dalla diversità. Il noi è diventato parola di difesa, confine da ribadire contro l’assalto di ogni alterità. La piccola comunità descritta nel libro va in crisi per l’introduzione di una novità. Fisiologico? La crisi davanti al nuovo è un momento sanissimo della dialettica comunitaria, purché il nuovo sia legittimato come – appunto – attore di un cambiamento fisiologico. Quando invece è percepito solo come minaccia diventa elemento da negare e annichilire per coltivare l’illusione di restare eternamente se stessi; allora nascono i ghetti, le xenofobie, i nazionalismi irreformabili. In Italia questo fenomeno è in atto da almeno un ventennio, per quanto ci piaccia far finta che non stia accadendo. La parrocchia è il centro anche simbolico della vita del paese raccontato in L’incontro. Cosa ha rappresentato per lei nella sua infanzia e adolescenza e poi negli anni del suo impegno in Azione Cattolica? La parrocchia che racconto è soprattutto un fulcro di marcatori identitari, un regolatore di normalità collettiva, un’appartenenza definita su una base consistente di irrazionalità. È significativo che nel linguaggio comune gli schieramenti per partito preso si definiscano “campanilismi”: nell’esperienza della parrocchialità c’è un dato ontologico che non può essere messo in discussione, come non si mette in discussione la propria madre. A me la parrocchia ha dato molto, ma oggi sono convinta che essa non sia l’unico modo di declinare la pluralità nella Chiesa. Anzi, guai quando lo diventa. Quali sono i principali tabù che la letteratura oggi deve affrontare? Lo stare insieme e le sue contraddizioni è per la mia sensibilità il più urgente. Stiamo ridefinendo spazi civici comuni: le piazze, fino a ieri luoghi veri, sono abbandonate. Nei bar, indispensabili spazi pre-politici, si gioca ai videopoker. Le sezioni di partito sono scomparse. Le persone non hanno più spazi d’interazione e i nuovi luoghi sono progettati per generare comportamenti individuali, disgreganti e dissocianti. La letteratura e le relazioni che genera sono un luogo dove questa frattura può essere evidenziata, se non ricomposta. Ecco perché la gente agli scrittori chiede qualcosa in più delle storie che sono in grado di raccontare.

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caleidoscopio confronteranno le realtà sperimentali di paesi diversi e le proposte didattiche di università italiane e internazionali. “Città dell’Architettura” sarà anche un progetto di decentramento e di disseminazione dei pensieri e delle “buone pratiche” in nodi strategici della città, comprese aree meno frequentate o considerate in qualche modo periferiche rispetto al centro. INFO www.comune.vicenza.it

Firenze

“Corri la Vita”, a piedi contro i tumori e per la prevenzione Si parte dal Duomo alle 9.30, si possono fare cinque chilometri passeggiando o tredici di corsa competitiva. La manifestazione “Corri la Vita” è stata ideata per contribuire a qualificare le strutture sanitarie pubbliche di Firenze specializzate nella lotta contro il tumore al seno e particolari forme di volontariato che collaborano per l’assistenza malati. In particolare, i fondi raccolti da “Corri la Vita 2012” saranno destinati alla Lilt Firenze per il sostegno al Ce.Ri.On. – Centro riabilitazione oncologica; a File – Fondazione italiana di leniterapia, che opera nel settore delle cure palliative; alla diagnostica senologica dell’Azienda

ospedaliero-universitaria Careggi di Firenze; al The Vito Distante Project in Breast Cancer Clinical Research. INFO www.boxol.it

Ricette d’Alex

Carpaccio di manzo

Firenze

Sulle antiche vie dei pellegrinaggi lenti e sostenibili Fino al 18 novembre si svolgerà in Toscana il “Festival delle Vie Romee”, l’antica rete viaria medievale composta da sei strade, oggi per lo più di campagna, utilizzate dai pellegrini penitenti in viaggio per Roma. Sono 560 chilometri di percorsi che attraversano in lungo e in largo il territorio firentino, fino alle provincie di Arezzo e Siena. Le Vie Romee attraversano colline e campagne, sfiorano borghi e castelli nascosti, conducono a ville e monumenti centenari, pievi e abbazie, fino alle riposanti locande toscane e alle ghiotte trattorie di una secolare cultura gastronomica. Il festival propone una serie di itinerari e iniziative diurni e notturni: il percorso urbano di Firenze, le vie Bolognese, Sanese e Pisana – Francigena Nova. Tutti gli itinerari sono percorribili a piedi, alcuni in bicicletta e ognuno segue temi scelti per promuovere la conoscenza di particolari aspetti del territorio, con l’aiuto di guida specializzate: natura,

Alex, chef internazionale, ha lavorato in ristoranti e alberghi apprendendo l’arte della cucina nell’albergo di famiglia, a Rovigo. Oggi – i casi della vita... – vende Scarp. È un piatto classico, sano e con poche calorie, per chi è attento alla dieta. Occorrono (per due persone) 120 grammi di polpa magra di manzo affettata. La si distende sul piatto, poi si innaffia con olio e limone. Spolverate con scaglie di parmigiano e sedano bianco tagliato a julienne. Salare solo al momento di servire. Accompagnatela con insalata di radicchio rosso.

piatti tipici, vicende storiche, patrimonio artistico culturale, oltre alla riscoperta di antichi mestieri e costumi. Partecipazione solo su prenotazione. INFO 055.2340742

pagine a cura di Daniela Palumbo per segnalazioni dpalumbo@coopoltre.it

Tarchiato Tappo - Il sollevatore di pesi

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street of america Senza dimora, e senza informazione. Così votare è l’ultimo problema...

Presidente all’ultimo voto, non sarà quello degli homeless di Damiano Beltrami da New York

foto: upload.democraticunderground.com

A

Gli elettori sono tutti uguali? Messaggio chiaro da un’elettrice Usa ai candidati alla presidenza: “Attenzione, sto guardando e poi voterò”. Non altrettanto possono fare gli homeless Usa, a corto di informazioni. Sotto, il videogiornalista Mark Horvath

ll’indomani della crisi economica più dura, dopo la grande depressione, impantanati in due guerre senza sbocco in Iraq e Afghanistan, nel 2008 gli americani si sono convinti della speranza di cambiamento portata da Obama, il giovane senatore nero dalla irresistibile storia personale. Quattro anni dopo, però, non riscontrano miglioramenti tangibili. Con una disoccupazione al 8,3%, vedono sfumare il sogno americano. La battaglia tra il presidente Obama e il suo sfidante repubblicano, Mitt Romney, si deciderà a inizio novembre. Si gioca prevalentemente sul terreno della classe media, corteggiata da entrambi i candidati, nelle rispettive convention. La grande assente dalla campagna elettorale è così un’altra America, quella dei più poveri, tra loro gli homeless. Mark Horvath, videogiornalista senza dimora e fondatore di InvisiblePeople.tv, in estate ha girato gli ostelli per senzatetto di Los Angeles, nella zona di Skid Row, per capire quali sono i loro problemi più gravi. Per Kathrine, infermiera senza dimora, in primo piano c’è l’istruzione: dovrebbe avere, dice, un prezzo più abbordabile. Alcuni parlano della necessità di più case popolari, altri dei posti di lavoro che non ci sono, altri ancora dell’assicurazione medica. «Molti però non hanno neppure idea di quali siano i temi sul tappeto in questa campagna elettorale e di come la politica nazionale e locale potrebbe aiutarli – si accalora Horvath –. Si limitano a tentare di sopravvivere, per loro votare è l’ultimo dei pensieri». Per Horvath il motivo per cui gli homeless d’America non esercitano il diritto di voto è legato al fatto che per la maggior parte sono completamente disinformati: «I senza dimora che vivono in strada ovviamente non hanno accesso a internet e alla televisione– chiarisce –. Quelli che abitano negli ostelli sono più fortunati, ma spesso possono usare il computer solamente per pochi minuti o esclusivamente per cercare lavoro». Horvath ricorda poi che di norma nei rifugi di Los Angeles c’è un solo televisore nella sala comune e il più delle volte viene usato per proiettare film, piuttosto che per guardare telegiornali o sintonizzarsi sui programmi di approfondimento. Ma allora come si esce da questo circolo vizioso, signor Horvath? «Dobbiamo interrompere il circuito della povertà trasmessa di generazione in generazione, mettendo in campo programmi scolastici mirati ai figli di genitori homeless o sul punto di diventarlo. Poi dovremmo stabilire come priorità il fatto di avere servizi sociali che trattino i nostri amici senzatetto con dignità. Abbiamo bisogno di più risorse per combattere la sconcertante realtà dei ragazzi e bambini homeless in età scolare. E infine dovremmo rendere l’accesso all’informazione molto piu’ agevole. Quindi, più aree pubbliche con wi-fi gratuito, computer portatili e supporti elettronici di lettura a prezzi agevolati». Horvath è certo che tecnologia e porte aperte al flusso informativo disponibile in rete aiuterebbe a garantire una migliore lettura della realtà a gente bloccata nell’indigenza. Forse, allora, qualcuno a votare ci andrebbe.

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