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Le meraviglie dell’istinto Essere animali negli allevamenti intensivi


Sara Mognol

Le meraviglie dell’istinto Essere animali negli allevamenti intensivi


LE MERAVIGLIE DELL’ISTINTO Essere animali negli allevamenti intensivi

Progetto di tesi di Sara Mognol Relatore Giovanni Anceschi Terza sessione di laurea, 4-5 aprile 2012 Matricola 268296 Università IUAV di Venezia Facoltà di Design e Arti Corso di laurea specialistica in Comunicazioni visive e multimediali Anno accademico 2010/2011


Indice

SCRITTI

I

INTRODUZIONE Conosci te stesso

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1

Il contesto DIFETTI DI COMUNICAZIONE

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1.1 1.2 1.3 1.4

Pensare Le meraviglie dell’istinto Reale, troppo reale “We know meat”: conoscere per immagini Il bello e le bestie

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Il soggetto ESSERE ANIMALI NEGLI ALLEVAMENTI INTENSIVI

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2.1 Tra mito e storia: mors tua, vita mea 2.2 Perché guardare agli animali 2.3 Esseri anziché cose

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2.4 Sul benessere animale

77

3

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Il progetto PENSARE GLI ANIMALI

3.1 Mostrare Le meraviglie dell’istinto 3.2 Il libro illustrato 3.3 Zoografie: quel che resta degli animali

85 97 101

CONCLUSIONE Presagi

105

4

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Le fonti

Dedicato agli animali non umani

Bibliografia Sitografia Videografia Filmografia Referenze iconografiche

111 114 117 118 119

Ringraziamenti

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ILLUSTRAZIONI con una prefazione di Saul Marcadent

II

DIDASCALIE

III

SCHIZZI

IV

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I


Introduzione Conosci te stesso

Chi siamo? Quando andavo all’asilo e avevo circa 3 anni, imparai un trucco che mi avrebbe accompagnato per l’infanzia. Quando non riuscivo ad aggiungerla di nascosto al piatto dei miei compagni, mi riempivo di carne le tasche del grembiule bianco. Erano pezzi di carne biancastra, masticata e succhiata fino al midollo per poter essere nascosta alle suore, che mi obbligavano a restare seduta fino a quando il piatto era vuoto. Per questo rimanevo sola ed ero sempre l’ultima ad uscire dalla mensa, ma prima di salire a lavarmi i denti passavo in cucina e svuotavo le tasche. Questo era un segreto tra me e la cuoca, l’unica a comprendere che il mio rifiuto per la carne non era un capriccio ma una necessità. Sono certa di non aver avuto nessun precedente trauma infantile; ricordo ancora che le botte in testa date al coniglio dal nonno per consegnarlo alla pentola non mi avevano turbato, nonostante le grida acute, e nemmeno i lamenti delle lumache scottate vive nell’acqua bollente. Per me l’errore non consisteva tanto nell’atto di uccisione delle bestie, quanto nell’idea antropocentrica di poterne trarre vantaggio, trattandole come merce al servizio dell’uomo. Lo sfruttamento si situava esattamente tra la nascita dell’animale e l’istante prima della sua morte. Oggi questa condizione, che acquista una durata sempre più breve, si chiama allevamento intensivo. Per un vegetariano la consapevolezza del diritto animale è una percezione che va di 1. Un veterinario esamina un pollo d’allevamento intensivo, campagna veneta, 2011

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pari passo a quella dei propri diritti e per questo motivo si potrebbe definire innata.

2. René Magritte, Il ritratto, 1935

Tale percezione trova molteplici conferme: «La pratica del vegetarianesimo, spesso considerata solo dal punto di vista della riflessione filosofica o quale “vezzo” degli eccentrici animalisti, corrisponde invece ad un atto di civiltà e democrazia alla base del quale è possibile rinvenire anche una riflessione di ordine economico e giuridico». 1 Per questo motivo, se posso vivere anche senza nutrirmi di carne, è giusto farne a meno; non è una privazione, ma un arricchimento. 2 Non si tratta di un atto di bontà, ma di giustizia, come conferma Regan: «Non sono gli “interessi sentimentali” degli agenti morali a fondare i nostri doveri di giustizia verso i bambini, gli handicappati mentali, i vecchi incapaci di intendere e di volere, nonché verso gli altri pazienti morali, animali inclusi. È il rispetto per il loro valore inerente». Si tratta del diritto alla vita per ogni essere senziente. Generalmente la “teoria del valore” condanna i metodi di allevamento che trattano gli animali come “mezzo” nell’interesse dell’uomo, ma sceglie la strada del vegetarianesimo in autonomia, senza preoccuparsi di quanti potrebbero seguire l’esempio del singolo che sceglie di alimentarsi con prodotti derivati da animali o che ne implichino l’uccisione. 3 Se il diritto alla vita dell’animale fosse “assoluto” e quindi prioritario rispetto all’interesse umano di cibarsi e vestirsi, divertirsi e sperimentare, il vegetarianesimo dovrebbe essere obbligatorio per tutti. Anche se è irrazionale auspicare che un giorno essere vegetariani possa diventare un dovere, è condizione indispensabile invece per coloro i quali sostengono i diritti degli animali, senza distinzione di specie, che altrimenti cadrebbero in contraddizione riconoscendo il diritto alla vita allo stesso essere di cui si nutrono.

1 F. Rescigno (a cura di), Un approccio giuridico-legislativo al vegetarianesimo, in M. Santolci e C. Campanaro, Tutela giuridica degli animali (2010, p. 163). 2 In tutti questi anni la mia famiglia ha imparato a convivere con le mie necessità alimentari, ma senza comprenderne le motivazioni reali e mostrando diffidenza rispetto ad una dieta diversa da quella carnivora, ma non per questo carente in vitamine, calcio ferro e, soprattutto, proteine. 3 Cfr. F. Rescigno (a cura di), Op. cit. in M. Santolci e C. Campanaro, Op. cit. (2010, p. 163).

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Il contesto Difetti di comunicazione «Il compito più alto di un uomo è sottrarre gli animali alla crudeltà» Émile Zola


1.1 Pensare Le meraviglie dell’istinto

Il progetto Le meraviglie dell’istinto nasce dalla volontà di rendere manifesta la condizione coatta e del tutto innaturale in cui si trovano gli animali allevati intensivamente a scopo alimentare. 1 I metodi e i luoghi in cui gli animali da reddito 2 sono costretti a vivere sono mantenuti occulti dai produttori di carni e derivati, le cui strutture sono tanto distanti dai centri abitativi, quanto dalla percezione dei consumatori. Un’informazione corretta, che dovrebbe essere sempre lo strumento più efficace alla base dell’interpretazione del messaggio pubblicitario, non sempre è di facile accesso e lettura; inoltre le logiche propagandistiche aziendali facilitano la diffusione di immagini rassicuranti che provocano un “effetto placebo” nello spettatore, già assuefatto al ricordo di animali in libertà. Ne deriva una rappresentazione antica, fatta di bestie ruspanti immerse in una natura lussureggiante, che si rivela tanto più accogliente quanto più è distante

1 Secondo la Lav «la quasi totalità dei prodotti di origine animale reperibili nei circuiti della grande distribuzione proviene da allevamenti intensivi, ovvero allevamenti caratterizzati dalla elevata concentrazione di animali in ambienti confinati e controllati». Per approfondimenti leggi Lav, Rischio sanitario degli allevamenti intensivi (p. 5). 2 Si veda la definizione di “allevamento” in P. Brandano, Zootecnia speciale 1a: Tecniche di produzione dei ruminanti (2004-2005, p. 280): «Attività imprenditoriale agricola, ovviamente con finalità economiche, attuata esclusivamente o prevalentemente con animali in produzione zootecnica».

3. Particolare del display del reparto carni di un supermercato “Billa” a Venezia, 2010

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dal mostrare l’origine poco idilliaca del nostro cibo. Nonostante vi siano strumenti

4. John Heartfield, Hurrà! Non c’è più burro!, fotomontaggio pubblicato sulla rivista tedesca «Aiz», 1935

d’informazione diffusi massimamente in rete come video amatoriali o siti internet che pubblicano foto e testi per promuovere o disincentivare la pratica dell’allevamento intensivo, l’attenzione che il consumatore manifesta è rivolta al cibo piuttosto che al prodotto “in vita”, dettata dal bisogno di nutrirsi e dall’appagamento di un gusto notevolmente accentuato dalla tradizione culinaria del paese di appartenenza. Anche a causa di sofisticate strategie commerciali, l’interesse per la provenienza e la genuinità del prodotto è di rado lungimirante, volto cioè al trattamento che precede il prodotto – l’animale in vita – e ancor più sporadicamente si avvicina alla problematica questione dei diritti degli animali. Se il consumatore avesse accesso ad informazioni sicure, con adeguati apparati, sia visuali che testuali, per capirne le reali cause e conseguenze, probabilmente nemmeno il senso del gusto attenuerebbe lo shock della vista di un animale sofferente. La scelta che possiamo compiere di fronte allo scaffale resta il più concreto mezzo che abbiamo a disposizione per orientare il mercato dei prodotti animali verso soluzioni irreversibili o, altrimenti, bioeticamente sostenibili. Rispetto a una questione universale qual è l’approvvigionamento di cibo, dovrebbe essere un dovere, anziché una scelta, conoscerne le verità, poiché essa include nel suo raggio d’azione non solo l’ambiente e gli animali, ma anche l’uomo e le generazioni di domani. Questa tesi vuole essere uno strumento personale di comprensione, prima ancora che di comunicazione e diffusione, delle conseguenze cui l’allevamento intensivo sta sottoponendo il mondo animale, costringendolo a vivere per morire, nel più breve tempo possibile. Attraverso figure illustrate, anticipate in una mostra e in seguito indirizzate a un pubblico più vasto, sottoforma di libro cartaceo, Le meraviglie dell’istinto vuole essere il supporto a una rappresentazione in divenire, che si avvale di diversi strumenti del sapere ma anche del vedere, quali video animati, video documentari, fotografie, blog e testi, per testimoniare il progressivo sconvolgimento del rapporto uomo-animale contemporaneo.

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1.2 Reale, troppo reale

“Shooting fish in a barrel”, è troppo facile sparare al pesce nel barile: se gli allevatori “sparano”, i consumatori si fingono disinformati. L’espressione idiomatica si addice anche all’ipotetico – mai realizzato – shooting fotografico che avrei potuto effettuare durante i sopralluoghi presso gli allevamenti intensivi che ho visitato. La scelta di non rappresentare fotograficamente le condizioni degli animali che dimorano in questi luoghi è dovuta alla violenza e alla gratuità leggibili nella corrispettiva immagine documentaria, a maggior ragione se tratta di scene orripilanti, come quelle adottate da innumerevoli siti web animalisti o di indole vegetariana. Il metodo adottato da queste associazioni di volontari, attivi nella causa per la protezione e la liberazione degli animali maltrattati, consiste nel mostrare in video o in fotografia il crimine perpetrato ai danni dell’animale, senza alcuna censura. Spesso si tratta di riprese amatoriali o fotografie scattate all’insaputa dell’operaio di turno o dei proprietari degli allevamenti in cui avvengono gli abusi. Esse sono obiettive, registrano ciò che accade, ma scelgono di mostrare un picco del problema, estrapolandolo da un contesto ampio e continuamente variabile di città in città, di stato in stato, perfino di continente in continente, poiché dipende dalle leggi vigenti in quel determinato paese e dal senso morale del singolo, fermo restando che l’approccio per una corretta valutazione clinica del malessere dovrebbe essere

5. Un allevamento intensivo di polli nella campagna trevigiana, 2011

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indipendente da presupposti ideali o morali. 1 Ne risulta perciò una cronaca tragica, che sceglie di mostrare “il peggio” nella speranza di ottenere “il meglio”. Scrive Ando Gilardi: Il sotto-sistema della retorica iconica chiamato fotografia-documento è anche la pelle di un mito etico, per effetto della quale quando la rappresentazione dell’orrore supera il suo stesso livello di massima denuncia sopportabile dall’emozione, l’immagine cade dal suo piedistallo tragico e precipita nel comico per eccesso di tragicità. Ma è proprio a questo punto […] che potrebbe ribellarsi la coscienza individuale che è dialettica, al contrario di quella sociale che è dogmatica e come tale non produce niente al di fuori di una “santa indignazione”. 2

Le immagini delle crudeltà inflitte agli animali in vita, o del processo di smembramento che avviene nei macelli, sono assimilabili a immagini pornografiche per la loro efficacia senza possibilità di replica ed esprimono più di quanto ci si aspetti, creando uno spiacevole effetto di iperrealtà sensoriale. Senza sedurre, non stimolano il dialogo, ma si affermano con arroganza; lo shock è dato dall’impatto forte e dall’interruzione dialogica. Ne sono testimonianza le numerose manifestazioni della Peta, la più grande organizzazione animalista del mondo, i cui volontari si adoperano, senza mezze misure e con efficaci strumenti, nella difesa dei diritti degli animali. La loro più feroce strategia si avvale di campagne di protesta che sfociano in azioni pubbliche atte a sconvolgere situazioni e contesti apparentemente normali, facendo uso del proprio corpo o di quello di celebrità, unito spesso a slogan lampanti ed irriverenti, volti a sensibilizzare o più spesso indignare e scandalizzare l’opinione pubblica. Jonatan Safran Foer ha osservato che dal 1980 gli oltre tre milioni di membri hanno distribuito ai bambini “unhappy meals” con un Ronald McDonald insanguinato che regge una mannaia da macellaio e hanno stampato adesivi opportunamente 1 Cfr. E. Moriconi (a cura di), La valutazione del dolore e della sofferenza degli animali, in M. Santolci e C. Campanaro, Tutela giuridica degli animali (2010, p. 181). 2 A. Gilardi, La menzogna meravigliosa. Chi rappresenta scuoia: la riforma della semantica secondo il metodo delle tesi, in «Phototeca» (1985, p. 41).

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6. AP, una protesta animalista della Peta contro i maltrattamenti degli animali prima della macellazione, Berlino, novembre 2011


sagomati come quelli che normalmente si trovano sui pomodori con la scritta “But-

7. Kevin Carter, foto scattata durante la carestia in Sudan nel 1994 e vincitrice del “Pulitzer Prize for Feature Photography”

tami a chi indossa una pelliccia”. Hanno lanciato un procione morto nel piatto della direttrice di «Vogue», Anna Wintour, mentre pranzava al “Four Seasons” (e le hanno spedito visceri pieni di vermi in ufficio); hanno corso nudi davanti a presidenti e reali, hanno distribuito opuscoli ai bambini delle scuole intitolati “Il tuo papà uccide gli animali!”. 3

Altre associazioni di volontari attivi per la causa animale come le italiane Enpa – Ente Nazionale Protezione Animali –, Lav – Lega Anti Vivisezione – e Animalisti Italiani, assieme ad altre decine di enti minori che spesso non hanno una sede ma agiscono soprattutto tramite web, fanno uso di strumenti mediatici come raccolte di firme e prescrizioni di leggi, concepiscono slogan e campagne in difesa dei diritti degli animali e utilizzano fotografie e video per documentare le realtà inquietanti di allevamenti, macelli e centri di vivisezione, provocando reazioni discordi nel pubblico, come disapprovazione e indignazione, ammutolimento e vergogna, orrore e disgusto. Perfino chi produce in prima persona il materiale documentario non è esente da simili reazioni. Il sito web www.animalismoattivo.com è corredato da un vademecum per difendere i diritti degli animali e nella sezione “Attività per i diritti degli animali”

8. Josep Lago, una protesta animalista contro il consumo di carne a Barcellona, 2011

si legge: «Un buon video attivista dovrebbe essere sicuro di sé e dotato di una buona dose di coraggio nel caso in cui ci si trovi in situazioni o a contatto con persone che potrebbero colpirlo fisicamente o emotivamente». 4 Il pubblico messo di fronte al fatto compiuto non può ignorare cosa accade negli allevamenti, nei mattatoi o nei centri sperimentali, ma l’effetto profondamente scioccante della vista di questo è sufficiente a distoglierlo dal voler vedere oltre. Ne conseguono distacco e rimozione tipici di chi, invece di affrontare un problema sconcertante, preferisce non pensare affatto. 3 J. S. Foer, Se niente importa, perché mangiamo gli animali? (2010, pp. 80-81). 4 R. Panaman, How to Do Animal Rights (2008, http://www.animalismoattivo.info/capitolo4/videoattivista). Il prontuario prosegue suggerendo le modalità con cui riprendere per supportare una campagna: «Si documentano eventi e situazioni in cui gli animali sono maltrattati, trascurati o abusati. L’obiettivo è di sensibilizzare i cittadini, educare ed esortare la gente ad agire e convincerla a fare donazioni per la lotta contro gli abusi».

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Un’ulteriore dimostrazione della mancanza di dialogo tra medium e spettatore ci è

ditizio per le grandi aziende agroalimentari. 8 Oggi i paesi ricchi non si occupano più

fornita attraverso l’esperienza di Kevin Carter, un fotoreporter sudafricano morto

di far circolare fotografie dei poveri affamati, ma sfruttano pubblicità e campagne

suicida dopo aver vinto il “Pulitzer Prize”, il più prestigioso premio statunitense per

promozionali indirizzate proprio ai paesi in via di sviluppo, affinché si aggiungano

il giornalismo.

anche loro alla catena della produzione carnea, «a sottolineare il collegamento fra il

Carter, dopo aver scattato una fotografia nel Sudan meridionale che mostra un av-

consumo di carne e il prestigio nazionale». 9

voltoio in attesa che un bambino muoia di fame, ritornò nel suo paese e poco dopo

Incoraggiare questi paesi a “salire la scala delle proteine” 10 assicurerebbe loro un posto

vinse il premio, ma dovette anche rispondere alla domanda che di frequente gli veni-

al vertice della catena alimentare mondiale, permettendo alle società multinazionali

va rivolta: «Perché non avesse aiutato la bambina dopo averla fotografata». Il «St.

di controllare i canali di distribuzione della carne e dei cereali per l’alimentazione

Petersburg Times» in Florida disse a proposito della vicenda: «L’uomo che aggiusta

dei bovini.

l’obiettivo per catturare l’esatto fotogramma della sua sofferenza, dev’essere proprio

Così il «Farm Journal» evidenzia la paradossale scalata alle proteine delle comunità

un predatore, un altro avvoltoio nella scena». 5

agricole, controllata dalle più influenti aziende del settore agroalimentare:

Questa orribile vicenda e le successive posizioni assunte dall’opinione pubblica colpirono il fotografo così profondamente che si uccise.

Per i paesi in via di sviluppo, sembra che allargare e diversificare l’offerta di carne

Inizialmente le fotografie degli affamati venivano scattate dai reporter per aiutare i

debba essere il primo passo. Cominciano tutti dagli impianti di incubazione e di pro-

denutriti. La fotografia, veicolata in riviste di grande tiratura, serviva come mezzo

duzione di uova: il modo più semplice per produrre proteine non vegetali. Poi, rapida-

di diffusione e persuasione emotiva affinché i paesi ricchi mandassero aiuti a quelli

mente, appena lo sviluppo dell’economia lo permette, salgono la “scala delle proteine”:

poveri. Oggi la fotogenia che invoca pietas per vicende troppo distanti nello spirito e

maiali, bovini da latte, prodotti caseari, bovini allevati al pascolo e, appena se lo pos-

nella geografia non ha più efficacia, ma può addirittura risultare dannosa e “favorire

sono permettere, bovini ingrassati a cereali. 11

una fatalistica rimozione del problema”. 6 Lo spettatore occidentale non sente la fame, a tal punto che il “morir di fame” non può più essere preso alla lettera, non è credibile,

Il consumo di carne del ventesimo secolo, il più ingente della storia, nasconde il fal-

quindi scordato: «Le fotografie non danno nulla di più di quanto chi le guarda vi pro-

limento di un sistema che brucia più energia di quanta ne produce.

ietta [ma] restituiscono ciò che vien loro concesso: se già una volta abbiamo conces-

Per fare un chilogrammo di carne di un manzo all’ingrasso servono nove chilogram-

so pietà, la seconda volta possiamo solo dire “abbiamo già dato”, poiché non abbiamo

mi di mangimi; 12 questo significa che lo stesso quantitativo di cereali che potrebbe

altra pietà da spendere».7

servire ad alimentare direttamente l’uomo non viene integralmente convertito in

L’allevamento intensivo non è nato e non è progredito perché c’era l’esigenza di pro-

proteine animali, poiché infatti solo l’undici per cento del mangime contribuisce

durre più cibo – di “nutrire gli affamati” –, ma per produrlo in modo che fosse red-

a produrre carne, mentre la restante parte serve per mantenere in vita l’animale. 13

5 Trad. mia dall’originale: «The man adjusting his lens to take just the right frame of her suffering, might just as well be a predator, another vulture on the scene», in M. Scott (http://www.thisisyesterday.com/ ints/KCarter.html). 6 Cfr. P. Raffaelli, Dalla parte del fato, in «Phototeca» (1983, pp. 32-33). 7 Ibidem.

8 Cfr. Nicolette, Io sono un’allevatrice vegetariana, in J. S. Foer, Op. cit. (2010, p. 222). 9 J. Rifkin, Ecocidio (2002, p. 187). 10 Ibidem. 11 Ibidem. 12 Ivi (p. 185). 13 Cfr. Ivi (p. 185). L’economista Frances Moore Lappè ha calcolato che se nel 1979 le 124 milioni di

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Mentre un terzo della produzione mondiale di cereali viene utilizzato per alimen-

9. Taryn Simon, Tigre bianca (Kenny), incrocio selettivo, Turpentine Creek Wildlife Refuge and Foundation, Arkansas, 2006/2007

tare il bestiame «più di un miliardo di esseri umani soffre di malnutrizione [o] ha dovuto abbandonare la propria terra per lasciare spazio ai pascoli o alle coltivazioni di cereali» 14 non destinati a loro. A fronte di un problema sfaccettato è necessario ribadire che interessarsi alle dinamiche dell’allevamento intensivo significa anche occuparsi indirettamente delle conseguenze che questo sistema riversa sugli altri. Questa tesi attinge specialmente dal campo delle scienze veterinarie e zootecniche, oltre che a quello della rappresentazione e della comunicazione, ma la discussione si potrebbe estendere anche all’ecologia, alla medicina, all’economia fino alla politica, all’antropologia e alla filosofia. In una trattazione più approfondita si dovrebbero affrontare le conseguenze indirette dell’allevamento intensivo solo accennate in questa sede, come la fame nel mondo e l’obesità, la sperimentazione genetica e l’impiego di ormoni, la deforestazione, l’inquinamento dei terreni e delle acque, tutti fattori in grado di sconvolgere l’ecositema di cui siamo parte. «Ciò che vediamo è conferma di ciò che abbiamo e ci ricorda urgentemente della nostra vita e della sua importanza.» 15

tonnellate di cereali e soia utilizzate per nutrire diversi tipi di bestiame – bovini, pollame, suini – fossero state convertite in denaro e riconvertite in cibo per l’alimentazione umana, avrebbero fornito l’equivalente di una ciotola di cibo per ogni essere umano del pianeta per un intero anno. 14 Ivi (pp. 319-321). 15 J. Berger, Why Look at Animals? (2009, p. 9).

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1.3 “We know meat”: conoscere per immagini

Nonostante il cibo sia un elemento indispensabile e, come tale, quello che più ci accomuna al regno animale, nelle culture premoderne sta contribuendo invece a incrementare la differenziazione tra natura e cultura, in particolar modo attraverso la cultura culinaria. L’antropologo francese Claude Lévi-Strauss precisa come le categorie culinarie «siano sempre adatte a essere utilizzate come simbolo della differenziazione», specialmente nelle civiltà che si affidano prevalentemente alla carne per soddisfare i propri bisogni nutrizionali. 1 Considerato che la quasi totalità dei prodotti di origine animale reperibili nei circuiti della grande distribuzione proviene da allevamenti intensivi, 2 nel supermarket è possibile trovare un aspetto comune che lega tutti questi: è la totale assenza di un’immagine che richiami il processo di lavorazione del prodotto o lo stabilimento industriale da cui proviene. Per un breve periodo, indicativamente dalla Rivoluzione industriale fino allo scoppio della Grande guerra, non era raro incontrare immagini degli stabilimenti industriali stampate sulle confezioni di prosciutti, estratti di carne e lattine, la cui produzione in serie era sinonimo di modernità e qualità. Prima che l’associazione diretta alla

1 C. Lévi-Strauss, Le origini delle buone maniere a tavola (1999, p. 428), cit. in J. Rifkin, Ecocidio (2002, p. 269). 2 Cfr. Lav (a cura di), Rischio sanitario degli allevamenti intensivi (2010, p. 5).

10. Il reparto carni di un supermercato “Billa” a Venezia, 2010

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fabbrica diventasse un deterrente nella scelta di un prodotto alimentare, nella sua

11. Twelvecats (utente Flickr), il reparto carni di un supermercato in Wisconsin, Stati Uniti, 2006

raffigurazione confluivano la percezione del benessere economico e una cieca fiducia nel progresso. Oggi le strutture di allevamento e macellazione sono confinate alla periferia delle città in locali dalle facciate anonime, ma ripugnanti e maleodoranti al loro interno e perciò tenute distanti dalla vista del pubblico decoro. I supermercati invece, collocati in punti strategici, sono vicini al centro delle città per offrire succulenti bocconi, le cui porzioni sono l’esito di una lunga catena di smembramento dell’animale, dissimulata attraverso dimensioni e forme confezionate che rendono irriconoscibile la propria matrice di provenienza, occultando le responsabilità della filiera di trasformazione. L’esigua conoscenza che possediamo relativamente ai meccanismi di produzione è aggravata dal triste dato che i bambini dell’era industriale, che hanno una scarsa consapevolezza di come vive un animale in natura, «sono cresciuti nella convinzione che la carne sia “una cosa”, una materia prodotta attraverso gli stessi processi da cui scaturiscono i giocattoli». 3 Un pezzo di carne impacchettato in piccole dimensioni dichiara la sua provenienza solamente per mezzo di simboli, codici e marchi di fabbrica minimamente invasivi,

12. Paul Malon (utente Flickr), Carne officinale, annuncio pubblicitario per una medicina, Stati Uniti, 1951

che lasciano il prodotto coperto solo di cellophane per accentuarne la “trasparenza”, sinonimo di freschezza e igiene. La confezione non cerca di migliorare l’aspetto del contenuto e non necessita di ulteriori raffigurazioni perché la carne è intrinsecamente e storicamente appetibile. Né suasiva né tantomeno narrativa, la comunicazione ad essa dedicata non ne racconta la storia (come accade per altri alimenti in vendita nel supermercato), poiché è sufficiente il suo aspetto a concorrere alla vendita di un alimento che è, ancor prima che nutrimento, un sistema di valori fondato sul mito della proteina, il quale contribuisce ad accrescere la virilità maschile e funziona da organizzatore epistemico, in quanto, come insegna Lévi-Strauss «l’animale è buono da mangiare ma è buono anche da pensare». 4 Lungo il labirinto alimentare neppure del nome dell’animale resta traccia, se non quella di una piccola silhouette nera abbinata a marchi, slogan e nomenclature altret-

3 J. Rifkin, Ecocidio (2002, p. 309). 4 C. Lévi-Strauss, Il pensiero selvaggio (1964), cit. in G. Di Marco, Il magnifico animale, in L.Vergine e G. Verzotti (a cura di), Il bello e le bestie (2004, p. 164).

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tanto invitanti come “bocconcini”, “filetti” e “paté”, che ci allontanano ulteriormente

13. Un camion di prosciutto a Bolzano di Sopra, 2010

dalla dimensione consistente del corpo animale per avvicinarci a «un modello di simulazione, un “concentrato” di segni di natura rimessi in circolazione, in breve una natura riciclata». 5 A tal proposito, se si osserva il display del reparto carni e latticini, si nota la presenza di immagini stereotipate di mandrie al pascolo, che accrescono la sensazione di genuinità e di località della filiera di produzione. Tuttavia esse non mirano a rendere verosimili immagini di luoghi del tutto artificiali o finto-naturalistici, ma vanno considerate come narrazioni autonome di una storia il cui soggetto è un archetipo. Si può parlare di prefigurazione della storia del prodotto, prima ancora che del prodotto in sé, attraverso un’immagine che vuole essere appetibile prima ancora che attendibile. È quanto afferma Naomi Rosemblum in merito alla fotografia: «Le immagini della macchina hanno saputo rendere non troppo false anche “realtà” di pura invenzione, permettendo agli spettatori di non diffidare, pur nella consapevolezza che ciò che vedevano era puro artificio». 6 Questo è il motivo per cui la fotografia viene adottata massicciamente nella raffigurazione del contenuto. I luoghi prediletti sono quelli d’origine, campagne, zone collinari, aie e staccionate, con una predominante verde tipica del paesaggio campestre, anche temporalmente lontano dagli stabilimenti di produzione. Questi paesaggi contribuiscono a formare impressioni di superficie che incarnano i valori di naturalità, domesticità e tradizionalità. Come si vedrà in seguito, l’analisi dell’ambiente in cui vive un animale non è solo un fattore confortante, abusato dai sistemi di comunicazione per la sua suggestiva nota nostalgica, ma è anche il parametro di riferimento utilizzato dagli ispettori veterinari per giudicare se sussistono condizioni adatte al comfort – benessere etologico – dell’animale o tali da comprometterlo.7 L’iconografia mitico-archetipica, che contribuisce a far sedimentare la falsa credenza di un animale in salute libero di muoversi in un ambiente naturale, permette di riempire con leggerezza il carrello e uscire ingenuamente, senza “spargimento di sangue”. 5 J. Baudrillard, La società dei consumi (1975, p. 137). 6 Trad. mia dall’inglese, in N. Rosemblum, A World History of Photography (1997, p. 497). 7 E. Moriconi (a cura di), La valutazione del dolore e della sofferenza degli animali, in M. Santolci e C. Campanaro, Tutela giuridica degli animali (2010, p. 180).

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1.4 Il bello e le bestie

Fotografie spietate Alla luce delle problematiche connesse con il sistema alimentare e la rappresentazione che ne viene data a sostegno o a discapito dello stesso, la questione di maggior rilevanza per la progettazione della tesi ha riguardato le modalità con cui trasmettere informazioni attendibili e poco accessibili ai più, altrimenti ricavabili tramite specifici media virtuali e cartacei (video, siti internet, letture di genere, ecc.) a cui si aggiunge un imprescindibile interessamento personale. I criteri che hanno determinato la scelta del supporto illustrato, escludendo la fotografia, sono stati valutati rispetto ai limiti e alle possibilità espressive dei mezzi a disposizione, a partire dal presupposto che manipolazione e documentazione sono “continuamente permeabili”. 1 Oggi la fotografia documentaria non può più dare alcuna garanzia di aderenza alla realtà, ma infonde un’illusione di verità, tanto più se l’immagine è fatta di pixel ed è perciò facilmente modificabile, a posteriori. Nell’apparecchio fotografico è insito un meccanismo, lo scatto, che implica tempi e modalità precise, a cui si aggiunge un’inquadratura che seleziona una parte per escluderne inevitabilmente altre. Se la struttura è rigida, nel lemma è dichiarata la sua peculiarità di “scrittura di luce”, una 1 A. Vettese, Si fa con tutto (2010, p. 126).

14. Coppie di pesci raffigurati durante un combattimento nel libro The Life of Fishes, 1974

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predisposizione che mal si associa agli ambienti bui in cui sono rinchiusi la maggior

dinati. Non c’è differenza tra forma e contenuto: è l’involucro che li racchiude a mani-

parte degli animali da reddito.

festarne le intenzioni. Nelle forme resistenti al dolore abitano metafore di un gesto

Oltre a rafforzare un sistema quasi totalmente meccanico, fotografare animali che

rivelatore che possa determinare il legittimo riscatto per un’ingiusta condanna.

crescono negli allevamenti intensivi significherebbe anche fotografare un istante

Se la gallina si riappropria delle proprie uova rivendicando un’insospettabile bellezza

molto vicino alla loro morte; il tempo dello scatto infatti non è distante dalla durata

ornamentale, le zampe contorte attorno alla griglia di metallo – troppo rigida – si ag-

della loro permanenza in quei luoghi, data la loro brevissima aspettativa di vita: ap-

ganciano nel tentativo di opporre resistenza. I conigli sono pelo impalpabile dal peso

pena un anno per le galline, quaranta o cinquanta giorni per un pollo di medie di-

nullo, non calcolabile in cifre, e invece il pollo asseconda la pesantezza sproporzio-

mensioni, sei anni per una vacca che ne potrebbe vivere ventitré.

nata del suo corpo in un gioco ironico di equilibrio sul proprio petto. L’oca rigurgita il

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Spesso il soggetto della foto o del video-denuncia che si può trovare facilmente nel

troppo cibo con l’eleganza necessaria a compensare i modi rozzi di un’alimentazione

web è un animale ritratto in fin di vita a causa delle scarse qualità ambientali in cui

forzata da imbuti d’acciaio e del gallo resta traccia solo in una maschera beffarda,

è costretto a vivere o, in casi ancora più gravi, per i maltrattamenti e le lesioni che

contraltare al limite visivo dell’occhialino.

subisce per mano dell’uomo. Anche se non ne viene documentata la morte, ma una

Così le forme degli animali sono finalmente pronte ad accogliere i visitatori, anche i

protratta agonia, la crudeltà delle azioni riprese è tale da indurci a immaginare una

più sensibili, invece di essere preventivamente rigettate.

fine straziante che suscita orrore, procurando in noi uno sconvolgimento e renden-

Dulcis in fundo, per rendere inequivocabile il significato di illustrazioni nate da una

doci riluttanti alla vista di altre immagini.

personale interpretazione del tema, ho predisposto una sezione di testi brevi 3 che aggiungono informazioni essenziali, necessarie per avvicinare lo spettatore o il lettore

Illustrazioni gentili

alla “questione intensiva”, sciogliendo ogni dubbio.

L’urgenza del disegno è una risposta di contestazione allo standard immutabile di una produzione automatizzata qual è il corpo dell’animale allevato intensivamente. Il progetto illustrato attinge da altri apparati mediatici attivi nella denuncia del medesimo problema, ma vi aderisce solo nei contenuti per predisporsi diversamente nelle forme, mostrando una persuasione educativa maggiore. Il disegno al tratto, fatto di solo contorno, è ancora una rappresentazione primitiva ingenua, che non necessita di virtuosismi, ma semplicemente di cura e tempi dilatati, ed è perciò una restituzione posata, non impulsiva, rispetto a un tema di non facile interpretazione. Gli animali non sono emaciati, né sporchi, né spennati e nemmeno in fin di vita, ma vengono mantenuti attivi dal disegno, come in attesa che qualcosa accada. La tensione del contorno equilibrato sostiene la loro voglia di vivere, in bilico tra l’impulso alla sopravvivenza e la fine prematura a cui sono inevitabilmente subor-

2 Stime ricavate da una conversazione con l’ispettore veterinario L. Gaspari durante alcuni sopralluoghi in allevamenti intensivi nella campagna trevigiana.

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3 I testi delle didascalie sono estrapolati da molteplici letture e testimonianze rielaborate in seguito con un linguaggio chiaro e conciso, comprensibile ai più.

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Il soggetto Essere animali negli allevamenti intensivi «Non si conoscono che le cose che si addomesticano», disse la volpe. «Gli uomini non hanno più tempo per conoscere nulla. Comprano dai mercanti le cose già fatte. Ma siccome non esistono mercanti di amici, gli uomini non hanno più amici. Se tu vuoi un amico addomesticami!» Antoine De Saint-Exupéry


2.1 Tra mito e storia: mors tua, vita mea

Osservare «La prima metafora fu animale».1 Nella caverna l’uomo primitivo ha cominciato a osservare l’animale in quanto diverso e a rappresentarlo, prima ancora di se stesso, nell’atto di scappare dal suo predatore e nell’istante successivo alla sua morte. Secondo l’interpretazione di Bataille il primo soggetto della pittura delle caverne fu un animale. L’uomo ritratto sulle pareti della caverna di Lascaux, steso davanti a un bisonte ferito che perde orribilmente le viscere, espierebbe, morendo, l’uccisione dell’animale. 2 Circa 13.500 anni a.C. l’Homo sapiens avrebbe cercato in questo modo di riparare ad una colpa scontandone la pena con la morte e placando attraverso il rito l’ira degli dei, reo di aver ucciso, anche rappresentandolo, il bue. In tal modo sarebbe nata anche la prima metafora, il linguaggio figurativo di cui oggi sono rimaste tracce inestimabili nelle caverne. È probabile che la prima pittura sia stata anche il primo duplice atto di distanza

1 Trad. mia dall’inglese: «The first metaphor was animal», in C. J. Adams, The Sexual Politics of Meat (1999, p. 64). 2 Cfr. G. Bataille, Le lacrime di Eros (2004, pp. 19-23).

15. Il bisonte ferito della caverna di Lascaux, (riproduzione), 13.500 a.C. ca.

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dall’animale, compiutosi con l’uccisione e nella successiva raffigurazione. 3

16. Benjamin Waterhouse Hawkins, tavola VIII tratta da “A comparative view of the human and animal frame”, 1860

Jim Mason, avvocato e antropologo per necessità che da molti anni scrive e si occupa dei diritti degli animali, sostiene la teoria che proprio dalla bestia (vedendo un bue partorire, e non morire) l’uomo primitivo avrebbe appreso il significato del concepimento e che da quel momento sia stato indotto a pensare, modellando la sua intelligenza rispetto alle differenze, ma soprattutto alle somiglianze con l’animale: 4 Gli animali hanno occhi, orecchie, peli e altri organi del tutto simili ai nostri; gli animali dormono, mangiano, defecano, si accoppiano, partoriscono, giocano, combattono, muoiono e svolgono molte delle attività della vita esattamente come noi. 5

Oltre ad assomigliare innegabilmente all’uomo, l’animale è da sempre anche motivo di ispirazione e modello delle invenzioni umane. Nella storia della cultura si trovano molti utensili basati su forme e comportamenti animali. È particolarmente significativa l’origine della prima lettera dell’alfabeto fenicio, l’alpha (A nell’alfabeto occidentale), che in origine assomigliava alla testa di un bue stilizzata (aleph significa infatti “bue”). In seguito, col variare del senso della scrittura, la lettera ha subito una rotazione e le corna del bue sono diventate le gambe della A maiuscola. Dal momento che le lettere avevano anche un forte significato simbolico, l’Aleph, in

17. Floris Voorveld, rappresentazione dell’evoluzione della A, 2011

quanto simbolo dell’unità, era connesso a Dio, unico ed eterno.

Addomesticare «Gli animali ci somigliano più di qualsiasi altra cosa.»6 Oggi gli scienziati confermano con esattezza che la scimmia condivide con noi il novantanove percento del patrimonio genetico.7 Se a questo assunto si aggiunge la

3 Il linguaggio, anche se figurativo, è una metafora che provoca un distanziamento dal soggetto raffigurato. 4 Cfr. J. Mason, Un mondo sbagliato (2007, p. 136). 5 J. Mason, Ibidem. 6 J. Mason, Op. cit. (p. 36). 7 Cfr. J. Berger, Ape Theatre, in Why Look at Animals? (1990, p. 47).

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capacità com-movente dell’animale, componente che ha stimolato i processi più an-

18. Taking our geese to market, cartolina postale editata dalla Canadian Post Card Co. di Toronto (Canada) nel 1919 utilizzando fotomontaggi di William H.Martin

tichi di coscienza dell’uomo, resta da valutare in che misura allora l’uomo sia vicino all’animale nell’attività che occupa la maggior parte del suo tempo. Il lavoro, a partire dalla preistoria, è sempre stato un fondamento dell’essere umano, motivo di costruzione degli utensili che gli hanno permesso di cibarsi e coprirsi fino ad assumere sembianze molto simili alle nostre, probabilmente fino a sviluppare il cervello dell’Homo sapiens.8 L’uomo ai primordi cominciò a nutrirsi con i prodotti del bosco, poi gradualmente divenne cacciatore nomade inseguendo le mandrie di cui si cibava. In seguito, stanziandosi come pastore, ha intuito la necessità di avere una riserva di cibo vivente sempre con sé e questo è stato il primo passo verso la domesticazione. 9 Il termine inglese livestock indica il bestiame, ma tradotto letteralmente significa “scorte vive” ed esemplifica il modo in cui la società neolitica ha imparato ad accumulare bestie per ricavarne latte, carne, cuoio, mezzi di locomozione e fertilizzanti. Le prime specie domestiche furono adattate e selezionate dall’uomo che le scelse di generazione in generazione conservando, per la propagazione della specie, gli individui che manifestavano al più alto grado le qualità che si ricercavano. 10 Questo fenomeno è paragonabile a una palla di neve che si ingrossa rotolando, generazione

19. Gabriel Bella, particolare del quadro La festa del 2 febbraio a Santa Maria Formosa, che descrive i giochi che avvenivano durante una sagra popolare a Venezia, 1792 ca.

dopo generazione, fino a comporre la specie desiderata. Ad esempio la pecora, ani11

8 Cfr. G. Manzi, L’evoluzione umana (2007, p. 54). Secondo Giorgio Manzi, autorevole archeologo italiano, è da quando l’uomo ha cominciato a cibarsi di carne che si sarebbe sviluppato il cervello dell’Homo sapiens. 9 Cfr. G.Marcuzzi e A.Vannozzi, L’origine degli animali domestici (1981). Mentre nel Paleolitico la vita dell’uomo è strettamente condizionata e associata alla caccia, dal Neolitico a oggi la storia dell’umanità va di pari passo con l’addomesticamento degli animali domestici. 10 Alla voce “Allevamento” del Lessico Universale Italiano si legge: «Nella storia del progressivo sfruttamento del mondo animale da parte dell’uomo, l’allevamento del bestiame rappresenta il terzo ed ultimo stadio, susseguente a quelli della caccia e della domesticazione. Esso ebbe origine dai tentativi di migliorare le condizioni di esistenza e di riproduzione delle specie animali già domesticate, sviluppandone le caratteristiche fisiologiche suscettibili di procurare un aumento dei prodotti animali (lana, latte, carne, ecc.) e sfruttandole poi anche ai fini dell’agricoltura (aratro, animali da trasporto, concimi animali)», in Istituto della Enciclopedia Italiana (a cura di), Lessico Universale Italiano, vol. I (1968, p. 429). 11 Cfr. J. H. Fabre, I servitori (1975, p. 174).

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male fra i primi addomesticati, che anticamente possedeva le corna quando ancora

20. Gabriel Bella, particolare del quadro La festa del 2 febbraio a Santa Maria Formosa, raffigurante il gioco popolare dell’oca sospesa sull’acqua che andava presa per il collo, Venezia, 1792 ca.

viveva allo stato selvatico, lentamente ha perso ogni mezzo di difesa e si è adattata a convivere con l’uomo. 12 Ne racconta Jean Henrì Fabre nel volume I servitori: racconti sugli animali domestici: Un celebre allevatore, benefattore dell’umanità, di nome Hakewell, risolse la questione in Inghilterra circa un secolo fa. Egli pensò: la pecora che io voglio come fabbrica di cosciotti non deve avere corna, poiché questo inutile ornamento sottrarrebbe una parte della sostanza alla bestia; il nutrimento utile alla formazione e al mantenimento delle corna sarà meglio impiegato per ottenere la carne. Per lo stesso motivo essa non avrà che la lana che le abbisogna per coprirsi e difendersi dal freddo. Quanto alle ossa, non posso eliminarle ed è un vero peccato: al loro posto preferirei qualche cosa di più nutriente. Ma dopo tutto l’animale ne ha assoluto bisogno: esse sono l’armatura indispensabile al sostegno delle carni. Ma se non posso sopprimerle, che almeno le ossa siano leggere, sottili, ridotte di peso e di grossezza. Bisogna che quando la coscia sarà portata in tavola, il colpo penetri come in un panino di burro e non trovi al centro che un bastoncino osseo. Ridurrò pure tutto quello che non è carne e non lascerò alla pecora che ciò che è indispensabile per farla vivere. 13

Uccidere Il mito fondativo del cacciatore ha probabilmente contribuito a giustificare e sostenere razionalmente l’intervento umano sul mondo, soprattutto per quel che riguarda lo sfruttamento degli animali a scopi alimentari. […] Oggi non assistiamo direttamente all’uccisione degli animali, ma ne abbiamo ancora una vaga consapevolezza, anche se non desideriamo soffermarci troppo a lungo ad analizzarla. 14

12 Cfr. Ivi (pp. 170-171). 13 J. H. Fabre, Op. cit. (pp. 172-173). 14 J. Mason, Op. cit. (pp. 117-118).

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Prima la figura del cacciatore poi quella dell’allevatore è servita strategicamente per attribuire loro responsabilità collettive: «non sono io a uccidere gli animali, è colpa dei cacciatori e dei macellai», 15 del resto “bisogna pur mangiare”. Durante il Rinascimento gli animali venivano pubblicamente torturati e uccisi, eventi condivisi in diretta nelle piazze, dal pubblico e persino dal clero, 16 ma nel corso della storia ritroviamo diverse testimonianze di illustri personaggi che hanno condannato le sevizie verso gli animali come atto immorale e incivile, perchè diretto contro esseri viventi e sensibili, esseri troppo spesso visti e considerati come cose, oggetti materiali di cui è facile disporre e, di conseguenza, infierire gratuitamente su di loro come se non si trattasse di esseri viventi, ma di mezzi per un fine. 17 Gabriel Bella, un pittore veneziano della seconda metà del XVIII secolo, ci conduce attraverso i suoi dipinti fra i giochi popolari di un tempo, che davano in pasto al pubblico lo spettacolo della morte animale, come il combattimento tra galli, 18 l’uccisione della gatta a colpi di testa o il prendere per il collo l’oca sospesa sull’acqua. Di fronte all’esibizione della morte animale la crudeltà coabitava insieme al piacere del convivio e contribuiva a consolidare il mito del predominio dell’uomo sulle creature inferiori. Raffigurato per la prima volta dall’uomo delle caverne e riformulato successivamente nella pittura moderna di Ligabue e Jean Henri Rousseau, l’archetipo del grande predatore e del predato stimola tuttora sentimenti contrastanti, quali compassione e piacere allo stesso tempo, ma anche considerazioni di carattere morale di fronte all’atto naturale (istintivo) della predazione. 19 La bellezza dei felini non risiede soltanto nell’adorabile visione di un leoncino maldestro che gioca con fratelli e sorelle, nella corsa folgorante di un ghepardo tra le erbe della savana, o nel balzo di un gatto selvatico che si impadronisce di un’arvicola. 21. Henri Rousseau, Cavallo aggredito da un giaguaro, 1910

15 Cfr. S. Della Bernardina, Dai piaceri del cacciatore alle sofferenze dell’animalista, in «La ricerca folklorica» (2003, pp. 137). 16 Ibidem. 17 Cfr. M. Santolci e C. Campanaro, Tutela giuridica degli animali (2010, pp. 12-13). 18 Cfr. Della Bernardina, Op. cit. (p. 137). 19 Cfr. S. Della Bernardina, Op. cit. (p. 138).

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22. Eli Lotar, Al mercato N° 56, Londra, 1935

Risiede anche, e forse soprattutto, nell’immagine della libertà che ci offrono – questa spietata libertà del predatore che caccia per sopravvivere e non per piacere – rispettando così, suo malgrado, le leggi della natura, queste leggi eterne che l’uomo si compiace di trasgredire. 20

Il fascino per la sequenza venatoria tradizionalmente indagato dalla pittura è stato più recentemente documentato dalla fotografia e diffuso in riviste a grande tiratura come «Airone» o «National Geographic», per facilitare la partecipazione del lettore all’esperienza rappresentata. L’uomo contemporaneo si astiene dall’intervenire fisicamente nell’atto cruento e mistifica le proprie colpe delegando la responsabilità ad altri sconosciuti e beneficiando allo stesso tempo del peccato perpetrato, mascherato da immagine inoffensiva. Oggi il cliché del grande predatore e lo spettacolo della morte dell’animale, su cui la storia ha costruito un mito che si perpetua fino ai giorni nostri, non è scomparso, ma ne è mutata la percezione e la sua “spiegazione ufficiale”. Le riflessioni del sociologo tedesco Norbert Elias sulla “civilizzazione dei costumi” confermano che nel processo di costruzione della società moderna vi è stata una graduale riduzione della violenza esplicita che caratterizzava la vita sociale nelle epoche precedenti, oggi sostituita da una rigorosa privatizzazione21 . Tra gli esempi scelti per chiarire questo processo egli rievoca proprio la caccia e il ricorso dell’uomo contemporaneo a un intermediario che funga da tramite tra sé e il corpo insanguinato dell’animale.22 Altrove Elias chiama in causa alcuni meccanismi di straniamento dalla morte, come una maggiore distanza spaziale e temporale da essa e l’enfatizzazione dei consumi,23 propri di «una “civiltà dell’immagine” da cui l’immagine della morte verrebbe costantemente esiliata per salvaguardare la sfera emotiva dell’angoscia».24 20 Don E. Dumond (19918 , p. 3), cit. in S. Della Bernardina, Op. cit. (p. 138). 21 Cfr. N. Elias & A. Dunning, Quest for Excitement (1986), cit. in A. Abruzzese, L’intelligenza del mondo (2001, p. 171). 22 Cfr. S. Della Bernardina, Op. cit. (p. 140). 23 Cfr. N. Elias & A. Dunning, Op. cit., cit. in A. Abruzzese, Op. cit. (pp. 174-175). 24 A. Abruzzese, Op. cit. (pp. 174-175).

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Parallelamente Abruzzese scrive che le società moderne hanno esorcizzato la “vicinanza” del cadavere tenendolo nascosto, quasi astratto, truccato dai mass-media e hanno costruito una rappresentazione tecnico-poetica del morire invece che «convivere con la sua presenza vera e propria, quale si fa sentire attraverso colui che muore».25 La “civiltà dell’immagine” è quindi il luogo della rappresentazione della morte, ovvero una zona liminare in cui tanto la vita che la morte sono incerte e si affrontano. […] Le paure ancestrali per la perdita dell’integrità del proprio corpo si intrecciano alla percezione diffusa di una corporeità individuale espansa e dilaniata […] sulla linea di demarcazione tra il vivo e il morto, ma sempre più in un mondo privo di direzione e di differenze trovano compimento le opposizioni tra vero e falso, bello e brutto, bene e male, visibile e invisibile, corporeo e incorporeo; cioè la serie di dicotomie ideologiche, etiche, formali, concettuali che appartengono al conflitto tipicamente moderno tra i processi di astrazione e i processi di materializzazione delle risorse individuali e collettive, conflitto determinato dal modo di produzione sociale della civiltà industriale di massa. […] La paura è un dispositivo del tutto particolare di fascinazione: […] attiva un violento meccanismo di identificazione nel corpo del cadavere perché in esso si colloca la messa in scena, la volontaria rappresentazione simbolica, di ciò che di noi muore. […] Da questo punto di vista lo spettatore si trova di fronte al cadavere come se questi fosse il suo doppio. 26

Il limite tra vita e morte, esistenza e sparizione, visibile e invisibile è tuttora l’unica rappresentazione accettabile per la nostra civiltà. Fabbricare Oggi ritroviamo una sofisticata strategia nella struttura della fabbrica, rea di “aumentare la distanza” dall’animale adoperando gli strumenti meccanici cari all’industria alimentare. Ingannati da false credenze, come l’idea di derivazione cartesiana che l’animale sia una macchina priva di emozioni, gli esseri umani hanno gradualmente allontanato da 25 Cfr. Ivi (p. 181). 26 Ivi (pp. 182-185).

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23. Aleksandras Macjauskas, Macellazione di un maiale, Lituania, 1991


se stessi e dal loro ambiente naturale gli esseri animali per costringerli alle logiche

24. Cartellone che elenca i tagli di carne della società di produzione “Channel Meat” presso lo Smithfield market, il mercato della carne di Londra, 2011

artificiali della produzione intensiva. Un’ulteriore conferma ci è data da Jacques Derrida, uno dei pochissimi filosofi contemporanei ad affrontare la questione dell’assoggettamento dell’animale odierno: In qualunque modo lo si voglia interpretare, qualunque conseguenza di natura pratica, tecnica, scientifica, giuridica, etica o politica se ne tragga, oggi nessuno può negare [...] le proporzioni senza precedenti dell’assoggettamento dell’animale. Tale assoggettamento lo possiamo chiamare violenza, foss’anche nel senso moralmente più neutro del termine [...]. Nessuno può più continuare seriamente a negare che gli uomini fanno tutto ciò che possono per nascondere o per nascondersi questa crudeltà, per organizzare su scala mondiale l’oblio o il disconoscimento di tale violenza.27

Insieme all’apparente scomparsa dell’atto venatorio anche i luoghi di allevamento e macellazione sono svaniti, in apparenza, per insediarsi altrove, lontani dal centro della città. In questi luoghi la morte è condizione indispensabile, motivo di esistenza di un sistema che si basa interamente sullo sfruttamento, la soppressione e la vendita di bestie morte. Jeremy Rifkin ci ricorda che «i macellatori sono stati i primi industriali a impiegare con successo le tecniche della produzione di massa, la divisione del lavoro e la catena di montaggio nei processi produttivi»,28 accelerando i tempi per massimizzare la produzione. Agli inizi del ventesimo secolo fu proprio Henry Ford a intuire l’altissimo potenziale del sistema di stoccaggio dei macelli americani e a prendervi spunto per introdurre la medesima innovazione anche nella catena di montaggio automobilistica.29 Nel macello la conferma quotidiana del lavoro è sempre data dalla morte di migliaia di esseri (gli oggetti del lavoro) uccisi da mani sconosciute per altre mani che ne godranno, mangiando la sostanza finale del lungo percorso di smontaggio che ha inizio negli allevamenti. Persino il contatto tra operai e animali è ridotto al minimo da una

27 J. Derrida, L’animale che dunque sono (2006, pp. 67-68). 28 J. Rifkin, Ecocidio (2002, p. 135). 29 Cfr. Ivi (p. 138).

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catena di smembramento quasi interamente automatizzata, la quale affida a un com-

25. Avviso all’ingresso dello Smithfield market, il mercato della carne di Londra, 2011

puter la cura del bestiame e, in misura minore, anche le mansioni di macellazione, così da sottrarre materialmente ogni umano implicato nella produzione e nel successivo consumo degli animali dalle colpe connesse alla loro uccisione. L’animale immesso nel processo di smembramento non ha più nulla a che fare con il referente corporeo quale si presenta in vita: esso diventa, per dirla con Carol J. Adams, un “referente assente”.30 La macellazione è l’atto che rende l’animale assente nel corpo e nel nome per permettere alla carne di esistere; in un secondo momento il linguaggio gastronomico rinomina le parti del corpo in porzioni di cibo appetibili di cui non si riconosce l’origine. L’abbattimento e la successiva trasformazione permettono al consumatore di dimenticare la figura dell’animale quale essere vivo, senziente; «gli animali sono così trasformati in “non-esseri”, in “unità produttive di cibo”, ridotti a consistere di parti commestibili e parti non commestibili».31 In uno scritto di Berger sul guardare agli animali, un membro dell’Iowa State University ci restituisce il grado di sviluppo dell’industria che ha creato le non-forme animali di cui oggi ci nutriamo, affermando: «Credo sia completamente fattibile progettare appositamente un animale per un hamburgher».32 Questa de-costruzione moderna dell’animale ha contribuito a modificare preventivamente anche le tecniche di allevamento, un coadiuvante essenziale nella formazione di corpi predisposti a diventare carne, particolarmente utili alla logica globale dell’efficienza e della massimizzazione dei profitti degli allevamenti intensivi e dei laboratori di ricerca, che vedono nell’animale un materiale da trasformare, in conformità ai disegni dei tecnici.33 Attraverso continue ibridazioni genetiche, una rigida alimentazione indotta, la convivenza ravvicinata ai propri simili e la scarsa mobilità, oggi l’animale è essenzialmente carne animata dal furore dell’industria.

30 Cfr. C. J. Adams, The sexual politics of meat (1990). 31 P. Segurini, L’animale come referente assente, in Dalla fabbrica alla forchetta. 32 Trad. mia dall’inglese: «I believe it’s completely feasible […] to specifically design an animal for hamburger», in J. Berger, They are the last (2001), in Op. cit (2009, p. 77). 33 Cfr. L. Battaglia, Per una bioetica animale (pp. 18-19).

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2.2 Perché guardare agli animali

Da tempi immemori gli animali sono protagonisti di favole di ogni specie, e nelle loro parole o nei loro comportamenti riflettono altrettanti umanissimi “tipi psicologici”. Esse costituiscono uno dei fondamenti della cultura: ne troviamo testimonianza nell’antica Grecia con il corpus di 358 favole scritte da Esopo nel V secolo a.C., fino ai giorni nostri, nel rassicurante mondo incantato di Walt Disney. Le creature che vi abitano suggestionano ogni età e creando una continua mescolanza tra età adulta e infantile si fissano nei ricordi e nella memoria visiva in veste di maestre di vita, ironizzanti nel tono comico o burlesco delle loro storie, comunque moraleggianti. 1 Ogni favola esopica, ad esempio, è seguita da un prolisso commento che spiega quali siano le possibili applicazioni morali o politiche e quali eventi storici la giustifichino. Ma esse non sono solo morali, offrono anche altre conoscenze. Vi sono espresse le proprietà e i diversi caratteri degli animali, e di conseguenza anche i nostri, in un continuo ribaltamento tra ruoli di specie; si dice infatti che «un tempo Prometeo dovendo dare la vita all’uomo, sintesi di tutto ciò che vediamo nascere, da tutti gli animali prese qualcosa a prestito». 2 1 Cfr. L. Vergine e G. Verzotti, Il bello e le bestie (2004, p. 225). 2 V. d’Alebray, Métamorphose de Gomor en marmite (1643), in prefazione a J. La Fontaine, Favole (1980, p. 11).

26. Officine Grafiche Fratelli Stianti, Becchi e… strumenti chirurgici, Firenze, 1967

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Anche Jean de La Fontaine, scrittore che per primo rielaborò l’eredità di Esopo in

27. J. J. Grandville, Il cigno e il cuoco, incisione realizzata per la raccolta delle Favole di Jean de La Fontaine, 1845

chiave lirica nella seconda metà del 1600, ci confida che «la prima conoscenza del mondo avviene attraverso la favola». 3 In aggiunta ai favolisti, decine di filosofi e sociologi hanno dato un netto contributo all’interpretazione del rapporto tra uomo e animale, tra cui John Berger, Jacques Derrida, Franz Kafka e Giorgio Agamben. In uno scritto di Berger su Esopo si narra che quest’ultimo fosse uno schiavo storpio che non poteva parlare, ma con la sua sensibilità riusciva a dar voce agli animali. 4 Nonostante l’attribuzione magicomoralizzante della voce, d’accordo con Derrida, ciò che importa però «non è tanto se essi possano parlare, quanto se essi possano o meno soffrire». Qui di seguito la favola de Il Cigno e il Cuoco, che Esopo scrisse per la prima volta e La Fontaine riscrisse in forma di versi nelle sue Favole, 5 ci rammenta quanto l’aspetto sia determinante nel destino riservato agli animali e in particolare la bellezza accresca la probabilità che siano trattati in modo adeguato. 6 Nel cortil d’una grande fattoria il bianco Cigno e il Papero vivean coll’altre bestie in compagnia: l’uno al piacer dell’occhio e a fregio dei giardini destinato, e l’altro – dico l’oca – allo stufato. Dentro i fossati del castel vedevansi andar come sul Corso, tuffandosi, guazzando a fianco a fianco, l’uno non men dell’altro agile e bianco. Un giorno il Cuoco, avendo alzato il gomito un poco più del solito, 3 Cfr. G. Couton in “introduzione” a J. La Fontaine, Favole (1992, pp. 12-15). 4 Informazioni tratte da una conversazione con Paul Ellimann (maggio 2011). 5 J. La Fontaine, Op. cit. (pp. 218-219). 6 Per approfondimenti leggi E. Scarry, Sulla bellezza e sull’essere giusti (2001).

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28. J. J. Grandville, Au giardin des plantes, incisione realizzata per il libro Un autre monde par Grandville, 1844

a mezzo della gola prese il Cigno, scambiandolo col Papero, per metterlo tagliato in cazzeruola. L’uccel, preso a morir, mosse la voce e pianse un suo dolcissimo lamento. Sorpreso il Cuoco – Oh ciel! – grida, – che sento? Questo non è un uccello che si coce. Non sia giammai ch’io tolga la parola a chi parla in modo che consola –. Chi sa bene parlar, se casca male, trova rimedio, e questa è la morale.

Il movimento conclusosi con le forme molli di Disney, dai caratteri tipicamente umani del tutto indipendenti dai toni moraleggianti della tradizione favolistica, ma piuttosto incarnati in un antropomorfismo puro che ci ricorda allo stesso tempo «l’umanità dell’animale e l’animalità dell’uomo» 7, iniziò nell’opera profetica di Jean Ignace Isidore Gérard, meglio conosciuto con lo pseudonimo di J. J. Grandville. Questo caricaturista francese vissuto nella prima metà dell’Ottocento, ha dato valore alla “teoria del bello”, attribuendo maestosità e autorevolezza tipicamente umane agli animali. Associati “in massa” alle situazioni comuni della gente appropriatasi delle loro sembianze, Grandville sceglie di mascherarli per “smascherarli”, rappresentando attraverso di essi il carattere; è infatti attraverso l’animale che si è potuta riconoscere la qualità del carattere per la prima volta, a cui l’animale ha dato il nome, come Esopo e La Fontaine ci narrano. Berger nel saggio Why look at animals?, riprendendo gli scritti di Derrida, riferisce a tale proposito del nostro modo di osservare l’animale e di riconoscerlo come “familiar”: l’uomo diventa allora conscio di sé ricambiando lo sguardo, ma allo stesso tempo fa esperienza di un’incomunicabilità assicurata dal linguaggio, arma origi7 O. De Fornari, Walt Disney (1995, p. 65).

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naria di divisione e perciò di “esclusione” dell’animale, che resterebbe in silenzio,

29. Sergei Karpukhin (agenzia Reuters), maiali in corsa ai giochi olimpici di Mosca, 2006

a guardarci. «Come guarda, dunque, agli altri animali, a quegli esseri, familiari e misteriosi, con cui così faticosamente comunica?». 8 Nell’allevamento intensivo l’animale non è più considerato nella sua singolarità, ma viene ritenuto parte di una massa indistinta con cui l’uomo non vuole condividere nulla. In un allevamento di 23.000 polli il veterinario analizza il benessere generale, non lo stato di salute del singolo capo, operazione resa impossibile dal numero elevato di bestie. Le poche occasioni di vicinanza tra uomini e animali da reddito, in cui questi ultimi sono trattati con “rispetto”, si verificano nell’ambito di contesti agonistici, gare e concorsi. Ne sono testimonianza le olimpiadi russe per maiali, in cui il maiale assume idealmente le caratteristiche umane dell’atleta ed è perciò venerato invece che macellato. Secondo Alexei Sharshkov, vicepresidente della Sport-Pig Federation, i partecipanti alle “maialimpiadi” hanno un futuro assicurato: sia che vincano sia che perdano infatti il loro destino non sarà il macello, bensì la riproduzione. Resta superfluo chiedersi «come si potrebbe mangiare un campione conosciuto in tutto il mondo», come ha domandato retoricamente Sharshkov durante un’intervista. 9 Elaine Scarry ci insegna come la percezione di un oggetto bello sia connessa

30. Sergei Karpukhin (agenzia Reuters), maiali che giocano a calcio ai giochi olimpici di Mosca, 2006

all’urgenza di proteggerlo e difenderlo, anche a causa del suo essere “bio-simile” , 10

mentre per gli stessi motivi la vista di soggetti in pessime condizioni estetiche genera rifiuto e disinteresse. Anche il tratto manuale necessario al disegno è in un certo senso “bio-simile”, perché proviene da uno strumento umano – la mano unita alla testa – e ne rappresenta un prolungamento fisico, immediato, mentre il mezzo fotografico resta una protesi sintetica inevitabilmente slegata dal corpo. «Poiché la bellezza ci pone ripetutamente faccia a faccia con le nostre stesse facoltà creative, noi sappiamo già dove e come localizzare queste facoltà quando una situazione di ingiustizia ci chiama all’intervento creativo: non c’è bisogno che essa, attraverso il piacere, ci guidi effettivamente alla nostra meta. Le due forme indistinguibili

8  L. Battaglia, Per una bioetica animale (p. 18). 9 A mosca giochi olimpici per maiali, in “Corriere della sera” (aprile 2006). 10 E. Scarry, Op. cit. (p. 73).

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di bellezza creatrice (perpetuare la bellezza esistente o originare nuova bellezza) posseggono degli equivalenti nella sfera della giustizia, come possiamo notare nella formulazione data da John Rawls di quello che, da Socrate in poi, è noto come l’argomento dell’ “obbligatorietà della giustizia”: noi abbiamo l’obbligo, dice Rawls, di sostenere gli assetti giusti dove già esistono e di farli nascere dove non sono ancora presenti.». 11

Si conferma necessaria una compresenza di attrazione e repulsione per ristabilire il luogo viscerale in cui abita la giustizia, al limite tra l’essere umano e l’essere animale che, proprio per il suo valore intrinseco, chiede giustizia. Oggi la condizione di prossimità tra uomo e animale, accresciutasi nel privato ma ancor più alienata dal sistema industriale, può rappresentare l’occasione per una riapertura del rapporto, a condizione che la posta in gioco tra l’animalità e l’umano non sia rappresentata dalla lotta per il dominio di una parte sull’altra, ma dallo sforzo per mantenerle in tensione, affinando la capacità di “abitare la distanza”, di collocarsi nel “tra”, di essere tenuti in sospeso, rendendo inoperosa la macchina antropologica. 12

31. Cartello all’interno di un allevamento di galline ovaiole, campagna veneta, 2011

11 Ivi (p. 107). 12 G. di Marco, Il magnifico animale, in L. Vergine e G. Verzotti, Op. cit. (p. 165).

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2.3 Esseri anziché cose

Nonostante le letture affrontate e il materiale abbondantemente visionato che testimonia le conseguenze fisiche e psicofisiche che l’allevamento intensivo provoca negli animali, ho preferito recarmi di persona in alcune “riserve intensive” di cui non avevo ancora avuto un’esperienza diretta. Accompagnata da un ispettore veterinario e talvolta dai “proprietari” degli allevamenti (la figura dell’allevatore non è più necessaria per avviare un meccanismo automatizzato) ho visitato alcuni stabilimenti nella provincia di Treviso, in cui decine di migliaia di broiler – polli da carne – e galline ovaiole convivono per un solo scopo: alimentare il mito della proteina, ma soprattutto, la tradizione culinaria. Dimenticato il terrorismo visivo che abbonda nella rete e non lascia spazio a dubbi di alcun tipo, qui sembra che tutto prosegua nel rispetto delle regole, e che gli animali stiano tutto sommato bene, se si può considerare “benessere” la vita accanto a 23.000 simili in un’area chiusa grande poco più di un campo da tennis. Qualsiasi cosa è automatizzata, le strutture sono relativamente pulite ed efficienti, e secondo le buone norme per il benessere gli animali sono apparentemente in salute nonostante qualche gabbia affollata di galline 1 e una primavera perenne, situazione resa possibile grazie a un sistema quasi infallibile di areazione e illuminazione 1 Una recente normativa europea vieta l’allevamento di ovaiole in gabbia, a partire da gennaio 2012.

32. Galline illuminate artificialmente per controllare la produzione di uova, Treviso, 2011

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costanti. Nel caso in cui questo sistema si arrestasse «il gas e i reflussi delle deiezioni

33. Allevamento “a terra” di galline ovaiole nella campagna veneta, 2011

in brevissimo tempo causerebbero la morte di migliaia di bestie, a partire da quelle al piano terra», mi riferisce il proprietario dello stabilimento di galline ovaiole. E fin qui potrei tornare a casa rassicurata dal fatto che “tutti stanno bene”, se non avessi letto che oltre al benessere “a braccio”, che risulta da un controllo periodico dell’ispettore veterinario (come già detto sarebbe impensabile controllare 23.000 polli uno ad uno, perciò si assicura che “il gruppo” sia visibilmente in salute) ci sono innumerevoli cause di stress e potenziali pericoli strutturali insiti anche solo nella biogenetica dell’animale. Ma questo è difficilmente intuibile nel ruolo di visitatrice occasionale. Dalle letture affrontate è emerso inoltre che per deporre quasi un uovo al giorno (trecento all’anno con le attuali tecniche di allevamento a terra e luce controllata) la gallina, ultimissima discendente del Gallus domesticus, è stata geneticamente selezionata (e probabilmente modificata) per essere l’instancabile deponitrice che oggi conosciamo. E quando la genetica non è stata sufficiente a predisporre una macchina da “un uovo al giorno”, è intervenuta la meccanica: ne è un esempio la macchina tagliabecchi che taglia e cicatrizza il becco (un organo ricco di terminazioni nervose e necessario all’uccello per cibarsi, lavarsi e lisciarsi le piume) per prevenire episodi di cannibalismo una volta adulti, causati dalla convivenza ravvicinata in spazi ristretti. I broiler invece, polli resi efficienti dalla genetica perché producano più muscolo nel punto preferito dal consumatore – il petto – hanno a disposizione all’incirca un foglio A4 per vivere, vittime di un sistema che soddisfa il mercato ma destabilizza il loro equilibrio: le ossa infatti non hanno il tempo di svilupparsi alla velocità con cui cresce la muscolatura pettorale. Dopo appena cinquanta giorni un pollo giovane ha gia raggiunto le dimensioni opportune per il commercio della sua carne e può andare dritto al macello. Nel film Food Inc., un recente documentario sulla produzione intensiva di carni e sementi negli Stati Uniti, lo scenario a cui si assiste va ben oltre il senso bioetico della legislazione europea: in un capanno gestito dall’unica allevatrice che ha acconsentito alle riprese, pur mantenendo l’anonimato, giacevano migliaia di polli ammassati uno sopra l’altro, alcuni dei quali intrappolati nei propri

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escrementi che, mescolati al piumaggio, ricoprivano il terreno. 2 In Italia, paese regolamentato dalla legislazione della Comunità Europea, il malessere e gli eventuali maltrattamenti sono concentrati e sporadici. Per avere una percezione globale del sistema d’allevamento intensivo è stato necessario fare riferimento a fonti differenziate, anche provenienti dai rispettivi paesi d’origine, che riportassero fatti attendibili e dati inconfutabili, riscontrabili nella bibliografia della tesi. Jonathan Safran Foer, autore di Se niente importa: perché mangiamo gli animali? ci racconta quel che accade ad esempio in un paese come il Giappone, dove le leggi in materia di diritto animale sono irrisorie e si possono trovare galline e polli da carne allevati in pile di gabbie alte fino a diciotto metri 3 : Non dovrebbe essere responsabilità del consumatore capire che cos’è crudele e cos’è benevolo, che cos’è distruttivo per l’ambiente e che cos’è sostenibile. I prodotti alimentari crudeli e distruttivi dovrebbero essere illegali. [...] La nostra reazione all’allevamento intensivo è in definitiva un test su come reagiamo all’inerme, al più remoto, al senza voce; è un test su come ci comportiamo quando nessuno ci costringe ad agire in un modo o nell’altro. Essere coerenti non è obbligatorio, ma confrontarsi con il problema si. 4

34. Un pollo d’allevamento intensivo, campagna veneta, 2011 2 R. Kenner, Food Inc. (2008). 3 J. S. Foer, Se niente importa: perché mangiamo gli animali? (2010, p. 21). 4 Ivi (p. 285).

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2.4 Sul benessere animale

La questione del “benessere animale” è un tema che ha stimolato riflessioni fin dai secoli scorsi. Nel 1911 venne emanato il “Protection of Animals Act”, che dava esempio dei maltrattamenti punibili e indicava le relative pene per i contravventori, estendendo la sua protezione anche agli animali selvatici in cattività. In epoca moderna, nella società occidentale si è cominciato a parlare concretamente di benessere appena intorno agli anni Sessanta. Un fatto in particolare fu molto importante: la pubblicazione del libro Animali Macchine di Ruth Harrison nel 1964, che poneva l’accento sulle condizioni di vita degli animali negli allevamenti intensivi. La reazione dei lettori fu tale da suscitare un grande clamore al riguardo e, in seguito a questo, il governo inglese decise di commissionare un rapporto scientifico su questo problema. Tale rapporto, chiamato “Brambell Report” e scaturito da approfonditi studi di etologia, fu pubblicato nel 1965. Oltre ad essere uno dei primi documenti ufficiali relativi al benessere animale, vi si parla per la prima volta del principio delle cinque libertà per la tutela del benessere animale. In riferimento a quanto enunciato dall’Oms – Organizzazione Mondiale della Sanità – «per benessere si intende “lo stato di completa sanità fisica e mentale che consente all’animale di stare in armonia con il suo ambiente”». Parlare di benessere porta a considerare quello di cui l’animale ha bisogno ed è per35. Aleksandras Macijauskas, Al mercato N° 27, Lituania, 1970

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tanto diventato usuale parlare del benessere a partire dai bisogni, cioè delle con-

36. Scuola elementare all’aperto “Sante De Sanctis” per alunni anormali psichici, Milano, 1935/1939

dizioni che è indispensabile garantire agli animali. Questi bisogni sono stati sintetizzati appunto nel “Brambell Report” sotto il nome delle “cinque libertà”1 da garantire agli animali: 1) Libertà dalla fame, dalla sete e dalla cattiva nutrizione, mediante facile accesso all’acqua fresca e a una dieta in grado di favorire piena salute e vigore. 2) Libertà dal disagio, che comporta un ambiente fisico adeguato, che comprenda ricoveri e una confortevole area di riposo. 3) Libertà dal dolore, malattie, ferite e traumi, con prevenzione, rapida diagnosi e la pronta terapia. 4) Libertà di esprimere un comportamento specie-specifico naturale, fornendo spazio sufficiente, locali appropriati e la compagnia di altri animali della stessa specie. 5) Libertà dalla paura e dall’angoscia, assicurando condizioni che evitino sofferenza mentale. Esse sono universali in quanto attribuibili ad ogni contesto in cui si trovi l’animale, non esclusivamente agli allevamenti, ed esprimono le necessità fondamentali per gli animali di qualsiasi specie. 2 Anche se non si è potuto immediatamente parlare in termini di “diritti”, il rapporto ha gettato i capisaldi per lo sviluppo di un movimento di pensiero europeo che verte intorno allo studio sui diritti degli animali e cerca di muovere l’uomo da una visione antropocentrica ad una visione biocentrica. La bioetica ha cercato di capire, a partire dalle neuroscienze, che cos’è il dolore per gli animali, varando delle norme per la protezione degli animali d’allevamento. Nel 1991 a Maastricht, con la riforma del Trattato per la nascita dell’Unione Europea è stata approvata una “Dichiarazione sulla protezione degli animali” che riconosce la loro natura di “esseri senzienti” superando così la concezione patrimonialistica degli stessi. 3 1 E. Moriconi (a cura di), Le cinque libertà, in M. Santolci e C. Campanaro, Tutela giuridica degli animali (2010, p. 188). 2 Cfr. Ivi (p. 190). 3 Ivi (p. 20).

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Per capire in cosa consiste tale “protezione” è opportuno innanzitutto fare una di-

37. Danilo Scarpati, fotografia pubblicata sul settimanale «D Repubblica», 2011

stinzione tra eustress e distress, termini tecnici per indicare stati d’ansia dovuti a sensazioni di pericolo. Con eustress si intende uno stato di stress limitato, che, stimolando la produzione di ormoni, nel lungo periodo aumenta le prestazioni e la resistenza alle malattie. Il distress invece indica uno stato di stress costante e senza una finalità, che provoca i maggiori danni nell’animale, fino alle tecnopatie. Oltre alle malattie da stress, come mastiti (infiammazione delle ghiandole mammarie) o zoppie (alterazioni del modo di camminare), come gli umani anche gli animali da reddito manifestano tecnopatie, malattie che si instaurano nell’ambiente di lavoro, correlate a enormi metodiche di allevamento, eccessive spinte di produzione e spinte selettive. Basti pensare che nella mungitura tradizionale un bovino veniva munto due o tre volte al giorno, in tempi scanditi dall’uomo. Negli ultimi anni invece si è riscontrato come l’utilizzo di macchine mungitrici abbia causato un drastico calo dell’incidenza di mastiti, solitamente molto frequenti nella vacca da latte a contatto con l’uomo. Oggi l’animale non è più costretto dall’allevatore a essere munto, ma sceglie autonomamente quando farsi tirare il latte da un robot esente da errori umani. Il contatto con l’uomo è di fatto una delle maggiori cause di stress e un reale pericolo. Alcuni animali d’allevamento, su cui la selezione genetica opera da decine di anni, sono talmente vulnerabili che ogni accesso umano esterno nel loro ambiente può scatenare gravi patologie, se non addirittura epidemie, oltre ad innalzare la tensione, in aggiunta alle altre fonti di stress. Un altra causa di cattivo stress è l’elevata densità di popolazione, che limita e danneggia le azioni etologiche che normalmente si creano tra gli animali di uno stesso gruppo. Per questi motivi, e per arginare le reazioni scatenanti tipiche degli ambienti sovraffollati, ai pulcini viene tagliato il becco, alle vacche e ai vitelli le corna e, fino a poco tempo fa, venivano recise anche le code, i denti e le orecchie dei maiali. Se c’era un problema lo si eliminava, tagliandolo o isolandolo per mezzo di gabbie e recinti. Nonostante i tentativi di limitare i danni da stress, pur cercando di mantenere il miglior grado di benessere, non è ancora possibile evitare l’apice dello stress, il momento in cui l’animale viene abbattuto. Il massimo benessere esiste allo stato libero, ma se ci si trova d’accordo con questa asserzione, bisognerebbe abolire qualsiasi tipo di allevamento.

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Il progetto Pensare gli animali «Un disegno dovrebbe essere capace di farci credere che non abbiamo mai sentito cantare una rondine prima, o che non abbiamo mai visto l’immensità del mare!» Eugène Delacroix


3.1 Mostrare Le meraviglie dell’istinto

Il progetto epositivo Il progetto Le meraviglie dell’istinto nasce da un’indagine sull’allevamento intensivo che utilizza fonti e strumenti diversi: un blog, 1 testi, illustrazioni e fotografie. I soggetti d’indagine sono stati tradotti in illustrazioni, inizialmente esposte in una prima mostra dedicata, dal titolo Le meraviglie dell’istinto, in seguito ampliate e riformulate nella collettiva Tavole imbandite e infine raccolte sotto forma di libro illustrato. Entrambe le mostre sono state concepite con la supervisione di Saul Marcadent, un giovane curatore con precedenti esperienze in progetti d’impronta ambientale, e inserite nella programmazione di Treviso Comic Book Festival, un festival di illustrazione e fumetto svoltosi nell’ottobre 2011. Il percorso espositivo All’ingresso della prima mostra un video in loop – incipit al percorso espositivo – mostrava una cascata di pulcini gialli scorrere sopra la testa dei visitatori diretti al piano superiore, accompagnati da un sottofondo metallico lievemente udibile fino al corridoio d’ingresso. A seguire due installazioni site e size-specific: una zebra estasiata, 1 Si veda http://mimesi.tumblr.com, un blog a tema che raccoglie immagini di animali (giugno 2011).

38. Mappa disegnata per la mostra Tavole Imbandite presso il Castello di Roncade, 2011

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tinta con i colori dello spettro e retro illuminata, anticipava il senso del percorso, ma con una nota più spensierata rispetto al complesso delle opere. A questa seguiva una gallina-pavone dai caratteri affini, stampata su un supporto trasparente sospeso in aria, preludio alla stanza principale. Nel nucleo espositivo una ventina di disegni su carta appoggiati alle pareti circondavano l’installazione più accogliente, collocata al centro della stanza, che consisteva in un trittico di proporzioni verticali sospeso alle travi del soffitto. Lo spettatore vi poteva passare attraverso, come fluttuando, tra gli strati di pesci ammassati graficamente in vasche accennate solo da una superficie trasparente. Il video Giallo, esordio ed epilogo della mostra, è in seguito stato riproposto nell’atrio del cinema “Careni” di Pieve di Soligo (Treviso), come anticipazione alla proiezione del film documentario Food Inc., un’indagine recente sul tema dell’allevamento e delle colture intensive in America. L’apparato didascalico Per la prima occasione, la mostra introdotta a settembre 2011 presso l’ “Antico Lanificio Andretta” a Follina (Treviso), abbiamo scelto di affiancare le didascalie ai disegni, così da rendere più chiare le illustrazioni che si rivolgevano a un pubblico presumibilmente poco preparato rispetto al tema dell’allevamento intensivo. Nella seconda occasione, la collettiva Tavole imbandite, tenutasi presso il Castello di Roncade (Treviso) a novembre 2011 sul tema dell’alimentazione, abbiamo voluto riformulare la modalità espositiva, isolando la parte figurata – arricchita stavolta da schizzi e appunti del percorso progettuale – dalle note scritte, rese altresì disponibili allo spettatore per mezzo di un documento stampato e corredato da una mappa con il quale il visitatore si sarebbe potuto documentare durante o dopo la visione della mostra, anche da casa. Questa seconda soluzione ha arricchito di nuove possibilità il progetto e offerto allo spettatore immagini più autonome e passibili d’interpretazione, ma meno lineari rispetto alle precedenti, il cui linguaggio figurativo era stato reso inequivocabile dalla specifica verbale, necessaria ad un pubblico inesperto.

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39. Installazione del video Giallo all’ingresso della mostra Le meraviglie dell’istinto, Follina (Tv), settembre 2011


41. Alcuni visitatori all’inaugurazione della mostra Le meraviglie dell’istinto, Follina (Tv), settembre 2011

42. Una parete a tema alla mostra Le meraviglie dell’istinto, Follina (Tv), settembre 2011

40. Veduta della sala principale della mostra Le meraviglie dell’istinto, Follina (Tv), settembre 2011

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43. Una parete a tema alla mostra Le meraviglie dell’istinto, Follina (Tv), settembre 2011

45. Un’installazione retroilluminata apre e chiude il percorso espositivo de Le meraviglie dell’istinto, Follina (Tv), settembre 2011

44. Particolare di un’installazione alla mostra Le meravilgie dell’istinto, Follina (Tv), settembre 2011

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46. Locandina per la mostra collettiva Tavole Imbandite, 2011

47. Una parete allestita per la mostra Tavole Imbandite, Roncade (Tv), novembre 2011

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49. Una parete allestita con i disegni preparatori de Le meraviglie dell’istinto alla mostra Tavole Imbandite, Roncade (Tv), novembre 2011

48. Una parete della mostra Tavole Imbandite, impiegata come giaciglio per il disegno in loco della Gallinapavona e come appoggio per altri quadri, Roncade (Tv), novembre 2011

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3.2 Il libro illustrato

Le illustrazioni Per la progettazione del libro di tesi ho voluto riproporre alcuni disegni già presentati in occasione della prima mostra e ne ho aggiunti di nuovi, in sostituzione a quelli che, nonostante la fedeltà al contenuto scritto, non restituivano nulla di più di ciò che mostravano. La lettura di ogni disegno è facilitata da due elementi testuali: un breve titolo a margine, che anticipa e carica il senso della figura, e l’apparato didascalico posto alla fine del corpus di immagini, che completa la comprensione legandosi al titolo. La collocazione delle didascalie in una sede indipendente, consecutiva alla parte figurata e marcata da pagine color arancio, è dettata dall’intenzione di concedere allo spettatore una lettura pura delle immagini, le quali senza un precedente descrittivo esplicito facilitano un’interpretazione personale, meno lineare, come era avvenuto nella seconda mostra. L’ “oggetto-libro”, proprio per gli elementi che gli sono propri come la successione cronologica di pagine, è diversamente limitato rispetto agli spazi espositivi di una mostra, poiché scandisce fra le pagine e nella forma ogni sezione tematica, impostando un ordine di lettura dettato dalle scelte dell’autore e dal progetto grafico. Traslare l’apparato didascalico dal progetto espositivo al sistema-libro ha significato ri-progettare l’esperienza dello spettatore. Scegliere di collocare le didascalie 50. Gallinapavona, stampa su pvc installata alla mostra Le meraviglie dell’istinto, Follina (Tv), 2011

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verso la fine del volume equivale a chiedergli lo sforzo di non distogliere l’attenzione

difficile circoscrizione e ancora in fase di studio, 3 ho preferito riassumere in maniera

dall’ampia sequenza figurativa, talvolta ambigua, che le precede, per arrivare a di-

personale le conoscenze acquisite tramite letture cartacee, telematiche e derivate da

sambiguare le figure tramite il significato scritto di ogni disegno.

interviste o incontri con addetti ai lavori per restituire uno sguardo umano all’ “essere animali negli allevamenti intensivi”.

Le didascalie

Nel far questo, com’è inevitabile che avvenga per ogni tipologia di scelta, è stato

La seconda parte del libro è concepita per apprendere le motivazioni profonde del

necessario effettuare lo scarto di alcune informazioni – ad esempio quelle concernen-

progetto, attraverso l’incontro del sapere – la spiegazione scientifica – che permette

ti il benessere – per favorirne altre riguardanti il malessere. Per esempio, a proposito

anche ad una persona non conscia del problema (che vede le immagini ma non le

del pollo, non si troverà scritto che la pavimentazione è rivestita di segatura mor-

capisce) di intuirne le motivazioni profonde. È una scelta che trova conferma in quan-

bida adatta alle zampe, ma verrà resa nota soltanto la causa del suo malessere, nello

to affermato da Bonsiepe: «Si può ipotizzare che non esista comunicazione visiva

specifico l’iperalimentazione e l’illuminazione forzata che causano uno sviluppo pre-

senza substrato verbale [poiché essa] si basa sul linguaggio e avviene sempre con

coce della muscolatura rispetto alle ossa, determinando un maggior aumento del

uno sfondo verbale, esplicito o implicito».

volume del petto, come richiede il mercato. 4

1

Per questo motivo, per velocizzare ed esplicitare in modo inequivocabile il collegamento tra i testi brevi e la sezione illustrata, ciascuna didascalia è stata affiancata a

Gli schizzi

un pittogramma illustrato (vicino ai titoli già presenti in ogni tavola) che, fungendo

Anche se potrebbe sembrare superflua, la decisione di mostrare una traccia del per-

da simbolo, rimanda inequivocabilmente ad un insieme (non quel coniglio da me il-

corso progettuale è dettata dall’importanza che attribuisco al modus operandi, che

lustrato, ma tutti i conigli) con l’effetto di amplificare ed estendere il riferimento, per

non lascia nulla al caso e ha cura di ogni piccolo dettaglio o appunto che possa per-

capirne – a ritroso – il senso e intuire la vastità di una questione di respiro globale.

fezionare la comprensione del progetto, a posteriori.

La scelta di un tipo di specificazione tecnico-scientifica per le note descrittive delle

Gli schizzi sono una miscellanea di disegni preparatori e idee in potenza che potreb-

immagini, piuttosto che in stile diaristico, è avvenuta ritenendo più opportuno dare

bero semplicemente nutrire e definire ulteriormente la trattazione o dirigerla verso

l’idea di una scrittura ricavata da una documentazione diffusa (siti, blog, visite mi-

questioni altrettanto urgenti. Il “pescerete” – monito alla Gallinapavona – che con-

rate in loco, testimonianze autorevoli di esperti etologi, veterinari, zootecnici, e al-

clude sulla carta il progetto, apre all’immersione successiva.

2

levatori, riviste e manuali) e perciò necessariamente condensabile in poche righe di immediata lettura. Nell’impossibilità di determinare una “verità assoluta” rispetto a un argomento di

1 G. Bonsiepe, Dall’oggetto all’interfaccia (1995, p. 223). 2 A. Sbrilli Eletti, Immagini dense. Le riproduzioni digitali di opere d’arte come interfacce di esplorazione delle opere stesse, in «Contesti culturali e fruizione dei beni culturali», (maggio 2003). Ipotizzando un trasferimento del contenuto su supporto informatico, la funzione del pittogramma verrebbe sostituita da quella del link, che permette di “entrare” nell’immagine per visualizzarne il senso scritto direttamente con un click.

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3 Le leggi sui diritti e il benessere animale sono materia di studio in continuo sviluppo. Esse vengono modificate di anno in anno e sono differenti a seconda degli usi e costumi dello stato e del continente a cui si riferiscono. 4 Per approfondimenti leggi la sezione III “Didascalie”.

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3.3 Zoografie: quel che resta degli animali

All’inizio del percorso progettuale, quando ancora non ero certa del mezzo di comunicazione che avrei utilizzato per rappresentare la condizione degli animali negli allevamenti intensivi, nel tentativo di individuare la tipologia di immagini che avrei potuto realizzare e sapendo che erano destinate a un pubblico prevalentemente inconsapevole delle conseguenze dell’allevamento intensivo, mi sono chiesta prima di tutto: «Cosa potrei tollerare di vedere?». Sulla base di quanto detto nei precedenti capitoli rispetto all’inefficacia di immagini spietate che allontanano lo spettatore invece di incuriosirlo, ho scelto di non restituire il dolore animale, né il sangue e nemmeno la morte, ma animali vivi. La percezione ricercata nel progetto simula ironicamente quella dello spettatore acritico, che di fronte all’immagine dozzinale del supermercato ha la placida sensazione che ciò che gli viene mostrato sia esattamente ciò che accade, ignaro del fatto che si stia verificando invece l’opposto. In secondo luogo ho riflettuto sulla forma del mio lavoro e ho presunto che lo spettatore avrebbe osservato le immagini con ingenuità, senza percepirne il contenuto ma intuendone allo stesso tempo l’ambiguità, come se si trattasse di indovinelli. La soluzione scritta posta alla fine si è perciò resa necessaria a sciogliere ogni dubbio e, casomai, a crearne degli altri. Credo infatti che una delle qualità fondamentali di una buona critica e di una comunicazione efficace, al pari di un’opera d’arte, sia che 51. Schizzo preparatorio di un coniglio per il disegno Pesi piuma, 2011

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essa non dia una risposta esplicita ma, al contrario, ponga dei dubbi.

al macello, sono metaforicamente sezionate dalle aperture modulari del camion, nel

Per i motivi fin qui esaminati ho scelto allora di rappresentare gli animali vivi ma

viaggio verso la disintegrazione. In ultima analisi, poiché una delle caratteristiche

senza un paesaggio reale, né artificiale né naturale, per definire una situazione in

della trota è di catturare il cibo a vista, questi pesci, che ben si adattano alle vasche

bilico, come in attesa di un intervento. Ho perciò cercato qualcosa che facesse “par-

per itticoltura, sono sovrapposti in multistrati asfittici grazie alla trasparenza del fo-

lare” gli animali, non con la voce, bensì con il disegno, alla ricerca di un dettaglio

glio, su cui il mangime galleggia in modo figurato.

significante.

A differenza dei modi di molti illustratori contemporanei e della grande tradizione

La scelta di raffigurare l’animale nel suo ambiente “naturale”, distante da quello in-

figurata di Grandville e Disney, che danno voce all’animale attribuendogli fattezze

dustriale, avrebbe aggiunto una sensazione di estraneità e finito per allontanare an-

umane, nel tentativo di mostrare l’animale puro, senza alcuna umanizzazione, ho

cora di più il visitatore dalla verità. I luoghi, volutamente omessi, sono appena accen-

preferito esaminarne le debolezze per trasformarle in forze, come se, in un gioco di

nati tramite il colore e la posizione assunta dall’animale.

fusione e resistenza all’automatismo della macchina industriale, l’animale conqui-

Talvolta è la pagina stessa a delimitare il suo ambiente, per questo motivo il pollo,

stasse un istinto di sopravvivenza rinnovato.

che ha a disposizione all’incirca le dimensioni di un foglio A4 per vivere, se ne sta in

Una costante di alcune figure è precisamente la simulazione poetica di un senti-

bilico sul suo petto abnorme, nello spazio del foglio, vittima di un sistema che sod-

mento di ribellione, come se l’animale riscattasse ciò che gli è stato sottratto, con

disfa il mercato ma destabilizza il suo equilibrio; le ossa infatti non hanno il tempo di

modi delicati. È il caso della gallina-pavone che si riappropria delle proprie uova e

svilupparsi alla velocità con cui cresce la muscolatura pettorale, perciò il portamento

se ne vanta, facendo il verso al portamento fiero dell’uccello ornamentale. Oppure

risulta goffo.

dell’oca ingozzata forzatamente per la produzione di paté de foie gras, che rigurgita

La situazione ibrida raffigurata, circondata da spazio bianco, è anche dovuta alla

il troppo cibo ingoiato sotto forma di canto liberatorio. I conigli rifiutano l’idea di es-

mancanza della luce naturale, sostituita negli allevamenti da un’illuminazione arti-

sere identificati solo dal proprio peso e ci illudono che sia nullo o impalpabile come

ficiale (associata al foglio bianco), che è una costante dei sistemi utilizzati per con-

il loro manto. La testa del gallo forma un tutt’uno con la mascherina che prima gli

trollare l’umore e imbrogliare il ritmo biologico degli animali. Non c’è paesaggio

nascondeva la vista, pronta a duellare con l’avversario. Alcuni maiali approcciano

per animali che non vedono quasi mai il sole, ad eccezione forse di qualche pecora

cauti il proprio sostituto giocattolo in un gioco di identità impari, mentre invece altri

e capra, ancora legate a soluzioni estensive. L’unico sprazzo di natura concesso al

simili scelgono di boicottare la convivenza coatta, facendo in apparenza perdere le

disegno serve appunto per identificare le stagioni e suggerire che tutte le pecore

proprie tracce. Allo stesso modo il vitello esce dal perimetro ristretto, necessario alla

vengono tosate all’inizio dell’estate, ma solamente per quelle destinate al macello si

crescita delle carni anemiche, e lascia i segni della sua presenza fugace.

ripete l’operazione di tosatura, dato che nella stagione fredda non potrebbero soprav-

Le immagini più autenticamente figurative, descritte di seguito, esprimono la con-

vivere senza lana.

dizione dell’animale in modo esplicito, affidandosi alla tensione del tratto piuttosto

In altre occasioni l’animale non è propriamente a figura intera, ma lo percepiamo

che ad allegorie di senso. Così le zampe della gallina avvinghiate alla gabbia che la

smembrato in tante parti, frammentate dai mezzi utilizzati per controllarne il com-

trattiene, il ventre della chioccia che cova ventuno uova accanto a un’incubatrice che

portamento o per limitarne le reazioni in situazioni di stress. Ad esempio il becco del

ne contiene trecento, una luce artificiale che riscalda i pulcini appena nati al posto

pulcino è fratturato esattamente sulla piega della pagina, sfruttata come un taglia-

della madre e una scia di cuccioli che precipitano giù dal nastro trasportatore sono

becchi, attrezzo utilizzato per spuntare e cicatrizzare la parte mutilata dell’uccello.

una raffigurazione fedele di ciò che accade loro nel mondo reale.

Qualche pagina dopo le vacche da latte a fine carriera, trasportate in camion diretti

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Conclusione Presagi

L’ultimo pensiero per cui vale la pena meravigliarsi è riservato all’unico allevatore rimasto, protagonista di una storia catastrofica che riguarda ancora noi, anche se distante. Unico superstite alle radiazioni del reattore della centrale nucleare di Fukushima in Giappone, Naoto Matsumura si è fermato ad occuparsi degli animali rimasti nella zona di esclusione, che comprende un raggio di venti chilometri intorno alla centrale, un’area totalmente vietata alla popolazione. Dato che per gli animali non era previsto alcun piano di evaquazione, l’agricoltore, ultimo di una famiglia che da generazioni coltivava la terra, incurante della contaminazione ha continuato a dare il latte ai vitelli che le madri non sapevano più allattare, ha munto le mucche, nutrito gatti e cani vagabondi per le strade deserte. Come nel racconto apocalittico di un luogo placido abitato solo da animali abbandonati, mentre gli uomini fuggono da “armi, acciaio e malattie”,1 si sta verificando un gioco di opposti per cui gli animali lottano per la sopravvivenza alimentandosi dei prodotti della terra rimasti e i loro antagonisti umani vanno in cerca di riparo verso i macelli vuoti della periferia. Mentre tutti gli allevatori sono stati rimborsati dal governo per la perdita del bestiame, 1 J. Diamond, Armi acciaio e malattie (2000).

52. Cabina-ufficio presso lo Smithfield Market, il mercato della carne di Londra, 2011

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gli animali sono stati “sterminati dall’indifferenza”, ma se è vero che la maggior parte di loro sono stati dimenticati e moltissimi si sono gravemente ammalati, altri sono miracolosamente sopravvissuti con il loro istinto, o questa volta, grazie a quello di un uomo solo. Poco più distante, un uomo di un altro tempo, mirabile anch’esso, ci offre lo sguardo dell’animale tremante che, in un istante senza tormento, proietta pace sull’universo: Avete mai vista una lepre, di mattina, uscire dai solchi freschi dell’aratro, correre per un tratto su l’argento della brina, poi arrestarsi nel silenzio, sedersi sulle zampe di dietro, drizzare le orecchie, guardare l’orizzonte? Sembra che il suo sguardo pacifichi l’Universo. La lepre immobile che contempla i campi fumanti, in una tregua della sua perpetua inquietudine! Non si potrebbe immaginare un più certo indizio di perfetta pace all’intorno. In quell’istante, è un animale sacro che bisogna adorare…2

Se avessi avuto il coraggio di mostrarvi la realtà voi non avreste avuto la forza di digerirla. Ecco perchè vi mostro i miei disegni, sperando che andiate a cercarla.

2 G. D’Annunzio, Il fuoco, in Tutte le opere, vol. II, Mondadori, Milano (1978, p. 745), cit. in G. Bachelard, La poetica dello spazio (2006, p. 243).

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Le fonti ÂŤNel mondo degli esseri viventi non esistono cose, ma solo relazioniÂť Gregory Bateson


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4 Heartfield John, Vivande e vivandiere, «Phototeca» n. 11 (giugno 1983), p. 57.

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5 Mognol Sara.

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23 Macjauskas Aleksandras, http://www.photoeye.com/Gallery/forms/Pages_MaxEnlarge/image1.cfm?imageposition=11&id=99411&Portfolio=Portfolio1.

47 Ibidem. 48 Ibidem.

24 Mognol Sara.

49 Ibidem.

25 Ibidem.

50 Ibidem.

26 Bertocchi Tiziana e Rino Rocca, Osserviamo e sperimentiamo, G. D’Anna, Messina-

51 Ibidem. 52 Ibidem.

Firenze, 1971, p. 104. 27 Grandville J. J., La Fontaine Jean de, Favole, Rizzoli, Milano, 1993 , p. 28. 3

28 Grandville J. J., Un autre monde par Grandville, Fournier, Paris, 1844, p. 111. 29 Sergei Karpukhin (Reuters), http://www.corriere.it/gallerie/2006/04_Aprile/12/ maiali.shtml. 30 Sergei Karpukhin (Reuters), http://www.corriere.it/gallery/Esteri/vuoto.shtml? 2006/04_Aprile/maiali/1&8. 31 Mognol Sara. 32 Ibidem. 33 Ibidem. 34 Ibidem. 35 Macjauskas Aleksandras, Diversi, gay e sbornie & coppie imbarazzanti, «Phototeca», n. 6 (giugno 1982), p. 191. 36 Banca dati Indire, http://www.indire.it/cgi-bin/diapftcgi3?dbnpath=/isis3/dati/ dia/immag&mfn=18234&formato=Completo&unico=1&file_header=/archivi/dia/ header.php. 37 Scarpati Danilo, In quota: facce fresche, teste calde, «D Repubblica» n. 757 (settembre 2011), p. 181. 38 Mognol Sara. 39 Ibidem. 40 Ibidem. 41 Ibidem. 42 Ibidem. 43 Ibidem. 44 Ibidem. 45 Ibidem. 46 Ibidem.

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Ringraziamenti Un grazie a tutti coloro che hanno reso possibile Le meraviglie dell’istinto, in particolare a: Il Comune di Follina e tutti i suoi membri, che hanno contribuito a rendere concreto il progetto espositivo ospitandolo e avvicinandolo al pubblico. Daria, per l’appoggio costante, le cenette, e per avermi aiutato a scegliere solo dieci tra più di centocinquanta schizzi, quattro tra più di quaranta carte e una tra mille idee iniziali. Diego per il suo spirito critico, le griglie (?), gli anni ‘60 e per aver finalmente capito cosa si nasconde dietro la misteriosa immagine della Gallinapavona. Elisa, per la sua amicizia e il suo cuore. La mia Famiglia, per esserci sempre. Giorgi, per il suo entusiasmo travolgente ed essere una vegetariana allo stesso tempo. Giovanni Anceschi, per l’aver condiviso la sua sapienza e per la rara capacità di dare nome alle cose. Luca Gaspari, esemplare ispettore veterinario impegnato nella causa per il benessere animale, per aver saputo darmi gli strumenti per capire e rispondere a domande che non credevo avessero una risposta. Marco, per l’aiuto nel video e il supporto ironico e morale, nonostante sia un irrinunciabile carnivoro. Maura, per il suo immenso sapere archeo-zoologico e per avermi fatto scoprire la Capra ibex e i nomi degli animali tutti, quando ancora non avevo idea di questa tesi. Michela, per la preziosa condivisione di idee, il coinvolgimento dimostrato, e per l’aver detto una volta: «Scusa Sara, scusa mondo, scusa pianeta, ma io stasera mi mangio una bistecca». Paul Ellimann, per i suoi consigli e per la fiducia riposta nel mio metodo di ricerca, come quando mi disse: «You are a vegetarian, you can do the best work about meat!» Saul, per aver creduto nel mio progetto quando ancora era in fase embrionale e avergli dato forma in una mostra come mai avrei potuto immaginare. Tutti gli organizzatori di Treviso Comic Book Festival, il Castello di Roncade (Tv) e il Cinema Careni di Pieve di Soligo, per aver dato appoggio e visibilità al mio lavoro. Infine, vorrei ringraziare anche tutti gli animali per essere conforto e soggetto prediletto nelle mie ricerche, ma non faccio nomi perchè sarebbero troppi.

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II


Prefazione Le ritrovo ora, a distanza di qualche mese, e le guardo con occhi diversi. Sono decantate in un foglio e dietro il display, alcune si sono infittite di dettagli, altre semplificate, altre ancora non sono mutate affatto. Una su tutte – la gallina orgogliosa delle sue uova – continua a sintetizzare l’intero progetto, tacendo o svelando, con leggerezza, contenuti grevi. Le illustrazioni di Sara abitano una zona franca, dove la lettura non è mai univoca e lo spettatore ha molta libertà. Le ho immaginate, fin dall’inizio, come una costellazione, in cui ogni parte è in stretta relazione con l’intorno e la vicinanza degli elementi è dettata da un ordine personale, emotivo. Liberate dalle note didascaliche che accompagnavano la mostra, sono, all’interno di questa pubblicazione, affiancate da titoli sintetici, che sostengono l’interpretazione. Le didascalie, raccolte alla fine, diventano un dispositivo di approfondimento. Ogni disegno sottende una pratica, più o meno barbara, adottata nell’allevamento intensivo. Al centro l’animale e, attorno a lui, pochi elementi – un rullo, la griglia, i petali, i fiocchi di neve – utili per contestualizzarlo, inserirlo in un paesaggio. Mi piace pensare Le meraviglie dell’istinto come un progetto mobile – articolato in illustrazioni, fotografie, contributi testuali – che non ha la pretesa di formulare risposte o urtare il sentimento collettivo. È una ricerca che si mette in gioco di volta in volta, aperta verso l’esterno, in cui gli animali illustrati, come lo spettatore, restano in attesa.

Saul Marcadent Marzo 2012


Gallinapavona


Un uovo al giorno


Fil di ferro


Prove di volo


Pica pica

Ventre


Petto di pollo


Il duello


Tracce di zampe


I giocattoli


M di mulesing


Primavera-estate / Autunno-inverno


Pesi piuma


Magie de foie gras!


Ruggine


Il mercante di latte


Piscina di pesci


III


Un uovo al giorno Si chiama “incubazione” la cova delle uova, da una parola latina che, letteralmente, significa “coricarsi sopra”. La gallina nell’aia depone, in genere, 150 uova l’anno e ne cova una ventina, cioè quelle che può coprire e scaldare con il suo corpo. Le moderne incubatrici e schiuditrici ne simulano il comportamento mantenendo condizioni di calore e umidità costanti. Sono però più economiche, capienti e comode dato che i pulcini nascono tutti nello stesso istante e più rapidamente.

Fil di ferro L’Europa ha bandito le gabbie di batteria dal 1° genaio 2012. Nel resto del mondo le galline ovaiole sono ancora costrette a vivere in gabbie metalliche che misurano 22x22.5 cm, collocate una sopra l’altra in pile alte fino a 15 metri. Le zampe possono crescere deformi a causa dell’immobilità e del continuo contatto con la griglia per defecazione.

Prove di volo Appena le uova si schiudono i pulcini vengono trasferiti sul nastro trasportatore per effettuare la sessazione, ovvero la divisione tra maschi e femmine. Differenziati in base al colore del piumaggio o per la dimensione delle ali, i pulcini maschi vengono distrutti perchè la razza, geneticamente selezionata, è predisposta a formare galline ovaiole e non polli da carne.

Pica pica La pratica del taglio e cicatrizzazione del becco viene inferta a pulcini di un giorno, ma può essere ripetuta anche in una gallina di sette settimane per minimizzare la “pica”, ovvero il beccarsi a vicenda a causa della vita in cattività. La lama rovente passa attraverso il tessuto rendendo disabile l’animale, che non è più in grado di mangiare, bere, pulirsi il becco e lisciarsi le piume normalmente. La pratica lascia scoperti terminali nervosi che provocano un dolore cronico o la morte a causa dello shock.


Ventre A imitazione del calore provocato dalla chioccia viene usata una lampada a raggi infrarossi che riscalda i pulcini dal primo al quindicesimo giorno di vita.

Petto di pollo I polli sono costretti a vivere a migliaia in capannoni illuminati artificialmente per 18-20 ore al giorno. Ciascuno ha a disposizione un’area inferiore a 20x30 cm che rende loro difficile anche coricarsi. Il ritmo giorno-notte è alterato dalla luce ininterrotta che induce loro a mangiare di continuo in modo che, in breve tempo, s’ingrandisca maggiormente il petto, come richiede il mercato. Un animale di medie dimensioni può essere macellato appena dopo 40-50 giorni di vita; normalmente vivrebbe anche tre o quattro anni. Queste condizioni causano difficoltà motorie nel pollo che, sbilanciato a causa del peso raggiunto in tempi brevi e dell’incompleto sviluppo delle ossa, non riesce a sostenersi sulle zampe.

Il duello I galli, costretti alla convivenza ravvicinata, tendono a fronteggiarsi, ferendosi a morte con il becco, attratti dal rosso attorno agli occhi dell’avversario. Speciali paraocchi di plastica ne impediscono la visione frontale, evitando il confronto diretto. Non riuscendo a mettere bene a fuoco l’avversario i galli sono costretti a guardare di lato; questo li rende più cauti e allevia il loro appetito poiché il piccolo foro presente nei paraocchi permette loro di nutrirsi, ma la vista risulta annebbiata.

Tracce di zampe I suini amano stare all’aria aperta e rotolarsi nel fango. A causa della convivenza ravvicinata in spazi ristretti sviluppano la tendenza a mordersi le orecchie e strapparsi la coda a vicenda.

I giocattoli Per evitare manifestazioni aggressive vengono introdotti nei porcili i cosiddetti “giocattoli per maiali”, espedienti come vecchi copertoni, tronchetti di legno, giochi a spinta e palle gonfiabili ad acqua, che possono essere ingrandite man mano che i suini crescono.

M di mulesing Nelle razze di lana pregiata, soprattutto la lana Merino, per isolare il manto dall’ano – affinché non sia danneggiato dagli escrementi o infetto da parassiti – viene praticato il cosiddetto mulesing, un’incisione che forma una cicatrice su cui non possa più ricrescere la lana. Alla pecora, bloccata a testa in giù con delle sbarre di metallo, vengono tagliati i lembi di carne viva dell’area perianale, talvolta assieme alla coda, lasciando rimarginare i tessuti vivi e sanguinanti. L’intervento è praticato con un coltello e senza alcun tipo di anestetico o disinfettante. Alcuni animali, che non sopportano la tortura, muoiono, ma la cosa risulta ininfluente per il mercato visto l’elevato numero di capi e la convenienza del trattamento.

Primavera-Estate / Autunno-Inverno La tosatura delle pecore, che un tempo si praticava solo in estate, viene ora ripetuta a fine settembre: i capi destinati al macello sono tosati completamente, agli altri è lasciato uno strato di lana sufficiente per difendersi dal freddo dell’inverno. La tosatura non è indolore: le pecore ricevono ferite dovute alle forbici e alla tosatura meccanica.

Pesi piuma Il numero di conigli per gabbia è regolato da leggi di mercato poiché non vengono conteggiati “a capo”, ma a peso di carne macellata. Se il mercato richiedesse più carne di coniglio, più animali verrebbero stipati nelle gabbie. Gli allevatori utilizzano bilance pesa-conigli nelle quali vengono pesati vivi e poi venduti.


Magie du foie gras! Le oche e le anatre destinate alla produzione di foie gras vengono chiuse in gabbie di rete metallica delle dimensioni di 25x15 cm che ne impediscono i movimenti e le privano delle più elementari esigenze naturali. Gli animali, inoltre, hanno le ali amputate. Per la produzione del pâté de foie gras – letteralmente “fegato grasso” – le oche vengono alimentate forzatamente dalle tre alle otto volte al giorno con la tecnica del gavage. La pratica consiste nell’infilare nella gola dell’oca una poltiglia di mais cotto e salato del peso di 400-500 grammi – pari a duecento porzioni di pasta al giorno per un uomo adulto – attraverso un tubo metallico lungo 28 cm che provoca soffocamenti, lesioni e fratture del collo con conseguenti malattie degenerative. Un’oca viene alimentata finché il suo fegato si ingrandisce dieci volte più della sua dimensione naturale. Dopo quattro mesi, quando raggiunge le dimensioni utili, si procede all’operazione di sgozzamento per mezzo di un colasangue.

Il mercante di latte Le vacche da latte, in particolare la razza Frisona, sono costrette a produrre 40-70 litri di latte al giorno. Questo provoca dolorose mastiti alle mammelle, troppo sviluppate e sottoposte quotidianamente a sforzi eccessivi. Per prevenire la formazione di mastiti alla vacca vengono somministrati antibiotici che si concentrano nel latte, destinato esclusivamente all’alimentazione umana. Al vitello appena nato non è consentito nutrirsi del latte della madre – cosa che priverebbe l’allevatore di metà della produzione giornaliera – ma viene isolato dopo pochi giorni e alimentato con latte in polvere. Quando la vacca ha tre o quattro anni e la produzione di latte diventa insoddisfacente oppure mostra segni di patologie, viene mandata al macello. Il trasporto avviene tramite un camion su cui è caricata a forza, trascinata con catene o sollevata e scaricata con mezzi meccanici, se non è in grado di salirvi da sola. L’animale vivrebbe in media dai 18 ai 25 anni.

Ruggine Quando nascono, ai vitelli viene inferta una scossa nel punto in cui dovrebbero crescere le corna, così, da adulti, possono infilare la testa fra le sbarre per nutrirsi senza impedimenti. Costretti a vivere in gabbie molto strette, larghe 80 cm e lunghe 160 cm, quando raggiungono i 90 cm di altezza al garrese – parte alta della spalla – è per loro difficile coricarsi a dormire. A questo si aggiunge che i vitelli poggiano le zampe sul cemento e ciò provoca fastidi alle articolazioni e rende faticosi i movimenti. La quasi totale immobilità e l’alimentazione carente di ferro sono indispensabili per mantenere anemiche, cioè pallide, le carni dei vitelli da “carne bianca”, come richiede il mercato. Non a caso le loro gabbie non sono in materiale metallico ma di legno o plastica, per evitare che leccando il metallo possano sopperire alla mancanza di ferro, il che renderebbe il colore della carne più rossa e meno vendibile.

Piscina di pesci La trota esige acque fresche, abbondanti e limpide in vasche relativamente poco estese. Fresche perché ha bisogno di molto ossigeno, abbondanti e limpide perché cattura il cibo a vista. Può crescere in ambienti totalmente artificiali poiché dotata di stomaco e quindi capace di digerire il cibo non naturale. Allo scopo di ridurre la contaminazione causata dalle acque, i pesci spesso vengono privati del mangime nei giorni o nelle settimane che precedono la macellazione. Anche l’inseminazione è artificiale: l’allevatore la provoca premendo la trota affinché siano espulse le uova che in natura sarebbero fecondate spontaneamente.


IV


Š 2012 Sara Mognol http://www.saramognol.com

Testi composti in Archer, Hoefler & Frere-Jones, 2001 Finito di stampare nel mese di marzo 2012 presso Papermedia, Treviso


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