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Leda Moncalieri & Sebastiano A. Patanè

Duetti

Catania 2010


Proprietà letteraria riservata Le vie poetiche Collana – Controcanti – A cura di Sebastiano A. Patanè Catania 2010


Controcanti


Noi…(1^ Parte) Catania – Asti 2008/9


Noi, che mi trascini piĂš in lĂ  dell'essenza dei fiori, dove le clausure s'interrompono verso le ali. Noi, che ti vivo nelle cose del giorno e cammino senza scarpe sulle tue parole. Noi, che siamo lega di duri metalli, che, fabbri, ci forgiamo continuamente per poi arrotolarci nelle nuove forme. Tu, che ci mettiamo sul davanzale come gerani d'autunno, io, che rincorriamo ogni gesto per farne angoli dove nasconderci, noi, un solo amore


Noi che è Natale e chiedi al mio sorriso di sfidare la gravità di una colata di cera Noi, che ti vivo nelle trame dei calici e ascolto ribollire la notte appesa ai tuoi occhi Noi, bronzo e nichelio ci impastiamo alla verginità dell’oro Tu, che nevichiamo sui fiori e sul pane con l’impertinenza di un bambino io, che come il grano, non abbiamo fretta ché conosciamo il quando noi, d’amore, aver sembianze


Io, che ci immergiamo innalzandoci nelle meraviglie della bocca Tu, che replichiamo i noi fino a perdersi nei minuscoli cieli degli occhi Noi sigaro e colonia nell'unicitĂ  della carne che ti sorprende Noi, che nuoto sulla dorsale delle inebrianti sequenze Noi amore non ancora creato


Io, che siamo lo zodiaco sull’ orlo di un vassoio Tu, che ci sappiamo stare stretti nel noi, che ha solo due maniche una risvoltata al polso Noi viola e salsedine per non bruciar di sale per non annegare di santità Noi che abbiamo le sequenze trine i paraventi color paglia Noi che, vedi- non vedi


e poi tu, che attraversiamo le tende contro il sole ed io che beviamo la coppa nello stupore del corpo e noi che rotolo per la tua valle verdeoro e ancora noi nel vessillo madreperla sopra la porta E come seme tu e come vento io e noi per fiorire nelle parole


e poi di noi, che ci mancava sempre il sole l’aria dietro le tende io raccoglievamo i fiori in punta di dita per non far rumore tu srotoleremo le finestre a colazione, invertendo i registri al singolare noi, ali di forbici a inseminare il vento

Mi taglierai la gonna?


e di quei noi che ti vedo entrare nelle fessure dell'acqua che mi scorre dentro o di quei noi dei pontili umidi la sera con una luna per corona Di quella tu che ci rimangiamo le offese nei verticali baci senza reggiseni comprendendo la vertigine dell'orizzonte o di quando, finiti i no prendiamo tutti i si appesi al muro

E tu resterai?


resterò perché l’amore ci somiglia perché siamo l’acqua e il pane e calziamo lune a forgia di corone semplicemente attraversando una piazza col passo d'aquiloni, come tutti i nostri sì appesi all’intonaco quasi incenerito dai moccoli di sale buttato alle rovine pensa, a levante nasce il sole, il verbo tra i pastori, quasi domani, quasi domani


e lascia sudore e voce sulla mia carne riassumi il canto in una sola nota, e bagnami della tua essenza Io porterò gli aquiloni e tu la piazza, avatar della mia poesia, quarto dono magico e quando sarò farfalla conterò i rosa del tuo seno e a milioni, allora, saranno i domani Genera una stella e regalami la sua luce, stasera, che non ho fame


cucinerò la cena delle sette stelle con companatico e linfa contadina a cercare pergolati anche in dicembre fiori e neve di damasco con una goccia di sangue qua e là come petalo di rosa sul mio seno le labbra di un domani che chiede sostentamento un faro, una coperta, latte caldo e margherite per mantello sono sazia stasera, ma ho l’acqua alle caviglie, che sembra quasi, non sia Natale


Non lascerò che si raffreddi il prossimo confine misurato senza grandezze, dai ripostigli pieni per quando sarà buio Richiamerò i germogli dietro la vanga per quei noi che m'imprigioni d'amore, che sani le ferite Per quei noi che, albero regina, cielo femmina mi soffi nel petto il nome inedito della carne


lascia che sciolgano tutti i confini al buio quell’ansa acerba di mare che ci appartiene e metti mano alle vettovaglie tacito tu, dei miei sproloqui cieco ammirar di gloria accenterò piccole gemme che mai furono assenti, forse spente foglia dopo foglia come silloge di frange che scivola, rapprende, resta e come rosa carne il nuovo anno, spanda


Noi…(2^ Parte) Catania – Asti 2008/9


Ci furono gli anni-istanti volati assieme alle parole svuotate di sogni, di incanti. Gli anni dell'assenza, dei perchĂŠ, di quando io qui, tu chissĂ  dove, ci strappavamo, solitudine dopo solitudine, i passaporti per la simmetria del noi. Ci furono gli abissi separatori, le cattedrali inondate di niente, le gemme senza motore e mutazione, voragini negli occhi senza tempo mangiati dal cloro e da improbabili cipolle. Ci furono gli istanti-secoli prima delle melme rassegnanti, delle paludi al collo, delle corde flaccide dell'alba... e poi, dalle velocitĂ  rallentate, come galassie che si scontrano, l'inatteso sbarco lungo le dorsali della luce, dove ogni pronome diventa filamento del glifo inciso sulla nostra unica bocca. Noi, che "...come rosa carne il nuovo anno, spanda"


Ah, le cipolle, sì le cipolle, io. Mentre mettevo strati toglievo strati, come Matrioske sempre le medesime, tra le rose maldestre sul bavaglio e quell’amico che ci manca Mai un Natale, noi, circoscritti alle impronte del divano, da territori marcati dal castigo. D’esistere. Desistere dell’amarci in coro. Fuori sempre artigli e sanguinamenti. Così, dissotterrammo i vicoli per conservarci il vento Noi, tutto quel vento, la paglia, le bisacce. Noi che eravamo nati dai camminamenti (dal Caucaso alla Terra del Fuoco). Che ci annodammo come intercalare di razza superiore e sezionammo lingue, tra i flash dei tuoi bagagli e le mie sedie Le propensioni alla quarta parete


Mai un Natale, noi, particelle di un tu-io che sfuma in un guizzo con le bollicine degli spumanti fuori stagione, senza ombre o paralumi o girandole a mezzocielo. Da quel noi presente unico che somma il sottratto ai passi intorno al cerchio dove dorme l'indistinto peluche che ci protegge, da quel noi, pendono le corde della creazione. Le mutazioni non hanno avvelenato le nascite lungo il camminamento ed i giunchi hanno retto ai venti dal sud al fondo, dal punto all'esteso, dal qui all'adesso, dal poi al te. Assumiamo la forma dell'impronta e lasciamo le cipolle agli io e tu che non vogliono essere noi. Tutte le piazze avranno i nostri occhi e tutti gli alberghi le nostre mani e noi, che mi ferisce la bellezza prima della spina, noi, che ti sorprendi femmina nel bacio-brina che ti disseta, noi, respiro, respiro.


Eravamo intermedi, o probabili e le cesoie a tagliare giostre di omini dai fogli di quaderno, i piedistalli, i ritorni alle appartenenze. Quel tuo cercarmi inedito, come muro portante, improvviso ad ogni stanza. Dove vi fu la luce, dove la croce. Dove il vento, Dove l'apnea. Rose, a pendere di nubifragi e di canzoni. Dove ci abbozzammo pieghe agli origami, che l’umido dei piombi, cancellava. Come, come dare la piega alle rose, gli spigoli alle rose, rendere efferate le rose, a difendersi dal marionettista -barbuto a poppa e il suo timoneCon le stesse spine contesti, graffianti pelle e minuetti. La luce che colava lega dalle grate e impronte d’ossa. Piazze queste tempie e alberghi, dove risuona la brina dell’orto, la spillatura, la minestra, il bacio nella brocca Noi, beviamo Entrino, entrino -siòre e siòri- nello studio del poeta le rose, i mozziconi, il girocollo Vi bisbiglieremo tutto all’orecchio, luna e ponte e mezzocielo


Intermedi e probabili mentre si presenziava la nascita della rosa, Tu bellezza io spina, ancora essenze, con quei modificatori che invertivano continuamente i ruoli per darci il senso di noi stessi interamente. Che vengano tutti i pastori, i venti e le maree e le cangianti pelli che non ci confusero nei secoli, anzi, stabilizzatori degli spigoli o delle pieghe! Eravamo li, origami stesso a farci rosa e rosa, bianca, rossa, giglio o violacciocca, a farci danza dietro i sereni piombi, con tutte le ore attorno e tutti i poi, con una luna enorme a tre centimetri dal ponte e rose nei capelli. Ma si che vengano i gendarmi a proteggere le ancora sterili risaie, per quando il diamante emergerĂ , per quando l'intimo fuoco esploderĂ  rivendicando tutte le bonacce, per quando rosa e rosa saranno stigmate d'esempio. Noi beviamo, cielo divenuto occhi, noi,


E le mitologie? Ognuno le vide dai propri firmamenti e ponemmo firme agli intervalli. Quando dis/sonanze non eravamo pronti. Come carovane transiti, ma anche traghettanti /di carezza/ su per gli ordini comuni. Tu che cercavi di allungarmi le gambe e non volevo correre d’azzardo disordini da premio, occhi compresi; vinceremo il segnalibro dei profeti e una coccarda per la mucca Carolina. Domani avremo il latte a colazione, non dovrai più attaccarti alle mie mammelle, anche se di notte è troppo bello. Ma è sempre troppo notte, troppo latte, che troppo mi sveglio come l'occhio, che vaneggia. Ma poi scommetto che ci piace, il mio vaneggiamento, l’accordo con il giorno sull’ancora, indelebile. Discuteremo di titoli e in/cidentali. Mi racconterai di Clitennestra, solo per il nome e di me, sciolgo negli andare a capo, mischio pane al pane


Ti parlerò della vendemmia, di Nietzsche e di solfati, forse di Torino o dell'amore che scivola dai muri quando fuori è troppo fuori. Un segnalibro? ma forse è meglio un segnapromesse per sciogliere i disordini e tutte le precauzioni prese in prestito dal vecchio capitano di marina Voglio disegnare qualche nuvola fra i rami, sopra le mammelle ormai troppo lunghe per essere scordate e potremmo avere anche i vasi li sul davanzale senza per questo vendere la mucca Carolina, simulacro vero dell'ingenuità Vaneggia-mo-ci allora in questo noi indelebile e discutiamo pure, alle cinque del mattino, anche dei co-seni, il tipico incidente dentro il desiderio. Chissà se mai si parlerà di radianti o dell'enorme deposito di coperte della Penelope S.p.A.? Direi, sicuramente


Avevamo convogli su altre calligrafie, sbandamenti, ritorni sciocchi sui rudimentali, perdite di tempo. Quando prendemmo la galleria ad oltranza, tra piazza Duomo e via Filodrammatici. Meglio Torino P. N., porta Lecce, porta Bra su un fiato di melange, lana Grignasco e cosce aperte, come rami d’inverno sulla potatura. Da me l’ulivo è un verde meraviglia, senza simulacri, ma vendemmie, tra un largo di alberi smussati. Ciò nonostante, so rispettare le regole di condominio e non rimedio certo multe da lei, signor Dottore che mi arriccia la gonna sul di dietro, né dall'ospedale. Un test di gravidanza? Sì, lo gradisco, prima dei pasti. Un doppiopetto che ci metta sgombri a cena ( in scatola), come pallottole per non dormire. Anche se le coperte sono griffate Penelope S.p.A In filato argento, per il benessere del sonno. Concepiremo figli all’imperfetto, quando altrove, ma tanto, tanto in dietro appare, la bella mia, che arranca di futuro contro. Regalaci la vespa o il motorino

Non basta questa imperfezione che andiamo vaneggiando, mi occupo di traduzioni per acronimi BRB (torno subito);

Non basta, direi sicuramente


Bello il verde meraviglia senza simulacri, belli gli avevamo e gli imperfetti, ma dimmi di domani mentre tagli per la galleria di quel poi che ci sorprese unici dal Valentino all'amore sotto la pioggia, in quell'arsenale voluttuario che mi renderĂ  poeta e sintomo di noi che mi bagni di parole che ti cerco tra le viole che ti trovo nelle note che...ti amo perche sei noi senza perdere di vista il dottore impertinente impreciso come un test di gravidanza Tessiamoci di sete con la trama dei tappeti ed arrotoliamoci dentro fingendo di piangere Sicuramente non basta, direi sicuramente, ma preferisci il rosso o il bianco?


"CosĂŹ stiamo sul ciglio del calendario, oltre la cittĂ  dalle mura bucate" Con altri uccelli ci fermeremo al vespro e troveremo sponde per nidificare ma il cielo ha confini di blu. Dice di gessi, di ammaestramenti Accovacciamoci, ombre qui ad un passo sottrazioni di rosso da cui inversamente, biancheggia movimento pale di altari come ciprie di cittĂ  siamesi siamo somme su silenzi bianco neve, senza manuali e tu mi chiedi conto, del rosso, del bianco: come non sapessi Fuggirai con me a Sanaa?


Si!


Noi…(epilogo) Catania – Asti 2008/9


noi din don dan fummo d'apnea il buio che solletica l'arancio o viceversa, dicesti veritĂ  che si spalanca dicesti le savane e gli equilibri dicemmo, siamo noi scesi dalla fune e l'aria senza reti


dicemmo vieni in quell'arancio che separa che si spande e trema nei ginocchi che consuma gli idrogeni del centro dicesti accendi le fanfare e battiamo le campane del mattino


ah, le braccia, quante volte le braccia attorno al sole tu fanfara io, nome inscritto parlavamo di interni, ma anche di carovane ho conosciuto tutti i tremori delle tua ginocchia


c'è questo vento basso che restringe le pause e dilata i muri di fianco e tu continui a soffiare la tua cornamusa Non ho lame da vendere ma legami da indossare e numerosi anni vuoti


Se ti fossi‌ Catania- Asti 2009


Se ti fossi…

Se ti fossi cielo, se ti stessi accanto clamore e silenzio certo di registrare ogni sorriso ai bordi del cammino nello scarso senso della corteccia rotta… Piegami di venti e piene, di venti e turbini senza più istantanee con i respiri larghi delle mareggiate, molla e sostegno della mia incertezza, lato di lati inaccessibili. Se ti fossi stella se ti fossi panca, su me conteresti i petali mostrandomi la scelta sotto la piega esatta del delizioso seno Riempimi di spezie l’alchemico disagio, prendi e trascina tutte le sentenze, lasciale nei fossi dai fuoco alle persiane chiuse e sveglia -che è l’ora- ogni circostanza C’era un rifugio sul colle del mio cuore e se ti fossi mare o se ti fossi cielo li ti propagherei in successioni d’amoroso estendersi verso l’altra forma Chiara è la curva della ricorrenza che torna e reclama tutte le distanze quando al passaggio delle margherite si spezzano i gialli per dar posto alla gloria


Cominceremo dalle forbici che non trovo piÚ da mesi, nonostante la perizia del conservarle in vista pronte a troncare cime che esclamino eccedenze. Come noi, a eccedere d’orgoglio le fratture, firme affrettate, ovunque capiti sui gessi, sulle teste i chiodi, messi a sigillo ai piani superiori Basterebbe una telefonata che mi corra incontro. E che ci fosse Dio a rimettere le spalle, nei resti involontari di quel vento. Non saremmo avanti abbastanza o indietro, per incontrarlo? Prenderlo al braccio tra la sabbia, come d’appartenersi senza inclinazioni


Cominceremo dai materassi, avvezzi a mettere un’ombra caffelatte e certe fioriture, come se dell’estate non ci fosse nulla, ma rimanesse tutto il sudore come aria cinta dai cancelli e un orticello con gli universi in mano, mentre un nero seppia annega autografi alle viole, ghirlande di monete sui trapassi Se tu mi fossi l’attraversamento, non avrei pesi, ma ruote di pavone, dove il verbo piega, impenna piume d'asfalto, nastri ricuciti sopra un amore senza dita su morti, sui trionfi


Ci fermeremo sulle punte dei coltelli prima di ogni censimento sulle calme curve delle dalie dopo ogni accettazione e sulle domeniche affrettate poi ci fermeremo, larghi di palme e voci senza eco Lasciale nei porfidi le piccole schermaglie della sera quando si estende il grigio pianificando il buio e tu ed io sciolti nel grembo dell’unica ferita per ricucirla dal suo interno, verso le tracce degli amanti Fermiamoci sui calcoli mnemonici di tutti i compleanni per ridere dei pianti, per piangere del tempo che ci ignora da sotto i materassi, da sopra le vertigini del tatto, dalle grondaie e dalle balconate e senza alcun riserbo gridiamo pure quel - per cui noi -


Se mi fossi altrimenti, poggiato al grido delle siepi, quando innestano il rosso ai tornanti, così aperti, così dolci Uno sbocciare blando la solita chiesa, l’odore di rosolio negli anelli Ci fu la data d’alfa e omega i saluti, di carne in carne, i figli un ristoro frugale L’attorno al medesimo braciere carta stagnola, i fiori disossati -nero su nero- androgini apparenti e lo stato delle sedie, all’erta tra incroci e paglia, di racconti agli occhi Ci sarà dunque amore, dietro i graniti rosa e una fotografia che chiude a chiave quel -noi, per cuidi noi, ci sarà amore, dopo i funerali?


Se si fosse rassegnata la meteora alle fiamme del silenzio se si fosse rappreso quel sentire i vuoti lungo le corsie la carne ferma nei solai nell’attendere curiosa le sinistre luci del ritorno e se si fosse spenta la pausa dei baci sarebbe allora nullo il vento che ci accosta Racchiusi i sogni nelle contorte clausole delle cattedrali cercando spazi negli specchi esauriti del ricordo Ma se ti fossi vena e forma, se ti fossi alveo e secchiello mi chiederesti spazio per rinforzare i bordi? o se ti fossi sangue e cenere, ruscello e sabbia per castelli, se ti fossi amore soccorreresti il giorno quando si fa scuro? Vorrei un verso dopo i funerali


livellamenti

Ah, le corsie, tutto quel disarmo unirsi come sposi, unirsi come baci di cenere e cortecce ...legarsi come nodi a un’evasione le cattedrali da piazza in piazza che popola .d’azzurri, e vene, e di secchielli le moltiplicazioni a slegare le campane .. ..la notte ch’è sempre un tentativo di mani imprecise petali di dalia. Senza badare a quanto, fu il giallo dell’agosto e l’acqua calda sotto le lanterne Oh, come ci sudava il cielo sulle labbra e tu torre orfana di sabbia e di sculture sacre .e io affresco, ogni salita, ogni terrazzamento come uno stormo di inclinazioni, forme tonde e l’arco della schiena apprendisti ........infine


espansioni

Allarga il senso delle moltitudini fra ali e girasoli nella risacca aspra, alterna alle campane quel cigolio di legni chiari segnali del purenoisogniamo maschere e le cadenze delle vene contro la scelta successiva i rintanati umori formano gli abissi, spezzano gli avori sopra i materassi e le ringhiere sono furti sono bende sono mosche sono fiumi senza ponti marmi Girandole io voglio, mulini e sospensioni sugli altari… le vastità sui tetti e piccole antennine sulla fronte. esserti Danubio La delicata piega delle cosce soffre lo scompiglio dell’abbraccio quando ricade il sasso del mattino nell’unico cerchietto. Tengo in sospeso l’argine la mimica lo zenzero


Bilanci Catania- Asti 2009


Tu, noi il seno, la spesa forse il costume Il giorno che si piega altrimenti la sera


la sera che si apre e non rifugia che viaggia crea, proietta sempre il nuovo dicemmo...


dissi apriti alla mia sete come un varco nella siepe Stringemmo l'avvenire sui sentieri opposti oltre le serrande


oltre le calandre e il rosso valentino mi dicesti corri che ti corro appresso noi tra la tivvĂš e il tiggĂŹ leggere muschio e femminino


era androgino e rosso veneziano il drappo che oscurava i fianchi Corsi e ci prendemmo ricordi? sotto i frassini a Torino


un treno, un avamposto delle 5.51, coi fiati di una notte del sud tra seni e contrappesi sarĂ  vento fino ai vetri del castello


saranno gocce d’alluminio le colature in fondo sul dorso della luna M’aspetta l’Africa dei laghi e delle nascite forme d’arcuata resa


le fiamme delle ciminiere piĂš alte del futuro prossimo dove la nebbia


dove la falce è piÚ affilata ed il pensiero si fa sangue e poi artiglio resta il filo che trattiene l’aquilone dal capo ancora eretto e una luna per dimora


da "Se ti fossi... livellamenti"

le cattedrali le moltiplicazioni sotto le lanterne e tu e io apprendisti, infine


da “Se ti fossi… espansioni”

senza ponti marmi mulini e sospensioni sugli altari… e piccole antennine sulla fronte


da "Se ti fossi... livellamenti"

unirsi come sposi, unirsi come baci legarsi come nodi a un’evasione d’azzurri, e vene, e di secchielli


da “Noi‌ (2^ parte)â€?

come galassie che si scontrano l'inatteso sbarco lungo le dorsali della luce dove ogni pronome diventa filamento del glifo inciso sulla nostra unica bocca


Futuri Catania – Asti 2009


Tu disegnavi i muri io le parole‌ Appesi agli orologi ci confondevano le melodie invisibili dei prossimi amori e non era tutto oscuro chiaro era quel quanto già ti amassi


era un inizio che non aveva il volto degli acrostici tu mi piacevi come un amore scarabocchiato sugli intonaci avevo la gonna e una maglietta arancio scrivevo il muro, tu il mio seno


avevo tutti i rossi sulle guance e le dita aggrovigliate agli occhi vaghi Anche la terra presupponeva, anche il carretto La distanza un palmo e centomila in un guardarsi i piedi che era giĂ  carezza


e ti esibivi a una sbarra d’altalena senza inforcata, mettevi fiocchi sulle spalle finestre nei capelli rigiravi nell’aria come bolla di sapone mi dicevi –fai lo stessoio con la gonna


giĂ  scolpito petto dall'ingenuo canto giĂ  bruciato carbonella al vento dalle staffe e dalle panche Quante tu dovranno accadere per dirti - impastiamoci, parola e suono, in quel bacio bambino Gira la corda, gira il mulino, gira il giorno giriamoci di veli e pelle tutte le bocche giĂš per i pendii richiama il fiume femmina soprana richiama il delta ed apri al genio la nuova lampada


hai mai visto le foglie di thè dietro le quinte dissennate da un tempo concesso tirato sui pulpiti di dita che la voce soprana non sia l’avaria discorde di un motore a sberleffo, ma l’impronta di un indovino sullo specchio di quel ruscello, quello che mi dicevi –salta-


ho visto gli occhi lunghi della pazienza ed i trucioli dei cuori da sciogliere nell'acqua Mille ruscelli t'ho visto saltare, mille rose conficcate nelle mani dissanguate dal buio e mille e mille baci senza nome Io avevo una sola scarpa


ah le rose, le mie rose a volte beffarde, mal inclinate pendevano veleno altre purissime come la voce di Mina che si chiedeva il luogo, la fortuna se fossi maschio oppure muschio che respira i sepolcri della luna Ah si, quella voce lungo i silenzi a ridosso delle lune fra gli odori di chiuso e le cicale...


Quante distanze quante ripetute assenze tra te ed il racconto pile di libri e ciminiere scarabocchi sulla mano e destino da pigiare Raccontiamoci le paglie ed i tronconi raccontiamoci quei noi inchiodati alla memoria versiamoci poesia


ma come puoi sapere che mi scarabocchio le mani e questo disordine, non lo conti? eppure ci dicemmo sposiamoci domani, pensiamo ai paggi alla ventresca da offrire ai commensali e gocce di sudore al taglio dei limoni gli archi adornati di maschere adunche fuori dai vetri le lenzuola rosso sangue


Cercavo il taglio addosso alle pernici ma era canto e pane che volava via tra la moltiplicazione della ventresca e gli archi dentro i limoni Certo che lo so, dei fiori e delle righe di biro sulle mani perchĂŠ tu eri le lenzuola ed io il rosso sangue


il taglio, il tiglio, una sola scarpa l’alloro come cintola profumo di caccia e d’innamoramenti il panico, panegirico l’assoluzione, le uscite di emergenza non so ancora se fuggire o se restare apri le mani, soffiami e vedrai, se si aprirà la gonna


La brezza ed il tiglio ricordi il Sigfrido? Attendiamoci sul ciglio del ricordo scavando il passo della neve C'è un sole amico sopra le colline che aprirà le gonne e i tamburi Tra un muro e una città bucata sono qua col seno per cuscino


sono qua, cuscino di cittĂ  bucata

(inchino)


Indice Noi…(1^ parte) Noi…(2^ parte) Noi… (epilogo) Se ti fossi… Bilanci Futuri


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2009/10 - Leda Moncalieri e Sebastiano A. Patanè - Duetti