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Foto Stefania Culurgioni - Spedizione in abbonamento postale 45% articolo 2, comma 20/B, legge 662/96, Milano

REPORTAGE

MIGRANTI AL BRENNERO. ALTO ADIGE COME LAMPEDUSA

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strada

GIORGIO FONTANA I DIECI COMANDAMENTI RACCONTATI DA GRANDI SCRITTORI

www.scarpdetenis.it luglio 2015 anno 20 numero 193

Sara e Anna Storie di bullismo al femminile CARINA, INTELLIGENTE E VA BENE A SCUOLA. QUESTO IL SORPRENDENTE IDENTIKIT DI UNA BULLA. VIAGGIO DI SCARP NEL FENOMENO IN COSTANTE CRESCITA


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EDITORIALE

Un premio per Scarp, per le storie e per i lettori

LA PROVOCAZIONE

Migranti Per favore, non mistifichiamo le parole

di don Roberto Davanzo

di Stefano Lampertico [

@StefanoLamp ]

Per essere sincero fino in fondo devo dire che mai mi sarei sognato di rispondere a quella telefonata che molti giornalisti in Italia vorrebbero ricevere. Scarp de’ tenis vince – e ne parliamo nella pagina successiva – il Premiolino 2015, il più antico e prestigioso premio giornalistico italiano. Un grande riconoscimento – inaspettato – che premia un lavoro lungo vent’anni segnato dalle storie di Scarp. Segnato dalle

storie di chi in questo giornale ha innervato la propria vita, di chi ha trovato un sollievo temporaneo, di chi ci ha creduto. E in chi cerca ogni mese di offrire un’occasione di lettura di qualità. Un premio insomma che vogliamo condividere con chi ha creduto nel progetto – Caritas Ambrosiana e Caritas Italiana, ma anche tutte le Caritas diocesane che sostengono il progetto da Torino a Venezia, da Vicenza a Napoli –, con i venditori e soprattutto con i nostri lettori.

Un Premio che arriva in un momento storico davvero particolare. In chia-

roscuro. Un momento storico segnato da un Papa che pranza con i clochard, che apre loro le porte, che offre loro ospitalità. Abbiamo tutti letto sui giornali dell’intenzione del Pontefice di aprire un centro di accoglienza per la notte.

E d’altro canto un momento storico in cui diventa difficile accogliere, in cui il migrante è ospite indesiderato. Un momento storico in cui si registra – a Genova, pochi giorni fa – e a un anno e mezzo dal pestaggio di un gruppo di clochard avvenuto in piazza Piccapietra, un altro fatto di violenza, l’aggressione a due senzatetto picchiati a colpi di bastoni, catene e cocci di vetro da un gruppo di almeno sei persone, incappucciate, alla stazione di Quinto.

Un quadro in chiaroscuro. Che racconta della difficoltà di accogliere. Di aprirsi all’altro. Che poi è lo stesso quadro di quarant’anni fa, dipinto da quel genio di Enzo Jannacci e dalle sue canzoni. Lo stradone col bagliore è il bellissimo documentario biografia di Enzo firmato da Ranuccio Sodi. Lo raccontiamo, con la penna di Sandro Patè, più avanti nel giornale. Da vedere.

Un Premio che arriva in un momento storico particolare. Segnato, da una parte, dal Papa pronto ad aprire un dormitorio in Vaticano e dall’altra dalla feroce aggressione a due clochard di Genova per opera di sei delinquenti incappucciati

contatti Per commenti, idee, opinioni e proposte: mail scarp@coopoltre.it facebook scarp de tenis twitter @scarpdetenis www.scarpdetenis.it

Di fronte all’ennesima emergenza profughi stiamo facendo i conti con una triste strumentalizzazione a fini elettorali delle paure - a volte vere, a volte indotte - dei cittadini. Con il risultato che chi ultimamente ne fa le spese sono uomini, donne, bambini... quando va bene allocati alla meglio in strutture di accoglienza improvvisate, troppe volte abbandonati al loro destino, alla mercé di quanti hanno imparato a lucrare su di loro. I migranti “rendono” dicevano i dirigenti delle cooperative legate allo scandalo di “mafia capitale”. Rendono dal punto di vista elettorale. Rendono nel foraggiare le organizzazioni criminali che rispondono alla domanda di mobilità di queste persone che non trovano altrove soluzione ai loro problemi. Ma ciò che ultimamente appare come una diabolica abilità è l’arte di mistificazione delle parole. Pensate alla parola “invasione”. La si continua a sbandierare come uno spauracchio, tacendo il confronto tra quanti immigrati ha accolto l’Italia fino ad ora e quanti gli altri stati europei. Pensate alla parola “clandestini”. Sbrigativamentente si marchiano in questo modo tutti coloro che per scappare da conflitti e persecuzioni affrontano viaggi indicibili, certo senza aver avuto il tempo di passare da una nostra ambasciata e presentare istanza di ospitalità. Ma la parola resta nell’immaginario dei cittadini italiani che così si sentono sollevati dallo scrupolo di coscienza di non poter chiudere gli occhi davanti a quei volti. Che vuoi, sono clandestini, sono imbroglioni, perchè dovremmo occuparcene? Che tornino da dove sono venuti! Ecco la prima carità: non tradiamo il significato delle parole, per tornare almeno a poter comunicare tra di noi. luglio 2015 Scarp de’ tenis

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SOMMARIO

Scarp de’ tenis vince il Premiolino 2015 il premio giornalistico più importante d’Italia Scarp de’ tenis ha vinto il Premiolino 2015. Un giornalista, o una testata giornalistica, in Italia, in tema di premi, ha un unico desiderio. Vincere “Il Premiolino. Il gusto della sincerità”, il premio giornalistico più antico e importante d’Italia (promosso da 10 anni da Birra Moretti).

Nato a Milano nel 1960, il premio è destinato, come recita il regolamento, “alle espressioni del giornalismo scritto, radiofonico o televisivo che si siano particolarmente distinte per varietà e originalità dei contenuti, per pregi professionali e formali, e soprattutto per la volontà di testimoniare la realtà, impegno primario di ogni giornalista libero, non condizionato da qualsiasi influenza esterna”. Storico, prestigioso e dunque ambito. Nel corso degli anni, per darvi un’idea, se lo sono aggiudicato grandi firme come Indro Montanelli,

Eugenio Scalfari e Giorgio Bocca, Sergio Zavoli, Pier Paolo Pasolini, Altiero Spinelli, ma anche tanti giovani e nomi meno noti, spesso al lavoro in piccole testate, segnalati per qualità morali e professionali. Ecco. Scarp de’ tenis, si aggiudica il Premiolino insieme a Mattia Feltri de La Stampa, Alessandra Sardoni, del TG de La7, all’inserto La Lettura del Corriere della Sera, a Piera Detassis, Direttore di Ciak e a Good Morning Italia. Un grandissimo, e inaspettato, riconoscimento che condividiamo con tutti i nostri lettori.

Perché quando sto male mi dici «è tutta una ruota che gira»? un’amica» mi arrivi con una che sembra un mirtillo e per di

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rubriche

servizi

PAG.7 (IN)VISIBILI di Paolo Lambruschi PAG.9 IL TAGLIO di Piero Colaprico PAG.11 PIANI BASSI di Paolo Brivio PAG.12 LA FOTO di Sebastião Salgado PAG.14 PENNE PER SCARP di Giorgio Fontanta PAG.20 LO SCAFFALE di Yamada PAG.21 VISIONI di Sandro Patè PAG.37 POESIE PAG.53 VOCI DALL’AFRICA di Davide Maggiore PAG.63 SCIENZE di Federico Baglioni PAG.66 IL VENDITORE DEL MESE

PAG.22 L’INTERVISTA Nomadi: «Cantiamo i valori della gente comune» PAG.24 COPERTINA Ragazze che odiano ragazze PAG.30 LA STORIA Metodo Abreu, dalla strada alla musica PAG.34 REPORTAGE Migranti, Alto Adige come Lampedusa PAG.38 COLOMBIA La Candelaria: la rivoluzione nell’arte di strada PAG.41 MILANO L’Edicola dei Sogni dove i desideri diventano realtà PAG.42 TORINO Spazio d’angolo, non solo una mensa PAG.45 VICENZA Oumar, nei campi per far studiare il fratello piccolo PAG.46 VERONA Buri bar, un luogo accogliente PAG.48 RIMINI Storia di Giulia: licenziata per un figlio PAG.50 SUD Mare Nostrum: studenti per l’integrazione PAG.54 VENTUNO Tutela del clima e fallimenti. A Parigi per evitare disastri PAG.59 CALEIDOSCOPIO Incontri, laboratori, autobiografie PAG.60 NAPOLI La leggerezza degli oggetti creati da Stefania PAG.62 COMO Alessandro quarantenne in strada: «Pronto a espatriare» PAG.65 FIRENZE Una fiorentina dagli occhi a mandorla

Redazione di strada e giornalistica via degli Olivetani 3, 20123 Milano tel. 02.67.47.90.17 fax 02.67.38.91.12 scarp@coopoltre.it

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Scarp de’ tenis luglio 2015

Direttore responsabile Stefano Lampertico Redazione Ettore Sutti, Francesco Chiavarini, Paolo Brivio

Segretaria di redazione Sabrina Montanarella Responsabile commerciale Max Montecorboli

Redazione di strada Roberto Guaglianone, Antonio Mininni, Lorenzo De Angelis, Alessandro Pezzoni

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da

lla stra sile de

Il men

aforisma di Merafina Abbaglio L’illusione di essere illuminato

www.scarpdetenis.it febbraio anno 19 numero 188

Il tweet di aurelio [Il bonazza

@aure1970 ]

giugno 2015. Tendopoli per migranti a Tiburtina. Roma.

Cos’è Scarp de’ tenis è un giornale di strada noprofit nato da un’idea di Pietro Greppi e da un paio di scarpe. È un’impresa sociale che dà voce e opportunità di reinserimento a persone senza dimora o emarginate. È un’occasione di lavoro e un progetto di comunicazione.

Tuo fratello dorme su un cartone, sull’asfalto rovente a Tiburtina. Ha scabbia e sete, portagli acqua prima che se ne vada #romatiburtina

»? Perché quando ti dico «magari porta fuori di piu' se la tira?

Dove vanno i vostri 3,50 euro

Quando un musicista ride - tributo a Enzo Jannacci

Vendere il giornale significa lavorare, non fare accattonaggio. Il venditore trattiene una quota sul prezzo di copertina. Contributi e ritenute fiscali li prende in carico l’editore. Quanto resta è destinato a progetti di solidarietà.

Per contattarci

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TOP 15

Cibi contaminati importati 1 2 3 4

38 Foto Stefania Culurgioni, Francesco Cavallari, Fabrizio Pincielli Disegni Sergio Gerasi, Alessandro Mazzetti, Silva Nesi, Giampaolo Zecca

fonte: elaborazione Coldiretti su dati Efsa

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Peperoncino Melagrana Frutto della passione Lenticchie Arance Ananas Foglie di thè Riso Fagioli Cachi

Vietnam Turchia Colombia Turchia Uruguay Ghana Cina India Kenya Israele

Con il 61,5 per cento dei campioni risultati irregolari per la presenza di residui chimici è il peperoncino proveniente dal Vietnam il prodotto alimentare meno sicuro in vendita in Italia. Il nostro Paese ne ha importato nel 2013 273.800 chili per utilizzarlo nella preparazione di sughi tipici, per insaporire l’olio o per condire piatti senza alcuna informazione per i consumatori.

Progetto grafico Francesco Camagna Sito web Roberto Monevi Editore Oltre Soc. Coop. via S. Bernardino 4, 20122 Milano Presidente Luciano Gualzetti

Direzione e redazione centrale - Milano Cooperativa Oltre, via degli Olivetani 3 tel. 02.67479017 scarp@coopoltre.it Redazione Torino Casamangrovia, corso Novara 77, tel. 011.2475608 scarptorino@gmail.com Redazione Genova Fondazione Auxilium, via Bozzano 12 tel. 010.5299528/544 comunicazione@fondazioneauxilium.it Redazione Verona Il Samaritano, via dell’Artigianato 21 tel. 045.8250384 segreteria@ilsamaritanovr.it Redazione Vicenza Caritas Vicenza, Contrà Torretti 38 tel. 0444.304986 scarp@caritas.vicenza.it Redazione Venezia Caritas Venezia, Santa Croce 495/a tel. 041.5289888 info@caritasveneziana.it Redazione Rimini Settimanale Il Ponte, via Cairoli 69 tel 0541.780666 rimini@scarpdetenis.net Redazione Firenze Il Samaritano, via Baracca 150/e tel. 055.3438680 samaritano@caritasfirenze.it Redazione Napoli Cooperativa sociale La Locomotiva via Pietro Trinchera 7 scarp@lalocomotivaonlus.org Redazione Salerno Caritas Salerno, Via Bastioni 4 tel.089 226000 caritas@diocesisalerno.it

Registrazione Tribunale di Milano n. 177 del 16 marzo 1996 Stampa Tiber via della Volta 179, 24124 Brescia

Consentita la riproduzione di testi, foto e grafici citando la fonte e inviandoci copia. Questo numero è in vendita dal 4 luglio al 1 agosto luglio 2015 Scarp de’ tenis

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(IN)VISIBILI

Quelli che invece del muro preferiscono un ponte, oh yes

di Paolo Lambruschi

In questo momento pericoloso, in cui vediamo crescere giorno per giorno il disprezzo di persone insospettabili verso la gente della strada, arrivano anche segnali forti e in controtendenza che vanno assolutamente rilanciati per farli cogliere. Sono messaggi di amore e attenzione che lanciano ponti verso gli ultimi, che sovrastano il clima di paura e odio alimentato dagli speculatori politici

Agli speculatori politici che in tutta Europa inneggiano alla chiusura e alla cacciata dei diversi, a chi vorrebbe ergere muri, si oppone un popolo pacifico che si muove mettende in atto ogni giorno gesti di grande umanità

forza l’esperienza l’opera volontaria dei barbieri che, chiusi il lunedì, dedicano la giornata festiva al prossimo. Da una parte c’è una risposta replicabile ovunque al bisogno, dall’altra abbiamo il livore su Facebook contro il Papa e i preti che “dovrebbero accoglierli a casa loro”. Uno a zero per la squadra dei ponti, capitanata da Francesco.

scheda

dimostrazioni spontanee di generosità e solidarietà nelle stazioni dove l’ennesima emergenza immigrazione ha scaraventato migliaia di profughi – uomini, donne e bambini – che, impossibilitati a partire verso le capitali del nord Europa a causa delle chiusure dei confini per il braccio di ferro in atto nell’Ue sulla redistribuzione, si sono accampati nelle stazioni. C’è chi ha portato alimenti, vestiti e giochi per i bambini, chi ha curato (a proposito, la scabbia non è mortale e si cura in genere con una pastiglia, ndr), chi ha ascoltato. Erano italiani ed erano immigrati, erano credenti e laici, seminaristi e volontari della Croce rossa, persone che sono rimaste colpite e magari non sono neppure impegnate politicamente, vogliono solo provare a migliorare questo mondo passando dalle parole ai ponti.

che in tutta Europa inneggiano alla chiusura e alla cacciata dei diversi. Possiamo dire che c’è un popolo dei muri cui si oppone pacificamente, con gesti di grande umanità, un popolo dei ponti.

Qualche esempio? Partiamo dal Vaticano, dove papa Francesco ha voluto aprire una barberia accanto al colonnato del Bernini per accogliere i senza dimora che dormono nelle strade accanto a San Pietro. Non ha solo aperto locali, ha voluto che fossero accoglienti e dignitosi per poter restituire dignità a chi vuole lavarsi e tagliarsi i capelli. Raf-

Paolo Lambruschi è nato a Milano nel 1966. Lavora ad Avvenire, come capo degli interni, dopo essere stato per tanti anni inviato. Ha diretto Scarp de’ tenis e il mensile di finanza etica Valori. Nel 2011 ha vinto il prestigioso premio giornalistico “Premiolino” per le inchieste sul traffico di esseri umani nel Sinai.

Poi ci sono i modelli. Parlo del modello Milano, del modello Ventimiglia, del modello Palermo, del modello Bolzano e del modello Roma. Tradotto, sono le

Mi pare che la squadra dei ponti abbia stravinto. Ma non è così, sui media la drammatizzazione prevale, l’ansia da scoop stravolge gli eventi, si concentra sul particolare e trascura il quadro generale.

Non è normale, certo, che le stazioni o gli scogli si trasformino in dormitori di fortuna, ma storicamente dal dopoguerra attorno all’Europa non si è mai vissuta una situazione del genere.

Da un anno in Medio Oriente c’è un autoproclamato stato islamico che ha messo in fuga, in aggiunta ai profughi della guerra siriana, decine di migliaia di persone terrorizzate. E in Libia c’è in atto un conflitto molto pericoloso e destabilizzante i cui protagonisti usano il traffico di esseri umani dal Sahel e dal Corno d’Africa, come è sempre stato, per finanziarsi. Cosa farà

l’Europa davanti alla scelta tra muri e ponti non è difficile da immaginare.

Sceglierà la via più comoda. Ma se ci mettiamo nei panni di un migrante che ha giocato il tutto per tutto, che ha rischiato la vita per raggiungere la famiglia e ricominciare a vivere in Europa, davvero qualcuno pensa che un muro lo fermerà?

luglio 2015 Scarp de’ tenis

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FRATELLI DI SA AN FRANCESC CO D’ASSISI

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La Fondazione Fratelli di San Francesco d’Assisi O Onlus, offre accoglienza e assis s tenza alle persone in stato di bisogno e ugp|c" Þuuc" fkoqtc." cfwnvk." cp|kcpk" g" okpqtk." rtqowqxgpfqpg" nc" nqtq" fkipkv 0 In n un anno abbiamo offer to un letto a 60259" persone, distribuito 3 039403;7" rcuvk, offer to ceeqinkgp|c" c" 5:9" okpqtk, fornitii 980483" ugtxk|k" ad anziani, offer to 6:0277" rtguvc|kqpk"ogfkejg, incontrato con l’wpkv "oqdkng"pqvvwtpc"43 0;22"rgtuqpg, effettuati"6950:27"ugtxk|k"fk"fqeeg"g"iwctfctqdc ed offer to corsi di italia l no, di informatica, orienta amento al lavoro, assistenza legale e e previdenziale, suppor to psico p logico e sociologico.

CF 9723714015 9 53

BONIFICO BANCARIO Intestato a Fondazione Fratelli di San Francesco d’Assisi Onlu O s IBAN: IT41C052160161400000 00007463

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IL TAGLIO

Gli italiani e il fisco. Tra alibi e scorciatoie. Una faccia, un 730 «Pronto, polizia, aiutatemi. Ho i ladri nel negozio, sono sicuramente extracomunitari».

di Piero Colaprico

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scheda

Piero Colaprico (Putignano 1957), giornalista e scrittore, vive a Milano dal 1976. È inviato speciale di Repubblica, si occupa di giustizia e di cronaca nera. Ha scritto alcuni romanzi, tra cui Trilogia della città di M. (2004), vincitore del Premio Scerbanenco. Una penna tagliente. Come questa rubrica che cura per Scarp.

«Stia calmo, mandiamo una pattuglia. Nome, cognome, indirizzo, modulo 730!» «In che senso?» «Quanto ha dichiarato all’agenzia delle entrate? Non sa che è obbligatorio rendere pubblico questo dato quando si ricorre ai servizi dello Stato? Intanto facciamo noi, lei stia calmo, arriva in quattro minuti la Volante Monforte bis». Arriva la Volante, cattura i ladri – pugliesi e non extracomunitari – e li porta in questura. Poco dopo il commerciante riceve dal centralino dell’emergenza una telefonata: «Caro signore, il suo negozio di scarpe ha sette vetrine, lei ha tre dipendenti, ma abbiamo controllato il 730, dichiara 8mila euro di reddito all’anno. Meno del commesso. Qualcosa non torna, visto che possiede tre case e una barca. Passiamo la sua pratica all’agenzia delle entrate, è la prassi. Inoltre le comunichiamo che non effettueremo più interventi a suo favore». «…ma» «Non interrompa, niente interventi sino a che la situazione non sarà sanata. E’ in arrivo un’altra volante, la Romana Uno, non si preoccupi per l’autista, sembra cattivo, ma è buono come il pane se non lo si contraddice. Il conto benzina, usura gomme, indennità rischio, due proiettili esplosi in aria ammontano a 3mila 750 euro. Fattura o ricevuta? Che cosa dico al collega autista?». ***

“Pronto, 118, aiuto, mio marito sta male, è un infarto, aiuto”. «In tre minuti siamo da lei, ha il

Sì, in Italia il sistema fiscale è abbastanza da manicomio, e in qualche modo questa confusione gigantesca favorisce ogni tipo di alibi, nonostante le banche dati siano sempre più efficaci

modulo 730 all’ingresso, giusto?» «Sì, siamo pensionati, tutto in regola. Sappiamo come funziona, da quando il dentista del primo piano ha dovuto sborsare per la frattura del perone sugli sci a Madonna di Campiglio 89mila euro, tutto il caseggiato ha la fotocopia del 730 incollata sulla porta blindata» «Apra il portone, siamo arrivati». ***

«Pronto, sono stato tamponato da un’auto di delinquenti, sono scappati verso il campo Rom» «Modello dell’auto e modulo 730, per favore» «Una Bugatti Veyron Grand Sport Vitesse e dichiaro 22 mila euro».

Tu, tuuuuuu, tu, tttttuuuuu «Pronto, pronto, che succede? Sì, l’auto è da due milioni, ma…» ***

L’agenzia delle entrate è “entrata” in tutto quello che percepiamo e i commercialisti passano ore a far collimare moduli, pagamenti, ricevute. Bene. O male. Dipende sempre dai punti di vista. Anche il concet-

to di ruspa è “entrato” nel linguaggio della politica: anche se la ruspa con cingoli e metalli non è ancora entrata nei campi rom. Così come nessuno ha ancora bombardato i barconi sull’altra sponda del Mediterraneo. Bene. O male, a seconda delle prospettive, perché non tutti la pensiamo nello stesso modo, in questo mondo connesso.

Un mondo così connesso che potrebbe offrire qualche possibilità a chi, sempre e solo in nome della legalità – attenzione, la legalità vale per tutti, o dovrebbe valere per tutti - se la prende con i migranti, i profughi, i senzacasa. Sì, in Italia il sistema fiscale è abbastanza da manicomio, e in qualche modo questa confusione gigantesca favorisce ogni tipo di alibi, nonostante le banche dati siano sempre più efficaci. E siccome ognuno ha i suoi sogni: «Pronto, sono il capitano addetto alle pubbliche relazioni di via Fabio Filzi. Sua figlia, complimenti dottore, studia da tre anni negli Stati Uniti, senza borsa di studio e risulta che lei, gentile chirurgo plastico, l’anno scorso ha dichiarato 12mila euro. Dobbiamo avvisarla che l’Fbi, sezione frodi fiscali, sta andando da sua figlia, forse la rimpatriano, sì, è un guaio, rischia di perdere tutti gli esami, che fa, concilia?» luglio 2015 Scarp de’ tenis

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PIANI BASSI

La scabbia, il machete e il panorama oltre l’ombelico

di Paolo Brivio

Ci sono cose che fatichiamo a capire, qui ai piani bassi. Sarà che parliamo un’altra lingua. Sarà che non abbiamo studiato. Sarà che fame e traumi rendono meno lucidi. Sarà che dai

no? È evidente che siamo noi, a disporre di informazioni fasulle. E a non renderci conto della bomba sanitaria che rappresentiamo.

noi viviamo le cose in un modo, e chi ha voce e megafono le racconta al mondo in un altro. Siamo noi a confonderci, questo è sicuro. Impossibile che i media e la politica, loro che hanno visioni panoramiche, si sbaglino così clamorosamente.

Premurosa attenzione E mica c’è solo la scabbia. C’è pure il machete. Sempre sui treni. L’ultima volta (che poi era anche la prima) l’hanno usato giovani criminali di una gang nata in America Latina. Almeno, così sapevamo. Perché poi le televisioni con naturalezza han-

piani alti si scorge tutto più chiaro. Perché è impossibile: che

Prendete la faccenda della scabbia. L’igiene pessima dei

l’autore Paolo Brivio, 48 anni, si è appassionato ai giornali ai tempi dell’università. E ha coniugato questa passione-professione con l’esplorazione dei “piani bassi” della nostra società. Direttore di Scarp dal 2005 al 2014, oggi fa il sindaco: pro tempore, perché rimane “giornalista sociale” in servizio permanente effettivo

politici che sanno come va il mondo, e anzi spesso lo indirizza-

nostri viaggi, la promiscuità cui siamo costretti, l’indisponibilità di medicine finiscono per rigarci la pelle. Per provocarci arrossamenti e pruriti. Non succede spesso. Ma ad alcuni succede. Così noi ci riteniamo vittime potenziali dei microbi che portano la malattia – pare che si chiamino acari. Però forse dovremmo imparare a essere sensibili alle tragedie altrui. Siamo troppo concentrati sui nostri dolori, per poter capire le preoccupazioni dell’umanità. «Non voglio rischiare di prendere la scabbia sul treno», prorompono dai teleschermi persone importanti. A noi avevano spiegato che la scabbia

è sì contagiosa, ma si trasmette tramite contatti epidermici prolungati. O rapporti

sessuali. Non per via aerea, condividendo un viaggio in ferrovia. Ma

quale interesse possono avere a parlare di scabbia, leader

Come è possibile che ai piani bassi viviamo le cose in un certo modo, e chi ha voce e megafono le racconta al mondo in un altro? Siamo noi a confonderci, questo è sicuro. Impossibile che i media e la politica si sbaglino così clamorosamente...

no raccontato il fatto a corredo delle notizie sull’emergenza sbarchi... E allora sicuramente è giusto che noi, in fuga dai machete di terribili guerre civili che insanguinano i nostri paesi d’origine, finiamo nel mirino dell’opinione pubblica. E dell’esercito italiano, appostato sempre su quel benedetto vagone. Ci compreremo un machete, per giustificare tanta premurosa attenzione nei nostri confronti. O ma-

gari ci travestiremo da terroristi: non ne è ancora arrivato uno, sulle zattere che solcano il Mediterraneo. Però, mai disperare...

Convenienza storica Non bastasse la realtà, incasinata e bastarda di suo, nelle situazioni di crisi ci si mettono pure gli opinion leader. Quelli che – per ragioni di consenso mediatico o politico, e perché sulle paure si campa a basso costo – non han-

no interesse a risolvere i problemi, semmai a complicarli ed eternarli. Quelli che (esempio) maledicono l’assenza di un’Europa che loro stessi non hanno voluto e non vogliono (davvero unita), cosicché nei momenti cruciali fatalmente prevalgono interessi legittimi ed egoismi anarchici dei governi e dei popoli. Ai piani bassi appare chiaro che solidarietà e accoglienza (certo, né ingenue né incondizionate) sono le

scelte umanamente più degne, e storicamente più convenienti. Chissà che panorama si vede, dai piani alti. Oltre, s’intende, il portafoglio e l’ombelico. luglio 2015 Scarp de’ tenis

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Sebastião Salgado, dopo studi di Economia, comincia la sua carriera come fotografo professionista nel 1973 a Parigi, lavorando con le agenzie fotografiche Sygma, Gamma e Magnum Photos fino a quando, nel 1994, insieme a Lélia Wanick Salgado, ha fondato Amazonas images, un’agenzia creata esclusivamente per il suo lavoro. Ha viaggiato in oltre 100 paesi per realizzare i suoi progetti fotografici. Molti di questi, oltre ad apparire in diverse pubblicazioni sulle riviste internazionali, sono stati raccolti in libri come Other Americas (1986), Sahel: l’homme en détresse (1986), Sahel: el fin del camino (1988), La Mano dell’uomo (1993), Terra (1997), In cammino e Ritratti (2000), Africa (2007). Sebastião Salgado ha ricevuto diversi, prestigiosi premi fotografici come tributo per le sue realizzazioni. Nel 2004, Sebastião Salgado ha cominciato il suo lavoro Genesi che ha presentato attraverso numerose mostre in tutto il mondo. Sebastião Salgado oggi vive a Parigi.

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LA FOTO

foto di Sebastião Salgado

il libro Sebastião Salgado ALTRE AMERICHE Progetto e realizzazione Lélia Wanick Salgado Contrasto 24x29,9 cm 128 pagine cartonato con sovraccoperta 48 foto in bianco e nero 35 Euro

Contrasto pubblica per la prima volta in Italia Altre Americhe, il leggendario primo libro di Sebastião Salgado. Il volume raccoglie una serie di fotografie frutto dei numerosi viaggi compiuti da Salgado in America Latina, tra il 1977 e il 1984: un corpus di immagini che racconta con grande forza evocativa la persistenza delle culture contadine e indiane in quelle terre. Il libro ha ricevuto il Premier Livre Photo, ed è stato un grande avvenimento editoriale Ecuador, 1981 © Sebastião Salgado/Amazonas Image

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Giorgio Fontana, onora il padre e la madre

Sulla tomba di Besna e Pawan

di Giorgio Fontana

Quando aveva cominciato a portare un fiore sulla loro tomba, un mese prima, forse non gli era ancora chiara la natura dello scambio in corso: era cominciato come un gesto verso una coppia di migranti di cinquant’anni, giunta cadavere sulle sue coste come tanti altri — niente più che quella confusa compassione, venata di rabbia, che non riusciva a levarsi di dosso. La sua isola aveva creato delle fosse comuni per quelle catastrofi.

Tombe senza nome, lapidi con la data della strage. E lui aveva scelto quella: qualcuno aveva preso le fototessere dai documenti e le aveva incollate sul marmo della croce; ve-

scheda

Giorgio Fontana (Saronno, 1981) ha pubblicato quattro romanzi: Buoni propositi (Mondadori 2007), Novalis (Marsilio 2008), Per legge superiore (Sellerio 2011), Morte di un uomo felice (Sellerio 2014). È autore di numerosi articoli e interventi su testate sia italiane che straniere. Attualmente lavora come content manager per eDisplay. Ha inoltre una rubrica su Internazionale.it dal nome E questo, l'hai visto? dove raccoglie i link più interessanti della settimana.

dere il volto sorridente della moglie e quello cupo del marito — le enormi sopracciglia dietro un paio di occhiali neri — lo aveva aiutato a separare i loro singoli corpi e il loro singolo dolore dall’aritmetica di quanto accadeva da anni: cento e oltre morti una volta, duecento un’altra, bambini e donne, persone assiderate, annegamenti, cadaveri, ambulanze, disperazione, numeri — per lo più, per tanti, numeri e basta. Ma c’era dell’altro, e se ne era reso conto solo con il tempo. Ogni giorno la sua visita a quella tomba durava un poco di più. Non aveva alcun rapporto con quella coppia, ovviamente: erano solo due piccoli volti dimenticati. Ma, per quanto gli risultasse incomprensibile, avevano cominciato ad apparirgli molto più reali e vicini di chiunque altro lo circondasse. Il primo gesto fu dare loro dei nomi. Besna e Pawan. Li aveva trovati su internet cercando "kurdish baby names", benché non sapesse affatto da dove venissero realmente. Ma visto che li aveva immaginati curdi, aveva cominciato a ricamare su di loro anche una storia. Lei era una sarta. Lui un insegnante — quegli occhiali non potevano mentire. Ma nonostante il sorriso della foto, era Besna la timida della

coppia; mentre Pawan era noto per il suo umorismo e il suo carattere aperto: organizzavano delle cene con gli amici nella loro modesta

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Abbiamo chiesto a dieci grandi scrittori un racconto per ogni comandamento. Sul prossimo numero Non uccidere di Andrea Vitali


PENNE PER SCARP

I padri non si scelgono, gli avevano sempre ripetuto. Ora, quindicenne e solo, davanti alla tomba di due persone sconosciute che aveva cominciato ad amare, sentiva dentro di sé che era vero l’esatto contrario

casa sui colli, bevevano molto vino, mangiavano capretto e olive. Ma non avevano mai avuto figli, perché lei era sterile: una disgrazia terribile agli occhi di tutti, il più grande dei loro dolori. Poi era arrivata la guerra, e loro erano partiti. Perché? Non erano più giovani, non avevano una famiglia da portarsi appresso. Ma è così difficile trovare un’origine alla disperazione. E così avevano affrontato il viaggio.

Ed erano morti in mare — e ora eccoli qui, di fronte a lui, due cadaveri e il loro inutile amore che era andato in frantumi contro le mura dell’Europa. Fu quando cominciò a parlare con loro (prima solo col pensiero, poi a bassa voce, sempre facendo attenzione a non farsi notare) che comprese a che punto era arrivato, e come quella storia riguardasse lui come loro. Non si trattava di pietà, forse l’opposto: si trattava di bisogno. Loro non avevano figli, ed erano morti; lui era vivo, ma non c’era cosa che odiasse al mondo quanto i suoi genitori. Sua

madre era una stronza violenta che un giorno aveva tirato un pugno così forte a sua sorella da mandarla al pronto soccorso. Suo

illustrazione di Giampaolo Zecca

padre un inetto che passava le giornate in piazza a pulirsi le unghie e bere caffè, senza nemmeno parlare con qualcuno. Nessuna storia, nessuna eredità, niente che avrebbe potuto indicargli cosa fare nella vita. Così era stato naturale, in fondo. Besna e Pawan almeno avevano conosciuto un dolore più autentico e radicale, ne avevano tratto le conseguenze, avevano cercato dentro di loro il coraggio, ed erano morti in un tentativo.

C’era così tanto da imparare, di fronte a quella croce, e così poco nel resto della sua vita di ogni giorno. I padri non si scelgono, gli avevano sempre ripetuto. Ora, quindicenne e solo, davanti alla tomba di due persone sconosciute che aveva cominciato ad amare, sentiva dentro di sé che era vero l’esatto contrario. luglio 2015 Scarp de’ tenis

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IN BREVE

europa La miopia dei governi europei Prove di scarsa solidarietà

di Enrico Panero Passare dai proclami e dalle buone intenzioni dell’Agenda per la migrazione ai fatti, cioè definire gli impegni condivisi sull’accoglienza dei profughi che continuano a giungere sulle coste meridionali dell’Ue, ha creato lo scompiglio tra i governi. Senza arrivare all’estremo dell’Ungheria, che ha annunciato la costruzione di una barriera “anti-migranti” alta 4 metri e lunga 175 chilometri al confine con la Serbia, soluzione peraltro già adottata da Bulgaria (confine con la Turchia) e Spagna (enclavi di Ceuta e Melilla), molti altri Paesi dell’Ue hanno espresso o dimostrato la loro scarsa propensione alla solidarietà. Mentre Francia e Austria hanno intensificato i controlli e i respingimenti verso l’Italia, Germania e Regno Unito promettono collaborazione ma solo nei luoghi di arrivo dei migranti e solo per i richiedenti asilo, vari altri Paesi (Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Spagna e Paesi Baltici) hanno espresso contrarietà all’ipotesi di “quote” di accoglienza. L’Italia, poi, chiede solidarietà ai partner europei ma non riesce a garantirla al suo interno: meno del 5% dei comuni italiani aderisce al programma di protezione Sprar. Immaginando con difficoltà quale potrà essere l’«accordo praticabile» cui mira la Commissione, colpiscono il cinismo, e la “miopia” dei governi europei: la velocità con cui si scordano gli impegni presi dopo le tragedie del Mediterraneo; la forza con cui si difendono interessi nazionali a scapito dell’interesse europeo e dei diritti umani; l’incapacità di guardare oltre la “fortezza Europa”.

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lità diverse, le malattie rare, ma anche le rare bellezze, l’unicità della loro umanità. La mo-

Vicenza. Trova l'incluso: incontri diversità e unicità Un gioco di parole, Trova l’incluso, che fornisce il titolo alla mostra. Di solito siamo abituati a leggere: trova l’intruso, sulla Settimana Enigmistica. Trova l’incluso cambia prospettiva e lavora invece per includere. All’interno del Centro di Formazione Professionale di Vicenza vengono accolti centinaia di ragazzi con le loro ricchezze, le loro diverse abilità, le loro fragilità, le 29 naziona-

stra è un caleidoscopio di ritratti che ha disobbedito alla cultura del selfie, autoreferenziale, e ha composto ritratti fotografici divertenti e originali: la cultura del ritratto è inclusiva, dicono gli organizzatori perché richiede il mettersi in relazione con l’altro, saperne cogliere l’essenza più profonda. La mostra è una galleria di ritratti dove fotografi e modelli si mescolano, ma soprattutto la mostra celebra l’inclusione e le diversità grazie al gioco del ritratto. Trova l’incluso ha iniziato il suo percorso nomade nella piazza di Thiene. Ma girerà ancora sul territorio veneto, ovunque ci sia disponibilità a festeggiare l’inclusione.

street art Graffiti d'autore a Venezia dove non te lo aspetti Dieci grandi nomi internazionali della street art ante litteram nel terminal passeggeri di San Basilio: è la mostra che si presenta come evento collaterale della Biennale. Strano in una città come Venezia dove sono pochissime le concessioni alla street art. È stato possibile presso il terminal passeggeri di San Basilio, luogo non distante dall’Accademia, nel quartiere Dorsoduro, territorio di studenti e artisti. Nella cinquantaseiesima biennale di arte il terminal si è trasformato in Arterminal: all’interno infatti e fino a novembre 2016 si possono ammirare i lavori di dieci artisti fra i più grandi della street art: Boris Tellegen, Doze Green, Eron, Futura, Mode2, SKKI ©, Jayone, Todd James, Teach, Zero-T. The Bridges of Graffiti si può considerare una collettiva. Gli artisti hanno lavorato, se non insieme, a stretto contatto per realizzare il percorso espositivo che ha inizio con l’americano Futura, classe ‘55, il più “anziano”, che iniziò negli anni Ottanta alla Fun Gallery di New York con Keith Haring e Basquiat.

on

off

Chi vuol fare la sentinella del decoro di Milano? Oggi è possibile per i cittadini sentirsi investiti di questo incarico con l’applicazione Ghe Pensi Mi, grazie alla quale si potranno segnalare incuria e disservizi al Comune e seguire in tempo reale il percorso dell’intervento. Ghe pensi mi è il primo strumento tecnologico che consente ai cittadini di interagire con l’amministrazione per le attività di manutenzione sul verde. L’applicazione, gratuita, è mirata al controllo delle aree gioco, aree cani e attrezzature sportive. Chi vede uno scivolo rotto, uno sfregio o un’anomalia deve aprire l’applicazione dedicata e fare una foto dal proprio smartphone. La segnalazione sarà immediatamente inviata agli uffici dedicati. Avrà un suo numero di codice identificativo e il cittadino potrà seguire l’iter dell’intervento grazie ai messaggi su posta elettronica che gli verranno recapitati. L’applicazione è disponibile su Playstore e Applestore. L’app richiede solo una registrazione con indirizzo mail.

Oltre un terzo del cibo prodotto nel mondo va a finire nella nostra spazzatura: oltre un miliardo di tonnellate di cibo sprecato di fronte all’emergenza fame nel mondo. È quanto svela una ricerca effettuata dal Centro Ricerche Barilla, della Fondazione Barilla Center For Food Nutrition. Ma le cattive notizie non sono finite. Perché con gli alimenti sprecati si potrebbero nutrire i 750 milioni di affamati che vivono nei paesi poveri. Il danno economico annuale è calcolabile in mille miliardi di dollari.

Ghe pensi mi I cittadini diventano attivi

Storie di ordinari sprechi, dalla civiltà


[ pagine a cura di Daniela Palumbo ]

A Torino nasce il bike sharing per i disabili

Arts & Foods alla Triennale di Milano La multiforme relazione fra le arti e il cibo viene ripercorsa e analizzata nel Padiglione Arts & Foods, l’unica Area tematica di Expo Milano 2015 realizzata in città ospitata al Palazzo della Triennale fino al 1 Novembre 2015. Allestita negli spazi interni ed esterni della Triennale – 7 mila metri quadrati circa tra edificio e giardino – Arts & Foods mette a fuoco la pluralità di linguaggi visuali e plastici, oggettuali e ambientali che dal 1851, anno della prima Expo a Londra, fino ad oggi hanno ruotato intorno al cibo, alla nutrizione e al convivio. www.triennale.org

mi riguarda “Il volontario” di Barzi e Gerasi nella top five 2014

pillole homeless Da Napoli agli Stati Uniti, ora c’è la “pizza sospesa” Pizza sospesa a Philadelphia. Come il caffè napoletano. Sono oltre 8.500 i pezzi di pizza “sospesi”, regalati a persone senza fissa dimora grazie ai clienti di Rosa's fresh pizza. L'idea è venuta ai proprietari proprio grazie a un cliente che al momento del conto ha chiesto di regalare un pezzo di pizza al primo homeless che fosse passato, autotassandosi. Il giovane proprietario della pizzeria, ha accettato senza riserve, segnando la cosa su di un post-it colorato. L'iniziativa ha preso piede, tanto che la pizzeria si è riempita di post-it colorati di chi lascia il trancio di pizza sospeso e di chi ringrazia gli anonimi benefattori. Mason Wartman è il proprietario della pizzeria, ha 27 anni e ha lasciato il lavoro a Wall Street per aprire una pizzeria a Philadelphia. Certo, non immaginava che sarebbe arrivato a portare avanti una simile iniziativa: oggi regala dai 30 ai 40 pezzi di pizza ogni giorno.

Nell’Annuario del Fumetto 2014 fra le cinque storie più belle, recensite da Paolo Guiducci (che è anche il direttore di AF), c’è la storia di Dylan Dog comparsa sul numero 187 di Scarp de’ tenis dal titolo “Il Volontario”. Testo di Davide Barzi e tavole inedite e originali di Sergio Gerasi, Il Volontario è ambientata a Milano, nel Rifugio Caritas che ospita ogni notte 60 persone senza fissa dimora. La motivazione della scelta: “Ci sono storie che valgono molto di più di quello che riescono a raccontare. Anche quando si sviluppano su appena un pugno di pagine”. Parola di critico. www.fumodichina.com

Nasce il "To-handbike", primo servizio di bike sharing dedicato ai disabili. Accade a Torino. Le handbike sono biciclette sulle quali la pedalata avviene sfruttando la forza delle braccia, anziché delle gambe. Promossa da Aips onlus e Bicincittà, l’iniziativa non ha precedenti in Italia. Il “To-Bike”, ovvero il Torino bike sharing, è stato il primo servizio di noleggio biciclette nel nostro Paese. Dopo quattro anni sono 22 mila gli abbonamenti annui per circa 8 mila prelievi giornalieri (Torino conta meno di 900 mila abitanti), con 120 postazioni di noleggio. Adesso la stessa Torino nel giro di un anno potrebbe diventare la prima città europea a sperimentare un servizio di bike sharing accessibile ai disabili e alle persone con difficoltà di deambulazione. Le handbike sono agganciate ai 120 parcheggi sparsi per la città. Il servizio sarà operativo entro la primavera del 2016.

Una tazzina di caffè a favore del no-profit Si chiama Caffè del cuore, è un progetto che parla di Caffè e solidarietà: si tratta di una start up che nasce da un’idea di Domenico Deleo, imprenditore che da 20 anni opera nel mondo del caffè. È un modello commerciale di vendita on line di caffè che destina il 30% del ricavato ( ma senza aggravio sul costo del caffè) ad una organizzazione non profit scelta dal consumatore, fra quelle presenti sul sito www.caffedelcuore.it. La vendita riguarda capsule compatibili Nespresso, Lavazza, cialde in carta e macinato per moka. L’importo destinato alla Onlus viene accreditato direttamente, immediatamente e senza intermediari sul conto dell’organizzazione stessa. Inoltre il Caffè del cuore è certificato da Fairtrade. www.caffedelcuore.it

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IN BREVE

INTERVISTA

Un festival d’autore con i detenuti-attori protagonisti Ventinovesima edizione per il Festival VolterraTeatro, dal titolo: La città sospesa, dal 20 al 26 luglio, che si svolgerà nei comuni di Volterra, Pomarance, Castelnuovo Val di Cecina e Montecatini Val di Cecina. Protagonista principale sarà ancora la Compagnia della Fortezza, diretta da Armando Punzo, che da tanti anni opera nel carcere di Volterra realizzando opere teatrali di spessore con i detenuti protagonisti. La Compagnia della Fortezza presenterà il nuovo lavoro, dal titolo Shakespeare. Know Well, con la regia dello stesso Punzo e gli attori detenuti della compagnia. Fra gli altri spettacoli quello del 25 luglio dal titolo Pilade. Campo dei rivoluzionari, della Compagnia Archivio Zeta, a cui partecipano 70 cittadini attori provenienti dai laboratori teatrali che la compagnia ha tenuto a Volterra e Bologna. Lo spettacolo si terrà nella famosa cattedrale di sale della Salina di Volterra. L’evento vuole richiamare l’attenzione sulla drammatica situazione dei circa 200 operai della Smith di Saline di Volterra, tuttora in fase di resistenza per la minaccia di chiusura della loro fabbrica. compagniadellafortezza.org

“Per rinascere bisogna prima morire”. Il Generale di Tito Faraci di Daniela Palumbo

Mario Castelli, detto il Generale per il piglio carismatico, ha conosciuto molte fortune nella vita. Guida un’azienda, ha l’amore, un’amicizia intramontabile, soldi. Poi, perde tutto e percorre la discesa che inesorabilmente conduce sulla strada. Si ritrova insieme alle creature notturne che cercano un posto dove dormire, e il giorno racimolano monete per mettere insieme il pane quotidiano. Eppure, il suo carisma e quella naturale autorevolezza che lo contraddistingue, il Generale non li perde. Si riscatterà, ma a modo suo.

Tito Faraci, sceneggiatore delle più grandi firme del fumetto, da Diabolik a Tex, ha scritto un libro dove la povertà e la vita di strada sono raccontati a modo suo. Con una chiave che non ti aspetti. Come hai scelto di raccontare il mondo della strada? Sono fiero di dirlo. Ho scelto di farlo attraverso l’ironia e la commedia. D’altra parte l’elemento forte del libro, la povertà, è uno degli argomenti di cui si è riso di più nella nostra civiltà: dalla Commedia dell’arte, da Pulcinella ad Arlecchino a Totò, ridere non è deridere. Ci passa un oceano in mezzo. L’ironia è la mia chiave di interpretazione della realtà, non potevo scriverlo diversamente anche perché odio la facile lacrimuccia, il sentirsi nobilitato dal fatto di raccontare queste cose. Ho voluto raccontare il lato umano e ironico di un fenomeno che ci riguarda tutti. Come ti sei documentato e cosa ti porti dietro di quel che hai visto?

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Intanto, sono arrivato nella vostra redazione e ho chiacchierato con il direttore, Stefano Lampertico, per capire dove e quando poter entrare, in punta di piedi, dentro quel mondo. Naturalmente, all’inizio lo puoi fare attraverso chi fa assistenza al disagio. Tramite chi, come voi, crea solidarietà e attenzione verso le persone senza fissa dimora. Ma ho anche intervistato scrittori che avevano già parlato del tema e poi sono andato sul campo. L’impressione che ho avuto, al di là della portata della tragedia che è enorme e crescente, è che Milano stia affrontando il problema. Questa città non è spiazzata dal fenomeno, c’è tanta gente che non si gira dall’altra parte ma nel piccolo dà un grande aiuto. Ho visto mobilitazione e volontariato. Resta un mondo di ombre. Il mio protagonista ad esempio non vuole prendere la residenza e gli è negato un posto per dormire. Questo lo capisco meno. Quanto c’è di te nel Generale? Le paure che lui ha sono le mie. Quella di una rovina totale, un fallimento che ti impedisce di avere cura della tua famiglia. E poi essere tradito da un amico, il tradimento più grande. Il Generale queste due cose le deve sopportare. Guardando al nostro Paese, l’impressione è che le persone come Mario Castelli stiano aumentando... Non c’è dubbio che cresceranno di numero. Se c’è qualcosa di buono è che aumenteranno anche la sensibilità e la solidarietà verso queste persone, vedo farsi avanti una coscienza sociale che è solidarietà e non pietà. Ma non è comunque consolante. La vita in generale di Tito Faraci Feltrinelli 2015, euro 15


IN BREVE

Cucina con 3 euro, al via la seconda fase del cooking contest Polpette di ceci e miglio. La ricetta di Valeria Marolda è stata scelta dalla chef stellata Viviana Varese, del ristorante Alice presso Eataly Smeraldo di Milano, come vincitrice della prima fase del concorso Cucina con 3 euro, il cooking contest promosso da Scarp de’ tenis e Caritas Ambrosiana. La sfida non era semplice: preparare un piatto per 4 persone spendendo meno di 3 euro, ovvero la spesa media che nel mondo le famiglie hanno a disposizione per preparare un piatto completo. Sono arrivate più di 150 ricette. Alcune frutto della tradizione popolare, altre molto creative, altre ancora tramandate da generazioni. Il risultato è un bellissimo portfolio che si può consultare sulla pagina facebook Cucina con 3 euro dove sono raccolte e presentate tutte le ricette. Sul podio, insieme a Valeria, ci sono Marta con il suo cous cous con pomodori secchi, zucchine e speck e Liliana D’Amico e le sue linguine con fegatini di pollo. Visiteranno Expo, dove troveranno anche l’edicola Caritas, con un biglietto omaggio. Il cooking contest continua. Mandateci le vostre ricette. Sceglieremo, da qui a ottobre altre ricette da 3 euro belle e gustose come quelle di Valeria, Marta e Liliana. fb: Cucina con 3 euro • mail: scarp@coopoltre.it

La ricetta di Valeria Marolda, prima classificata

Polpette di ceci e miglio Ingredienti 200 g di ceci cotti e scolati 1 uovo 100 g di miglio 100 g di pangrattato 1 spicchio di aglio piccolo 2 cucchiai di olio extravergine di oliva prezzemolo e basilico, sale e pepe, 30 g di parmigiano, olio per friggere Procedimento Sciacquare bene il miglio (fino a quando l’acqua diventa limpida). Portare a bollore l’acqua in un pentolino, salare e cuocere il miglio per 15 minuti. Frullare i ceci con il basilico, il prezzemolo, uno spicchio di aglio e l’olio. In una ciotola mescolare il miglio, l’uovo, il parmigiano, il pangrattato e il frullato di ceci con il sale il pepe. Preparare piccole polpettine e friggerle in olio. Se l’impasto risulta molle, aggiungere altro pangrattato. Servire le polpette con un fondo di sugo semplice (soffritto di cipolla, polpa di pomodoro e basilico).

Il fumetto sociale si legge sul web Il fumetto sta diventano sempre più efficace nel raccontare le storie del sociale. Lo hanno capito gli ideatori di Graphic News, il primo sito di informazione con notizie, reportage e rubriche disegnate on line. Qui, si possono leggere le prime nove storie a fumetti. Fra queste, Povere Veneri, di Francesca Zoni che racconta la prostituzione di strada. L’autrice ha fatto la volontaria dell’associazione Via Libera, un gruppo di donne volontarie che avvicinano le ragazze, portano loro preservativi, fazzoletti ma anche tè caldo o freddo e un po’ di compagnia. Nelle tavole l’autrice è riuscita a far parlare le ragazze incontrate senza mostrarle. Il suo lavoro è frutto di oltre un anno di lavoro come volontaria. Graphic news è un progetto di Pequod (www.pequodcoop.it), cooperativa realizzata da quattro giovani provenienti dal mondo del fumetto, del giornalismo e della comunicazione. www.graphic-news.com

LA STRISCIA

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LO SCAFFALE

“Cassetta per l’estate” Da Buchanan ai New Trolls

Come avviene da un po’ di anni a questa parte, sul numero “estivo” di Scarp compilo la mia “Cassetta per l’estate”. Già il fatto che la chiami “cassetta” potrebbe svelare che ci ho “l’età del dattero”, come si dice. Ma tant’è: lo “scuorno” vale la gioia di “sfrizzare” 5 pezzi musicali dalla memoria, anche e soprattutto per segnalarveli. Si parte, dunque. Da una una voce maschile che dice: “I know a place where everything is alright/ Let’s go out tonight”. Paul Buchanan da Glasgow, frontmandei Blue Nile, al sussurro di tale frase. Io, con le cuffiette e RaiStereoNotte in circolo organico, all’ascolto. Al pari di altre canzoni scoperte grazie agli storici conduttori che si alternavano al microfono di RaiStereoNotte (in diretta fino all’alba, nella sua stagione d’oro massiccio , tutte le notti dal 1982 al 1994), anche questa Let’s Go Out Tonight mi rapì il cuore e mi sdilinquì: me ne innamorai all’istante. Quando ascoltavo

Anche quest’anno arriva puntuale la “Cassetta per l’estate”. Cinque pezzi musicali dalla memoria, anche e soprattutto per segnalarveli

i miei beniamini radiofonici notturni avevo sempre carta e penna per annotare titoli e interpreti, sicché il giorno dopo mi fiondai a comprare il cd dei Blue Nile (fa impressione scriverlo, agli odierni tempi). Tuttora quel pezzo mi ripaga col ricordo di me di spalle al tavolo della cucina, intenta a finire i disegni per scuola nella quiete della notte e dentro uno spazio che – come canta il Liga – «di giorno non c’è». Da quell’amato tavolo mi allontano, chiu-

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musica “Cassetta per l’estate”

Il libro è pensato per quanti lavorano con i minori. Nel testo l'ascolto e il coinvolgimento viene favorito attraverso giochi, disegni e storie che permettono di creare una relazione positiva affrontando tematiche delicate anche in forma ludica.

do gli occhi, e un mix di suoni magici e sferraglianti comincia ad avvolgermi. Danzo nel buio, ora, ed è una canzone a rendermi così veloce e fluttuante: Waterloo, dei Dream Academy. Mi fermo. Salgo su una scala mobile da cui escono tanti di quegli scalini che potrei star lì sopra per trent’anni. E, finalmente, emergo. È un lunedì sera, ho il violoncello in spalla e sto andando a lezione. Spesso sono due i pezzi che ascolto prima di entrare in classe. Il primo (introdotto da un tocco d’arpa): Prefab Sprout, We Let the Stars Go. L’alto tasso sentimentale del brano mi rende subito partner in crime con la voce di Paddy McAloon: le parole cantano di una notte clandestina con le stelle annacquate nell’alba e quattro occhi che non se ne son curati. Il secondo: Wanna Be Startin’ Something, di Michael Jackson. In questo ritmo diabolico, tutto convive: il ricordo di una mia festa delle superiori, l’ascolto attento dell’interpretazione di Jacko e degli arrangiamenti di Quincy Jones, la voglia di ballare per strada. Un’altra strada sotto i miei piedi, di colpo. Ma sì, la riconosco: Sanremo tanti anni fa, ero lì coi miei nonni, Ida e Paolo. Ricordo: una sera guardavamo una trasmissione estiva con cantanti che vieppiù annoiavano mio nonno. Di colpo il silenzio. IniziaQuella Carezza della Sera, coi New Trolls –gentili –sul palco. Nessuno di noi dice più nulla.

Annalisa Vicari e Lucia Monicchi Tutelandia Edizioni Erikson, 23 euro

Chernobyl, disastro sottostimato Chernobyl, 26 aprile 1986. L'esplosione del reattore numero 4 della centrale nucleare ucraina scatenò una potenza radioattiva quattrocento volte superiore alle bombe di Hiroshima e Nagasaki. Oggi, il governo afferma che il pericolo è passato ma non le indagini di Greenpeace e Legambiente: chi si è trasferito a vivere sui terreni e nelle case nei dintorni della centrale è costantemente a rischio. Emanuela Zuccalà Il Giardino Atomico. Ritorno a Chernobyl. Infinito Ed., ebook euro 3,49

Il potere curativo dei libri

Eravamo cullati dalle spire della canzone, che ci diceva – piano piano – che quello sarebbe stato un momento indimenticabile per tutti. È così. Ancora adesso e ogni volta che la sentirò.

[ a cura di Daniela Palumbo ]

di Yamada

I bambini ascoltati e protetti

Ruth Swain, matricola del Trinity College di Dublino giace a letto, in una mansarda sotto la pioggia al margine tra questo e l’altro mondo. Malata, trascorre le sue ore in compagnia dei libri. Si avventura su sentieri sconosciuti, vive vite altrui piene di amori e passioni travolgenti, apprende cose che pochi sanno. Niall Williams Storia della Pioggia Neri Pozza Ed., euro 17.50


VISIONI

foto di Fabio Treves

«Le persone vedono la mia automobile e pensano che alla guida ci sia un vecchietto. Non sanno che dentro c'è tutto un mondo di storture, di dubbi e contraddizioni»

Faber in Sardegna. Omaggio a De Andrè Viaggio nella Sardegna raccontata da Fabrizio De André attraverso le sue canzoni e il rapporto che il maestro genovese aveva con l’isola che aveva scelto per vivere, un racconto in cui descrive fra l’altro il rapimento e i concerti più importanti. Documentario e poi un’ora di film concerto.

Enzo Jannacci Lo stradone col bagliore

Faber in Sardegna regia di Gianfranco Cabiddu (2015)

«Enzo cosa hai fatto all’occhio? Si danno e si prendono». Inizio folgorante e in perfetto stile Jannacci per il documentario di Ranuccio Sodi presentato in anteprima mondiale al Biografilm Festival di Bologna. Grande successo di pubblico, grande interesse e un’autentica celebrazione per un personaggio che a poco più di due anni dalla scomparsa meritava un omaggio sincero alla sua vita e alla sua creatività.

Tutto inizia con Enzo che parla dal balcone di casa sua, ma ci sono pezzi girati in metropolitana e sequenze nel suo studio medico.

«Allora è bello, quando parla Gaber» , cantava Jannacci in Se me lo dicevi prima ma anche quando a parlare era Enzo lo spettacolo era assicurato. Il suo cabaret non aveva bisogno di luci o pedane. Chi lo ha incontrato mentre andava a prendere il giornale in ciabatte o girava per Milano con la sua Fiat 127 rossa lo può testimoniare ancora oggi. Lo ha fatto con noi anche Ranuccio, amico di Enzo e amico di Scarp. «Ho un vero archivio di registrazioni con Jannacci. Anche

Il 3 giugno Vincenzo Jannacci detto Enzo avrebbe compiuto 80 anni. Guardando il documentario che Ranuccio Sodi gli ha dedicato avrebbe minimizzato, o detto qualcosa di geniale e poetico. Come faceva sempre

il film

Lo stradone col bagliore di Ranuccio Sodi

I guizzi stilistici del giovane regista siciliano Sicilia, oggi. Due disoccupati trascorrono le giornate fra spinelli e motorino. Ma il neolaureato Dario intravede la possibilità di avere un lavoro. Storia rocambolesca con fughe mozzafiato e tentativi disperati di salvare la pelle. Fuori dal coro regia di Sergio Misuraca (2015)

Enzo era un poeta vero con una sensibilità differente. Anche lui ne aveva piena coscienza e a volte non era semplice rapportarsi. Il fatto di aver cantato e recitato gli sradicati, i barboni, i nullatenenti, i personaggi ai margini a volte lo facevano apparire un diverso lui stesso, quindi una persona con cui non era sempre facile avere a che fare». Ecco perché a un certo punto in questo prezioso documentario Jannacci scappa da un gruppo di persone che lo inseguono nei pressi dello stradun che andava a l’Idroscalo e dice: «Scappo per le troppe responsabilità». Geniale.

Agli anziani pensiamo noi

[ a cura di Daniela Palumbo ]

di Sandro Paté

quando non c’erano i cellulari mi è sempre venuto naturale registrare ciò che mi accadeva. Visto che con Enzo ci siamo frequentati per decenni a partire dagli anni Settanta oggi ne ho di tutti i tipi: dagli attimi rubati in sala di incisione con Cochi e Renato a un corso di karate realizzato con il maestro Enzo Montanari». Non deve essere stato semplice montare insieme i momenti giusti, dare un senso alla sua stralunata vena poetica evitando di far riascoltare i brani più celebri. «Lo stradone col bagliore che fa riferimento a un pezzo mai inciso a cui pensava da anni è stato proprio la mia elaborazione del lutto. Alcune situazioni non potevo raccontarle.

Una commedia pensata per i figli ma dedicata agli anziani genitori. Lola, Carmen e Irina arrivano dall’est in cerca di futuro. In una piccola cittadina veneta si imbattono in una casa di cura per anziani, Villa Bella. Le tre donne riescono a instaurare un bel rapporto con gli anziani. Le badanti di M.Pollini (2015) luglio 2015 Scarp de’ tenis

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53 anni di carriera. Tutti con Beppe Carletti (al centro e nella foto a destra) alle tastiere

Nomadi «Cantiamo i valori della gente comune» di Andrea Pedrinelli

Sono in tour – perenne – da più di cinquant’anni. Suonando ovunque. E riempiendo piazze e teatri. Lascia il segno è il loro ultimo lavoro 22 Scarp de’ tenis luglio 2015

Trenta, dieci, cinquantadue, trecento. Non sono i numeri per vincere al Lotto, bensì alcuni dei numeri dell’oggi (e della storia) dei Nomadi. Nati nel 1963, ovvero cinquantadue anni fa, con le dieci canzoni nuove del nuovo album Lascia il segno (il numero trenta, di soli inediti, della loro carriera) Beppe Carletti & company toccano infatti il traguardo dei trecento brani incisi. Fra essi capolavori passati alla storia, da Dio è morto a Io vagabondo, e un’infinità di canzoni dedicate alla gente comune con sguardo acutissimo: capace di denunciare distorsioni, prevedere derive, sottolineare valori, cantare la speranza, raccontare l’uomo. Lascia il segno, pubblicato in un’elegante confezione a cofa-


L’INTERVISTA netto con libretto di sessanta pagine e calendario storico della band (tanto per ricordarsi, per esempio, quando suonarono a Praga con Joe Cocker e Billy Preston o la data del conferimento del cavalierato per l’infanzia a Carletti), è uno dei dischi migliori della storia dei Nomadi. E sicuramente il più bello da una dozzina di anni a questa parte: accantonati mestiere e manierismi, il gruppo in es-

so canta con rabbia e belle musiche a favore della dignità dell’uomo e contro le finte guerre sante combattute per petrolio e finanza. Chiudendo però volando alto, in pieno Nomadi-style: per ricordare a tutti che il centro dell’uomo è dentro di lui, nei luoghi in cui è cresciuto, più vicino a Madonnine che proteggono gli argini dalle piene che non alle promesse di chi nelle banche decide il futuro di troppe persone.

Beppe, questo disco sembra più rabbioso del solito. È un’impressione personale? No, sentiamo il momento storico e anche noi diventiamo più duri. C’è razzismo, i banchieri ci rubano le fate… testi su questi temi nascono dall’Italia di oggi, da quanto ci cade addosso, noi compresi. Far finta di nulla non avrebbe senso, il realismo poi ci ha sempre guidati nello scrivere. Ritieni sia un dovere dell’artista, usare la sua musica per dire cose importanti? Assolutamente. Chi fa canzoni deve, sottolineo deve, promuo-

Testi più duri? Sentiamo anche noi il momento storico in cui stiamo vivendo. Sono testi che nascono dall’Italia di oggi, da quanto ci cade addosso ogni giorno vere certi valori e farsi portavoce della gente comune. Si è toccati più da una canzone che da un comizio, no? Quindi abbiamo il dovere di scrivere canzoni di un certo tipo e non di un altro. Non servirà? Lo dicevano fin dagli anni Sessanta: però anche se non fermano le guerre le canzoni fanno pensare, creano mentalità collettive diverse da quelle che ci vengono imposte. In Lascia il segno ricorre una parola: dignità. Non un caso, pare… Certo che no. Oggi la dignità non c’è più, la gente fa cose tremende in pubblico. Ma si fa presto a perdere tutto, se perdi la dignità e il senso del pudore. Anche qui c’è di mezzo il nostro ruolo: non potremmo cantare la dignità se noi per primi nel tempo l’avessimo buttata via. Uno dei pezzi più belli del Cd, Animante, parla dell’artista. I suoi doveri ma anche le fragilità. Come nasce quel brano? È un pezzo dolce, ma molto concreto. Vedi, sul palco noi siamo quasi degli dei, però appena

scendi si ridimensiona tutto. E peraltro quando sei davanti alla gente non puoi sbagliare nulla… Era bello anche cantare proprio la fragilità umanissima del nostro mestiere.

Il nostro è un pubblico particolare, e dai venti ai quarant’anni sì, ne vedo tanti che si danno da fare su molti fronti. Ma appunto, il nostro è un pubblico particolare.

Chi sono i Figli dell’oblio della canzone omonima? Le generazioni di oggi, che spero si risveglino presto e inizino a scrivere la loro storia in prima persona. Noi “vecchi” abbiamo molte responsabilità, ma anche loro devono muoversi.

Di chi è la “matita” che decide il destino della gente e che cantate più volte nel disco? Di noi giornalisti, anche? No, dei banchieri (ride, nda). Stavolta sono loro l’obiettivo: loro che decidono chi aiutare e chi no.

Ne vedete tanti, di giovani che non sono Figli dell’oblio, ai vostri concerti?

scheda Lascia il segno è il terzo album dei Nomadi con il cantante Cristiano Turato, che aveva debuttato in Terzo tempo nel 2012 e ha riletto molto bene la storia della band nel doppio 50+1. Ma qui per la prima volta sembra che Turato sia inserito appieno nel meccanismo, ormai rodatissimo, di una formazione che vede accanto a Beppe Carletti (tastiere) Daniele Campani (batteria), Cico Falzone (chitarra), Massimo Vecchi (basso, ma ci piace segnalarlo anche autore di ottimi dischi solisti) e Sergio Reggioli (violino e percussioni). Spiega Beppe Carletti: «Le mutazioni di un gruppo sono meccanismi inconsci ma importanti. Sai, l’atteggiamento di chi hai davanti mentre suoni ti condiziona: Io vagabondo è sempre la stessa, ma il modo di cantarla cambia se il cantante è un altro. Cristiano viene dal rock però sa anche cantare e scrivere cose morbide, fascinose. In un gruppo occorrono personalità, mediazione e voglia di crescere, e penso che con Cristiano abbiamo raggiunto il mix perfetto: crescendo nella mediazione delle varie personalità» AP

E dei tanti re che sembrano adombrati in Tutti quanti a credere, chi è il più pericoloso? Perché sembra si parli di Grillo e Berlusconi… La leggi bene, la canzone. Ma non sono solo loro, ce ne sono fin troppi, nel mondo. E noi italiani, soprattutto, tendiamo troppo a seguire chi comanda senza porci mai domande. I Nomadi nel 2015 cosa fanno per aiutare il mondo a migliorare, oltre che canzoni ovviamente? Continuiamo con un progetto per il Madagascar. Abbiamo costruito una scuola in mezzo alla foresta pluviale, ora tocca alla mensa. Facciamo piccole cose, ma documentate. Scusa la domanda secca: ma che segno vorresti che lasciassero, i Nomadi, quando la corsa sarà finita? Un segno di umanità. Ma forse un segno l’abbiamo lasciato già, anche se molti dicono che non esistiamo più, che siamo da revival: alle feste patronali di paese vengono in diecimila per noi, e a me sembra un bel target, per usare il linguaggio dei discografici…

luglio 2015 Scarp de’ tenis

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DOSSIER

Un momento di vita in una comunitĂ rifugio per ragazze che hanno commesso atti di bullismo

Ragazze che 24 Scarp de’ tenis luglio 2015


In due anni i casi di bullismo denunciati sono piĂš che raddoppiati. Uno su sei riguarda ragazze. Sono tendenzialmente carine, intelligenti, che vanno bene a scuola e che non avrebbero nessun motivo di dimostrare la propria popolaritĂ . Ma il desiderio di essere sempre piĂš temute e rispettate dalle altre le fa diventare aggressive nei confronti di una vittima specifica, che viene accuratamente individuata e colpita

e odiano ragazze luglio 2015 Scarp de’ tenis

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DOSSIER

Le ragazze, a differenza dei maschi, antepongono gli attacchi psicologici a quelli fisici. Viene individuato un soggetto che manifesta già una qualche forma di debolezza: la compagna goffa in palestra, quella che non veste alla moda o la disabile

di Generoso Simeone

scheda Ambulatorio bullismo azienda ospedaliera Fatebenefrateli Oftalmico Edificio Ciceri 1° piano Pediatria dell'Ospedale Fatebenefratelli. Ingresso pedonale di Piazza Principessa Clotilde, 3 fax 02 6363 2903

26 Scarp de’ tenis luglio 2015

«La bulla femmina è tendenzialmente una ragazza carina, intelligente, che va bene a scuola e che non avrebbe nessun motivo di dimostrare la propria popolarità. Ma il desiderio di essere considerata una sorta di ape regina e di essere sempre più temuta e rispettata dalle altre la fa diventare aggressiva nei confronti di una vittima specifica, che viene accuratamente individuata e colpita». A tracciare questo identikit molto preciso è Luca Bernardo, direttore del dipartimento Materno-infantile dell’ospedale Fatebenefratelli di Milano e autore del libro “Il Bullismo Femminile. Ragazze che odiano ragazze. Percorsi nel disagio adolescenziale” (Editore Cult, 2009). Professor Bernardo, quali sono le caratteristiche del bullismo femminile? Le ragazze, a differenza dei maschi, antepongono gli attacchi psicologici a quelli fisici. Mentre

un ragazzo attacca direttamente e con ferocia, le femmine prima di alzare le mani fanno di tutto per creare una specie di cintura di insicurezza intorno alle vittime. Un’altra caratteristica riguarda la scelta di chi colpire. Viene infatti individuato quel soggetto che manifesta già una qualche forma di debolezza: la compagna goffa in palestra, quella che non veste alla moda o, addirittura, la ragazzina con disabilità. Come si manifestano gli attacchi alle vittime? La bulla si avvale di un gruppo di cui è leader. Tutte insieme diffondono maldicenze, pettegolezzi e cattiverie sul conto della ragazza presa di mira. Poi cominciano a comportarsi male con lei. Una settimana la invitano a uscire e si dimostrano loro amiche, la settimana successiva la isolano e la deridono. Ma il peggio arriva quando iniziano a essere coinvolti i professori. Gli insegnanti non riescono a intercettare le dinamiche

in atto? No, ma non per colpa loro. Succede questo: di solito la bulla manda la compagna più brava della classe a sparlare della vittima con i professori. “Lei non sa come si comporta male” è il ritornello accusatorio. Questo passaggio di informazioni negative arrivate da una fonte considerata autorevole finisce per condizionare gli insegnanti, che cominciano a guardare con occhio diverso la ragazza denigrata. Quando quest’ultima chiede aiuto alle autorità scolastiche i professori la ascoltano e le danno ragione, ma è come se non credessero fino in fondo alla sua versione. Nel gruppo dei docenti si parla della vittima con più di un dubbio. E poi cosa succede? A questo punto la vittima è isolata e può essere aggredita. In questa fase le ragazze diventano feroci come i maschi. Ci sono perfino quelle che vanno a imparare le arti marziali per essere sicure di colpire con più cattiveria. La bulla, normalmente, si stanca di tor-


Nella foto a sinistra suor Franca Maria Corti responsabile di Villa Luce, comunità di Milano (zona Affori) che accoglie ragazze adolescenti che stanno vivendo un momento critico

mentare la vittima solo quando ne ha trovata un’altra. C’è una tipologia di ragazze che caratterizza il bullismo al femminile, per estrazione sociale ad esempio, oppure è un fenomeno trasversale? A differenza di altri fenomeni di devianza giovanile non ci sono fattori sociali che determinano la propensione a diventare bulle. I casi si verificano in centro come in periferia, in metropoli come in provincia. L’aggressività non è legata a un particolare ambiente, ma è una caratteristica che attraversa praticamente tutti gli strati sociali. L’unica tendenza che abbiamo riscontrato è che gli episodi di bullismo accadono più negli istituti tecnici o professionali che non nei licei. Dove e quando avvengono gli attacchi? Certamente a scuola, a partire dalla terza classe elementare a crescere fino alle medie e al secondo anno delle superiori. Ma altre situazioni di vessazione so-

I casi si verificano in centro come in periferia, in metropoli come in provincia. L’aggressività è una caratteristica che attraversa orizzontalmente gli strati sociali. L’unica tendenza che abbiamo riscontrato è che gli episodi di bullismo accadono più negli istituti tecnici o professionali che non nei licei

48%

1 su 6

percentuale delle scuole italiane in cui avvengono atti di bullismo

degli atti di bullismo nelle scuole riguarda ragazze.

47%

3%

percentuale di ex bulli che, a 24 anni, ha avuto già 3 condanne penali

percentuale di vittime di bullismo a rischio di tentato suicidio

MILANO

Villa Luce, spazio in cui ricominciare: «Anna era una bulla. Ora una ragazza» Anna. Un metro e cinquanta per cinquanta chili. Un concentrato di aggressività. La bulla per eccellenza: quando arrivava lei, tutte si zittivano. Sapeva seminare il terrore. Le bastava dire: «Voglio le scarpe di quella sfigata», le amiche andavano a farsi consegnare le scarpe dalla povera ragazzina presa di mira. «Voglio le sigarette», tutti si prodigavano per comprargliele. Sudditanza pura, e alle spalle una famiglia disastrata: padre assente, mamma alcolista, un fratello già stato in carcere e grande maestro di bullismo. Sarà la stessa Anna a dire, anni dopo: «Ero una bulla di default. Era sufficiente dire che ero sua sorella». Siamo a Villa Luce, una comunità di Milano in zona Affori che accoglie ragazze adolescenti che stanno attraversando un momento critico: le cattive del gruppo ma anche le vittime. Suor Franca Maria Corti, la responsabile del centro, Stefania Settepassi, Paola Lodovici e Francesco Pastanella, educatori con esperienza decennale, preferiscono chiamarle “leader negative”. Di fatto, qualcosa le accomuna tutte: sono adolescenti che hanno bisogno di aiuto, gli insegnanti non ce la fanno, i genitori sono fantasmi. Villa Luce, che fa parte dell’Associazione Gruppo di Betania Onlus, fu fondata nel 1980 e oggi ospita 60 ragazzine in comunità educative e piccoli appartamenti. «Da qui sono passate migliaia di storie – racconta Suor Maria Franca – per la maggiorparte sono ragazzine che hanno problemi a stare a scuola. I professori non riescono a tenerle, mamma e papà sono in difficoltà. L’aggressività è una cosa che mettono in atto tra i banchi oppure nei pomeriggi al parchetto. Nel gruppo, nessuno si permette di parlare, perché se parli hai tradito, sei un infame. Il più delle volte gli adulti non sono una guida». Villa Luce accoglie ragazzine dai 13 ai 18 anni che arrivano con un decreto del Tribunale per i Minorenni: può essere la scuola a fare la segnalazione ai servizi sociali o magari i genitori stessi che non sanno più gestirle oppure ci sono stati reati penali e la comunità è una misura alternativa al carcere. L’invio in comunità è deciso dopo una lunga valutazione, dopo la quale gli assistenti sociali stabiliscono che la minorenne deve essere allontanata dalla famiglia e inserita in un contesto protetto. Un contesto da cui ricominciare tutto. Cosa vuol dire “ricominciare tutto”? Torniamo ad Anna: arrivata in comunità, non ha fatto altro che riproporre le stesse dinamiche. In poche settimane ha soggiogato le compagne, che erano terrorizzate. Solo che poi, una volta alla settimana, sono cominciate le riunioni con gli educatori. Tutti intorno a un tavolo, a parlarsi. Piano piano Anna ha cominciato a doversi confrontare. È da lì che comincia il lavoro, è da lì che parte il cambiamento. Stefania Culurgioni luglio 2015 Scarp de’ tenis

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DOSSIER no il bar della piazza, la festa organizzata, la palestra e, generalmente, i luoghi dove si fa dello sport. Gli spogliatoi, ad esempio, sono tra i luoghi preferiti dalla bulle per compiere i loro soprusi. Cosa bisogna fare per aiutare le vittime? Innanzitutto occorre accorgersi del problema riconoscendo i segnali di allarme. La ragazza presa di mira non vuole più uscire di casa, cambia abitudini, stile di vita e perfino l’igiene personale. Tende a frequentare persone più grandi d’età ed evita i luoghi dove rischia di incontrare coetanei. A questo punto bisogna rivolgersi a centri specializzati dove si è seguiti da équipe di professionisti. Come si recupera una vittima? Gli interventi da attuare devono andare nella direzione di spiegare alle ragazze che non c’è nulla che avrebbero potuto fare per difendersi. Non devono cioè vergognarsi di non aver saputo reagire. Poi bisogna spiegare loro che ognuno è portatore di un talento e si tratta di scoprire qual è il proprio. Nel nostro centro del Fatebenefratelli facciamo anche degli incontri in palestra per aiutare le ragazze a recuperare l’autostima e a difendersi qualora si dovesse rendere necessario. Si può intervenire sulle bulle? Esistono appositi centri. Il lavoro da fare con loro è provare a incanalare la rabbia che vivono in qualcosa di positivo. Perché si tratta comunque di adolescenti che si comportano così perché partono da un substrato di fragilità fatto di noia, mancanza di certezze sul futuro e di una negatività persistente che tramutano in rabbia e che le accompagna nel loro percorso di vita.

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Sara, bulla per “paura” non è più arrabbiata di Stefania Culurgioni

Chi commette atti di bullismo è arrabbiato con il mondo. Grazie al reato queste ragazze possono essere intercettate e aiutate

«Si fa così: passa una ragazzina per strada. La adocchi subito. È piccoletta, probabilmente sta andando al Mc Donald’s a raggiungere gli amichetti. Tiene in mano un Iphone, sta wazzappando con gli amici: “Arrivo”, sta dicendo. Allora ti piazzi di fronte a lei, le sbarri la strada, fai la faccia cattiva, molto cattiva. Le dici: “Dammi il cellulare”. Di solito te lo dà subito. Se invece fa resistenza, le tiri uno schiaffo. Se ancora è titubante, le dai un calcio. Ma a questo non ci si arriva mai: cedono molto prima. Manuale della bulla, regola numero uno: mai far sembrare di avere paura. Anche se di paura, quando sei nel ruolo di cattiva, ne hai eccome». Sara, 17 anni. Una lucente coda di cavallo nera, le unghie perfette, la sigaretta tra le dita. Giovane, smarrita in se stessa, recuperata per un pelo e adesso sulla via della redenzione. Il terrore


SCHEDA

Telefono azzurro bullismo raddoppiato in un biennio

Nel bienno 2013-2014 Telefono Azzurro ha ricevuto 485 chiamate per casi di bullismo. Secondo la Doxa su 1500 giovani il 35% ha subito atti di violenza da parte di altri ragazzi

LA STORIA

fatto e finito di una città. Eccola “La Bulla”, quella che ti piegava con lo sguardo, quella che ha picchiato decine di ragazzine, che ha rubato decine di cellulari, di scarpe, biciclette e soldi. Quella che solo a guardarla negli occhi abbassavi i tuoi, e intanto lei dentro si sentiva morire, si odiava, e per difendersi aveva finito per smettere di sentire qualunque emozione. Non ero contenta Nella stanza dove la incontriamo, nella comunità rifugio, c’è la coordinatrice, Giuliana. Sara va alla finestra, si accende una sigaretta, difficile farla parlare di quel periodo, qualcosa in lei – adesso – si vergogna. «Sì – racconta – sono stata una bulla. Io non ero contenta di quella vita, ma gli altri avevano paura di me e questo mi dava sicurezza. Senza quell’abito non ero niente». Ma perché?, le chie-

do. «Perché volevo fare un dispetto al mondo. Ero arrabbiata, sola, vuota. Non sapevo cosa fare di me stessa, e non sapevo fare altro». Giuliana, accanto a lei, prende parola: «Si chiama disagio, urlo di sofferenza e di solitudine. Queste sono ragazze non guardate, tradite e a loro volta vittime. Che non significa giustificarle ma guardare al fenomeno minorile in modo complesso. I genitori sono assenti, e loro abbandonano la scuola. Davanti gli si aprono giornate completamente vuote, il delirio del niente, il non interessarsi a nulla, l’essere tagliati fuori da tutto. Si comincia da lì».

Il passo è breve. Di solito mai da sole, si comincia dalle piccole cose. Individui la più debole e la pieghi alle tue esigenze. Le prendi il telefonino, vai a rivendelo in città e con il ricavato vai a farti un panino, a ballare, a fare shopping.

Ecco come riempi il niente: con il niente. «Non conoscevo la normalità – racconta Sara - mia madre ci lasciava sempre soli, me e mio fratello, io mi alzavo quando volevo, tornavo quando volevo. Non volevo andare a scuola. Avevo in mente sempre i soldi: coi soldi mi sembrava di dare un senso alle cose ma dentro ero infelice, terrorizzata e arrabbiata. E non sentivo più niente. Mi dicevo: un giorno crescerò e farò la poliziotta». Benedetto il reato Intanto, vessava le amiche, le conoscenti e le adolescenti di passaggio. «Noi diciamo una frase, che a qualcuno potrà non piacere – dice Giuliana – ed è: benedetto il reato. Quanto meno le prendi, smettono di essere sole, cominci un percorso». La comunità è la ripartenza: entri in crisi, poi ricostruisci. Oggi Sara sta studiando al liceo psicopedagogico.

Bullismo, un fenomeno in preoccupante crescita. In tutte le sue forme: sulle 3.333 consulenze richieste a Telefono Azzurro nel biennio 20132014 ben 485 (il 14,6% del totale il doppio rispetto al 2012) sono state di ragazzi che hanno dichiarato di essere vittime di bullismo. A questa statistica si aggiunge un’indagine condotta da Doxa Kids su 1.500 giovani fra gli 11 e i 19 anni sul territorio italiano: il 35% degli intervistati ha rivelato di essere stato vittima di atti di violenza da parte di altri ragazzi. Le Regioni dalle quali provengono il maggior numero di segnalazioni sono la Lombardia (12,4%), Veneto (10,2%) e Lazio (7,2%). Nella maggior parte dei casi i bambini e gli adolescenti che contattano il Telefono Azzurro sono di sesso femminile (56,3% dei casi), di età compresa fra gli 11 e i 14 anni. Solo il 10,2% dei bambini e degli adolescenti che denunciano le violenze sono stranieri. Telefono Azzurro è attivo 24 ore si 24 con una linea di ascolto gratuita (1.96.96) che offre assistenza alle vittime di bullismo e agli adulti che sono loro accanto e i progetti di prevenzione nelle scuole e in ambiti extrascolastici. www.azzurro.it

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LA STORIA

Metodo Abreu, dalla strada alla musica di Daniela Palumbo

In Italia sono rispettate le consegne del progetto originale: offrire accesso gratuito alla musica a bambini e ragazzi, in particolare a quanti vivono in situazioni di disagio culturale, economico, fisico e sociale. Attivi 40 nuclei in 15 regioni 30 Scarp de’ tenis luglio 2015

El Sistema è riconosciuto come il più importante progetto sociale musicale del nostro tempo. Creato dal maestro José Antonio Abreu, venezuelano ma di origini italiane: José proviene da una famiglia di Marciana, sull’isola d’Elba, e suo nonno Antonio Anselmi Berti, era direttore della banda musicale del paese. Nel 1897 emigrò a Monte Carmelo in Venezuela e portò con sé 46 strumenti a fiato della sua orchestra. Il nipote, José Abreu, nasce il 7 maggio 1939 a Valera, in Venezuela, studia economia e diventa deputato al Parlamento venuzuelano. Ma è stato anche un pedagogo e un musicista. Nel 1975 fonda El Sistema. L’orchestra, in questo utopico progetto, rappresenta, nell’idea del fondatore, la società ideale. Una società che deve garantire lo sviluppo personale e sociale a chiunque, anche a coloro che nascono nelle baraccopoli del mondo e che, senza la musica, avrebbero un destino già scritto, con una pistola nella mano e gli occhi fermi al presente. El Sistemaprende corpo, appunto, proprio dalla necessità del suo ideatore di dare ai ragazzini delle fa-


Nelle foto l’orchestra AllegroModerato, cooperativa milanese da 5 anni nel Sistema Italia Abreu. I disegni sono tratti da un quaderno realizzato dagli alunni dell’istituto Tommaso Grossi di via Monte Velino a Milano

velas venezuelane la possibilità di affacciarsi al futuro. Il governo venezuelano finanzia il metodo Abreu nelle scuole pubbliche e nel tempo il Sistema diventa uno strumento di riscatto sociale e di solidarietà per molti giovani.

El Sistema prende corpo dalla necessità del suo ideatore di dare ai ragazzini delle favelas la possibilità di affacciarsi al futuro. Il governo venezuelano finanzia il metodo Abreu nelle scuole pubbliche e nel tempo il Sistema è diventato uno strumento di riscatto sociale

Un metodo che funziona El Sistema Nacional de Orquestas y Coros Juveniles e Infantiles de Venezuela è fondato su un modello educativo che offre ai bambini e ai ragazzi la possibilità di accedere gratuitamente a una formazione musicale collettiva. È la musica d’insieme la chiave di volta del Sistema Abreu che punta alla gioia e al divertimento dell’imparare stando insieme. Fin dai primi passi nel mondo delle note il metodo prevede cori e orchestre per fare musica d’insieme: dall’apprendimento di gruppo al peer teaching in cui i più grandi insegnano ai più piccoli innescando una modalità di scambio nel quale il reciproco ascolto e il reciproco rispetto si nutre e si alimenta all’interno del processo di apprendimento della musica e del suo alfabeto. Dal punto di vista pedagogico (Abreu è, fra l’altro, anche un pedagogo) il metodo si basa sull’insegnamento della musica attraver-

so il divertimento: “Prima la passione poi il miglioramento”, è il motto del suo fondatore.

schio criminalità. Alcuni di questi hanno intrapreso carriere internazionali nel mondo della musica, basti pensare a direttori di orchestra come Gustavo Dudamel, Christian Vasquez e Diego Matheuz. Oggi il metodo Abreu conta 300 Nuclei attivi in Venezuela, di cui 16 a Caracas. Oltre 500 mila giovani musicisti coinvolti, più di 100 mila ragazzini nei cori. Dal 1975 sono stati coinvolti oltre 2 milioni di ragazzi.

Sistema, a 40 anni dalla sua fondazione, ha saputo provare la sua efficacia dando l’opportunità di cambiamento a migliaia di giovani a ri-

L’Abreu in Italia In Italia il Sistema Orchestre e cori giovanili e infantili è stato avviato a fine 2010 per iniziativa del maestro Claudio Abbado che da subito ha creduto nel progetto. Il Sistema italiano è strutturato sia a livello nazionale con il Comitato Onlus fondato dalla Scuola di Musica di Fiesole e da Federculture, sia su base regionale, nel rispetto dei diversi contesti locali. Il presidente onorario è il maestro José Antonio Abreu.

Oggi in Venezuela il Sistema, (fundamusical.org.ve), è gestito dal Ministero della Famiglia, Sport e Salute, e ha come obiettivo la salvaguardia e la protezione dei giovani attraverso l’impegno e lo studio, prevenendo e correggendo comportamenti asociali e criminali. D’altra parte El

numeri Sistema Abreu

300

nuclei attivi in Venezuela

600 mila i ragazzi coinvolti

40

nuclei attivi in Italia

10 mila i giovani coinvolti

Il Sistema italiano rispetta le consegne del progetto originale: mira infatti a offrire l’opportunità di accesso gratuito alla musica per un numero sempre maggiore di bambini e ragazzi e in particolare a quanti viluglio 2015 Scarp de’ tenis

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LA STORIA vono in situazioni di disagio culturale, economico, fisico e sociale. Inoltre, anche il Sistema italiano mette l’accento sull’importanza di praticare musica d’insieme. Nel nostro Paese attualmente sono attivi oltre 40 nuclei in 15 regioni, che coinvolgono oltre 10 mila giovani musicisti (www.sistemainitalia.com). In scena anche al cinema Tante le produzioni cinematografiche e i libri che nel tempo si sono ispirati al Sistema Abreu. Nel 2006 Helmut Failoni e Francesco Merini hanno dato voce al rapporto fra Claudio Abbado e il Sistema Abreu. Il documentario è uscito in Italia con il titolo: L’altra voce della musica. In viaggio con Claudio Abbado tra Caracas e L’Avana. L’ultimo nel 2010, un film documentario di Cristiano Barbarossa: A Slum Symphony, vincitore del Premio Flaiano, del Roma Fiction Fest e di altri premi. È il racconto di come ogni giorno oltre 300 mila bambini dei quartieri più violenti del Venezuela si dedicano alla musica classica attraverso il Sistema di Orchestre Infantili del Venezuela.

Nel nostro Paese attualmente sono attivi oltre 40 nuclei che coinvolgono oltre 10 mila giovani

Sanitansamble musica come strumento di riscatto di Laura Guerra

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Napoli, Rione Sanità. Un luogo che meglio di altri evidenzia l’essenza della città. Il passato, la tradizione, il colore, il folklore qui sono presenti oggi come un secolo fa. Ragazzini vispi, svegli scorrazzano per i vicoli a bordo dei loro scooter. Altri rincorrono un pallone, dribblano, tirano sentendosi Higuain o Hamsik, con le loro maglie addosso. Sono i famosi scugnizzi. Tanto si è scritto sul fenomeno. Il regista Nanni Loy ne fece un film di successo. Riuscite ad immaginare alcuni di loro suonare in un’orchestra, con tanto di spartito e maestro? Io pensavo di no, ma quando li ho visti ho dovu-

to ricredermi. La vecchia chiesa di San Severo ospita un progetto importante, l’orchestra giovanile Sanitansamble sostenuta dall’associazione L’Altra Napoli onlus. Anche qui si segue l’innovativo metodo Abreu, che proietta immediatamente gli allievi nel vivo della musica, poche lezioni e già cominciano a suonare. L’ansia, la paura di sbagliare, si legge nei loro volti, ma si trasforma in impegno notevole. I ragazzi, rapiti dalla magia della musica, seguono attentamente le indicazioni del maestro Paolo Acunzo, un po’ severo ma preparato e serio. Alle lezioni, tenute da 14 maestri di musica, partecipano circa 80 bambini e ragazzi divisi per età, oltre


MILANO

AllegroModerato, riscattarsi con la musica Marco Sciammarella è il presidente di AllegroModerato, cooperativa milanese nata nel 2011. Da 5 anni sono nel Sistema Italia Abreu. «Lo spirito del metodo – racconta Sciammarella - è il riscatto attraverso la musica. La musica educa alla bellezza della vita, anche laddove la vita ha segnato la persona, in qualsiasi modo: fisico, mentale e sociale. Ed è su questo che insiste il metodo Abreu: tutti possono fare musica, è una risorsa naturale dell’individuo». Chi suona in AllegroModerato? Abbiamo nella nostra orchestra persone con disagio fisico e con difficoltà mentali gravi, eppure tutti hanno imparato a sentire la musica e a suonare. L’orchestra è formata da 40 elementi. 20 sono persone con disagio mentale o fisico, e 20 sono normodotate. Perché la musica funziona con il disagio mentale? Il linguaggio musicale va oltre il linguaggio verbale che è fatto di segni e simboli: qui la maggioranza dei nostri allievi hanno delle difficoltà oggettive. Ma la musica lavora in profondità con

le energie psichiche, con la malinconia, la tensione, la gioia, l’empatia. La musica accede direttamente al linguaggio interiore, senza bisogno di mediazioni intellettuali e facendo affiorare l’ascolto di sé e degli altri. Come si esercita nel concreto la musica che include? È fondamentale l’aspetto dell’orchestra, fare musica insieme. Perché impari ad ascoltare. Te stesso e l’altro. Suonare insieme serve anche al normodotato perché entra in relazione con la fatica dell’altro che gli sta accanto, impara a prendersene cura. Cos’è il progetto “Niguarda”? Abbiamo portato dei laboratori orchestrali dentro i reparti di pediatria. Abbiamo iniziato con il San Carlo e ora abbiamo in attivo un progetto a Niguarda. Vanno anche i nostri disabili a portare la musica. I bambini si divertono, scoprono un altro modo di vivere l’ospedale. I nostri disabili dal canto loro sono i tutor che li assistono, li vanno a prendere, li seguono nell’apprendimento dello strumento. E si sentono bene perché per una volta sono soggetti attivi, non sono loro a essere assistiti ma si prendono cura di altri esseri umani. www.orchestraallegromoderato.it

NAPOLI

alle prove orchestrali sono impegnati sia in lezioni individuali che di fila, cioè dello stesso tipo di strumento. Carmela è stata scelta Come Carmela che ho visto ascoltare Luca, il suo insegnante di corno francese, uno strumento particolare e poco conosciuto che amplifica le note prodotte dalla voce. Il maestro Luca Martingano, anche lui nato e cresciuto alla Sanità, oggi corno nell’orchestra del Teatro San Carlo e nella Nuova Orchestra Scarlatti, spiegava e Carmela ascoltava attenta e concentrata mostrando un interesse semplice, genuino e vero. Glielo si leggeva negli occhi che aveva

voglia di imparare in fretta. Alla domanda sulla scelta di uno strumento così diverso ha risposto: «È lui che ha scelto me». Provava a produrre le note e anche quando non ci riusciva riprovava con tenacia e determinazione.

Questo progetto è una risposta concreta alla vecchia retorica fondata sulla generalizzazione che vede nei ragazzi dei quartieri popolari come la Sanità, solo ragazzi irrecuperabili dalle vite segnate. Non è vero. Per alcuni, come quelli che si impegnano in Sanitansemble, ci può essere una vita migliore; occorre però impegno e volontà da parte di chiunque sente di poter creare

qualcosa. Questa orchestra lo dimostra, al posto della rassegnazione c’è il tentativo di reagire, di risolvere, di costruire. Opportunità di esprimersi Tanti ragazzi con un’educazione e un certo tipo di vita posso avere un’altra opportunità, rivelando potenzialità spesso nascoste dando loro la possibilità di esprimerle con soddisfazione. Infatti questa orchestra nata nel 2008 ha suonato alla presenza del Presidente della Repubblica emerito Giorgio Napolitano, in diverse occasioni pubbliche e durante l’incontro con i giovani di papa Francesco nella sua recente visita a Napoli.

ROMA

Mani Bianche: cantare con il linguaggio dei segni È il linguaggio silenzioso del mondo dei sordi narrato sul sito della Scuola di Musica di Testaccio per raccontare il progetto del Coro delle Mani Bianche, attivo dal 2011. Il corso è ispirato all’esperienza venezuelana delle Manos Blancas del maestro Abreu. Bambini e ragazzi cantano insieme e “segnano” con le mani la musica creando una coreografia gestuale ispirata alla lingua italiana dei segni. I bambini e gli adolescenti che cantano nel coro presentano disabilità diverse: deficit sensoriali, sindrome di down, ritardo cognitivo lieve e medio, disagio sociale, disturbi nella sfera affettiva. Il coro Mani Bianche della Scuola di Testaccio ha due obiettivi: abbattere le barriere imposte dal disagio rendendo la musica accessibile a tutti, ciascuno secondo le proprie specificità. Ma anche creare situazioni di integrazione attraverso l’esperienza corale/musicale: voce, esperienza corporea, uso dei segni. Il corso è gratuito grazie alle borse di studio offerte dall’associazione Corrado Sannucci. La Scuola Musicale di Testaccio riceve da anni richieste di accoglienza e integrazione nelle proprie attività, per l’accoglienza di bambini disabili. Il Sistema Abreu lo ha reso possibile. Le insegnanti della Scuola di Testaccio sono state formate da Naybeth Garcìa, direttrice del coro Manos Blancas in Venezuela. www.scuolamusicatestaccio.it

luglio 2015 Scarp de’ tenis

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IL REPORTAGE

Migranti, l’Alto Adige come Lampedusa di Paolo Riva

Il Brennero è uno dei valichi da cui i migranti sbarcati sulle coste italiane cercano di uscire dal nostro Paese e proseguire il proprio viaggio. L’intensificarsi dei controlli anche sui treni ha bloccato molti di loro nella stazione di Bolzano 34 Scarp de’ tenis luglio 2015

“La nuova Lampedusa”. È un’espressione che ormai si sente spesso. Quando alcune centinaia di migranti compaiono in un posto nel quale non ci si aspetterebbe di vederli, si tende immediatamente ad associare quella località all’isola siciliana. Eppure Lampedusa è unica, innanzitutto per la sua geografia, ma anche per la sua storia. Lampedusa è un’isola di 6 mila abitanti che, nel 2011, durante l’emergenza - quella vera - ha visto arrivare sulle sue coste 11 mila migranti in poche settimane. Lampedusa è un luogo di tragedie, ma anche di accoglienza. Ma, soprattutto, Lampedusa è un luogo di speranza: per i migranti che vi sbarcano, rappresenta l’Europa, il traguardo raggiunto dopo un lungo viaggio, l’inizio di una nuova vita ricca di aspettative. Tutte le altre presunte Lampedusa, da Ventimiglia a Milano, da Catania a Gorizia, invece, sono luo-


170.000 64.000 3.500 le persone sbarcate in Italia nel corso del 2014

Foto di gruppo per tre volontari del progetto di assistenza umanitaria per i profughi attivo alla stazione di Bolzano istituito dall’associazione Volontarius

Racconta Asfa, un ragazzo etiope: «Ero in uno dei bagni, ma la Polizia mi ha trovato. Non ho documenti e quindi mi ha riaccompagnato in Italia. Voglio andare in Germania perché lì la vita è migliore. Riproverò con il prossimo treno. E se mi prendono riproverò ancora»

le richieste di asilo presentate in Italia nel corso del 2014

ghi di fatica, di disillusione, di protesta e di attesa. È così anche in Alto Adige, alla stazione del Brennero, dove Stephane siede su una delle panchine della sala d’attesa. «Non ho soldi né documenti. Voglio andare in Germania, ma appena sono sceso dal treno in Austria mi hanno preso e riportato qui. Non so che fare», dice. Non è il solo. Nel piccolo scalo altoatesino, a poche centinaia di metri dal confine di stato, ci sono almeno una dozzina di persone: sono tutte giovani e provengono da Niger, Palestina, Eritrea, Gambia, Etiopia e Nigeria. Tutte, nonostante il regolare biglietto, sono state fatte scendere dai treni diretti verso Vienna e Monaco di Baviera.

«Ero in uno dei bagni, ma la Polizia ha aperto da fuori e mi ha trovato. Mi ha chiesto i documenti: non li avevo e quindi mi ha riaccompagnato in Italia –racconta Asfa, un ragazzo etiope –. Ora non ho più

nemmeno un soldo, ma anche io voglio andare in Germania perché lì la vita è migliore. Riproverò con il prossimo treno, quello delle sei di sera. E se mi prendono riproverò ancora. E ancora. E ancora». Al Brennero, ormai, è una scena consueta, che si ripete più e più volte, fino a quando la maggior parte delle persone in transito riesce a passare. In pochi restano in Italia Delle decine di migliaia di migranti e profughi sbarcati sulle coste italiane negli ultimi mesi, alcuni decidono di restare in Italia facendo domanda d’asilo nel nostro Paese. Altri invece, evitando di venire identificati con le impronte digitali come imporrebbero le norme europee (in particolare il Regolamento di Dublino, vedi box), scelgono di proseguire il viaggio alla volta di altri stati Ue, nei quali hanno parenti e amici. Teoricamente, non potrebbero farlo ma, grazie alla loro forte volontà e ai deboli controlli italiani, risalgono la penisola autonomamente e provano a lasciarsela alle spalle. Fino a che non incontrano le forze dell’ordine straniere, come successo a Stephane e Asfa.

i migranti assistiti dai volontari a Bolzano da dicembre a maggio

BOLZANO

Volontari in prima fila per dare assistenza ai profughi «Richiedenti asilo e rifugiati sono accolti in provincia da tempo, ma il transito di tante persone per le stazioni ha reso il fenomeno molto più evidente a tutta la cittadinanza». La riflessione, banale solo all’apparenza, è di Leonhard Voltmer che, per Caritas Bolzano, negli ultimi mesi, è stato uno degli operatori che ha curato la formazione di tutte le persone che si sono spontaneamente candidate a dare una mano ai profughi di passaggio in Alto Adige. Al netto delle manifestazioni di protesta di alcuni partiti politici, sono loro la risposta più evidente della società civile bolzanina a questa nuova situazione. Lo conferma anche Monika Weissensteiner, della Fondazione Alexander Langer. «Negli ultimi mesi abbiamo assistito a una mobilitazione dal basso che ha coinvolto tutta la provincia – spiega, tra il sorpreso e l’orgoglioso –. I volontari, prima, hanno fornito aiuto alla stazione del Brennero e, poi, con l’arrivo delle pattuglie trilaterali, hanno fatto pressione sulle istituzioni affinché venisse garantita l’assistenza anche a Bolzano, dove a tutt’oggi è impegnato un gruppo di persone molto eterogeneo, composto da circa cento cittadini». Sulla banchina vicino al binario 1, in effetti, si alternano giovani lavoratori, mamme di mezza età, arzilli pensionati e ragazzi del liceo. Muniti di una pettorina blu con la scritta aid worker, sono presenti con costanza e dedizione, offrendo cibo, vestiti e sorrisi. Scrutano i treni in arrivo e si tengono pronti ad agire. Nei momenti di pausa, spiegano le loro motivazioni e riflettono sulla situazione di siriani ed eritrei. «Sono di Trento, ma lavoro qui a Bolzano – spiega una donna sulla trentina –. Ho accettato l’invito di un’amica: ho pensato che se mi trovassi io nelle loro condizioni mi farebbe piacere trovare qualcuno». «Una volta - ricorda una studentessa delle scuole superiori con il velo in testa - delle persone in fuga mi hanno detto: “Noi siamo profughi delle vostre guerre”. È una frase che spiega tutto». Spiega tutto della situazione internazionale, ma anche del momento che stanno vivendo i volontari bolzanini. A sottolinearlo è ancora Leonhard Voltmer. «Ho visto tanta volontà e tanta solidarietà, ma occupandomi anche della supervisione dei volontari, mi son reso conto che a un certo punto arriva un momento critico. Ed è quando ci si interroga sulle cause del problema. Non ci si accontenta più di offrire la miglior assistenza possibile alle persone che arrivano a Bolzano, ma si vorrebbe intervenire su ciò che le spinge a fuggire, ad attraversare il Mediterraneo, a rischiare la vita». luglio 2015 Scarp de’ tenis

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SCHEDA

Un gruppo di profughi in attesa di salire su un treno nel tentativo di espatriare in Germania

Controlli anche sui treni Dallo scorso novembre, però, i controlli non si limitano alla frontiera, ma sono stati intensificati anche sui treni. Ad eseguirli sono le cosiddette «scorte trilaterali, composte da un agente italiano, uno austriaco e uno tedesco – spiega Mario Deriu del sindacato di polizia Siulp di Bolzano –. Oggi, tutti i treni internazionali diretti a Monaco di Baviera han-

no una scorta per identificare i migranti irregolari che tentano di passare la frontiera». Il risultato è che, se prima la maggior parte di profughi e migranti si fermava in attesa alla stazione del Brennero, con famiglie siriane e giovani eritrei che quest’inverno si son ritrovati in ciabatte in mezzo alla neve, ora il grosso delle persone in transito si è spostato allo scalo

MILANO

Accolti fino a 1.300 profughi a notte vittime dello scaricabarile tra Stati Mentre il 14 giugno l’Europa celebrava i trent’anni del trattato di Schengen e della libera circolazione nella Ue, in molte città italiane si cercava di gestire la cosiddetta “emergenza immigrazione”. Profughi e migranti fermi alle stazioni, centri di accoglienza in grande affanno e sgomberi violenti da parte delle forze dell’ordine. Milano, Roma, Ventimiglia e Bolzano le località più seguite dai media. Ma quali sono state le cause di una situazione esplosa, solo all’apparenza, nel giro di pochi giorni? Ad aver creato una sorta di tappo è stato il rafforzamento dei controlli ai confini, che ha fermato il flusso dei migranti in transito verso il nord Europa. La Germania lo ha fatto esplicitamente in nome della sicurezza del G7 tenutosi in Baviera il 7 e 8 giugno. La Francia in modo ufficioso schierando la polizia alla frontiera di Ventimiglia. Il risultato più evidente lo si è visto a Milano, dove in stazione Centrale centinaia di profughi fuggiti, in particolare, da Siria ed Eritrea, hanno interrotto i propri viaggi, vedendosi costretti a dormire al mezzanino dello scalo in centro città. Dopo qualche giorno di caos, l’impegno di istituzioni e terzo settore ha riportato una calma apparente, ma nei centri meneghini sono arrivati ad essere accolti temporaneamente fino a 1.300 profughi, vittime di uno scaricabarile tra Paesi europei.

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ferroviario del capoluogo Bolzano. Che, ovviamente, si è visto paragonato in più occasioni proprio a Lampedusa. Numeri ben diversi In realtà, i numeri sono ben diversi da quelli che hanno, per mesi, caratterizzato l’isola siciliana. «Da dicembre a maggio, abbiamo assistito più di 3.500 persone, con punte massime di 300 tra profughi e migranti presenti nello stesso momento», spiega Andrea Tremolada che per l’associazione Volontarius, coordina l’assistenza in stazione, garantita da un cartello di realtà locali tra cui Caritas Bolzano. Lui, le persone in transito, ha imparato a conoscerle bene, anche se il tempo è sempre poco. «La maggioranza ora proviene dall’Eritrea, poi ci sono altre nazionalità africane e alcuni siriani, ma in misura minore. Tutti ripartono nel giro di poche ore, al massimo una notte. Sono spaesati e impauriti: temono di essere incarcerati o identificati». Che Lampedusa, o le coste siciliane, non siano il vero traguardo l’hanno imparato a loro spese. Strada facendo, si sono resi conto che, una volta sbarcati, gli ostacoli sul loro cammino non erano ancora finiti. Una stazione dopo l’altra, hanno capito che l’Unione europea garantisce libera circolazione soltanto ai suoi cittadini e alle sue merci. Non certo alle persone in fuga da guerre, dittature e povertà.

Dublino III, la vera causa delle tensioni alle frontiere Il Regolamento di Dublino III è il principale documento dell’Unione europea per la gestione delle richieste di asilo. Ed è una delle maggiori cause delle situazioni di tensione createsi ad alcuni dei passaggi di confine italiani, come il Brennero o Ventimiglia. Il regolamento prevede che la domanda di asilo di un richiedente venga esaminata dallo stato dove il richiedente ha fatto ingresso nell’Unione. In pratica, un profugo siriano che sbarca in Italia, sarebbe costretto a fermarsi nel nostro paese, dove dovrebbe venire identificato con le impronte digitali. E, anche dopo il riconoscimento dello status di rifugiato, non potrebbe muoversi liberamente all’interno dell’area Schengen, come fanno tutti i cittadini europei. In realtà, con la crescita degli arrivi di profughi degli ultimi anni, in Italia, Dublino III non è stato adottato in maniera sistematica, consentendo così a molti profughi - siriani ed eritrei in particolare - di lasciare il nostro Paese senza venir identificati. Nel 2014, infatti, a fronte di circa 170 mila persone sbarcate, le domande di asilo politico presentate in Italia sono state poco più di 64 mila.


aforismi

POESIE

di Emanuele Merafina

A un passo dal cielo Ad un passo dal cielo ho visto un’altra vita quasi seria

Senza parole Il mondo è tondo. La terra è una padella. L’umanità è una frittata multicolorata,

Il sole I raggi del sole fanno sempre male, i raggi della galera fanno piangere

e io… sono smunta, filiforme e sbattuta (come le uova) perché ho attraversato un periodo un po’ bruttino. Attenzione a non cadere dalla padella alla brace: in effetti meglio che la padella si trasformi in tegame, circolare e fiammante come il sole, con due manici laterali: ha più equilibrio. Silvia Giavarotti

Ode al sole Spunta o Sole, sono giorni che non ti affacci all’orizzonte, che non riscaldi con i tuoi abbaglianti, maestosi raggi la natura che sembra ormai diventata quasi per incanto triste e desolata senza il tuo aiuto! Cosa sarebbe di noi se tu non spuntassi più? Non oso pensarlo, in pochi mesi tutto o quasi sarebbe distrutto, intristito e l’uomo non avrebbe la gioia di alzare gli occhi al cielo dove tu troneggi da millenni. Solo allora, forse, molti di noi si accorgerebbero della tua preziosità troppo tardi! Tu illumini la Terra, il mondo intero ma soprattutto i nostri cuori, solo quelli però che veramente ti hanno apprezzato e amato. Mirella

Poesia

Scultura Mia Bellezza, scolpita nella pietra, tra la furia e l’urlo della vita te ne stai immobile e muta, solitaria e appartata. Il grande tempo siede innamorato ai tuoi piedi, e sussurra: “Parla, parlami, amore; parla, mia sposa!” Ma le tue parole sono chiuse nella pietra, o immobile bellezza. Gaetano “Toni” Grieco

Splendida notte Questo giorno accoltella di una lama affilata e rovente non soltanto per un caldo cocente, ma… Giorno! Mi manca una Luminosa sognante e qui aspetto che scenda... e scende la notte. Io vivo nella mia splendente notte e se Terra non fosse, oltre Te dolce Stella, nulla sarebbe oltre l’orizzonte.. Mino Beltrami

La farfalla non vola più Vola farfalla, vola libera nel cielo blu intenso Puoi svolazzare liberamente di qua e di là. E’ bella lei con quelle sue ali di un blu intenso La puoi vedere quando vola E rimani a guardarla. Ora non vola più Non ce la fa, Adesso è stanca. Si posa sul fiore più bello E si lascia cadere. Quella farfalla bella Non vola più. Federica Tescaro

L’idea di un giovane volontario Onda anomala di immagini variegate sequenze elaborate a china. della Ronda della carità di Milano: Multifome metafora dell’eterna commedia, solo quelli però che veramente ti hanno apprezzato e amato. una App controAidaloOdoardi spreco alimentare Grafico carpe diem del pensiero, impulsivo fluire di emozioni, libere in assoluto.

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La Candelaria: la rivoluzione nell’arte di strada di Michele Pasquale

Viaggio nel Barrio storico di Bogotà alla scoperta della street art. In Colombia i giornalisti e gli artisti non hanno mai avuto vita facile. Negli anni Ottanta molti vennero rapiti e uccisi. Per questo, la street art si esprime cercando una valvola di sfogo meno diretta 38 Scarp de’ tenis luglio 2015

Una soleggiata mattinata nel quartiere storico di Bogotá, El Barrio de La Candelaria, è una buona occasione per scoprire le storie che si celano dietro l’arte di strada che colora la capitale colombiana. Si parte da Plaza de los Periodistas, sormontata dalla statua del “Libertador” Simón Bolívar, simbolo di libertà d’espressione e capacità oratoria: tematiche delicate e attuali che riguardano anche queste innovative forme artistiche. Rey Garcia, leader dell’associazione “Culture Shock Colombia”, gestisce il popolare progetto “Bogotà Graffiti Tour” accompagnando ogni giorno gruppi di 20-25 persone per le vie cittadine dirigendo l’attenzione sulle opere più importanti ma soprattutto i particolari che solo un occhio esperto può conoscere. Il tour comincia qui, in questo complesso contesto sociale popolato da migliaia di senzatetto, tossicodipendenti, cani randagi e vagabondi, ma anche famiglie ed artisti di strada, performer, visual designer e musicisti, bambini di strada e studenti delle 15 università presenti del Barrio. La street art è il risultato di ta-


COLOMBIA

Alcuni dei murales che ricoprono i muri dell’antico Barrio della Candelaria a Bogotà, in Colombia. Qui, più di altrove, la street art è strumento di protesta

Dopo aver speso milioni di pesos per ripulire gli antichi muri coloniali, sono stati emessi bandi per decorare la città. Si tratta di un’opportunità di lavoro offrendo un importante vetrina per i migliori progetti, ma anche un modo di censurare ogni eventuale messaggio politico

lento, esperienza e tecnica, differenti percorsi di formazione: dall’accademica classica alla musica punk, dalla fotografia all’antropologia, dalla tradizione famigliare alla pubblicità fino all’impegno sociale per il rispetto degli animali, gli anziani ed i bambini di strada. Tra i nomi più importanti: Stinkfish, Shaday, Pez, DJ LU, Bastardilla, Toxicomano, Rodez, CRISP, Guache, Lesivo, APC. Alcuni operano da soli, altri in coppia o riuniti in collettivi. Differenti background e storie personali hanno prodotto la grande varietà di stili e tecniche apprezzabili attorno l’antica Calle del Embudo. La plazoleta del Chorro de Quevedo e La Plaza de Mercado de la Concordia, divisi tra legalità e illegalità, a partire da firme per marcare il territorio ed esprimere una presenza critica (tag), fino alle retribuite commissioni governative o private, gli artisti hanno creato e vissuto in questa grande comunità di artisti internazionali. Il caso delle commissioni governative rappresenta un grande, vincente compromesso tra due parti apparentemente inconciliabili: lo Stato e l’arte di strada che, per definizione, si oppone e critica le vigenti istituzioni. Una lunga intervista a Rey ha permesso di far emergere numerosi, importanti aspetti degli ultimi 20 anni di attività artistica ne La Candelaria. Il controllo dello Stato Dopo aver speso milioni di pesos per ripulire le pareti degli antichi muri coloniali, sono stati emessi bandi per decorare la città. Se, da un lato, danno opportunità di lavoro offrendo un’importante vetrina per i migliori progetti, dall’altro il governo s’appropria di idee personali o collettive ponendo il suo “marchio”. Ma, soprattutto, richiede che le immagini siano decorative, prive di un

esplicito messaggio politico: per questa ragione, le opere che si trovano nel quartiere sono pure espressioni artistiche. Le figure rappresentate sono animali o scenari che evocano la natura. In particolar modo il collettivo APC Animal Power Crew ha dato un enorme contributo allo sviluppo dell’impegno sociale verso le parti più deboli della società: animali, bambini e anziani. Esiste un’etica che regola il rapporto tra gli artisti ? «Quando si presenta un messaggio, ci si espone alle critiche. Le opere riconosciute di qualità, importanti per il Barrio, sono rispettate negli anni. Tuttavia, ci possono essere sfide aperte: un “tag” posto sopra un’opera può indicare il messaggio “vieni a cercarmi, questo è il mio nome!” (overwriting); se invece viene posto su un lato dell’opera, inserito in maniera di-

screta, può voler dire “anch’io voglio farne parte”: ovvero un omaggio, un contributo diretto. Nel peggiore dei casi le opere sono deturpate, sovradipinte, coperte da cartelloni pubblicitari». L’arte di strada si rivela un efficiente veicolo d’espressione utile a mantenersi lontani da droga, prostituzione, drammi personali e sociali, vita di strada in un paese “frainteso” poiché ancora ingabbiato negli stereotipi del narcotraffico, instabilità e corruzione politica, violenza. Molti artisti hanno cominciato a far parte di network “comradery” per supportarsi, condividere e creare una microeconomia attraverso parallele, indipendenti attività di marketing (t-shirt, adesivi, poster, scarpe) o realizzando opere su commissione per attività commerciali (pizzerie, saloni di bellezza, ostelli).

LA SCHEDA

Quartiere presidiato dai militari: qui fu ucciso il quasi presidente Ayala Il quartiere è pattugliato giorno e notte da militari armati di kalashnikov che monitorano le strette strade dirette verso il Palazzo Presidenziale. Il confine reale e simbolico del Barrio si pone attorno Carrera 4 all'incrocio con Avenida Jimenez o Calle 3; proseguendo sulla perpendicolare Carrera 7 si trova il luogo ove, nel 1948, alla vigilia delle elezioni per la Presidenza della Repubblica - che lo vedevano favorito - venne assassinato Jorge Eliécer Gaitán Ayala. Di lui oggi rimangono un'immagine e un paio targhe poste sul luogo ove, per uno strano caso del destino, ha sede proprio il simbolo del capitalismo statunitense cui l'impegno politico di Gaitán s'oppose: il Mc Donald's. L'omicidio provocò una rivolta popolare che portò alla distruzione di gran parte del centro storico segnando per sempre la memoria della città con quello che venne definito El Bogotazo. Il celebre e tragico evento è oggi commemorato sulle banconote da mille pesos ove, riconoscibile in mezzo ad una folla in ascolto di Gaitán, troviamo anche Fidel Castro, quello stesso giorno in visita ufficiale nella capitale colombiana. luglio 2015 Scarp de’ tenis

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MILANO

L’edicola di Piazza Cordusio che, grazie a Comunità Nuova, è diventata una start up

L’Edicola dei Sogni: dove i desideri diventano realtà di Simona Brambilla

Due persone con storie diverse alle spalle, ma che condividono il presente e condivideranno il futuro. Loro sono Carlo e Giulio e da qualche mese hanno iniziato a lavorare nell’Edicola dei Sogni. In piazza Cordusio, a Milano, da poco tempo Comunità Nuova onlus ha infatti aperto un’edicola speciale. Speciale

info Social press point Il progetto è realizzato e gestito da Comunità Nuova Cooperativa Sociale Onlus, la nuova impresa di Comunità Nuova e rappresenta una concreta occasione di riscatto per i giovani in difficoltà, attraverso un’innovativa esperienza di lavoro. www.comunitanuova.it/social-press-point/

perché è la prima edicola etica e solidale d’Italia, start up unica nel suo genere che rappresenta una concreta occasione di riscatto per persone in difficoltà lavorativa. L’idea di aprire questa realtà è partita dal vecchio proprietario dell’edicola. «Questo signore sperava che questo posto diventasse non solo un’edicola, ma anche punto di riferimento per attività sociali in città – spiega Beppe Peloia, responsabile del progetto Social Press Point –. Così dopo pochi mesi, ha aperto un’edicola, ribattezzata Social Press Point, dove da fine febbraio Carlo e Giulio hanno iniziato a lavorare». Giulio ha 40 anni e dopo aver lavorato come giardiniere a causa della

crisi economica è rimasto a casa per oltre dodici mesi. Carlo invece di anni ne ha 50 e ha lavorato come idraulico in un’azienda metalmeccanica. Anche lui ha perso il lavoro due anni fa ed è entrato in cassa integrazione. Grazie a quest’edicola sono riusciti a trovare un nuovo lavoro. In seguito a un corso di formazione, della durata di un mese, hanno infatti iniziato a lavorare al Social Press Point.

Si può perdere la strada «Ho accettato subito, mi è sempre piaciuto stare a contatto con la gente – dice Giulio –. A volte nella vita si può perdere la strada, ma si può anche ripartire. Ho avuto la fortuna di incontrare alcune persone che mi hanno dato la possibilità di realizzare il mio sogno». Oltre a loro in questa edicola speciale lavorano saltuariamente anche Tiziano, dipendente di Comunità Nuova, e Chala, un ragazzo cingalese di 24 anni che si occupa delle consegne e che prima non aveva mai avuto un lavoro stabile.

Anche Carlo con l’Edicola dei Sogni è riuscito a ripartire e ad avere un lavoro che gli permette di mantenere la moglie e i loro due figli.

«Questa edicola per me è un sogno che diventa realtà, io la sento mia – ha raccontato Carlo –. Sono stato molto fortunato nella vita perché ho trovato tante persone che mi hanno aiutato a realizzare ciò in cui credevo. Ora io, nel mio piccolo, voglio cercare di realizzare i desideri di alcuni amici speciali». Chiedendo piccole donazioni ai clienti, Giulio, Carlo e gli operatori di Comunità Nuova, infatti, cercano di andare incontro a bisogni di persone in difficoltà. Hanno comprato una chitarra a Filippo, un bimbo di 8 anni, che da grande vuole fare il musicista. Oppure hanno pagato un corso di nuoto a un bambino tunisino di 7 anni, la cui famiglia non poteva permettersi la retta.

SCHEDA

Social Press Point, occasione di lavoro Social Press Point è un’edicola etica e solidale. Qui non sono venduti Gratta e Vinci, biglietti della lotteria, né tutto ciò che possa indurre al gioco d’azzardo: nella mission dell’edicola e di Comunità Nuova infatti, c’è la guerra alle dipendenze da gioco. In questa edicola speciale, oltre ad acquistare i principali quotidiani italiani e stranieri o riviste, è possibile avere informazioni su attività ed eventi di Comunità Nuova e delle altre associazioni non profit che operano sul territorio. L’edicola rappresenta anche un’occasione di lavoro per persone che stanno cercando di fare ripartire la propria vita e realizzare alcuni sogni interrotti. luglio 2015 Scarp de’ tenis

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TORINO

Spazio d’angolo, non solo una mensa di Vito Sciacca

Soggetti diversi, che a vario titolo lavorano con le persone senza dimora, avviano una collaborazione per creare un servizio ancora inesistente in città (una mensa serale sempre aperta), attorno al quale sviluppare una “palestra” di volontariato per formare soprattutto i giovani alla solidarietà, lavorando su tematiche quali il diritto al cibo e alla casa.

Aperta la prima mensa serale di Torino, luogo che, secondo le intenzioni dei promotori vuole diventare “momento d’aggregazione e di scambio, in cui sviluppare pratiche di autosostenibilità e valorizzare le reti sociali”

Su queste basi è stato inaugurato nel maggio scorso a Torino lo Spazio d’angolo che, secondo le intenzioni dei promotori vuole diventare «un luogo d’aggregazione e di scambio, in cui sviluppare pratiche di autosostenibilità e valorizzare le reti sociali territoriali, progettando insieme e contribuendo all’idea di “quartiere come risorsa”». Dato che un simile obiettivo deve poggiare su basi concrete, si è scelto di partire da un’esigenza reale espressa dalle persone senza dimora che vivono in città: si offre così un ristoro preserale (dalle 17 alle 19) tutti i giorni dell’anno, gra-

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Un gruppo di volontari al lavoro allo Spazio d’angolo, una mensa aperta anche la sera ma anche un luogo in cui incontrarsi

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Le persone che possono già usufruire del servizio

Le persone che da settembre usufruiranno del servizio

I giovani volontari disponibili per far funzionare la struttura

zie al contributo di una cinquantina di volontari che si alternano durante la settimana. Le persone che possono usufruire del servizio, attualmente 20-30 ma dal prossimo settembre s’intende portarle a 40, sono individuate ed inviate dal Tavolo diocesano per senza dimora coordinato da Caritas, che in collaborazione con la cooperativa sociale Gruppo Arco ha realizzato nei mesi scorsi alcuni incontri formativi per riflettere con i volontari sul senso del servizio e della relazione con le persone in difficoltà e per condividere dati ed esperienze del territorio piemontese. Risposta a esigenze reali La nascita del progetto risale a un incontro tra l’arcivescovo Cesare Nosiglia e le persone senza dimora in occasione del Natale 2012, quando venne portata all’attenzione la scarsità di luoghi di refezione che operassero in orari serali. L’Arcivescovo accolse l’invito dando mandato alla Caritas Diocesana, in accordo con il Tavolo diocesano per senza dimora che raduna i principali soggetti cittadini impegnati sul tema, di trovare una soluzione.

I locali della mensa – spiega il responsabile dell’animazione Caritas torinese, Ivan Andreis – saranno presto un luogo di attrazione e sviluppo di iniziative, che coinvolgeranno organizzazioni religiose e laiche e soprattutto le scuole della città

Nacque così nel 2013 la “merenda sinoira” (dall’espressione piemontese che identifica una merenda sostanziosa sostitutiva della cena), ristoro preserale caratterizzato dalla “qualità del servire” (molto apprezzata dagli ospiti) aperto nei giorni feriali per una trentina di persone.

Nel 2014, poi, la comunità dei Fratelli delle Scuole Cristiane ha avanzato a Caritas la proposta di espandere l’iniziativa, mettendo a disposizione un locale (in via Capriolo 14b) per dare maggiore espansione all’iniziativa. Si è così costituito un gruppo di progetto in merito alle questioni di ristrutturazione, costituito da Fratelli delle Scuole Cristiane, cooperativa sociale Gruppo Arco (che da tempo gestisce azioni di reinserimento per persone in difficoltà proprio in locali attigui a quelli di Spazio d’angolo), Associazione Maria Madre della Provvidenza (attiva nel reperimento cibo e nella gestione di

una mensa festiva) e Caritas Diocesana. La ristrutturazione dei locali, finanziata con il contributo della Fondazione CRT e della Compagnia di San Paolo, è iniziata nell’ottobre 2014 e il servizio è stato avviato alla fine di marzo di quest’anno. Non solo una mensa Con l’apertura di questo servizio si vuole anche creare un’opportunità di sperimentazione per i volontari, che possono poi condividere e realizzare a loro volta iniziative simili. Spazio d’angolo, quindi, non è solo una mensa quanto piuttosto uno stimolo per persone e comunità. «I locali della mensa – spiega il responsabile dell’animazione Caritas torinese, Ivan Andreis – saranno presto un luogo di attrazione e sviluppo di iniziative, che coinvolgeranno organizzazioni religiose e laiche e soprattutto le scuole. Oltre alla presenza di alcuni studenti che prestano volontariato, è in

fase di preparazione la performance “Il pane di tutti i giorni” (ispirata al testo di Cosetta Zanotti Il pane di ogni giorno - Cinque storie da mangiare,ed. Città nuova 2015), rappresentazione che verrà allestita nelle scuole descrivendo la storia dei principali alimenti fondamentali nelle varie culture del mondo: oltre ad educare ai valori del cibo e della solidarietà servirà a finanziare la mensa stessa». Altri progetti di prossimo avvio nello Spazio d’angolo sono un laboratorio di cucito per donne straniere e le attività di un Gac (Gruppo di acquisto collettivo), nato in collaborazione con il territorio e il Movimento Consumatori, in cui i ragazzi disabili del centro diurno gestito dal Gruppo Arco e dalla cooperativa Esserci si occupano di smistare e consegnare prodotti alimentari a filiera corta, con il supporto degli educatori, tramite la piattaforma www.sostenibile.com/gac/mc.

LA STRUTTURA

Ristoro aperto anche la sera per le persone senza dimora L’apertura di un nuovo punto di ristoro serale per persone senza dimora (in via Capriolo 14b) rappresenta una novità per la città di Torino. Innanzitutto perché è l’unico ristoro serale aperto tutti i giorni dell’anno, dato che la mensa serale esistente (Cenacolo Eucaristico, in via Belfiore 12) fornisce pasti solo nei giorni feriali. Altra novità è che rappresenta il frutto di una collaborazione nata nell’ambito del Tavolo diocesano per senza dimora e vede compartecipi nel servizio la Caritas Diocesana, la Congregazione dei Fratelli delle Scuole Cristiane (che ha messo a disposizione i locali), la cooperativa sociale Gruppo Arco, l’associazione Maria Madre della Provvidenza e il Gruppo Servizi Vincenziani per senza dimora. Inoltre, l’invito a svolgere attività di volontariato è rivolto soprattutto ai giovani: già quasi 60 quelli messisi a disposizione per consentire al ristoro di restare aperto tutti i giorni. Un servizio che, come ha ricordato il direttore della Caritas diocesana, Pierluigi Dovis, è nato da un desiderio che i senza dimora hanno espresso ad un incontro con l’Arcivescovo e che, come sottolineato dal vicepresidente della cooperativa sociale Gruppo Arco, Marco Trabaldo, si è trasformato in «un progetto per consentire di vivere bene un momento della giornata a chi non ha casa». Per informazioni spaziodangolo@gruppoarco.org o Caritas Torino, tel. 011/5156350 luglio 2015 Scarp de’ tenis

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44 Scarp de’ tenis dicembre 2014 - gennaio 2015


VICENZA riuscita a darci solo quattro cucine così per mangiare dovevamo fare a turno. Riuscivamo a cucinare solo due o tre volte la settimana. Per il resto dovevamo mangiare panini».

La redazione di Scarp Vicenza. Oumar, il protagonista del racconto, è al centro

Oumar, nei campi per far studiare il fratello piccolo

Oumar racconta, ma alla fine il discorso cade sempre sulla sua famiglia lontana; la

di Cristina Salviati

Oumar ha 25 anni e viene dal Mali. Quattro anni fa è sbarcato a Lampedusa. Oumar è stato destinato a Vicenza, e questo è il secondo inverno che trascorre come ospite di Casa San Martino, ricovero notturno della Caritas, e come venditore di Scarp de’ tenis. «Vendere il giornale mi piace

info Presidio Progetto coordinato da Caritas Italiana con la collaborazione di 10 Caritas diocesane: Acerenza, Caserta, Foggia-Bovino, Melfi-Rapolla-Venosa, Nardò-Gallipoli, OppidoPalmi (Rosarno), Ragusa, Saluzzo, Teggiano-Policastro (piana del Sele), TraniBarletta-Bisceglie. www.caritas.it

Nonostante lo scorso anno non sia andato bene Oumar ha deciso di tornare nel Cuneese. «Spero di cavarmela meglio», dice. Oumar ha raccontato anche che all’ospedale di Saluzzo ha trovato medici e infermieri particolarmente gentili che lo hanno curato e aiutato. Oumar soffre di cataratta, una malattia che colpisce molte persone in Mali. «In quell’ospedale mi hanno dato le medicine e mi hanno spiegato come prenderle – rivela il giovane maliano. – Sono stati gentili, mi hanno visitato e alla fine mi hanno spiegato che la cataratta non è ancora matura. Quando lo sarà, potranno operarmi. Torno lassù anche per questo».

molto – racconta Oumar – perché mi permette di conoscere tante persone che mi aiutano, dandomi lavori saltuari nei giardini o in casa». Sono in molti a offrirgli qualcosa o a regalargli capi di vestiario: sempre sorridente, sempre gentile, suscita un feeling naturale in chi si imbatte in lui e, come venditore, è un vero portento. Per la terza estate consecutiva però Oumar è poi partito per il Cuneese. Anche quest’estate, infatti, andrà a Saluzzo per essere d’aiuto nella raccolta della frutta e guadagnare un po’ di soldi con cui dare una mano alla mamma e al fratello piccolo, laggiù, in Mali. «La paga è bassa –racconta –ma, se sei fortunato, lavori più giorni e così metti da parte un po’ di soldi».

Lo scorso anno non è stato così propizio per Oumar. Lo chiamavano poco, perché a Saluzzo erano in tanti, troppi: seicento persone, un’enormità per un comune di 17 mila abitanti, tanto che proprio lì Caritas Italiana ha istituito uno dei presidi in favore dei lavoratori stagionali. «Dormivamo in tende da dieci – racconta Oumar – all’interno di un campo recintato. La Caritas però è

mamma è sola, il fratellino sta ancora studiando ed è ovvio che si senta responsabile. «Se non mando io un po’ di soldi – ci ha detto – non hanno di che vivere. Bastano anche 50 euro al mese, ma non hanno nemmeno quelli, per cui contano su di me. E poi mio fratello ha il diritto di studiare, io non ho potuto farlo e mi dispiace, spesso mi trovo in difficoltà perché non capisco o perché faccio fatica a imparare le cose. Spero che per lui sarà diverso».

SCHEDA

Presidio, Caritas in prima linea Il progetto “Presidio”, finanziato dalla Cei e coordinato da Caritas Italiana è nato lo scorso anno con l’obiettivo di garantire una presenza costante su quei territori che vivono stagionalmente l’arrivo di lavoratori. Gli operatori Caritas offrono assistenza per i bisogni più immediati, ma anche quella legale e sanitaria e aiuto per i documenti di soggiorno e di lavoro. Il progetto tocca 10 città con la collaborazione delle Caritas diocesane in loco; un centinaio di operatori che girano per le campagne in furgone o camper e sono riconoscibili grazie al logo del progetto. In questo modo possono seguire gli spostamenti dei lavoratori. luglio 2015 Scarp de’ tenis

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VERONA

Buri bar, un luogo accogliente

Dal primo di aprile di quest’anno la cooperativa Il Samaritanogestisce il bar presso la struttura di Villa Buri, sede di due associazioni di volontariato promotrici di iniziative a carattere sociale e solidale, a due passi da Verona. La gestione dell’attività è af-

di Elisa Rossignoli

fidata al personale di "Gusto Solidale", il servizio che si occupa dell’organizzazione di catering. Ma non solo. Ne parliamo con Michele Righetti, il direttore della cooperativa.

Da aprile scorso la cooperativa “Il Samaritano” gestisce il bar di Villa Buri nei pressi di Verona. Si tratta di uno spazio di reinserimento lavorativo in cui lavorano, insieme, operatori, volontari e ospiti della struttura di accoglienza

Come rientra il bar nelle progettualità della cooperativa? Il Samaritano si occupa di accoglienza e reinserimento sociale di persone senza dimora. L’avventura del bar è uno spazio di reinserimento sociale attraverso il lavoro. La ristorazione fa già parte dei nostri campi operativi, con il team di "Gusto solidale", sempre più attivo e all’opera, quindi da questo punto di vista possiamo dire che non è un campo totalmente nuovo. Nuovo è il tipo di impegno, stabile e continuativo, che la gestione del bar richiede e nel quale ci stiamo sperimentando. Credo che sia

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Tre immagini di Villa Buri. Dal primo di aprile scorso la Cooperativa Il Samaritano gestisce il bar della struttura. Un’occasione di lavoro e di integrazione

Per gli ospiti de “Il Samaritano” questo può significare un impegno professionale o anche occupazionale, a seconda del progetto individuale di ciascuno. Inseriti nella turnazione anche alcuni giovani interessati ad un'esperienza di questo tipo

un’opportunità meravigliosa perchè unisce i due elementi imprescindibili per il reinserimento delle persone senza dimora: il lavoro e l’aspetto socio-relazionale. Lavorare con il pubblico e con i colleghi mette in relazione, ed è ciò che più manca alle persone che provengono da situazioni di esclusione sociale. Relazionarsi con un cliente, essere riconosciuti in un ruolo e come persone è un canale privilegiato per riconoscere se stessi come parte attiva della società. Chi lavora nel bar? Il gruppo di lavoro è molto composito, e questo è uno degli aspetti più interessanti. Lavorano insieme operatori, volontari e ospiti della nostra struttura. Per i nostri ospiti questo può significare un impegno professionale o anche occupazionale, a seconda del progetto individuale di ciascuno. Abbiamo inoltre inserito nella turnazione anche alcuni giovani interessati a un’esperienza di questo tipo. Solitamente, in ogni turno vi è una persona esperta nel settore e una o due che la affiancano. Questa varietà di esperienze si traduce in una grande ricchezza, oltre a "funzionare" dal punto di vista tecnicopratico. Una nuova sfida «È un grosso impegno – spiega Mary, operatrice di “Gusto Solidale” responsabile del bar –, e all’inizio prevalevano la preoccupazione e la paura di non farcela. Fortunatamente la direzione sapeva quello che faceva e ha aggiunto alcune persone al gruppo di lavoro. Ora, pur sempre con ritmi intensi, ce la stiamo facendo. La prima volta che sono entrata negli spazi del bar, a dire il vero, più che preoccuparmi ho iniziato a immaginare come sarebbe potuto diventa-

re. Insieme ai colleghi della cooperativa di lavoro che hanno ridipinto e decorato i muri interni, abbiamo pensato a come arredarlo per farlo nostro, mi sembra con successo. I tavoli e le sedie colorati, i prodotti artigianali e artistici del Centro diurno appesi alle pareti e al soffitto, tutto l’insieme dà un’impressione di semplicità e allegria che ci piace. E pare piacere anche al pubblico». Chi sono i vostri clienti? Mamme e bambini della scuola materna situata nel parco della Villa, giovani, meno giovani e famiglie che

si godono il verde nei fine settimana, gruppi e singoli ospiti delle più svariate iniziative organizzate dall’Associazione Villa Buri – Cantiere dei mondi nuovi o cui l’associazione dà ospitalità. In tali casi il bar, aperto il pomeriggio nei giorni feriali e mattina e pomeriggio il sabato e la domenica, resta aperto anche la sera. Quali progetti per il futuro? Ci è stato chiesto da alcuni gruppi di giovani musicisti di organizzare delle serate musicali. Ci sembra una cosa interessante e vogliamo provare a realizzarla.

LA VILLA

Un cantiere dei mondi nuovi che ospita eventi di carattere sociale Villa Bernini Buri è una villa veneta a due passi da San Michele (frazione di Verona), accanto al parco dell’Adige. Circondata da una grande tenuta e un parco con maestosi alberi secolari affiancata dallo scorrere del fiume, fino a una decina d’anni anni fa era abitata e utilizzata a scopi educativi e sociali da un istituto religioso. È stata successivamente acquistata da due imprenditori veronesi che l’hanno affidata in comodato gratuito all’Associazione "Villa Buri – Cantiere dei mondi nuovi", perché potesse continuare ad ospitare iniziative a sfondo socio culturale ed essere un luogo aperto a tutti. L’associazione Villa Buri in questi anni ha realizzato tale desiderio e tenuto fede alla propria mission organizzando ed ospitando eventi di carattere sociale, che promuovono lo sviluppo sostenibile e nuovi stili di vita eco-compatibili, l’integrazione fra i popoli, la solidarietà e l’accoglienza. Ad essa si è affiancata l’associazione "Amici di Villa Buri" che si prende cura del grande parco circostante. Villa Buri è conosciuta dai veronesi come un luogo ameno e ospitale in cui passare delle ore nella natura – magari arrivandoci a piedi o in bicicletta lungo il parco dell’Adige- e come la sede della "Festa dei popoli", l’evento multiculturale organizzato dal Centro Missionario Diocesano che dal 1992 vi si svolge ogni anno il giorno di Pentecoste, e che coinvolge le diverse comunità di migranti presenti sul territorio e molte associazioni di volontariato locali. luglio 2015 Scarp de’ tenis

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RIMINI

Storia di Giulia: licenziata per un figlio di Angela De Rubeis

I molti anni passati in un’azienda in un ruolo di responsabilità non sono serviti a Giulia per mettersi al riparo dal mobbing. In cura per problemi di fertilità è stata demansionata e poi licenziata. Ma lei non ha voluto arrendersi 48 Scarp de’ tenis luglio 2015

Lei ha una storia da raccontare. E lo fa mentre in Italia si discute di mobbingal femminile e del mezzo milione di donne che ogni anno ne vengono colpite. Donne costrette a nascondere la pancia dentro ampi vestiti o corpetti contenitivi. Negli ultimi 5 anni i casi di mobbingper maternità sono cresciuti del 30%, 800 mila donne negli ultimi due anni sono state costrette a dimettersi oppure sono state licenziate; 4 donne su 10 sono state costrette a dare le dimissioni dopo il parto. Ma torniamo a Giulia (la chiameremo così). La sua è una storia di mobbing non “postpartum” ma “pre concepimento”. Nel marzo del 2013 Giulia comincia a fare degli esami perché non riesce a rimanere incinta e scopre che per avere un bambino dovrà fare delle cure e delle terapie preparatorie alla fecondazione assistita. Un periodo molto delicato, sia emotivamente che fisicamente e che Giulia deve “sopportare” in un clima lavorativo a dir poco avverso. «Lavoravo da molti anni per questa azienda di Riccione – racconta –.


800.0oo

4 su 10

+30%

donne che negli ultimi due anni sono state costrette a licenziarsi

costrette a dimettersi o licenziate subito dopo il parto

i casi di mobbing per maternità negli ultimi cinque anni

bre mentre tutti i miei colleghi erano a casa io ero l’unica persona in ufficio. E poi sono stata licenziata.

In costante crescita il numero di donne costrette a dimettersi o che vengono licenziate immediatamente dopo il parto

A un certo punto è stata assunta una ragazza che, a detta dei miei datori di lavoro, mi avrebbe dovuto affiancare. Invece ha preso tutto il mio lavoro e io mi sono ritrovata a svolgere le mansioni che un tempo io stessa delegavo alle stagiste

Avevo un ruolo di responsabilità nel settore della comunicazione e tutto andava bene sino a quando non ho scelto di avere un bimbo e ho cominciato le cure». Cominciano le assenze che non sempre possono essere giustificate con un certificato medico: visite specialistiche, consulenze mediche e psicologiche, insomma un percorso lungo e tortuoso. Giulia, quando sono cominciati i tuoi guai al lavoro? Da aprile del 2013 ho cominciato a fare delle punture che mi costringevano a stare a casa qualche giorno al mese. A fine settembre è stata assunta una ragazza che, a detta dei miei datori di lavoro, mi avrebbe dovuto affiancare. Invece ha preso tutto il mio lavoro e io mi sono ritrovata a svolgere le mansioni che un tempo io stessa delegavo alle stagiste. Hai parlato ai datori di lavoro? Sì, mi sono stati offerti 2 mila euro per licenziarmi e risolvere la situazione che si era creata. Ma così si sarebbe risolta per loro.

Come è arrivato il licenziamento? Avevo accumulato 3 lettere di richiamo, una delle quali mi è stata recapitata mentre ero in ospedale. Ero stata male mentre stavo facendo un prelievo di sangue. E, vista la mia situazione il medico mi ha consigliato di andare in ospedale per degli accertamenti. Ma evidentemente questa non era da considerarsi una giusta causa. Alla fine sono stata licenziata “ufficialmente” perché inviavo delle mail dall’account aziendale alla mia personale. Invii che io facevo su indicazione del mio avvocato per avere delle prove rispetto alle discriminazioni che mi venivano rivolte. Cioè? Mi ero decisa a portare in tribunale la mia vicenda. Mi rivolsi ad un avvocato che mi consigliò di conservare quelle comunicazioni aziendali as-

surde. Misi in fila tutte le volte che mi vennero negate le ferie, i permessi e altro. Ecco, quei carteggi sono stati alla base del licenziamento. Dopo? Dopo il licenziamento ho intrapreso questo percorso e ho ottenuto un risarcimento di 10 mensilità. Non ho voluto proseguire con ulteriori cause. Cercavo di avere un bambino e non volevo preoccuparmi di altro. Però non potevo stare a guardare. Adesso cosa fai? Adesso, ironia della sorte, sostituisco una ragazza a casa per maternità in un’azienda di Bologna e continuo a far di tutto per avere il mio bimbo. Giulia non è ancora riuscita ad avere il suo bambino. Quando le leggo i numeri del mobbing femminile non si tira indietro: «Mai lasciar perdere. Non siamo schiavi». Giulia ha promesso che ci darà notizie. «Ti chiamo, appena ho buone notizie sul bambino». Non vedo l’ora che il telefono squilli.

LA SCHEDA

Mobbing, pratica pericolosa: si rischia sofferenza e suicidio Le psicologhe Laura Ceccoli e Sara Pavoni ci aiutano a capire un fenomeno in costante espansione. Cosa s’intende per mobbing? È un insieme di comportamenti caratterizzati da atteggiamenti violenti, perpetrati nei confronti di un individuo, che minano le sue capacità di difesa. Comportamenti possono essere messi in atto verso un altro soggetto, in modo continuativo e dannoso sia per la salute psicofisica che per la dignità personale e lavorativa.

Ma tu non hai accettato… Certo che no e mi sono rivolta ai sindacati, a un avvocato e alla consigliera delle Pari Opportunità. E abbiamo cominciato a discutere di quello che si poteva fare.

Quali gli abusi più frequentemente perpetrati? Umiliazioni, emarginazione ma soprattutto dequalificazione delle mansioni e aspri rimproveri.

Quali erano i “soprusi” che avevi subito? Cambio di mansione, mi venne negato un periodo di ferie e in dicem-

Quali le conseguenze psicologiche? Le vittime vivono condizioni di sofferenza e di disagio. Svariate le risonanze psichiche ed emotive, così importanti da portare a patologie croniche. In casi estremi anche isolamento sociale e suicidio.

La cosa più difficile? Dimostrare la situazione di aggressione subita. È molto difficile.

luglio 2015 Scarp de’ tenis

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SALERNO

Mare Nostrum: gli studenti per l’integrazione di Stefania Marino

Premiati i vincitori del concorso artistico lettarario ideato per raccontare attraverso le parole ma anche attraverso le espressioni artistiche il gesto dell’accoglienza, l’incontro e lo scontro con la vulnerabilità dei migranti 50 Scarp de’ tenis luglio 2015

Mare Nostrum : un concorso artistico-letterario per interrogare gli studenti sul tema caldo dell’immigrazione. A promuoverlo, la Diocesi di Teggiano-Policastro, a sud di Salerno, dove dal 2011 si fa, concretamente, accoglienza di richiedenti asilo e rifugiati. Prima con l’Emergenza Nordafrica e poi da fine 2013 con Mare Nostrum, l’operazione umanitaria di soccorso ai migranti voluta dall’allora governo Letta in seguito alla tristemente nota tragedia di Lampedusa. Da luglio a settembre dello scorso anno, al porto di Salerno, si sono registrati 6 sbarchi che hanno fatto toccare terra a circa 7 mila migranti. Un piccolo segmento di cronaca lungo la linea di una storia, pare ormai senza censure, che vede il Mediterraneo come il ponte per popoli in fuga da conflitti e povertà. I migranti che arrivano, i territori che aprono le porte, i “sì” e i “no” della società, della politica, le considerazioni sull’accoglienza, la solidarietà e la diffidenza. «L’obiettivo è raccontare attraverso le parole ma anche attraverso le espressioni arti-


Foto di gruppo per i vincitori al concorso Mare Nostrum indetto dalla diocesi di Teggiano-Policastro A fianco “Mare Nostrum”, una delle opere in concorso

Gli studenti degli Istituti superiori di secondo grado della provincia di Salerno hanno risposto all’invito della Caritas diocesana spedendo lettere aperte, reportage e racconti, ma anche tele e sculture. Oltre sessanta gli elaborati della sessione letteraria

stiche il gesto dell’accoglienza, l’incontro e lo scontro con la vulnerabilità – recitava il regolamento del concorso – recepire i pensieri e le opinioni degli studenti di oggi, uomini e donne di domani, percepire solidarietà e ostilità, comprendere i vissuti territoriali, i filtri e i condizionamenti sociali e mediatici e farne oggetto di riflessione collettiva». Concorso nelle scuole Di tutto ciò gli studenti degli Istituti superiori di secondo grado della provincia di Salerno negli ultimi mesi sono stati chiamati a riflettere. E loro, sostenuti dai docenti hanno risposto all’invito spedendo all’indirizzo della Caritas diocesana lettere aperte, reportage e racconti, ma anche tele e sculture. Oltre sessanta gli elaborati della sessione letteraria. Un piccolo patrimonio sottoposto al giudizio di due apposite commissioni che nei giorni 25 e 26 maggio si sono riunite a Teggiano per decidere i nomi dei vincitori. A salire sul podio, al terzo posto della sezione letteraria, la studentessa Carmen Di Donato della IV C dell’Istituto di Istruzione Superiore “Marco Tullio Cicerone” di Sala Consilina. Racconto breve dal titolo “Ai miei sogni non chiedo più nulla” in cui narra le tormentate vicende di una ragazza immigrata partita dal suo paese con un carico di speranze e finita nel girone della prostituzione. Secondo posto per due studenti, Paolo Maria D’Onza e Marco Della Corte della V A del Liceo Scientifico “F. Severi” di Salerno con il racconto “Ars longa, vita brevis”, per aver descritto con drammaticità lo scambio di sacrifici tra padre e figlio. Vincitrice del primo premio, Roberta Boiero della IV A del Liceo Scientifico “A. Gatto” di Agropoli con il racconto “Un mare di speranze”. L’8 giugno scorso, nel salone Bottiglieri della Provincia di Salerno, si è svolta la cerimonia di pre-

miazione. Primo posto per Mario Capo e Samuele D’Amico della V A con la scultura “Aggrappati ad una speranza” , secondo posto per Francesca D’Anza con l’opera “Mare Mostrum” e terzo posto per Chiara Pepe della IV A con “Aurora Boreale”. Tutti del Liceo Artistico “Pomponio Leto” di Teggiano. Una menzione speciale è stata data alla tela firmata da Giovanni Vicidomini della classe III A del Liceo Scientifico “B. Mangino” di Pagani, per aver saputo trasmettere un “messaggio di speranza”. Alla cerimonia di premiazione hanno preso parte il Vescovo della Diocesi di Teg-

giano-Policastro monsignor Antonio De Luca, il direttore della Caritas don Vincenzo Federico e il presidente della Provincia di Salerno Giuseppe Canfora. Il compito di premiare anche al vice prefetto vicario Giovanni Cirillo che ha espresso apprezzamento per il lavoro realizzato dagli studenti. Menzione speciale Consegnata anche una menzione speciale all’Istituto omnicomprensivo di Montesano sulla Marcellana per « il lavoro di accompagnamento e di integrazione svolto a favore dei minori stranieri non accompagnati». Sono infatti 16 i minori stranieri ospitati nelle strutture di accoglienza di Padula e Montesano sulla Marcellana inseriti negli ultimi mesi nella scuola secondaria di primo grado. A giugno alcuni di loro hanno sostenuto gli esami di licenza media.

IL RACCONTO

“Un mare di speranze”, un racconto di immigrazione «Ci dirigemmo senza sosta verso il porto, dove ci aspettava la “nave della speranza” come l’aveva rinominata mio padre. Aveva speso la maggior parte dei suoi risparmi per la nostra libertà. Non mi aspettavo di certo un viaggio di lusso, ma non credetti ai miei occhi quando vidi il peschereccio che ci avrebbe portato in Italia. Ondeggiava sospinto dalle piccole increspature che il vento disegnava sull’acqua. Una quindicina di metri o poco più, dall’aria fatiscente, ma ciò che mi preoccupò di più fu il numero di persone con cui avrei dovuto affrontare il viaggio». È questo un breve stralcio del racconto “Un mare di speranze” con cui Roberta Boerio della classe IV A del Liceo Scientifico “A. Gatto” di Agropoli ha vinto il primo premio della sezione letteraria del Concorso Artistico - Letterario “Mare Nostrum”. Il racconto narra la storia di un ragazzo che lascia la Libia insieme ai suoi fratellini per raggiungere l’Europa. L’autrice descrive la terra di partenza di Nadir e gli affetti lì lasciati e poi il viaggio sul barcone, l’incendio che causa il naufragio e la morte di suo fratello Amal. «64 erano i superstiti e tra essi non vi era il nome di Amal. Non provai mai dolore più grande quando lo vidi disteso, senza vita, accanto ad altre centinaia di corpi. In quel luogo, in quel momento, capii che il viaggio della speranza mi aveva tolto più di quanto mi avrebbe mai potuto restituire». La commissione, presieduta dal Direttore di Scarp de’ tenis, Stefano Lampertico, ha così motivato il conferimento del primo premio: «Per aver saputo cogliere al meglio lo spirito del concorso, presentando un racconto di qualità, scritto con cura e raffinatezza». luglio 2015 Scarp de’ tenis

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Siate egoisti, fate del bene!

Fare del bene è il miglior modo per sentirsi bene. Dare una mano a Opera San Francesco significa dedicare una parte di sè e delle proprie risorse a chi ha bisogno di aiuto e può ricambiarci solo con un sorriso o uno sguardo di gratitudine: significa dare speranza e fiducia e, per questo, sentirsi meglio. Viale Piave, 2 - 20129 Milano ccp n. 456202 Tel. 02.77.122.400

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VOCI DALL’AFRICA

Notte senza dimora a Durban dormire in strada, per comprendere La Durban dei ricchi e dei turisti, quella che si può osservare sotto le palme del waterfront, il lungomare, o dall’alto dello skycar, la teleferica sopra lo stadio Moses Mabhida, li ignora. Ma

di Davide Maggiore

scheda

Davide Maggiore, nato nel 1983, una laurea in filosofia già vecchia di anni. È stato viaggiatore prima di diventare giornalista e ha incontrato l’Africa grazie a chi da lì è arrivato in Italia: ne ha fatto un lavoro senza perdere la passione. Nel cuore gli è rimasta soprattutto la Tanzania, negli occhi e nella testa il Sudafrica.

sotto i cavalcavia della sopraelevata dedicata al capo zulu Albert Luthuli o alla stazione ferroviaria di Berea Road, i senza casa sono centinaia. Disoccupati arrivati dalle aree rurali della provincia di KwaZulu-Natal, ragazzi di strada, tossicodipendenti in cerca di un’altra dose di whoonga, la droga locale: ad accomunarli, solo la mancanza di un vero riparo per la notte e i pregiudizi della maggior parte dei cittadini. Pregiudizi sui senza dimora Come in molti altri luoghi del mondo, nella terza città più importante del Sudafrica, sulle rive dell’Oceano Indiano, il preconcetto si crea facilmente e senza dimora diventa rapidamente sinonimo d’irregolare, o addirittura di criminale. Almeno finché qualcuno non ha il coraggio di proporre un’altra prospettiva. O addirittura una sfida: come quella del gruppo di organizzazioni non governative che ha invitato tutti coloro che fossero disposti a farlo a condividere la vita di strada almeno per una notte. E ad ascoltare le storie di chi, invece, trascorre lì la maggior parte del suo tempo. «Sarà una dichiarazione di solidarietà della gente di Durban» –, spiegava pochi giorni prima della notte scelta per l’iniziativa - il 15 maggio scorso - Gail Elson dell’ong I care, che aveva lanciato l’idea. L’obiettivo è stato raggiunto:

Circa mille persone hanno risposto all’appello lanciato da un gruppo di associazioni non governative e si sono presentate con coperte e sacchi a pelo in Pixley Kaseme Street, davanti al municipio di Durban. Alcuni avevano portato anche cibo da condividere, ma il desiderio principale degli occupanti abituali della strada era quello di condividere

Oltre mille persone hanno dormito in piazza insieme agli homeless

circa mille persone hanno risposto all’appello e si sono presentate con coperte e sacchi a pelo in Pixley Kaseme Street, davanti al municipio. Alcuni avevano portato anche cibo da condividere, ma il desiderio principale degli occupanti abituali della strada era un altro. Fermati gli sgomberi «È bello vedere gente qui fuori con noi, non ci sentiamo abbandonati. Spero sia qualcosa che farà la differenza, nel tempo», ha detto uno di loro, Eugene, al quotidiano sudafricano Independent durante la nottata. Un primo segno di cambiamento è stato il comportamento della polizia di Durban: impegnata in passato – insieme a compagnie di sicurezza private – in operazioni di sgombero e in interventi molto criticati contro i senza casa, stavolta si è occupata di sorvegliare l’area perché nessuno contestasse l’iniziativa.

L’idea di I care e delle altre organizzazioni, quindi, ha ricevuto l’appoggio di quella stessa municipalità di Durban che in passato aveva affrontato la questione dei senza casa come se riguardasse unicamente il decoro e l’ordine pubblico della località turistica.

A sottolineare il cambiamento di mentalità è stato proprio il sindaco, James Nxumalo. «Abbiamo fermato gli sgomberi dei senza casa perché ora lavoriamo per trovare modi di aiutare chi vive in strada: non sono criminali, sono persone perbene», ha spiegato. Perché il tentativo riesca, però, è necessario che anche il resto dei cittadini dia il suo contributo. Non una notte sola, ma ogni giorno. luglio 2015 Scarp de’ tenis

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VENTUNO

Tutela del clima e fallimenti A Parigi per evitare disastri Si terrà a dicembre nella capitale francese la Conferenza mondiale sui cambiamenti climatici. Dal protocollo di Kyoto sono passati quasi vent’anni, ma la storia, da allora è ricca di insuccessi e fallimenti testi di Andrea Barolini

La COP21 è la ventunesima “Conferenza delle Parti” (in inglese, Conference of Parties) della convenzione-quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. Si tratta di un gigantesco summit globale che si terrà a Parigi nelle prime due settimane di dicembre. Nella capitale

termine della COP3. Si tratta-

va del famoso protocollo di Kyoto, che fu firmato nel

LA STORIA

Ventuno come il secolo nel quale viviamo, come l’agenda per il buon vivere, come l’articolo della Costituzione sulla libertà di espressione. Ventuno è la nostra idea di economia. Con qualche proposta per agire contro l’ingiustizia e l’esclusione sociale nelle scelte di ogni giorno.

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Greenpeace

scheda

neva una riduzione pari al 5%

L’esempio della Norvegia. Stop agli investimenti nelle società carbonifere

francese si attendono più di 40 mila partecipanti: le delegazioni di 195 Paesi, della società civile, delle imprese, delle organizzazioni non governative. E ancora scienziati, collettività territoriali, popolazioni autoctone, sindacati. Nonché, ovviamente, i media del mondo intero. Obiettivo: trovare un’intesa su un trattato che imponga ai governi politiche finalizzate a ridurre le emissioni di gas ad effetto serra, limitando così il riscaldamento dell’atmosfera terreste. Un compito per nulla facile, per ragioni storiche e politiche. È utile ricordare, infatti, che il precedente accordo per la lotta al climate change fu realizzato al

1997 solamente da 55 Paesi industrializzati: esso impo-

Il fondo sovrano norvegese, uno dei più grandi al mondo in termini di capitale gestito, ha annunciato nelle scorse settimane la decisione di non investire più nelle società le cui attività sono legate in modo sostanziale al business del carbone. La decisione è stata assunta all’unanimità da una commissione parlamentare competente e riguarderà tutte le compagnie minerarie o energetiche il cui fatturato dipende per una quota superiore al 30% dalla fonte fossile. La scelta è stata accolta con soddisfazione dai militanti ambientalisti, che tuttavia sperano che l’organismo finanziario possa abbandonare presto in modo totale le imprese che fanno affari grazie al carbone: «Abbiamo vinto: la Norvegia esclude la fonte dal fondo!», ha esultato Greenpeace (foto a fianco) con un tweet.


Fabrizio Pincelli

Venerdì 13 marzo l’Agenzia internazionale dell’energia, agenzia indipendente che si occupa di analisi e statistiche sul consumo energetico globale, ha annunciato che nel 2014 l’economia mondiale è cresciuta, ma l’anidride carbonica non è aumentata. Secondo la Iea è stata «la prima volta in 40 anni in cui c’è stato uno stop o una riduzione delle emissioni dei gas serra non collegato a una regressione economica»

delle emissioni di sei tipologie di gas climalteranti (tra i quali CO2, metano, protossido di azoto), entro il 2012, rispetto ai livelli registrati nel 1990. Un accor-

do che è stato rispettato, ad esempio, dall’Unione europea. Al contrario, gli Stati Uniti non l’hanno mai ratificato, e non ne fanno parte neppure Canada, Russia e Cina. Proprio il consenso di Pechino e Washington sarà dunque determinante alla COP21: Usa e Cina rappresentano i due Paesi al mondo che emettono la quota più ampia di agenti inquinanti. Senza un concreto impegno da parte loro, gli sforzi del resto del mondo rischiano di rivelarsi inutili. Il 26 maggio scorso il ministro degli Affari esteri di Parigi, Laurent Fabius, ha riconosciuto che «ottenere un consenso tra 196 Paesi (195 più l’Ue) sarà estremamente difficile». Nel 2009 a

Copenaghen, ad esempio, il summit si rivelò un com-

pleto fallimento: le profonde divergenze esistenti in particolare tra Paesi sviluppati, emergenti e in via di sviluppo impedirono un accordo. Per questo il governo francese ha in qualche modo messo le mani avanti: Fabius ha sottolineato apertamente che «occorre trovare una formula giuridica che assicuri il carattere effettivo dell’accordo e allo stesso tempo consenta agli uni e agli altri di ratificarlo». Un lavoro da alchimisti insomma. Tanto più che il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, dovrà anche sbrogliare un problema interno. Il Congresso, infatti, dopo le elezioni di mid-term è in mano al partito repubblicano, i cui membri (alcuni dei quali negano apertamente l’esistenza dei cambiamenti climatici) con ogni probabilità rifiuteranno gli accordi parigini. Occorrerà dunque trovare modo di convincerli oppure, se possibile, di bypassare un voto

Il fallimento della Conferenza parigina sul clima potrebbe causare gravi minacce sul piano economico. Secondo il presidente francese Hollande dall’accordo di Parigi dipenderanno le prospettive di crescita e una mancata intesa sarebbe una catastrofe non solo sul piano climatico

del Congresso. La Cina, invece, sembrerebbe più aperta ad un impegno sostanziale. Ma occorrerà verificare se alle intenzioni seguiranno i fatti. Negoziati inadeguati Da parte sua, il presidente François Hollande ha messo in guardia sulle «minacce sul piano economico» che deriverebbero da un eventuale fallimento della COP21, specificando in un discorso tenuto il 3 giugno alla sede dell’Ocse che «dall’accordo di Parigi dipenderanno le nostre prospettive di crescita. Per questo, una mancata intesa non rappresenterebbe solamente una catastrofe ecologica». Pochi giorni prima, il ministro dell’Ecologia francese, Ségolène Royal, aveva lanciato un altro sasso nello stagno, dichiarando alla fine di maggio che i negoziati che vengono effettuati sotto l’egida dell’Onu sono «totalmente inadeguati rispetto all’emergenza attuale». Secondo quanto spiegato dalla stessa responsabile amluglio 2015 Scarp de’ tenis

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VENTUNO

Francia alimentata da rinnovabili Si può fare

Il traguardo, secondo un rapporto dell’Agenzia per l’ambiente e l’energia, potrebbe essere raggiunto entro il 2050 56 Scarp de’ tenis luglio 2015

Dobbiamo mettere sul tavolo un documento che contenga gli impegni assunti dai Paesi che si sono mostrati più attivi nella difesa del clima e, a qual punto, domandare agli altri di esprimersi apertamente nel merito. Questo cambierebbe le cose, perché nessuno vuole apparire come lo Stato che ha fatto fallire il summit di Parigi». Politica, procedure, formule giuridiche, equilibri. Fabius lo sa bene, ed è per questo che nelle ultime settimane si è rafforzata l’idea di un pre-accordo di base da ottenere prima della conferenza: già nel mese di ottobre. Un documento che consenta di partire, nei quindici giorni di dicembre, con qualcosa di concreto in mano.

Non si tratta di una provocazione lanciata da un’associazione ecologista: la Francia, seconda economia europea, potrebbe essere alimentata unicamente da energie rinnovabili. Un traguardo che potrebbe essere raggiunto entro il 2050. Basta volerlo. La previsione è contenuta in uno studio redatto nei mesi scorsi dall’Agenzia per l’ambiente e l’energia (Ademe). Si tratta di un rapporto ufficiale, intitolato Vers un mix électrique 100% renouvelable en 2050, corredato da dati, cifre, percorsi di attuazione. Un documento sul quale si può discutere, certo. Ma che ha la sua importanza incontestabile. Eppure, le autorità francesi hanno preferito tenerlo nascosto: che l’informazione fosse troppo “scomoda”, soprattutto per un presidente, François Hollande, e per governo diretto da Manuel Valls, entrambi esponenti di un

L’accordo di Kyoto che assegnava all’Italia un obiettivo di riduzione delle emissioni del 6,5% entro il 2012. Il nostro Paese al momento non risulta in linea con gli impegni presi

Francesco Cavallari

La distanza tra le procedure delle Nazioni Unite e l’emergenza climatica comincia a diventare un problema reale ed esaspera i Paesi più colpiti dai cambiamenti

bientale del governo di Manuel Valls in un’intervista rilasciata al quotidiano Le Monde, sul punto esisterebbe perfino un ampio consenso: «In privato tutti lo dicono, tutti ne sono perfettamente coscienti. Ma la stessa pesantezza del processo è tale che, alla fine, si va avanti come se nulla fosse. Ho l’impressione che si rimandino ogni volta all’anno successivo le decisioni che occorrerebbe prendere subito». Per questo, il ministro ha immaginato una novità da introdurre alla COP21: «Dal momento che questa distanza tra le procedure delle Nazioni Unite e l’emergenza climatica comincia a diventare un problema reale, nonché ad esasperare i Paesi che risultano maggiormente colpiti dai cambiamenti climatici, è necessario cambiare metodo.

partito socialista che è letteralmente precipitato nelle ultime tornate elettorali? Che fosse poco utile aprire un fronte contro la potente lobby dell’energia (soprattutto quella nucleare)? Ufficialmente, il direttore generale dell’Ademe, Fabrice Boissier ha dichiarato che, a suo avviso, i motivi per i quali si è deciso di non pubblicare lo studio non hanno a che fare con la politica. Fatto sta che non si capisce quali ragioni possano giustificare la decisione di non divulgare informazioni così importanti, tanto più a pochi mesi dalla conferenza mondiale sul clima COP 21. Fortunatamente, un quotidiano francese - Mediapart - ha scovato il documento, e l’ha immediatamente pubblicato sul proprio sito internet. Scorrendo il rappor-

to si comprende che la Francia non solo potrebbe rinunciare completamente (e definitivamente) all’atomo,


LA SCHEDA

Il quotidiano francese Mediapart ha scovato un documento dell’Agenzia per l’ambiente e l’energia che ha, per gli ecologisti, un’importanza straordinaria. Significherebbe dire addio al nuclare e fare a meno di tutte le fonti di origine fossile

ma anche che potrebbe fare a meno di tutte le fonti fossili: l’approvvigionamento necessario per l’intera nazione potrebbe infatti essere garantito unicamente da solare, eolico, biomasse, geotermia e altre energie pulite. Benissimo, direte, ma a quale prezzo una transizione così epocale? Ebbene, anche questa argomentazione – cara ai detrattori del cambiamento in senso ecologico – è stata “stracciata” dal rapporto dell’Ade-

me, che spiega come i costi crescerebbero effettivamente del 50% rispetto ad oggi. Ma risulterebbero identici a quelli che si dovrebbero sostenere qualora il nucleare rappresentasse, tra 35 anni, il 50% del «mix energetico» transalpino (cifra, quest’ultima, che non è presa a caso: si tratta dello scenario previsto ufficialmente dal governo di Parigi nella recente legge sulla transizione energetica). Scelta politica Lo studio spiega in particolare che la produzione di un Mwh in una Francia 100% rinnovabile costerebbe, nel 2050, 119 euro tra installazione, manutenzione, stoccaggio e trasporto. Qualora si decidesse di mantenere in funzione le centrali nucleari, e di limitare al 40% la quota di energie pulite (l’idea, appunto, del governo), il prezzo sarebbe solo 2 euro più basso per MWh: 117 euro (vedi Grafico 3). D’altra parte, anche

l’associazione NégaWatt, che si batte a favore delle rinnovabili, ha più volte spiegato che «la Fran-

cia dispone di un considerevole potenziale di produzione da rinnovabili, che va ben al di là della domanda domestica», e può scegliere un mix «adattato in funzione delle specificità di ciascuna regione». Inoltre, il rapporto dimostra che

«il passaggio ad un’elettricità 100% pulita è tecnicamente possibile anche dal punto di vista della rete elettrica». E non è tutto: lo studio afferma anche che la produzione potenziale da rinnovabili in Francia «calcolata a partire dai fattori regionali di ciascuna filiera» è pari a 1.268 TWh, «ovvero il triplo della domanda annuale di 422 TWh». Si tratta, dunque, di una scelta puramente politica: dipende quale società si vuole lasciare in eredità alle generazioni future. luglio 2015 Scarp de’ tenis

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INCONTRI

LABORATORI

AUTOBIOGRAFIE

CALEIDOSCOPIO

Marina aveva una lanciatissima agenzia di organizzazione eventi. Poi ha deciso di dire basta e iniziare a fare ciò che le piace per davvero. E con i suoi spettacoli incanta il pubblico

Michela, artista con la casa dietro Michela è un’artista minuta dal sorriso contagioso, come la sua musica che non puoi non fermarti ad ascoltarla. Il suo jazz è una musica improvvisata, sempre diversa e ogni qual volta la si ascolta si percepisce in modo diverso. Isolana di nascita, ha vissuto in tutta Italia e ha viaggiato in vari continenti tra cui America Latina ma non riesce a stare troppo a lungo in un posto. È stata sempre attratta dalla musica: a 15 anni inizia a suonare la chitarra, prosegue con l’armonica a bocca e continua con il sax. Un giorno però un’amica le affida un flauto in custodia, lei si mette all’opera cominciando a provarlo e resta affascinata da quel suono. Tornata in Italia da uno dei suoi viaggi, si diploma in solfeggio al Conservatorio e successivamente alla Scuola Civica di Milano con il massimo dei voti ed inizia così una nuova vita, tralasciando il mestiere dell’insegnante. Inizia a collaborare con diversi artisti nazionali tra cui De Andrè. Inoltre incide dischi ed ha delle collaborazioni con artisti jazz Antonio Vanzillotta internazionali. Ma predilige la libertà: «Sono un’artista di strada – racconta – con la casa dietro». luglio 2015 Scarp de’ tenis

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NAPOLI

PAROLE

Il coraggio del cambiamento: la sfida di Stefania esempio per tutti

La leggerezza degli oggetti creati da Stefania

Un momento del laboratorio creativo nella redazione di Scarp. Sotto i battisedie “targati” Scarp.

di Aldo Cascella

Abbiamo vissuto ore leggere e piacevoli. In redazione è venuta a trovarci Stefania, occhi bellissimi, in un momento in cui io e i miei compagni eravamo demotivati, afflitti, Stefania ha fatto si che ognuno riprendesse, come per incanto, la sua vivacità mentale e vocale. Stefania si occupa di eventi e matrimoni, crea borse e accessori fatti con materiali che il più delle volte buttiamo ritenendoli inutili una volta utilizzati: plastica, bottiglie, forchette, cucchiai e oggetti più piccoli, carta. Ne nascono così oggettini che sembra ti sorridano, come fa lei. Sotto la sua guida ci abbiamo provato anche noi e abbiamo fatto nascere dei fiori da cucchiai di plastica. Il tutto è stato un piacevole divertissement. La sorpresa a me più gradita è stata quella di aver visto lavorare i miei compagni sorridendo, beandosi di quei momenti, nell’attesa di viverne altri. E infatti è tornata ancora e insieme abbiamo realizzato, utilizzando le pagine diScarp, dei “battisedie” protezioni per i muri della nostra nuova redazione. Dopo questi laboratori creativi sono ritornato a casa, credo come tutti gli altri, meno afflitto. La bellezza del riciclo Poi Stefania è tornata non per presentare i suoi lavori ma per farsi conoscere più a fondo. Si è raccontata senza mai far notare segni di insofferenza, rispondendo alle nostre domande, anche a quelle che in apparenza sono sembrate bizzarre. Stefania Mele è laureata in lettere e filosofia, un passato da assicuratrice, che tristezza. È un’estroversa, un’istintiva e questo è segno di leggerezza mentale. 60 Scarp de’ tenis giugno 2015

Da qualche anno organizza eventi matrimoniali e non, crea degli oggetti, borse, bracciali, fiori e tanto ancora, un lavoro che le piace tantissimo, visto che quando ne parla, i suoi occhi brillano ancor di più. Ricicla cose che gli altri ritengono inutili e le cambia in ciò che vuole, semplicemente accarezzandole. Quando era bambina preferiva giocattoli rotti o smontati perché poi le piaceva ricomporli per ridargli nuova forma. Vive con i genitori, non ha un compagno, forse un giorno deciderà di sposarsi e crescerà una bambina alla quale, ne sono certo, regalerà la sua fantasia e la sua leggerezza e forse la capacità di far parlare le sue creature. Per intanto con queste ci parla lei. A volte qualcuno le fa notare che la sua potrebbe essere una perdita di tempo e quello che fa potrebbe essere perfettamente inutile; ma non può essere considerato inutile un lavoro fatto di creazione, di fantasia e genialità. I lavori imposti, le scartoffie, gli orari stabiliti, il ritorno a casa dopo ore di lavoro passate con i colleghi, magari ammorbanti, queste sono le storture non quelle di chi trascorre le sue ore deliziandosi e deliziando gli altri con i suoi lavori. Piano piano ha deciso di trasformare la sua passione in un lavoro cui ha dato anche il nome di Melecreo giocando sul suo cognome.

La nuova interpretazione e trasformazione di oggetti ben definiti è un fatto soggettivo o può essere alla portata di tutti? Fantasia, creatività, novità è quello che Stefania ha trasmesso a tutti noi di Scarp. La trasformazione di oggetti e la voglia di cambiamento anche se la nostra esistenza impone delle regole ben precise e troppo ripetitive. Stefania secondo me è un esempio da imitare e da seguire, cioè mettere in campo le proprie risorse e potenzialità al servizio degli altri e non per se stessi. Lei è riuscita con coraggio a non seguire la sicurezza, cioè la tranquillità economica del lavoro detto “stabile” ma il rischio ha messo in evidenza le sue qualità. Brava. Complimenti. Antonio Zacco


CASA DELLA CARITÀ

“ProviamoAssieme” la follia diventa arte di Paolo Riva

Michele (nella foto) ha sempre amato la pittura. E ha sempre dipinto molto. Ma, mai prima d’ora aveva avuto l’occasione di esporre i suoi quadri per gli abitanti del suo quartiere, il Molise Calvairate. A fine giugno, invece ha avuto la possibilità di farlo, grazie a una mostra che è stata inaugurata il 25 nel laboratorio di quartiere della zona. Non solo. L’esposizione, durata una settimana, ha dato il via a un progetto più ampio che è partito dalle opere di Michele per abbracciare un numero ben più grande di persone. Tra luglio e settembre, nei cortili del Molise Calvairate, un gruppo di esperti organizzerà dei laboratori per avvicinare i cittadini all’arte. E, allo stesso tempo, di pensare al disagio psichico in modo diverso. La mostra “Cortili, arte e follia” e l’omonima serie di attività, infatti, sono nate all’interno del progetto “ProviamociAssieme” che da anni la Casa della carità porta avanti in zona con il Comune di Milano, in convenzione con il Dipartimento di salute mentale del Fatebenefratelli e Oftalmico. Michele, è una delle persone con problemi di salute mentale che gli operatori hanno conosciuto quando hanno iniziato ad operare in questa parte periferica della città. Per lui, oltre che una grande passione, la pittura (e la poesia) sono sempre state una modalità di espressione delle sue fragilità e una forma di auto-terapia che non ha abbandonato quando ha iniziato a frequentare “ProviamociAssieme”. Al contrario, operatori e psicologi lo hanno incoraggiato e, con il passare dei mesi, le sue opere hanno abbellito i locali di “ProviamociAssieme”, anch’essa situata all’interno di uno dei cortili delle case popolari di cui si compone il quartiere. Il passo verso un’esposizione più visibile e strutturata è venuto quasi spontaneo. Anzi, ad organizzarla è stata proprio il Laboratorio di Quartiere di via Faà di Bruno, che ha coinvolto nel progetto anche i custodi sociali della zona, il Centro Psico Sociale di viale Puglie e la scuola popolare di Calvairate. «Quest’iniziativa – spiega Massimiliano Soldati, psicologo del progetto “Proviamoci Assieme” – è un segno dell’integrazione che, da sempre, proviamo a creare tra il quartiere e le persone che al suo interno soffrono di disagio psichico. Mi piace pensare sia uno dei frutti del nostro lavoro». Non certo l’unico e nemmeno il primo. Lo scorso anno, infatti, le persone seguite da “ProviamociAssieme” si erano già sperimentate nel campo dell’arte, quella volta però cinematografica. Tutti insieme, utenti e operatori, avevano realizzato un filmato autoironico e dissacrante che raccontava la psichiatria dal loro punto di vista, tra interviste agli esperti del settore e divertenti parodie di spot pubblicitari. Anche in quel caso, il loro lavoro era stato condiviso con tutto il quartiere, nel corso di una serata aperta a tutti dall’eloquente titolo “La notte degli oscar”. www.casadellacarita.org/gps

«L’iniziativa – spiega Massimiliano Soldati, psicologo di “ProviamociAssieme” – è il segno dell’integrazione che, da sempre, proviamo a creare tra il quartiere e le persone che al suo interno soffrono di disagio psichico».

SALERNO


CALEIDOSCOPIO

Nel mio silenzio Musica e il mio silenzio che nascondo per paura. Parole lievi sono il mio silenzio che nascondo per premura. Andar veloce è ormai il mio motto. Per la città e la gente assordante mi maschero da pagliaccio ridente, ma nel mio silenzio, il sorriso è spento. Ed è con lui che passo gran parte del mio tempo. Ed è bello non parlar di niente, perché ormai niente vedo e niente sento. È nel mio silenzio che trovo ancora una poesia, cieli canditi da guardare con nuvole soffici da soffiare. Nel mio silenzio nascondo l’amore. Nel mio silenzio, curo le mie ferite. Come un cane bastonato e abbandonato. Che si nasconde in un angolo, freddo e sporco, tremante per paura che il rumore della vita lo bastoni. Ancora nel mio silenzio, mi son scoperto amico di me stesso. Ho cantato miele per te nel mio silenzio. Amore, anima, e ancora amor mio. Ma tutto è rimasto in lui, come del resto la passata vita mia è ancor nascosta in lui. Bastonato ancor vengo intimidito, dalle ingiustizie, e dal cattivo, che non sono. Anche se oggi è il buon pane da mangiare, pazienza, mangerò del mio silenzio. Ed è così che mi maschero da pagliaccio ridente. Ma nel mio silenzio, il sorriso è spento. Fabio Schioppa

Alessandro, 40enne finito in strada: «Non mollo, pronto ad espatriare»

di Salvatore Couchoud

Nessuno dubita, dati alla mano, che la fascia sociale più flagellata dalla crisi occupazionale sia quella giovanile, come pure che perdere il lavoro oltre la soglia dei 50 anni equivalga per molti a una pietra tombale sulle prospettive di vita e sulle aspirazioni residue. Ma anche per i quarantenni trovarsi senza lavoro, ergo senza reddito, non è uno scherzo, come conferma l’esperienza di Alessandro Negri, ospite dell’Ozanam e frequentatore del centro diurno Caritas, che dopo aver lavorato come proiezionista da quando aveva vent’anni in varie sale cinematografiche tra Milano, la Brianza e Como, si è ritrovato disoccupato verso la fine del 2009 per effetto della chiusura dell’Astoria di via XX Settembre, avviandosi lungo il Calvario che alla fine conduce alla strada. Senza perdersi d’animo, ma badando a mantenere integre l’autostima e la volontà di riemergere. «Dopo il disorientamento iniziale – racconta Alessandro – mi sono dato da fare per cercare un lavoro qualsiasi, dal commesso di supermercato all’addetto alle pulizie, e grazie al Sil (Servizio integrazione lavoro) di Cantù sono riuscito, un an-

Un vecchio proverbio sostiene che fidarsi è bene ma non fidarsi è anche meglio, ed essendo stato più volte “scottato” come tanti altri, Alessandro sta vagliando altre soluzioni alternative non meno plausibili e concrete, a cominciare dall’ipotesi di un trasferimento all’estero. «Mio fratello si sta molto impegnando per trovarmi un impiego in Inghilterra conclude Alessandro –, dove le possibilità sono notevolmente cresciute negli ultimi tempi. Non so cosa di preciso mi riservi il futuro, anche perché non ho pretese specifiche sul tipo di lavoro e nemmeno sulla retribuzione. Tutto quello che so è che non mollerò mai, e che tornerò come prima e anche meglio di prima. Se sarà in Italia o in Gran Bretagna, sarà solo una questione di dettagli».

Tramonto Una lama sottile, dorata, filtra fra i rami del bosco: l’ultimo guizzo del sole morente riscalda il mio corpo, sciabola intorno, e tutto confonde con un filtro lezioso. Le ombre si allungano nei prati lontani, coperti di stoppie recise dal grano maturo; il manto silvestre dei colli vicini incupisce con gamme infinite di verde; il vento si placa; si odono voci canore; si quietano in vaghi ronzii; si ode soltanto un rombo lontano che rompe il silenzio, poi nel nulla si perde. La luce smorzata del sole ancora si adagia di cose e persone e imbranca le cose lontane, che simili a grandi lenzuola si stendono, pigre, nel velo leggero e azzurrino che avvolge, nel piano, il convulso pulsare cittadino. Il giorno è finito senza un palpito, un grazie al mio Dio che non sento nel vuoto del cuore. C’è nell’animo il dubbio, che distrugge, nel nascer, l’ardore e non vuole più gioire la vita. Pierluigi Logli

62 Scarp de’ tenis luglio 2015

no fa, a ottenere una borsa lavoro semestrale in una lavanderia industriale di Albiolo, che mi ha permesso di risollevarmi forse più psicologicamente che economicamente. Ora sono in attesa di partire con una nuova borsa lavoro in un’impresa di pulizie che opera nei locali di Sociolario, la struttura di accoglienza per soggetti affetti da difficoltà psicomotorie di Sagnino. La novità è che questa volta, al termine della borsa lavoro, potrei essere assunto con contratto a tempo indeterminato dalla stessa Sociolario. Ma finchè non lo vedo non ci credo».

L’orrore Ecco che vidi un uomo solo Un bambino infelice Il giorno in cui l’innocenza fu violata Non saprei dire Non saprei pensare Cosa fare per salvare Anime corrotte per sempre Un mostro Non nell’armadio Non sotto il lettino In forma umana Ma non umano E’ questo l’orrore. Stefano Frazza


SCIENZE

La colza è uno delle coltivazioni in cui sono più utilizzati gli Ogm. In Italia la coltivazione è vietata ma vengono usati comunque.

Ogm, ingegneria genetica alla base di molti prodotti di Federico Baglioni

Avrete sicuramente sentito parlare degli Ogm, gli organismi geneticamente modificati. E probabilmente istintivamente ne siete un po’ impauriti. D’altronde: per quale motivo modificare gli alimenti?

scheda Federico Baglioni Biotecnologo, divulgatore e animatore scientifico, scrive sia su testate di settore (Le Scienze, Oggi Scienza), che su quelle generaliste (Today, Wired, Il Fatto Quotidiano). Ha fatto parte del programma RAI Nautilus ed è coordinatore nazionale del movimento culturale “Italia Unita Per La Scienza”, con il quale organizza eventi contro la disinformazione scientifica.

Per fare chiarezza bisogna intanto precisando che si definisce un Ogm un organismo il cui Dna è stato modificato con tecniche di ingegneria genetica. Questo significa che è solo il metodo di modifica e non le caratteristiche del prodotto a dare origine a un prodotto. Vi starete quindi chiedendo come altro si possono modificare gli alimenti. È presto detto. Per millenni l’uomo ha modificato (involontariamente) il Dna degli alimenti con incroci o sfruttando mutazioni che avveniva casualmente, per ottenere caratteristiche utili per sé, come un frutto più grande o meno tossico. Per questo motivo tutte le piante coltivate sono in un certo senso “innaturali” perché ina-

datte a crescere in natura e bisognose di cure continue. Dall’inizio del secolo scorso si è quindi cercato di aumentare la frequenza di mutazione usando mutageni chimici e radiazioni fisiche. Incredibile? Prodotti come il pomodoro Pachino, il pompelmo rosa o tantissimi altri (compresa buona parte della pasta che mangiamo) ha avuto origine in questo modo: non si tratta di tecniche “tradizionali”, ma per la legge non si tratta di Ogm. Con l’ingegneria genetica per la prima volta si può vedere cosa nel Dna determina una funzione (una resistenza a un particolare tipo di insetto o un maggior contenuto di vitamine) e fare una specie di preciso “taglia e cuci” solamente della parte che si vuole cambiare. Ma saranno sicuri? Va intanto detto che ogni Ogm è un caso a parte, proprio perché dipende unicamente dalla tecnica. Tutti gli Ogm commercializzati hanno superato una lunga serie di test di sicu-

rezza; test che non sono richiesti per le nuove varietà ottenute con altre tecniche di modifica. Non esiste ovviamente la “sicurezza al 100%” perché nessun prodotto, Ogm o meno, può esserlo, ma si può dire che gli Ogm in commercio sono sicuri almeno quanto i prodotti convenzionali e sono spesso migliori in termini di rischi per la salute e l’ambiente. Made in Italy minacciato? A dispetto di quanto si possa pensare Ogm non significa bassa qualità: sia perché le modifiche vengono fatte su varietà convenzionali, ad esempio per aggiungere solo una caratteristica (come la resistenza a un parassita), sia perché nonostante in Italia non si coltivi o produca Ogm li importiamo. Giusto per dare un dato, nel 2013 circa il 60% di mais italiano non era utilizzabile perché contaminato da un fungo tossico e per questo abbiamo dovuto importare un mais transgenico che non presentasse questo problema. La cosa che può stupire è che gli Ogm in Italia non si trovano sugli scaffali, ma vengono dati come mangime agli animali per la produzione di prodotti tipici italiani come il prosciutto San Daniele. Non solo: l’ingegneria genetica è già stata utilizzata per salvare prodotti tipici locali attaccati da virus e malattie come il pomodoro San Marzano, oggi ormai sparito. Purtroppo le regolamentazioni eccessive e una forte (e spesso infondata) preoccupazione dei consumatori ha fatto sì che questi prodotti italiani non vedessero mai la luce. Il tema Ogm è molto interessante, ma è bene ricordare che li utilizziamo da decenni senza problemi e sono alla base delle colture italiane di maggior successo.

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FIRENZE

VENEZIA

Valentino, poeta rumeno: «Le rime mi hanno salvato»

Una fiorentina dagli occhi a mandorla

I cinesi a Firenze non sono solo turisti. Sono tante le nuove generazioni che crescono qui

di Roberto Stramonio

Beneamatissimi lettori, ci eravamo lasciati girovagando nelle strade del centro che ancora percorro, strade che convogliano greggi di turisti da una fila all’altra per accedere ad una fugace occhiata alle infinite meraviglie accolte nei musei, ma anche e forse soprattutto, tra un museo e l’altro, di fronte alle vetrine dei negozi colmi di “prodotti tipici”, etichettati come fiorentini e poi in realtà made in dovunque possa venirvi in mente, l’importante è la possibilità di abbassare il costo del lavoro. Sono passati più di due anni dall’ultima mia comparsa su queste pagine e io, per non farmi mancare niente, sempre sotto le festività natalizie mi sono regalato due interventi chirurgici, per un totale di quattro cicatrici e una trentina di punti. Ad onta dei proclami la crisi continua a colpire, adesso le greggi turistiche non sono più strettamente anglofone, ma anche li sono arrivati i cinesi, a sostenere il nostro disastrato Pil. Caso ha voluto che mi sia successo di stringere una bella amicizia con Fang Wei, figlia, per così dire, di una rosticceria cinese in via Ghibellina. Ero in ottimi rapporti con i precedenti proprietari. Qualche titubanza al cambio di gestione, poi, tra un riso alla cantonese e un pollo fritto, la conoscienza di questa ragazza, testa di ponte della famiglia con il mondo in quanto l’unica capace di esprimersi in italiano. E’stata di certo una delle migliori conoscienze degli ultimi anni. La sua vita: sveglia prima delle sette, colazione, scuola (quinta liceo linguistico), ritorno alla rosticceria, lavoro fino alla pausa pomeridiana facendo insieme i compiti, continuare a fare i compiti nella pausa, poi riaprire e lavorare, sempre con i compiti dalle diciotto alle ventidue e trenta circa. Poi spazzare, dare il cencio, eventualmente ripassare e via così. Mi arrogo il merito, in un momento di crisi della ragazza, di aver insistito perché portasse a termine il suo percorso scolastico, arrivando a un meritato diploma – incrociamo le dita, l’esame sta per cominciare.

PAROLE

Mensa S. Francesco In appoggio di lenzuoli Con profumo di lavina Per i poveri che aspettano i letti, da dormire che fortuna. Dormitorio, con le stelle alle finestre, oratori con uccelli in velo per le mense, una bella meraviglia di pratica diocesana preti pure tutta squadra, san Francesco è per sera. Riscaldata con cuore La tocca raggi di sole. Dormitorio migliore San Francesco ca’ del sole. Con grandissima tondrezza (carezza) La carezza di cucina Fa la vera miglioranza da stare la buna cena.. Valentino

«Sono nato a Costanza, in Romania, 52 anni fa. Mi chiamo Vasile ma tutti mi conoscono come Valentino, il poeta. Sono arrivato in Italia nel 2003 e anche se con qualche parentesi, da allora sono rimasto qui e la sento come la mia seconda patria. È vero che mi manca il mio Paese ma ormai so che non posso più tornare. Mi manca soprattutto mio figlio. La mia ex moglie mi ha chiesto di tornare nella nostra città, ma è lei che ha rotto il nostro legame e non voglio ricominciare. Ho girato tanti posti e conosciuto tante persone. La vita in strada non è facile ma trovo sempre qualcuno che mi aiuta. Ho lavorato fin da giovane come operaio e saldatore nella sede rumena dell’Ansaldo. La mia vita è cambiata quando. dopo un primo contratto in Kazakistan con la Ansaldo, non ho accettato il rinnovo. Da allora ho fatto solo lavori saltuari in Italia e in Germania. Quello che non mi ha mai abbandonato è stata la mia passione per la poesia. È successo per caso quando ero a scuola, in terza media: la nostra classe era stata divisa in gruppi perché ognuno presentasse una poesia. Il nostro gruppo non ne aveva una pronta e così, mi sono alzato e ne ho inventata una. Da allora non ho mai smesso. È un modo per raccontare, osservare, esprimere la mia vita. Ogni angolo della città, ogni incontro con le persone sono motivo di ispirazione per la mia poesia. Mi piace scriverle, anche se non sempre il mio italiano è corretto e preciso. Valentino luglio 2015 Scarp de’ tenis

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Le persone in stato di difficoltà a cui Scarp de’ tenis ha dato lavoro nel 2014 (venditori-disegnatori-collaboratori). In 20 anni di storia ha aiutato oltre 800 persone a ritrovare la propria dignità

IL VENDITORE DEL MESE

Said con la pettorina da venditore di Scarp. Grazie al giornale ha lsciato la strada e sta cercando un piccolo appartamento in affitto da condividere.

Said «Mi mancano la mia famiglia e il mio Paese Ho solo Scarp » di Michele Trabucco

info Said collabora con Scarp a Venezia da qualche tempo, sempre sorridente e disponibile, sta cercando un appartamento. A Venezia Scarp è presente ogni mese in una ventina di parrocchie grazie al lavoro di 6 venditori.

66 Scarp de’ tenis luglio 2015

VENEZIA

Mi chiamo Said, sono nato in Marocco ed ho 45 anni. Ho 15 fratelli, quando lo racconto a un italiano, spalanca gli occhi e apre la bocca stupito, ma da noi è quasi la normalità. Sono arrivato nel 2000 in Italia quando una mia sorella che già viveva a Vicenza mi aveva trovato un lavoro alla Marzotto come addetto allo scarico e carico merci e sono rimasto lì per tre anni. Era un lavoro sicuro e mi piaceva e poi ero vicino alle mie sorelle, era come sentirsi un po’ a casa. Poi il contratto è finito e sono rimasto senza lavoro. Sono tornato in Marocco per sposarmi e poi di nuovo in Italia per lavorare. Anche questa volta mi ha aiutato una mia sorella che mi ha trovato lavoro nell’impresa di suo marito dove sono rimasto fino al 2007. Dopo un po’ di alti e bassi non ci siamo più capiti, non andavamo più d’accordo e così me ne sono andato, come un lupo solitario. Qualche lavoretto a Bologna, poi Marocco, poi di nuovo Italia, Venezia. Insomma comincia la mia esperienza di "vagabondo". Il lavoro è sempre più sporadico e più raro.

Anche il mio matrimonio finisce, non ha funzionato, forse troppa distanza, troppo diversi, forse. Mi ritrovo così lontano dal mio Marocco, lontano dalle mie sorelle, lontano anche dagli amici veri che ormai hanno raggiunto altri paesi.

Sono fortunato però. Non mi ammalo mai, il mio carattere è allegro, scherzoso, cerco sempre di essere fiducioso e mi so arrangiare. Qui a Venezia ho lavorato per un po’ di anni come cuoco, un lavoro che mi piace molto, e ora vendo Scarp de’ tenis. Mi piacerebbe rifarmi una famiglia, mettere su casa, come dite voi, qui in Italia, dopo tanti anni mi sento più italiano che marocchino, ma senza un tetto e senza lavoro è tutto più complicato. Anche qui da voi che donna si sposerebbe con uno senza un pezzo di casa ed un lavoro? Vedi non siamo poi così diversi. Con l’aiuto di alcuni volontari sto cercando una casa da dividere con altri così, ottenuta la residenza, potrei trovare un nuovo lavoro come aiuto cuoco, con un contratto e una sicurezza perchè questo vagabondare ti fa perdere le radici.


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