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T orinoI mpresa

n. 24 - OTTOBRE 2012

NEWSLETTER a cura dell’Ufficio Studi Economici

SOMMARIO

Il punto Le imprese di fronte alla crisi Congiuntura internazionale L’Europa ha poco tempo per evitare la “tempesta perfetta” Congiuntura italiana L’economia italiana in recessione Congiuntura piemontese Non si allenta la morsa della crisi Il mercato del lavoro nel primo semestre del 2012 Congiuntura torinese La ripresa è ancora lontana L’export nel primo semestre 2012 Focus su Il mercato del lavoro torinese Nuovi imprenditori. Le start-up possono aiutare l’economia del paese a cambiare rotta? PMI: il segreto sono le nicchie locali Start-up e innovazione

Il punto

LE IMPRESE DI FRONTE ALLA CRISI Le notizie che ci arrivano dal fronte economico sono ben poco incoraggianti. La crescita mondiale ha rallentato rispetto alla prima parte dell’anno e si teme una nuova recessione globale che potrebbe colpire simultaneamente tutti e tre i motori dell’economia mondiale: la cosiddetta “tempesta perfetta”. Negli Stati Uniti la ripresa non decolla e la minaccia di una stretta fiscale nel 2013 fa temere una svolta recessiva. Anche i paesi emergenti riducono la loro spinta; in Cina si teme perfino un “atterraggio duro” dopo anni di crescita ininterrotta. Il grande malato dell’economia mondiale è tuttavia l’Europa. Il riequilibrio finanziario è tutt’altro che raggiunto, nonostante il crescente interventismo della BCE: una condizione necessaria per uscire dalla crisi, ma certamente non sufficiente. Ciò che latita è il consenso politico ad attuare riforme istituzionali in direzione di una maggiore integrazione europea, anzi tutto sul piano fiscale ed economico: una evoluzione che probabilmente rappresenta l’unica alternativa a una traiettoria di sfaldamento della Moneta Unica e dello stesso progetto europeo. I destini dell’Italia sono legati a filo doppio a quelli europei. È certamente positivo che dopo un lungo periodo di letargo la nostra voce politica abbia di nuovo acquistato autorevolezza: l’atteggiamento europeista del nostro paese può accelerare i cambiamenti necessari. L’andamento di alcune variabili fondamentali, a iniziare da tassi di interesse e spread, dipende dalle decisioni prese (o non prese) a Bruxelles e a Francoforte. Tuttavia, per il nostro Paese vi sono comunque margini di azione autonoma: non è irrilevante “fare la cosa giusta” anche sul piano interno. Da questo punto di vista, la crisi può essere un’occasione per mettere mano a riforme che in tempi normali sarebbe impossibile perfino discutere. Come sempre, le emergenze possono sgombrare la strada da osta-


Congiuntura internazionale

L’EUROPA HA POCO TEMPO PER EVITARE LA “TEMPESTA PERFETTA” La situazione economica internazionale si è deteriorata in modo significativo. Ha preso corpo il timore di una seconda recessione globale dopo quella del 2009; un pericolo reso ancor più serio dai limitati margini di manovra rimasti a disposizione dei governi, sul piano della politica fiscale e monetaria. I dati segnalano come la crescita abbia rallentato in tutte le grandi aree, scendendo al livello più basso dalla recessione del 2009. Nell’Economic Outlook di ottobre il Fondo Monetario Internazionale ha rivisto al ribasso le previsioni per il 2012 e 2013 formulate appena tre mesi fa, a conferma del fatto che una frenata di questa entità non era stata anticipata. La tabella allegata riporta le proiezioni per le principali economie. Come si vede, le stime del FMI sono state ritoccate al ribasso per tutte le aree economiche, ma in particolare per l’area euro. L’indice di Ripresa globale (Global Economic Recovery Index) calcolato da Brookings Institution-Financial Times ha segnato un marcato calo nel 2012. La domanda cruciale è se l’attuale fase di difficoltà sia transitoria, un “incidente di percorso” sulla strada di una ripresa che presto o tardi riuscirà finalmente a decollare, oppure se il peggioramento abbia radici più profonde e durature e sia quindi destinato a protrarsi per un lungo periodo. Negli Stati Uniti la crescita resta positiva, ma è in rallentamento. Il problema principale è che la ripresa è insufficiente per ridurre la disoccupazione in modo sufficientemente rapido; a settembre il tasso di disoccupazione resta vicino all’8%, frenando il recupero dei consumi. Inoltre non è ripartito il mercato immobiliare, altro tassello fondamentale della ripresa: attività e prezzi restano depressi. Gli interventi di stimolo della Federal Reserve sono stati consistenti e non convenzionali (ultimi in ordine di tempo il piano di acquisti di mutui immobiliari) ma secondo gli analisti avranno un effetto limitato e di corto respiro sulla crescita; nel medio termine avranno effetti distorsivi sui mercati finanziari. Questo quadro poco brillante è complicato dal rischio del cosiddetto fiscal cliff, derivante dal fatto che a fine anno si esauriranno gli sgravi fiscali concessi dalle Amministrazioni Bush e Obama e, parallelamente, entreranno in vigore i tagli alla spesa pubblica già decisi. Si stima una possibile stretta fiscale nell’ordine del 5% del PIL. Eventuali nuovi sgravi o aumenti di spesa potran-

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coli che parevano invalicabili. D’altra parte, la pressione può anche indurre un eccesso di paura, come quando si mira a congelare indefinitamente, con grandi investimenti di fondi pubblici e privati, situazioni di crisi aziendale o settoriale che non possono trovare soluzioni nell’ambito del mercato. In questo quadro, è del tutto prevedibile che il clima di fiducia delle nostre imprese (torinesi e piemontesi) sia improntato al pessimismo, in linea con gli scorsi trimestri. Nel sondaggio che abbiamo condotto a fine settembre prevalgono attese di ulteriori riduzioni di produzione e ordini, nonostante un certo recupero della domanda estera. Non si registra tuttavia un ulteriore peggioramento dei principali indicatori, come era avvenuto durante il picco di crisi del 2009. In sintesi, anche se non scoppierà la “tempesta perfetta” e l’Europa farà qualche passo avanti nella giusta direzione, è indubbio che per le nostre imprese i prossimi trimestri saranno ancora molto critici. La “luce in fondo al tunnel” è ancora lontana. La domanda interna resterà molto debole, l’export non potrà offrire uno stimolo decisivo. Alle difficoltà di mercato si aggiungono inevitabilmente quelle finanziarie. I conti aziendali sono peggiorati nel 2011, con una riduzione della redditività e un aumento dell’indebitamento; in attesa della chiusura dei bilanci, è comunque lecito attendersi un 2012 analogo o più sfavorevole. L’accesso al credito è più oneroso e più difficile, anche se in Italia non vi sono per ora segnali di un vero e proprio credit crunch anche per effetto della limitata domanda di credito delle aziende. Per superare una fase particolarmente tormentata, è importante mantenere saldo il timone delle strategie aziendali e della politica industriale. Come è dimostrato dai molti casi di successo, emersi anche durante i picchi di crisi, le strategie giuste sono vincenti e possono consentire alle aziende non solo di sopravvivere ma addirittura di rafforzarsi. Da questo punto di vista, se si esce dall’ottica di breve periodo e si va oltre lo stantio stereotipo del declino del manifatturiero, il nostro sistema industriale ha le carte in regola per essere tra i protagonisti di quella new manufacturing centrata sulla “fabbrica intelligente” che riporterà la produzione manifatturiera – o meglio i segmenti più avanzati – dalla periferia al centro dell’economia globale, premiando i Paesi e le imprese capaci di gestire la complessità, le nicchie di prodotto, la sostenibilità ambientale.

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Overview of the World Economic Outlook Projections

no essere decisi solo dopo le elezioni presidenziali del 6 novembre ma richiederanno in ogni caso un accordo tra repubblicani e democratici, su posizioni molto diverse riguardo al ruolo dello Stato e della spesa pubblica. L’incertezza derivante dal fiscal cliff ha contribuito al peggioramento del clima di fiducia di imprese e consumatori. In Europa il quadro è ancora più problematico. Nonostante gli interventi della BCE a sostegno della liquidità e dei tassi la situazione finanziaria è tutt’altro che stabilizzata. I mercati rimangono dubbiosi sulla capacità dei paesi periferici (Grecia, Spagna, Portogallo, ma anche Italia) di implementare le riforme necessarie per avviare un graduale ma stabile risanamento dei conti pubblici. Ci si interroga anche sulla capacità o volontà dei governi europei di adottare le misure che consentirebbero di affrontare la crisi con armi adeguate. La BCE è finora intervenuta con prontezza e determinazione, mettendo in campo anche strumenti non convenzionali ed estendendo al massimo limite il suo mandato, attirandosi per questo le critiche dei rigoristi più oltranzisti (specie tedeschi).

È evidente tuttavia che senza il più ampio consenso politico non si potrà arrivare a una soluzione duratura. È stato osservato che se l’Europa fosse un unico Paese, il debito pubblico aggregato sarebbe di molto inferiore a quello americano e giapponese, e potrebbe essere agevolmente finanziato dai mercati. Ma così non è. Lo snodo politico rimane dunque al centro della crisi: la ripresa non può prescindere da una maggiore coesione europea, anzi tutto sul piano fiscale e istituzionale. Fino a oggi tuttavia si sono fatti pochi, veri passi in avanti. Al contrario, in molti paesi il consenso sull’Europa Unita si è indebolito e partiti apertamente anti-europei hanno acquistato peso: in Grecia ma non solo. Nei paesi forti i cittadini temono i costi del salvataggio delle “cicale mediterranee”; i paesi periferici il risentimento antieuropeo viene alimentato dai grandi costi sociali dell’austerità. La mancanza di una vera leadership e di una visione di lungo periodo del destino europeo rende più problematico superare gli interessi nazionali o elettorali per proiettarsi oltre le contingenze attuali. Queste incertezze si riverberano pesantemente sul piano dell’economia reale. La fiducia è ai mi-

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(Percent change unless noted otherwise)

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Congiuntura italiana

L’ECONOMIA ITALIANA IN RECESSIONE I dati parlano chiaro: l’economia italiana è in piena recessione. Il 2012 dovrebbe chiudersi con una contrazione del PIL superiore al 2%, dopo la crescita zero del 2011 e quella molto modesta del 2010, l’anno della ripresina dopo la pesante recessione 2009. Secondo i dati ISTAT, anche nel secondo trimestre il Pil è diminuito, segnando un -0,8% rispetto al trimestre precedente e un -2,6% nei confronti del secondo trimestre del 2011. Rispetto al trimestre precedente, i principali aggregati della domanda interna sono diminuiti in misura significativa, con cali dello 0,7% dei consumi finali nazionali e del 2,3% degli investimenti fissi lordi. Le importazioni hanno subito una flessione dello 0,4% e le esportazioni sono aumentate dello 0,2%. La domanda nazionale al netto delle scorte ha sottratto un punto percentuale alla crescita del PIL (-0,6 i consumi delle famiglie e -0,4 gli investimenti fissi lordi), mentre il contributo della domanda estera netta è stato positivo per 0,2 punti percentuali. Tutti e tre i grandi comparti di attività economica registrano una diminuzione congiunturale del valore aggiunto: -1,9% per l’agricoltura, -1,6% per l’industria e -0,5% per i servizi. In sensibile flessione è anche la produzione industriale. Ad agosto l’indice è diminuito in termini tendenziali del 5,2%, tenendo conto degli effetti di calendario. Nella media del trimestre giugno-agosto l’indice ha registrato una flessione dello 0,7% rispetto al trimestre immediatamente precedente, mentre nella media dei primi otto mesi dell’anno la produzione è diminuita del 6,8% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Cali significativi si registrano per i beni strumentali (-8,6%) e per i beni intermedi (-6,9%), mentre segnano un calo più contenuto i beni di consumo (-3,8%). Le prospettive per il prossimo anno sono appena meno pessimistiche. Secondo le previsioni di consenso, si registrerà una nuova flessione del PIL nell’ordine dello 0,6-0,7%. Si tratta comunque di una stima molto aleatoria: iI rischi di revisioni al ribasso sono elevati e prevalgono ampiamente sulle opportunità di segno opposto. Le spinte recessive traggono alimento da diversi fattori. Il rallentamento globale pesa sulle nostre esportazioni; la domanda interna, oltre che del clima di incertezza e della riduzione dei redditi, è condizionata dalla politica di bilancio restrittiva. A metà anno potrebbe essere in arrivo un rialzo cospicuo dell’Iva, mentre si configura il rischio di una nuova,

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nimi, gli investimenti ristagnano, i consumi sono in calo, in particolare gli acquisti di beni durevoli (auto, elettrodomestici, ecc.). L’economia si trova in una pericolosa fase di stallo, in cui vengono a mancare o indebolirsi anche gli stimoli consueti: la spesa pubblica e le esportazioni. La situazione di difficoltà delle banche, con costi di raccolta elevati e sofferenze in aumento, pone le condizioni per un possibile credit crunch. Nelle previsioni del FMI, dopo un 2012 di recessione il 2013 non sarà molto più favorevole, con una crescita appena superiore a zero ma forti rischi di restare in zona recessiva. Nel medio periodo, gli scenari prospettati per euro e Unione Europea sono radicalmente divergenti. Le ottimistiche dichiarazioni dei leader politici, che prefigurano una graduale stabilizzazione di conti pubblici, sembrano più un atto doveroso che un reale segno di fiducia o una indicazione di una ferma volontà comune. Gli scenari più pessimistici prevedono esiti del tutto opposti e senza dubbio drammatici. Viene ritenuta inevitabile l’uscita della Grecia dall’euro nell’arco di 12-18 mesi; successivamente si concretizzerebbe un graduale ma inarrestabile sfaldamento dell’euro e dell’Unione Europea, che in questo scenario potrebbe concludersi nei prossimi 3-5 anni. È stata avanzata anche l’ipotesi di un’uscita unilaterale della Germania e dei paesi nordici dall’euro. Un’opzione che a oggi viene vigorosamente respinta dai leader europei, ma che trova consensi in alcuni leader tedeschi. Anche il terzo grande motore dell’economia mondiale, i paesi emergenti, sta perdendo colpi. La Cina, in particolare, sta decelerando, anche se la crescita rimane ben superiore a quella dei paesi avanzati. Le riforme economiche attuate dalle autorità cinesi sono state insufficienti per accelerare lo spostamento del baricentro della crescita dall’export alla domanda interna. Il rischio di un atterraggio duro non è improbabile. La lotta di successione all’interno del Partito Comunista è tutt’altro che conclusa e gli effetti sull’economia potranno essere molto diversi. Peraltro, il crescente malcontento sociale potrebbe determinare ondate di scioperi e richieste generalizzate di aumenti salariali, come già avvenuto in alcune aree del paese, contribuendo dunque ad aumentare il potere d’acquisto delle famiglie. Anche gli altri Bric, Brasile, Russia e India stanno rallentando. Non si tratta di un fenomeno soltanto congiunturale, spiegato dalla frenata dell’economia mondiale nel suo complesso; l’origine è anche strutturale, legato al peso dello Stato, dei Governi e delle burocrazie nell’economia, che rallenta o impedisce reali riforme capaci di modernizzare e snellire sistemi economici ancora ingessati in assetti arcaici.

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consistente manovra nei mesi autunnali. L’andamento dello spread, variabile in gran parte fuori del nostro controllo, può contribuire ad appesantire il disavanzo, indipendentemente dagli interventi della BCE sul mercato secondario. Le prossime elezioni rappresentano un ulteriore elemento di incertezza. Al di là delle diverse impostazioni di politica economica che potrebbero emergere, governi traballanti o soggetti a ricatti indurrebbero un atteggiamento di sfiducia nei mercati, con inevitabili ripercussioni sui tassi delle nuove emissioni di titoli pubblici. A questi elementi macro vanno aggiunte le situazioni di crisi settoriali e aziendali, colpiscono importanti segmenti del nostro sistema produttivo, che accanto a indubbie punte di eccellenza presenta anche vaste aree di inefficienza o mancato rinnovamento.

Congiuntura piemontese

NON SI ALLENTA LA MORSA DELLA CRISI Risultati dell’indagine congiunturale relativa al quarto trimestre 2012 Confindustria Piemonte ha reso noti i risultati dell’indagine congiunturale relativi al quarto trimestre 2012. All’indagine hanno risposto circa 1000 imprese di tutti i settori e dimensioni. Di seguito riportiamo un confronto grafico tra l’indagine congiunturale di Confindustria ed i dati a consuntivo di UnionCamere Piemonte, che mostra l’attendibilità delle previsioni.

I principali indicatori restano sostanzialmente stabili rispetto al trimestre precedente, escludendo un ulteriore peggioramento della recessione, ma confermando le difficoltà dell’attuale fase congiunturale. Anche a livello settoriale non emergono differenze significative. In particolare, le imprese metalmeccaniche e non metalmeccaniche convergono su valori simili. L’andamento delle aspettative sulla produzione industriale, IV trimestre 2012 (saldi ottimisti-pessimisti)

I saldi ottimisti-pessimisti relativi a produzione industriale (-20,4%) e ordini totali (-18,3%) non si discostano in modo significativo dai valori di giugno, fortemente pessimistici anche se ancora lontani dai picchi registrati nel 2009. Relativamente incoraggiante è la stabilità del tasso di utilizzo della capacità produttiva (70,3%), inferiore ai livelli normali ma superiore ai valori critici della crisi 2008-2009. Un segnale cautamente confortante viene dal parziale recupero del saldo relativo agli ordini export, che guadagna circa 7 punti percentuali, passando dal -5,7% della scorsa indagine all’attuale +1,6%. I benefici derivanti dall’export si ripercuotono sopratLe aspettative sulla produzione industriale in base alla dimensione aziendale, IV trimestre 2012 (saldi ottimisti-pessimisti)


tutto sulle aziende più grandi (con più di 50 addetti), perché tendenzialmente hanno maggiori flussi commerciali con partner stranieri. Tra le aziende che esportano meno del 10% del fatturato, e quelle che ne esportano più del 60%, vi sono circa 30 punti percentuali di differenza nelle previsioni sulla produzione industriale in favore delle imprese che esportano maggiormente. Poco più di un terzo delle aziende dichiara di avere un carnet ordini inferiore ad un mese. Le aspettative sulla produzione industriale in base alla % di fatturato export, IV trimestre 2012 (saldi ottimisti-pessimisti)

Congiuntura piemontese

IL MERCATO DEL LAVORO PIEMONTESE, I SEMESTRE 2012 Nel mese di settembre l’ISTAT ha reso noti i dati sull’occupazione piemontese, relativi al secondo trimestre 2012. In Piemonte il numero di occupati rimane sostanzialmente invariato; nello specifico, nello stesso trimestre dell’anno precedente gli occupati erano 1 milione e 855 mila, oggi sono 1 milione e 850 mila, la variazione percentuale è stata del -0,3%. Il dato peggiora lievemente se si considera la differenza tra i primi due trimestri del 2012, dove si osserva un calo dell’1,4% tra il primo ed il secondo. Nel complesso, la variazione tra il primo semestre 2012 ed il primo semestre 2011 è pari al -0,2%, dato che indica una certa stabilità del mercato del lavoro piemontese. A conferma di ciò vi è l’indicatore relativo al tasso di occupazione, ossia al rapporto tra gli occupati in età lavorativa (15-64 anni) e la popolazione nella stessa fascia di età, che rimane fermo al 64,3%. Nella prima metà del 2012, a livello settoriale, gli occupati calano lievemente nei servizi (-0,5%) e restano stabili nell’agricoltura e nell’industria; disaggregando ulteriormente quest’ultimo dato, si osservano una variazione negativa nell’industria in senso stretto (-1,9%), ed un’ottima performance per le costruzioni (+7,6%). Le variazioni di genere non sono rilevanti, così come quelle tra lavoro dipendente ed indipendente. Il tasso di disoccupazione femminile (10,1%) rimane un po’ più elevato rispetto a quello maschile (8,1%), ma si tratta di un problema più strutturale che congiunturale. Analizzando nel dettaglio i diversi indicatori, si osserva un incremento della forza lavoro pari al +1,4%

Gli ultimi interventi della BCE hanno allentato le turbolenze dei mercati finanziari dell’Euro Area, ed hanno cercato di dare una spinta positiva alla stagnazione del credito. Tuttavia le ultime previsioni al ribasso sulle prospettive di crescita dell’Eurozona, ed in particolare dell’Italia, si riflettono negativamente sugli investimenti delle imprese. La nostra indagine conferma che l’attività di investimento resta molto debole. Meno del 20% delle imprese ha in programma investimenti di un certo peso; il saldo tra aziende che hanno deciso di rivedere al rialzo o viceversa al ribasso i programmi di investimento rimane sfavorevole, come nei trimestri scorsi. PREVISIONI RELATIVE A: Dal punto di vista dell’occupazione, le prospettive OCCUPAZIONE si discostano poco rispetto PRODUZIONE TOTALE dalla precedente rilevazioORDINI TOTALI ne (-14,8%). Aumentano ORDINI EXPORT lievemente le imprese che intendono ricorrere alla CIG: PREVEDONO RICORSO ALLA CIG 31,7% rispetto al 28,1% della INTENDONO INVESTIRE PER: precedente rilevazione. Anche in questo caso, il livello AMPLIAMENTI rimane inferiore ai picchi della SOSTITUZIONI crisi 2008-2009. SEGNALANO RITARDI

pessimisti (%)

3° TRIM. 2012 saldo (%)

ottimisti (%)

pessimisti (%)

saldo (%)

5,3

20,1

-14,8

5,7

18,5

-12,8

14,6

35,1

-20,4

12,3

34,0

-21,7

15,4

33,6

-18,3

13,3

34,7

-21,4

23,1

21,5

1,6

18,2

23,9

-5,7

% AZIENDE CHE:

% AZIENDE CHE:

31,7

28,1

17,6

19,7

38,1

36,8

61,8

62,3

SEGNALANO CARNET ORDINI < 1 MESE

35,1

35,1

TASSO UTILIZZO CAPACITÀ PRODUTTIVA

70,3

70,5

NEGLI INCASSI

Riportiamo in dettaglio i principali risultati dell’indagine.

4° TRIM. 2012 ottimisti (%)


tra il primo semestre del 2012 e lo stesso periodo dell’anno precedente; viceversa la non forza lavoro cala del 2,3%. Il tasso di attività passa dal 69,6% al 70,3%, e la popolazione in età lavorativa scende del 0,3%. Aumenta in modo considerevole il numero di persone in cerca di occupazione (individui che cercano attivamente un lavoro), che passano da 152 mila a 186 mila (+22%). Peggiora il tasso di disoccupazione: nel primo semestre del 2011 era pari al 7,5%, nel secondo semestre del 2012 si attesta al 9,1%. Le procedure di assunzione nella prima metà del 2012 sono diminuite del 3,8%, e sono soprattutto i giovani (-6,2%) e gli stranieri (-5,3%) a farne le spese. Sempre nel primo semestre del 2012, le ore di cassa integrazione guadagni autorizzate dall’INPS sono diminuite del 24%. Oltre ai classici indicatori relativi al mercato del lavoro, è opportuno valutare altri elementi e/o insiemi di elementi per capire gli effetti dell’attuale “crisi economica”. Il disagio occupazionale, dato dalla somma di disoccupati, inattivi, lavoratori tra i 24 e i 34 anni con un’occupazione temporanea e lavoratori in cassa integrazione, può essere utile a tal fine. Secondo questa definizione, in Piemonte le persone che si trovano in una situazione di disagio occupazionale sono circa 360 mila, ossia il 17,5% della forza lavoro. Il dato inoltre è incrementato del 10% tra il 2011 ed i primi sei mesi del 2012. Inevitabilmente, il disagio

Congiuntura torinese

LA RIPRESA È ANCORA LONTANA I risultati dell’Indagine congiunturale relativa al quarto trimestre 2012 L’Unione Industriale di Torino ha reso noti i risultati dell’indagine congiunturale relativi al quarto trimestre 2012. All’indagine hanno risposto circa 250 imprese di tutti i settori e dimensioni. Le aspettative sulla produzione industriale, IV trimestre 2012 (saldi ottimisti-pessimisti)

occupazionale, che segue con ritardo l’evoluzione dell’economia, è destinato ad aumentare nel corso del 2012 e del 2013. Le ultime stime del Fondo Monetario Internazionale prevedono una crescita negativa per l’Italia sia nel 2012 (-2,3%) che nel 2013 (-0,7%). Mediamente nel Nord-Ovest gli occupati sono diminuiti del -0,3% nel primo semestre del 2012, lo stesso valore si riscontra anche livello nazionale. L’area piemontese è dunque in linea con le regioni circostanti e con la realtà nazionale.

Più in dettaglio, i saldi ottimisti-pessimisti relativi a produzione industriale (-31,4%) e ordini totali (-21,5%) non si discostano dai valori di giugno, fortemente pessimistici anche se ancora lontani dai picchi registrati nel 2009. Relativamente incoraggiante è la stabilità del tasso di utilizzo della capacità produttiva (67,6%), inferiore ai livelli normali ma superiore ai valori critici della crisi 2008-2009. Un segnale cautamente confortante viene dal parziale recupero saldo relativo agli ordini export, che guadagna più di dieci punti passando dal -11,1% della scorsa indagine all’attuale -0,4%. Circa un terzo delle aziende dichiara di avere un carnet ordini inferiore ad un mese. La nostra indagine conferma che l’attività di investimento resta molto debole. Meno del 20% delle im-

Torino Impresa – n. 24 – Ottobre 2012

Dalla rilevazione emerge una conferma delle difficoltà dell’attuale fase congiunturale, caratterizzata da una generalizzata flessione di produzione, ordini e occupazione. I principali indicatori restano sostanzialmente stabili rispetto al trimestre precedente, escludendo un ulteriore avvitamento della recessione ma anche un miglioramento del mercato, o almeno una stabilizzazione.

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prese ha in programma investimenti di un certo peso; il saldo tra aziende che hanno deciso di rivedere al rialzo o viceversa al ribasso i programmi di investimento rimane sfavorevole, come nei trimestri scorsi. Dal punto di vista dell’occupazione, le prospettive rimangono stabili rispetto alla precedente rilevazione (-17%). Aumentano lievemente le imprese che intendono ricorrere alla CIG (39,6%). Anche in questo caso, il livello di utilizzo rimane inferiore ai picchi della crisi 2008-2009. Riportiamo in dettaglio i principali risultati dell’indagine:

ottimisti (%)

pessimisti (%)

4,3

21,8

-17,5

PRODUZIONE TOTALE

10,8

42,2

-31,4

11,8

39,1

-27,3

ORDINI TOTALI

12,4

33,9

-21,5

15,5

37,3

-21,8

ORDINI EXPORT

24,2

24,6

-0,4

19,2

30,3

-11,1

OCCUPAZIONE

saldo (%)

Dal 2006 l’export verso i paesi Extra UE cresce ad un ritmo più elevato rispetto alle esportazioni destinate ai paesi dell’UE a 27; tale tendenza è confermata dalle rispettive quote: nel 2006 il 70% dell’export torinese era destinato ai 27 paesi UE, oggi tale quota è scesa al 60%; viceversa i mer3° TRIM. 2012 cati Extra UE assorbivano il 30% ottimisti pessimisti saldo dell’export torinese nel 2006 ed (%) (%) (%) oggi sono al 40%. 4,1 21,2 -17,1

% AZIENDE CHE:

% AZIENDE CHE:

39,6

35,6

AMPLIAMENTI

17,8

18,6

SOSTITUZIONI

42,6

38,2

SEGNALANO RITARDI NEGLI INCASSI

59,9

57,0

SEGNALANO CARNET ORDINI < 1 MESE

30,1

32,3

TASSO UTILIZZO CAPACITÀ PRODUTTIVA

67,6

67,6

PREVEDONO RICORSO ALLA CIG INTENDONO INVESTIRE PER:

Congiuntura torinese

L’EXPORT NEL PRIMO SEMESTRE 2012 L’ISTAT ha reso noti i dati sull’export relativi al secondo trimestre 2012. In Provincia di Torino le esportazioni sono aumentate del 3,5% rispetto al primo trimestre del 2012. Si osserva un incremento contenuto anche rispetto al secondo trimestre del 2011, pari a +1,5%. Nel primo trimestre 2012 le esportazioni sono cresciute del 7,5% rispetto all’analogo periodo del 2012. I flussi commerciali delle imprese torinesi desti-

Nei primi sei mesi del 2012 le esportazioni delle imprese torinesi sono cresciute soprattutto verso gli Stati Uniti (+22%), Il Brasile (+12%) ed il Sud Africa (+6%). Al contrario sono diminuite notevolmente verso la Svizzera (-17%), la Polonia (-14%) e la Turchia (-7%). I principali paesi di destinazione delle merci torinesi restano Germania e Francia, che assorbono rispettivamente il 14% ed il 13% del totale; seguono Polonia (7%), Stati Uniti (6,7%) e Regno Unito (6,4%).

I BRICS assorbono il 9,6% dell’export torinese: Brasile 4,2%, Russia 1,6%, India 0,8%, Cina 2,6% e Sud Africa 0,4%. A livello settoriale le performance migliori arrivano dal settore alimentare (+10,6%) e dalle macchine utensili (+21,3%); legno, prodotti chimici e mezzi trasporto hanno fatto registrare valori negativi. Il settore dei mezzi di trasporto rappresenta la quota maggiore sul totale export (35,1%), seguito dalle macchine utensili (25,2%) e dai prodotti in metallo (7,2%). Nel secondo trimestre 2012 in Piemonte le esportazioni sono aumentate del +3% rispetto al secondo trimestre 2011. Nel primo trimestre l’aumento era stato del +5,1%. Il Piemonte nel primo semestre del 2012 ha fatto registrare una performance leggermente inferiore a quella torinese, pari al +4%. La performance della Lombardia è stata lievemente migliore (+4,9%), viceversa il Veneto ha fatto registrare valori sotto la media (+ 0,7%).

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4° TRIM. 2012 PREVISIONI RELATIVE A:

nati all’estero, nel primo semestre del 2012, sono incrementati del 4,4% rispetto allo stesso periodo del 2011. L’export verso i 27 paesi dell’Unione Europea è diminuito dello 0,2%, viceversa per i paesi Extra UE si è osservato un incremento dell’11,9%.

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ESPORTAZIONI DELLA PROVINCIA DI TORINO II trimestre 2012 Valori in milioni di Euro

PAESE

2011

2012

variaz. 2011/2012

peso 2012

Francia

1172,5

1207,2

3,0%

13,0%

Germania

1253,3

1274,8

1,7%

13,7%

Regno Unito

543,4

596,9

9,8%

6,4%

Spagna

520,1

499,3

-4,0%

5,4%

Polonia

758,8

655,2

-13,7%

7,0%

Russia

162,8

145,3

-10,7%

1,6%

Turchia

538,2

499,7

-7,2%

5,4%

Stati Uniti

509,9

620,5

21,7%

6,7%

Brasile

347,5

389,9

12,2%

4,2%

India

73,3

74,7

2,0%

0,8%

Cina

228,8

238,9

4,4%

2,6%

Giappone

42,5

53,3

25,6%

0,6%

Unione europea 27

5508,7

5496,4

-0,2%

59,0%

Extra Ue27

3418,6

3824,5

11,9%

41,0%

Uem15

3681,4

3686,9

0,2%

39,6%

Africa settentrionale

211,3

264,0

24,9%

2,8%

America centro-meridionale

584,9

791,7

35,3%

8,5%

Medio Oriente

187,4

229,4

22,4%

2,5%

484,9

532,6

9,8%

5,7%

8927,2

9320,9

4,4%

100,0%

Asia orientale MONDO

Focus su

IL MERCATO DEL LAVORO TORINESE Presentiamo in queste pagine una breve sintesi dei risultati di tre indagini sul mercato del lavoro locale condotte dall’Unione Industriale di Torino nel 2012, relative all’anno 2011. Per le aziende associate, i rapporti completi sono scaricabili dalla sezione del “Servizio Normativo Economico” all’interno del portale dell’Unione Industriale. www.ui.torino.it/servizi/sindacale/servizionormativoeconomico

Indagine sul mercato del lavoro I principali risultati dell’indagine, che ha coinvolto 222 imprese associate all’Unione Industriale Torino, appartenenti in prevalenza ai settori dell’industria manifatturiera, mostrano che il mercato del lavoro si caratterizza per i seguenti fattori: 1. Elevata stabilità: gli occupati a tempo indeterminato rappresentano quasi il 96% dei dipendenti. A questo risultato contribuisce per il 5,2% il part-time che riguarda prevalentemente le donne (94% dei casi); 2. Il personale femminile è di qualità. La percentuale di donne sul totale dei dipendenti è pari al 28,5%. Cresce ulteriormente la loro presenza nelle qualifiche medio alte, sono infatti donne il 12,7% dei dirigenti ed il 20,9% dei quadri; 3. Il tasso di terziarizzazione implicita, espresso come somma dei lavoratori non operai, ha raggiunto il 57%, significativamente più alto rispetto a quello dello scorso anno; 4. Il livello di istruzione è superiore alla media nazionale. Cresce oltre il 64% il numero di addetti con almeno il diploma secondario e 20 su 100 sono laureati; 5. Il ricorso al contratto a termine, all’inserimento ed all’apprendistato costituisce la flessibilità interna. Il suo peso è pari al 4,4%, in crescita rispetto all’indagine precedente. Nel 2011 l’incertezza economica è stata affrontata riducendo il personale a tempo indeterminato, facendo fronte alle richieste di mercato con la logica del just in time; 6. Una ulteriore conferma di questa strategia proviene dalla flessibilità esterna che si attesta al 5,3%. La congiuntura avversa ha orientato le scelte aziendali preferibilmente verso queste forme contrattuali che, di fatto, non vanno ad incrementare gli organici alle dipendenze; 7. Buona integrazione della forza lavoro straniera. Poco più della metà delle imprese torinesi (53%) ha in forza almeno un lavoratore straniero (comunitario o extracomunitario). La diffusione è

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L’export dell’Italia nei primi due trimestri del 2012 è cresciuto del 4,1% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

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Orari e assenza dal lavoro I principali risultati dell’indagine relativamente agli orari ed alle assenze dal lavoro sono sintetizzabili nei seguenti punti: 1. Le ore teoriche annue nel 2011 sono risultate mediamente pari a 1.690, in aumento di 33 ore rispetto al 2010. Di queste 119 non sono state lavorate a causa delle assenze dal lavoro e 41,8 sono state dedicate alle pause retribuite. Le ore normali mediamente prestate nell’anno ammontano quindi a 1.529, in crescita di 67 ore rispetto al 2010; 2. Le ore di assenza sono diminuite sensibilmente rispetto all’anno passato: da 133 a 119 ore procapite. L’analisi per causale evidenzia che la riduzione è in buona parte riconducibile al minor peso della malattia e delle assenze non retribuite; 3. Il tasso di gravità delle assenze è sceso nel 2011 al 7%, il valore deriva dalla media tra il 6,2% registrato nell’industria manifatturiera ed il 10% nei servizi. La causale che maggiormente incide sulle assenze si conferma essere la malattia non professionale (3,3%), seguita dai congedi parentali (1,8%) e dalle altre assenze retribuite (1,3%); 4. Si registrano differenze significative tra i vari comparti dell’economia: si passa dal 7,3% di assenze nelle altre industrie al 4,9% nel trasporto; 5. Si osservano gradi di assenteismo molto diversificati anche per genere e per qualifica. È opportuno evidenziare che la riduzione del tasso di gravità rispetto al 2010 è da attribuire in buona parte al calo delle assenze tra gli operai; 6. L’utilizzo della CIG ha riguardato mediamente il 31,5% delle imprese ed è diminuito di oltre un terzo. Il confronto con il 2010 mostra infatti che per l’addetto medio il numero di ore non lavorate

per CIG è passato da 94 a 59; 7. La quantità di ore effettivamente lavorate nel 2011, pari a 1.597, è cresciuta di circa una settimana e mezza rispetto al 2010 grazie ai seguenti fattori: a. Riduzione del 37% del ricorso alla CIG; b. Diminuzione del tasso di gravità delle assenze di un punto percentuale; c. Crescita del 6% dell’utilizzo dello straordinario. Retribuzioni di fatto e dinamica salariale I risultati raggiunti dall’Indagine relativamente alle retribuzioni di fatto sono sintetizzabili nei seguenti 6 punti: 1. Il livello retributivo medio di fatto dei lavoratori torinesi alle dipendenze delle imprese associate aderenti all’indagine (esclusi i dirigenti) è risultato nel 2011 pari a 32.307 € lordi annui; 2. Sulla base dell’analisi dei dati delle imprese che hanno partecipato alle ultime due indagini, risulta che nel 2011 la retribuzione è cresciuta mediamente del 2,1%; 3. Le voci salariali collegabili a politiche decentrate (superminimi, aumenti di merito, premi variabili, ecc.) hanno rappresentato nel 2011 il 19,4%, valore medio ponderale tra il 37,2% dei quadri, il 22,1% degli impiegati ed il 13,2% degli operai; 4. Riguardo ai premi variabili, strumenti essenziali per il rilancio della competitività e la produttività dell’industria, la connessione tra i risultati relativi all’incidenza sulla retribuzione (4,7%) e quelli sulla diffusione tra le imprese (45% che corrisponde all’82% circa dei lavoratori oggetto di indagine) suggerisce che la cultura della retribuzione incentivante ha subito un rallentamento del 2011 (-13 punti sulla precedente rilevazione) per effetto del nuovo peggioramento della congiuntura economica; 5. La contrattazione collettiva aziendale è più diffusa tra le aziende di maggiori dimensioni (67%) ed in quelle manifatturiere (46,6%). Le categorie che hanno più beneficiato di tale strumento di gestione premiante sono i quadri e gli operai: nonostante le difficoltà derivanti dalla crisi, oltre l’84% di questi lavoratori ha comunque conseguito un premio di risultato nel 2011; 6. La retribuzione annua lorda dei dirigenti è risultata nel 2011 pari a 118.474 €, di cui il 56,8% è rappresentato dal Trattamento Minimo Complessivo di Garanzia. La parte variabile incide per il 14,5% del totale.

Torino Impresa – n. 24 – Ottobre 2012

maggiore nelle aziende manifatturiere e nelle realtà più grandi. Il picco di presenze si riscontra però tra le imprese di minori dimensioni (5%); 8. Bilancio occupazionale in miglioramento, pur restando negativo. Il turnover in entrata è salito al +6,8%, mentre quello in uscita scende al 7,2%, con un saldo occupazionale pari a -0,4%. Scadenze contrattuali, mobilità e dimissioni rappresentano oltre il 70% delle causali di uscita dalle imprese; 9. Previsioni 2012 tendenti al negativo. Le attese sull’andamento occupazionale nei primi 6 mesi dell’anno mostrano che quasi il 60% delle imprese non varierà gli organici. Nella quota rimanente prevalgono di poco i pessimisti. Le poche assunzioni attese saranno in prevalenza a tempo indeterminato. Per contro si prevede il mancato rinnovo di molti contratti a termine ed il blocco del turnover.

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Focus su

NUOVI IMPRENDITORI. LE START-UP POSSONO AIUTARE L’ECONOMIA A CAMBIARE ROTTA? Con il tasso di disoccupazione bloccato a livelli elevatissimi in molti paesi sparsi per il globo, c’è comunque chi riesce a cogliere l’aspetto positivo della situazione: i tempi duri fungeranno da scintilla per l’innovazione come spesso è accaduto in passato. Basti pensare ad aziende come IBM, Disney, Microsoft ed Apple, tutte create durante fasi recessive. Innalzare il numero di start-up nel mondo sarà la chiave per il recupero del mercato del lavoro. Questo è il motivo che spinge i policy makers a prestare sempre maggiore attenzione alla creazione dell’alchimia necessaria per formare economie business friendly, capaci di attirare nuovi imprenditori; lo stesso governo italiano recentemente ha effettuato molti passi avanti in tale direzione. Tra i differenti ingredienti capaci di stimolare la creazione di nuove imprese, servono anche una popolazione formata, capace di rischiare, di prendere l’iniziativa, ed abile a cogliere le opportunità offerte dal mercato. Con l’economia mondiale che continua a procedere a strattoni, i nuovi business, ed i posti di lavoro che possono creare, sono più importanti che mai. È importante ricordare come qui a Torino vi sia un’importantissima realtà che opera per favorire la nascita di nuova start-up, si tratta dell’incubatore I3P, situato nella Cittadella Politecnica. L’I3P ad oggi ha avviato circa 140 start-up; mediamente ogni anno riceve oltre 200 idee imprenditoriali.

Torino Impresa – n. 24 – Ottobre 2012

Il grafico a lato mostra la creazione di nuove imprese tra il 2006 e il 2011 in alcuni importanti paesi.

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Focus su

PMI: IL SEGRETO SONO LE NICCHIE GLOBALI

GLOBALE LOCALE

AREA GEOGRAFICA

Sembrano esserci buone notizie per le PMI italiane, che si dibattono nel pantano della crisi, senza sapere come fare a rialzarsi da lunghi anni difficili. Almeno, questo è ciò che è emerso recentemente durante una giornata dedicata all’imprenditoria femminile dell’Export Business School di Unicredit. Secondo il prof. Andrea Beretta Zanoni, dell’Università di Verona, in un mondo dove la ricchezza si sta spostando dalle aree tradizionalmente prospere ad aree finora considerate economicamente marginali, cambia anche il controllo dei flussi commerciali e il ruolo delle imprese. Nel mondo di oggi infatti si assiste ad una sempre maggiore diversificazione e segmentazione dei bisogni dei consumatori e delle loro motivazioni di acquisto: il rapido aumento dei livelli di reddito e di consumo dei paesi a rapido sviluppo esalta e moltiplica le nicchie di prodotti particolari, sovente molto legati al territorio, che possono facilmente arrivare in ogni angolo del mondo. È il nuovo concetto di “nicchie SEGMENTI Fig. 1 globali” (fig. 1), UNO TUTTI ambiti di mercato molto focaNICCHIA COPERTURA GLOBALE GLOBALE lizzati, ma non localizzati (il loro mercato è il gloCOPERTURA NICCHIA bo). LOCALE Nella nicchia globale si sommano l’ingegno dell’impresa, l’estetica di chi lavora e di chi produce, l’identità del territorio. La “differenza” nata dalle specificità locali diventa preziosa e può dare, se opportunamente comunicata e venduta, i grandi numeri delle economie di scala, senza necessariamente passare per i grandi impianti, le grandi concentrazioni finanziarie, la massificazione dei processi e dei prodotti. In passato c’erano l’economia dei grandi numeri da un lato e l’economia della differenza dall’altro. La prima, universalmente diffusa ma con un prodotto fortemente standardizzato banale e di bassa qualità,

la seconda con un prodotto di alta qualità ma senza capacità moltiplicativa, che dunque rendeva poco. Oggi, dopo la crisi del fordismo, non è più possibile separare, nello sviluppo, la capacità di differenziare da quella di moltiplicare. Le nicchie globali sono opportunità straordinarie per le piccole e medie imprese, a patto che si abbia un capitale di partenza stabile (che la struttura debitoequity sia cioè a favore dell’equity), che si riesca a creare una squadra di collaboratori molto competente, coesa e collaborativa, capace di riconfigurare continuamente il proprio business model, per adattarlo al target del consumatore, al sistema di prodotto e alle motivazioni di acquisto dei consumatori. Le linee d’azione strategiche su cui concentrarsi per portare differenza e moltiplicazioni sono: • La filiera, senza la quale nulla si metterebbe in moto. • Il territorio, con le sue istituzioni e le sue risorse. • Le persone, la cui vitalità è il motore dell’idea imprenditoriale originaria. Solo l’esistenza di questi tre livelli di organizzazione può consentire il prosperare di tante piccole imprese, che non siano solo piccole, ma siano parte di una filiera (grande), abbiano radici in un territorio (ricco di varietà e competenze) e si appoggino su persone intraprendenti e motivate. Il concetto di niche production è anche al centro del pensiero di uno dei maggiori studiosi dei sistemi industriali, Peter Marsh. Nel suo recente volume”The new industrial revolution”, Marsh teorizza appunto come le dinamiche del mercato siano destinate a favorire le produzioni di nicchia e dunque le imprese (e i sistemi industriali) che sapranno adattarsi al cambiamento adottando il niche thinking. L’Italia è uno dei paesi dove la produzione di nicchia è più avanzata. Gli esempi di “multinazionali tascabili” – imprese di dimensione piccola o media con mercato globale – sono molto numerosi. Puntare su questi casi di eccellenza e promuovere la crescita delle medie aziende che hanno le potenzialità di diventare leader di nicchia può essere la chiave per “reinventare” il modello di sviluppo manifatturiero del nostro Paese: una volta di più si dimostra obsoleto lo stantio stereotipo del “declino manifatturiero”, figlio dell’archetipo – quello sì tramontato nelle economie avanzate – della produzione di massa in grandi stabilimenti.

periodico a cura dell’Ufficio Studi Economici dell’Unione Industriale di Torino - Via M. Fanti 17 - Torino - Tel. 011.5718462 www.ui.torino.it/servizi/studieconomici

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