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Sarah Campi

fuoco Liquido Romanzo

Š Sarah Campi 2013 tutti i diritti sono riservati


>> Prefazione <<

In un paese regredito fino al medioevo sotto una spietata dittatura, per sopravvivere, una giovane ragazza si ritrova a rubare su commissione. Niente di strano, per un’orfana come tante, se non fosse che Samire sa leggere nella mente e controllare quella degli altri. Un dono speciale che spesso si è rivelato una maledizione, come quando, nel tentativo di controllare la mente del Duca, viene catturata e condannata alla pena capitale. Accusa: stregoneria. Tutto però, prende una piega diversa quando viene rinchiusa in prigione assieme ad un giovane elfo, Kallwen. Costretta a collaborare con lui per evadere, si ritrova nella foresta, da sola, con il temibile elfo: “gli elfi sono creature oscure che si divertono a uccidere gli umani” questo le hanno insegnato fin da bambina e questo le hanno mostrato i suoi stessi occhi, quando una di quelle creature ha ucciso i suoi genitori. Presto, però, è costretta a ricredersi e capisce di avere in comune con quel ragazzo molto più di quanto si sarebbe mai aspettata. Entrambi hanno sedici anni e poteri psichici estremamente simili: Kall infatti le rivela di fare parte del quasi estinto clan degli elfi Mentali. Ma le comunanze non finiscono qui: l’elfo malvagio che molti anni prima aveva ucciso i genitori della ragazza, è lo stesso assassino della madre di Kallwen... nonchè suo padre. La loro amicizia comincia così rafforzata dal medesimo obbiettivo di vendetta.


Quando, però, una strana creatura, né elfo né umano, cerca di impadronirsi dei poteri di Samire, rischiando di ucciderla, Kallwen viene spronato ad indagare su quei poteri che Sam, in quanto umana, non dovrebbe possedere. Scopre che lei è l’incarnazione di uno dei quattro poteri Bianchi, forze opposte a quelle demoniache degli elfi, e parte di quella magia originaria che, secondo le leggende, ha creato il mondo. Con la minaccia di morte imminente e il desiderio di poter finalmente scoprire qualcosa sui suoi poteri, Samire si imbarca in un pericoloso viaggio assieme all’elfo, che le promette risposte e protezione. Il viaggio porterà i due ragazzi in una delle basi della resistenza elfica dove lui ha vissuto e si è addestrato dopo la morte della madre. Mentre Samire fa la conoscenza con quello che rimane del mondo elfico, Kallwen è costretto a sottoporsi a un’operazione magica molto dolorosa e pericolosa. Per un difetto che ha dalla nascita, infatti, non riesce ad avere il perfetto controllo sul demone interiore che è la fonte dei suoi poteri. Durante l’operazione di sigillazione, qualcosa va storto e solo grazie al disperato intervento di Samire, Kallwen riesce a salvarsi. Da quel momento, mentre la loro amicizia si trasforma in un amore complicato, nuovi problemi e vecchi rancori si affacciano nel loro vita e Kallwen sfida in combattimento il suo vecchio maestro, Riasme, che accusa della morte del suo migliore amico. Nel frattempo, il membro Anziano della base, Sidryan, decide di convocare il Consiglio dei Dodici, in cui si riuniranno gli elfi rappresentanti dei dodici clan, per venire a capo del mistero che Samire rappresenta...

~3~


>> Capitolo Zero <<

Tempo e luogo indefinito.

L

a creatura camminava lentamente senza guardare davanti a sé. Dietro le lunghe ciocche di capelli neri i suoi occhi erano serrati. Non sarebbe servito aprirli, perché tutto quello che lo circondava erano le tenebre. Se anche li avesse aperti, avrebbe visto solo la strada che sembrava svolgersi davanti a lui mano a mano che camminava, come se si stesse creando dal nulla o se fosse lui stesso a crearla. Stava attraversando il nulla. Erano giorni che andava avanti ma il tempo, in quel luogo vuoto, non aveva nessuna importanza: che fossero passati due secondi o duecento anni, non avrebbe fatto alcuna differenza, per lui. Non era un essere normale: non era un uomo, non era un elfo... non era né uno spirito né un demone. Era solo una sua creazione. Ed era da Lui che stava tornando. A mani vuote, per giunta... non osava immaginare cosa gli avrebbe fatto, probabilmente sarebbe morto. Ma la cosa non lo interessava: se la sua esistenza non era utile al Padrone, non aveva ragione di essere. Avvertì una vibrazione, mentre il suo corpo si preparava a rientrare in una dimensione sensoriale. I suoi silenziosi passi incontrarono un piano materiale, qualcosa su cui poggiare realmente il peso.


Il secondo segno che era davvero arrivato in una dimensione fisica fu il suono cupo e prolungato del suo stesso passo. Il suono si rifletté all’infinito e la lugubre eco si spanse nel grande spazio vuoto, annunciando la sua presenza. Mosse un altro passo che risuonò più deciso del primo e, mentre il mantello gli frusciava intorno, l’odore umido tipico di quel posto lo avvolse: si poteva dire che per lui quello era l’odore di casa, il primo che aveva sentito quando era stato creato. Eppure non si sentiva rassicurato dalla familiarità che quell’odore avrebbe dovuto ispirargli, perché lui si trovava più a suo agio nel vuoto. Era per questo che era stato costruito: per attraversare il vuoto tra le dimensioni, tra il mondo reale e quello abitato dal suo padrone. I sensi mortali, per quanto ben sviluppati, erano qualcosa che aveva sempre percepito come superfluo. Non amava il momento in cui, venuto a contatto con la materia, i suoi sensi si riattivavano e sembravano trascinarlo nella sporca condizione di un mortale qualsiasi. Sì, lui preferiva il vuoto, l’unione perfetta fra l’abisso più nero e l’apice più luminoso. Sospirò: dal centro del petto un unico sentimento lo dominava, il dispiacere. La mortificazione più totale sembrava volerlo consumare ancor prima di quanto avrebbe fatto il suo padrone quando avrebbe scoperto che non era riuscito a svolgere il compito che gli era stato assegnato. Se per metà il suo viso era coperto dai capelli, l’altra metà rivelava invece dei lineamenti allungati e spigolosi su cui risaltava la grossa cicatrice frastagliata che gli tagliava in due la palpebra sinistra. La creatura aprì gli occhi di scatto: due pozzi vuoti e neri in cui un unico punto bianco, come una microscopica sfera lucida, galleggiava da una cavità all’altra, guizzando e saettando da un occhio all’altro e permettendogli così di vedere, benché con un solo occhio alla volta. Non riuscì a tenere a lungo entrambi gli occhi aperti e, dopo pochi secondi, fu costretto a strizzare la palpebra rovinata; erano passati parecchi anni da quando gli era stato inferto quel colpo, ma ancora non riusciva a tenere l’occhio aperto, per quanto la ferita si fosse sanata molto tempo prima. ~5~


Il punto bianco galleggiò pigramente nel bulbo scuro del suo occhio buono e lui si tirò indietro i capelli, per lasciar vagare il suo orribile sguardo nella grotta in cui si trovava. La caverna era immensa, tenebrosa, illuminata solo da alcune pietre che rilucevano di un chiarore rossastro e vivo, e da altri cristalli che, al contrario, emanavano un bagliore decisamente più fermo e freddo. Avanzò ancora, facendosi strada lungo l’ampia galleria naturale fino ad arrivare nella grande sala da dove sentiva provenire l’enorme energia del suo padrone. La sala si estendeva per uno spazio tanto vasto che le pareti si perdevano nel buio e il soffitto incombente sembrava appoggiarsi solo su quattro spesse colonne di liscio cristallo trasparente. Andò avanti, accarezzando lentamente con la mano le lucide colonne. Sentì sotto le dita il potere che vi era racchiuso all’interno, come un formicolio che gli attraversava il corpo. Quel potere non poteva nulla su di lui, perché non era né uno spirito, né tantomeno una creatura del mondo conosciuto... Si soffermò a guardare colpevole l’ultima colonna, vuota. Tirò fuori, da sotto il mantello, il piccolo vaso decorato con cui era quasi riuscito a catturare l’Illusione di Fuoco Liquido. Senza neanche rendersene conto, fremente di rabbia, lo scaraventò contro la colonna di cristallo, frantumando la porcellana in mille pezzettini: l’interno era vuoto. Il suo piano era stato distrutto. ‘Così osi tornare da Noi?’ la voce del suo padrone gli giunse da lontano, da un punto nell’ombra. La lingua nera che usava aveva un suono suadente, anche se era carica di astio e irritazione. Come avrebbe voluto rispondergli con quell’idioma! Ma non poteva, il suo corpo, in quel momento tanto materiale, non era capace di riprodurre quei suoni, di cui però capiva perfettamente il significato. - Sì, Signore, sono tornato, anche se a mani vuote. Non mi aspetto il vostro perdono, ma posso riferirvi alcune particolari informazioni riguardo l’obiettivo. Sono pronto a tornare lì immediatamente, se me lo ordinerete.

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L’Essere ghignò nell’oscurità: ‘Credi che non sappiamo di quali informazioni parli? I tuoi occhi sono anche i nostri, non ti abbiamo creato per portarci informazioni!’ - Le mie più profonde scuse, Signore. Il creatore sbuffò, facendo segno alla creatura di avvicinarsi. ‘Sei costato troppa fatica per distruggerti, Viaggiatore... e poi ci siamo liberati anni fa di quella nostra parte razionale che ci avrebbe consigliato di buttare via gli oggetti inutili come te. Quando ti uccideremo, lo faremo per il puro piacere di farlo.’ - Signore, io non credo che voi abbiate visto tutto quello che ho visto io. C’è una cosa che devo riferirvi a voce. - riprese a dire il Viaggiatore. ‘E cos’è che Noi non avremmo visto?’ - Kallwen. Per un attimo l’Essere seminascosto nelle tenebre rimase in silenzio, poi sul suo viso si aprì un sorriso enorme, di grande compiacimento verso se stesso. Il Viaggiatore sentì l’aria diventare elettrica, caricata dall’enorme potere del suo padrone. Tutto stava cominciando a muoversi nel verso giusto, come programmato dal suo Signore. ‘Era insieme al potere Bianco? Al Sam Rei, vero?’ - Sì, Signore. ‘Certo! Noi non sbagliamo mai, era previsto... ottimo lavoro, Viaggiatore. Senza il tuo stupido sbaglio tutto questo non sarebbe potuto accadere.’ La creatura dai capelli neri rimase un attimo pensierosa: non era sempre facile capire le intenzioni del suo padrone, ma non avrebbe mai osato chiedere una spiegazione. Domandò solamente: - Quindi non devo tornare a prendere quella ragazza? Il Signore rise, maligno. ‘Credi davvero di essere la Nostra unica pedina?! Ne abbiamo di molto migliori e più affidabili di te! Tu ormai hai sprecato la possibilità che ti era stata concessa... ora che la mia prima pedina si è mossa nel modo desiderato non devo far altro che muovere le altre.’ - Capisco. Vogliate scusarmi... ~7~


L’Essere sbuffò di nuovo: non avrebbe mai creduto che un elfo come quello sarebbe davvero riuscito a compiere ciò che gli era stato ordinato di fare, non ci sperava proprio... invece, stava davvero andando nel migliore dei modi. Si rivolse di nuovo al suo Viaggiatore: ‘Torna da loro, ma rimani solo ad osservare, vogliamo vedere fino a che punto possiamo contare su di lui.’ Il Viaggiatore s’inchinò e, senza aggiungere altro, si preparò per riprendere il suo solito percorso a ritroso. Era sollevato: in qualche modo poteva ancora essere utile al suo padrone, anche se non sarebbe mai stato il suo preferito. Ma gli andava bene così, in fondo. Chiuse l’occhio nero, svuotò i polmoni, annullò tutti i sensi materiali e, quando il suo cuore si fermò del tutto per la mancanza d’aria, il suo corpo fu avvolto dal nulla e lui poté riprendere a camminare nel vuoto assoluto. §°^°^°^°^°^°^°^°^°^°^°^°^°^°^°^°^°^°^°^°§

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>> Capitolo Uno <<

Dryangin, base di resistenza elfica est. 14 giugno.

K

allwen fu scaraventato a terra e grattò la guancia sulla

ruvida e secca argilla che ricopriva l’arena della base. Si rialzò subito, tanto sfiancato quanto umiliato dalla sua scadente condizione fisica. Aveva iniziato ad allenarsi tre ore prima e ora stava combattendo contro Icaari da circa quindici minuti, nei quali il suo avversario l’aveva sbattuto a terra almeno quattro volte. Si rialzò subito, ansimante, e si rimise in guardia, con la mente chiusa, per impedirsi di prevedere mentalmente le mosse dell’avversario. Doveva allenarsi per battere Riasme senza ricorrere ai suoi poteri ed era come se improvvisamente l’avessero accecato. Era passato un giorno e mezzo da quando aveva lanciato quel pugnale, sancendo così l’inizio di una battaglia dalla quale non era possibile ritirarsi. Si sarebbero giocati tutto. Tutto ciò che ritenevano importante: il vincitore poteva fare dell’altro ciò che voleva, ucciderlo, costringerlo a cedergli i propri averi, la propria libertà... tutto, insomma. Se Kallwen avesse perso, era sicuro che il capo l’avrebbe costretto a rimanere lì per sempre. Ma quella di perdere non era semplicemente un’eventualità possibile. Lui era migliore, più forte e non poteva perdere. Continuava a ripeterselo come una sorta di urlo


di guerra. Mai, nemmeno per un secondo, avrebbe lasciato che la sua mente si distogliesse da quella convinzione assolutamente necessaria. La spalla destra e i tendini del braccio sinistro, non ancora guariti del tutto, sembravano intenzionati a volerlo tormentare. Secondo Vitryan, che non aveva la minima intenzione di accettare una critica sui suoi farmaci, era normale, anzi, era già un miracolo che fosse ancora in grado di muoversi. Eppure, aveva l’impressione che il tempo a sua disposizione prima dello scontro più importante della sua vita fosse troppo poco e che il suo corpo non rispondesse con la velocità con cui avrebbe dovuto. - Meglio che ti fermi per un po’, non ti pare? - alzò a malapena gli occhi trovandosi davanti Icaari che, come sempre, sorrideva. - Di questo passo ci lasci le penne prima del tempo. Kall non avrebbe mai voluto fermarsi, non dopo aver penato mezz’ora per convincere l’appartenente alla Tribù della Dimensione ad allenarlo un po’, ma dovette ammettere che forse stava chiedendo troppo al suo corpo ancora provato. L’arena era vuota quel pomeriggio, per due motivi: il primo era che nessuno dei guerrieri era libero oltre a loro due (e nessun altro elfo fremeva all’idea di fare una sessione aggiuntiva di allenamento); il secondo era che, in ogni caso, avrebbero trovato la porta chiusa a chiave. Icaari, infatti, aveva accettato di allenarlo, ma era anche chiaro che lo riteneva una specie di tradimento verso Riasme e non voleva assolutamente che quest’ultimo lo venisse a sapere. Il giovane e complicato Mentale non gli era mai stato troppo simpatico, ma non era mai arrivato a odiarlo: in fondo, non gli aveva mai dato troppi fastidi. Inoltre c’era un altro motivo per cui aveva deciso di accettare la proposta: Kall aveva promesso di rivelargli tutti gli intrecci amorosi che negli anni si erano formati tra gli elfi della base. Il guerriero non avrebbe mai ammesso che la questione gli interessasse tanto, per cui aveva accettato con la scusa di provare a batterlo, cosa che non era mai riuscito a fare prima.

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Kallwen però non aveva certo bisogno di leggergli nel pensiero per capire che era impaziente di sapere qualcosa. Il Mentale sorrise, mentre si sedeva sulla panca per riprendersi e disse: - A Xer piace Felarì, ha una vera e propria adorazione per lei, ma ovviamente lei era ed è il pezzo di ghiaccio che sembra e non gliene importa nulla di nessuno di voi, assolutamente di nessuno. Icaari rise: - Cavolo, dici davvero? Poverino, non ha la minima speranza! Anche Kall rise, ma avrebbe voluto dirgli: “Anche tu non hai la minima speranza”. Sapeva fin troppo bene, infatti, che lui aveva una cotta, una passione bruciante per Harima. Già dall’inizio aveva deciso di non dirgli che lei non aveva occhi che per suo zio, cosa che forse era perfino più triste... Per la verità, la “situazione affettiva” di quel posto, per quanto tutti si sforzassero di reprimere i propri sentimenti, era alquanto complessa e intrecciata. Era per quello che si respirava un’aria tanto pesante, insopportabile per chi, come lui, poteva leggere nella mente di tutti. Tutti sapevano che affezionarsi a qualcuno non avrebbe portato che sofferenze, ma nessuno, a parte due o tre persone, poteva giurare di fregarsene totalmente degli altri dicendo il vero. - Che mi dici di Dedlos? - fece Icaari, con un sorrisetto imbarazzato. Kall trattenne le risate: no, non poteva assolutamente dirgli la verità, altrimenti c’era il rischio che quei due non riuscissero più a lavorare insieme. - Che hai da ridere? Chi gli piace? - No, niente... riprendiamo? - Non gli piace nessuno? Kall si alzò e si diresse verso la porta, sapendo che il suo medico stava per bussare. Vitryan rimase sorpresa nel vedersi aprire la porta pochi attimi prima di abbassare la maniglia. - Tieni. - fece fredda, piazzandogli un flaconcino arancione sotto il naso.

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- Perfetto. Grazie. - rispose lui e avrebbe richiuso subito la porta se qualcosa nei pensieri della ragazza, i cui capelli, ora, erano di un marroncino chiaro, non l’avesse trattenuto. La sentì stupirsi della mancanza di commenti maligni e sperare che si fosse dimenticato... - Aspetta un attimo... - le disse: in effetti, gli sarebbe dispiaciuto perdere l’occasione per un bel commento acido. Non gli venne in mente nulla e alla fine chiese solamente: - Lo devo bere, questo? - No... ancora due per iniezione e poi gli altri per bocca. Ma fa pure come ti pare, se muori mi risparmi un bel po’ di lavoro - rispose lei, corrugando la fronte, come se si fosse aspettata ben altro. Subito dopo, si girò e tornò da dove era venuta. - Devo essermi dimenticato qualcosa di molto importante... borbottò poi Kall tra sé e sé. - Di lei che mi dici? - chiese Icaari che, per non farsi vedere dall’elfa, si era rifugiato sul muro in verticale sopra alla porta, accovacciandosi a suo agio, come se si trovasse su un piano orizzontale. Probabilmente lei non sarebbe mai andata a riferire a Riasme una cosa simile: da sempre infatti ubbidiva solo a Sidryan, proprio come un fedele vassallo ma, in ogni caso, non aveva voluto rischiare... - Lei?! Non mi è mai neanche venuta la voglia di scoprirlo! E comunque non credo che sia in grado di affezionarsi a qualcuno. rispose Kallwen, improvvisamente irritato, come sempre ogni volta che si ritrovava davanti quella tizia che lo odiava almeno quanto lui odiava lei. Inoltre, anche se non lo avrebbe mai ammesso, tutte le volte che aveva tentato di saperne di più su di lei, aveva rischiato di rimetterci la vita. Vitryan non era mai stata molto incline al perdono... Icaari rimase in silenzio, mentre Kall s'iniettava la strana sostanza arancione fosforescente nel braccio: non osava chiedere nient’altro, non avrebbe mai avuto il coraggio di chiedere qualcosa su Harima, né tanto meno di sciogliere i suoi sospetti su Kall e quell’umana. In realtà erano molto più che sospetti, perché aveva avuto modo di vedere le varie reazioni della ragazza ed era chiaro che lui le piacesse, anzi, sembrava proprio innamorata! Ma non l’avrebbe mai ~ 12 ~


chiesto, per quanto fosse curioso e sapesse che quel ragazzo non provava imbarazzo, no! - Avanti! - fece Kall, che odiava quello stupido senso del pudore. L’altro lo guardò un attimo confuso, senza capire cosa intendesse. Se sai che non provo imbarazzo, immagino che ti ricorderai anche che la tua mente non ha segreti per me, per cui chiedilo! A v a n t i ! - No... non mi interessa, non sono affari miei... - mugugnò il ragazzo imbarazzato, saltando giù dalla parete e riportando una normale forza di gravità sul suo corpo. - Chiedilo, e io ti dirò chi piace a Dedlos. - cercò di convincerlo, anche se, in realtà, non sapeva neanche lui cosa avrebbe risposto: non era più tornato con la mente a ciò che era successo tra lui e Samire. Non aveva voluto, si era imposto di non farlo, anche se era molto difficile. Non c’era più stato niente dopo quel bacio e ancora si chiedeva se fosse meglio far finta che non ci fosse mai stato nulla. Perché alla fine, per quanto i problemi si potessero ignorare, come aveva detto lei, ce n’erano davvero troppi per seppellirli tutti. In quel momento però, stava solo cercando di convincere qualcuno della sua complicata specie a lasciar perdere il manuale di comportamento e a fargli una domanda diretta. Era quello lo scopo del suo esperimento (del suo gioco). Lo vide sorridere, come sempre, a causa del disagio quella volta e alla fine chiese: - E a te? Ti piace, quel potere Bianco? Kallwen sorrise a sua volta, come se volesse fargli i complimenti, ma non rispose subito. Poi quasi sovrappensiero chiese tristemente: - È assurdo, vero? Patetico, eh? Per una volta sembrò che l’adepto della Dimensione non trovasse nulla per cui sorridere e annuì grave: - È... decisamente un bel casino. - rispose dopo un po’ e Kall dovette ammettere che quell’espressione riassumeva perfettamente la sua situazione. - Riprendiamo? - chiese di nuovo il Mentale, più che altro per potersi distrarre. L’altro guerriero si avviò dietro di lui con un sospiro, ma furono subito interrotti da un altro bussare.

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- Parli del diavolo... - fece Kall sorridendo e dicendogli di aprire a Samire. La ragazza li salutò entrambi allegramente, anche se non si sentiva in corpo tutta l’energia che voleva dimostrare. Era molto stanca: l’Anziana del clan dell’Eternità l’aveva sottoposta a interrogatori infiniti per tutto il giorno, mandandola poi a riferire o a chiedere agli altri membri della base cose per lei incomprensibili. La vecchia bambina era agitatissima: la data della riunione del Consiglio dei Dodici si avvicinava, così come i primi arrivi, previsti per il giorno dopo, e lei non aveva ancora abbastanza informazioni su Samire per poter esporre il problema al Consiglio nel miglior modo possibile. - Sidryan vuole sapere se mi hai fatto il test di “affinità e ricezione” e qual è stato il risultato. - sospirò stanca all’amico, che scrutava il suo avversario aspettando che attaccasse. - Sì... zero virgola due per cento dell’RF, praticamente nullo. - Sam lo memorizzò senza domandarsi che diavolo significasse: aveva deciso di smettere di chiederselo svariate ore prima. - Vado a riferire... tu cerca di non ridurti di nuovo come un colabrodo però, perché c’è quella bambina Mentale che smania dalla voglia di essere allenata da te. Kall fece una smorfia, senza nascondere quanto poco fosse attratto dall’idea: incontrare un altro Mentale era stata una sorpresa gradita e inaspettata, certo, ma preferiva non avere molto a che fare con quella bambina senza nome che lo trattava come una specie di generale. E poi non poteva essergli di nessuna utilità allenare una bambina! Aveva un’altra idea, invece, molto più divertente... - Perché invece non vieni qui tu, appena riesci a liberarti di quella strega assetata di informazioni? - le propose, senza lasciar trapelare quello che aveva in mente. - Che vuoi fare? - chiese lei, sospettosa. - Non te lo dico. - Ohh... andiamo! Si girarono entrambi, perché Icaari non riusciva a smettere di ridere. - Cosa c’è? - chiesero all’unisono. ~ 14 ~


- Niente, niente... - fece lui, ma entrambi percepirono benissimo quello che pensava: “Certo che siete proprio cotti tutti e due... davvero un bel lavoretto, come si può finire in un casino del genere?” Samire diventò tutta rossa e fece per andarsene, ma Kallwen la richiamò: - Sam... lo sai chi piace a Dedlos? - sorrise maligno, rispondendole poi mentalmente. Lei fece vagare lo sguardo da Kall a Icaari e poi di nuovo da Icaari a Kall, poi ghignò: - Davvero? Non ce lo facevo... - Cosa? Chi? - domandò di nuovo l’elfo vicino a loro. - Beh... non lo si può certo biasimare... - continuò vaga la ragazza. - Mah... chissà cosa ci avrà visto, con i suoi occhi da falco... - fece Kallwen, lanciando un’occhiata a Icaari che rimaneva interdetto e confuso da quel discorso che mirava a non fargli capire nulla. - Dai, allora? - ripeté di nuovo Icaari spazientito e anche inconsciamente preoccupato. - Glielo dico io? - chiese Sam, divertita da quel gioco, da quella piccola vendetta per quella frase che il guerriero aveva pensato poco prima. Prima che Kallwen le avesse dato l’assenso, lei si era già avvicinata alla sua vittima. - Allora, mi pare che l’altezza sia più o meno la tua... - fece guardandolo con malizia, mentre lui arrossiva. - Diciannove anni, capelli spettinati... sono sicura che lo conosci! Quello si allontanò d’un passo, perché la distanza che usavano gli umani era troppo poca rispetto a quella usata dagli elfi, e scosse la testa con una risatina nervosa. - Ok... bello scherzo, finiscila. - Nessuno scherzo. - rise Kall a sua volta. - Già, è proprio come pensi, - fece Samire - gli piaci tu. - finì semplicemente, puntandogli un dito contro e sfoggiando un sorrisetto falsamente angelico. Lo videro prima diventare paonazzo, mentre per l’ennesima volta gli uscivano delle risatine nervose dalla bocca, poi scosse la testa e

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cominciò a dire: - Voi due mi state prendendo in giro, me lo sento... - ma lui per primo non credeva alle sue stesse parole. Samire ritornò verso la porta e si avviò su per le scale, per andare a riferire i risultati dei test all’Anziana, che sicuramente si stava chiedendo dove fosse finita. Sospirò: quel posto cominciava a starle stretto, se non fosse stato per qualche momento in cui si poteva permettere di prendere in giro qualcuno, in cui poteva ritrovare una parvenza di precaria familiarità... sarebbe morta dalla noia o dallo stress. Aveva ancora mille domande che le frullavano per la testa, ancor più di quando tutto era iniziato e sapeva che quasi nessuno dei suoi dubbi sarebbe stato chiarito prima di quel maledetto Consiglio, che, se agli altri sembrava avvicinarsi troppo velocemente, a lei dava l’impressione di non arrivare mai. Quell’uomo, quella creatura che aveva detto di chiamarsi Clamir, aveva assicurato a Kallwen che lei sarebbe morta nel giro di un mese, tempo che si avvicinava sempre di più... Lei si sentiva benissimo e questo almeno le dava la speranza che quel vasetto non avesse avuto nessun effetto ritardato su di lei. Ma allora voleva dire che qualcuno, o qualcosa, sarebbe tornato a cercarla. Anche se quel posto era il più sicuro al mondo, lei continuava a temere che alla fine l’avrebbe trovata comunque. L’avrebbe trovata, se lo sentiva, e stare ferma sempre nello stesso posto aumentava la sua preoccupazione. Anche Sidryan avrebbe voluto saperne di più: su quel vasetto di porcellana, su di lei, sugli altri poteri Bianchi, su quei tre sassi trovati tra milioni di luccicanti cristalli di morte. Era per questo che le faceva mille domande, la faceva sottoporre a strani test che, fino a quel momento, non avevano avuto praticamente nessun esito, e continuava a prendersi il mento tra le piccole dita con un’espressione corrucciata che rendeva subito chiaro a tutti che non era la bambina che appariva. L’Anziana aveva una brutta sensazione, una di quelle che, a quanto aveva capito in quei giorni, gli elfi non ignoravano mai. A parte questo, tuttavia, continuavano tutti a brancolare nel buio senza nemmeno una risposta concreta. Questo e ~ 16 ~


il fatto che l’intera faccenda non fosse analizzabile con i mezzi di cui disponevano i diversi membri della base erano, secondo Sidryan, una motivazione più che sufficiente a giustificare la riunione del Consiglio. Per cui ora non rimaneva altro da fare che aspettare... e preoccuparsi di come dare l’impressione migliore agli Anziani che si sarebbero lì riuniti. Samire trovò l’Anziana che confabulava con Vitryan, dandole mille ordini uno dietro l’altro, mentre la giovane elfa cercava di dirle che era impossibile riuscire a fare tutte quelle cose insieme. L’anziana sospirò: - Hai ragione, ma come posso fare altrimenti? Il guerriero che dovrebbe occuparsi di questo posto non si schioda dal letto di sua nipote e io sono qui a gestire una banda di ragazzini senza cervello! Brasko si sta occupando dei profughi e Icaari è sparito come sempre quando c’è da lavorare... gli altri due... beh, tu lasceresti cose tanto importanti nelle loro mani? - No, ha ragione lei, signora, però lei sa che anch’io ho impegni ai quali proprio non posso mancare. - rispose l’elfa, alludendo a cose che solo loro due potevano capire. Subito dopo sembrarono accorgersi di Sam e cambiarono discorso. Vitryan se ne andò e la bambina la sgridò per la sua lentezza. Poi si fece dare le informazioni che aveva richiesto, appuntandole velocemente su un foglio pieno di cose da riferire al Consiglio. - Sono dei risultati molto strani... - disse, parlando tra sé e sé. Si aggirò per un po’ nella stanza, ragionando su cosa fosse meglio fare di lei. Sam poté vedere chiaramente che cercava anche di trovare test non troppo invasivi per non spaventarla e gliene fu grata, perché questo escludeva quasi tutti i possibili test che potevano farle l’Anziana e l’adepta della Rinascita. Prese un altro foglio e cominciò a scrivere cose incomprensibili nella lingua degli spiriti. - Questo è per il Mentale, una cosa che può provare a verificare tra qualche giorno... quando sarà più sicuro. - disse, mentre scriveva. Il secondo foglio era invece per Icaari e Brasko, perché lavorassero su quelle tre pietre; il terzo fu un messaggio a voce per Xer e ~ 17 ~


Dedlos: doveva dire loro di fare qualcosa di costruttivo, come preparare le stanze per le persone che sarebbero arrivate il giorno seguente, tra cui la madre del giovane Mutaforma. Quando Sam gli riferì il messaggio, Dedlos sbuffò e Xer... rimase semplicemente pietrificato. - M-mia madre..? - chiese di nuovo ansioso alla ragazza che non poté fare altro che confermarglielo per la terza volta. - Mia madre viene qui, proprio qui?! - È così terribile tua madre? - chiese Dedlos, pochi secondi prima che lo facesse Samire. Il ragazzino scosse la testa, ancora sconvolto da quella notizia. - È molto complicato... - rispose infine, arrossendo e facendo capire che non era una cosa di cui poteva discutere con leggerezza. La sua ansia non era completamente normale: non era semplicemente eccitato all’idea di poterla rincontrare dopo tanto tempo, ma terrorizzato. Spaventato dall’impressione che lei avrebbe avuto di lui. Samire lo vide muoversi come un automa dietro all’amico e si chiese se la mansione affidatagli dall’Anziana fosse giusta per lui... - Xer... - lo chiamò indecisa, ancora inesperta nei comportamenti e nella mentalità di quegli strani individui che la circondavano. - Mi accompagneresti a portare questo messaggio a Brasko? Io non saprei dove cercarlo e poi non parliamo neanche la stessa lingua. Gli occhi verde acqua del ragazzo sembrarono riprendere vita davanti a quella proposta. Sorrise ancora un po’ nervoso cominciando a farle strada, dicendole che probabilmente l’avrebbero trovato nell’officina. Scesero e risalirono quattro rampe di scale e si trovarono in una parte della struttura che Samire non conosceva. - Certo che è davvero enorme questo posto... - fece al suo accompagnatore, che avanzava tranquillo in cunicoli sempre più stretti e meno curati. In quella parte della base vi erano tutti i meccanismi che ne permettevano il funzionamento: l’aria era percorsa da un ronzio di sottofondo proveniente dal trasformatore elettrico con cui riuscivano a rubare l’elettricità alla centrale della capitale dell’est. Quello era ~ 18 ~


uno dei motivi per cui la base era a rischio. Spesso gli umani si erano accorti di quell’anomalo assorbimento di energia e per questo erano dovuti ricorrere a tutti gli stratagemmi possibili: dai più particolari, come installare barriere e sigilli sotto terra; a quelli più classici, come mettere fuori combattimento o minacciare qualcuno, affinché nessuno scoprisse dove andava a finire tutta quell’energia. Samire aveva rinunciato da subito a capire il funzionamento di quelle strane lampade dalla luce fredda e costante, che reputava alquanto inquietanti, almeno quanto la radio e l’acqua corrente. - Grazie per prima. - sussurrò l’elfo mentre giravano l’ennesimo angolo. - Non sapevo proprio dove mettere le mani! - Ti sconvolge il poter rincontrare tua madre, non dovresti esserne felice, invece? - chiese la ragazza, gentilmente, perché veramente non capiva il suo comportamento, solo il cielo poteva sapere cosa avrebbe dato lei per avere la stessa opportunità! - La mia famiglia... è sempre stata molto esigente, forse perché il nostro Clan è essenziale nelle missioni di copertura. È come se fossimo gli unici in grado di risollevare il futuro della nostra razza. cominciò lui. - Capisci? Questo è il genere di cose che ci si aspetta da me. - rispose il ragazzo, scuro in volto. - E tu hai paura che quello che fai già non sia abbastanza, giusto? sospirò lei. - Sicuramente avranno da ridire su qualcosa e io non so come comportarmi... sono otto anni che non vedo la mia famiglia. Da quando sono stato mandato a vivere da solo... lo stesso fatto che allora mi sia quasi fatto catturare, non è certo un motivo di vanto... - Andrà bene, vedrai! - sorrise Samire, sperando sinceramente che andasse davvero tutto bene. Adesso anche lei cominciava a temere la gente che avrebbe dovuto incontrare, le persone che l’avrebbero esaminata... e soprattutto aveva paura di commettere qualche errore, di dire una cosa sbagliata, di non riuscire ad accettare ciò che sarebbe stato deciso. Aveva solo la consolazione che Kall sarebbe stato lì, che avrebbe potuto consigliarla... anche se lui stesso non sapeva come comportarsi per la metà del tempo. ~ 19 ~


Sicuramente ci sarebbe stato qualcosa, che ancora non prevedevano, a intralciare la strada che volevano percorrere. I pensieri le sfuggirono per un attimo e si ritrovò a pensare alla loro problematica situazione, un bel casino l’aveva definito Icaari e, forse, aveva ragione. Non sapeva molto delle usanze di quella gente, ma non credeva che una società umana avrebbe accettato... decise di non voler trovare una definizione a ciò che erano o a ciò che forse sarebbero diventati, “non è il momento!” si disse; a lei in fondo non dispiaceva troppo la situazione attuale. E poi, se non avessero definito cos’erano, non avrebbero avuto problemi, pensava. Arrivarono alla fine del corridoio, davanti a una porta di metallo scuro, dall’interno proveniva solo qualche tintinnio sommesso. Xer bussò e subito la voce di Brasko, che Sam sentiva per la prima volta, li invitò a entrare nella lingua dell’ovest. Quella stanza era caldissima e piuttosto buia, ma fu la prima volta in cui Samire riuscì a sentirsi tranquilla, come di nuovo a casa, in un certo senso. Era un grosso stanzone, rozzo e senza rifiniture, un’officina dove si fondevano i metalli per certi versi molto simile a quelle che la ragazza aveva sempre visto nella capitale del ducato. Il robusto elfo del sud ributtò nel fuoco il suo lavoro, girò intorno al forno circolare al centro della stanza, aprì uno sportello e con delle pinze controllò il materiale che aveva messo a fondere, poi finalmente si avvicinò a loro, pulendosi la faccia con uno straccio. Xer gli chiese subito a cosa lavorava e lui rispose che aveva messo a fondere l’argento per l’orecchino della piccola guerriera appena arrivata. Mentre parlava notò la ragazza e lei osservò che aveva sempre la stessa espressione corrucciata, che a tratti gli dava un’aria molto più stupida di quanto non fosse in realtà: non poteva certamente essere considerato un cervellone, certo, le uniche cose che sapeva fare bene erano maneggiare il metallo e, a quanto dedusse dalle fasce di muscoli super sviluppati del torace e delle braccia, polverizzare gli eventuali avversari. Era più scuro degli altri di carnagione, ma i ~ 20 ~


capelli erano comunque chiari, biondi con sfumature arancioni, che stonavano completamente con la faccia scura e gli occhi di un blu screziato: un misto di colori mal assortiti. Quando Felarì lo aveva visto per la prima volta, era rimasta tanto infastidita dai suoi “colori” che per settimane aveva preferito uscire dalla stanza non appena lui vi entrava. Sam pensò che sarebbe stato un ragazzo davvero bello, se non fosse stato per quei colori dissonanti, le sopracciglia aggrottate e il naso storto, sicuramente rotto in vari punti. Sembrava anche molto più vecchio di quanto fosse, dimostrava minimo trent’anni e ne aveva solo ventitré. - Non avrei mai creduto che una ragazza sarebbe entrata qui dentro... - disse a Xer in Dryan, senza però muovere gli occhi verso Samire. Se la ragazza non avesse saputo leggere nel pensiero, non avrebbe capito che, dietro alla sua espressione immutabile, l’elfo era sinceramente imbarazzato dalla presenza di una ragazza nella sua officina. Samire si sbrigò a porgergli il messaggio dell’Anziana: non voleva essere un disturbo, aveva interrotto un lavoro delicato e se ne dispiaceva. Le era sempre piaciuto il lavoro del fabbro: da bambina rimaneva spesso a guardare gli uomini che battevano il ferro, davanti alle botteghe. Le piaceva perché amava quella sorta di concentrazione, di rilassamento e di pace che si creava nella mente di quelle persone mentre lavoravano. La mente di tutti gli artigiani reagiva così, diverso era per gli artisti... non avrebbe saputo spiegare tale differenza a parole, ma gli artisti non le piacevano. Erano sempre pieni di problemi! L’elfo della divisione dei Metalli lesse un paio di volte le indicazioni di Sidryan, per essere sicuro di averne interpretato bene il significato e Samire dovette chiudere la mente per non essere sommersa dalla lingua nera nella sua testa. Mentre lei ancora fissava il forno, attratta dal calore e dal fuoco, nonché dai ricordi della sua infanzia, i due elfi rimasero a parlare in Dryan: parlavano di missioni, delle persone che erano state salvate e di Sam, di quanto fosse insolito il suo modo di comportarsi. Più che ~ 21 ~


altro era Xer che parlava, mentre Brasko rispondeva a monosillabi. Poi lo vide tornare verso il focolare e rimettersi al lavoro. Anche guardandolo e analizzando la sua mente, Samire non riusciva a capire il suo approccio verso quel lavoro, capiva che lo amava, ma nulla di più, anche la sua espressione non era mutata di molto. Xer si avvicinò alla ragazza, ancora persa nei suoi pensieri. - Cosa c’è? Lo so, questo posto non ha un’aria molto amichevole... Lei scosse la testa: - No, mi piace molto invece... posso usare un attimo la tua mente? - voleva chiedere una cosa a quel fabbro e dover avere un tramite non faceva per lei. - Cosa? Cos’è che vuoi fare?! - chiese il ragazzino allarmato. Samire sorrise: - Non ti voglio mangiare, voglio solo parlare Dryan. - Puoi fare una cosa del genere?! E come? - Usando la tua testa. - Non sono molto convinto... Sam fece un gesto, come per rassicurarlo dandogli una pacca sulla spalla e, mentre lo faceva, era già entrata nella sua mente e dalla sua bocca uscì la domanda nella lingua dell’est. - Hoi-ain faiun’in vels hkand? - ovvero “Ti ritieni un artista o un artigiano?” Il giovane fabbro si voltò stupito: non credeva che lei sapesse parlare quella lingua anche se, a dire il vero, non aveva aspirato bene alcune lettere. Ci ragionò un secondo e poi le disse che non aveva mai pensato a una cosa del genere, ma non credeva che si potesse considerarlo un artista, non come Felarì, a ogni modo. Samire sorrise: che era diverso dall’adepta della congrega dell’Arte, era più che chiaro. Ora, con un po’ di sforzo, aveva quasi identificato in lui i tratti più classici di quel tipo di persone che a lei piacevano molto. §°^°^°^°^°^°^°^°^°^°^°^°^°^°^°^°^°^°^°^°§

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