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VICENZA VOGUE

VIVIMAGAZINE

Arte, tradizione e cultura vicentina

CHIESA SANTA CORONA/STORIA DELLA RUA 1912

Rivista bimestrale distribuita nelle edicole, nelle librerie, nelle gallerie d’arte e nei Musei sottoscrzione abbonamento sei numeri - 30 euro.

ITINERARI URBANI_STORICI_ARTISTICI_LETTERARI/ EVENTI CULTURALI_ENOGASTRONOMICI_MOSTRE_FESTE

Bimestrale realizzato da Ass. Vivi Vicenza_ N.3/2013_ euro 5,00


Dal 1974: il punto di riferimento per chi ha problemi di udito.

Il Centro Sordità Elettrosonor I professionisti dell’udito www.elettrosonor.it

Paolo Quaglio

Tecnico Audioprotesista

Sono il Direttore del Centro Sordità Elettrosonor, struttura che da quarant’anni opera nella distribuzione ed applicazione di apparecchi acustici e che, grazie ai suoi sei Centri e alla sua equipe di professionisti, è diventata una realtà importante nel settore. La nostra missione è quella di mantenere alti standard di servizio, seguendo il paziente con dedizione, competenza e continuità.

I CENTRI

La sordità oggi può essere affrontata e superata, anche nelle sue forme più gravi, grazie a protesi acustiche tecnologicamente avanzate. Per raggiungere un buon risultato uditivo è indispensabile una diagnosi approfondita accompagnata da un intervento terapeutico personalizzato. L’applicazione degli apparecchi acustici seguita da una serie di incontri programmati nel tempo permette all’orecchio un adattamento graduale, evitando fenomeni di intolleranza o reazioni di fastidio. Per questi motivi il Centro Sordità Elettrosonor ha creato la Riabilitazione Uditiva RPE che, attraverso un percorso specifico articolato in una serie di incontri, rende possibile personalizzare la protesi alle esigenze proprie di ciascun individuo. Il servizio del Centro Sordità Elettrosonor, però, non termina con la sola applicazione degli apparecchi acustici. Sono previsti infatti alcuni controlli periodici successivi quali ad esempio: revisione e pulizia della protesi acustica; indagine otoscopia;

www.elettrosonor.it

VICENZA Strada Cà Balbi, 320 - Bertesinella 0444 911244

BASSANO DEL GRAPPA (VI) Via Scalabrini, 47 0424 529034

MONTECCHIO MAGGIORE (VI) Largo Vittorio Boschetti, 17 0444 499913

LONIGO (VI) Via Roma, 62 0444 831246

SANTORSO (VI) Via Ognibene dei Bonisolo, 29 0445 540678

RUBANO (PD) Via Antonio Rossi, 24 049 635600

controllo annuale audiometrico tonale e vocale; eventuali nuove regolazioni in base alla variazione della soglia uditiva. Il Centro Sordità Elettrosonor include nelle applicazioni fino a 3 anni di garanzia, la Riabilitazione Uditiva RPE, l’apparecchio di cortesia in caso di riparazione, il check-up gratuito dell’udito e dell’apparecchio. Collabora attivamente con i più prestigiosi produttori di apparecchi acustici al fine di utilizzare sempre i dispositivi più innovativi.

I SERVIZI

• Test dell’udito

• Prova degli apparecchi acustici

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• Fornitura di auricolari su misura • Taratura e riparazione di apparecchi acustici

• Pile ed accessori per apparecchi • Forniture ULSS ed INAIL agli aventi diritto • Tappi su misura anti-rumore • Tappi su misura anti-acqua


N.3/2013

pag. 56 - I Vincitori del concorso “Fotografare Vicenza” Martina Bombasin, Giovanni Dalla Gassa e Ornella Frigo

SOMMARIO

VICENZA VOGUE

VIVIMAGAZINE

Arte, tradizione e cultura vicentina

CHIESA SANTA CORONA/STORIA DELLA RUA 1912

Rivista bimestrale distribuita nelle edicole, nelle librerie, nelle gallerie d’arte e nei Musei sottoscrzione abbonamento sei numeri - 30 euro.

ITINERARI URBANI_STORICI_ARTISTICI_LETTERARI/ EVENTI CULTURALI_ENOGASTRONOMICI_MOSTRE_FESTE

VICENZAVOGUE 4 Theatrum urbis L’immagine medioevale Le fraglie delle Arti La fraglia degli orafi Il collegio dei notai Le fraglie religiose 18

La Chiesa di Santa Corona Storia e architettura Il restauro di un simbolo Contesto storico e sociale Architettura e modelli La chiesa e i chiostri

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La Chiesa-museo I tesori artistici le Cappelle e gli altari Le opere d’arte

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Tradizioni Vicentine Le feste della città La festa di Corpus Domini 1680 La Rua e la sua storia 1912

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Associazioni artistiche Il coro di Santomio Fotoclub “ Il Punto Focale”

Bimestrale realizzato da Ass. Vivi Vicenza_ N.3/2013_ euro 5,00

Foto copertina e sommario di Chiara Laila Parladore

VICENZAVOGUE n.4 Nel prossimo numero le Mura e le Torri Medioevali di Vicenza ASSOCIAZIONE CULTURALE Rivista bimestrale Reg. Tribunale Vicenza VI.1115 del 12.09.2005 Pietro Negri Editore Corso Palladio,179 36100 Vicenza

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Redazione Ass. Vivi Vicenza Str.lla S.Barbara, 1/b ass.vivivicenza@gmail.com Abbonamento 6 numeri - 30 euro vicenzavogue@gmail.com

VIVI VICENZA


VICENZAVOGUE

THEATRUM URBIS

ASPETTI DELLA STORIA URBANA DI VICENZA

© Andrea Fagnani

© Zanotto Luciana

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VICENZAVOGUE GUIDA STORICA-ARTISTICA L’IMMAGINE MEDIOEVALE

Vicenza conserva importanti testimonianze dell’età medioevale nei tratti di mura, nelle importanti fabbriche costruite dagli ordini mendicanti tra cui il Tempio e Convento di Santa Corona (1260-1270), nei resti nascosti nelle stratificazioni successive e riportate alla luce dagli scavi archeologici nell’area della cattedrale, dedicata a Santa Maria Annunciata (1267-1290) e della Basilica dei Santi Felice e Fortunato. Il volto di Vicenza deve, in effetti, quasi tutto all’età moderna, e i numerosi edifici fondati e costruiti in età medioevale sono stati completamente trasformati, spesso completamente riedificati nel Rinascimento. L’aspetto della città medioevale può essere solo immaginato, ricreato mentalmente leggendo i documenti, ritrovando tracce delle antiche murature tra gli intonaci scrostati dei monumentali palazzi che hanno raggiunto la loro configurazione nelle ristrutturazioni di età rinascimentali.

© Giuseppe Pettinà

© Zanotto Luciana

La Basilica ristrutturata e ampliata su un precedente edificio medioevale realizzato sulla tipologia del “broletto” ampiamenente diffusa nelle città venete e lombarde, riassume nel modo più emblematico la storia urbana, edilizia e il destino di Vicenza. Il Decreto edilizio del 1208 offre precise informazioni su case e case torri, sul progetto di rettificare le vie esistenti, stabilendo quali muri e quali portici dovevano essere distrutti in modo che i carri e i cavalli passassero più speditamente, sotto il controllo di coloro che dovevano vigilare chiamati designatores viarum, figure non dissimili nella sostanza dagli attuali urbanisti. Se è difficile tratteggiare le linee urbanistiche della città medioevale, e ricostruire, anche solo virtualmente, i prospetti di vie e abitazioni, ancora più diffcile è farsi un’idea di come vivevano i vicentini del tempo. Nellecantine di Corso Fogazzaro sono stati ritrovati strutture di laboratori con i crogiuoli in cui fondere i metalli, mentre i documenti testimoniano che i “laboratores” erano riuniti in corporazioni, chiamate “fraglie”.

© Giuseppe Pettinà

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VICENZAVOGUE LA CITTA’ DELLE LIBERE ASSOCIAZIONI: LE FRAGLIE A partire dal XII secolo presero consistenza e sviluppo nuove forme di associazionismo laico e religioso. A Vicenza la prima notizia documentaria in cui si fa rimento alla costituzione di corporazioni di professioni, chiamate in veneto fraglie, risale allo statuto comunale del 1264. Gli statuti che ne sanciscono l’organizzazione e le regole sono noti solo da trascrizioni più tarde. All’interno delle corporazioni emersero personaggi che esercitarono ruoli sempre più importanti nell’organizzazione civile e politica. Anche le fraglie laicali e professionali si riunivano presso un edificio religioso e promuovevano la costruzione e la decorazione di una cappella, commissionavano ai pittori tavole o pale d’altare dedicate al santo protettore, nonchè lo stendardo da portare in processione, chiamato nei docuenti “penelo” o, più avanti nel tempo, veri e propri teleri con l’immagine delle proprie insegne consortili. Presso il Museo civico di Bassano si conserva una tavola degli inizi del XV secolo realizzata per la fraglia dei “marangoni”, i falegnami. Alla fine del Duecento esistevano 8 fraglie. Oltre a quella dei falegnami c’era quelle dei mercanti, dei merciai, dei calzolai, dei macellai e degli albergatori, a cui si aggiungevano i collegia dei giudici e dei notai. Le fraglie aumentarono man mano fino ad arrivare nel 1389 a 29 corporazioni “Le Fraglie erano vere e proprie corporazioni di mestiere. In esse ogni carica della gerarchia interna era elettiva e la direzione del sodalizio era affidata alla cosiddetta Banca, composta da diversi membri eletti dal Capitolo, ossia dall’assemblea dei maestri dell’arte. La Banca veniva rinnovata ogni anno. In seno alla Banca la carica più elevata appare quasi sempre quella del Gastaldo, solo raramente sottoposto, in talune Fraglie, come per esempio quella dei barbieri o quella dei linaioli, ad un altro responsabile denominato Sindaco.

© Fabris Chiara

© Fabris Chiara

Alla superiore autorità della Fraglia erano affidati la tutela e gli interessi dell’associazione oltre al compito di far rispettare rigorosamente le norme statutarie e di stabilire le punizioni per gli eventuali trasgressori. Essa inoltre doveva riscuotere le varie tasse ed imposte agli iscritti e curare la contabilità. Le funzioni del Gastaldo o del Sindaco nonché la loro autorità variavano da Fraglia a Fraglia, in relazione al grado di importanza sociale e di potenza economica nel complesso della società cittadina. Ad esempio risultano rilevanti le mansioni ed i poteri del Gastaldo della fraglia degli orefici o di quella dei mercanti di drappi, estendendosi ad incarichi speciali, come quello della visita periodica alle botteghe dei consociati per verificare la bollatura delle merci o per controllare l’esattezza degli strumenti di peso e di misura. La durata della gastaldia variava da corporazione a corporazione, ma in generale poteva prolungarsi da un minimo di quattro mesi ad un massimo di un anno. Altra figura che compare in diverse Fraglie è quella del Contradicente, anch’esso scelto tra le persone d’un certo rilievo e destinato a far parte della Banca. Suo compito era di esaminare le proposte avanzate dai membri della Banca stessa, prima di sottoporle al Capitolo. Principali componenti della Banca erano il Gastaldo, l’eventuale Sindaco, il Contraddicente ed i Consiglieri, di norma in numero di due. Membri minori della Banca, ma non esistenti in tutte le Fraglie , erano il Notaio e l’Anziano. Il primo di questi non era un iscritto alla Fraglia, ma vi prestava servizio pur appartenendo per obbligo alla nobile Fraglia dei Notari, tanto che talvolta era contemporaneamente a disposizione di più d’una Fraglia artigiana. Doveva registrare i componenti l’associazione, annotare l’Estimo, ossia la rendita dell’associazione, registrare le delibere, le sentenze

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VICENZAVOGUE e gli altri atti ufficiali Quanto all’Anziano, personaggio di elevate ed unanimemente riconosciute qualità morali, era una specie di nume tutelare che svolgeva una funzione di vigilanza su tutte le attività della Fraglia. Altri personaggi di minor rilievo e presenti solo in alcune corporazioni erano di volta in volta i Tansadori, i Comandaori, gli Stimatori, i Cercaori, il Massaro ed il Nonzolo. Quest’ultimo si trovava in quasi tutte le associazioni ed era il nunzio, denominato talora Degàn oppure, nei documenti in latino, Decanus. Le sue mansioni erano piuttosto umili e consistevano praticamente nel recapito ai convocati di inviti alle riunioni o alle processioni, nella cura della sede della Fraglia, della chiesa e dell’altare del Santo protettore e di portare il gonfalone in processione. Las convocazione del Capitolo o assemblea plenaria della Fraglia aveva luogo al mutare della gastaldia, ossia, in generale, almeno una volta all’anno oppure quando si imponeva la necessità di prendere decisioni importanti o particolarmente urgenti. L’obbligo di intervenire all’assemblea era perentorio quindi le assenze non sufficientemente giustificate erano punite con multe assai salate. All’ora stabilita per l’inizio del capitolo il capo della Fraglia accendeva una piccola candela da un danaro e restava in attesa finché essa si spegneva per consunzione. Da questo momento ulteriori ritardi erano puniti. Ogni Fraglia fissava un numero minimo di partecipanti perché le delibere fossero giudicate valide. Tali delibere non avevano luogo o, come si diceva, la parte non era presa, se non veniva correttamente proposta, discussa, votata e ballottata mediante apposite balle o ballotte di vario colore. In maniera analoga si procedeva per approvare o per respingere le proposte di nuove deliberazioni. Nelle riunioni tutto doveva procedere nel massimo ordine. A nessuno era consentito allontanarsi, salvo casi eccezionali, prima che fossero stati esauriti tutti gli argomenti all’ordine del giorno. I membri dovevano parlare e discutere convenientemente affinché non avvenissero “parlamenti male intesi”. Ognuno doveva stare educatamente al suo posto e poteva prendere la parola solo quando era autorizzato dal Gastaldo o da altro componente della Banca, ma tutti avevano diritto di parola. Non tutti coloro che esercitavano un mestiere venivano ammessi a far parte d’una Fraglia, meta ambita di ogni lavorante, poiché solo in tale condizione si potevano godere privilegi negati agli artigiani indipendenti. Ogni Fraglia aveva nella chiesa della contrada in cui risiedeva o nella propria sede sociale, un altare, spesso eretto a spese dell’associazione, intitolato ad uno o più santi patroni, scelti quasi sempre tra quelli che in vita avevano esercitato o avuto qualche rapporto col mestiere sul quale si invocava la protezione. Tra le azioni caritatevoli svolte dalla Fraglia si deve ricordare l’assistenza che veniva data ai confratelli ammalati o caduti in miseria o divenuti inabili per vecchiaia; oppure per assistere i figli di coloro che versavano in poco floride condizioni economiche, come si legge, per esempio, nello statuto degli orefici dove si citano interventi “in maritando filiam aliquam ipsorum, que non haberet modum maritandi”. Sussisteva l’obbligo comune a tutti di accompagnare alla sepoltura i confratelli defunti e nessuno abbandonava il funerale finché la salma non era calata nella fossa. Anche queste forme di carità e di umana solidarietà servivano a risaldare i vincoli dell’associazione e a darle coscienza della propria forza ed importanza.

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© Giuseppe Pettinà


VICENZAVOGUE

Alessandro Maganza, San Vincenzo con il modello della città

LA FRAGLIA DEGLI ORAFI

E a rendere ancor più viva e pulsante la cronaca di quei tempi che affiora dalle pergamene degli Statuta, ecco poi le rapide note lasciate in calce dai copisti: da quella che specifica il fatto che “Questa è la matricola della fraglia degli orefici”, fino al commento secondo cui la matricola sarebbe ricomparsa “quando un povero avrà un amico”. Tutte tracce dei secoli passati che defineniscono i contorni di una “storia nella storia” in cui i fatti della corporazione si intrecciano con quelli della città.

tega artigiana e famiglia, o, ancora, lo studio del rapporto fra il ricambio della manodopera e la mobilità geografica, professionale e sociale, oppure la ricerca sullo sviluppo urbano nelle sue interrelazioni con le fortune economiche familiari”. Analizzando la struttura del manoscritto conservato alla Berto liana, la studiosa vicentina segnala non solo “le ventisei rubriche statutarie a noi direttamente pervenute”, ma va anche oltre. Se infatti il manoscritto prende vita in quegli anni del Trecento, la storia della corporazione affonda le proprie radici fin da alcuni secoli prima, almeno dai primi decenni del secondo Millennio. Si analizza perciò a 360 gradi “questa età (che) fu contraddistinta da un crescente e in breve imponente sviluppo economico che pose le premesse al connotarsi della civiltà europea. Tale sviluppo comportò vistose trasformazioni misurabili nei progressi realizzati nell’agricoltura, nell’artigianato, nei commerci, e in generale nell’organizzazione politica e civile”.

Fra le pagine trecentesche e le note del copista che nel Cinquecento redasse parte del manoscritto, si ricostruisce insomma una parte fondamentale della storia non solo in una categoria tanto radicata nella nostra tradizione imprenditoriale come quella orafa, ma di un’intera comunità impegnata giorno dopo giorno a costruire la propria crescita. Secondo Natascia Carlotto, curatrice dell’edizione stampata dall’editore Gilberto Padoan, “lo Statuto degli orafi rappresenta un sicuro punto d’avvio per un’indagine che necessariamente spazia nell’ambito della storia sociale, a partire dall’analisi delle strutture produttive, sia nell’ottica della regolamentazione giuridica che dell’attività pratica, fino all’analisi delle dinamiche di mercato, senza trascurare lo studio del rapporto fra bot-

Ed è all’interno di questa ampia e complessa fase di trasformazioni che si innesta anche “l’affermazione del mondo cittadino e della sua cultura. Una cultura forse impropriamente definita borghese (…) ma sicuramente contraddistinta dal valore del lavoro e del guadagno realizzato con l’esercizio di abilità tecniche e creatività intellettuali, anziché tramite la riscossione di rendite e nell’esclusivo esercizio dell’arte della guerra, rimasta a lungo appannaggio degli aristocratici cavalieri sprezzanti della laboriosa fatica e della necessità di guadagnarsi il pane o di migliorare la propria condizione con attività manuali”. Fu su questo ceppo che attecchirono e maturarono le radici della cultura mercantile e artigiana che nei secoli conobbero crescente splendore.

In gran parte costituito da carte di cancelleria e da stralci degli antichi statuti della fralia, lo “Statuto degli orafi” racconta le vicende quotidiane e ufficiali della categoria orafa, in un periodo di grande significato per l’evoluzione dell’economia e della società vicentina, che dal 1322 (o già dal 1311, almeno nel proemio) al 1339 abbraccia i secoli fino alla seconda metà del Cinquecento.

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VICENZAVOGUE

Francesco Maffei: San Vincenzo con il modello della città

E fu nel contempo “in una società in cui l’individuo isolato aveva scarse possibilità di sopravvivenza – osserva la Carlotto – (che) le arti rispondevano ad un grande bisogno di protezione e solidarietà. Si prodigavano per aiutare i membri in difficoltà, sovvenendo ai bisogni degli ammalati oppure offrendo aiuto alle vedove e agli orfani dei loro consociati. E’ questo spirito corporativistico, nel senso più nobile del termine, che prescrisse agli aderenti alla fraglia degli orafi di Vicenza, senza eccezione e al di là delle effettive affinità personali, di ritrovarsi insieme per onorare e dare sepoltura ad ogni membro dell’arte”.

apertura sulle “famiglie” orafe, sugli antenati degli imprenditori di oggi, sulle loro vicende di bottega e non solo. Dal nostro passato affiorano così personaggi come Giovanni figlio di Alberto Gallo residente nei “Collo” di Santa Corona. O ancora Litaldo figlio di Giovanni notaio di Litaldino, di cui si ritrovano tracce in un documento del 1320, o Manfredo del fu maestro Uberto di Albrighetto, garante per il comune nel 1306, o infine Corsio figlio del sarto Granleone. Tutti uomini che hanno lasciato il proprio segno nella storia che oggi fa grande l’oro “made in Vicenza”.

Questo accenno alla religiosità conduce la Carlotto a esaminare gli stretti legami esistenti tra la categoria economica vicentina, la fede e la liturgia. Ampio spazio veniva assicurato al patrono della fraglia, Sant’ Eligio (o Sant’ Eleuterio ), le cui celebrazioni “assumevano una valenza coesiva e di rafforzamento dello spirito di corpo efficacemente reso più vivo nelle processioni, quando gli aderenti alla fraglia sfilavano di seguito al palio dell’arte”. E “lo stesso edificio intitolato al patrono era quello in cui si tenevano di preferenza le riunioni del capitolo della fraglia, la chiesa di Sant’ Eleuterio, nel nostro caso, situata nell’attuale contrà Santa Barbara”. Modellino del Gioiello di Vicenza

Ma perchè nacquero le corporazioni e in particolare quali furono i motivi che portarono gli orafi vicentini a riunirsi in fraglia? La Carlotto ne dà un preciso elenco: “Evitare la concorrenza mantenendo il monopolio sul mercato urbano, controllare la qualità dei prodotti ed evitare le frodi, stabilire i criteri di lavoro controllando la manodopera dipendente e regolamentando il calendario del lavoro. Fu a garanzia di queste fondamentali necessità – prosegue la studiosa – che le fraglie crearono una normativa statutaria che imitava gli ordinamenti del Comune e stabilirono l’elezione di propri ufficiali con compiti di rappresentanza e supervisione”. Accompagnando il lettore attraverso un’interessante disamina dei “luoghi deputati” vicentini alla nascita e allo sviluppo delle botteghe orafe, analizzandone caratteristiche e motivi, la studiosa allarga la propria indagine a comprendere l’evoluzione della corporazione, la sua fase monopolistica, il suo rapporto con il lavoro dipendente. Ma gli Statuta forniscono anche una preziosa

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VICENZAVOGUE IL COLLEGIO DEI NOTAI

Arti, societates, fraglie, fenomeno interessante e proprio del medioevo. Con l’affermarsi dei comuni, alla fine del XII secolo e durante il XIII, si diffondono in Italia le corporazioni di mestiere: unioni di artigiani il cui scopo è quello di proteggere l’arte a cui appartengono, portare aiuto agli associati e, spesso, esercitare una forma di pressione politica sul comune cittadino, segno del cambiamento dei tempi e di un ruolo sempre più importante di quel ceto che viene definito “borghesia”. Queste corporazioni assumono nomi diversi a seconda del luogo dove si formano: arti in Toscana, fraglie in Veneto e nei territori della Repubblica. Notizie sulla loro presenza a Vicenza le abbiamo fin dal 1260, a prestar fede a Domenico Bortolan, ma più precise a partire dal 1264, anno in cui il comune si dota di statuti. In realtà fino al 1259 su Vicenza ha governato, in modo più o meno diretto, il luogotenente di Federico II, Ezzelino da Romano, il cosiddetto tiranno. La damnatio memoriae che seguì la sua morte si sforzò di attribuirgli ogni sorta di nefandezza, compresa quella, a prestar fede agli statuti del collegio dei notai, di proibire severamente le “congregationes”: se sia vero oppure no, non ci è dato di sapere anche se, effettivamente, negli ultimi anni della sua vita Ezzelino fu costretto ad inasprire il suo dominio. Ora tuttavia era morto, la famiglia sterminata e i vincitori della guerra scatenata contro di lui dettano legge e appena Vicenza fa rinascere il comune sotto l’egida della vicina città di Padova vengono riconosciute e normate negli statuti le fraglie, inserendo nel consiglio degli anziani (organo principale del Comune) i rappresentanti delle allora otto corporazioni: notai, giureconsulti, mercanti, merciai, calzolai, macellai, albergatori. Dell’operato di queste fraglie o “fratalee”, come talvolta si preferiva dire, sottolineando l’originario senso di solidarietà che le reggeva, rimane a testimonianza la mariegola o matricola, l’elenco degli appartenenti alla corporazione, e gli statuti, l’apparato normativo che regolava la vita della fraglia a partire dalle pratiche devozionali (quando preparare l’altare del patrono, quanto spendere per i ceri, quanto dovevano pesare...), all’ammissione dei confratelli, fino, in qualche caso, a quella che si definisce la “giustizia interna”.

La Processione del Corpus Domini e la “Roda dei Nodari” La festa del Corpus Domini veniva celebrata a Vicenza sin dal 1311 con una processione solenne alla quale prendevano parte, oltre al clero, le fraglie e le arti con le proprie insegne, anche tutti i dottori, i collegiali, i notai con un cero o un doppiere acceso. I tabernacoli portati in processione, detto anche cirii, avevano una forma piramidale, erano ornati in maniera diversa e trasportavano, insieme all’insegna delle Fraglie, delle Arti e dei Collegia, l’immagine del santo protettore e talvolta la reliquia. “Nessuna meraviglia quindi se il Collegio dei Notai, che rappresentava l’arte dei pubblici impieghi, la più ricca e potente delle corporazioni cittadine, non abbia voluto essere a queste inferiore nella costruzione del cirio”. Già nel 1441 la corporazione dei Notai decide di dare avvio a quel progetto che negli anni successivi divenne la meravigliosa Rua, il più grande “tabernacolo” mai costruito che divenne nel corso di un secolo l’emblema della città. Nel 1451, oltre al giorno del Corpus Domini (20 giugno), la Rua fu rappresentata in processione anche il 10 Ottobre. Ogni anno i Notai nominavano di volta in volta dal loro Collegio un sindaco a cui si deferiva l’incarico di sorvegliare la costruzione, di curarne il trasporto e la spesa. Nel 1453 Il Sindaco Antonio Scrofa spendeva “20 libre de danari” per costruire “consuetam rotam per Corpus Domini ed a far la spesa del cereo per santa Corona”. Da allora la Rua, chiamata la “Roda dei nodari” veniva esibita e mostrata alle personalità famose in vista alla città vicino al Pozzo delle Catene, oppure era utilizzata per seguire le processioni in determinate ciscostanze, come durante i festeggiamenti della pace conclusa dalla Serenissima con i turchi, o per ricevere, nel 1525, il nuovo vescovo Nicolò Ridolfi proveniente da Firenzee il vescovo Matteo Priuli nel 1585. Proprio quell’anno il Collegio dei Notai decise di sospendere la costruzione della Rua per 5 anni, perchè troppo dispendiosa.

La loro struttura, con a capo uno o più gastaldi che hanno la funzione di governare la corporazione e far rispettare gli statuti, un sindaco come amministratore, e un organo direttivo che è il capitolo che a sua volta elegge una “banca” ossia un consiglio di maestri, tende a ripetersi di volta in volta. Con l’andare del tempo le fraglie vicentine si moltiplicano fino a raggiungere il numero di 29 in epoca viscontea, numero all’interno del quale sono da comprendersi le arti di maggiore importanza (quella dei mercatores, i nobili collegi dei notai, dei giudici e dei medici). Esse sono elencate con somma cura nel momento in cui si tratta di stabilire l’ordine di processione da tenersi il giorno del “Corpus Domini”, giorno in cui le Fraglie sfilano per la città, dal cirio, un tabernacolo che recava le insegne della fraglia e del santo protettore. Il predominio delle arti continua indisturbato sotto la dominazione veneziana (Venezia le assume quasi a sistema di governo, trovandole un sistema molto comodo di controllo) fino alla caduta della Serenissima e al governo francese che provvide a sopprimerle nel 1806.

© Franceschi Fiorenzo

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VICENZAVOGUE Ma il vero spettacolo avveniva il giorno del “corpus Domini”. “La processione usciva trionfalmente dal Duomo, arrivava a Porta Castello, si immetteva nel Corso, arrivava fino all’attuale Santa Barbara, entrava nella Piazza Maggiore, imboccava via Muscheria, per rientrare nella cattedrale. Le varie confraternite, l’enorme folla che componeva questa processione, non sempre assumevano comportamenti devoti in sintonia con la santità della cerimonia, gli intervenuti erano addirittura turbolenti, le autorità dovevano usare la forza per rappacificare gli animi. Il tabernacolo o cirio più imponente che seguiva la Processione del Corpus Domini, apparteneva ai Collegia Iudicum et Notariorum. (…). I nobili inquilini si sporgono dalle finestre e dalle balconate delle dimore patrizie, gettano confetti alla folla, i servitori servono vino ai facchini accalorati, lo spirito religioso della processione e’ compromesso. Nella confusione nascono tafferugli, chi di dovere, deve intervenire. Per contrastare questo spirito paganeggiante, le autorità impediranno al cirio dei nodari di unirsi alla processione, rimandandone l’uscita a dopo la cerimonia religiosa. La Rua avrà così festeggiamenti tutti suoi e al suo seguito la gente forestiera e nostrana si scatenerà in baccanali a stento arginati dalle forze dell’ordine. Sempre nella medesima giornata si svolgeva la corsa dei cavalli berberi. Circa una trentina erano le confraternite che uscivano in processione con gli iscritti che stringevano in mano un cero acceso. La confraternita degli orefici e’ la sedicesima, i fratres si stringono attorno al loro vessillo, seguono una statua della Madonna, in argento, opera loro.” Davanti a ciascuna Fraglia si poneva il gonfalone su cui era dipinta l’immagine del santo protettore; seguivano i confratelli disposti a due a due, poi i componenti della Banca, ossia il Gastaldo, il Sindaco o amministratore-contabile, e i Bancali ch’erano i confratelli investiti di particolari cariche. Chiudeva il Cirio o portatore di un supporto a treppiede, sul quale era collocato un grande cero decorato. L’ordine delle Fraglie nelle processioni vicentine era così stabilito: collegium judicum - collegium medicorum fratalia notariorum- fratalia mercatorum - collegium campsorum (cambiavalute) - fratalia lanariorum (lanaioli)fratalia cerdonum et zavateriorum (Calzolai e ciabattini) fratalia pelipariorum (pellicciai) - fratalia mercariorumfratalia tabernariorum - fratalia fabrorum - fratalia marangonum (falegnami) - fratalia pecarolarum (rigattieri) fratalia bechariorum - fratalia mastellariorum - fratalia caxolinorum (casari e pizzicagnoli)- fratalia munariorum (mugnai) - fratalia piscatorium- fratalia ovetariorum (venditori d’uova)fratalia aurificum - fratalia barbitonsorum fratalia spicialium- fratalia pistorum (fornai) - fratalia sartorum - fratalia muratorum - fratalia texariorum fratalia bubulcorum - fratalia portitorum(facchini) fratalia zavascariorum (rivenduglioli di commestibili) Tratto da “L’Oro a Vicenza” breve storia della tradizione orafa nella città e provincia di Vicenza -Virgilio Scapin. (OroBase International, 1994).

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VICENZAVOGUE costruirono la chiesa di Santa Corona nel quadrante a nordest; gli agostiniani eressero nel 1264 la chiesa di San Michele, demolita nel 1812, al di là del Retrone nel settore sud-est, mentre il quartiere sud-ovest restò alla competenza del capitolo della cattedrale.

LA CITTA’ DELLE CONFRATERNITE RELIGIOSE: GLI ORDINI MENDICANTI E LE FRAGLIE RELIGIOSE

Nei primi decenni del Duecento gli Ordini mendicanti si diffusero con estrema rapidità in tutte le principali città d’Italia e d’Oltralpe. A differenza dei monaci, i frati non risiedevano in monasteri, ma costruivano grandi conventi ben inseriti nel tessuto urbano e passavano dall’uno all’altro, non si isolavano dal mondo ma vivevano in mezzo alla gente, fosse il popolo minuto o la nuova borghesia. Spesso riscuotevano i favori dei potenti, ma non dipendevano da loro per la concessione delle terre. Erano più colti e preparati alla predicazione del clero diocesano, con il quale entravano spesso in conflitto. Svincolati dall’obbedienza al vescovo considerato poco efficiente, erano la nuova forza a disposizione del papa per combattere gli eretici, che neppure le crociate bandite contro di loro erano riuscite ad annientare. Essi irruppero anche a Vicenza, una città in cui agli inizi del secolo il vescovo era stato pesantemente ridimensionato sia nel suo potere temporale che come autorità religiosa, il clero secolare e religioso era incolto e mondano nei costumi, una città in cui era presente la forte Chiesa catara con un proprio vescovo e un buon numero di aderenti anche tra i ceti emergenti. Si distribuirono nella città per settori di competenza, per non interferire tra di loro nella predicazione e nella colletta delle elemosine, utilizzando la naturale divisione in quartieri determinata dal decumano e dal cardo principali. I francescani, presenti a Vicenza fin dagli anni 1220, si radicarono nel quadrante a nord-ovest, dove nel 1280 iniziarono la costruzione del Tempio di San Lorenzo; i domenicani

Ciascuno di essi ebbe un periodo di maggior influenza sulla vita cittadina. I domenicani negli anni trenta – si ricorda il momento di fulgore di Giovanni da Schio – e soprattutto nel quinquennio che seguì la caduta di Ezzelino III, quando furono fortemente sostenuti dal loro confratello, il vescovo Bartolomeo da Breganze, ma anche dal Comune, che acquistò l’area per la costruzione di Santa Corona. I francescani furono favoriti nel cinquantennio dell’egemonia padovana e a loro furono affidati gli uffici dell’Inquisizione cittadina. Gli agostiniani infine, ben visti dagli scaligeri, si affermarono nel periodo della signoria veronese. Oltre alle fraglie dei mestieri ve n’erano altre a contenuto devozionale, mutualistico o caritativo. Originate dal movimento penitenziale del 1260, era sorta a Vicenza la fraglia dei Battuti, alla quale appartenevano sia i popolani che i signori della nobiltà vicentina. Presto si suddivise nella fraglia dei Battuti di San Marcello - che gestivano l’Ospitale dei Santi Maria e Cristoforo e presero il nome di Rossi dal colore della veste che indossavano - e quella dei Battuti di Sant’Antonio abate - dal nome dell’Ospitale esistente nella piazza del Duomo e che presero il nome di Negroni. Nel corso del Trecento e del Quattrocento queste fraglie si moltiplicarono, allo scopo di gestire opere di carità: l’Ospitale di Santa Maria della Misericordia, quello dei Santi Ambrogio e Bellino, quello di Santa Croce, quello dei Santi Pietro e Paolo.

© Zanotto Luciana

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La Chiesa Domenica di Santa Corona


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© Pettinà Giuseppe Il Tempio Francescano di San Lorenzo

Il Portale di San Lorenzo

© Marino Giorgio

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RESTAURATORI VICENTINI

RESTAURO STATUA DI ANDREA PALLADIO - ARCART

E’ durato circa un mese il restauro della scultura di Andrea Palladio situata nell’omonima piazzetta accanto alla Basilica Palladiana. Il manufatto, opera dello scultore romano Vincenzo Gajassi che lo realizzò nel 1859, è oggi è completamente ripulito grazie alla sensibilità dell’associazione Amici dei monumenti, dei musei e del paesaggio di Vicenza, gruppo che ha finanziato i lavori, eseguiti dall’azienda Arcart di Montecchio Maggiore. La scultura è alta 2 metri e 20 e appartiene al Comune di Vicenza. Il progetto di Arcart, approvato dalla Soprintendenza per i beni storici, artistici ed etnoantropologici per le province di Verona, Vicenza e Rovigo, prevedeva il restauro completo della scultura in marmo bianco e del basamento, in stato di conservazione critica. Si trattava in sostanza di pulire la superficie per poi procedere con la stuccatura e la chiusura delle fessurazioni e infine trattare la scultura con una sostanza protettiva. “E’ stato un intervento di tipo conservativo - spiega Xavier Angelo Robusti, titolare di Arcart - . L’insieme dei dati e delle informazioni raccolte dalle analisi ci ha indirizzato verso un trattamento biocida della pellicola litica, per poi fare una pulitura mirata di tutto l’apparato, la sistemazione di alcune lacune e l’applicazione di un protettivo”. Era indispensabile ridonare un aspetto dignitoso e rispettoso delle trasformazioni naturali. Sono state dapprima eseguite delle prove di pulitura per verificare il metodo più idoneo e meno invasivo. Dopo una pulitura superficiale molto delicata,

lo strato di sporco superficiale, caratterizzato principalmente da polveri e residui di natura organica, è stato rimosso con pennelli in setola morbida. Successivamente sono stati eseguiti dei test con biocidi specifici per alghe e muschi. “Individuato e applicato il miglior prodotto, si è passati alla rimozione meccanica con spazzolini con setole di nylon, rimuovendo i primi strati di alghe. Poi si è provveduto a ripetere il trattamento in maniera localizzata sulle parti in cui persisteva il fenomeno biologico. Alla fine del trattamento tutta la superficie è stata trattata con acqua demineralizzata e sono stati rimossi i licheni manualmente. La pulitura di tutta la superficie è stata eseguita con una soluzione di carbonato d’ammonio, lavorandola con un pennello a setole morbide e tamponando le eventuali colature con una spugna morbida”. Questo primo trattamento risultava ancora insufficiente alla rimozione delle molte macchie scure ancora presenti: si è optato perciò all’applicazione di un impacco di carbonato d’ammonio saturo, miscelato in polpa di carta e sepiolite. A bisturi successivamente sono state rimosse le concrezioni cementizie presenti sulla superficie. Le stuccature, eseguite con una malta composta di calce bianca e polvere di marmo, sono state poi velate con un colore ad acquerello per accompagnarle alla cromia del manufatto. Infine, per scopo conservativo, la statua è stata ricoperta con applicazione di un protettivo a base di silicato di etile.

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RESTAURATORI VICENTINI

DAL ZOTTO ANDREA RESTAURATORE - OmniaLegno Da 4 Generazioni artigiani del legno a Marostica

L’attività artigianale della famiglia Dal Zotto ebbe origine a Marostica ben 4 generazioni fa, con Dal Zotto Giuseppe, mio bisnonno. All’epoca si producevano attrezzature agricole, come rastrelli, gerle, scale a pioli, ecc. perché nelle nostre zone vi era la semplice economia rurale. Anche mio nonno Giovanni Dal Zotto continuò quel lavoro. Con l’ammodernarsi dei tempi mio padre Angelo Dal Zotto iniziò un’attività di falegnameria con le prime macchine utensili, e produceva serramenti e oggettistica col tornio. Ora io, Andrea Dal Zotto porto avanti per la 4° generazione l’artigianato volto sia alla produzione di arredamenti, che al restauro, che alla realizzazione di pezzi artistici, grazie agli studi di ebanisteria, e ai corsi di formazione che periodicamente seguo. Ma l’insegnamento più grande mi è stato tramandato dai familiari miei predecessori che mi hanno permesso di respirare l’aria dell’artigiano fin dai primi anni di vita. Quand’ero un bambino di circa 7-8 anni mi ricordo di aver assistito al montaggio della parete lignea realizzata da mio padre e posta nel Santuario dei Capitelli. Oggi, dopo circa 30 anni, io, assieme a mio padre e al mio figlio di 8 anni siamo nello stesso luogo per restaurare la stessa parete in legno. Trovo che sia di un valore inestimabile l’insegnamento di un’arte attraverso il rapporto generazionale nonno-padrenipote. E’ una cosa che esula dalle specializzazioni che si possono acquisire sui libri o davanti ad una macchina a controllo numerico. Il bagaglio che si tramanda di generazione in generazione oltre a contenere una competenza immensa nell’arte dell’eseguire, è anche ricco di ricordi, di vecchi modi di dire, di termini anche desueti per indicare le attrezzature, tutte cose queste, che riscaldano il cuore. Una cosa che purtroppo è sempre più rara, e per questo sempre più preziosa. OmniaLegno di Dal Zotto Andrea, Marostica (VI) Via Caribollo 51 tel-fax 0424 489800 www.omnialegno.it info@omnialegno.it

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RESTAURATORI VENETI

ARTE E RESTAURO: LA FORZA DEL PASSATO PER GUARDARE AL FUTURO La forza del passato per guardare al futuro Dal 1987 Arte e Restauro ridà luce al patrimonio culturale nazionale ed europeo. Un’azienda con basi solide, perché sono l’esperienza del fare e la passione che garantiscono l’eccellenza del risultato Arte e Restauro è l’unione di più realtà operanti nel restauro culturale. Un’unione nata per mettere a fattor comune competenze e abilità ma anche per andare oltre, innovando allo scopo di garantire elevati standard qualitativi. Opere d’arte, dipinti murali, opere lignee, lapidee, in metallo, mosaici, tele, tavole, marmorini, intonaci. Lavori che si coniugano anche con il restauro architettonico e con l’archeologia, curando direttamente gli scavi, il recupero e la conservazione delle opere rinvenute. Tutto questo è il pane quotidiano di Arte e Restauro, che dal 1987 si occupa di riportare al loro fascino e al loro splendore originale manufatti non solo nazionali. La sua storia infatti è costellata di numerosi interventi di enorme rilevanza artistica, tutti basati su un modus operandi diventato ormai il tratto distintivo aziendale. «Prima del restauro vero e proprio il nostro team di collaboratori analizza gli aspetti storici ed ambientali del bene ed esegue test in laboratorio sui campioni, inclusa la diagnostica fisico-chimica e fotografica, fondamentale per conoscere nei dettagli ed apprezzare correttamente tutta la ricchezza dell’opera d’arte». È questo che sta alle spalle di ogni intervento, un preambolo che secondo i titolari Giorgio Socrate, dott. ssa Costanza Argirò Scarano, ing. Roberto Galeazzo e tutto lo staff si rivela utilissimo per scegliere il percorso più adatto per riportare l’opera al suo antico, e autentico, valore. È grazie a questo know-how e al rapporto sinergico tra i restauratori e gli architetti di Arte e Restauro se oggi siamo tornati ad apprezzare la bellezza della Basilica del Santo, della Sala dei Giganti nel Palazzo Liviano e del Monumento equestre al Gattamelata di Donatello a Padova; di Villa Pisani a Strà; dell’Arena di Verona; della Certosa di Pavia; della Scuola Grande in Piazza San Marco e della Chiesa degli Scalzi a Venezia; di San Domenico a Palermo, della Valle dei Templi ad Agrigento, degli edifici romani a Paestum.

© Menguzzato Carmen

AR S.r.l. Arte e Restauro

Conservazione Beni Culturali dal 1987 ad oggi.

Rispetto della tradizione, impegno nella ricerca e nell’evoluzione della tecnologia applicata al restauro RESTAURO ARCHITETTONICO

RIPROPOSIZIONI DECORATIVE

Prima

RESTAURO BENI ARTISTICI

Durante

Dopo

SETTORE ARCHEOLOGICO

AR Srl - Viale Navgazione interna 49, 35129 Padova - Tell. 049/772027 Fax 049/8070620 commerciale@arpadova.it

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Il curriculum dell’azienda padovana non si ferma in Italia, ma oltrepassa i confini nazionali fino ad arrivare a Baku, in Azerbaijan, con il restauro del Divankhana e del Palazzo Reale; ad Avignone e il Palazzo dei Papi, a Vienna con il Palais Epstein e infine in Piazza Duomo a Salisburgo con il restauro della statua di Maria Immacolata. Concludono i titolari: «Tutte queste commesse ci danno la sicurezza di poter affrontare e risolvere le problematiche più complesse. Ma credo che siano le risorse umane, che insieme a quelle tecniche, rendano possibile lavori di indubbio pregio storico-artistico, anche quando gli immancabili inconvenienti sembrano mettere i bastoni tra le ruote».


Arte sacra/Restauro RESTAURATORI VENETI

IV VICENZAVOGUE

S P E C I A L E

RESTAURO CHIESA DI SAN GIORGIO - ARCART

VICENZA La corrente domenica 27 novembre la chiesa di S. Giorgio sarà inaugurata dopo sette mesi di lavori che hanno interessato in particolare la copertura

Rinnovata la copertura della chiesa Agli occhi di un passante un po’ distratto il cambiamento è quasi impercettibile. Ma è proprio questo il bello del restauro conservativo: restare fedeli all’opera originale, senza per questo coprire i segni del tempo. Così è stato anche per la chiesa di San Giorgio, dove i lavori sono iniziati lo scorso maggio e hanno coinvolto una ventina di persone tra restauratori, operai e artigiani. Sotto il “bisturi” della ditta di restauro Arcart e l’appalto dell’impresa Zambello sono finiti l’aula rettangolare (21,60 x 12,30 mt) e il tetto a due falde dell’edificio romanico. «La copertura soffriva di infiltrazioni perché era priva di guaine e i coppi si spostavano con facilità.

Le pareti laterali e la contro-facciata trattenevano umidità – ricorda l’ingegnere Gabriele Zorzetto, direttore dei lavori –. In più, delle sette capriate che reggono il tetto tre erano compromesse». E così il lavoro, durato sette mesi, è iniziato proprio dall’alto. La prima mossa è stata quella di inserire una guaina impermeabilizzante sul tetto; poi si è passati al trattamento anti-tarlo per le travi in legno e, infine, al consolidamento dell’intera copertura sopra l’aula. «Fatta eccezione per una testa di trave del tutto marcia, non abbiamo operato alcuna sostituzione, ma siamo intervenuti con rinforzi metallici».

L’interno della chiesa di S. Giorgio con i ponteggi

Il team di restauratori e operai si è soffermato, poi, sulle pareti: quelle interne andavano ripulite dagli intonaci del secondo Dopoguerra per lasciare emergere la calce sottostante, anteriore all’anno mille. Diverso il discorso per le pareti esterne, che sono state liberate da quella malta resinosa applicata negli anni ‘80, che non permetteva all’umidità di evaporare. Anche il restauro dei serramenti ha dato il suo daffare: su cinque finestre e tre porte, i vetri sono stati smontati, sostituiti con vetri di recupero e ripiombati. A completare l’opera infine l’impianto elettrico rinnovato, l’ultimo tocco in vista dell’inaugurazione di domenica 27 novembre.

Al lavoro sulle capriate

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Se gli chiedono qual è stata la fase dei lavori più complicata Xavier Robusti, titolare della Arcart, che ha curato il restauro dell’edificio, non ha dubbi. «La stilatura (operazione che consiste nel rifinire all’esterno le connessioni tra i mattoni o tra le pietre di una muratura), eseguita con due malte diverse per rendere il più possibile riconoscibili le pareti costruite prima e dopo il bombardamento». Ma la fatica è stata ricompensata da una sorpresa: «Durante il procedimento abbiamo rinvenuto, inserito nella muratura, un frammento di sarcofago longobardo risalente all’ottavo secolo. Un gioiellino che verrà esposto in chiesa, all’interno di una teca».

Durante i lavori è stato rinvenuto, inserito nella muratura, un frammento di sarcofago longobardo dell’ottavo secolo Progettato nel 2010 e approvato dalla Sovrintendenza lo scorso gennaio, il restauro della chiesa di San Giorgio ha richiesto un finanziamento di 320 mila euro; somma finanziata per un terzo dalla Cei (Conferenza Episcopale Italiana) e per il resto dalla generosità di fedeli e parrocchiani. «Nell’estate 2010 abbiamo fatto domanda per ottenere un contributo dalla Regione – aggiunge Gabriele Zorzetto –. Peccato che i fondi siano stati tagliati a inizio 2011». A lavori ultimati resta, ora, in sospeso solo il futuro dell’area verde che circonda l’edificio sacro. Materia trattata in un secondo progetto che coinvolge la parrocchia vicentina, ma che si trova ancora a livello embrionale. «Si tratta di ripristinare il sagrato e il chiostro contiguo alla chiesa – conclude il direttore dei lavori –. Tuttavia il progetto deve ancora essere completato. Della sua realizzazione si parlerà nel 2012».


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STORIA E ARCHITETTURA

LA CHIESA E IL CHIOSTRO DOMENICANO DI SANTA CORONA: IL RESTAURO DI UN SIMBOLO

© Pettinà Giuseppe

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IL RESTAURO DI SANTA CORONA A cura dell’arch. Laura Leone L’Amministrazione comunale di Vicenza dal mese di aprile 2009 ha dato il via al progetto di resturo della Chiesa- Tempio di Santa Corona che si è concluso nei primi mesi del 2013. Attraverso molteplici interventi di risanamento conservativo gli ambienti e le opere contenute nelle cappelle radiali e nella Cripta sono state riportate agli antichi splendori. La Chiesa-Tempio racchiude 1750 anni di storia medievale, rinascimentale, barocca e di altri periodi storici prestigiosi avvenuti nel corso dei secoli fino ad oggi per ricordare la “testimonianza della Fede tra l’Uomo e Dio” attraverso la presenza della famosa ”Reliquia della Sacra Spina della Corona di Cristo” donata da Re luigi IX di Francia al Frà Bartolomeo da Breganze, arteficie dela sua costruzione nel 1261. La chiesa evoca sia la storia medievale durante la dominazione carrarese e scaligera, seguita da un periodo ricco e fiorente del potere veneziano, sia la vivace determinazione dell’ordine Domenicano nel debellare le eresie dei Catari diffuse nella città. Essa racchiude, come in uno scrigno, le celeberrime opere pittoriche rinascimentali di G. Bellini, L. Veneziano, M. Fogolino, B. Montagna, Veronese, A. Maganza e G. Pittoni e pregiati repertori artistici, ora tutti custoditi nel Museo Diocesano, che rappresentano la sensibilità religiosa dei Vicentini e la presenza di una società colta che ha saputo conservare e trasmettere ai posteri modelli e tradizioni di estrema finezza intellettuale. Eventi e rinascita della società vicentina nel medioevo. Vicenza, intorno al Mille, è circondata da mura di cinta ed è organizzata sulla base di un impianto urbanistico ordinato: si ricostruiscono le case e si completano le aree interne per dare una nuova funzionalità disciplinata alle esigenze dell’uomo. Si aprono nuove relazioni commerciali con Venezia, fioriscono nuove attività artigianali e si verifica un progressivo aumento demografico. La città si adegua ad altre città del territorio veneto e le sue mura si accostano nell’immaginario collettivo all’idea del castello di feudatari e vescovi. Nei documenti del 1074 compaiono cinque accessi alla città: Porta San Felice, Porta San Pietro, Porta Nuova, Porta Berga e Porta Pusterla, successivamente utilizzate per accedere agli ampliamenti delle dominazioni carraresi, scaligere e veneziane. Il periodo di pace ben presto viene interrotto dalle lotte per le investiture. Guelfi e Ghibellini danno il via ad una serie di sanguinose lotte per il potere. Vicenza si schiera contro Federico Barbarossa e combatte a Legnano per l’onore e la Libertà d’Italia. Solo con la Pace di Costanza (1183) Vicenza diviene “Libero Comune” e definisce il suo governo guidato da un Podestà, da un Consiglio Maggiore formato da 400 membri e da un Consiglio Minore di 40 membri. I Consoli al tempo erano votati dal popolo ed esercitavano il potere assieme ai Tribuni e ai Rappresentanti delle nobiltà. Il Vescovo era il rappresentante del regime feudale: egli si considerava arbitro e Signore in virtù della sua elevata autorità e dignità sacerdotale. Vicenza esce da questo periodo luttuoso e crede in una sorte migliore quando stringe un patto di fratellanza con Treviso e Verona, così passa nel 1236 sotto il dominio di Ezzelino III da Romano, stirpe dei Carraresi, vicario di Federico II di Svevia, potente signore di Belluno, Trento, Bassano, Verona, Padova e Brescia. Egli rappresenta il partito imperiale del Ghibellini e durante il sofferto

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© Zanotto Luciana


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© Meneguzzo Roberto

dominio la popolazione gli riconosce significativi meriti: la diffusione della cultura letteraria, la produzione di storie e cronache locali, l’interesse e l’approfondimento della fisica, la ricostruzione della città nelle aree fatiscenti dallo stile romanico e la realizzazione di nuove contrade. Tale sensibilità si accosta alla sfera intellettuale di Federico II (1194-1250) che, divenuto re d’ Italia, diffuse con successo l’interesse del mito classico e introdusse nuovi modelli di cultura nella cerchia intellettuale dell’Italia Meridionale, centro del suo potere. Vicenza segue questi modelli e li interpreta secondo la tradizione locale: apre nuovi orizzonti alla cultura antica e potenzia la già esistente università (1204) subordinata a Padova. Il ritorno alla classicità consolida basi e funzioni ideologiche tra il passato e il presente, contribuisce a mutare l’aspetto sociale, morale, religioso dei cittadini e ha rigenerato l’architettura sostenendo soprattutto modelli cistercensi, diffusi dai monaci d’oltralpe che fin dal sec. XII tessevano fitti rapporti e vantaggiosi contatti con gli altri popoli per favorire la diffusione degli ordini religiosi. Il loro stile architettonico partiva dalla cultura e dell’estetica romanica: facciata semplice, sormontata da un timpano, tipologia a tre navate, un semplice coro rettangolare, assenza di campanili per dimostrare i principi ideali di povertà e di rigorosa severità di linee. Questa architettura, dai risultati semplici ed economici, conferma alcune caratteristiche costruttive nel periodo gotico e la sua divulgazione è più visibile nelle campagne che nelle città. Nell’ambito vicentino hanno sostenuto queste innovazioni gli ordini Francescani (1280) nella Chiesa di San Lorenzo, gli ordini Domenicani ( 1260) nella Chiesa di Santa Corona e gli ordini Agostiniani (1264) nella Chiesa di San Michele.

La Chiesa di Santa Corona nel contesto storico e sociale. Ezzelino III dopo aver subito la sconfitta a Cassano d’Adda, nel tentativo di conquistare Milano e sconfiggere le armate guelfe, viene fatto prigioniero a Soncino nel cremonese dove muore il 27 settembre del 1259, in seguito alle gravi ferite riportate. Vicenza esulta alla notizia e si riorganizza politicamente ed ecclesiasticamente. Il papa Alessandro IV nel 1255 aveva già nominato vescovo di Vicenza Bartolomeo da Breganze, dell’ordine dei Domenicani, figura dotta e di grande prestigio che non volle esercitare subito le sue mansioni nella diocesi per evitare i contrasti con il regime imperiale. Nel frattempo incarichi diplomatici lo avevano portato nelle corti inglesi e francesi e in un’ultima fortunata tappa Luigi IX, re di Francia, gli dona la “Spina della Sacra Corona di Cristo”. Solo dopo la morte di Ezzelino III, vicario imperiale, il vescovo rientrò a Vicenza (1260) e Guido da Porto, procuratore del Comune, acquista terreni verso la zona dell’Isola prospiciente il Bacchiglione per erigere la chiesa in onore della preziosa Reliquia, Santa Corona. L’ingresso dei Domenicani nel luogo prescelto contrastò drasticamente il dilagare delle eresie e favorì la cacciata definitiva dei Catari e degli usurai. A Vicenza i movimenti eretici erano molto diffusi: i Catari desideravano una chiesa meno gerarchica, negavano l’autorità del papa e godevano del sostegno del popolo. Nel XVI sec. prenderà piede anche la Riforma Luterana, ma troverà spazio solo nel ceto nobile, in quanto Lutero credeva che il fedele dovesse interpretare da solo le scritture: ciò spiega il largo condenso nelle le classi sociali più elevate e colte. La chiesa è adiacente al vecchio decumano romano ed è

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collocata in luoghi strategici come la Chiesa di San Lorenzo, presenziata dagli Ordini Francescani e la Chiesa di San Marco, presenziata dall’Ordine Agostiniano. La fortunata posizione è dovuta al fatto di trovarsi in una zona di maggior affluenza di mercanti e di maggior produzione artigianale. Le tre chiese si posizionano in forma triangolare vicine a Porta San Pietro, Porta Nuova e Porta Berga, con al centro il “Peronio”, attuale Piazza dei Signori. Esse vengono ricordate per aver prestato assistenza ai ceti sociali più bisognosi, per aver instaurato relazioni con la popolazione, per aver moltiplicato le architetture in nuovi luoghi e borghi per aver divulgato la cultura. I tre ordini religiosi vivevano di proventi, di elemosine e agivano all’interno della città rispettando un reciproco accordo di confine dei luoghi. Il popolo si sentiva più vicino ai frati e più distante dalla gerarchia ecclesiastica che non aveva mezzi sufficienti per intrecciare rapporti con la gente. Il vescovo esercitava le funzioni religiose nella Chiesa di Santa Maria Annunciata, Duomo della città, e, arroccato nel Vescovado, deteneva l’autorità e il potere dela chiesa vicentina, diversamente dai frati che s’inserivano tra i poveri con opere di carità. Una particolare attenzione viene rivolta ai Domenicani considerati colti e di spiccate inclinazioni a divulgare tra i cittadini la cultura tardo latina, ma non classica, e la lingua volgare (si ricorda Dante Alighieri 1265 – 1321 e il breve soggiorno vicentino di Petrarca nel 1351). La civiltà del tempo leggeva il latino come linguaggio grammaticale, giuridico e liturgico, pertanto era considerato dotto, mentre il volgare era la lingua condivisa da persone meno colte.

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Architettura della Chiesa di Santa Corona. Lo stile architettonico di Santa Corona si rifà inizialmente ai modelli lombardi e cistercensi attraverso linee e forme rigorosamente romaniche, tradotte nella facciata con soluzioni gotiche. I materiali poveri (mattoni rossi) contrastano armoniosamente con le finiture in pietra bianca del rosone delle finestre e del portale d’ingresso, archiacuto e strombato da preziose colonnine esili con capitelli a foglie uncinate. Caratteristica duecentesca è la fitta presenza di fasce di archetti pensili poste sotto le cornici che si snodano elegantemente all’esterno lungo l’andamento degli spioventi della facciata a capanna e delle pareti laterali. La tipologia ricorda l’abbazia di Santa Maria di Follina (1255), vicino a Treviso, ma altre letture architettoniche la vedono ispirarsi ad influenze lombarde come San Francesco di Pavia o la Cattedrale di Lodi o esempi cistercensi di Chiaravalle e di Moribondo (sec. XII). L’interno si presenta a tre navate, dagli spazi scanditi da un susseguirsi di campate con volte a crociera, ingentilite da fughe ogivali di mattoni e da capitelli squadrati dalle forme di falde a semicerchio. La quinta campata della navata centrale, considerata il cuore della chiesa, si diversifica dalle altre per la presenza di pilastri ottagonali con capitelli a foglie di cardo d’ispirazione romanica. Essa costituiva la sede del coro dei monaci. Originariamente l’abside era rettilineo, d’ispirazione cistercense, e solo alla fine del Quattrocento vengono riportate sostanziali modifiche con la realizzazione della Cripta seminterrata (1480-82). La sovrastante costruzione è il Presbiterio con il Coro poligonale eseguito da Lorenzo da Bologna. Ulteriore restauro si riscontra nel 1872-74 ad opera di Luigi Toniato sulle finestre ogivali della facciata, la sostituzione del paramento di mattoni con altrettanto materiale, ma dal colore rosso più acceso, e infine la sostituzione dell’ampia finestra della prima cappella (Fam. Sarego) a destra della chiesa con un’altra, stretta e alta, di richiamo allo stile gotico

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© Ornella Frigo

© Meneguzzo Roberto

© Ornella Frigo


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I TESORI ARTISTICI DI SANTA CORONA: LE CAPPELLE E GLI ALTARI


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All’interno delle navate si può osservare la linearità delle strutture solenni coperte tutt’oggi da calce ed intonaco grigio, spalmati a più strati sulle pareti nel 1630 per disinfettarle dall’epidemia di peste. Sembra che l’intonaco abbia coperto una serie di affreschi, forse rinascimentali, che rivestivano le pareti, importanti al tempo perché rappresentavano le letture dei Santi, di storie bibliche, di contenuti teologici e di descrizioni di mondi spirituali e naturali, dove la natura si accosta a contesti idilliaci, puri e incontaminati (Paradiso) spesso contrastati da presenze inquietanti come la morte e gli spiriti maligni (Inferno). Santa Corona è ricordata per le numerose tombe di nobili vicentini che hanno arredato il pavimento e reso la Chiesa un Tempio commemorativo. Le lapidi marmoree dalle diverse gradazioni coloristiche erano distribuite ordinatamente e fittamente sul suolo come tappeti multicolori e solo nel 1752 alcune lapidi sono state tolte per essere posizionate sul muro perimetrale esterno dell’edificio, mentre le spoglie riposano sia all’interno sia all’esterno della chiesa e del Chiostro Minore, detta dei “Morti”dove erano custodite un tempo solo le spoglie dei frati. Si ricorda anche la tomba dell’ illustre architetto rinascimentale Andrea Palladio, posta inizialmente a terra davanti alla Cappella Garzadori, poi il suo corpo riesumato fu trasferito nel 1845 nel Cimitero Maggiore. La lastra si trova sulla parete sinistra della scala che porta alla Cripta. I nobili hanno contribuito all’ampliamento della Chiesa attraverso la realizzazione di cappelle ed altari impreziositi da opere pittoriche di eccellenti fattezze per mano di famosi artisti rinascimentali. La prima cappella a destra è stata eretta in memoria di Cortese Sarego nel 1386, ultimata nel 1446. Viene destinata nel 1656 ad onorare San Vincenzo Ferreri e più tardi a San Domenico. Nella parte sottostante con molta probabilità esisteva la chiesa dei Catari, sconfitta dai Domenicani. La seconda cappella a destra è stata fondata dalla congregazione di San Pietro Martire nel 1449, poi è entrata in proprietà della fam. Angaran nel 1580. A fianco si apre la porta laterale verso Sud, di accesso all’antico cimitero dei frati domenicani, dove si legge un’iscrizione che conferma la storia della donazione della Reliquia del re di Francia, Luigi IX, al Vescovo Bartolomeo da Breganze e la sua consacrazione nel 1504 da parte del Vescovo Chiericati. L’accesso è protetto all’esterno da un protiro dalle esili colonne che sostengono un’ampia arcata. La terza cappella conteneva dal 1351 le spoglie del Vescovo Bartolomeo da Breganze. La ristrutturazione del 1793-95 ha modificato la destinazione d’uso e il tutto è stato trasferito nella cappella della Sacra Spina adiacente all’ abside pentagonale, per onorare la sua beatificazione. Le pareti riportavano le maestranze del pittore Guidolini, affreschi legati alle vicende storiche del beato Bartolomeo, ora andate perdute. Sotto l’altare, realizzato dal Guidolini, c’erano le spoglie e la famosa Reliquia, poi trasferite durante il restauro del 1850 nella cappella Valmarana seminterrata, sotto il campanile. La quarta cappella, detta del Rosario, è stata voluta nel 1613 dalla Confraternita del Rosario per commemorare nella battaglia di Lepanto, 7 ottobre 1571, la vittoria della Repubblica Veneziana e della Santa Alleanza contro i Turchi. Le preziosità architettoniche dell’altare e scultoree di Giambattista e Girolamo Albanese rientrano nelle caratteristiche ideologiche della Controriforma e nelle grazie stilistiche barocche. Altri pregevoli costruzioni rinascimentali si verificano nella Cappella Barbaran, per mano di Lorenzo da Bologna nel 1482, ottenuta tramite la demolizione del transetto, il suo ampliamento ad Sud e il prolungamento del

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© Menguzzato Carmen

© Menguzzato Carmen


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LA CHIESA E I CHIOSTRI SANTA CORONA

© Editore Gilberto Padoan © Gilomen Betti

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STORIA E ARCHITETTURA

Presbiterio dopo l’abbattimento dell’Abside Maggiore (1478). E’interessante la realizzazione del prezioso Coro ligneo (foto n. 5), di Pierantonio dell’Abate, che rappresenta diversi scorci in chiave geometrica della Vicenza rinascimentale: ogni stallo illustra angoli diversi di strade, di quartieri e di mura con torrioni, ad esempio il Torrione di Porta Castello (foto n. 6) e di nature morte. Particolare attenzione merita l’altare policromo seicentesco (1670) dei fratelli Corberelli, composto da miriadi intarsi marmorei, coralli, lapislazzuli e corniole che compongono soluzioni floreali, geometriche e descrivono singoli episodi religiosi. Si possono osservare anche tre formelle che ricordano le origini di questa chiesa: la donazione della Spina del re di Francia Luigi IX a Bartolomeo da Breganze, l’incoronazione di Cristo con la Corona di spine e Bartolomeo che mentre entra nella città venera la preziosa Reliquia.Nella Cripta sottostante si posiziona la cappella funeraria Valmarana (1576), realizzata da A. Palladio, caratterizzata da un solenne altare dalla trabeazione classica e dalla tomba posta a terra. Nel vano adiacente vengono realizzate da Girolamo Pittoni (seconda metà del Cinquecento) tre statue: Luigi IX re di Francia, il Redentore e Bartolomeo da Breganze, per ricordare le origini della chiesa (foto n. 9). Dietro alle statue è visibile una porticina dietro la quale era custodita la “Sacra Spina”prima del trasferimento nella cappella posta a sinistra dell’abside.

© Fabris Paola

Costruzione pregevole è l’altare cinquecentesco dedicato a San Giovanni Battista, voluto da Battista Graziani Garzadori, che memore del suo viaggio in Palestina la fece costruire per adempiere un voto promesso. L’altare è il più sontuoso. I numerosi intarsi marmorei cangianti che lo compongono creano un’atmosfera di festa e di serenità, mentre le colonne variamente elaborate vogliono ricordare l’ambiente classicheggiante orientale e la natura (palme). Toni coloristici accentuati di giallo, oro, sfumature verdi e soprattutto celesti si avvicinano ai colori della Palestina. L’opera pittorica contenuta al centro dell’altare, “Il Battesimo di Cristo” di G. Bellini, conferma la volontà di dedizione religiosa e di fede cristiana del committente. All’esterno della chiesa, nel Chiostro Minore, si possono osservare le antiche strutture del Convento e dell’ampia Biblioteca domenicana, distrutta dai bombardamenti bellici del 1944 e mai ricostruita. La Loggia dell’Inquisizione un tempo era collocata verso il campanile, poi spostata nel Chiostro Grande nel Seicento, dove è tutt’ora è visibile. A destra la Torre Campanaria, antica quanto la chiesa, sovrasta la struttura con caratteri architettonici di estrema raffinatezza ed è considerata “..la più elegante del Veneto.” La gloria di questo ordine religioso è finito nel 1810 quando, a causa delle soppressioni napoleoniche, la chiesa è divenuta proprietà comunale.

© Vieira Evilayne

© Menguzzato Carmen

© Menguzzato Carmen

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GUIDA AI TESORI ARTISTICI

© Pettinà Giuseppe

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GUIDA AI TESORI ARTISTICI LA CHIESA-MUSEO DI SANTA CORONA – di Daniela Zarpellon Era il 1259 quando Bartolomeo Da Breganze, inviato dal papa in missione diplomatica presso la corte d’Inghilterra, si concesse una sosta presso re Luigi IX di Francia. Incontro provvidenziale sotto tutti gli aspetti, perché il re donò al domenicano Bartolomeo una spina della Corona e un piccolo frammento di legno della Croce di Gesù Cristo. Fu così che Bartolomeo, nominato da poco vescovo di Vicenza, rientrò in città con il dono più prezioso che si potesse immaginare. La reliquia infatti rappresentava non solo uno strumento della protezione divina sulla città, ma anche il simbolo della sua liberazione. L’anno in cui tutto ciò accadde, coincideva infatti con la sconfitta del temibile tiranno Ezzelino da Romano, che per ben 49 anni aveva soggiogato il territorio imponendo il suo dominio a suon di spada. Non è un caso quindi che si sia deciso di iniziare appena possibile, già nel 1260, la costruzione di una dimora degna di custodire una tale icona. E sarà proprio il Comune di Vicenza a farsi carico di erigere la struttura primigenia, in perfetto stile cistercense proprio come i modelli architettonici più in voga in quel periodo. La chiesa sarà ultimata 10 anni più tardi, nel 1270, con il nome di Santa Corona della Vera Spina. Venne affidata ai frati domenicani. Bartolomeo Da Breganze apparteneva infatti a quest’ordine monastico, ma soprattutto i Domenicani avevano nella loro regola la predicazione e la difesa della Chiesa contro le eresie, e in questo momento storico Vicenza doveva liberarsi dell’eredità anche culturale e ideologica degli Ezzelini, noti adepti dell’eresia catara. Ezzelino III da Romano si era sostituito all’autorità ecclesiastica autonominandosi capo della Chiesa Vicentina, e aveva istituito proprio qui, sul colle di Santa Corona, la sede del suo episcopato. E’ evidente pertanto che ci fosse un gran bisogno di rinnovamento, di dare una svolta alle vicissitudini della città, e ci pensò anche Bonifacio VIII che nel 1303 trasferì proprio a S. Corona il Tribunale dell’Inquisizione. La costruzione del tempio più importante di Vicenza determinò quindi un atto di purificazione anche in senso spirituale, oltre che politico come abbiamo già visto.

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Fu subito chiaro il destino del tempio appena eretto: in quanto custode di una preziosa reliquia divenne ambìto terreno di sepoltura per tutte le famiglie aristocratiche della città, che fecero a gara, per secoli, per abbellire il proprio altare chiamando gli artisti più celebri e rinomati a decorarlo. La chiesa di Santa Corona divenne ben presto una chiesa-museo, ed è sotto questo aspetto che vogliamo qui descriverla. La chiesa di Santa Corona è celebre anche per essere stata la prima tomba dove venne sepolto Andrea Palladio, morto nel 1580 forse a Venezia, o forse a Maser, dove stava lavorando alla realizzazione della celebre villa per i fratelli Barbaro. Quando morì Palladio era ben lungi dalla fama che oggi lo circonda. E tantomeno la sua condizione sociale si era accresciuta, benché avesse attivamente contribuito ad soddisfare le velleità ambiziose dei nobili vicentini. Di conseguenza non si sarebbe potuto permettere una sepoltura all’interno della gloriosa chiesa di Santa Corona, che si stava trasformando nel luogo privilegiato delle sepolture dell’aristocrazia locale. Fu grazie alla famiglia del genero, ricco orefice, che Palladio poté essere ospitato nella tomba della famiglia dei Della Fede. Rimase qui fino al 1848, quando al Cimitero Maggiore di Vicenza, appena costruito fuori dalle mura della città in seguito agli editti napoleonici, fu dedicato un monumento funebre al cittadino che nei secoli aveva maggiormente contribuito a rivestire di meritato onore la città berica. Si proseguì quindi alla traslazione della presunta salma di Palladio, scelta in base a criteri a dir poco casuali, in mezzo ad altri 17 scheletri ritrovati all’interno della tomba dei Della Fede. Diciamo che c’è un’alta probabilità che il buon Andrea continui di fatto a riposare in pace all’ombra dei capolavori della chiesa di Santa Corona. Il recente restauro, durato oltre 3 anni, ci ha restituito una chiesa luminosa e magnificente, solenne negli spazi delle sue 3 navate, slanciata ma leggera, austera nell’accogliere fedeli e amanti dell’arte, primizia di architettura gotica in quella Vicenza che stava affrontando i primi veri cambiamenti in senso urbanistico ed architettonico.

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© Fabris Paola

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GUIDA AI TESORI ARTISTICI Entriamo e immaginiamo le pareti interne ricoperte quasi interamente da affreschi durante l’epoca rinascimentale. Erano storie di Santi, descrizioni di mondi terreni e sovrannaturali, dove la natura si affiancava a contesti idilliaci, puri ed incontaminati, spesso in contrapposizione a presenze maligne e inquietanti, nell’eterna sfida tra il Bene e il Male. Dobbiamo soltanto immaginare, purtroppo, tutto questo. Gli affreschi sono stati coperti con la calce in occasione delle innumerevoli pestilenze che, nel passato, decimavano gli abitanti delle nostre città. E purtroppo di fronte alla morìa della popolazione, era l’Arte a dover essere sacrificata. Restano comunque alcuni lacerti di affreschi a ricordarci i colori con cui la nostra chiesa era ricoperta. Basterà voltarci indietro, appena entrati in chiesa, per scorgere sulla controfacciata una splendida Madonna dei Turchini affrescata nel corso del XVI secolo da Alessandro Verla. Passeggiare lungo le navate del tempio di Santa Corona è un pò come trovarsi lungo le gallerie di un museo. Lo sguardo viene catturato immediatamente dagli altari della navata sinistra. Il secondo, un capolavoro in pietra di Vicenza, eretto nel secondo decennio del XVI secolo da quei Maestri della pietra che avevano fondato la bottega dei Pedemuro, in cui apprenderà il mestiere di scalpellino anche un giovane Andrea Di Pietro della Gondola prima di diventare il più celebre Palladio. L’altare Porto Pagello è un capolavoro di perfetta armonia fra le arti: la scultura dell’altare si fonde magistralmente alla perfezione con la splendida pala di Bartolomeo Montagna, che vede un’insolita Sacra Conversazione dove la protagonista è Maria Maddalena, seduta sul trono, con a fianco i padri della Chiesa Agostino e Girolamo, accompagnati dalle sante Paola Romana e Monica.

© Menguzzato Carmen

© Fabris Paola

E poi poco più avanti l’altare Garzadori, spettacolare e mistico, imponente e divino. Altissimo esempio di scultura protorinascimentale in terra berica, l’altare è eccezionale per la decorazione esuberante in pietra tenera di Vicenza, ornata da rocce colorate provenienti dalla Palestina, dove il committente si era recato. Ghirlande di fiori e frutta incorniciano figure mitologiche e sfingi, delfini e stambecchi sembrano giocare con rappresentazioni sacre, mentre gli intarsi marmorei cangianti creano un’atmosfera di festa e di serenità. Toni coloristici accentuati di giallo, oro, sfumature verdi e soprattutto celesti si avvicinano ai colori della Palestina, così come ci ricordano gli alti fusti delle colonne dalle fattezze simili a dei tronchi di palma. L’alchimista di tale opera di pietra fu Rocco da Vicenza, anch’egli uscito dalla vivace bottega dei Pedemuro, agli inizi del XVI secolo. Splende poi sull’altare il capolavoro indiscusso della nostra città, il Battesimo di Cristo, opera maestosa di Giovanni Bellini. La figura ieratica di Gesù Cristo, diafana e solenne, è il centro gravitazionale di tutto l’altare. La linea scompare per dare spazio ai colori, i veri protagonisti del dipinto, alternati in macchie di giallo , rosso e blu da un lato, e verde intenso dall’altro. Il padre della pittura veneta esprime qui al meglio quel cambiamento epocale dell’arte figurativa italiana che prenderà il nome di Tonalismo, e che vedrà tra i suoi maggiori epigoni Giorgione, Carpaccio e Tiziano. E’ una pittura atmosferica quella di Bellini, in cui sono percepibili l’aria e la luce che circolano liberamente tra le figure, come un connettivo dorato e avvolgente che le lega allo sfondo, dove si intravvede un paesaggio tipicamente veneto. Ci si avvicina così alla zona del presbiterio, ampliamento rinascimentale della chiesa operato da Lorenzo Da Bologna negli anni 80 del 1400. Si scende in cripta, ampia zona dove un tempo i frati si radunavano per le lodi e i vespri, e dove incontriamo l’unico esempio di architettura sacra palladiana perfettamente conservato e visitabile in città: la cappella Valmarana, progettata dal grande architetto sul modello dei monumenti funerari romani, compatta e perfetta secondo i canoni del classicismo palladiano. Salendo invece la gradinata si accede al presbiterio, sormontato da una volta a botte che si chiude con un’abside a 7 piani, in un perfetto equilibrio verticale. Al centro si staglia l’altare maggiore, in un tripudio di marmi variopinti, coralli, corniole, lapislazzuli, diaspri e madreperle, una tavolozza di colori di reminiscenza neobarocca realizzata nel corso del XVII secolo. Fu il caparbio Frate Bovio da Feltre a volere la costruzione di un nuovo altare, essendo il precedente in legno molto piccolo, quindi ormai sproporzionato viste le dimensioni della chiesa dopo l’ampliamento quattrocentesco. Oltre a preoccuparsi lui stesso di procurare i

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LE 14 OPERE D’ARTE DI SANTA CORONA descrivendo gli aspetti compositivi delle quattordici celeberrime opere pittoriche di Giovanni Bellini, Lorenzo Veneziano, Marcello Fogolino, Bartolomeo Montagna, Paolo Caliari detto il Veronese, Alessandro Maganza e Giambattista Pittoni. Il complesso di Santa Corona è patrimonio del Comune dal 1810, in seguito alla soppressione degli ordini monastici del periodo napoleonico. Il Museo visto come spazio ideale per allestire e rivalutare ogni singola opera, Gli scorci prospettici della città, illustrati nelle opere (“Madonna delle Stelle” di M. Fogolino), e le nuove ricerche progettuali delle figure che confermano i modelli tradizionali del rinascimento, dettati da un rigore compositivo di perfezione, rappresentano il riflesso di una società raffinata ed intellettuale. I dipinti suggeriscono le nuove tecniche razionali che includono anche l’aspetto coloristico con ombreggiature e sfumature che esaltano le proporzioni, le anatomie del corpo e soprattutto gli atteggiamenti. Si possono osservare nei dipinti le continue ricerche di perfezione, dai risultati eccellenti, che convergono in egual misura nella sfera emotiva e sentimentale, atte a coinvolgere spiritualmente il fedele e a proiettarlo in un mondo irreale. Il rinascimento sostiene il mondo umanistico con la certezza che l’uomo, la religione e l’ambiente debbano intrecciare rapporti sereni e piacevoli, nella convinzione di aver raggiunto un elevato grado di perfezione, per cui l’Uomo e il Creato ( paesaggi e ambienti architettonici) assumono aspetti fantastici e si accostano al clima della Riforma Protestante, ben tollerata dalla sfera intellettuale italiana, e al desiderio di ritornare alla purezza originaria del Cristianesimo. L’arte religiosa ha trovato le sue fonti d’ispirazione nella quotidianità, nella vita di corte e negli ambienti raffinati della committenza, di conseguenza anche le immagini assumono aspetti aulici, dalle rievocazioni di ambienti convenzionali aristocratici, dove i soggetti sacri diventano le occasioni per descrivere minuziosamente le figure dagli abiti eleganti (“Madonna delle Stelle” di L. Veneziano e “Santa Maria Maddalena tra i santi Girolamo, Paola, Monica e Agostino” di B. Montagna). L’ambiente circostante diventa l’opportunità di presentare animali esotici, domestici, di razza, soldati con corazze, gonfaloni ed elmetti volute dagli stessi committenti per rafforzare la propria posizione sociale (“Adorazione dei Magi” del Veronese). In tutte le opere pittoriche si possono ammirare le nuove tecniche innovative precise e rigorose, dove le masse dense di colore generano dolci modulazioni dai toni sfumati che definiscono i contorni, in assenza di un disegno di base, rendendo il tutto più armonioso ed emozionante. Sono i colori caldi veneziani a dominare la scena, con le differenti sfumature tonali molto care al Bellini, ma da tempo sperimentate da Mantegna e da Leonardo da Vinci durante il suo soggiorno veneziano. Anche le molteplici visioni prospettiche dello spazio architettonico sono rafforzate dal colore, dove l’inserimento delle figure, spesso assorte nella propria meditazione, si dispongono secondo le regole geometriche delle proporzioni, mentre i cieli tersi, la dolce luminosità, la vegetazione e i paesaggi, prevalentemente veneti, esaltano la bellezza incontaminata della natura, sinonimo di purezza (“Battesimo di Cristo” di G. Bellini). Le 14 opere appartengono alla Chiesa-Tempio di Santa Corona, eretta nel 1260 dal Vescovo Bartolomeo da Breganze, dopo la morte di Ezzelino III da Romano, detto il Tiranno (1259), potente Signore dei territori di Vicenza, Belluno, Trento, Bassano, Verona, Padova e Brescia. Il Vescovo ha realizzato la struttura a testimonianza della “fede tra l’Uomo e Dio” contro l’eresia presente in città e l’ha affidata all’Ordine Domenicano. La chiesa, nel corso dei secoli, ha custodito una preziosa Reliquia, la” Sacra Spina “ della Corona di Cristo offerta dal re di Francia Luigi IX a Bartolomeo di Breganze, ora conservata nel Duomo. L’edificio religioso si pregia con fierezza di altri raffinati repertori artistici che risalgono al 1797, quali oggetti di oro e argento, reliquiari, paramenti sacri e suppellettili liturgiche, non ancora catalogati, ma c’è la volontà di riordinare i 1180 oggetti per restaurarli ed restituirli al pubblico come interessante lettura del tempo e della storia vicentina, perché rappresentano da secoli la reale testimonianza del “messaggio Cristiano e di Fede” vissuta con partecipazione ed entusiasmo dalla sua popolazione . leone

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GUIDA AI TESORI ARTISTICI

materiali per realizzare l’opera, chiamò da Firenze la bottega dei Maestri Corberelli per la realizzazione del magnifico altare. Il capoluogo toscano era uno dei centri più rinomati a livello internazionale nella produzione di manufatti marmorei. In pieno Rinascimento, infatti, venne creato l’Opificio delle Pietre Dure, da cui escirono le maggiori gemme del genere. L’anziano frate mecenate stipulò un contratto a dir poco estenuante con i maestri fiorentini, voleva veder realizzata l’opera prima di morire, e a ritmi serratissimi l’altare verrà completato nel 1686, vent’anni dopo. Su uno sfondo nero intenso di basanite, o pietra di paragone, si leggono sulle mense dell’altare episodi legati alla chiesa e alla storia di Vicenza, oltre che racconti tratti dall’Antico Testamento.

Sul transetto destro sorge una cappella tra le più antiche della chiesa, la cappella Thiene, chiamata aurea perché era dipinta con figure dorate, il soffitto era azzurro e seminato di stelle. È evidentemente una cappella funeraria, con i due sarcofagi di Giovanni e di Marco Thiene, condottieri al soldo degli Scaligeri e dei Visconti nel corso del 1300. Il marmo rosso di Verona incornicia i resti di quello che dovrà essere stato certamente un pregevole affresco di Michelino da Besozzo, esponente del gotico internazionale ed operativo nel cantiere del Duomo di Milano, in via di costruzione proprio in questi anni.

È curioso il paliotto sul fronte principale, a destra, dove si vede l’apparizione della Vergine Maria a Monte Berico, con testimoni Vincenza Pasini e San Vincenzo, fino ad allora patrono della città. Sullo sfondo un palazzo della Ragione pre-palladiano, dove mancano le celebri logge a serliana, testimonianza quindi di come si presentasse il nostro monumento in epoca gotica. Dalla mensa si innalza un tempietto, composto da colonne corinzie in marmo rosso, che si restringe sempre più fino alla sommità dove si erge una statua del Redentore.

Basta voltarsi nuovamente verso l’abside per scorgere un’altra eccellenza nell’arte dell’intarsio, questa volta su legno. I dorsali degli stalli del coro sono un capolavoro quattrocentesco eseguito da Pier Antonio degli Abati, artista modenese vicino alla bottega dei Canozi. Attraverso una scelta sapiente delle diverse essenze del legno, immerse in particolari oli bollenti in maniera da far prendere loro colorazioni e sfumature differenti, l’artista riesce ad accostare tasselli e schegge con abilità e perizia, in modo da ricreare vedute di una città immobile, dove la presenza umana non è prevista, sotto una luce immota e senza tempo. Ma se guardiamo con attenzione, invece, riusciamo a riconoscere qualche scorcio che ci è familiare: un torrione che assomiglia a quello del Castello Scaligero, ormai distrutto, in prossimità della Porta Feliciana (oggi porta Castello); dei portici come quelli che usualmente venivano costruiti sotto le abitazioni nei borghi medievali di Santa Lucia, o attorno alla chiesa di San Rocco. Ad uno sguardo attento possiamo dire che, sì, questa è proprio la rappresentazione della città di Vicenza. Non di certo come la vediamo noi ora, ma sicuramente come la vedeva il nostro artista, nel XV secolo, una città che stava assumendo una forma e una fisionomia ben precise.

Opposto all’altare Garzadori troviamo, sulla navata di destra la magnifica cappella del Rosario. La cappella celebra la vittoria della flotta della Serenissima sui Turchi, rivali di sempre sul Mediterraneo, ottenuta a Lepanto nel 1571. Eretta qualche decennio più tardi, per volere della Confraternita del Rosario, è un perfetto esempio di arte della Controriforma. La Vergine del Rosario che aveva protetto i marinai veneziani durante la battaglia, svetta austera al centro dell’altare, circondata dalle statue dei santi domenicani che hanno interceduto per la vittoria, san Tommaso e Santa Caterina da Siena. Splendono tutto attorno alle pareti della cappella le tele della scuola dei Maganza, dediti ad una pittura didattica, in pieno clima controriformista. Rifulgenti di luce barocca riconosciamo episodi biblici ufficiali, affiancati a storie tratte dai vangeli apocrifi: tutto andava bene in un’ottica educativa e protezionistica della Chiesa, minacciata ora dalla imperversante riforma protestante.

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© Giuseppe Pettinà


© Pettinà Giuseppe


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GUIDA AI TESORI ARTISTICI

© Roberto Meneguzzo

Torniamo a calmare il nostro sguardo ora davanti al secondo capolavoro pittorico della nostra chiesa, l’Adorazione dei Magi di Paolo Veronese. Collocata in origine nella cappella della Sacra Spina, la grande tela si trova ora nella terza cappella di destra. L’esuberanza dell’artista, appassionato esponente della pittura veneta rinascimentale, si traduce in una scena affollata di personaggi esotici, avvolti in mantelli sgargianti, dove la lettura dell’effetto finale è data non dal dettaglio in sé, ma dall’insieme dei contrasti: i pieni contrapposti ai vuoti, la luce dove non c’è il buio, i colori primari uno accanto all’altro. L’effetto è tuttavia bilanciato ed armonioso, lo sguardo trova serenità nel punto dell’orizzonte dove l’azione si arresta per un attimo, per ripartire irruenta subito dopo. Il Veronese è un sapiente calibratore di emozioni, e ce lo ricorda la posa del Bambino, così naturale e realistico di fronte alla confusione generata dai visitatori che gli porgono omaggio. Una nota a parte merita la Sacra Spina, a cui è dedicata la nostra chiesa, e che ha trovato collocazioni diverse nel corso del tempo. Ora è custodita, speriamo temporaneamente, presso il Museo Diocesano di Vicenza. La Spina arrivò in città tramite Bartolomeo da Breganze, che pare la portasse legata al collo, all’interno di un medaglione di arte orafa francese del XIII secolo. Venne subito realizzata un’apposita cappella per custodirla, nel transetto sinistro, a fianco della porta che conduce alla sacrestia. Rimase qui fino al 1520, quando fu traslata nella cripta, all’interno di una nicchia nella parete di fondo, proprio dietro alle statue del Redentore, Luigi IX e Bartolomeo da Breganze, opere cinquecentesche di Girolamo Pittoni. Dalla metà del 1800, invece, trovò collocazione sotto al campanile, in un vano appositamente creato: una piccola stanza protetta da grossi muri, al di sopra di un piccolo altare in legno. Ed è proprio qui che con molta probabilità farà ritorno una volta ultimato il restauro dell’ambiente della sacrestia: il vano verrà messo in sicurezza per proteggere la mistica reliquia ed il prezioso reliquiario. Quest’ultimo, in argento dorato è

un insieme di manufatti artigianali realizzati dai mastri orafi vicentini, la cui fraglia è antichissima e tutt’oggi presente come attività di spicco per la nostra città. Rappresenta una coppa, alla sommità della quale è racchiusa una minuscola capsella rettangolare, tradizionalmente donata da Luigi IX a Bartolomeo da Breganze, la stessa che lui portò appesa al collo quando rientrò in città nel 1260. La corona di spine pare essere stata realizzata direttamente da Bartolomeo, è munita di lunghe spine decorata di gemme colorate. Il fusto fu aggiunto un secolo più tardi, e alla base riporta figure smaltate rappresentanti Cristo, il vescovo Bartolomeo, e alcuni santi domenicani legati alla storia della Sacra Spina. Un’esperienza avvolgente, quella che ci offre la chiesa di Santa Corona, nata per custodire una preziosa reliquia si è fatta a sua volta scrigno di preziosi tesori. Un tuffo nella storia spirituale ed artistica di Vicenza, dove ragione e sentimento convivono nello spazio di una vera e propria galleria di capolavori.

© Carmen Menguzzato

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Daniela Zarpellon Guida turistica web: www.giravicenza.it email: info@giravicenza.it


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ARTIGIANI ARTISTI

FRATELLI GUERRA Geniali, creativi, ma soprattutto meticolosi esecutori di un mestiere che in fatto di duttilità e tradizioni ha pochi rivali, i fratelli Guerra sono specializzati in lavorazioni che variano dall’acciaio, alle forgiature, dai progetti di design, al restauro e alla riproduzione di pezzi antichi. Le loro soluzioni tecniche più originali permettono di realizzare ambienti suggestivi, risolti con maestria, precisione e grande professionalità.

Lavorazione ferro, ottone, rame, e acciaio inox. Fratelli Guerra - Via Brenta, 12/A - 36010 Monticello C. Otto (VI) - Tel. 0444 596922 - Fax 0444 298231 e-mail: info@fratelliguerra.it - web: www.fratelliguerra.it

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ARTISTI ARTIGIANI

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ARCHITETTI&INGEGNERI

NUOVO CENTRO COMUNITARIO PARRCOCCHIALE NEL QUARTIERE DI SAN PIO X Pistore, coadiuvato da don Enrico Pajarin, coordinatore con spiccata attitudine nel coinvolgere positivamente ed attivamente tutte le maestranze che hanno dato vita ai lavori. L’edificio è stato costruito nell’angolo nord ovest della proprietà, in un’area che prima era dedicata a campo da basket e in parte a verde incolto. Si articola su due livelli serviti da una scala interna, un elevatore fruibile anche dai disabili ed una scala esterna di emergenza. Al piano terra è prevista una grande sala polifunzionale di oltre 200 metri quadri, due grandi aule di cui una per gli Scout, la portineria, i bagni e un locale caldaia con accesso esterno. Al primo piano invece ci sono otto aule con relativi sevizi igienici, dedicate alle attività parrocchiali.

Dopo oltre un anno di lavori è ormai una realtà il nuovo centro comunitario parrocchiale del quartiere S. Pio X a Vicenza, che sarà inaugurato la corrente domenica alle 10 con la Celebrazione Eucaristica presieduta dal Vescovo Beniamino Pizziol. L’opera, realizzata su progetto dello Studio Architetti Pollini e Smania di Vicenza e con direzione dei lavori affidata allo Studio Piovan di Vicenza, è stata realizzata nei tempi previsti con qualche interruzione dovuta alle sospensioni meteo, a cui è soggetto qualsiasi cantiere. “Il nuovo Centro Parrocchiale accoglie al proprio interno le due nuove sale polifunzionali e le ampie aule a servizio della comunità - spiega Gianni Piovan, titolare dello Studio Piovan e direttore dei lavori - . La forma della struttura si svolge ad L rovesciata e diviene quinta del cortile posto nel retro della Chiesa permettendo di definirne in questo modo uno spazio protetto e fruibile. Le soluzioni estetiche e di finitura dell’intero complesso si armonizzano con il contesto esistente, rivelando alcune spiccate particolarità costruttive integrate fra loro, come ad esempio i mattoni lavorati a sorelle e l’innesto delle strutture in ferro a portale, e ancora i serramenti di largo respiro con vetrate suddivise con rigoroso metodo ritmico”. Fin dall’inizio il progetto di questa importante opera è stato seguito con amorevole trasporto dalla comunità e da molti suoi delegati della Commissione Tecnica Parrocchiale a stretto contatto dapprima con il precedente Parroco don Domenico Pegoraro, successivamente con il nuovo Parroco don Ferdinando

L’ingresso ha un ampio porticato che si affaccia sul piazzale interno. Alcuni particolari interessanti della struttura sono il tetto in rame e le facciate esterne realizzate come già detto in mattoni “a sorelle”, cioè con file parallele di mattoncini. I serramenti sono in metallo a taglio termico con vetri selettivi. Una grande copertura con cornicione sottolinea l’orizzontalità dell’intero edificio, inglobando nell’estremità sud l’elemento indipendente della scala esterna. L’edificio riprende la continuità dei materiali utilizzati per la vicina chiesa. Tutto l’edificio è completamente accessibile e privo di barriere architettoniche con rampe di adeguata pendenza, come stabilito dalle normative in vigore. Ognuno dei due piani è dotato di bagno per disabili e tutti i corridoi e le aperture dimensionati per il passaggio di carrozzine. Come aveva già fatto notare a suo tempo don Enrico Pajarin, il nuovo edificio polifunzionale è un’opera molto importante per la Parrocchia ed è nato dall’esigenza di avere una struttura unica dove accorpare le varie attività che prima erano dislocate in diversi punti disarticolati tra loro. Il nuovo edificio è dunque più funzionale e servirà le varie esigenze di una comunità di ottomila persone. Lo studio tecnico e di progettazione Piovan & Partners Consulting offre servizi di progettazione architettonica ed edilizia, direzione dei lavori, consulenza immobiliare alle imprese e agli operatori, Project Management, consulenza tecnica ambientale e bonifiche, rilievi topografici e catastali, valutazioni immobili e stime per enti ed istituti finanziari, consulenza e progettazione di lavori pubblici.

EDILCOSTRUZIONI di Callegaro & Zuf fellato S.p.a.

L AV O R I P U B B L I C I , P R I VA T I E I N D U S T R I A L I L AV O R I S T R A D A L I A C Q U E D O T T I - F O G N AT U R E ESECUTORI DELLE OPERE EDILI DEL CENTRO PARROCCHIALE V i a S a l g a r e l l e , 4 - 3 6 0 4 5 L o n i g o ( V i ) - Te l . 0 4 4 4 / 8 3 0 7 3 3


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ARCHITETTI&INGEGNERI


VICENZAVOGUE A cura di Luciano Parolin

TRADIZIONI VICENTINE

LA TRADIZIONE DELLA RUA, DEL PALIO E DELLE MUSE

© Marino Giorgio

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TRADIZIONI VICENTINE

La Festa del Corpus Domini di Giovedì 20 Giugno 1680 Da quando Papa Urbano IV° ne fece una solennità pubblica nell’anno 1264, i popoli Cattolici l’hanno onorata, a Vicenza si celebrò con grande magnificenza il giovedì 20 giugno. Si racconta che nelle province del Rè di Spagna tutti i Cattolici scendono per le strade mentre il Corpo di Cristo viene portato in processione. In Francia, tutti abbelliscono le case e strade. In alcune strade di Parigi sono adeorne di gioie, argenteria e oro. Il Santissimo viene adorato dal Popolo con la benedizione del Vescovo. A Roma si festeggia tra la maestosa colonnata di San Pietro, fatta da Alessandro VII°, i Cardinali camminano a due a due, preceduti dai parenti. Il Papa viene portato sopra una specie di trono, sostenuto dagli Svizzeri. Per stupendi che siano quelli spettacoli, non offuscano la gloria di Vicenza, nella pompa di questo giorno. Due sono le bellezze di questa città “La Ruota o Rua” e la corsa del pallio “cursus ad brauium” La Ruota, è una macchina alta 50 braccia (1 braccio = 0,650 m.) piena di figure e personaggi concernenti tutti la festa dell’Eucarestia, il Corpus Domini. La Giustizia è in mezzo, sotto forma di una Citella (ragazza) seduta, coronata, colla bilancia e la spada in mano, per esprimere la presenza di Dio dove ella s’osserva, la felicità dei popoli che la riveriscono. La Giustizia è sicura sotto la protezione del Leone di San Marco, simbolo perpetuo della Serenissima Repubblica. La cima dell’architrave è ornata dall’arme di Vicenza, cioè la croce d’argento in campo rosso, alla quale pare che le scolpite figure portassero rispetto, riconoscendola per il mistero della salute umana. Più sotto è la Ruota exagona gira in mezzo, nella quale sei fanciulle, disposte in altrettanti ricchi mobili, vengono portate in giro (rotazione) restando sempre sedute e con le mani sull’asse. Questo continuo moto raffigura assai bene le vicende della vita umana, sempre dalla fortuna o dalle passioni agitata. Ci troviamo or sù or giu, cioè nelle allegrezze o nelle afflizioni, senza nessuna speranza di quiete. Da nessuna altra cosa vien così dimostrata la grandezza di Dio e la miseria degli uomini. Vicenza, oppressa tante volte dai tiranni, gode una soavissima libertà, sotto la protezione della Serenissima Repubblica. Le figure che ornano la macchina, portano scudi intagliati dalle armi dei signori deputati, cioè dei suoi protettori. Sulla cima si vede un giovane vestito d’Angelo, con le ali dell’Eternità che tiene nelle mani l’insegna della croce, come per autenticare l’esito di quel che fu promesso a Costantino, che in quel segno si vince sempre. La Religione Cristiana era penetrata sino ai confini del mondo. Viva la Croce. Il peso e l’altezza di questa macchina comporta qualche pericolo, però non si è mai rovesciata, pur essendo portata in processione da ottanta facchini per tutta la città. La sua origine appare incerta, ma è tradizione che da un Nobile Vicentino a cui è stato dato il Campo Marzo, con la condizione che si onorasse la processione del Corpus Domini con questo pomposo spettacolo e cerimonia di pace simile a quella del Carroccio.

L'altra bellezza di Vicenza è la corsa del palio che è il pubblico segno della felicità per la recuperata libertà da Romano d’Ezzelino del 1260. Per santificare la Festa si unirono i due festeggiamenti. La tradizione è accertata dalle cronache e sostenuta dalla famiglia Ceratta Orsina, principale fazione Guelfa. Si fa ogni anno alle ore 22, i Signori Deputati non mancano di premiare i vincitori con quattro braccia di velluto (cremisi). I Rettori, sopra un palco preparato in strada, ai piè del quale vi è una corda (spago) come linea d’arrivo. L’eccellentissimo Capitano Grande; Benedetto Capello presenta alla folla i cavalli pretendenti alla gloria della celerità, appena partiti erano dall’altro canto della città. La Vittoria fu dichiarata per un Barbaro baio che, alcuni giorni prima era costato solo dodici doppie. Il conte Garzador aggiudicò il premio. Venerdì 21 giugno La giornata fu tutta consacrata alle Muse. L’Accademia Olimpica organizzò nel bel Salone del Teatro Olimpico un incontro tra Nobili. Il principe Leonardo Trissino e il conte Alfonso Capra pubblicarono una compitissima orazione per esortare le dame ad iniziarsi in questi eruditi misteri. Furono recitate le composizioni per le solenni funzioni. In ogni luogo, ogni casa furono celebrate infinite funzioni, da per tutto banchetti, balli, allegrie, tutte le piazze erano piene di forestieri. In Campo Marzo, il divertimento era tra i più belli del mondo, essendo quel mirabile anfiteatro fabbricato dalla natura tra i Colli (Berici) e la Città. Ogni sera era frequentato da persone di qualità, ch’andavano a godere il fresco. Intanto ognuno rifletteva sulle tre giornate di festa, quella del martedì di tipo militare e trionfante come in antica Roma al Colosseo. La festa del Giovedì fu tutta sacra, con grande dedizione al trasporto dell’arca, conforme al vecchio Testamento. Splendida la pompa del Venerdì celebrata tra un applauso generale, col titolo di GAUDIUM VICENTINORUM come ai tempi di Costantino. Giovan Battista Pasquati – Dedicate ai Signori Deputati di Vicenza

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VICENZAVOGUE A cura di Anna Baldo Foto di Gianluca Polazzo

ASSOCIAZIONI ARTISTICHE

I CANTORI DI SANTOMIO

Nello splendore ritrovato del Tempio di Santa Corona le emozioni del fare musica si moltiplicano e si arricchiscono delle suggestioni che giungono da ogni parte, come riverberate da architettura e pittura. In un luogo così, la suggestione delle armonie che prendono forma e si liberano nello spazio acustico si fa più intensa e avvolgente. Prima di iniziare serve, in un certo senso, metabolizzare l’impatto che il maestoso edificio ha, inevitabilmente, su ciascuno di noi, e ritrovare quell’unità che si avverte quando, grazie alla musica, ogni singolo componente si sente parte del tutto. Per ogni corista, cantare è un’esperienza che si rinnova, ogni volta con sfumature diverse anche grazie al luogo che lo contiene, e che risuona assieme alle voci. Contesto di assoluto prestigio, il Tempio di Santa Corona è stato proposto dagli organizzatori del Festival Biblico come sede del concerto “Cantare la fede”, che ha visto I Cantori di Santomio per la prima volta ospiti della rassegna vicentina dedicata alle forme della spiritualità. Un incontro nato sul tema della fede come dialogo tra divino e umano, parola interpretata come poesia e come canto.

rappresentative dell’arte vicentina, anch’esso restituito nella sua originale maestosità. Dopo la tappa cittadina di inizio estate, I Cantori di Santomio stanno preparando l’appuntamento più atteso della vita del coro, il concerto in memoria del maestro fondatore, Piergiorgio Righele, che tradizionalmente si tiene nella chiesa di Santa Libera, a Malo, e che quest’anno avrà una particolare nota di rarità. Sabato 5 ottobre si eseguirà infatti la Missa Sancti Johannis di Antonio Caldara (Venezia 1670 – Vienna 1736), per coro, soli e orchestra. Opera non presente nei cataloghi a stampa, è stata trascritta di recente da Nicola Sella, il direttore del coro maladense. In questa occasione, I Cantori di Santomio saranno accompagnati dall’Orchestra Andrea Palladio, diretta da Enrico Zanovello.

I testi sacri della fede cristiana, posti in musica attraverso i secoli, si sono intrecciati alla declamazione di versi di rara potenza espressiva. Le voci dei Cantori si alternavano con quella della voce recitante di Liliana Boni. Una molteplicità di stimoli, estetici e meditativi, sulla quale si stagliava, netto, quello che era forse il vero protagonista della serata, centro di attenzione che nessuna prospettiva può intaccare: il Battesimo di Cristo del Bellini, una delle opere più

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ASSOCIAZIONI ARTISTICHE

I Cantori di Santomio “Cantare la fede” - Festival Biblico 9 giugno 2013 nel Tempio di S. Corona Liliana Boni (voce recitante) Nicola Sella – direttore

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VINCITORE PREMIO SCORCI TEMPORANEI BOMBASIN MARTINA Da un po’ di tempo mi soffermo riflettendo sulla stessa domanda “quando fotografo mi emoziono o cerco di sospendere il momento unico ed irripetibile che sto fissando nell’immagine?” Forse le due cose non si escludono affatto. Da ragazzina, in modo quasi istintivo, ascoltavo ciò che le persone mi comunicavano con i loro movimenti, esploravo le loro espressioni, il gesticolare delle mani, il modo di camminare, gli sguardi, i sorrisi, volevo capirli. Oggi il mio “sesto senso artificiale” mi permette di registrare l’immagine e di darle una libera interpretazione, un “soul” arbitrario, soggettivo: ognuno, riguardandola, potrà godere di suggestioni autentiche. Da quando mi sono ritrovata e immersa in questa dimensione meravigliosa, “noi”, siamo alla ricerca della luce primordiale che ogni cosa dinamicamente emana ma che oramai sfugge alla nostra occhiata fugace troppo spesso scollata dal subconscio. Perché la luce senza anima non si sente e non si vede e se il mondo é l’occasione per esprimerla la foto è l’occasione per sublimarla. La vita, distrattamente catturata dall’occhio ora è scolpita nel tempo da uno scatto. Un semplice “click” può racchiudere un segreto intimo. Ma a volte non è semplice entrare nel profondo anche se questo vuol essere osservato: manca il tempo ma soprattutto la volontà. Martina Bombasin

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CONCORSO “FOTOGRAFARE VICENZA”

VINCITORE PREMIO SCORCI URBANI DALLA GASSA GIOVANNI Giovanni Dalla Gassa, classe 1972, è un fotografo per passione. Autodidatta, inizia a dedicarsi alla fotografia pochi anni fa, solo per divertimento, per immortalare i paesaggi delle passeggiate domenicali, forse per rallentare il ritmo della camminata con gli amici. Da subito, ama i semplici dettagli della natura nascosti, ma meravigliosi: rivoli d’acqua, piccoli fiori di campo, sguardi degli animali da cortile… Poi, scatto dopo scatto, decide di dare un supporto teorico alla sua attività e frequenta alcuni corsi nella sua provincia, Vicenza. Consapevole di avere molto da imparare, partecipa a più workshops per confrontarsi con maestri, l’ultimo Gianni Berengo

Gardin, ma anche per il gusto di condividere intuizioni con altri colleghi. Nel contempo i soggetti si ampliano: agli elementi della natura si aggiungono scorci urbani e persone comuni, reali, perché non c’è nulla di più straordinario dell’ordinaria vita quotidiana. La fotografia per Giovanni è soprattutto luce. Lo scatto è l’unico momento che conta, è l’attimo che emoziona e, fissato, può far emozionare di nuovo, è il valido motivo per cui alzarsi all’alba quando si sveglia il sole, la città, il mercato… ecco perché la post-produzione è ridotta al minimo. Per contatti scrivere a: gdgfotografo@gmail.com

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CONCORSO “FOTOGRAFARE VICENZA”

VINCITORE PREMIO SCORCI NATURALI FRIGO ORNELLA

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ASSOCIAZIONI FOTOGRAFICHE

ASSOCIAZIONE FOTOGRAFICA FOTOCLUB IL PUNTO FOCALE Presentazione. Scopi del Fotoclub sono quelli di incrementare e diffondere la fotografia amatoriale in tutte le sue forme, lasciando piena libertà espressiva agli iscritti e cercando di realizzare, attraverso confronti, dibattiti ed esperienze comuni una costruttiva esperienza che possa portare ciascuno a riuscire ad esprimere le proprie idee sul piano fotografico. Attività realizzate: Biennalmente il Fotoclub organizza un concorso fotografico nazionale, giunto alla 13a edizione, annualmente organizza la manifestazione Fotoberfest, giunta alla sesta edizione, ha organizzato diverse edizioni de il “Meeting provinciale della fotografia amatoriale” fra i circoli fotografici della provincia, sono stati organizzati corsi di fotografia, stage e workshop con fotografi professionisti, proiezioni pubbliche, mostre dei soci, incontri con altri fotoclub, servizi fotografici,

calendari, mercatini fotografici oltre ad un audiovisivo composto da 200 immagini e l’illustrazione del libro “Colli Berici in Mountain Bike”. Nel 2001 è stato insignito dell’onoreficenza nazionale “Benemerito della fotografia Italiana” da parte della Federazione Italiana Associazioni Fotografiche. Attività prevista per l’anno 2013: 2° Concorso Fotografico Internazionale fondazione Zoè, Partecipazione a Girofile Veneto, mostra fotografica dei soci, incontri con altri fotoclub, proiezioni, serate di confronto e dibattito a tema, corso base di fotografia, corso di sviluppo e stampa B/N, corso di fotografia digitale, concorsi fotografici interni, proiezioni pubbliche, serate a disposizione dei soci, escursioni fotografiche, ed anche qualche allegra bicchierata!

Adalberto Zanella

Antonio Matteazzi

Andrea Marchioro

Enrico Grado

Marco Pieropan

Angelo Alberi

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ASSOCIAZIONI FOTOGRAFICHE

Fotoclub “ IL PUNTO FOCALE “ B.F.I. del Circolo Ricreativo A.I.M. Vicenza c/o Centro Civico della Circoscrizione n. 7 di Vicenza Via Rismondo, 2 – Vicenza 0444/545397 Per contatti: ilpuntofocale@libero.it www.ilpuntofocale.it Anno di fondazione: 1982. Modalità di adesione: L’adesione è aperta a tutti gli interessati, ha effetto immediato all’atto del versamento, e la quota di iscrizione per l’anno 2013 è fissata in 50 € annui per la prima adesione. Dotazione: Biblioteca a carattere fotografico di circa 150 titoli, videocassette, riviste, materiale per esposizioni, attrezzatura fotografica, strumenti per la proiezione di diapositive, camera oscura per la stampa e lo sviluppo in b/n , archivio fotografico soci, archivio fotografico concorsi nazionale e fotografi, mostra “Il mondo rurale nel comune di Vicenza” , mostra “Un giorno nella Provincia di Vicenza”, mostra “I 121 comuni della provincia di Vicenza”.

Valentino Follador

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Asiago (VI): Via Dante Alighieri, 41 - Tel. 470424 463691


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Chiesa San Pietro Apostolo (sec. XIX) Grancona (VI)

Stuccatura di paramento murario Palazzo Bonin Longare (sec.XVII) Vicenza (VI)

Chiesa Santa Maria Maddalena (sec. XIX) Volpino di Zimella (VR)

Chiesa Santi Biagio e Daniele (sec. XVII) Grantorto Padovano (PD)

Rilievo grafico del degrado

Scultura di A. Palladio (sec. XIX) Vicenza (VI)

Chiesa di San Giorgio Martire (sec. X) - Vicenza (VI)

VICENZA - Via Sant'Antonino n째79 - Tel. 346/1565603 - Fax 0444/499836 Mail: info@arcart.it www.arcart.it Arcart


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