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VOGUE

Rivista bimestrale distribuita nelle edicole, nelle librerie, nelle gallerie d’arte e nei Musei di Vicenza e Provincia sottoscrzione abbonamento annuale - 30 euro. Marzo/Aprile 2014

VICENZA V I C E N Z AV O G U E : A RT E _ S T O R I A _ A R C H I T E T T U R A _ C U LT U R A _ F O T O G R A F I A _ E V E N T I & G L A M O U R D I V I C E N Z A B E L L I S S I M A

foto di Andrea Cracco ŠStefano Maruzzo

Bimestrale realizzato da Ass. Vivi Vicenza_ N.7/2014_ euro 5,00


IL PRIMO PASSO PER

SENTIRE BENE UDITO E BENESSERE In Italia circa 7 milioni di persone sorono di ipoacusia (perdita uditiva). Da ricerche internazionali risulta che circa il 60% delle perdite uditive riguarda individui di età inferiore ai 65 anni. Spesso negata, la perdita di udito crea barriere sociali ed emotive che limitano la vita sociale delle persone che ne sorono e delle loro famiglie con conseguenze negative anche di carattere psicologico. Le persone che sorono di problemi uditivi e non ricorrono ad una protesizzazione acustica opportuna, tendono ad isolarsi incosciamente peggiorando in questo modo la loro qualità di vita.

LA GRANDE

NOVITĂ€ Ăˆ

PICCOLA L ultima soluzione per aiutarvi a sentire bene è piccola. Molto piccola. Praticamente invisibile. Il nuovo apparecchio acustico con tecnologia IIC (invisibile nel condotto) è di dimensioni talmente ridotte che può essere collocato al di la della seconda curva del canale uditivo. Ciò signiďŹ ca che non può essere visto. Questo dispositivo garantisce ottime prestazioni ed è inoltre molto comodo da indossare, essendo realizzato su misura.

RICONOSCERE LA PERDITA DI UDITO Un calo uditivo di solito si manifesta in modo graduale ed indolore, ma ci sono segnali inequivocabili che ci indicano un problema: la percezione poco chiara delle parole, la diďŹƒcoltĂ a sostenere conversazioni spesso anche in ambienti non eccessivamente rumorosi e la scarsa capacitĂ  di distinguere alcuni suoni o la loro provenienza.

COSA FARE

Paolo Quaglio Tecnico Audioprotesista

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Appena si avvertono le diďŹƒcoltĂ precedentemente indicate, la cosa migliore è di eseguire un test gratuito della funzione uditiva. Se l ipoacusia è confermata e le caratteristiche lo permettono, la soluzione migliore è di procedere con la protesizzazione acustica presso un centro specializzato.

PROVA

GRATUITA La aspettiamo per una prova gratuita e senza impegno della nuova tecnologia IIC.

VICENZA Strada CĂ Balbi, 320 BERTESINELLA

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N.7/2014

© Saverio Bortolamei

VICENZAVOGUE sommario

Primo Piano 04 Appunti

di storia e cultura Dalla Preistoria all’Ottocento

Focus Eventi 30

VOGUE

AmAmbiente Festival 2014 Appuntamenti da non perdere

Portfolio 50

VICENZA V I C E N Z AV O G U E : A RT E _ S T O R I A _ A R C H I T E T T U R A _ C U LT U R A _ F O T O G R A F I A _ E V E N T I & I M M A G I N I D I V I C E N Z A B E L L I S S I M A

VicenzaVogue n. 7/2014 Marzo/Aprile 2014 stampato in 2000 copie in vendita nelle edicole e librerie di Vicenza al prezzo di euro 5,00 Abbonamenti: 5 numeri : 20 euro

ASSOCIAZIONE CULTURALE

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Vicenza Novecento Istituto Industriale A.Rossi

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Archeologia industriale Lanifici e cotonifici

20

Palladio Museum Work in progress

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Amici dei Musei Apertura ai giovani

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Arte&Teatro Un Monet diverso

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Memorie Vicentine La città, la memoria, il viaggio

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Paesaggio vicentino I caratteri del paesaggio berico Bellezza e ricchezza delle colline

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Il Grande Splendore Arte e Paesaggio Cezanne, Van Gogh e Monet Anniversari Giovenzio Posenato

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VIVI VICENZA VICENZAVOGUE bimestrale di arte, cultura e immagini di Vicenza Direttore responsabile Maria Elena Bonacini Stampa Grafiche Corrà - Arcole (VR)

Redazione Anna Maria Ronchin Agata Keran Francesca Rita Grandi Luciano Parolin Antonio cav. Rossato Angela Stefani Francesca De Munari Valentina Casarotto Stefania Carlesso

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Mostre fotografiche - Giuliano Francesconi - Un progetto per Homeless Non sei di Vicenza se.... Compagnia “La Trappola” Fotografi Giuseppe Pettinà Ostelio Cestonaro Saverio Bortolamei Alberto Fava Szilvia Vaghelyi Maurizio G. Montorio Giorgio Marino Stefano Maruzzo Carmen Menguzzato

In copertina Nereo Quagliato

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Spazio D la vita e le opere di Nerina Noro

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Scultori vicentini Franco Tancredi

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Artisti vicentini Michela Gioachin

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Mostre d’Arte I linguaggi dell’arte

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Fotografi vicentini Ivano Mercanzin

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Natura e Fotografia Le tre Oasi - concorso Abbonamenti ass.vivivicenza@gmail.com 0444.327976 Reg. Trib. VI. 1115 del 12.09.2005 roc n. 13974 www.vicenzavogue.weebly.com Stradella Santa Barbara 1/b 36100 Vicenza

Corso Palladio, 179 Vicenza - info@federcritici.org - 340 2753857


VICENZAVOGUE primo piano

Primo Piano

Appunti di storia e cultura (prima parte) Dalla Preistoria a Napoleone Vicenza Novecento Istituto Industriale A.Rossi Archeologia Industiale La piccola Manchester Palladio Museum Work in progress: nuove sale e nuove esposizioni Amici dei Monumenti e dei Musei Attività aperte ai giovani Concerti Riapre il Teatro Civico di Schio Arte&Teatro “Un diverso Monet” Memorie vicentine La città, la memoria, il viaggio

LAGO DI FIMON

© Giuseppe Pettinà

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VICENZAVOGUE itinerari storici

Civiltà berica Tratto dall’opuscolo “Il paesaggio berico” realizzato dal Consorzio Vicenzaè

APPUNTI DI STORIA E CULTURA Dalle origini a Napoleone Le più antiche testimonianze della presenza dell’uomo preistorico nei Berici sono state rinvenute nelle grotte del versante orientale dei Colli, utilizzate come riparo da popolazioni seminomadi di cacciatori e raccoglitori. Nelle vicinanze delle aree lacustri lasciarono le loro tracce i primi agricoltori e allevatori del neolitico (IV millennio a.C.), in insediamenti su palafitte.

PREISTORIA E ORIGINI LA CULLA DEI PALEOVENETI

Dal IX secolo a.C, con l’inizio dell’età del ferro, si diffuse la cultura dei PaleoVeneti, un popolazione indoeuropea proveniente dall’Illiria. I primi abitanti delle valli strette scavate alle pendici delle colline, oppure di quelle adagiate dolcemente tra un declivio e l’altro (valli a dolina), viveva in villaggi di capanne, praticava ovvianente la caccia e la pesca e aveva introdotto l’agricoltura, l’allevamento del bestiame, specie i cavalli. I reperti raccolti da Paolo Lioy a partire dal 1864 durante la campagna di scavi intorno alle colline di Fimon, dimostrano che nella preistoria i primi “Berici” lavoravano il legno, l’osso e il corno, fondevano i minerali e realizzavano oggetti di bronzo e vasellame di ceramica, filavano la seta, tessevano e intrattenevano scambi manifatturieri con il mondo transalpino e gli Etruschi. I Berici si raccoglievano in luoghi di culto posti sulle basse alture, nelle radure dei boschi, presso sorgenti e fiumi e lungo le direttrici di maggior traffico che si stavano sviluppando a nord delle colline, nell’area dove inziarono i primi insediamenti urbani di “Vicetia”. Oggi gli studiosi sono concordi nel ritenere che il primo insediamento, alla confluenza dei fiumi Astico (oggi Bacchiglione) e Retrone, sia originato da popolazioni paleovenete che in precedenza vivevano nella valle del Lago di Fimon, almeno a partire dal VI secolo a.C.. Mai asserviti dai popoli circostanti, di cui pure subirono l’influenza culturale, nel II secolo a.C. entrarono nell’orbita di Roma e ottennero la cittadinanza romana nel 49 a.C. Con la costruzione della Postumia nel 148 a.C. l’influenza dei Romani era diventata infatti determinante tanto che fra il 49 e il 42 a.C l’aggomerato urbano sorto tra i due fiumi diventò Municipium romano, mentre contemporaneamente prendevano forma i primi borghi lungo le strade che costeggiavano i piedi dell’area collinare berica. Reperti di questo periodo sono stati rinvenuti lungo le principali vie di comunicazione e nei centri ai piedi delle colline: il cippo di confine a Lobia presso Lonigo, lapidi con iscrizioni a Lonigo una base votiva in onore di Eusculapio e la stele funeraria di Fortunio a Barbarano, materiali fittili e monete a Brendola. In seguito alla diffusione del cristianesimo, sorsero nei pagi romani le prime Pievi o Chiese Battesimali: Santa Maria di Barbarano, San Mauro di Costozza, San Felice di Altavilla, la Pieve di Lonigo. I ritrovamenti raccolti da Paolo Lioy e descritti nel suo famoso libro “Le abitazioni lacustri di Fimon” (1876) sono conservati al Museo Naturalistico e Archeologico di Vicenza.

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VICENZAVOGUE primo piano

Imago urbis

Š Giorgio Marino Ponte delle Barche: costruito nel Medioevo sull’impianto dei tre archi realizzati in periodo romanico

Tratto di strada romana (uno dei cardini minori) rinvenuto in corso Fogazzaro. Lastricato in basoli poligonali di trachite, con tracce del transito di carri.

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VICENZAVOGUE itinerari storici

Storia vicentina Tratto da “Storia di Vicenza” compilata su “wikipedia” da autori ignoti

ETA’ ROMANA FONDAZIONE DI VICETIA

Come altre città venete, al tempo della Guerra civile romana (49-45 a.C.) probabilmente Vicenza parteggiò per Cesare e, in premio, tra il 49 e il 42 a.C. divenne municipium romano optimo iure, cioè con pienezza di diritti civili e politici: non essendo una città conquistata ebbe la possibilità di mantenere le proprie magistrature. A questi anni risalgono la ristrutturazione dell’abitato secondo un tracciato urbanistico ad assi relativamente ortogonali, la sostituzione di abitazioni in legno con costruzioni in pietra o laterizio e l’edificazione delle prime mura. Queste furono erette, come avvenne per altre città consimili, per delimitare lo spazio urbano da quello rurale e conferire prestigio al nuovo status di città romana, in un tempo in cui tutta la regione era pacificata e apparentemente non erano necessarie: dalla vittoria contro i Cimbri del II secolo a.C. e fino al II secolo d.C. il Veneto non fu più territorio di incursioni barbariche. In assenza di reperti significativi, si presume che le mura fossero costruite solo parzialmente, in particolare a ovest della città, che invece negli altri lati era naturalmente difesa dai fiumi. Come le altre città venete Vicenza fu inserita da Augusto nella X Regio (Venetia et Histria secondo la denominazione di Diocleziano).

Resti dell’acquedotto romano Se ne conservano oggi cinque arcate e alcuni piloni, visibili per un tratto di circa 180 metri.

Rispetto all’estensione dell’attuale città, quella dell’insediamento romano era piuttosto modesta e corrispondeva, grosso modo, al centro storico in senso stretto: a ovest, iniziava presso l’odierna porta Castello; a nord presso l’incrocio delle contrade Porti-Apolloni-Pedemuro San Biagio; a est, all’inizio di corso Palladio movendo da piazza Matteotti; a sud, là dove si incontrano le contrade della Pescheria e di San Paolo. Era delimitato su tre lati dai fiumi, l’Astico (ora Bacchiglione) e il Retrone, varcati da due ponti - descritti e disegnati anche dal Palladio - che corrispondevano agli attuali ponte degli Angeli e di San Paolo, sostituiti da manufatti moderni nella seconda metà dell’Ottocento.

Sotto la cattedrale, sono conservati e visibili i resti di domus decorate e di strade romane e sotto la Piazza del Duomo, in ottimo stato di conservazione, il Criptoportico, parte di una domus patrizia. Si ritiene che in città vi fossero anche altri criptoportici - creati per livellare il terreno formato da dossi naturali oltre che per contenere il terrazzamento dei giardini - e le terme, di cui resta qualche lacerto in contrà Pescherie vecchie. Dalla località Villaraspa (Motta di Costabissara) partiva l’acquedotto che, passando per la località Lobia, posta 3 km a nord del centro storico, dove sussistono tuttora resti degli archi di sostegno, e transitando per gli attuali viale Ferrarin, via Brotton e corso Fogazzaro, portava in città l’acqua delle risorgive per terminare nel castellum aquae, cioè nel serbatoio presso Mure San Lorenzo.

L’impianto urbanistico delle città romane si basava su un fascio di strade parallele con orientamento est-ovest, i decumani, che si intersecavano in senso ortogonale con un fascio di altre, i cardines, ad orientamento nord-sud. La ristrutturazione urbanistica di Vicenza, avvenuta a metà del I secolo a.C., dovette tener conto dell’assetto preesistente, per cui questo schema fu adattato e subì delle variazioni: le intersecazioni tra decumani e cardines non furono infatti tracciate in senso ortogonale ma obliquo. Al centro delle strade principali il decumanus maximus - che corrispondeva grosso modo all’attuale corso Palladio - costituiva il tratto cittadino della via Postumia che ad est, dopo aver superato l’Astico con un ponte, continuava verso Aquileia, mentre a ovest, passata la porta della cinta muraria in seguito chiamata Porta Feliciana e poi Porta Castello, continuava verso Verona. Era abbastanza ampio da permettere il doppio senso di circolazione dei carri.

Nel I secolo d.C. Vicenza aveva acquisito una certa importanza, tanto da demolire in parte le mura per consentire lo sviluppo della città e costruire il Teatro, in cui si svolgevano i ludi scenici e di cui si possono ancora vedere l’esatto perimetro e la configurazione con le 24 arcate, posto nel sobborgo periferico di Berga - collegato al centro da un ponte sul Retrone - al punto di confluenza delle strade che giungevano da sudest (da Costozza – Longare) e da sud-ovest (da Lonigo – S. Agostino), costeggiando le pendici dei Colli Berici, per consentire un migliore afflusso degli spettatori. Dietro il palcoscenico, sul lato nord, era costruito un vasto quadriportico che arrivava sino al fiume, nel quale potevano intrattenersi gli spettatori

Più controverso è quale fosse il cardo maximus, generalmente individuato nella via che, superato l’attuale Ponte San Paolo, passava sotto la Basilica Palladiana, proseguiva per contrà del Monte e contrà Porti fino al Ponte Pusterla, che però a quel tempo non esisteva, perché al di là dell’Astico v’era un esteso lago. Per questo motivo alcuni ritengono che il cardo maximus fosse piuttosto quello che, salendo dalle attuali contrà Cordenons e contrà Cesare Battisti, percorreva corso Fogazzaro e poi continuava, fuori città, verso le montagne dopo aver costeggiato il bordo occidentale del lacus Postierlae.

Nel II secolo, alla città di Vicenza fu risparmiato il saccheggio da parte dei Quadi e dei Marcomanni che avevano invaso la Regio, ma furono fermati a Opitergium Quando ormai l’impero era entrato in piena crisi, nel IV-V secolo, le mura di Vicenza furono ricostruite e le difese rafforzate. Non risulta comunque documentato che la città sia stata saccheggiata o distrutta, neppure durante le spedizioni dei Visigoti o degli Unni nel V secolo.

Vicino all’intersecazione delle due strade principali – sotto Palazzo Trissino Baston e la parte occidentale di Piazza dei Signori – è stata ritrovata una parte della pavimentazione del Foro, centro multifunzionale della vita cittadina che, secondo il modello romano, era dotato di strutture monumentali. Presentava un orientamento nord-sud: un’area sacra più rialzata, con i templi, a nord del decumano e un’area più abbassata, lastricata a grosse pietre rettangolari ancora visibili sotto il palazzo, destinata alla politica e ai commerci a sud della strada; concludeva il Foro una basilica civile, sul luogo in cui fu poi costruito il Palatium vetus e più tardi la Basilica proprio per questo motivo così denominata dal Palladio. Iscrizione su pietra visibile nell’atrio di Palazzo Da Schio in Corso Palladio

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VICENZAVOGUE primo piano

Imago urbis

©Danis Merlini

© Giuseppe Pettinà

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VICENZAVOGUE itinerari storici

Storia Vicentina Tratto dal libro “Date vicentine” di Luciano Parolin (in stampa)

IL MEDIEVO GUERRE E DEDIZIONE

Dopo la caduta dell’impero romano e le prime invasioni barbariche, calarono dalle Alpi i Longobardi che dopo la conversione al cristianesimo, elargirono privilegi e donazioni alle chiese e ai conventi. Un ruolo determinante ebbe l’ordine dei benedettini che edificò sia la basilica dedicata ai santi Felice e Fortunato tra la fine del IV o gli inizi del V secolo, collocata appena fuori dalle future mura medioevali, sia di una chiesa cittadina che diverrà poi la cattedrale di Santa Maria. I benedettini di San Felice fecero rifiorire l’agricoltura nelle valli paludose e nelle campagne abbandonate, “svegrarono” i boschi, diedero impulso alle attività artigianali e dedicarono chiese ai loro santi facendo sorgere intorno ad esse centri comunità religiose e nuovi borghi: San Mauro a Costozza, San Vito a Secula, Brendola e Noventa, San Maiolo a Lumignano. La dominazione longobarda (568 - 774) ha lasciato profonde tracce anche toponomastica (Fara, Gazzo, Stodegarda) e nella diffusione dei loro protettori (San Michele arcangelo a Costozza, Villaga e Sossano, San Giorgio a Toara e Castegnero). In seguito alla divisione dell’impero carolingio e alle scorrerie degli Ungheri, il vescovo - conte riuscì a riunire nelle proprie mani sia il potere religioso che il potere politico e ottenne dall’imperatore il privilegio di erigere castelli a protezione di chiese e borghi rurali a Grancona, Altavilla, Orgiano, Costozza, Valmarana, Nanto, Brendola, Barbarano, Zovencedo. Con l’inizio dell’età comunale (secolo XII), Vicenza attirò sotto la propria influenza i comuni rurali sottraendoli ai feudatari laici ed ecclesiastici, rivendicò la propria libertà e si alleò con altre città contro il Barbarossa, costringendolo a riconoscere il diritto di autogovernarsi. Presto si scatenò la lotta fra le due fazioni cittadine facenti parte ai Vivaresi e ai conti Maltravresi, s’inasprirono le contese tra Vescovo e Comune (il vescovo proclamò i propri diritti nel 1262 su Brendola e nel 1268 su Barbarano) Il 16 Marzo 1184 venne assassinato il vescovo di Vicenza Giovanni De Surdis Cacciafronte. Era iniziato il tempo delle discordie tra Guelfi e Ghibellini, tra la pars episcopi e la pars comitis. Dopo il 1180 quest’ultima fazione, che prima prevaleva, fu sconfitta ed esiliata. Forse per vendetta o nel tentativo di riprendere il potere in città, fu ordinata l’esecuzione a tradimento del vescovo Cacciafronte di cui la città serba ricordo erigendo un monumento nelle mura del Duomo. Dopo essere stata sotto il controllo di Ezzelino II il Monaco nel 1211, la città finì sotto l’egida degli Scaligeri, cui si deve la costruzione delle mura trecentesche, la trasformazione in torre del campanile della basilica dei SS. Felice e Fortunato e il conio dell’unica moneta cittadina, l’aquilino d’argento. Nel XIV secolo imperversò la guerra contro Treviso e Padova il territorio berico venne percorso da stragi e devastazioni. Parecchie località della Riviera Berica furono saccheggiate, finchè nel 1404 il Comune di Vicenza, per non cadere sotto i Carraresi di Padova, fece dono di sè alla Serenissima, in cambio dell’integrità territoriale e giurisdizionale. Con la dedizione a Venezia l’aristocrazia vicentina legittimava il suo dominio. Poichè era stata la prima città di terraferma a chiedere di appartenere alla Repubblica, ciò le assicurò dei privilegi anche nei secoli seguenti. L’insieme dei vantaggi fu ratificato nel Privilegium civitatis Vicentiae del 1404 e rinnovato nel 1406. Tali privilegi estendevano il potere comunale su tutto il territorio (contado) assicurando così un flusso incessante di continue risorse economiche verso la nobiltà cittadina.

© Carmen Menguzzato Monumento al vescovo Cacciafronte e campanile della Basilica SS. Felice e Fortunato

28 APRILE 1404: LA DEDIZIONE A VENEZIA Vicenza fu sempre soggetta alle più potenti città confinanti, ma non fu mai conquistata con le armi. Nel 1266 arrivano a Vicenza i Carraresi di Padova, nel 1311 i potenti Della Scala da Verona; i Visconti con Gian Galeazzo nel 1387, infine nel 1404 alla repubblica di Venezia fino alla sua fine nel 1797. Galezzo Visconti muore a Melegnano il 3 Settembre 1402 e lascia lo stato diviso tra i tre figli ancora minorenni. I Carraresi, approffittando della debolezza viscontea, il 21 Aprile 1404 attaccano Vicenza con 14 mila soldati proveniendo da Torri di Quartegiuolo. Gettato un ponte sul Bacchiglione si attestano con l’accampamento sopra Vicenza, vicino a Monte Berico. Il giorno 22 Aprile Francesco Carrara spedisce un araldo per chiedere la resa pacifica di Vicenza, ricevendo un secco diniego. Inizia così l’assedio dalla parte di Berga e circondata la città le truppe carraresi si accampano al convento di San Bortolamio. Caterina, madre e reggente degli eredi di Galeazzo Visconti, chiede aiuto a Venezia promettendo in cambio i territori di Belluno, Bassano e Feltre, ma i vicentini, prevedendo già da tempo di cadere nelle mani dei Carraresi, avevano inviato alcuni ambasciatori (legati) al Doge Michele Steno per trattare la “dedizione alla Repubblica Serenissima”. Nell’accordo di “Dedizione” la Serenissima di impegnava, in cambio della protezione, a rispettare lo Statuto e le Leggi precedenti. Tale decisione fu presa da Taddeo Dal Verme, comandante della guarnigione vicentina, Jacopo Thiene e suo zio Giampietro Proti. I tre partono il 15 Aprile e ritornano il 25 con Giacomo Surian, incaricato dal doge, accompagnato da 250 balestrieri. Venezia chiede di togliere l’assedio, ma i Carraresi rifiutano e si apprestano a mettere a ferro e fuoco la città; nel frattempo però cambiano gli equilibri in tutta l’area veneta. Cologna Veneta e Verona, seguendo l’esempio di Vicenza, chiedono di essere ammessi alla repubblica Serenissima e per cui il conflitto con i Carraresi si conclude rapidamente nella terraferma veneziana. La Serenissima si ritrova così ad estendere il suo dominio su tutto il Veneto e parte della Lombardia. Il 30 Aprile 1404 sulla torre di Piazza di Vicenza sventola il vessillo di San Marco, mentre le insegne dei Visconti vennero deposte nella cattedrale.

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VICENZAVOGUE primo piano

Imago Urbis

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©Saverio Bartolamei

© Saverio Bortolamei Porta S. Lucia

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VICENZAVOGUE itinerari storici

Storia Vicentina Tratto dalla presentazione del gioco “L’Aquila e il Leone” di Massimo Cocco

Dal 1404 al 1797, donando nel 1414 le chiavi della città a Venezia (come fecero altre città venete e lombarde) entrò a far parte della Repubblica Serenissima Veneta con la sua capitale o dominante Venezia. Seguirono quattro secoli di pace e benessere, in cui le arti raggiunsero livelli eccelsi e l’economia prosperò. Il 12 giugno 1486 gli ebrei furono espulsi da Vicenza e, per sopperire alle richieste di prestiti di denaro, fu istituito contemporaneamente il Monte di Pietà.

IL CINQUECENTO PACE E UMANESIMO

Il Cinquecento fu un periodo di tranquillità e di relativo benessere, interrotto dal periodico flagello della peste, da due tremendi terremoti e dai saccheggi provocati nel 1510 - 1513 dai passaggi alterni degli eserciti veneziani e imperiali della Lega di Cambrai: di quest’ultima le cronache riportano un’orrenda strage della popolazione civile sgozzata, arsa o soffocata nei Covoli di Costozza e Mossano e la battaglia che avvenne il 7 Ottobre 1513 nella piana di Costabissara in cui la Repubblica Veneta patì la più pesante delle sconfitte con quattromila vittime. Con la pace rifiorirono le attività (i lanifici, l’artigianato, l’arte della ceramica, l’estrazione e la lavorazione della pietra, l’allevamento dei bachi da seta), prosperarono i commerci e l’economia delle famiglie nobili che, sulla spinta dei modelli sociali e culturali sperimentati nell’entroterra veneziano, diedero avvio alle opere di edificazione dei loro palazzi nel centro cittadino e nelle colline. Il Cinquecento fu per la città e l’architettura europea il secolo del grande architetto Andrea Palladio. Giunto giovane a Vicenza dalla nativa Padova, preso a cuore dal mecenate vicentino Gian Giorgio Trissino che lo fece studiare, Palladio si rivelò come una delle personalità più influenti nella storia dell’architettura e le sue opere furono prese a modello per la raffinata armonia classica delle sue linee. Le numerose famiglie nobili vicentine (i Porto, i Valmarana, i Thiene, i Trissino solo per citarne alcune) commissionarono a Palladio numerosi palazzi in città nonché altrettante ville che ridisegnarono completamente la scenografia vicentina. Tra le opere principali la Basilica Palladiana nella centrale Piazza dei Signori, il Teatro Olimpico, Palazzo Chiericati e Villa Capra detta la Rotonda posta appena fuori dall’abitato. La tradizione palladiana venne continuata da Vincenzo Scamozzi e da altri architetti fino al XVIII secolo.

il gioco “L’aquila e il leone” è disponibile presso le librerie Traverso, Galla e il negozio Dominio di Vicenza.

© Augusto Mia Battaglia

7 OTTOBRE 1513: LA BATTAGLIA DI VICENZA Il 7 ottobre del 1513 la piana di Motta di Costabissara fu teatro di una violenta battaglia tra la Serenissima Repubblica di Venezia e la Lega di Cambrai, costituita al fine di arginare l’espansione veneziana nello Stato della Chiesa. Il contingente guidato dallo spagnolo Ramon de Cardona e composto da cavalieri pesanti, lanzichenecchi e soldati spagnoli, si stava ritirando verso il Brennero dopo aver attaccato con falconetti dalla terraferma la città di Venezia. Bartolomeo D’Alviano, il più grande condottiero mercenario al servizio della Serenissima, bloccò loro la via di fuga poco oltre Vicenza in direzione di Verona. All’esercito imperiale non restò che rifugiarsi ai piedi delle colline a nord della città, per poi dover scegliere lo scontro in campo aperto nella pianura alle spalle di Motta di Costabissara, oltre il fiume Orolo. L’esito della battaglia fu tragico per i veneziani: nel volgere di mezz’ora l’esercito capitanato da Bartolomeo d’Alviano fu messo in fuga. D’Alviano ripiegò verso Vicenza, ma i vicentini non gli aprirono le porte della città, temendo che assieme ai veneziani sarebbero entrate truppe nemiche. Più di quattromila perciò furono le vittime, tra morti e feriti, alle porte della nostra città. Da allora la battaglia fu dimenticata dalle cronache. In occasione del cinquecentenario dello scontro, nel 2013 la Biblioteca Civica Bertoliana di Vicenza ha organizzato un ciclo di conferenze e una mostra, appena conclusa, per riportare alla luce la tragica storia di questo cruento conflitto di casa nostra. Ispirato da questa originale ed affascinante iniziativa, Massimo Cocco ha ideato il wargame da tavolo “L’Aquila e il Leone - la Battaglia di Vicenza, 7 ottobre 1513”. Edito da Pomarium Vicetiae by Pomi Digital Line e realizzato da un team composto da Filippo Riva, Marcello Ghilardi, Franco Chiani, Alberto Pomi e Matteo Cocco. Il gioco, per due o più giocatori, consente di ricreare la battaglia di Vicenza e potenzialmente di rovesciare, a colpi di dado, l’esito della storia. Il contenuto della scatola è particolarmente ricco e comprende due tabelloni di gioco - uno dei quali simula il percorso della cavalleria pesante veneziana, che nella vicenda reale rimase vittima delle paludi nella zona delle Maddalene - i tasselli che rappresentano le truppe, i segnalini per impartire gli ordini agli eserciti, i dadi e il manuale di gioco.

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Imago Urbis

Š Saverio Bortolamei

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VICENZAVOGUE itinerari storici

Storia Vicentina Tratto dall’introduzione del libro “Antonio Pizzocaro” di Luca Trevisan e dal libro “Date vicentine” di Luciano Parolin.

IL SEICENTO RIGORE E DEVOZIONE

Allorchè il 19 Agosto 1580 si spegneva Andrea Palladio - a quel tempo impegnato sui due fronti del Teatro Olimpico e del tempietto Barbaro a Maser-, si chiudeva con lui il sogno del grande rinnovamento urbano di Vicenza. Il cosidetto secolo d’oro del centro berico, del resto, si concludeva all’insegna dell’instabilità politica, economica e sociale: reiterate crisi agrarie verificatesi a cavallo tra Cinque e Seicento determinarono la decimazione della piccola proprietà in molte zone del vicentino, obbligando un numero crescente di persone a combattere la fame. Ciò provocò un autentico flusso migratorio dalle contado alla città, il quale non si tradusse in un diretto aumento della popolazione urbana - attestata a 30 mila unità - a causa di un decremento della natalità che giusto in quel periodo stava manifestando i suoi esiti. La cattiva congiuntura economica, unitamente a carenti condizioni igieniche, alla malnutrizione della popolazione e all’improvviso concentramento di questa tra le strette vie della città provocò tra il 1629 e il 1631, come già nel 1577 - 78, il dilagare della peste anche a Vicenza che causò la morte di quasi 15 mila individui. A fronte, tuttavia, di una vasta fascia di popolazione che viveva ai margini dell’indigenza stava il ceto aristocratico cittadino che ridussero drasticamente l’investimento in opere architettoniche e monumentali. Ne era già ben consapevole la committenza stessa di Vincenzo Scamozzi: si pensi al palazzo che l’architetto eresse presso il Duomo per Pierfrancesco Trissino. Un prospetto misurato, più sobrio, organizzato intorno al motivo centrale della serliana, coerentemente scandito dall’apertura dei fori s’impone come valida alternativa al linguaggio palladiano. A causa della cattiva congiuntura economica anche l’architettura della città diventa semplice e asciutta con esiti meno trionfali e monumentali rispetto alla grandeur palladiana, attraverso la scelta di forme severe e raggelate, dallo stile “severo” e austero, tesa a soddisfare una mentalità controriformistica. Non è un caso che questa nuova architettura prendesse il suo primo sviluppo nella realizzazione degli “oratori” commissionati dalle diverse confraternite, diventate veicolo immediato ed essenziale alla pietà divulgata dalla Controriforma. Gli oratori delle Zittelle, di San Nicola, del Gonfalone e quello del crocifisso si rifanno apertamente alla lezione Scamozziana e lo studioso Barbieri osserva come l’aspetto esterno, calcolatamente sobrio e scarno, contrasti in maniera netta e decisa con l’interno, animato da una esuberante ricchezza decorativa, “a testimonianza di una società in questo momento facilmente lacerata, a Vicenza come altrove, tra la maschera del conformismo e la passionalità del melodramma.” Un discorso a parte merita l’ampliamento della Basilica di Monte Berico. La prima parte della chiesa dedicata a “Santa Maria de Gratia”, fu costruita nel 1428 sullo slancio devozionale provocato dall’apparizione della Madonna a Pasini Vincenza avvenuto il 7 Marzo 1426. La seconda parte fu realizzata quando cessata la peste del 1631, i maggiorenti del Comune in accordo con i Serviti decisero di ingrandire il tempio; Carlo Borella, come impresario, si occupò - realizzando il primo progetto di Andrea Palladio del 1562 - del rifacimento del santuario. Durante i lavori, avvenuti tra il 1688 e il 1703, egli si discostò in parte dal progetto originario introducendo elementi barocchi, ripresi da quelli realizzat sulla facciata della chiesa di Araceli, a cui aveva già lavorato.

Vincenzo Scamozzi, Palazzo Trissino in Via C. Battisti

20 GIUGNO 1680: FESTA DEL CORPUS DOMINI (cronaca del tempo di Giovan Battista Pasquati) Da quando Papa Urbano IV° ne fece una solennità pubblica nell’anno 1264, i popoli Cattolici l’hanno onorata, a Vicenza si celebrò il giovedì 20 giugno. Si racconta che nelle province del Rè di Spagna tutti i Cattolici scendono per le strade mentre il Corpo di Cristo viene portato in processione. In Francia, tutti abbelliscono le case e strade. In alcune strade di Parigi sono adeorne di gioie, argenteria e oro. Il Santissimo viene adorato dal Popolo con la benedizione del Vescovo. A Roma si festeggia tra la maestosa colonnata di San Pietro, fatta da Alessandro VII°, i Cardinali camminano a due a due, preceduti dai parenti. Il Papa viene portato sopra una specie di trono, sostenuto dagli Svizzeri. Per stupendi che siano quelli spettacoli, non offuscano la gloria di Vicenza, nella pompa di questo giorno. Due sono le bellezze di questa città La Ruota o Rua e la corsa del pallio “cursus ad brauium” La Ruota, è’ una macchina alta 50 braccia piena di figure e personaggi concernenti tutti la festa dell’Eucarestia, il Corpus Domini. La Giustizia è in mezzo, sotto forma di una Citella (ragazza) seduta, coronata, colla bilancia e la spada in mano, per esprimere la presenza di Dio dove ella s’osserva, la felicità dei popoli che la riveriscono. La Giustizia è sicura sotto la protezione del Leone di San Marco, simbolo perpetuo della Serenissima Repubblica. La cima dell’architrave è ornata dall’arme di Vicenza, cioè la croce d’argento in campo rosso, alla quale pare che le scolpite figure portassero rispetto, riconoscendola per il mistero della salute umana. Più sotto è la Ruota exagona gira in mezzo, nella quale sei fanciulle, disposte in altrettanti ricchi mobili, vengono portate in giro (rotazione) restando sempre sedute e con le mani sull’asse. Questo continuo moto raffigura assai bene le vicende della vita umana, sempre dalla fortuna o dalle passioni agitata. Ci troviamo or sù or giu, cioè nelle allegrezze o nelle afflizioni, senza nessuna speranza di quiete. Da nessuna altra cosa vien così dimostrata la grandezza di Dio e la miseria degli uomini. Vicenza, oppressa tante volte dai tiranni, gode una soavissima libertà, sotto la protezione della Serenissima Repubblica. Le figure che ornano la macchina, portano scudi intagliati dalle armi dei signori deputati, cioè dei suoi protettori. Sulla cima si vede un giovane vestito d’Angelo, con le ali dell’Eternità che tiene nelle mani l’insegna della croce. La Religione Cristiana era penetrata sino ai confini del mondo. Viva la Croce.........

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VICENZAVOGUE primo piano

Imago Urbis

Proscenio del Teatro Olimpico

1890: Interno del Teatro Eretenio

L’Istituto Industriale A. Rossi In Contrà Santa Corona

1899: allievi dell’Istituto Rossi: riparazione di un locomobile

A. Caregaro Negrin: progetto per residenze degli operai del Lanificio Rossi a Schio

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VICENZAVOGUE itinerari storici

Storia Vicentina Tratto dal libro “Date vicentine” di Luciano Parolin.

Nel 1796 la Repubblica veneta non riuscì ad opporsi al passaggio sul proprio suolo neutrale degli eserciti di Napoleone e degli Austriaci in lotta tra loro e questo sarà il preludio della sua fine. Con il Trattato di Campoformio (1797), il Veneto venne ceduto all’Austria, alla quale resterà legato, salvo una parentesi dal 1806 al 1813 e l’episodio del 1848, fino alla terza guerra d’indipendenza (1866) Gli otto anni di regime napoleonico (1806 - 1813) permisero di attuare varie riforme. L’organizzazione amministrativa si articolò in Dipartimenti e Vicenza con il suo territorio fece parte del Dipartimento del Bacchiglione. Fu introdotto il Codice Napoleonico ispirato ai principi della Rivoluzione francese, furono istituite l’anagrafe (fino ad allora il registro dello stato civile era tenuto dalle parrocchie) e la gendarmeria, soppressi gli ordini religiosi e chiusi molti conventi. La città divenne sede di nuove istituzioni: la Camera di commercio, il Ginnasio e il Liceo, il Giudice di pace, il Monte Napoleone che incamerava molti beni ecclesiastici e doveva gestire la pubblica assistenza. Alla base del nuovo regime, subordinato alle autorità francesi, vi era un nuovo ceto di notabili possidenti, una nuova classe dirigente che nacque dalla fusione tra la vecchia nobiltà e la borghesia in ascesa. Queste riforme, ma soprattutto l’aumento delle tasse e l’imposizione della leva militare obbligatoria crearono molto scontento: esso si espresse in tumulti, che però vennero duramente repressi dai francesi. Sconfitto Napoleone nella battaglia di Lipsia, il 5 novembre 1813 gli austriaci rientrarono a Vicenza e questa volta vi si insediarono stabilmente. L’occupazione fu ratificata dal Congresso di Vienna e nel 1816 tutta la regione - e con essa Vicenza - fu inclusa nel nuovo stato, il Regno Lombardo-Veneto, facente parte dell’Impero austriaco. Le leggi francesi furono sostituite da quelle austriache, ma non tutto venne cambiato: ad esempio la normativa sulle sepolture rimase quella francese e altre istituzioni cambiarono nome ma mantennero la struttura già operante; anche l’organizzazione amministrativa rimase simile. Il periodo di guerra non era trascorso invano, per quanto riguarda la coscienza politica maturata soprattutto nelle classi più elevate della popolazione, in particolare la borghesia cittadina. Rispetto ad altre città, però, Vicenza fu abbastanza tranquilla: anche qui si costituì una loggia massonica e qualche movimento carbonaro, come quello dei masenini, che aveva il suo centro a Verona. La polizia austriaca riuscì sempre a reprimere i tentativi di insurrezione

L’OTTOCENTO FILANTROPIA E LIBERTA’ 13 DICEMBRE 1807 Napoleone assiste a un concerto al Teatro Olimpico Napoleone venne più volte a Vicenza: la prima volta in occasione di una battaglia persa a Bassano. Ritorna a Vicenza il 5 Novembre 1796, ancora il 28 Ottobre 1797 di ritorno da Campoformio, comune in provincia di Udine, e infine il 13 Dicembre 1807 proveniente da Venezia. Di questa ultima visita il nobile Arnaldo Tornieri scrisse una cronaca dettagliata che testimonia il carattere accogliente della nobiltà vicentina e la ricchezza culturale di quel periodo. Agli inizi dell’800 Vicenza disponeva di due teatri straordinari: l’Olimpico e l’Eretenio, ai quali si aggiunse nel 1870 il Teatro Verdi “Napoleone giunse da Verona alle 7 di sera e scese al palazzo del Conte Annibale Thiene, accompagnato da carrozze nelle quali vi erano il vice Re Eugenio, il Re e la Regina di Baviera, il generale Murat, il gen. Berthier e il duca di Berg con una ventina di cavalleggeri. Tutte le campane suonavano a festa, il Corso era illuminato, come la Piazza, la Torre. Il prefetto Magenta con il Cancelliere Dalla Vecchia andarono incontro a Napoleone sino alle Torri di confine. Il Vescovo, non era in abito pontificale, lo attese a Palazzo Valmarana. Alle ore 9 si andò al Teatro Olimpico in carrozza, il teatro era illuminato alla perfezione, l’orchestra preparata come nelle feste da ballo. Le scalinate erano piene di popolani e gente civile. L’imperatore e Re restò sosrpreso da questo spettacolo, unico in tutta Europa. Il Conte Giacomo Thiene illustra a Napoleone la necessità di un restauro del Teatro. Napoleone disse: “Vi assegno dall’Erario Regio 47mila ducati correnti. Siete contento?” Napoleone parlò con molte dame e cavalieri, passò in sala per un rinfresco e dopo mezz’ora partì alla volta di Padova.” Questa breve apparizione di Napoleone a Vicenza è ricordata per il suo incontro con il Conte Ottavio Trento, il più ricco della città, iscritto al patriziato Veneto. Benchè pieno di acciacchi volle partecipare a quella festa per essere presentato al Sovrano, il quale gradì e si congratulò per le sue doti di generosità invitandolo a beneficare alla collettività. Ottavio Trento, affascinato da Napoleone, aderì all’invito e impegnò gran parte dei suoi averi per costruire la casa di riposo per anziani di San Pietro. Per questo atto di generosità Napoleone con decreto 11 Gennaio 1811 conferiva al Conte la Croce di Cavaliere dell’ordine Italiano della Corona di Ferro. La lapide marmorea posta sulla tomba di Ottavio Trento collocata all’interno dell’istituto che porta il suo nome, fu scolpita da Antonio Canova.

Dopo i moti del ‘48 in cui Vicenza si difese con eroismo dall’attacco di 30000 soldati austriaci, allagando volutamente le vie di accesso alla città, la terza guerra di indipendenza del 1866 passò quasi inosservata a Vicenza, pur trovandosi la città relativamente vicina alla zona delle operazioni militari. Nella notte tra il 12 e il 13 luglio le truppe austriache abbandonarono la città e il mattino entrarono quelle italiane del generale Cialdini. Dieci giorni dopo arrivava il commissario del re Antonio Mordini, dotato di pieni poteri. Nello stesso anno, a ottobre, il Re Vittorio Emanuele II giunse a Vicenza per consegnare la Medaglia d’Oro al Valor Militare per l’eroismo dimostrato dai patrioti nel difendere la città. Dopo appena 6 anni, nel 1872 l’architetto Negrin realizzava per Francesco Rossi, fondatore nel 1817 del Lanificio di Schio, le prime case operaie. Nel 1878 il senatore Alessandro Rossi istituiva la prima scuola industriale, mentre Don Giuseppe Fogazzaro fondava nel 1873 la prima Scuola Magistrale.

Interno Istituto Trento a San Pietro

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VICENZAVOGUE primo piano

Cartoline dal XX secolo

VICENZA NOVECENTO Le Le cartoline cartoline della Collezione A. Rossato

Scorci Scorci didi vita vita quotidiana quotidiana e frammenti di storia racchiusi nelle immagini delle cartoline di Vicenza

ISTITUTO INDUSTRIALE “A. ROSSI” Il 5 Ottobre 1877 il Consiglio Provinciale di Vicenza delibera l’approvazione della nuova scuola Industriale proposta dal sen. Alessandro Rossi

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VICENZAVOGUE primo piano

Archivio storico a cura di Luciano Parolin La storia del Rossi raccontata dal Prof. Pietro Marchesini All’epoca in cui Alessandro Rossi progettò l’Istituto Tecnico Industriale di Vicenza, individuò nell’insegnamento teorico-pratico della meccanica e nelle sue basi generali delle scuole di officina, la strada maestra per preparare i giovani ad iniziare la loro carriera di tecnici in qualunque industria meccanica applicata. Oltre a dare una salda cultura, la scuola tendeva a formare il carattere dei suoi allievi e l’importanza che ebbe sin dall’inizio, a differenza di altre che avevano il carattere di scuole artigiane, è data da questa affermazione contenuta nel comma due del primo capitolo del “programma fondamentale”: “Il grado di insegnamento sarà tale da fornire al pari tempo una solida ed accurata preparazione per quegli alunni più distinti che volessero essere ammessi al grado superiore dell’istruzione tecnica, come ingegneri meccanici.” All’ombra della duecentesca chiesa di Santa Corona, il convento dei Domenicani venne occupato dalla scuola industriale. Soppresso il convento, il Comune concesse gratuitamente i locali al nuovo istituto industriale e la Provincia il mobilio e l’attrezzatura scientifica. Compiuti ampi lavori allo stabile, per trarne aule e sale per le officine, per il convitto, fornito di una prima e non indifferente attrezzatura tecnica, scelti con aculatezza gli insegnanti con essi elaborati i programmi, nel novembre 1879 la scuola industriale venne aperta. Le officine erano divise nei seguenti reparti: Fonderia, Fucina, Aggiustaggio, Torneria e Falegnameria. Annesso alla scuola, anzi parte integrante di essa, era il convitto poichè non erano ammessi allievi esterni. Il 28 Febbraio 1898 il sen. Alessandro Rossi morì, lasciando in grave lutto la scuola, ma in così piena attività che per merito suo poteva ancora dirsi la prima d’Italia. Un tangibile riconoscimento venne nel 1911 quando alla scuola viene data la denominazione di “Regio Istituto Nazionale Industriale Alessandro Rossi”. Dopo tale riconoscimento la scuola ebbe ancora un nuovo ordinamento, con la costituzione del corso di Applicazione, il quale, con indirizzo teorico-pratico, venivano impartiti insegnamenti di costruzioni meccaniche, di tecnologia industriale e di elettrotecnica. Alla fine dei quattro anni normali veniva rilasciato diploma col titolo di Perito Industriale. Tale titolo valeva per l’iscrizione all’albo dei periti tecnici e dava diritto alla partecipazione ai concorsi per il personale tecnico delle amministrazioni pubbliche. Permetteva l’iscrizione ai politecnici di Milano, di Torino e alla scuola navale superiore di Genova. Questa era la situazione dell’istituto industriale, quando l’Italia entrò in guerra con l’Austria. L’inizio della seconda guerra mondiale non alterò la vita della scuola. Fu con l’8 Settembre che essa si fece faticosa e difficile, specie dopo i vari bombardamenti aerei, il più violento dei quali, quello del 14 Maggio 1944, distrusse l’aula magna, i reparti di falegnameria, di attrezzatura, di saldatura e produsse gravi danni ai gabinetti di fisica e chimica.

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STORIA DELL’INDUSTRIA VICENTINA

VICENZAVOGUE primo piano

GRANDI STORIE DALLA PICCOLA MANCHESTER LO SVILUPPO INDUSTRIALE VICENTINO: FABBRICHE, ABITAZIONI E SCUOLE Mentre i due maggiori poli serici della città di Vicenza conoscevano all’inizio dell’Ottocento un inevitabile declino, la produzione laniera nel territorio della fascia pedemontana cominciava allora la sua parabola ascendente. In città, l’area del borgo Pusterla, si era venuta delineando come zona industriale, per la presenza dei corsi dell’Astichello, dell’Astichello vecchio e del Bacchiglione: forza idrica impiegata dal laboratorio di Girolamo Milan, confinante con gli orti dell’Ospedale dei poveri e degli infermi di san Bortolo, e dal celebre “Negozio Franceschini” famiglia di imprenditori che esportavano sete in tutta Europa.

L’edificio assieme a quello realizzato a Piovene Rocchette (1869), rappresentava la concezione più moderna e tecnologicamente avanzata nell’architettura industriale del tempo. Nella Fabbrica Alta il flusso produttivo andava dal basso verso l’alto: la cardatura al primo piano, la filatura al secondo, spolatura e ritorcitura al terzo, tessitura a mano al quarto, tessitura con telai Jacquard al quinto e nel sottotetto le rammendatrici. Una fabbrica con immensi saloni su ogni piano, suddivisi in tre campate e punteggiati da colonne in ghisa, illuminate da un’infilata di finestre in ferro e vetro con bascules per la ventilazione.

Il setificio Franceschini, tappa anche dei viaggiatori che nel “grand tour” passavano per Vicenza, costituiva allora un modello proto industriale all’avanguardia dato che concentrava nell’area retrostante all’abitazione, un opificio composto una struttura integrata di tutte le fasi di lavorazione serica. La produzione cittadina non si limitava però a questo polo industriale dato che nell’area del borgo Pusterla, quasi in ogni casa, erano sistemati telai da seta che singoli tessitori utilizzavano per terminare il lavoro per conto degli imprenditori.

1 e 2. Le case a schiera con orti e giardini destinate agli operai del Lanificio Rossi, in due immagini d’epoca 3. Il progetto del Nuovo Quartiere operaio di Schio (1872) secondo il sistema paesista dell’architetto Caregaro Negrin 4. Il cortile interno della Fabbrica Alta in una litografia di Carlo Matscheg del 1864 5. Il complesso del Lanificio Rossi di Schio in un’immagine d’epoca

Con la caduta della Repubblica Veneta, Schio e la “costellazione Rossi” di Pieve, Torrebelvicino, Piovene Rocchette, diventano protagonisti di quello sviluppo industriale che porta la produzione Lanerossi, ad essere la maggiore azienda del Paese per fatturato e addetti, conosciuta in tutta Europa e modello dal profilo industriale avanzato per altri siti industriali italiani.

La Fabbrica Alta e quella di Piovene Rocchette (1869) furono i primi fuochi di una vera e propria espanzione un’espansione territoriale; il Lanificio Rossi, sfruttando la forza idraulica, risaliva negli anni seguenti, lungo la Val Leogra creando nuovi stabilimenti a Pievebelvicino (1870) e Torrebelvicino (1872-72), suddividendo e dislocando le singole fasi di lavorazione.

La fabbrica di Alessandro Rossi (1819-1898) nasce dal lanificio del padre Francesco Rossi (1782-1845), un innovatore che grazie all’introduzione del filatoio meccanico, connessa alla forza motrice idrica, permise all’inizio della Restaurazione e della sfavorevole congiuntura economica, un’industria florida pronta al decollo. Decollo che Alessandro Rossi, prima operaio per volontà del padre, poi leader, imprenditore e infine politico, seppe attuare.

Nel frattempo, dopo la costituzione di varie società anonime per la gestione delle produzione di Piovene e della cartiera di Arsiero, nel 1873 l’imprenditore Alessandro Rossi trasforma la ditta individuale in Società Anonima Lanificio Rossi: un sistema capitalistico dominato dalla personalità del senatore. Una decina d’anni dopo Gaetano e Francesco Rossi trasferivano nel cotoniero l’esperienza acquisita nel laniero continuando quell’espansione Rossi dall’area pedemontana verso la città di Vicenza così che nel 1885 nacque il Cotorossi (nell’area del nuovo borgo Berga e del tribunale).

In soli nove mesi, nel 1862 su progetto del belga Auguste Vivroux (1824-1899) - i cui progetti si conservano preso il Museée de l’Architecture di Liegi- venne eretta la Fabbrica Alta.

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Sfruttando ancora una volta la forza idraulica,


Archeologia Industriale a cura di Angela Stefani

sorse fuori Porta Monte, il cotonificio vicentino, in un terreno di 29000 mq fornito ai fratelli Rossi direttamente dal Comune di Vicenza che si impegnò a costruire un ponte sul Retrone per l’accesso al cotonificio da Borgo Berga e favorì la nuova industria con l’esonero per i successivi tren’anni dal dazio su tutte le materie attinenti la produzione.

nord-sud intitolato ad Alessandro Rossi- il modello residenziale scledense. Da un primo progetto ispirato al modello belga, il Negri sviluppa l’idea di una città-giardino con un impianto viario a cerchi concentrici e tipologie residenziali diverse, a seconda della disponibilità economica, ma comunque sempre “isolate” da aree verdi.

Nel 1891 il Cotorossi apriva anche a Chiuppano e nel 1912 a Lisiera. Quindi nel 1904 e nel 1910 si aprivano gli stabilimenti rispettivamente di Dueville e di Marano, infine in zona ferrovieri a Vicenza un nuovo stabilimento della Lanerossi.

Il progetto che si poneva sulla stessa linea di analoghe idee romantico utopistiche –il modello a cui guarda il Negrin è il progetto della città – giardino di Robert Owen (1771-1858) - venne piegato, in fase di realizzazione, alle esigenze economiche e gestionali. Dell’impianto concentrico della città si scorge una labile traccia nel nucleo centrale del quartiere che venne sviluppato con andamento in gran parte ortogonale, formante 24 isolati in cui vennero erette case modeste per gli operai e villini per i tecnici e i capi operai.

Alessandro Rossi senatore seppe avviare un processo virtuoso di industrializzazione nella propria città, iniziando una vera e propria rivoluzione sociale, oltre che architettonica ed urbanistica, che, nell’intento di mantenere la cultura e i costumi di una popolazione dalla tradizione agricola, puntava a fornire loro tutti i servizi moderni indispensabili alla comunità della piccola Manchester. Da qui il primo condominio per gli operai detto il “Palazzon” (1865-1870, poi demolito), il Giardino e il Teatro Jacquard (1859-1878) e poi l’articolato progetto del Nuovo Quartiere di Schio (1872-1888) seguito dall’Asilo d’Infanzia di via Pasubio (1872-1881 già predisposto nel 1867) dalla Scuole elementari (1876) e dall’Asilo di maternità (1878) –questi ultimi demoliti all’inizio del Novecento- e da nuove scuole quale l’Asilo infantile e Scuole elementari (1877) nei pressi del quartiere operaio, infine la scuola industriale a Vicenza (1878) e la scuola-convitto di orticoltura e pomologia presso il podere di Santorso (1884).

Nella volontà del committente, il senatore Rossi, si intendeva disporre in modo alternato i tipi edilizi al fine di amalgamare nello stesso complesso urbano una popolazione socialmente diversa. Mantenuti i villini per i dirigenti d’azienda, le case operaie subirono alcune rettifiche e vennero realizzate come case a schiera per raggiungere una maggiore densità abitativa. Tuttavia Negrin si dedicò a villini e alle case operaie con la stessa attenzione curando e

Ideatore del nuovo quartiere operaio, denominato Nuova Schio, fu Antonio Caregaro Negrin (1821-1898), architetto di fiducia di Alessandro Rossi, al cui eclettismo tra liberty e spirito romantico, si deve il nuovo volto della cittadina scledense posta nella vasta area tra il centro storico e il torrente Leogra. A questa superficie di 16 ettari, denominato inizialmente “Prato del Comune”, venne ad aggiungersi tra 1888 e 1896 il Quartiere Nuovissimo, ad ovest del primo quartiere. Architetto, ingegnere, urbanista, designer, Antonio Caregaro Negrin attraverso un progetto e un iter complesso, sviluppò nella compenetrazione tra abitazione ed aree produttive – raccordate dall’asse viario

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VICENZAVOGUE primo piano

progettando gli edifici fin nei minimi dettagli: dalla distribuzione dei piani e degli ambienti nel modo più funzionale possibile, alle finiture interne ed esterne in cui l’architetto coniuga sapientemente materiali tradizionali, pietra legno, mattone, con quelli più moderni, rame, ferro, ghisa, vetro. Una vocazione industriale che forma l’attuale patrimonio storico architettonico il cui recupero passa anche attraverso la recente pubblicazione curata da Luca e Dino Sassi e Bernardetta Ricatti Schio Archeologia industriale. Un’opera che affida al potere evocativo delle immagine la narrazione della storia scledense assieme alla sua salvaguardia. Le foto pubblicate nel volume –e da cui sono state tratte quelle qui presentate- attingono a una triplice fonte con le fotografie dall’Album che Lanerossi fece realizzare all’inizio del Novecento, scatti di Dino Sassi della fine degli anni ottanta del Novecento per il volume Acqua & Lane e infine con immagini del presente. Immagini 6. Una veduta del giardino dalla serra verso il Teatro Jacquard 7. Interno della serra con veduta verso il Giardino Jacquard 8. Particolare delle finestre della Fabbrica Alta 9. Lo stabilimento Rossi di Torrebelvicino (1873) 10. La facciata della “Francesco Rossi” in Via Pasubio in una fotografia del 1990


VICENZAVOGUE primo piano

PALLADIO MUSEUM

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WORK IN PROGRESS

SALA DEL SANGUE_PALLADIO A COLORI_ MAMMA ROMA a cura dell’Arch. Francesca Rita Grandi “Eppur si muove”, direbbe oggi Galileo Galilei visitando Palazzo Barbaran da Porto, dove il Palladio Museum mette in scena la dinamica evoluzione spazio-temporale della ricerca scientifica relativa al grande architetto. L’allestimento mutevole, all’insegna del progetto di costante rinnovamento espositivo che lo caratterizza fin dalla propria concezione, è una detective story da risolvere per tutti i visitatori sfidati a scoprire indizi e colpi di scena emersi dalle ricerche degli studiosi. Un laboratorio di condivisione culturale con il grande pubblico, che il 31 gennaio scorso ha presentato le nuove “Sala del sangue” e “Palladio a colori”. In questa occasione, si è tenuta la conferenza del Prof. Claudio Povolo, che ha raccontato onore, rivalità e faide nella Vicenza del ‘500. Ascoltare l’esito di questo studio, è come sfogliare le pagine di cronaca nera di un ideale quotidiano dell’epoca che affronta un tema inconsueto, nondimeno di estrema attualità.

Guido Beltramini e Claudio Povolo

Quali sono gli eventi che insanguinano la città di allora e soprattutto, quali sono le ragioni di tanta violenza, di cui Palladio è certo informato? Al fine di comprendere i principi fondanti della società di cinquecento anni fa, l’esperto Povolo aiuta a disporre del maggior numero di informazioni possibili per guardare Vicenza dall’interno della società e non con lo sguardo del presente. Lo studio dell’antropologia giuridica, ovvero quella trama di organizzazione politica e culturale nella quale Vicenza aveva codificato il proprio diritto, trova nel tema dell’onore

e della distinzione, un imprescindibile concetto se si vuole comprendere lo scenario sociale di allora. Il facoltoso signore di città ha l’onere e l’onore di guidare la città distinguendosi dagli altri gruppi sociali e ordina la costruzione del proprio palazzo aristocratico come simbolo del legame tra passato, presente e futuro, mettendo in mostra la propria potenza. Altri temi che caratterizzano il potere interdisciplinare sociale sono ad esempio la difesa per patrem in caso di responsabilità assunta dal padre per un crimine compiuto dal figlio o il valore di cedibilità attribuito alla donna nelle unioni. Un sistema rigido quanto fragile, divenuto infatti teatro di violenza. Il Prof. Povolo ricorda inoltre l’importanza della gestione e della difesa delle ricchezze terriere, altro oggetto di rivalità spesso sfociate nel sangue. SALA DEL SANGUE Il pugnale in acciaio del XVI secolo (fig.1) , eloquente oggetto chiave della nuova “Sala del sangue”, rappresenta la violenza apparentemente inconsulta che segnò la strage presso i Valmarana nel 1548 e gli omicidi in casa Trissino, famiglie ben note ad Andrea Palladio. L’efferata strage del 1548 emersa dalle carte processuali, è ad esempio raccontata dal direttore del CISA Guido Beltramini all’interno del volume “Palladio Privato” (Marsilio, 2008, pp. 42 -49). La vedova Isabella da Roma, innamorata del giovane Alberto Valmarana, cerca senza successo di legarsi a lui, unendo la figlia al fratello e tentando invano di avvelenare entrambi. L’amore non corrisposto diventa causa di vendetta d’onore, attuata dai fratelli Galeazzo e Leonardo che uccidono a coltellate Alberto, i due fratelli Niccolò e Tommaso e due servitori. Il gruppo fugge, non prima di bastonare e accoltellare anche la madre. Un teatro sanguinoso, il cui terrificante ricordo trova traccia nella lapide oggi ritrovabile in Corso Palladio all’altezza dei civici 170 e 171, il cui calco è posizionato al centro della “Sala

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del Sangue” (fig. 5): « qvesto e il loco dove era la casa del sceleratissimo galeazzo da roma il qval con iseppo almerigo et altri svoi complici commisero atrocissimi homicidi in qvesta citta’ dello anno mdxlviii di iii lugio »

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Il letterato e diplomatico protettore di Palladio, Giangiorgio Trissino, nulla può per sottrarre il proprio cognome a queste pagine di cronaca. I suoi due figli, Ciro e Giulio, nati da diversi matrimoni, entrano in conflitto tra loro quando il secondo viene diseredato dal padre e denunciato all’Inquisizione dal fratellastro. Quando Giulio viene incarcerato, Ciro viene assassinato per vendetta da sicari davanti al figlio Marcantonio, il quale a sua volta uccide dopo sei anni il presunto mandante Giulio Cesare Trissino. Marcantonio lascia Vicenza, ma a villa Cricoli rimane l’altro figlio di Ciro, Pompeo, la cui famiglia viene sterminata in sua assenza da Renuccio, un esponente della famiglia Trissino. In fuga, viene catturato e decapitato pubblicamente in piazza. La definizione di “faida” (dal diritto germanico basato sul precedente consuetudinario) si addice quindi a quella realtà vicen-


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MUSEI VICENTINI

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tina, in quanto essa descrive l’odio tra tutta la parentela dell’offeso, e quella del presunto responsabile dell’offesa, da estinguersi attraverso una vendetta in assenza di un forte potere centrale. Infine, si noti che lo stesso primogenito di Palladio, Leonida, è reo confesso di un omicidio compiuto nel 1569 per futili motivi. PALLADIO A COLORI L’originale “Sala di Venezia”, è stata rinnovata e denominata “Palladio a colori” in quanto presenta una verità portata alla luce da recenti studi e celata per secoli da visioni puriste: Palladio prevedeva un gioco bicromatico nel rivestimento di alcune sue opere architettoniche, in particolare in Villa Foscari, nella Chiesa di San Giorgio Maggiore, nel Convento delle Carità e nella vicentina Loggia del Capitaniato. I modelli di questi edifici sono infatti esposti con evidenza di questa scoperta emersa dai restauri palladiani. Le tecniche costruttive e di finitura, illustrate all’interno della sala dal Prof. Mario Piana in forma multimediale, erano volte a dare un aspetto omogeneo al paramento murario e a cancellare le varietà cromatiche dei laterizi. MAMMA ROMA Il 9 febbraio, viene inaugurata la grande mostra “Mamma Roma. Visioni di Roma Antica con Piranesi e Pasolini”. Alla cerimonia di apertura, presentano Alberto Caldana, singolare figura di collezionista-studioso fautore della collezione, Howard Burns e Guido Beltramini, rispettivamente Presidente e Direttore del Cisa.

ben 46 tavole (1893 - 1901). La documentazione viene rinnovata nel corso dell’esposizione allo scopo di ammirare il maggior numero di topografie e testi

All’inaugurazione il direttore Beltramini legge una poesia di Pier Paolo Pasolini recitata da Orson Welles nel film “La ricotta” (1963): […] Mostruoso è chi è nato dalle viscere di una donna morta. E io, feto adulto, mi aggiro più moderno d’ogni moderno a cercare i fratelli che non sono più”. La nostra grande eredità culturale è rappresentata in questo caso dalla grandezza dell’antica Roma, un’antenata gloriosa ma morta, segnata, oggi come allora, dal degrado ed evidentemente dalla dimenticanza, mentre qualcuno, cerca di interrogare in un presente culturalmente deserto gli uomini del passato ovvero i fratelli scomparsi. Al Sig. Caldana, va riconosciuto il merito di un lavoro magistrale, evidentemente dettato da uno studio attento e meticoloso, donato oggi al Centro Internazionale di Studi di Architettura e alla propria città natale: Vicenza. L’occasione irripetibile di ammirare tutta la raccolta vale solo fino al 18 maggio!

. Sala Mamma Roma E’ stato pubblicato grazie al sostegno della Regione del Veneto il volume “Roma antica. Piante topografiche e vedute generali” scritto Alberto Caldana, catalogo completo della collezione nonché riferimento bibliografico per studiosi ed appassionati, disponibile presso il bookshop del museo.

L’oggetto dell’esposizione, è una ricca ed estremamente raffinata collezione di circa tre mila documenti tra libri, mappe e vedute dell’antica Roma, ricercati e acquisiti per 40 anni dal ricercatore vicentino trasferito a Roma per molti anni. Un lavoro più unico che raro, condotto con pazienza e dedizione dall’instancabile collezionista, che oggi trova nelle nuove sale del Palladio Museum una sede di eccellenza. 6

Fanno parte del tesoro una rarissima copia dell’Antiquae Urbis Romae, il primo testo a stampa che si propone una ricostruzione della Roma antica, una celebre veduta di Roma di Pirro Ligorio del 1561, il Campo Marzio di Piranesi (1762), le piante topografiche ottocentesche di Roma e del Lazio di Luigi Canina e la Forma Urbis Romae di Rodolfo Lanciani in

sulle antiche rovine minacciate dalla cementi ficazione.

Sul cortile di Palazzo Barbaran da Porto, la gigantografia del fotogramma tratto dal film pasoliniano “Mamma Roma” (fig.6), al cui centro si trova ciò che resta di un acquedotto romano in primo piano rispetto allo sfondo di una periferia che avanza, costringe i visitatori a riflettere

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APPUNTAMENTI Il 2014 del Palladio Museum è costellato di appuntamenti. Dal 3 maggio al 5 ottobre si alzerà il sipario su “Palladio goes west”, esposizione dei disegni originali di Thomas Jefferson, terzo presidente degli Stati Uniti. Egli costruì la propria villa in Virginia sul modello della palladiana Rotonda e la denominò “Monticello”, la stessa parola utilizzata da Palladio nella descrizione ad essa relativa sul secondo dei “Quattro libri”. Si noti che tale è l’importanza di Palladio per gli Stati Uniti d’America, che il 6 dicembre 2010, il Congresso degli Stati Uniti d’America ha deliberato di riconoscere ad Andrea Palladio il ruolo di “padre dell’architettura Americana”. Dall’11 ottobre al 11 gennaio 2015, si celebrerà il quinto centenario della morte di Donato Bramante, definito da Vasari padre dell’architettura rinascimentale, attraverso la mostra curata dal tedesco Cristof Thoenes “Bramante e l’arte della progettazione”. Da non perdere. Si ringrazia il Centro Internazionale di Studi di Architettura Andrea Palladio per le immagini gentilmente concesse.


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AMICI DEI MONUMENTI E MUSEI VICENTINI

a cura di Elisa De Toni e Marina Verlato Cogato

Intervista a Renato Cevese A sinistra: Pubblicazioni recenti restauro statua Andrea Palladio

Viaggi studio a Lubiana, Berlino, Zagabria

Il Presidente Prof. Mario Bagnara

IDENTITA’ CULTURALE VICENTINA ATTIVITA’ APERTE AI GIOVANI Amici dei Monumenti, dei Musei e del Paesaggio per la città di Vicenza e Provincia è una delle Associazioni storiche più antiche di Vicenza. Nata nel lontano 1949 per volontà del prof. Renato Cevese e dell’avv. Antonio Bardella, allo scopo di tutelare, valorizzare, salvaguardare e promuovere il patrimonio artistico e paesaggistico di Vicenza. “Riandare con il pensiero alle ragioni che hanno indotto l’avv. Bardella Chiappini Dal Ferro e me a dar vita all’Associazione degli Amici dei Monumenti – scrive Renato Cevese in occasione del cinquantenario dell’Associazione – è come rivivere situazioni a dir poco drammatiche negli anni immediatamente successivi al secondo conflitto […]. A guerra finita ci si chiedeva: quando si potrà ricostruire? Con quali mezzi? Lo stato è dissanguato; l’industria dell’Italia settentrionale in ginocchio. La gente si domandava con estrema preoccupazione: come impostare e programmare la ricostruzione del centro storico? Approfittare, ad esempio, degli sventramenti causati dalle bombe per rinnovare in parte la città, o ricomporre il volto perché tornasse ad essere quello che ci avevano lasciato gli antichi padri? Subito si profilarono insidie pericolosissime e s’affacciarono proposte per interventi assurdi. Bardella ed io ci proponemmo di difendere la nostra città materna con i denti contro tutto, contro tutti, contro i tanti nemici, assertori dei ridicoli modernismi, decisi ad imporre la loro volontà, insofferenti del cosiddetto vecchiume […]. Subito fondammo l’Associazione degli Amici dei Monumenti, dopo che Bardella e io prendemmo posizione decisamente critica nei confronti anche dell’autorità religiosa, e tenemmo la prima riunione […]. Appena costituitasi l’Associazione, inviammo un appello all’UNESCO, invocando il sollecito intervento a favore delle ville venete. I nostri padrini a Parigi erano Vittorino Veronese e Guido Piovene:

ciononostante nulla ottenemmo. Seguitammo tuttavia a batterci con fervente energia. Nella primavera del 1952 allestimmo a Milano, alla Galleria del Naviglio di Carlo Cardazzo […], la mostra delle ville venete in rovina, definita dalla stampa nazionale scandalistica. La mostra ebbe vasta risonanza in tutta Italia: s’interessarono giornali dalla Sicilia alle Alpi […]. Nel ’52 partecipammo alla Mostra allestita, con fini non soltanto turistici, da Bepi Mazzotti che proseguì con dedizione straordinaria l’opera degli Amici dei Monumenti di Vicenza” (Giornale di Vicenza, 15 luglio 1999, p.28). Facevano parte del Consiglio, eletto l’11 giugno 1949, i già citati Renato Cevese e Antonio Bardella, l’on. Guglielmo Cappelletti, l’ing. Giuseppe Chemello, il dott. Eugenio Colbacchini, Otello De Maria, l’avv. Giuseppe Gavazzo, la prof. Laura Lattes Tonolli, Mons. Federico Maria Mistrorigo, don Albano Paulon, la signora Lucia Pigatti Salviati, l’arch. Guido Spellanzon, la contessa Cecilia Tosato Valmarana e il dott. Piero Vaccari. Importanti iniziative furono intraprese e portate a termine, negli anni a seguire, dai vari benemeriti Presidenti, insieme con i loro Consiglieri e Soci, per salvare le testimonianze architettoniche ed artistiche del passato, nel segno di un credo etico nei valori dell’arte e del grande amore per Vicenza. Questi difensori del patrimonio artistico intrapresero un’attività promozionale fatta di appelli, di articoli, di convegni di urbanistica veneta, di presenze a livello locale, nazionale ed europeo, fino al coinvolgimento del Governo nazionale e dell’UNESCO. Un ricordo particolare si deve quindi a Renato Cevese che fece conoscere l’arte vicentina e veneta in Europa e in altri paesi del mondo, non solo mediante specifici interventi di salvaguardia delle ville venete, molte delle quali erano in rovina, ma anche con la felice proposta,

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nel 1954, dell’istituzione a Vicenza del Centro Internazionale di Studi di Architettura “Andrea Palladio” che, attraverso corsi specifici, potesse educare all’arte le future generazioni, compresi giovani provenienti dall’estero. Il suo amore appassionato e la dedizione indefessa alla sua città lo portarono ad essere determinante nello stimolo al restauro di numerosi monumenti, tra i quali la chiesa di San Silvestro (restituita alla città nel 1997) dopo una decennale battaglia, la chiesa di Santa Maria Nova e i numerosi dipinti che originariamente si trovavano nell’attico della parete destra, le cinte murarie urbane medioevali, soprattutto di Marostica, l’Oratorio delle Zitelle in contrà S. Caterina a Vicenza, l’Oratorio Valmarana di Secula di Longare e la Villa Cappello di Cartigliano. Fu aiutato e sorretto in tale appassionata attività dai Consigli di Amministrazione e dalla collaborazione di tanti Soci. Una particolare menzione merita anche la rimpianta Presidente Lietta Rossi che tanto amore e tempo dedicò all’Associazione, seguendo con particolare competenza il restauro degli affreschi della chiesetta di Santa Maria Etiopissa di Polegge ed il recupero di varie opere pittoriche e scultoree minacciate dal tempo e dall’incuria. Il restauro del Pluto con pavoni in marmo greco dell’VIII secolo, ora al Museo Diocesano, è legato proprio alla Sua memoria. Un presidente che ha lasciato un’impronta indissolubile in città, non solo come uomo di cultura, ma anche come mecenate, è il dottor Victor Luigi Braga Rosa, ora Presidente onorario. Fu Lui con la sua famiglia ad ospitare la mostra Carpioni in casa di Palladio, che l’Associazione promosse nel 2008 proprio nel suo palazzo Valmarana-Braga in città. Fra i benemeriti presidenti che dedicarono tempo, amore e sensibilità culturale all’Associazione, meritano un particolare ricordo anche


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ASSOCIAZIONI VICENTINE l’avv. Antonio Bardella, cofondatore, che tante energie spese per difendere il volto e la storia di Vicenza, il marchese dott. Giuseppe Roi, munifico nei riguardi del Museo Civico e della cultura cittadina in generale, erede e propulsore della conoscenza dell’opera fogazzariana, e il dott. Giuliano Guardini, particolarmente propositivo per la salvaguardia del patrimonio artistico della città. Presidente onorario è ora divenuto il dott. Fernando Rigon che per dieci anni ha guidato l’Associazione con brillante intelligenza e spiccata sensibilità critica, facendo in modo che i suoi tre ambiti di attività (monumenti, musei e paesaggio) fossero coltivati non solo per gli aspetti estetici e storico-artistici, ma anche per la qualificata funzionalità civile. Sono state molte le opere di pittura e scultura restaurate durante il suo mandato: il quadro della Madonna con Bambino di Giacomo Cavedone, esposto al Museo Chiericati, il dipinto Sposalizio mistico di Santa Caterina e Santi Girolamo e Antonio Abate di Rocco Marconi, sempre di Palazzo Chiericati, un Crocifisso del ‘400, esposto presso il Museo Diocesano in ricordo della socia Lucia Franco-Folco. Tra gli studi e le relative pubblicazioni promosse da Fernando Rigon sono da ricordare, per la loro valenza storico-artistica, i volumi su Antonio Pizzocaro e sul Tempio di San Lorenzo del socio dott. Luca Trevisan dell’Università Ca’ Foscari di Venezia. Fernando Rigon ha contribuito ad arricchire la cultura artistica dei soci e dei simpatizzanti, offrendo, attraverso numerosi incontri culturali e visite di studio, una visione integrata dei vari periodi della storia dell’arte: da quella classica, paleocristiana e romanica a quella gotica, rinascimentale e neoclassica. Il prof. Mario Bagnara, attuale Presidente, al suo secondo mandato, ha, negli ultimi tre anni, rinnovato notevolmente la struttura stessa dell’Associazione, pur nel rispetto della qualificata tradizione, ristabilendo ordine a livello amministrativo e attuando le modifiche dello Statuto secondo le indicazioni comunicate dalla Regione del Veneto per le organizzazioni di volontariato. Per volontà sua è stata impostata una nuova immagine degli Amici dei Monumenti tramite la realizzazione di un logo e di un sito internet, al fine di proiettare la sempre costante attività dell’Associazione nella realtà attuale, instaurando un dialogo aggiornato con la società. Con Mario Bagnara negli ultimi anni sono state affrontate importanti iniziative come la promozione, presso i proprietari, del restauro della facciata della casa natale di A. Fogazzaro, in occasione delle celebrazioni del Centenario della morte, impegnandosi - personalmente egli stesso - a sostenere l’iter progettuale presso gli Uffici Tecnici Comunali e la Soprintendenza di Verona. Da menzionare poi sono altri interventi altrettanto considerevoli di nota per la città di Vicenza compiuti in questi tre anni, in particolare il restauro della statua di Palladio in Piazzetta

Palladio con relativa pubblicazione, in occasione della fine dei lavori che hanno coinvolto la Basilica Palladiana dal 2008 al 2012; il cofinanziamento del volume Andrea Palladio e Verona. Committenti, progetti e opere di G. Zavatta dell’Università di Verona e, quest’anno, il patrocinio del restauro degli affreschi dell’Ossario del Pasubio. In questi oltre sessant’anni di vita l’Associazione ha lavorato con il preciso scopo di diffondere la cultura del recupero e della valorizzazione del patrimonio artistico veneto e vicentino in particolare. Infatti salvare e valorizzare questa inestimabile, ma, purtroppo, fragile ricchezza anche in funzione delle future generazioni, sono obiettivi fondamentali dell’Associazione. Si tratta di tramandare la “memoria”, grazie alla quale i popoli mantengono la loro identità culturale e promuovono le proprie attività, non esclusa quella economica. ”La memoria – secondo il pensiero di F. Rigon - non è il passato, ma la continuità; è il passato e il futuro congiunti”. Attività proposte Oltre alla Promozione del restauro di opere d’arte, alla sponsorizzazione di pubblicazioni sul patrimonio artistico di Vicenza, alla collaborazione nell’allestimento di mostre ed esposizioni, l’Associazione opera nell’ideazione di progetti didattici per bambini e ragazzi. Dal 1985, per oltre 25 anni, un gruppo di insegnanti - socie volontarie - ha condotto con entusiasmo e competenza, a titolo gratuito, un originale percorso didattico al Museo Civico di Palazzo Chiericati, dal titolo I quadri raccontano, rivolto ai bambini delle scuole primarie di Vicenza (oggi interrotta per i lavori di restauro del Museo Civico). Dedicato sempre a bambini e ragazzi è, inoltre, un altro programma didattico sulla Vicenza Romana, ideato e condotto, negli ultimi due anni, dalla dott.ssa Paola Todescato, consigliere dell’Associazione. Infine, da tempo immemore, una sezione “Studi e ricerche”, costituita sempre da soci volontari, svolge attività di sorveglianza e guida presso il Museo Diocesano e la Chiesa di San Vincenzo. Associati alla FIDAM - Federazione Italiana Amici dei Musei, fondata a Firenze nel 1974, che riunisce 110 associazioni italiane - gli Amici dei Monumenti di Vicenza, ogni anno, la prima domenica di ottobre, aderiscono, con entusiasmo e proposte sempre originali, alla ormai tradizionale Giornata Nazionale degli Amici dei Musei d’Italia, patrocinata dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali e il Turismo e dall’Alto Patronato del Presidente della Repubblica. Rivestono una particolare importanza all’interno della vita dell’Associazione le attività legate al turismo culturale. Da settembre a giugno vengono programmate visite culturali, in Italia e all’Estero, soprattutto a quei tesori nascosti che fanno parte di collezioni private, normalmente non accessibili al pubblico. Ad arricchire il programma si aggiungono poi le numerose conferenze, alle quali non mancano mai relatori di ampia fama e storici dell’arte riconosciuti.

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Calendario eventi aprile/giugno 2014 Amici dei Monumenti e Musei di Vicenza 1 APRILE ore 17.00 Per il ciclo di conferenze “Episodi di scultura veneta dal Quattro all’Ottocento” «Una questione che bisogna ben studiare». Intrighi, raccomandazioni e dibattiti vicentini in merito al concorso per il monumento a Giacomo Zanella Luca Trevisan, Università Ca’ Foscari Venezia Aula francescana del Chiostro di San Lorenzo 5 APRILE TRENTO Visita guidata al Muse Visita al Castello del Buon Consiglio 8 APRILE ore 17.00 Per il ciclo di conferenze “Episodi di scultura veneta dal Quattro all’Ottocento” L’Olimpo in fronte Fernando Rigon, già direttore dei Musei Civici di Bassano del Grappa e dei Musei e Monumenti della città di Vicenza Aula francescana del Chiostro di San Lorenzo 12 APRILE ROVIGO Palazzo Roverella – visita guidata alla mostra: “L’Ossessione Nordica” Visita alla chiesa Santa Maria del Soccorso detta “La Rotonda” 15 APRILE ore 17.00 Per il ciclo di conferenze “Episodi di scultura veneta dal Quattro all’Ottocento” Canova in casa Buonarroti. Dall’idealismo neoplatonico al razionalismo illuminista Franco Barbieri, Università Statale di Milano Aula francescana del Chiostro di San Lorenzo 3 MAGGIO FERRARA Palazzo dei Diamanti - visita guidata alla mostra “Matisse” Visita alla Cattedrale e al Museo della Cattedrale 6 MAGGIO ore 16.00 Conferenza La bibbia ritrovata Antonio Marangoni Archivio storico della diocesi di Vicenza 13 MAGGIO ore 17.00 conferenza Il padrino di Andrea Palladio: Vincenzo Grandi e la scultura veneta del primo Cinquecento Massimo Negri, Università di Trento Aula francescana del Chiostro di San Lorenzo 16/20 MAGGIO BERLINO E DRESDA 31 MAGGIO FORLI’ Visita del centro di Castrocaro e Terra del Sole Musei di San Domenico - Visita guidata alla mostra: “Liberty uno stile per l’Italia” Gli eventi dell’Associazione Amici dei Monumenti e Musei di Vicenza sono visibili anche sul sito www.amicimuseivicenza.it. Potete inoltre seguirci su facebook. La sede si trova in via Arzignano 1 a Vicenza. Orario di apertura: martedì, giovedì e venerdì dalle 9.30 alle 12.00 Per contattarci: 0444 322762 info@amicimuseivicenza.it


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Teatro Civico di Schio

UNA CIVICA PASSIONE

TORNA IL TEATRO CIVICO DI SCHIO 2004-2014: dieci anni di percorso per permettere ad un teatro di aprirsi nuovamente alla cittĂ . Dieci anni di cantiere di idee e di cantiere reale. Questo percorso ha permesso la riabilitazione del Teatro Civico di Schio, inaugurato nel 1909 e chiuso da oltre 50 anni.

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Storia Vicentina

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Monte Berico

SANTUARIO MONTE BERICO LUOGO DI CULTO E PELLEGRINAGGIO Pellegrinaggio del 1963 - foto Sandrini

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Arte&Teatro

“UN DIVERSO MONET” Valentina Casarotto e Stefania Carlesso

dietro le quinte dello spettacolo Valentina - L’avventura dello spettacolo teatrale è stata un’idea brillante di Stefania, che ha tutto il merito e che mi ha coinvolta conoscendo mie precedenti esperienze. L’idea di presentare al pubblico un itinerario artistico legato alle mostre nasce nel 2006, ancor prima di esser docente della materia, dalla sollecitazione di alcuni amici un po’ travolti dalla mia passione.

Stefania - Era l’8 febbraio scorso, faceva freddo e pioveva ma da Cioccolato, che quel giorno inaugurava la nuova sede, si stava benissimo. Mi trovavo lì con Valentina, che indossava un cappello alla Rosalba Carriera (pittrice del Settecento cui, non a caso, Valentina ha dedicato un romanzo edito da Angelo Colla) e con Ina, nostra comune amica.

In quell’anno la mostra di Andrea Mantegna a Mantova aveva generato grandi attese e, al pari, un senso di inadeguatezza nell’andare a visitarla senza una corretta preparazione. Così mi hanno convinto, ovvero quasi obbligato, a intrattenerli con la mia prima conferenza di questo tipo, ossia un itinerario tra le opere in mostra, spiegando in modo didattico e corretto, tuttavia gradevole, i contenuti che le opere veicolano, illustrando temi che sono stratificati e presuppongono molte conoscenze e uno studio non improvvisato. Questo inizio episodico si è poi trasformato, nel tempo, in un appuntamento annuale, una consuetudine, che ogni anno vede l’afflusso di nuovo pubblico, basato sul passaparola.

Valentina e Ina, entrambe docenti di storia dell’arte, entrambe piene di idee. Ina in particolare ne ha sfornate un bel po’ quel giorno, ma l’ultima, proprio un attimo prima di salutarci è venuta a me. Sarà stato il cioccolato, sarà stata la vicinanza alla Basilica Palladiana su cui sventolava lo striscione pubblicitario della mostra “Verso Monet”, fatto sta che mi sono rivolta a Valentina dicendole: “perché non organizziamo un evento ispirato alla mostra? perché non proviamo a portare la storia dell’arte a teatro? Mi è venuto spontaneo rivolgermi a Valentina perché ero al corrente delle numerose conferenze introduttive da lei dedicate con successo a precedenti esposizioni.

Ma il nostro “Un diverso Monet” è tutta un’altra storia. Devo sinceramente confessare che quando Stefania mi ha proposto l’idea dello spettacolo, ero fiduciosa della sua visione dell’evento, certissima della sua professionalità, ma sinceramente preoccupata per la mia parte. Per sdrammatizzare, le ho subito messo in chiaro: “Io il can-can non lo ballo”!

Da quel momento, Ina è diventata madrina ideale dell’evento, mentre dal giorno dopo io e Valentina eravamo al lavoro. Come prima cosa abbiamo identificato lo spazio che ci sembrava più giusto per questo evento nel Cinema Teatro Primavera che alla nostra proposta ha risposto con un sì quasi immediato. Tra me e Valentina, la spartizione dei compiti è avvenuta naturalmente, assecondando le nostre rispettive specificità, ma non c’è una sola decisione che non sia stata presa in accordo.

Scherzi a parte, Stefania ha creato una dinamica perfetta tra le nostre rispettive specificità: la sua padronanza della scena, della lettura e della drammatizzazione, le sue conoscenze approfondite della materia, e il mio modo didattico di illustrare le opere, per fornire coordinate temporali, stilistiche e una visione coerente dei dipinti. Il canovaccio è tutto stato creato con grande rigore scientifico, che si declina però in termini di assoluta godibilità e piacevolezza per il pubblico, reso ancor più dinamico dal balletto delle due voci. Devo confessare che il condividere le nostre esperienze, il ritrovarci dopo 20 anni, e il frequentarci assiduamente in questi due mesi mi ha regalato la bellezza di una nuova amica, che stimo moltissimo e con cui c’è subito stato quel “feeling di pelle”, quella comprensione implicita e quella consonanza di intenti che rappresentano una rarità e una difficile condizione da realizzare per donne di carattere quali siamo. Questi sono stati i presupposti, per cui i nostri incontri di preparazione sono stati proficui e molto divertenti. A mio parere non c’è miglior condizione perché un progetto abbia successo. E il teatro decisamente affollato ci ha dato ragione. La nostra complicità e la fiducia reciproca penso siano state le sensazioni trasversali che più hanno colpito il pubblico, al di là del format innovativo di presentare opere, vite, musiche e curiosità sugli artisti. Sulla scorta dell’entusiasmo di questa prima, e visti i consensi unanimi, l’immaginazione viaggia, brulica di fermento, e io e Stefania stiamo elaborando tante idee per nuove e intense avventure di questo tipo. Quindi .. alla prossima!

Ringrazio Valentina, perché mi riconosce il merito di aver avuto questa idea, ma le idee da sole non bastano, sicuramente non a me. Valentina non è solo una docente preparata e appassionata, è un caterpillar, la chiamano così gli amici, dice una cosa e la fa, praticamente subito. Sul piano strettamente registico, visto che l’oggetto della mostra era la pittura di paesaggio, abbiamo cercato di raccontarla come se si trattasse di una passeggiata: una passeggiata che può offrire l’opportunità di incontrare personaggi storici, come accade nei quadri di Poussin, che può farsi pericolosa, come nelle tele di Rosa animate da sgherri e soldati, che ti offre il brivido della conquista di uno spazio sconfinato, come nei quadri dei paesaggisti americani andati assieme ai coloni alla conquista del West, tanto per fare qualche esempio. Ad accompagnare la nostra “passeggiata”, a renderla più lieve, le musiche e le poesie secondo noi in risonanza con le opere, oppure gli aneddoti sugli artisti e stralci dalla loro corrispondenza. A volte il nostro passo era veloce, altre volte rallentava, dipendeva da ciò che i quadri, di volta in volta, avevano o meno da mostrare, raccontare o semplicemente suggerire. Ci siamo fermate in quel Paradiso in terra che è il giardino di Monet a Giverny, soddisfatte, per niente stanche di questa “passeggiata” e sicure del fatto che anche il pubblico aveva gradito il “cammino”. In ultimo, amo ( sì, amo) le contaminazioni tra ambiti, discipline che pratico e in cui mi riconosco, teatro, narrazione, storia dell’arte, tutte le volte che posso mescolarli sono felice. Mi accade con Itinerari letterari, l’ho fatto di recente per la Biblioteca Bertoliana, sto per rifarlo con il Museo Diocesano. E sicuramente lo rifarò con Valentina che le doti professionali e umane rendono un’eccellente compagna di lavoro, e non solo. Ma, e qui mi rivolgo a lei, si prepari, perché la prossima volta le farò ballare il can can!

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Memorie vicentine

LA CITTA’, LA MEMORIA, IL VIAGGIO di Agata Keran

“È un sentimento d’amore per la terra che la rende abitabile, ci fa sentire a casa, radica nel suo linguaggio la nostra consapevolezza.” Sergio Los Provengo da un luogo d’oltremare dove le distanze da un punto all’altro dipendono dal respiro del vento. In quella città, distante dai fiumi, le piazzette dell’antico borgo ruotano attorno ai pozzi, nodi vitali di una comunità abituata a darsi un appuntamento proprio lì, creando di volta in volta una circolarità anche comunicativa, piena di suoni, schiamazzi, risate. Al tempo della mia infanzia, uno dei personaggi di maggior spicco era il “Folle Poeta”, che d’estate si vestiva di lana e d’inverno camminava scalzo. Era assai temuto da noi ragazzi, ma rispettato e quasi sacralizzato da tutta la polis come se fosse un profeta, la vera guida spirituale dei dissenzienti. Sto parlando di Zara, la bianca Diadora di greca memoria. I romani la ridisegnarono in modo rigoroso, lasciandole in dono un foro prospiciente sul mare, una sorta di pupilla proiettata verso un altrove circondato da un arco di isole gentili. Malgrado la prorompente linearità del sua strada principale - detta Kalelarga (ossia: Calle Larga) - lo spazio urbano ha comunque un respiro circolare, messo in evidenza dal maestoso cilindro della chiesa bizantina di San Donato, che si leva candida sul foro romano. Mi fermo qui con la descrizione, perché il vero motivo della lunga premessa è quello di rammentare che il nostro modo di guardare - e quindi di interpretare la realtà circostante - dipende in modo sostanziale dal paesaggio naturale, urbano e culturale in cui si è formato il nostro sguardo bambino, prima di essere inquadrato nella logica cartesiana della pagina stampata. Nulla di nuovo in tale affermazione: ogni creativo arriva a conoscere il potenziale e i limiti di questa impostazione originaria che determina, seppur in modo dinamico e flessibile, la sua percezione del mondo. Ricordando la nativa Višegrad, racconta lo scrittore bosniaco Ivo Andrić: “All’inizio di tutti i sentieri e di tutti i percorsi, all’origine del pensiero stesso su di loro sta, forte e indelebilmente inciso, il sentiero lungo il quale per la prima volta ho cominciato liberamente a camminare … Poiché sotto tutti i sentieri della Terra corre sempre, dal giorno in cui l’ho abbandonato fino ad oggi, visibile e palpabile solo per me, l’aspro sentiero di Višegrad. In realtà è su quel sentiero che ho misurato il mio passo e adattato il mio cammino” [I. Andrić, Sentieri, in Romanzi e racconti, trad. D. Badnjević, Milano 2001, pp. 1208-1209]. Ma cosa succede se le memorie di questo genere - radicali, poiché toccano gli albori del nostro vedere e quindi stare al mondo - diventano molteplici ed eterogenee? Come si concilia l’identità storica di una città con i flussi migratori che mettono sicuramente in subbuglio il suo ordine originario, platonico? L’identità forte di una città antica può tollerare la forma nomadica dell’odierno abitare? Di per sé, l’architettura è refrattaria, impermeabile alla dimensione metamorfica del divenire. E il tempo consuma le cose, rende fragile ogni disegno ideale. Penso ora a Vicenza, il luogo in cui ho trascorso gli ultimi vent’anni della mia vita, cercando di capire la sua filigrana sottile e profonda. Tentando di incastonare la mia voce - un po’ diversa - nel mosaico della sua vita culturale. Senza eccessivi ostacoli, poiché questa città sa porsi in ascolto, aprirsi al racconto, lasciare spazio alle nuove prospettive emozionali, esperienziali, intellettuali, letterarie. Sul piano morfologico, l’alterità non lascia però molte tracce, si sviluppa - e si nasconde - dietro le pareti neutre degli edifici. Pensiamo alla comunità ebraica del passato, inserita in un contesto abitativo sostanzialmente anonimo, privo di connotazioni. Passando oggi per contra’ Do Rode, è difficile accorgersi del suo passato giudaico. Tuttora si procede con lo stesso principio: ortodossi e musulmani celebrano i loro riti all’interno di alcuni locali preesistenti (religiosi o commerciali), ritoccando solo la dimensione interiore, spiri-

tuale dell’ambiente, per nulla percettibile dall’esterno. La sfera pubblica e quella privata rimangono quindi separate in modo netto. Ma i costruttori del futuro useranno la medesima regola? Non dimentichiamo che senza il magma delle ibridazioni culturali il patrimonio architettonico veneto sarebbe piuttosto monco e che il codice genetico della venezianità trae la propria linfa vitale in quel desiderio insaziabile di protendersi altrove, verso l’eterna luce del Levante.

Lo sapeva bene il vicentino Giovanni Miglioranza, architetto appassionato di archeologia e di viaggi. Con il suo Caffè Moresco, costruito alla fine degli Trenta dell’Ottocento, dava corpo a una rêverie esotica di gusto francese che di lì a poco avrebbe indotto una moltitudine di pensatori, artisti e poi fotografi alla ricerca di vari paradisi perduti, nascosti lungo vie d’Oriente. Nel polmone verde della città berica, sotto le pendici del sacro colle mariano, nasceva quindi una specie di sogno proibito: un sottile disegno arabesco, accolto in modo assai spontaneo dall’organico rigoglio della vegetazione circostante. Una progettualità non autoctona, ma giustificata da una profonda esigenza collettiva di esplorare gli abissi dell’alterità, per capire diverso da sé e in sé. Una piccola selva onirica e libertaria in grado di dialogare in modo raffinato con la vecchia Vicenza, pronta a lasciarsi sollecitare dalla brezza audace dei suoi giovani intellettuali e artisti.

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VICENZAVOGUE primo piano

Memorie vicentine

All’inizio degli anni Sessanta, Giovanni Miglioranza lasciò una sua impronta anche sul Santuario di Monte Berico, riplasmando la facciata della chiesa antica in chiave neogotica. Una fotografia conservata nell’Archivio di Monte Berico svela un curioso dettaglio di questa progettualità eclettica, cioè il ‘capriccioso’ timpano che sovrasta l’ingresso conventuale, ora perduto. Immagini Fig.1 Caffè Moresco, litografia di Luigi Veronese, collezione I. Veronese. Fig.2 Progetto di Giovanni Miglioranza, AMB. Fig. 3 Facciata neogotica della chiesa di Santa Maria di Monte Berico, 1900 circa, AMB. Fig.4 Convento dei Servi di Maria, ante 1951, AMB.

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Rassegne culturali

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Focus Eventi

AmAmbiente Festival 2014 Appuntamenti per amare il territorio berico Paesaggio vicentino I caratteri del paesaggio berico Il Grande Splendore La bellezza delle colline incontra l’arte impressionista Mostre fotografiche Giuliano Francesconi a Bassano Design Un progetto per homeless Anniversari 50 anni di arte orafa: Giovenzio Posenato Non sei di Vicenza se....Compagnia teatrale “La Trappola”

© Maurizio G. Montorio

AMAMBIENTE FESTIVAL 2014. Trenta appuntamenti per amare il territorio Ritorna AmAmbiente Festival, un progetto che mira alla conoscenza e alla valorizzazione del territorio berico avviato nel 2012 da Nanto e una catena di associazioni e singoli cittadini, che quest’anno alla terza edizione si estende a un’intera area con l’adesione di vari Comuni della Riviera Berica. Sul tema “La terra che viviamo, l’aria che respiriamo” dal 9 Marzo al 15 Giugno sono programmati 30 appuntamenti di vario genere, da escursioni sul territorioa conferenze, mostre d’arte, serate di musica, spettacoli teatrali, feste e fiere delle tipicità locali. Tutte le iniziative in cantiere per la terza Amambiente hanno come protagonista il territorio, i suoi prodotti, la sua storia e la sua natura. Oltre alle iniziative nuove, il contenitore congloba anche appuntamenti classici della primavera berica come la Giornata dell’olio e dell’ulivo di Barbarano, Villa da Schio in fiore di Costozza, la Magnacurta di Ponte di Barbarano, Mestieri arti e sapori dei Berici di Longare e Sossano in fiore. “E’ importante che varie Amministrazioni, partendo da Arcugnano e fino a Sossano e alla Val Liona, abbiano accettato di condividere il progetto diventando partner organizzativi di varie iniziative nel proprio territorio - sottolinea l’assessore alla cultura di Nanto Silvia Brodesco. Amambiente diventa un festival itinerante che si propone di creare interessi trasversali: favorire la mobilità dentro l’Area Berica e attirare interesse e curiosità dall’esterno. Questo contenitore di iniziative è un primo progetto interculturale per iniziare a pensare e progettare insieme il comprensorio berico” (testo di Albano Mazzonetto tratto dall’articolo del GdV)

Interno della Pieve di Nanto

© Maurizio G. Montorio

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Paesaggio Vicentino fotografie di Alberto Fava e Maurizio Graziano Montorio

IL GRANDE SPLENDORE

© Alberto Fava

© Maurizio G. Montorio

© Maurizio G. Montorio

© Maurizio G. Montorio

© Maurizio G. Montorio

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Arte e Natura

I COLLI BERICI L’ insieme collinare dei Colli Bericisi estende per una lunghezza di circa 20 Km a sud di Vicenza. Il gruppo collinare si presenta molto frastagliato nella parte settentrionale, più regolare a mezzogiorno. Due profonde e lunghe incisioni, la Val Liona e il sistema delle valli di Fimon, s’insinuano nel cuore del gruppo. La strozzatura situata in corrispondenza della Bocca d’Ascesa e l’incisione della Val Liona permettono di suddividere i Colli Berici in due settori. Il settore orientale si presenta come un vasto e articolato altopiano dirupato lungo il margine sud-orientale, si raccorda bruscamente con la sottostante pianura tanto da presentare un aspetto rupestre e alcuni versanti assai ripidi; gli insediamenti più antichi si collocano a mezzacosta lungo il versante, mentre quelli più recenti trovano posto in pianura, in corrispondenza del canale Bisatto. Verso Vicenza invece l’altopiano è smembrato da numerose incisioni, che individuano alla fine una stretta e articolata dorsale; degradando progressivamente questa si esaurisce con il Monte Berico. Le pendici fin sopra la quota degli insediamenti sono intensamente coltivate a vite, ulivi e talvolta a ceraseti, mentre la pianura oltre il canale è coltivata a cereali. Il settore occidentale è invece caratterizzato da morfologie più deboli, con lievi ondulazioni che si raccordano dolcemente con la pianura, dove si collocano gli insediamenti di maggiori dimensioni; la collina è intensamente coltivata a viti, ulivi e seminativi e punteggiata da insediamenti di piccole dimensioni. Le doline e gli avvallamenti carsici che si sussuegono nella parte sommitale, caratterizzano fortemente il paesaggio per il fondo coltivato e le pendici boscose offrendo continui cambi di visuale in una sequenza di saliscendi. Alcune colline, più o meno modestesia come estensione che come quota, restano isolate nella pianura. Per lo più sono situate a ridosso del gruppo principale (Monticello di Fara e la collina di Altavillla sono le maggiori); altre, ad esempio la collina di Montegalda, sono decisamente isolate o in posizione intermedia fra i Berici e i colli Euganei, come quelle di Albettone e Lovertino.

© Maurizio G. Montorio

© Maurizio G. Montorio

© Maurizio G. Montorio

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Paesaggio Berico Fotografie di Alberto Fava

IL GRANDE SPLENDORE “VERSO CEZANNE”

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Arte e Natura

LA TERRA E LE EMOZIONI CHE VIVIAMO... La morfologia dei Berici è fortemente condizionata dalla situazione litostratigrafica che comprende principalmente un complesso calcareo-marnoso molto erodibile, estesamente affiorante nel settore occidentale, e un complesso calcareo, talora massiccio, che costituisce invece una buona parte del settore orientale e che rende quasi dolomitico il paesaggio del versante compreso tra Villaga e Costozza. I molti studi effettuati sulle rocce dei Berici, e la numerosa presenza di fossili di molluschi, ricci di mare, coralli e alghe, attribuiscono a questi rilievi un’origine marina, avvenuta attraverso un lunghissimo processo di sedimentazione di resti vegetali e animali. Quell’antico mare era in origine – risalendo lo spostamento dell’asse terrestre – all’altitudine dell’odierno tropico, ed era popolato da una ricca vita fatta di organismi in grande evoluzione. Le continue sollecitazioni tettoniche e vulcaniche, che si protrassero per un lunghissimo periodo di tempo, diedero inizio alla formazione di vari strati, via via sempre più compatti: nuovi materiali seppellivano i sedimenti sottostanti, indurendoli e facendoli diventare, attraverso lunghi e complessi fenomeni fisici e chimici, una solida roccia compatta. La formazione rocciosa più antica dei Berici si è composta intorno ai 90-60 milioni di anni fa, mentre la più “giovane” 35. Da i 30 a i 25 milioni di anni fa ebbe inizio gradualmente un processo che portò a profonde trasformazioni dell’ambiente: nuove forme di vita apparvero e presero il sopravvento. Alghe calcaree e coralli coloniali, iniziarono a proliferare e ad accumularsi, generando una lunga Barriera Corallina, che separò il mare aperto da un’ampia laguna interna. I resti di quella Barriera che si estendeva dai Monti di Valdagno fino ai Colli Berici sono ancora visibili nella parte sudorientale dei colli, soprattutto in quella oggi chiamata “Scogliera di Lumignano”. La successiva emersione del fondo marino causò probabilmente la morte della scogliera, mentre una nuova fase in cui ebbe il sopravvento il mare, portò altre sedimentazione e accumuli sabbiosi. L’emersione finale del fondo, con l’innalzamento dei Colli Berici, avvenne circa 6 milioni di anni fa. Il mare poi si ritirò lasciandoli alla più recente fase evolutiva, caratterizzata da una lenta erosione dovuta al gelo, al vento e all’acqua, che scavarono le valli e incisero i fianchi delle colline formando caverne naturali in cui si insediarono le prime popolazioni paleovenete. L’insediamento umano nei covoli, le grotte naturali, è testimoniato fin dall’epoca preistorica e con continuità durante le epoche successive. La storia della pietra in questo territorio è anche la storia di molti manufatti edilizi della zona e della tradizione costruttiva in genere: delle ville innanzitutto, dove le pietre tenere del vicentino sono state usate per sagomare modanature ed altri elementi architettonici, oppure per realizzare le statue che decorano giardini, frontoni e scalinate; ma anche i più modesti fabbricati legati alla tradizione rurale e contadina come capitelli e le fontane che puntellano con regolarità l’intero paesaggio.

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Paesaggio Berico Fotografie di Alberto Fava

IL GRANDE SPLENDORE “VERSO VANG GOGH”

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Arte e Natura Mostre d’arte

L’ARIA E LE SENSAZIONI CHE RESPIRIAMO....

Il Vino. La vite è coltivata soprattutto in collina in tutta l’area berica, con sistemazione prevalente a ritocchino; ove le pendenze sono considerevoli, viene coltivata su terrazzi (masiere) sostenute da muri un tempo in pietra a secco e ora sempre più spesso in cemento. I vini con denominazione Colli Berici DOC si producono in una vasta area a sud della provincia di Vicenza, che coincide con le colline dalle quali il vino prende il nome. All’interno dell’area di produzione, poi, il disciplinare circoscrive ulteriormente la zona dove poter produrre il Tai Rosso di Barbarano: quest’ultima comprende interamente il territorio del comune di Barbarano Vicentino e parte di quello dei comuni limitrofi. Vini doc rossi: Cabernet, Cabernet Franc, Cabernet Sauvignon Carmenere, Merlot, Pinot Nero, Rosso, Tai Rosso Vini Doc bianchi: Bianco, Chardonnay, Garganega, Manzoni Bianco, Pinot Bianco, Pinot Grigio, Sauvignon, Spumante (Metodo Classico e Charmat), Tai L’Olio. La Serenessima ne diffuse la cultura per limitare la “dipendenza” dall’Oriente e, fino alla fine del Settecento, l’olivocoltura era complementare alla viticoltura, diffusa soprattutto in proprietà di villa, impiantata solo nei poderi lasciati liberi dai seminativi e dalle vigne, sui terrazzi e sui pendii più soleggiati e riparati. Ora la coltura si sta diffondendo grazie alle tecniche dell’olivicoltura moderna, alla presenza di un frantoio collettivo e alla garanzia della DOP. La coltivazione ha epicentro Nanto e larga diffusione a Barbarano, Villaga, Castegnero e Sossano. Le Cigliege. Si coltivano a Castegnero da lunga tradizione, ai piedi della rupe della Riviera, dove il terreno ha pendenza cospicua e una intensa esposizione che favorisce la precocità del frutto. La varietà specifica è la cosidetta Mora di Castegnero, celebrata nella “festa della siaresa” a Maggio.

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Paesaggio Berico Fotografie di Alberto Fava

IL GRANDE SPLENDORE “VERSO MONET”

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Arte e Natura

LA NATURA E LA GENTE CHE INCONTRIAMO... Lago di Fimon. Questo piccolo lago di forma allungata, è contornato dai Colli Berici su tre lati. Il quarto è aperto sulla pianura, e da esso esce un canale di nome Debba. Il Lago di Fimon è un luogo di grande interesse archeologico per i resti ritrovati nell’area (i più antichi risalenti al quarto millennio prima di Cristo) e di valore naturalistico, per la particolare varietà di flora e fauna presente in esso e attorno ad esso. Il lago è frequentato per gran parte dell’anno da pescatori, sportivi, bikers, velisti che in esso imparano a governare piccole imbarcazioni. Nella bella stagione l’attrattiva cresce, e diviene meta ideale per le gite fuori porta di molti vicentini. Il Lago di Fimon, è un’ottima meta anche per chi ha voglia di riflettere, di rallentare il ritmo passeggiando nella natura, tra la bellezza di boschi e la suggestiva presenza dello specchio d’acqua. Specchio che diventa meraviglioso quando increspato dal vento o quando piove. O ancora, quando riflette luci e colori del cielo, in albe e tramonti particolari. Negli inverni più freddi il lago si ghiaccia completamente, e allora sembra dominato da un incantesimo. www.lifeonthehill.it www.colliberici.it

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Aziende Beriche Schio Thiene

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Foto di Lucio Frigo vincitore del premio “Gusto Berico”

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Arte e Natura

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Artisti oraямБ

50 ANNI DI ARTE ORAFA 1963_2013

GIOVENZIO POSENATO

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Arte e materia

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Eventi di Fotografia VICENZAVOGUEPHOTOGRAPHERS

MOSTRA FOTOGRAFIE 1993_2012

GIULIANO FRANCESCONI

fil rouge Chiesetta dell’Angelo 8 marzo_21 aprile 2014_Bassano

Aprirà all’insegna dello still life la stagione 2014 della Chiesetta dell’Angelo, sede espositiva dell’Assessorato alla Cultura di Bassano del Grappa. La mostra “Fil rouge” che propone una selezione di elaborazioni fotografiche create da Giuliano Francesconi fra 1993 e 2012, mostra che si inaugurerà sabato 8 marzo 2014 alle ore 18:00.

A concludere il viaggio, e nel contempo ad accogliere lo spettatore al suo ingresso in questo spazio che odora di sacralità, “Profumo”. La presenza silente ma viva di questi fiori, il cui sentore aleggia lieve, secco, ci porta alle opere che appartengono alla fase più recente della ricerca di Giuliano Francesconi nell’ambito dello still life. L’indagine sui contrasti, che trova in “Dicotomie” una delle sue più emblematiche rappresentazioni, sviluppa una narrazione che vede nello spazio ellittico della Chiesetta dell'Angelo luogo di espressione e risoluzione.

Tutt’altro che recente il genere dello still life - meglio conosciuto in Italia come “natura morta” vanta illustri precedenti già negli affreschi di Pompei, con la raffigurazione pittorica di oggetti inanimati (fiori, frutta, ortaggi, oggetti, ma anche conchiglie ed animali) diventando nel Seicento un vero e proprio genere pittorico ampiamente frequentato fino ai giorni nostri. Nel campo della fotografia, però, la natura morta ha trovato una nuova stagione, con esiti sorprendenti. Per Giuliano Francesconi, fotografo vicentino attivo dagli inizi degli anni Settanta, la macchina fotografica è una specie di lente d’ingrandimento, capace di svelare più di quanto l’occhio umano possa vedere, estraendo un particolare che si espande, indagando un elemento che esce dall’ombra ed emerge plasmato dalla luce. Le opere dell’artista nascono dalla lotta tra i contrasti: il buio e la luce, i complementari rosso - verde. Lo spettatore che coglie l’origine dell’oggetto studiato, si vede poi trasportato in una dimensione che trascende il mero dato realistico per ritrovarsi immerso in una dimensione espansa, fatta di superfici che dialogano, con le loro ampie campiture cromatiche, con lo spazio circostante. Un lungo filo rosso si snoda attraverso luci ed ombre a racchiudere, bloccare, sospendere, segnare un percorso dove l’oggetto è il protagonista. Ad accogliere il visitatore in chiesetta, in posizione eminente, “Albero straniero”, installazione animata, mossa, composta da 16 immagini che assemblate in una struttura appositamente elaborata in verticale ricostruiscono una forma vegetale anomala, che acquista significato e dimensione a partire proprio dai suoi elementi costituenti. Il filo rosso si espande, dilaga nei trittici di “Peperoni” e “Dicotomie” dove dettagli vegetali, foglie, falde di peperoni rivelano una propria plastica presenza dove, grazie al contrasto di luci ed ombre, si evidenziano tensioni, energie, che scorrono in linee sinuose rivelatrici. La massa isolata, potente, compatta assume una dimensione antropomorfica fisicamente e mentalmente avvolgente. Qui la passione dell’artista per il particolare dell’oggetto, che viene amplificato e manipolato, arriva a trascendere la realtà per raggiungere spazi generati dalla lotta primordiale tra il rosso e il nero, la luce e le tenebre. Il percorso pare giungere ad un equilibrio nelle opere centrali del 1998, “Mani giunte” e “Cuore debole”; i contrasti cromatici, pur presenti, sfumano in gradazioni quasi liquide, contenute da strutture compositive sapientemente controllate in modo simmetrico.

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54 Eventi di Design

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A cura di di Gianluca Polazzo

LA CITTA’ DEI SENZA FISSA DIMORA UN PROGETTO PER UN RIPARO TEMPORANEO In una delle vie interne La Rambla, un piccolo cartone addossato ad un muro componeva, insieme con un lumino appoggiato a terra, l’immagine di una “casa” anche se di casa vera non si trattava. Eppure mi erano bastate due cose - una luce e una parete - per “vedere” OLTRE quel cartone del clochard. Per lui quella rappresentava la sua dimora, la casa costruita con le sue mani, il luogo dove ogni sera sarebbe tornato. Martina Bedin, classe 1979, architetto milanese di origine vicentina, laureata nel 2013, ha fatto della fotografia scattata nell’estate spagnola la sua idea “fissa”, un oggetto di studio per potersi confrontare con una realtà ai più sconosciuta. Incontrata casualmente durante “La notte dei senza dimora” a Vicenza, lo scorso Ottobre, mi ha colpito per la solarità mentre a un collega illustrava il progetto. Presentazione semplice e prototipi alla mano, ha allestito uno stand ai Giardini Salvi. Un progetto coraggioso per dare a chi non ha più nulla un qualcosa di tangibile a cui aggrapparsi, qualcosa che sia “suo” e del quale prendersi cura. Sia chiaro che il progetto sociologico è molto più ampio e delicato; la situazione che queste persone stanno vivendo e affrontando giorno dopo giorno è complicata da spiegare quanto lo sia da capire. Un riparo, per l’appunto temporaneo, deve cominciare a ricostruire dal basso, dalle cose semplici, la fiducia che queste pesone possono riporre nelle associazioni e nei volontari che davvero vogliono aiutarli. La vera sfida resta quella di integrare all’interno del tessuto sociale, chi vive questo problema. Martina, avendo avuto accesso a questa sub-cultura, ha potuto toccare con mano e capire quale potesse essere il vero punto di partenza. Un concetto quanto più semplice possibile per ridurne il costo di produzione ma che al suo interno cela una forte volontà sociale: un oggetto, formato da più oggetti utili, che le associazioni possano distribuire gratis a coloro che ne hanno davvero necessità. Il prototipo va affinato e ingegnirizzato per poter essere messo in produzione ma la volontà di Martina ha fatto si che quello che ho potuto vedere sia un pezzo funzionante e funzionale degno della migliore definizione di “design”: “progettazione di un oggetto che si propone di sintetizzzare funzionalità ed estetica”, questa è la definizione di design. E cosa meglio di un riparo per senza tetto racchiuso in una borsa porta in sè funzionalità e estetica a servizio di una utilità sociale che ormai è stata persa? Nelle immagini potete vedere il lavoro di Martina “on the road”, testato da lei che si è proposta come testimonial del suo stesso prodotto

Fotografie di Gianluca Polazzo

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Non sei di Vicenza se....

NON SEI DI VICENZA SE........

COMPAGNIA “LA TRAPPOLA” Nei social network in questo periodo imperversano le pagine del “Sei di Vicenza se….” oppure “Sei della Stanga se….” così tanti pubblicano i loro piccoli, grandi e simpatici ricordi, immagini nostalgiche di una Vicenza senz’auto o di vecchi abbonamenti del bus con foto in bianco e nero. E se vi chiedessimo “ Cosa ricordi del teatro amatoriale a Vicenza …?” Cosa ci raccontereste? Abbiamo posto il quesito alla Compagnia La Trappola che rappresenta una consolidata realtà del teatro amatoriale cittadino. Per noi della Compagnia “La Trappola” che abbiamo respirato la polvere dei teatri di Vicenza e provincia negli ultimi trent’anni i ricordi, le “istantanee della memoria” sono davvero tante e preziose. Chi si ricorda o si è esibito al Teatro Santa Chiara? Spazio libero dove si poteva vedere di tutto un po’. E le avvincenti edizioni dell’ “Invito alla prosa”, concorso tra studenti delle scuole superiori di Vicenza reso possibile da mitici ed indimenticabili insegnanti tra i quali, la professoressa Rosalinda Masera ed Enrico Sovilla che fonderà la Compagnia Teatrocerchio? Chi ha vissuto la riapertura del Teatro delle Maddalene? Chi ha frequentato i primi corsi di Teatro che il Maestro Otello Cazzola teneva nelle stanze della parrocchia sopra al bar delle Maddalene? Lì si poteva ascoltare la sua voce dalle infinite sfumature, apprendere la corretta dizione o come approcciare lo studio del testo e dei personaggi, che con Otello diventavano “vivi, veri e pulsanti di grande umanità”. Chi ricorda le prime rassegne al Teatrino

di Bertesina? Chi ricorda il duo “Punto e virgola”? Due ragazzi diventati poi noti attori di cinema e teatro? E tanto altro ancora… Anche “La Trappola” veniva fondata in quegli anni da un gruppetto di giovanissimi con poca esperienza di teatro, ma una passione infinita. Le prime commedie brillanti, all’insegna del divertimento e poi, via via più in alto con il teatro francese, i classici. Con la regia di Piergiorgio Piccoli la Trappola si è esibita anche in teatri prestigiosi come il Rossini di Pesaro e il nostro meraviglioso Teatro Olimpico, dove solo entrare fa tremare le gambe.

A testimonianza della bontà del percorso parla l’Albo d’oro della Compagnia che con continuità si è arricchito di Riconoscimenti. Ricordiamo lo spettacolo “Donne sul filo”, 7 donne, 7 storie di autori vari, per la Regia di Maddalena Galvan premiato al VI Concorso Regionale “ Il Grappolo d’oro” di Barbarano Vicentino e recentemente voluto dalla LILT, importante Onlus cittadina, al Ridotto del Teatro Comunale di Vicenza per una serata di intense emozioni.

Gli anni sono passati inesorabili ed i ragazzi sono diventati adulti, hanno messo su famiglia e cresciuto dei figli portando avanti con tenacia la loro passione, alcuni hanno imboccato strade diverse, ma qualcosa li accomuna ancor oggi: l’essere perdutamente innamorati del Teatro.

“Il viaggiatore senza bagaglio” di Jean Anouilh per la Regia di Alberto Bozzo, pluripremiato nei principali festival nazionali nel 2013, quest’anno risulta di particolare interesse perché narra la vicenda di un reduce della grande guerra, della quale ricorre il centenario.

Piergiorgio Piccoli ha lasciato la direzione artistica nel febbraio 2009, la compagnia ha proseguito sulla strada tracciata, forte delle importanti esperienze artistiche maturate nel tempo .

Nei primi mesi del 2014 “Becket ed il suo re” di Jean Anouilh, per la Regia di Pino Fucito ha ricevuto il Premio speciale e premio miglior attrice caratterista al IV Festival Catullo di Sirmione (BS), finalista ed in attesa di conoscere l’esito della partecipazione al XXVI Festival “Maschera d’oro” di Vicenza e XIII Festival “Arco d’oro” di Fabrica di Roma (VT).

Ripensando a quegli anni sbarazzini, pieni di ardore giovanile è facile commuoversi, ma anche sorridere con orgoglio perchè la Trappola è sempre più attiva, motivata, e vive un presente fatto di sacrificio e dedizione, ma anche di notevoli soddisfazioni artistiche. La formazione ha saputo mantenere fede al suo progetto: proporre spettacoli di qualità e di genere molto vario, spaziando dal teatro comico, a quello impegnato, dai classici, ai testi dialettali, lavorando sempre in gruppo,

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lasciando spazio al confronto e a vivaci, stimolanti dibattiti.

Ennesima conferma per il testo dialettale “El garofolo rosso” di Antonio Fogazzaro per la Regia di Alberto Bozzo, che si è aggiudicato il 7°premio “Danilo dal Maso” - spettacolo più gradito dal pubblico all’VIII rassegna dialettale Febbraioateatro di Cavazzale di Monticello Conte Otto e selezionato per la prima Rassegna Teatro


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Non sei di Vicenza se....

Popolare Città di Valdagno che si sta svolgendo al Teatro Super. Proseguono le scoppiettanti repliche della recente commedia comico-musicale“Una tonnellata di soldi” di Evans e Valentine per la regia di Alberto Bozzo, ispirata al mondo dei fumetti, vincitrice dell’ VIII Concorso Regionale ”Il Grappolo d’oro” di Barbarano Vicentino con la seguente motivazione: “per l’abilità con cui è stata portata in scena questa opera teatrale, recitata con competenza e padronanza da tutto il Cast che ha coinvolto il pubblico attraverso un susseguirsi vivace di situazioni comiche ed esilaranti che hanno reso lo spettacolo molto divertente. La rappresentazione ha inoltre piacevolmente colpito il pubblico e la Commissione per l’allestimento innovativo, originale e moderno che attraverso l’uso del colore, delle musiche e delle luci ha dato origine ad una ambientazione scenica fantastica e di grande effetto.” Rivolgiamo un plauso speciale a Carolina Cubria che ancora una volta, con eleganza e competenza, ha impreziosito un nostro allestimento ideando mirabili costumi, trucco e parrucco. In via di definizione il calendario per l’estiva con le repliche delle varie produzioni comiche, tra queste segnaliamo il reading in dialetto veneto “ Un fraco e ‘na sporta” destinato a divertire con semplicità il pubblico riunito in corti, piazze e parchi . E mentre proseguono le collaborazioni con altre realtà artistiche vicentine, anticipiamo che in autunno ci sarà una sorpresa, per scaramanzia non sveliamo nulla, ma siamo certi che La Trappola continuerà a “catturare”!

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Artisti del Novecento

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DUE OPERE DI NEREO QUAGLIATO Fotografie di Ivano Mercanzin

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Portfolio

In copertina Opere di Nereo Quagliato Spazio D la vita artistica di Nerina Noro Scultori vicentini Franco Tancredi Artisti vicentini Michela Gioachin Fotografi vicentini Ivano Mercanzin Mostre d’Arte I linguaggi dell’arte Grafica d’arte Storia della stampa e dell’incisione

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SPAZIO D - Artisti del Novecento

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A cura di Francesca De Munari

NERINA NORO

UNA VITA DI ARTE E POESIA Nerina Noro nasce il 21 marzo del 1908 a San Gallo, in Svizzera, da Francesco Noro, pittore di Arzignano che lavora là come decoratore, e da Giuditta Remor, cadorina. Nerina ha due fratelli, Nereo e Bruna; vi è poi la notizia di una terza sorella, che condusse tutta la vita in Svizzera. Nel 1908 la famiglia Noro fa ritorno a Vicenza e Nerina riceve la sua prima educazione artistica aiutando il padre nelle decorazioni, anche ad affresco, delle chiese della diocesi vicentina. Negli anni ’30 frequenta l’Accademia di Belle Arti a Venezia, dove studia, tra l’altro, con Virgilio Guidi e Bruno Saetti. Espone alle rassegne di Ca’ Pesaro e della Bevilacqua la Masa.

logie della poesia dialettale, tra cui quella curata da Pier Paolo Pasolini. La nostra artista, oltre ad insegnare in diversi istituti cittadini, lavora anche come restauratrice ed è lei a ripristinare la facciata di Palazzo Regaù nel 1950.

In quegli anni conosce Arturo Cussigh, pittore di Tolmezzo, che diventerà suo marito e da cui avrà due figli. Tra le varie esposizioni a cui è invitata a partecipare, si ricorda quella del 1939 al Palazzo della Ragione di Padova con Barbisan, Cadorin, Cagnaccio di San Pietro, Saetti, Wolf Ferrari. Da Saetti Nerina Noro prende la tecnica dell’affresco staccato, che il professore insegnava come recupero dell’arte muraria e che lei reinventa applicando l’affresco staccato alla tela, rivendicandola come una tecnica totalmente sua. A partire dagli anni ’40 si dedica anche alle incisioni, prima a puntasecca e poi con la tecnica dell’acquaforte.

La poetica di Nerina Noro è un tutt’uno con la sua vita. Lei rielabora in immagini e simboli ciò che la circonda, siano le persone a lei care, siano gli oggetti quotidiani. I suoi soggetti preferiti sono la mamma, i fratelli, i figli e lei stessa, e poi le farfalle, collezionate dal figlio Faustino, un ventaglio, un canovaccio, una stola in pizzo a pallini neri. Nerina Noro non si piegò mai a compromessi e scelse di rappresentare solo figure e nature morte. Rifiutò di realizzare ritratti su commissione, per non essere assoggettata ai capricci dei committenti.

Nerina Noro è anche poetessa. Le sue poesie fanno parte integrante del suo essere artista e queste non sono meno intense ed espressive delle sue opere pittoriche e grafiche. I versi della Noro apparvero in diverse anto-

Nerina Noro ci lascia il 14 agosto 2002, in una casa di riposo a San Giovanni in Monte. La sua forza ed il suo amore per l’Arte rimangono imperituri grazie alle sue opere.

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Artisti vicentini a cura di Giuseppe Pettinà

FRANCO TANCREDI MAESTRO SCULTORE Franco Tancredi è nato a Valdimolino, frazione di Montecchio Maggiore, il 25 Novembre 1940. Frequenta le scuole elementari a Valdimolino e a tredici anni per necessità famigliari entra nel laboratorio di scultura di Bruno Peotta originario di Grancona, paese della pietra, ma trasferito a Montecchio Maggiore precisamente alle Alte lungo la statale 11. Nel lavoro prova gusto per la scultura tanto da frequentare seralmente la scuola d’arte e mestieri ove segue le lezioni dell’acquarellista prof. Attilio Alessi. Bruno Peotta si accorge del talento del lavoratore Tancredi e gli affida l’incarico di decoratore e intagliatore nelle panchine per il giardino arrivando al rilievo a tutto tondo. Dal rilievo alla statua il passo era breve, così Tancredi nel 1969 esegue la sua prima statua: l’Angelo del Silenzio, ossia dell’Angelo con il dito davanti la bocca, figura piuttosto frequente nelle chiese. Innumerevoli le statue scolpite da Tancredi per committenza religiosa e privata. Nel 1968 Tancredi esce dal laboratorio Peotta e forma società con Silvano Mastrotto da Brendola continuando la solita produzione “Arcadica” con un maggiore interesse per la tradizione classica antica. Anche se la critica non se ne accorge Tancredi è continuamente richiesto per monumenti di piazza e per il completamento di facciate di chiesa, esempio il famoso Duomo di Lonigo ove per il centenario Tancredi colloca le statue di San Pietro e San Paolo sulla facciata. Negli ultimi decenni di attività lo scultore si dedica a figure femminili, realizzate con la classica finezza del marmo di Carrara. Completa il monumento di Palladio nel Cimitero di Vicenza deturpato da vandali o ladri su commissione, ma la critica non gli dedica un solo accenno attenta evidentemente ad altre espressioni scultoree. Nel 2004 Brendola dedica la prima mostra all’indomabile scultore sempre fedele al suo credo artistico, incurante di quello che si possa dire o scrivere di lui . (Remo Schiavo )

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Artisti vicentini

MICHELA GIOACHIN I PENSIERI DELLE DONNE Artista vicentina, sono laureata all’Accademia di Belle Arti di Venezia. dal 7 al 23 Marzo espongo nella Chiesa di San Silvestro a Vicenza, nella bi-personale “I pensieri delle donne” e a Londra, alla Brick Lane Gallery per “Who art you? London Edition”. Tra le varie esperienze professionali ho collaborato alla cura delle condizioni espositive della mostra “Palladio 500”, tenutasi a Vicenza a Palazzo Barbaran Da Porto, e sono stata Cultore della materia ed Esercitatrice per il Laboratorio di Disegno, corso di Design, al Politecnico di Milano. Nel 2007 ho realizzato la decorazione pittorica de “La Rua”.

A prima vista le opere sembrano una strenua ricerca pittorica del vero del vero, ingannano quasi l’occhio portandoci a pensare che altro non siano che foto. Certo, i soggetti derivano da scatti fotografici, che realizzo personalmente, oppure da immagini trovate nelle riviste e in internet, ri-fotografate da me per ottenere il movimento… ma non sono questo. Cercano di esprimere la ricerca dell’essere. Inizialmente ricercavo l’inquietudine e il turbamento, attraverso l’uso della bicromia bianco/nero e la deformazione più o meno accentuata dell’immagine. In maniera naturale è arrivato l’uso del colore, e lo sdoppiamento dell’immagine non mi ha mai abbandonata….anzi si è confermato come fulcro della mia ricerca pittorica. E’ cambiata solo l’atmosfera dei miei quadri: più leggeri, sereni e caldi. Il mio progetto recente vede la luce come soggetto principale in simbiosi con le figure prettamente femminili.

Ho iniziato fin da subito, ancora bambina, a disegnare ritratti…. il volto mi ha sempre affascinata. Ricordo quanto tempo passavo a disegnare! E da lì non ho mai smesso. Ha detto di me, in uno scritto privato del 2000, la mia carissima e grande amica Gina Zanon, poetessa e donna di grande valore: “Ciao Michela, quello che penso di te è che il DONO che trattieni tra le mani è qualcosa di grande ed è difficile esprimerlo in parole tanto fa parte del mistero dell’uomo quando questo, come te, è a diretto contatto con il profondo magma della vita e in esso si muove tra esaltazione e tormento, tra ombre e colori, espressioni e suoni. Oltre alla capacità di dare corpo alle linee e alle forme con tratti che raggiungono lo stupore è da sottolineare la meravigliosa capacità che la possiede; ed è quella di estrarre del soggetto, anche se tratto da una foto, la sua anima più profonda, quella parte sconosciuta allo stesso soggetto RIVELANDOGLIELA con ombre e luci toni e forme espresse quasi con magia. Penso che la capacità di disegnare ma soprattutto di ritrarre volti umani faccia parte di un’anima particolare e inconsapevolmente ANZIANA COME LA MEMORIA UNIVERSALE = SAPERE- SENTIRE -SOFFRIRE = AMARE-GUARDARE. L’anima di Michela è nata artista nel senso lato della parola e del suo contenuto…E’ un’anima che contiene i volti segreti dell’ARTE.” Credo che questa descrizione mi rispecchi senza ombra di dubbio. I primi lavori su tela (dall’Accademia in poi) sono in bianco e nero: volti, ritratti e nudi …. rappresentati sempre attraverso un movimento, quasi sdoppiamento,appena percepibile dell’immagine…. quasi a voler raccontare con esso un moto dell’anima, l’energia dinamica e mutevole dei sentimenti e delle emozioni. Rappresenta anche il mezzo tra due momenti: uno idealmente già trascorso e uno che ancora deve essere. Ognuno di noi è in costante divenire, nulla è statico.

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Mostre d’Arte

a cura di Anna Maria Ronchin

I LINGUAGGI

DELL’ARTE: A>VA Sette sono gli artisti in mostra a Cremona dal 12 al 30 aprile 2014, Ginfranco Paulli, scultore; Annette Ronchin incisore; Antonella Pizzamiglio, fotografa; Giordano Garuti, pittore; Silvia Bodini, designer; Paola Moglia e Annaré, pittrici. Il titolo: I linguaggi dell’Arte: A<VA, denota l’intenzione innovativa dei curatori Renato De Paoli e Paola Moglia di presentare discipline artistiche diverse, per testimoniare la continuità della cultura contemporanea con quella antica. Dall’incisione, archetipo dei graffiti primordiali, ben documentati nelle pietre delle valli alpine, alla sua discendente, la scultura su pietra e fusioni di bronzo. Alla pittura è stato attribuito nella mostra il ruolo prevalente, perché, ancora nel III Millennio, è l’incontrastata regina delle arti visive; infine, la fotografia e il designer perché documentano e reinterpretano le forme del contemporaneo. Il prestigioso spazio del Centro Culturale Santa Maria della Pietà ha la struttura allungata dell’unica navata, per questo adatto al percorso espositivo ampio e rigoroso che garantisce a ciascun artista di sviluppare il suo singolare linguaggio, metafora dell’antica Via Fluviale che collegava la Lombardia al Veneto. Le opere degli artisti selezionati sono collocate, come in antico le merci, ai bordi delle linee di riva delle isole, dove si edificavano fondachi e chiese, sicuro approdo per mercanti e naviganti. La visione nell’intenzione dei curatori diventa esplorazione del contesto espositivo, scandito dal ritmo delle equilibrate forme plastiche di Paulli. L’ampio volume della navata valorizza gli intensi cromatismi delle composizioni di Paola Moglia e le oniriche figure dei dipinti di Annaré; lo spazio architettonico esalta le surreali creazioni del visionario Giordano Garuti; fino ad aprirsi, dopo circa 70 metri, nei due transetti, con i gioielli di Silvia Bodini e le opere incisorie di Annette Ronchin. Nell’esposizione I linguaggi dell’Arte: A<VA ogni artista è promosso come in una personale, resa possibile dall’ingegno e dallo zelo perseverante dei due curatori, Renato De Paoli e Paola Moglia; dall’interesse del Sindaco di Cremona Oreste Perri e dell’Assessore alla Cultura Dott.ssa Nicoletta De Bona che hanno dato, insieme alla

Regione Lombardia, il loro patrocinio alla manifestazione. Il tema acquatico, fluviale, fa da sfondo alle opere allestite nel celebre Centro Culturale Artistico cremonese e richiama il Po, che è l’emblema cittadino, lungo le sue rive sono cresciuti i centri di produzione sull’acqua dello scomparso Mare Gerundio, di memoria letteraria ma ancora suggestiva ispirazione per ricostruire l’originaria e primigenia Endolaguna Planiziale. Dove ancora le Elettridi piangono lacrime d’ambra per il mitico Fetonte, là nella memoria ancestrale di ogni curioso visitatore scaturisce l’immagine delle dee d’acua: Riza, Pala, Aretusa ed Espertusa, cui inevitabilmente rimandano le opere selezionate per la qualità della ricerca di ogni singolo artista, che affonda le radici nell’inconscio umano e attinge dalla linfa vitale del mito. Se da un lato il Millennio appena nato pareva offrirci ogni sorta di accesso culturale, dall’altro è contingente e necessario ricominciare dagli artisti, che meritano di essere visti nell’esposizione I linguaggi dell’Arte: A<VA, mostra organizzata dall’Asso A.R. per creare nuove sinergie, per rinvigorire l’anima e impreziosire il corpo, con i preziosi monili di Bodini; con i bronzi forgiati dalle mani abilissime di Paulli; con i lirici simboli dei gaufrages e delle acqueforti di Ronchin; con le fotografie documento di Pizzamiglio; con le figurazioni astratte di Moglia; con l’espressionismo vigoroso e onirico di Garuti e con l’immaginazione visionaria di Annaré. Il connubio inscindibile tra Arte e Storia nella degna cornice del Centro Culturale Santa Maria della Pietà, farà godere ai visitatori opere di artisti contemporanei che si trovano oggi eccezionalmente insieme, per andare presto a formare rare collezioni. Questa mostra primaverile è l’invito ad andare a Cremona, facilmente raggiungibile, perché al crocevia di rotte culturali ed enogastronomiche, nel Centro Culturale Santa Maria della Pietà, Piazza Giovanni XXIII 10.30-12.30 e 15.00-19.00 aperta tutti i giorni (esclusi i lunedì 14 e 28 aprile) da sabato 12 fino a mercoledì 30 aprile 2014. www.comune.cremona.it/ sites.google.com/site/cremonart2014/

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EVENTI COLLATERALI I linguaggi dell’arte: A<VA Cremona, Centro Culturale Città di Cremona S. Maria della Pietà - Sala Rodi Piazza Giovanni XXIII Ogni nota è una parola d’arte. Evento di poesia e musica Martedì, 22 Aprile 2014 dalle 17.30 alle 19.00 Poesia e musica a cura di: Anna Paulinich - poeta Vittorio Cozzoli - poeta

Gloria Adriana Marigo - poeta Rosalinda Grazioli Busseti - poeta Carla Paolini Musiche Fabio Turchetti (polistrumentista e ricercatore) Incontro/Convegno/Conferenza Conferenza: Dall’ex libris al libro d’artista Sabato, 26 Aprile 2014 dalle 17.30 alle 19.00 a cura di Anna Maria Ronchin (storico-artista) e Antonella Barina (giornalista-scrittrice)

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Fotografi Vicentini

VISIONI

IVANO MERCANZIN Ivano Mercanzin è uomo e fotografo di grande sensibilità, intelligenza e raffinata cultura e lo si avverte bene nei suoi racconti; alterna immagini fotografiche di “difficile” e non immediata lettura, perché intrise di decisi rimandi culturali, a spiazzanti, modernissime e raggelate architetture (ma che sempre fanno parte del suo mondo), a foto di “piccole cose”, a racconti fragili, semplici che solo i “grandi”, e solo loro lo possano fare, sanno raccontarle con la poesia che spesso è loro dovuta. E questo suo piccolo mondo di sentimenti e di cose elementari se non è il solo che sembra prediligere certo lo coinvolge nel sentirlo profondamente suo; sembra quasi una memoria del suo passato, un ricordo, qualcosa che è dentro di lui come presenza. E’ il tornare lì con il proprio sentimento; è per lui come guardare una vecchia foto di famiglia e ritrovare magicamente se stessi e il proprio passato ma anche il presente. Lorenzo Crinelli (pittore e grafico): “Le piccole cose” Bisogno di comprendere, indagare, fotografare. Scoprire movenze, corpi, città, luoghi di dimore incantate. Voglia di conoscenza tecnica, macchine che rendono visibile, tangibile un progetto “visivo-visionario” conosciuto solo all’autore. Il fotografo tenta, lotta, scatta vuole sconfiggere il dubbio del risultato finale. Così Ivano, scava, si installa, insegue tracce di vita, fissa luci e ombre. A volte dialoga da lontano con figure assorte e primi piani mai banali : visi capaci di trasmettere una scelta. Ed ecco backstage tanto improvvisati quanto vivi , il minimal di una postura, lo svolgersi di un gesto si alternano alle sonorità della pittura, quadro nel quadro. Si susseguono paesaggi aspri e assolati, trafitti, cui contrastano ombre profonde, schive, quasi timorose di mostrarsi in lotta contro la soverchiante potenza della luce. Poi in altri lavori ritroviamo linee morbide, precise geometrie di oggetti ; e brume , rassicuranti vapori ancestrali, salgono da mari, fiumi e stagni : là dove si annida da sempre la vita. L’urgenza di vedere si quieta. Un giudizio. Un’ultima cosa resta da fare : si deve mettere ordine al progetto, catalogare, rifinire, tagliare, sospendere. Il coraggio di offrire agli altri una fotografia, figlia di un cammino noto solo a Ivano e forse neppure a lui. E siamo solo all’inizio di questa ricerca. Giuseppe Iovio (pittore) : “Tra spiritualità e tecnologia”

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contatti: www.ivanomercanzin.it


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Aziende vicentine

PADOVAN SERRAMENTI QUALITA’ E INNOVAZIONE Brevi cenni di storia La famiglia Padovan, originaria di Arzignano, porta con le sue tre generazioni, l’arte del ferro battuto un’arte antica dove sono richieste conoscenza e creatività. Il Mastro fabbro Padovan Giuseppe, figlio di Antonio fondatore dell’azienda, era molto apprezzato per i suoi lavori in ferro battuto. Viste le competenze acquisite, Giuseppe Padovan fu Maestro per apprendisti futuri tecnici specializzandi nel settore della costruzione meccanica. L’azienda oggi Gli infissi ad alta efficienza energetica sono la nostra competenza ed è per questo motivo che la nuova generazione, fortunatamente ancora affiancata dalla “vecchia”, ha scelto di percorrere la strada della nuova concezione di abitare: un adeguato comfort abitativo viene raggiunto con una progettazione della struttura, sia essa di nuova costruzione o per riqualificazione dell’esistente, che valorizzi e soddisfi la necessità di garantire benessere psicofisico a chi dovrà vivere la casa. Gli elementi di un’abitazione che, a noi piace definirli momenti alchemici, conferiscono alla stessa le caratteristiche di “casa dolce casa” sono: la luce e non luce, la condizione igrometrica (il grado di umidità relativa dell’aria all’interno dello stare), la temperatura interna e l’isolamento acustico. Nello specifico possiamo ricercare in questi fattori una condizione essenziale di intervento, soprattutto nelle riqualificazioni. In che realtà opera la nostra azienda? L’edilizia privata è la nostra clientela di maggior riferimento spaziando tra le nuove costruzioni alle riqualificazioni complesse, per esempio, l’intervento di sostituzione dei serramenti in contesti storici come al piano nobile del Palazzo Garzadori Fattore in via Lioy, sito in centro città, palazzo di stile gotico fiorito Veneziano risalente alla metà del ‘400. Perché scegliere per il risparmio energetico? Il risparmio energetico cioè la riduzione dei consumi di energia a pagamento, crea la possibilità di un risparmio economico. Sono vari gli interventi che possono concretizzare un risparmio fin da subito tangibile. La sostituzione dei serramenti permette un risparmio energetico di media del 25 %, l’isolamento termico dei muri esterni e del tetto servono ad eliminare i ponti termici causa di muffe e sperpero di calore/raffrescamento dando modo di ottenere un fabbisogno energetico di media inferiore del 25 % con il cappotto e altro 20% con l’isolamento del tetto.

manza e all’estetica, la sicurezza è il terzo, ma non per importanza, requisito al quale deve rispondere un serramento. La nostra azienda, con critiche selezioni dei propri fornitori, installa prodotti di medio-alto livello di sicurezza; tutti i nostri prodotti rispondono a pieno ai requisiti per la certificazione richiesti a livello europeo. Pertanto siamo convinti che “il bello con il buono” sia un binomio di condizioni che non va assolutamente sottovalutato. Per ottenere la valorizzazione architettonica, anche in base ai vincoli dettati dal contesto o altro, un’azienda deve poter offrire la propria competenza e professionalità oltre alla, assai importante, assistenza di post-vendita. Le detrazioni fiscali per la riqualificazione sono state confermate? Comfort abitativo, riqualificazione con la conseguente rivalutazione della struttura, risparmio energetico quindi economico e minor impatto ambientale, sono i motivi per i quali sono stati confermate e prorogate le detrazioni fiscali: contributi economici con fondi istituiti al fine di agevolare le riqualificazioni energetiche ed edilizie. La Padovan serramenti e il web. La nostra azienda è presente nel web con un sito internet ricco di immagini ed informazioni tecniche, contenuti utili a fornire le prime linee guida con le quali l’utente può iniziare la scelta del prodotto. Inoltre curiamo un blog dedicato al risparmio energetico e alla green economy. Ci trovate anche su facebook. Una precisazione la vogliamo fare: Le nostre piattaforme sono state pensate anche al fine di dare la possibilità ai nostri clienti, e non, di interagire con la nostra azienda nella massima privacy ma con trasparenza, offrendo gestiti spazi in cui si può partecipare attivamente per migliore la qualità dei nostri servizi ed attualizzare la diffusione dell’informazione nell’ambito del risparmio energetico. Per contattarci potete: Telefonarci al 0444/698250 Inviarci una mail a info@serramentipadovan.it Visitare il nostro sito www.serramentivicenza.com e il blog www.ilgiornaledelrisparmioenergetico.it Pagina facebook: Padovan Serramenti Vicenza

Anche l’estetica serve al comfort abitativo? Ogni elemento architettonico dà lo stile alla struttura sia che ci si riferisca alla zona interna che alla facciata esterna. Nel nostro ambito, i serramenti, ci sono bellissimi e altrettanto prestanti prodotti a prescindere dal materiale con cui viene prodotto l’infisso. La scelta è personale e il cliente porta le sue idee, la nostra azienda cerca di tramutarle in prodotto; può diventare molto piacevole anche la scelta dei particolari come la maniglia. Protezione del proprio: La sicurezza è alla base della serenità. Un’ esigenza molto sentita è quella della sicurezza. Oltre alla perfor-

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Aziende venete

ASCENSORI VERGATI STORIA DELL’AZIENDA Storia dell’azienda Vergati raccontata dal Sig. Vergati Bruno Un progetto ambizioso in questi anni di crisi: lo definirei in questo modo la nostra nuova sede. Un passaggio comunque obbligato per la nostra Azienda che negli ultimi 10 anni ha avuto un costante aumento del fatturato e del numero dei dipendenti. La precedente sede anche se inaugurata da circa 20 anni era ormai diventata stretta per gli uffici e per la produzione. La Società Vergati è stata fondata nel lontano 1975, anno in cui insieme a mia moglie Maria decisi di dare le dimissioni in un‘azienda del settore per cominciare una nuova sfida fondando la V.B. Vergati Bruno Ascensori. Erano gli anni del boom economico. I primi anni da solo, durante il giorno ad installare ascensori ed alla sera andando dai possibili Clienti per proporre il mio Prodotto. Poi iniziano le assunzioni con il primo dipendente, con il secondo, e così via fino ad oggi. Nel 2011 abbiamo premiato 18 dipendenti con almeno 10 anni di collaborazione in azienda. E‘ una grossa soddisfazione che il turn over in azienda sia molto basso. La nostra leader ship è un risultato che certamente deriva dalla nostra „mania“ di continuare a rinvestire tutti gli utili in azienda. Nuovi macchinari e nuove tecnologie per ridurre i costi di produzione, aumentare la qualità dei prodotti e migliorare le modalità di lavoro ai nostri dipendenti. Non abbiamo mai pensato di portare soldi all‘estero, di giocare con la finanza, di fare cose che non appartengano al nostro business: L‘ASCENSORE.

Si è scelta una struttura mista di muratura e vetrate a facciata continua per contenere i costi e cercare di „addolcire“ questo nuovo avancorpo. All‘interno degli uffici è stato realizzato un sistema di riscaldamento e raffredamento a pavimento che permette il miglior confort lavorativo. La nostra società con questa sede è voluta stare al passo con i tempi con una particolare attenzione all‘ambiente; sul tetto è stato installato un impianto fotovoltaico per complessivi 100 kw per coprire interamente il ns. fabbisogno elettrico. Una filosofia che continua nel tempo che ci permette di costruire gli ascensori CARBON FREE, ovvero senza utilizzare energia se non quella prodotta da fonti alternative. Il futuro. La nostra azienda guarda con fiducia al futuro. La nuova sede è una ventata di ottimismo verso il mercato. Nonostante il momento difficile del nostro settore siamo riusciti a mantenere il personale riconoscendo la valenza dell‘essere imprenditore verso il proprio dipendente soprattuto nella difficoltà che imperversa la nostra economia. Pertanto siamo pronti a ripartire per i prossimi 35 anni con un semplice motto ... importante è che l‘ultimo ascensore installato porti la firma Vergati poi può anche esserci il nulla.

L’azienda Vergati oggi. Attualmente la ns. Società occupa oltre 40 persone ed è presieduta dal fondatore Vergati Bruno (Direzione Generale) e dalla moglie Maria (Responsabile del Personale). Da un ventennio si sono inseriti i tre figli: Nicola (Responsabile Installazione e Produzione), Pierluigi (Responsabile Commerciale e Amministrativo), Michele (Responsabile Manutenzione e post-vendita) che ormai hanno messo in pratica gli insegnamenti del padre attualizzandoli al momento storico. Ecco che quello che prima era programmazione ora diventa flessibilità, quello che era tempistica differita ora diventa just in time. Ma alcuni valori non possono e non devono cambiare quali lealtà, giustizia, correttezza nei pagamenti. Il cambio generazionale che blocca molte aziende venete è un problema da noi ormai superato. La zona di lavoro della nostra Società è essenzialmente il Veneto anche se non mancano alcuni lavori importanti al di fuori della nostra regione compiuti negli ultimi anni (Museo Palazzo Reale in Tripoli Libya – Resort in Toscana – Monastero in Roma). La nostra Società si è sempre distinta nel mercato per riuscire a trovare una soluzione ai problemi posti dal Cliente. Oggi questo vuol dire produrre molto fuori standard, avere un ufficio di progettazione interno al passo con i tempi e dei tecnici installatori e manutentori preparati e formati per questa tipologia di impianti. Il nuovo stabilimento da poco inaugurato rappresenta una sede consona alla nostra azienda; per molti anni abbiamo lavorato su più siti, ma oggi riusciamo a riunire tutto quello che sappiamo fare in un‘unica sede. E‘ un‘idea che Bruno aveva da molti anni ed è forse un sogno che si avvera. Il lavoro eseguito dal punto di vista tecnico si presentava abbastanza semplice in quanto la zona produttiva e logistica di complessivi 6500 mq coperti era già costruita e da oltre 10 anni in parte da noi utilizzata. Si trattava di edificare una palazzina uffici di 3 piani per complessivi 750 mq a cui sono stati recuperati altri 200 mq per l‘ufficio tecnico ed amministrativo con un soppalco metallico all‘interno del fabbricato esistente.

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Storia della Grafica d’Arte a cura di Anna Maria Ronchin

VENETO CULLA DELLA GRAFICA D’ARTE DA CASTALDI A VALERIO BELLI (VICENTINO) I caratteri mobili erano conosciuti a Venezia ancora prima dell’età in cui Gutenberg elaborava il metodo di incidere le lettere dell’alfabeto per comporle nella pagina stampata. Marco Polo li portò con sé dalla Cina, infatti sono descritti nel Milione, passarono poi in eredità alla nipote che li portò in dote al marito di Feltre Panfilo Castaldi (Feltre 1398-Venezia 1479). Questi perfezionò il procedimento della stampa a caratteri mobili, cominciò con dei caratteri di vetro, prodotti a Murano, quindi passò ad incidere blocchetti di legno utilizzando un torchio da stampa nel 1426, 22 anni prima dei caratteri su supporto metallico di Gutenberg . Panfilo Castaldi fu quindi il primo stampatore europeo, famosa fu la pubblicazione nel 1471, delle Epistole di Cicerone, tirata in 300 copie. Inavvertitamente trasmise la tecnica di stampa a Fausto Conesburgo, mentre era suo ospite a Feltre, e questi la diffuse a Magonza (Antonio Dal Corno, Memorie Istoriche di Feltre, 1710 e Antonio Cambruzzi, Storia di Feltre, 1681). Panfilo Castaldi operava tra il Ducato di Milano e la Repubblica veneta e Johannes Gutenberg stampava nel 1450 a Magonza la famosa Bibbia delle 42 righe, diventata l’icona del libro, per tutto il mondo. A Mainz, Germania, italianizzata in Magonza, Peter Schoeffer, apprendista e assistente di Gutenberg, svolgeva la sua attività di stampatore che, probabilmente, la insegnò a Johann von Speyer nel 1455. Questi, dalla capitale del Palatinato, giunse a Venezia, nel sesto decennio del XV secolo e il suo nome si italianizzò in Giovanni da Spira, che ottenne dalla Serenissima Repubblica di Venezia il primo privilegio della storia dell’editoria e stampò le Epistole ad familiares di Cicerone del 1471; nel colophon pira, stampò per primo libri con caratteri di bronzo. “Quanta speranza si debba avere per il futuro, o lettore, lo vedi, poiché questa fatica ha superato l’arte della penna” correva l’anno 1468. Le prime trecento copie andarono a ruba, la seconda tiratura fu venduta in quattro mesi. Insieme al fratello Vindelino (Wendelin) stampò non solo opere in latino, che costituivano la produzione fondamentale di

ogni stampatore, ma anche opere in volgare, come il Decameron di Boccaccio. Le loro edizioni erano molto curate e dopo la perdita del monopolio con la morte di Giovanni (1470) trovarono la concorrenza di altri stampatori, come il francese Nicolas Jenson che pubblicò in 10 anni circa centocinquanta libri tra cui la Naturalis historia di Plinio (1472) e la celebre Vulgata con caratteri gotici (1476). Ben presto a Venezia proliferarono le stamperie e nello scorcio del secolo se ne contavano 150 e tra queste spiccò quella di Aldo Manuzio, nato a Bassiano, sulle Paludi Pontine nel 1450, ben presto iniziò ad amare i classici dall’umanista Pico della Mirandola. Furono i due nipoti del celebre filosofo neoplatonico, principi di Carpi (Modena) che fornirono i capitali a Manuzio per aprire la stamperia a Venezia nel 1490. La sua idea geniale fu quella di stampare testi in greco e latino di alto livello, ma raccolti in numero di pagine relativamente piccolo, di formato maneggevole, in sedicesimo, appunto, che divenne il formato tascabile. Aldo Manuzio intese accontentare il pubblico più vasto di maestri, avvocati, dottori che avendo superato i corsi universitari, volevano libri più maneggevoli e più a buon mercato, così aumentarono il numero delle copie, da trecento a mille. Le sue divennero le edizioni aldine di autori antichi, curate da esperti umanisti, redatte con cura impeccabile, così il suo marchio, contraddistinto dal delfino e dall’ancora, divenne in tutta Europa, segno di testi eccellenti. Altri celebri stampatori nel secolo d’oro della stampa a Venezia furono il forlinese Francesco Marcolini, trasferitosi nella città lagunare nel 1534, fu editore di Pietro Aretino e il piemontese Giovanni Giolito de’ Ferrari, editore dell’Ariosto, che pubblicò circa 850 libri. Così, verso la metà del ‘500 il Consiglio dei Dieci di Venezia delibera la nascita di una Università dei librai e degli stampatori (posta sotto la protezione di S. Tommaso d’Aquino), “ per legge dovrebbero esservi immatricolati tutti coloro che -stampando o vendendo- si occupano di libri” in realtà poi verranno

tollerati anche i non matricolati (ai quali però s’impose una tassa aggiuntiva). L’immatricolazione, che serve a ottenere il privilegio ovvero il diritto di proprietà letteraria e la facoltà di ricorso al Senato tramite la Corporazione, è però negata a stampatori e librai di terraferma, i quali non possono ottenere il privilegio se non tramite una complicata procedura che prevede la delibera del Senato con i 5/6 dei voti a favore e una presenza di almeno 180 Senatori. L’atteggiamento della Dominante, in questo come in molti altri campi, è dunque spesso influenzato da una logica di monopolio che tende a salvaguardare costantemente gli stampatori-librai lagunari. Gli stampatori si servirono di incisori per l’illustrazione dei libri, il più famoso fu Albrecht Durer che soggiornò a Venezia nel 1494-95, tornato a Norimberga, sua città natale, aprì una sua bottega dove cominciò ad avere successo con le 14 xilografie dell’Apocalisse. Nel 1505 fu, di nuovo, nella città lagunare per lamentarsi con il Senato veneziano che un tale Marcantonio stava rubando il suo lavoro e rappresentava in maniera distorta le sue incisioni. Il Senato Veneziano decise che le immagini appartenevano a tutta la cristianità e Dürer non poteva reclamare diritti di proprietà, tuttavia sentenziò che il suo nome gli apparteneva, e così ha ordinato Marcantonio non utilizzare monogramma di Dürer nelle sue opere (3,7173) Vita della Vergine. Dopo aver lasciato Venezia, Marcantonio andò prima a Firenze, poi a Roma, dove trovò il successo lavorando con Raffaello come il capo di una bottega di incisori, le cui stampe resero lo splendore dell’opera di Raffaello, noto, già allora, in tutta Europa. In quel periodo il famoso incisore di Vicenza, Valerio Belli, detto Valerio Vicentino, stringeva rapporti di amicizia con Michelangelo e Raffaello, a Roma dove soggiornava, ospite del papa Clemente VII che gli commissionò le sue opere maggiori. L’attività di Valerio Belli fu anche di eccellente medaglista, notevole fu il ritratto di Pietro Bembo (1532). (A cura di Anna Maria Ronchin)

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VICENZAVOGUE portfolio aziende IL PACKAGING Aspetti connessi all'estetica e al marketing Il fenomeno del confezionamento di oggetti e prodotti ha assunto valori e ruoli che vanno oltre le semplici esigenze funzionali: l'imballaggio è così divenuto una componente fondamentale nella presentazione e nell'estetica del prodotto, arrivando a investire aspetti che vanno dal design al costume antropologico. È noto infatti il ruolo assunto dal contenitore nel suggerire e delineare l'identità del prodotto contenuto. L'ampia portata del fenomeno, spesso implicata nell'uso del termine inglese packaging, ne ha fatto oggetto di interesse sociologico e antropologico. Anche nella elaborazione e nella presentazione del cibo o dei prodotti farmaceutici il packaging ha una funzione che non si limita alla sola conservazione dell'integrità del prodotto: lo studio di particolari confezionamenti intende esplicitamente mettere in gioco meccanismi estetici che hanno lo scopo di suggerire determinate caratteristiche di qualità e di miglioramento del prodotto. Il ruolo pervasivo che il confezionamento ricopre nella contemporaneità è stato sottolineato da Piero Camporesi, storico e antropologo dell'alimentazione, che ha osservato il debordare del packaging in un campo così esteso dell'esperienza umana tanto da essere divenuto un segno riconoscibile e fondante della stessa modernità. Camporesi ha sostenuto infatti che «la modernità si fonda sull'uso generalizzato delle scatole: dal cibo agli elettrodomestici, dai pacchi postali alle merci, tutto, compresi i missili intercontinentali, viaggia attraverso il mondo dentro scatole, più o meno spesse, di cartone».

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VICENZAVOGUE n. 7/2014  

Rivista bimestrale di storia, arte e immagini di Vicenza e Provincia. In questo numero speciale Colli Berici

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