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Colossesi 3,12 1 Pietro 5,5-6 Romani 12:1-2 Fil 2,6-11 Mt 11,25-30 Mt 18,1-5


PREGHIERA PER OTTENERE L’UMILTA’ Gesù, tu hai detto: Imparate da me che sono mite e umile di cuore e troverete riposo alle anime vostre». Sì, Signore mio e Dio mio, l'anima mia riposa nel vederti rivestito della forma e della natura di schiavo, abbassarti fino a lavare i piedi dei tuoi apostoli. Ricordo ancora le tue parole: «Vi ho dato l'esempio, perché anche voi facciate come ho fatto io. Il discepolo non è più del Maestro... Se voi comprendete ciò, sarete beati mettendolo in pratica». Le comprendo, Signore, queste parole uscite dal tuo cuore mansueto e umile. Le voglio mettere in pratica con l'aiuto della tua grazia... Tu però, o Signore, conosci la mia debolezza: ogni mattino prendo l'impegno di praticare l'umiltà e alla sera riconosco che ho commesso ancora ripetuti atti di orgoglio. A tale vista sono tentata di scoraggiamento, ma capisco che anche lo scoraggiamento è effetto di orgoglio. Voglio, mio Dio, fondare la mia speranza soltanto su di te. Poiché tutto puoi, fa' nascere nel mio cuore la virtù che desidero. Per ottenere questa grazia dalla infinita tua misericordia ti ripeterò spesso: «Gesù, mite e umile di cuore, rendi il mio cuore simile al tuo». Santa Teresa di Lisieux


Sette modi di dire umiltà di don Luigi Verdi L’umiltà di Savonarola Quello che abbiamo più o meno capito che l’umiltà è humus, terra. Ma non tutti pensano che la terra è viva. Quando si pensa a uno umile si pensa a una persone che non dà noia, che non si ribella. Non è così perché la terra è viva, ha un profumo, la terra grida. Ho trovato questo passaggio di Girolamo Savonarola. Sapete la sua storia. Lui semplicemente diceva le cose come stavano in maniera molto netta ma il Papa lo riprende dicendogli che non è umile, che il suo non obbedire era segno di poca umiltà. E Savonarola risponde così: “Vi dico che per esser prete vi è ben altro che candele e stole e paramenti. Per essere prete bisogna imparare ben altro che cantar latino e pronunciar litanie. Bisogna aver imparato a vivere, bisogna aver dentro il fuoco, fiamme vere. Il cristiano, se è cristiano vero, è parecchio scomodo. Dà noia, dà fastidio, si vorrebbe stesse zitto. E non è vero forse che fare il prete si stima cosa da donnetta, da faccia triste, da timorati occhietti smunti? Tu sì, tu pretino che te ne vai in giro tutto pulito e lindo, con la bella divisa tra i capelli, la barba rasata perfetta liscia, tu che porti le belle camicie nere, le tonache stirate, sarai tu un difensore dei deboli? Sarai uno di quelli di Cristo, Cristo che cacciava a pedate i mercanti dal tempio. O non sarai proprio tu a farceli entrare i mercanti nel tempio? E poi sei tiepido, pretino, sei spento, sei tristo, dove sta in te la fiamma di Cristo? Dove brucia in te la forza dello spirito, dove?” Io credo che l’umiltà non è subire, non è starsene buoni, ma essere autentici. L’umiltà dei contadini Ricordate cosa dice Gesù ai pescatori che non hanno preso nulla per tutta la notte? Gli dice: tornate a pescare. I contadini rimasti qui fanno questo da sempre: ogni anno riattivano la vita senza l’assillo di doverla conservare. Amano ciò che la natura dà, si fidano di ciò che la natura dà. Pietro, “il Moro”, il contadino che abita qui vicino, che vive da sempre a Romena, a 82 anni continua a piantare gli ulivi. Ma chi te lo fa fare? Vien da dirgli, ci vorranno ancora 5 anni perché possano crescere. Ma il Moro sa che la vita non finisce con lui, e quello che fa è per quelli che verranno dopo. Ha ragione Antonietta Potente quando dice che le nostre ricerche sono egocentriche, che sono puntate su noi. Il Moro pensa invece che la terra è esistita prima di lui e che continuerà dopo di lui. Per questo continua, con umiltà, a piantare gli ulivi. L’umiltà di non fermare il vento La bellezza del vento è che ci fa uscire dal nostro baricentro, che ci fa dondolare, inquieti, rispetto a quello che abbiamo realizzato. Diceva padre Turoldo che “Lo spirito è il vento che non lascia dormire la polvere”. La bellezza del vento è che se te hai messo polvere sulla tua vita, il vento la porta via. “Voi – canta Fabrizio De Andrè – non potete fermare il vento, gli potete solo far perdere tempo”. E noi della chiesa quante volte abbiamo fatto perdere tempo allo spirito… Umiltà è fidarsi del vento che ci fa andare oltre ciò che abbiamo realizzato, che scuote la polvere su cui rischiamo di adagiarci. L’umiltà di imparare Ho seguito una mamma che poi è morta di leucemia. Aveva una bambina piccola e il babbo, dopo la scomparsa della moglie, ha cercato di prendersi cura di lei da solo. Così ha provato a preparare e darle da mangiare col biberon. Ma mentre cercava di porgerle il biberon la bambina ha allungato le manine, gli ha preso il biberon e ha cominciato a girarlo come faceva la mamma, per scaldare il latte…Quel ricordo di mamma le si era già impresso dentro…Si può imparare anche da un neonato. Umiltà è la capacità di imparare da tutti. A me nella vita ha insegnato soprattutto le persone più semplici, più umili, perché sono le più creative, perché nel fare cose apparentemente semplici, dimostrano lo stesso ingegno di chi fa un’opera d’arte. L’umiltà dell’imperfezione Mi viene in mente mia mamma che cucina benissimo, con tanta cura, ma, quando prepara un bel pranzo, si perde nei passaggi finali, quando si tratta di apparecchiare, di offrire il frutto della sua cura. Mi piace questa imperfezione, è come se dicesse, “io ho fatto quello che potevo, ora pensateci voi”. E’ una grande umiltà accettare di essere imperfetti. L’umiltà di Cenerentola Mi piace da morire questa immagine della storia di Cenerentola. Il padre di Cenerentola parte per un lungo viaggio. Le sorellastre gli chiedono come dono gioielli e bei vestiti. Cenerentola invece chiede il primo rametto che il padre urterà tornando a casa. Sarà un ramo di nocciolo. Lei prende questo rametto lo pianta nella tomba della mamma e va tre volte al giorno con le lacrime a bagnarlo. E arriva questo uccellino bianco che si posa sul nocciolo. Questa lezione ci fa capire perché Cenerentola non reagisce mai alle sorellastre: non per un senso di umiltà vissuta come sottomissione, ma perché punta oltre, perché vede oltre. Chi è umile ha uno sguardo che sa andare oltre. La fertile riva dell’umiltà Per concludere vi consegno una definizione di umiltà che ho trovato nelle Elegie duinesi del gran de Rainer Maria Rilke. Il poeta descrive l’umiltà così. “Puro, discreto, sottile, lembo umano, nostra fertile riva tra pietra e torrente”. Così penso sia l’umiltà.


Lc 11,1-13 2 Corinzi 1,3-10 Mt 6,6 Romani 12,12 Lc 1,46-56


Lc 10,25-37 Gv 15,9-17 Atti degli Apostoli 2,42-48


Il profumo di Cristo Noi dobbiamo imparare di più a stare insieme. Solo allora si realizzerà quello che accadde a Betania: tutta la casa si riempì di profumo. Il Signore ci aiuti a spandere in casa e nel mondo il buon profumo di Cristo. Profumo nella casa, la comunione. Profumo nel mondo, la speranza. Qual è questo profumo di unguento di cui dobbiamo riempire la casa e qual è questo buon profumo di Cristo che dobbiamo diffondere nel mondo? Non penso si faccia molta fatica a rispondere. Il profumo che deve riempire la casa è l’intimità nuziale con Cristo. Da lui deriva la comunione. Che non è semplice compattamento aziendale. Miei cari fratelli, vi supplico in nome di Cristo e con tutta la forza che deriva dalla missione che lo Spirito Santo mi ha affidato: deponiamo le divisioni. È vero che, se siamo compatti ma manca lui, è inutile il nostro lavoro; però, se siamo divisi, è soltanto una pretesa quella di dire che Gesù è con noi: non è con noi. Accantoniamo le contese, eliminiamo le rivalità. Con la nostra peccaminosa frantumazione corriamo il rischio di essere più crudeli dei soldati romani sul Golgota, i quali non solo non lacerarono la tunica, ma non gli ruppero nessun osso, e lasciarono intatto sulla croce l’Agnello pasquale ucciso per i nostri peccati. Lavoriamo insieme su progetti comuni. Gareggiamo nello stimarci a vicenda. Portiamo gli uni i pesi degli altri. Convinciamoci che non sono credibili le nostre parole se perseveriamo in squallidi esercizi di demolizione reciproca. L’olio profumato della comunione ci faccia camminare insieme. Ci raccolga a tavola insieme. Come l’olio di Betania, quello della comunione ha un prezzo altissimo. Noi dobbiamo pagarlo senza sconti, anche perché non è un prodotto commerciabile, in vendita nelle nostre profumerie, né il frutto dei nostri sforzi. È un dono di Dio che dobbiamo implorare senza stancarci. Ma l’otterremo e la nostra Chiesa si riempirà tutta del suo profumo. Il profumo che deve riempire il mondo è il servizio fraterno, ricco di speranza. Don Tonino Bello


Il sogno di Dio Ernesto Olivero


GV 8,1-11 1 Gv 1,5-10 2 Corinzi 2,5-11


ALLA TAVOLA DEI PECCATORI Signore, lo splendore della tua luce ha illuminato il mio cuore. Ti chiedo perdono per i miei fratelli peccatori. Accetto di mangiare del pane della sofferenza fino a quando tu vorrai. Non voglio alzarmi da questa tavola colma di amarezza, alla quale siedono i peccatori, prima del giorno che tu hai stabilito... A nome mio e dei miei fratelli, ti ripeto: «Abbi pietà di noi, Signore, perché siamo peccatori». Signore, ti prego, liberaci dal peccato e rendici giusti e santi davanti a te. Gesù, se' è necessario che la tavola che i peccatori hanno sporcato sia purificata da un'anima che ti ama, accetto di mangiare sola il pane della prova fino a quando ti piacerà di introdurmi nel tuo regno luminoso. La sola grazia che ti chiedo è di non offenderti mai... Signore, tu lo sai, non ho altri tesori se non le anime che a te è piaciuto unire alla mia.


Francesco il ribelle- Enzo Fortunato


E attraverso il perdono costante che diventiamo come il Padre. Il perdono che viene dal cuore è molto difficile. E quasi Ernesto Olivero impossibile. Gesù ha detto ai suoi discepoli: «Se un tuo fratello ... pecca sette volte al giorno contro di te e sette volte ti dice: Mi pento, tu gli perdonerai». Io ho detto spesso: «Ti perdono», ma anche se ho pronunciato queste parole, il mio cuore è rimasto chiuso nella sua rabbia o nel suo risentimento. Volevo ancora sentirmi dire che avevo ragione, dopo tutto; volevo ancora sentire delle giustificazioni e delle scuse; volevo ancora la soddisfazione di ricevere in cambio qualche elogio — se non altro per essere stato così clemente! Ma il perdono di Dio non pone condizioni; proviene da un cuore che non chiede niente per sé, un cuore completamente libero dall’egoismo. E questo perdono divino che devo praticare nella mia vita quotidiana. Mi chiede di superare tutte le mie argomentazioni che sostengono che il perdono è stupido, dannoso e impraticabile. Mi sfida a superare tutti i miei bisogni di gratitudine e di complimenti. Infine, mi chiede di superare quella parte ferita del mio cuore che si sente offesa e maltrattata e che vuole “mantenere il controllo” e porre un po’ di condizioni tra me e colui che mi si chiede di perdonare. Questo “superamento” è la disciplina autentica del perdono. Può darsi che sia più un “arrampicarsi” che un “superarsi”. Sovente devo arrampicarmi sul muro delle dispute e dei sentimenti di rabbia che ho eretto tra me e tutti quelli che amo, ma che tanto spesso non ricambiano tale amore. E un muro di paura di essere usato o ferito di nuovo. E un muro di orgoglio e del desiderio di “mantenere il controllo”. Ma ogni volta che riesco a superare quel muro o soltanto scalarlo, entro nella casa dove dimora il Padre, e qui incontro il mio prossimo con un genuino amore di misericordia. Il dolore mi consente di vedere al di là del mio muro e di capire l’immensa sofferenza che deriva dalla rovina dell’uomo. Apre il mio cuore a una solidarietà autentica con i miei simili. Il perdono è la via per superare il muro e accogliere gli altri nel mio cuore senza aspettarmi nulla in cambio. Solo quando ricordo di essere il figlio prediletto, posso accogliere quelli che vogliono tornare con la stessa misericordia con cui il Padre accoglie me. “L’abbraccio benedicente”-Nouwen


AMAMI COME SEI! «Conoscono la tua miseria, le lotte e le tribolazioni della tua anima, le deficienze e le infermità del tuo corpo; - so la tua viltà, i tuoi peccati, e ti dico lo stesso: «Dammi il tuo cuore, amami come sei...) Se aspetti di essere un angelo per abbandonarti all'amore, non amerai mai. Anche se sei vile nella pratica del dovere e della virtù, se ricadi spesso in quelle colpe che vorresti non commettere più, non ti permetto di non amarmi. Amami come sei. In ogni istante e in qualunque situazione tu sia, nel fervore o nell'aridità, nella fedeltà o nella infedeltà, amami... come sei... Voglio l'amore del tuo povero cuore; se aspetti di essere perfetto, non mi amerai mai Non potrei forse fare di ogni granello di sabbia un serafino radioso di purezza, di nobiltà e di amore? non sono io l'Onnipotente? E se mi piace lasciare nel nulla quegli essere meravigliosi e preferire il povero amore del tuo cuore, non sono io padrone del mio amore? Figlio mio, lascia che Ti ami, voglio il tuo cuore. Certo voglio col tempo trasformarti, ma per ora ti amo come sei... e desidero che tu faccia lo stesso: io voglio vedere dai bassifondi della miseria salire l'amore. Amo in te anche la tua debolezza, amo l'amore dei poveri e dei miserabili, voglio che dai cenci salga continuamente un gran grido: «Gesù ti amo». Voglio unicamente il canto del tuo cuore, non ho bisogno né della tua scienza, né del tuo talento. Una cosa sola m'importa, di vederti lavorare con amore Non sono le tue virtù che desidero; se te ne dessi, sei così debole che alimenterebbero il tuo amor proprio; non ti preoccupare di questo. Avrei potuto destinarti a grandi cose; no, sarai il servo inutile; ti prenderò persino il poco che hai.. perché ti ho creato soltanto per l'amore, Oggi sto alla porta del tuo cuore come un mendicante, io il Re dei Re! Busso e aspetto; affrettati ad aprirmi. Non allegare la tua miseria; se tu conoscessi perfettamente la tua indigenza, morresti di dolore. Ciò che mi ferirebbe il cuore sarebbe di vederti dubitare di me e mancare di fiducia. Voglio che tu pensi a me ogni ora del giorno e della notte; voglio che tu faccia anche l'azione più insignificante solo per amore. Conto su di te per darmi gioia... Non ti preoccupare di non possedere virtù; ti darò le mie. Quando dovrai soffrire, ti darò la forza. Mi hai dato l'amore, ti darò di saper amare al di là di quanto puoi sognare.. Ma ricordati.. amami come sei... Ti ho dato mia Madre; fa passare, fa passare tutto dal suo Cuore così puro. Qualunque cosa accada, non aspettare di essere santo per abbandonarti all'amore, non mi ameresti mai... Va...».


Lasciami, Signore seguire ciecamente i tuoi sentieri, non voglio cercare di capire le tue vie: sono figlia tua. Tu sei il Padre della Sapienza e sei anche mio Padre, e mi guidi nella notte: portami fino a te. Signore, sia fatta la tua volontà: "Sono pronta", anche se in questo mondo non appaghi nessuno dei miei desideri. Tu sei il Signore del tempo, il momento ti appartiene, il tuo eterno presente lo voglio fare mio, realizza ciò che nella tua sapienza prevedi: se mi chiami all'offerta nel silenzio, aiutami a rispondere, fa che chiuda gli occhi su tutto ciò che sono, perchè morta a me stessa, non viva che per te. Edith Stein-S.Teresa della croce

Gv 12,23-28 1 Corinzi 10,13 Salmo 119


Io penso, Giuseppe, che hai avuto più coraggio tu a condividere il progetto di Maria, di quanto ne abbia avuto lei a condividere il progetto del Signore. Lei ha puntato tutto sull'onnipotenza del Creatore. Tu hai scommesso tutto sulla fragilità di una creatura. Lei ha avuto più fede, ma tu hai avuto più speranza. La carità ha fatto il resto, in te e in lei. Don Tonino Bello


“A tutti gli illusi, a quelli che parlano al vento. Ai pazzi per amore, ai visionari, a coloro che darebbero la vita per realizzare un sogno. Ai reietti, ai respinti, agli esclusi. Ai folli veri o presunti. Agli uomini di cuore, a coloro che si ostinano a credere nel sentimento puro. A tutti quelli che ancora si commuovono. Un omaggio ai grandi slanci, alle idee e ai sogni. A chi non si arrende mai, a chi viene deriso e giudicato. Ai poeti del quotidiano. Ai “vincibili” dunque, e anche agli sconfitti che sono pronti a risorgere e a combattere di nuovo. Agli eroi dimenticati e ai vagabondi. A chi dopo aver combattuto e perso per i propri ideali, ancora si sente invincibile. A chi non ha paura di dire quello che pensa. A chi ha fatto il giro del mondo e a chi un giorno lo farà. A chi non vuol distinguere tra realtà e finzione. A tutti i cavalieri erranti. In qualche modo, forse è giusto e ci sta bene... a tutti i teatranti.” A me stessa che nonostante tutto spero sempre di poter costruire un mondo migliore. A tutti voi costruttori di cieli nuovi e terre nuove .


Carlo Carretto


Vorrei che potessimo liberarci dai macigni che ci opprimono, ogni giorno: Pasqua è la festa dei macigni rotolati. E' la festa del terremoto. La mattina di Pasqua le donne, giunte nell'orto, videro il macigno rimosso dal sepolcro. Ognuno di noi ha il suo macigno. Una pietra enorme messa all'imboccatura dell'anima che non lascia filtrare l'ossigeno, che opprime in una morsa di gelo; che blocca ogni lama di luce, che impedisce la comunicazione con l'altro. E' il macigno della solitudine, della miseria, della malattia, dell'odio, della disperazione del peccato. Siamo tombe alienate. Ognuno con il suo sigillo di morte. Pasqua allora, sia per tutti il rotolare del macigno, la fine degli incubi, l'inizio della luce, la primavera di rapporti nuovi e se ognuno di noi, uscito dal suo sepolcro, si adopererà per rimuovere il macigno del sepolcro accanto, si ripeterà finalmente il miracolo che contrassegnò la resurrezione di Cristo. Don Tonino Bello

Sal 126 Mt 13,1-52 Lc 2,8-20 Mt 28,1-8 Gv 16,20-23


Possiamo correre, possiamo andarcene o stare immobili e lasciare tutto splendere possiamo prenderci, possiamo perderci dirci solamente cose semplici Possiamo correre‌ballare stando fermi e fare caso a quando siamo felici‌ Le luci della centrale elettrica


Il premio per chi sceglie la gioia è la gioia stessa. C ’è tanto rifiuto, dolore e fragilità tra noi, ma una volta che si sceglie di affermare la gioia nascosta in mezzo a tutta la sofferenza, la vita diventa una festa. La gioia non nega mai la tristezza, ma la trasforma in terreno fertile per una gioia maggiore. Sicuramente sarò considerato un ingenuo, un uomo non realista e sentimentale, e sarò accusato di ignorare i “ veri” problemi, i mali strutturali che stanno alla base di molta miseria umana. Ma Dio gioisce quando un peccatore pentito ritorna. Statisticamente non è molto rilevante. Ma sembra che a Dio i numeri non interessino mai. Chissà che il mondo non sia salvato dalla distruzione grazie a una, due o tre persone che hanno continuato a pregare mentre il resto dell’umanità ha perso la speranza e si è lasciata andare!... Se questa è la via di Dio, allora vengo sfidato ad abbandonare tutte le voci di condanna e disapprovazione che mi portano alla depressione e a consentire invece che le “piccole” gioie rivelino la verità del mondo in cui vivo. Quando Gesù parla del mondo, lo fa in termini molto realistici. Parla di guerre e rivoluzioni, terremoti, peste e carestie, persecuzione e incarceramenti, tradimento, odio e assassinii. Non c’è alcun indizio che questi segni delle tenebre del mondo scompariranno per sempre. Tuttavia la gioia di Dio può essere nostra anche in mezzo ad esse. E la gioia di appartenere alla famiglia di Dio, il cui amore è più forte della morte e che ci permette di essere nel mondo quando già apparteniamo al regno della gioia. Questo è il segreto della gioia dei santi. Da sant’Antonio del deserto, a san Francesco d’Assisi, a Frère Roger Schultz di Taizé, a Madre Teresa di Calcutta, la gioia è stata il segno degli uomini e delle donne di Dio. Tale gioia si può scorgere sui volti di tante persone semplici, povere e spesso sofferenti che vivono oggi in mezzo a grandi sconvolgimenti economici e sociali, ma che possono già sentire la musica e le danze della casa del Padre. Io stesso ogni giorno vedo questa gioia sui volti degli handicappati mentali della mia comunità. Tutti questi uomini e donne santi, siano vissuti in altre epoche o appartengano al nostro tempo, sanno riconoscere i tanti piccoli ritorni che hanno luogo ogni giorno e si rallegrano con il Padre. In qualche modo hanno penetrato il significato della vera gioia. Per me è sorprendente sperimentare quotidianamente la differenza radicale tra cinismo e gioia. I cinici cercano le tenebre ovunque vadano. Indicano sempre pericoli imminenti, motivi disonesti e macchinazioni nascoste. Definiscono ingenua la fiducia, romantiche le premure e sentimentalistico il perdono. Beffeggiano l’entusiasmo, ridicolizzano il fervore spirituale e disprezzano l’atteggiamento carismatico. Si considerano uomini coi piedi per terra... Ma sminuendo la gioia di Dio, la loro oscurità è causa di altra oscurità. Coloro che sono riusciti ad assaporare la gioia di Dio non negano le tenebre, ma scelgono di non vivere in esse. Affermano che della luce che splende nell’oscurità ci si può fidare più che dell’oscurità stessa e che pochissima luce può disperdere molta oscurità. Si indicano a vicenda lampi di luce qui e là, e si rammentano a vicenda che essi rivelano la presenza nascosta ma reale di Dio. Scoprono che esistono persone che si guariscono le ferite reciprocamente, si perdonano le offese, condividono i loro beni, promuovono lo spirito di comunità, festeggiano i doni che hanno ricevuto e vivono nella costante anticipazione della piena manifestazione della gloria di Dio. Ogni momento di ciascun giorno ho la possibilità di scegliere tra cinismo e gioia. Ogni mio pensiero può essere cinico o gioioso. Ogni parola che pronuncio può essere cinica o gioiosa. Ogni azione può essere cinica o gioiosa. Sono sempre più consapevole di tutte queste possibili scelte e scopro sempre più che ogni scelta a favore della gioia rivela a sua volta un di più di gioia e offre una ragione ulteriore per fare della vita una vera festa nella casa del Padre. Gesù ha vissuto appieno questa gioia della casa del Padre. In lui possiamo vedere la gioia del Padre. «Tutto quello che il Padre possiede è mio», dice, compresa la gioia illimitata di Dio. “L’abbraccio Benedicente”- Nouwen


SIATE SANTI  

CAMPOSCUOLA AVENALE 2018

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