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CAMMINIAMO insieme

“Poste Italiana SPA - spedizione in abbonamento postale - D.L. 353/2006 (conv. in L. 27/02/2004 n. 46) art 1, comma 2, DCB Genova Imprimè a taxe reduite - Taxe Perçue - Tassa Riscossa Genova - Italie - Bollettino quadrimestrale n° 3 Settembre-Dicembre 2011 Anno XXVIII


In questo numero:

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Crisi: tra decadenza e speranza

Andamento lavori per la nuova chiesa Storie

11 di Chiese

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Il verde pubblico del complesso parrocchiale di S.Anna a Rapallo

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Segretaria di Redazione: Rita Mangini Hanno collaborato a questo numero: Giorgio Audisio, F.T., Luciano Maggi, L.V., Claudio Arata, Domenico Pertusati, Maria Gertrude Lasagna, Rita Mangini, Luisa Marnati, Alessandro Cian, Marco Salivetto, Emma Ottanelli, don Guido, Mario Fazzini, Bruna Valle Fotografie: Autori vari Immagini: Autori vari

Vedo un ramo

La GMG di Madrid: esperienza di gioia e di comunione

Stampa: Grafiche Fassicomo Genova Via Imperiale, 41 - 16142 Genova Tel. 010 506093 - Fax 010 5451166 prestampa@fassicomo.com

La luce della speranza

Le maschere piran-

27 delliane nel cinema di Ingmar Bergman Angeli

30 nella Bibbia

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Direttore Responsabile: Aurelio Arzeno

Direzione, Redazione, Amministrazione: Via E. Torti, 2 - 16035 Rapallo - Tel./Fax 0185 51286 e-mail: parrocchiasantanna@interfree.it http://www.parrocchiadisantanna.it http://www.angologiovani.it

18 di mandorlo

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CAMMINIAMO insieme

Acqua di morte, acqua di vita

Autorizzazione n° 108 del 19-III-84 del Tribunale di Chiavari ABBONAMENTO ANNUO: Ordinario: € 10 Sostenitore: € 30 Benemerito: € 50 Per rinnovarre o sottoscrivere un nuovo abbonamento vi preghiamo di utilizzare il C.C.P. n°17893165 intestato a: Bollettino Interparrocchiale “Caminiamo Insieme” Via E.Toti, 2 - 16035 Rapallo (GE) oppure presso la Chiesa Parrocchiale di S.Anna di Rapallo

ORARI SANTE MESSE GIORNI FESTIVI Sabato ore 18: nella Chiesa Parrocchiale

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Filodiretto

Domenica ore 7,30: nell’Antica Chiesetta di S.Anna Domenica ore 8,30-11-18: nella Chiesa Parrocchiale GIORNI FERIALI Ore 9,30 - 18: nella Chiesa Parrocchiale


CRISI:

TRA DECADENZA E SPERANZA di A.a.V.v.

A) Attraverso la via della metafora vorremmo tentare di ripensare la crisi in cui ci troviamo. 1) La prima metafora è quella del naufragio ( Hans Blumenberg). Non esiste terraferma stabile e sicura e il mare fluido è incostante (Lucrezio); oggi sempre meno possiamo distinguerci dal naufrago (Pascal: “Vous êtes embarqués.”). 2) L’immagine del mare incostante richiama un’altra metafora, quella della liquidità (Zygmunt Bauman). Mancano punti di riferimento certi e tutto appare fluido, senza parametri etici oggettivi. 3) Assemblaggio: eppure dal mare della storia emergono tavole cui aggrapparsi, improvvisate scialuppe costruite con assi dalle più svariate provenienze (“meticciato”). 4) Navigazione: la barca è il mondo uscito dalle macerie delle ideologie: per la Chiesa è simboleggiata dal Concilio Vaticano II e per l’Italia dalla Costituzione repubblicana del 27/12/1947 (cfr. codice di Camaldoli luglio 1943): la crisi non si supera se la persona, la sua dignità, il suo lavoro, la realtà dei suoi rapporti non tornano ad essere centro e misura dell’economia e della politica (Emmanuel Mounier) 5) TORRE DI BABELE (Genesi cap.11). E’ l’immagine della confusione disgregante in cui tutti siamo immersi. Oltre il naufragio, sulle onde della modernità liquida, la barca va costruita insieme, nel rispetto di tutti, accettando consapevolmente regole comuni, certe e affidabili, per navigare insieme verso il porto, intravisto e mai posseduto pienamente nella realtà, della pace universale e della giustizia per tutti. B) A livello ecclesiale possiamo dedurre che il futuro possibile delle comunità verrà dal basso, attraverso persone appassionate che non solo “pensano”, ma si impegnano concretamente a realizzare i loro ideali, rischiando i propri passi su strade incolte. Un ma r tempo il futuro si riceveva in eredità e tutto era in funzione della e f a r “conservazione” piuttosto che della “immaginazione”. La te ter ura s i s e delega oggi non basta più, occorrono nuove corresponsabiNon bile e sic o lità istituzionali perché molti oggi portano avanti esperienze sta fluid e ecclesiali non contro l’istituzione, ma senza alcun riferimento r a ad essa; e-mail e comunicazioni delle quali non si tiene alcun e il m ostante conto, rifiuto a partecipare agli incontri parlano da sé. è inc io)

rez

(Luc

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Le scelte di appartenenza “con riserva” non sono sempre frutto di pigrizia, di individualismo, ma forse nascono quando si è allentata la forza emotiva e corresponsabile. Giustamente Z. Bauman dice che ormai siamo passati dalla modernità “solida” (fondata su organizzazioni e ruoli stabili), alla modernità “liquida” dell’incertezza e della non prevedibilità. Dobbiamo diventare persone che “stanno dentro”, con mani in pasta e occhi all’orizzonte. C) Un silenzio che si fa parola. Perché abbiamo paura del silenzio? Nel deserto Dio ci seduce e ci parla, come ci attesta Osea: ”Io la sedurrò, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore”(Osea, 2,6). Si può anche entrare nella propria camera portandosi dietro tutto il “rumore” (cellulare, computer, televisione…) che impedisce il rientrare in se stessi. Gesù invita a “chiudere la porta” (Mt. 6,7). Quando viene la notte, il vegliare diventa simbolo della vittoria sulla morte. Nella notte Abramo incontra Dio che gli svela un futuro inimmaginabile. Nel cuore del grande silenzio della notte nasce Colui che è la Parola. Nella notte Colui che volevano morto si manifesta vivente. Il silenzio porta alla scoperta di Dio in noi e pone le basi della preghiera e della speranza.

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ANDAMENTO LAVORI PER LA NUOVA CHIESA

di ING. Audisio Giorgio, direttore lavori strutturali e della sicurezza

Cari Lettori, ecco ancora qualche appunto sull’andamento dei lavori per la costruzione del nostro nuovo complesso parrocchiale. Le difficoltà sono molte, come appare evidente anche solo guardando da via Mameli l’interno del cantiere, ma alla fine i nostri sforzi saranno ripagati.

Storia ed evoluzione Dove prima c’erano una fabbrica dismessa, un campo incolto ed anche, non dimentichiamolo, il terreno inquinato dai residui tossici di metalli pesanti, le coperture in Eternit che si sbriciolavano diffondendo nell’aria le fibre di amianto, insomma in un’area centrale, ma molto degradata, sorgerà il Nuovo Complesso Parrocchiale di Sant’Anna. Non ci sarà soltanto la Chiesa, ma avremo anche i locali per le opere parrocchiali e per scopi sociali, le aule didattiche, l’auditorium da 80 posti, la sala ricreativa ed altro ancora. Intorno agli edifici emergenti, ad una quota poco più alta di via Mameli, è previsto tanto verde per i giochi dei bambini, per le passeggiate degli anziani; ci sarà anche un campetto su cui i ragazzi potranno giocare al pallone. Saranno pertanto disponibili una vasta area all’aperto ed altre aree coperte, fruibili anche ai fini di un incontro tra giovani di varia estrazione sociale e di diversa religione in un ambiente sano ed educativo. A livello nazionale (e direi mondiale) il momento storico che stiamo vivendo presenta indubbiamente alcuni aspetti positivi (infatti è aumentato per molti il benessere), ai quali, purtroppo, si alternano risvolti talvolta negativi, che portano alcuni, specialmente i più giovani, allo smarrimento, allo sconforto e, in qualche caso, anche alla contestazione violenta. Ebbene, in questo contesto sociale ritengo che un centro di aggregazione con spazi per giovani e per anziani rappresenti quanto di meglio si possa offrire per arginare i fenomeni negativi cui accennavo. Ricordo che sul finire degli anni ‘60 la SALEM (sigla che, se non sbaglio, era l’acronimo di Società Anonima Leghe e Metalli) faceva ancora suonare la sirena per la pausa di mezzogiorno. Successivamente la fabbrica è stata chiusa, presumo per la crisi economica che anche allora aveva colpito l’Italia. Per quarant’anni in quell’area non è accaduto nulla, era lì alla vista di tutti ma, a quanto pare, non interessava a nessuno.

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Descrizione dell’attività in corso Oggi, grazie alla buona volontà, all’impegno ed anche al coraggio dei tre parroci, che si sono prodigati ed impegnati in tempi successivi, stiamo assistendo, con il recupero di quella superficie abbandonata, alla nascita del Nuovo Complesso Parrocchiale. Siamo ancora agli scavi sul lato sud ed alla costruzione di settori del primo e del secondo solaio per la copertura dei boxes, inoltre si sta gettando parte della soletta di fondazione verso il Boate. Il lavoro è difficile, l’opera è complessa, il sedime, ossia il terreno su cui poggia il solettone (la base di fondazione) è, come abbiamo detto e visto, di qualità pessima, il tempo con le forti piogge non aiuta lo svolgimento dei lavori, che devono essere condotti celermente e con precisione. Per facilitare lo spostamento dei materiali da costruzione nel cantiere è stata installata la gru; questa è stata montata in soli tre giorni, fra il 20 e il 23 giugno 2011, da una ditta specializzata in questi lavori. E’ curioso osservare che, per montare questa macchina, occorra un’altra macchina dello stesso tipo, ossia una gru semovente. Prima di installare nel cantiere la gru fissa è stato necessario creare un plinto, ossia una fondazione idonea a reggerne il peso proprio, unito a quello dei carichi sollevati, ed anche in grado di contrastare in sicurezza le sollecitazioni prodotte dal vento e dagli stessi carichi movimentati. Il braccio più corto della gru porta un’ opportuna zavorra che bilancia il peso del braccio più lungo. Tutto l’insieme è

TERRENO

PRO-

GRESSIVAMENTE RIMOSSO IN UNA ZONA DOVE AGISCONO I TIRANTI.

IN

FONDO SI

VEDE LA FASE DI COSTRUZIONE DEI SETTI

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soggetto alla spinta del vento, che, nella nostra zona, può arrivare a 120 km/h; il braccio è lasciato libero di ruotare per offrire la minima resistenza, infatti, come possiamo osservare a cantiere chiuso, la posizione di questo cambia nell’arco della giornata. Il carico che può sollevare la gru è diverso a seconda della posizione del carrello, questo perché si crea un effetto leva che agisce sul perno di appoggio del braccio sulla torre. Quando il carico movimentato è lontano dalla torre, il suo valore massimo ammissibile è minimo e viceversa; questo significa che, quanto più il carico va portato lontano dalla torre, tanto minore deve essere il suo peso. Occorre anche tener conto della forza centrifuga dovuta alla rotazione del braccio, delle possibili oscillazioni del carico stesso e di altro ancora. Dopo l’installazione la gru è stata collaudata dall’Ente preposto a tale scopo. L’utilizzo di questa macchina in cantiere è quello di prelevare, per esempio, il conglomerato cementizio dall’autobetoniera per portarlo nella zona in cui si sta effettuando il getto. Dalla betoniera si carica il cestello (benna), questo viene sollevato, portato sopra i casseri (le “scatole” che contengono i getti sinché sono fluidi), quindi un operatore apre il cestello ed esegue il getto. Sempre con la gru si sollevano i fasci di tondini dall’area di stoccaggio e si trasportano a quella di lavoro. I getti, per tutta la durata della presa, sono contenuti dai casseri, che hanno pareti di legno o metalliche. All’interno dei casseri viene dapprima posizionata l’armatura metallica, che è la gabbia costruita da tondini di ferro di vari diametri. Il ferro una volta era prodotto liscio, oggi è zigrinato, ossia è irruvidito in superficie; per questo viene definito ad aderenza migliorata, perché si lega meglio al getto ed è più difficile che si sfili sotto sforzo. A volte, purtroppo, in televisione vediamo edifici crollati; se facciamo attenzione, ci accorgiamo che i ferri che escono dalle travi sono lisci. Intuitivamente si può capire che un ferro ruvido collabora meglio con il calcestruzzo. Quando il getto è maturato si smontano i casseri. Dalle foto allegate si vede la formazione delle pareti in cemento armato definite come setti. Questi vengono creati sulla base di fondazione, che è il solettone, nelle posizioni opportunamente individuate mediante il tracciamento. Questa operazione viene realizzata dal topografo, che riporta le quote del dise-

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gno architettonico sulla superficie del cantiere. L’operazione è abbastanza delicata, perché un piccolo errore può ripercuotersi provocando inconvenienti non facilmente eliminabili: un passaggio potrebbe risultare più stretto, o viceversa più largo ecc.. Oltre ai setti, che sono già numerosi verso il lato nord (via Mameli), osservando l’opera si individua qualche pilastro. Questi pilastri emergeranno dalla quota più alta di calpestio e costituiranno l’ossatura degli edifici che verranno costruiti fuori terra. Torniamo ora all’esecuzione dei diaframmi che chiudono sul perimetro tutta l’area di cantiere e che sono, in breve, muri interrati di calcestruzzo armato; vediamo di spiegare quale sia il comportamento di tutto il complesso. A questo scopo facciamo un esempio. Prendiamo una scatola di cartone rettangolare, completa di coperchio e vuota, e proviamo a premerla su due lati opposti facendo forza con le mani. Vediamo che la scatola non si deforma o si deforma soltanto se la forza è notevole. Ora togliamo il coperchio e ripetiamo la prova; constatiamo che la scatola si deforma anche sotto un piccolo sforzo. Se togliamo anche il fondo e spingiamo sui lati o, peggio, sugli spigoli, il contorno della scatola tende a ridursi ed insistendo anche poco essa si chiude appiattendosi. Tornando al cantiere, i diaframmi corrispondono al perimetro della scatola, il coperchio al terreno

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che è nell’area che riempie l’interno della scatola, il fondo della scatola corrisponde alla terra che non viene rimossa. Ricordiamoci che i diaframmi (o paratie) non sono di cartone, ma di conglomerato cementizio ed acciaio, ed hanno uno spessore di 50 cm, tuttavia, durante lo scavo, devono sostenere progressivamente la spinta dovuta al terreno esterno ed ai carichi che questo sostiene. Finché non si scava c’è equilibrio tra le forze esterne ed interne alle paratie (spinta del terreno esterno = spinta del terreno interno) e questi elementi non devono fare nulla, perché non sono sottoposti (o quasi, si deve tener conto infatti anche dell’acqua presente nel terreno) a nessuno sforzo.

Abbiamo visto che gli spigoli della scatola sono elementi particolarmente importanti agli effetti delle deformazioni; negli spigoli concorrono due pareti. Nella Scienza delle Costruzioni giunzioni di questo tipo si chiamano cerniere, proprio come quelle delle porte; infatti, tornando alla scatola, le due pareti che concorrono nella cerniera ruotano attorno a essa. Per impedire che tale rotazione avvenga anche tra le due pareti del diaframma che concorrono in uno spigolo, il progettista ha inserito in alcuni punti una putrella in diagonale opportunamente dimensionata. Questa contribuisce ad impedire il movimento delle pareti che, per effetto della spinta del terreno esterno, tenderebbero a chiudersi. Tale elemento strutturale è visibile nella foto. Come abbiamo detto in un altro articolo, le pareti di perimetro dello scavo su via Mameli e verso

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il campo sportivo Macera sono trattenute per mezzo dei tiranti. Dove i fabbricati sono molto vicini ai diaframmi non si possono utilizzare i tiranti, perché questi dispositivi, con la loro lunghezza, potrebbero interferire con le fondazioni degli edifici circostanti; inoltre ( e vi sono sentenze di merito che lo impediscono) si inserirebbero elementi strutturali nella proprietà altrui. Dove non è possibile impiegare i tiranti si ricorre ai puntoni situati all’interno dello scavo. I puntoni sono solitamente orizzontali, talvolta inclinati; possono poi essere attivi o passivi, come vedremo in seguito. Sono comunque tutti elementi che contrastano la spinta del terreno esterno alla paratia durante le fasi di scavo. Anche lo stesso terreno, lasciato parzialmente in sito a ridosso della superficie interna del diaframma, contribuisce a mantenere stabile il diaframma stesso durante lo scavo. Consideriamo ora eseguita la costruzione interrata costituita dai solai e dai setti; se ritorniamo al paragone precedente, ci troviamo in presenza di una scatola del tipo di quelle che contengono due o più strati di bottigliette separate tra loro da vari setti di cartone. Lasciamo perdere le bottiglie e, con la scatola chiusa, proviamo a premerla sui lati anche con forza; osserviamo che è pressoché impossibile deformarla. La struttura che abbiamo realizzato in cemento armato è appunto una struttura scatolare, in grado di sostenere tutte le forze che agiscono dall’esterno sui muri perimetrali e, ovviamente, anche tutti i carichi verticali quali il peso proprio, i sovraccarichi dovuti alle auto, al terreno di riporto ecc….. Nel diaframma sul lato sud sono stati trivellati i pali visibili nella foto allo scopo di avere una maggiore sicurezza durante le fasi di scavo, che sono state opportunamente suddivise a settori; tra tali settori sono stati inseriti i puntoni. Di questo parlerò in un’altra occasione.

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STORIE DI CHIESE

di F. T.

Che cosa è precisamente una Chiesa? La risposta non è così agevole come sembra. Già il fatto che il termine che la definisce sia identico a quello dell’assemblea (ecclesìa) che vi si raccoglie complica non poco il problema, perché suggerisce l’idea che da qui si debba partire per coglierne il significato e, se vogliamo, la funzione. Il dire poi che la Chiesa è il luogo fisico in cui una comunità si riunisce in preghiera esige di definire questa prima di quella: di che genere di assemblea si tratta? Sappiamo tutti che la Chiesa è un luogo sacro, e infatti per essere Chiesa, e non qualsiasi edificio, deve venire consacrata: ma che cosa rende sacro il luogo denominato Chiesa? Nel caso della confessione cattolica, che si differenzia in questo da altre confessioni cristiane e ancor più profondamente dalle altre religioni, a definire la sacralità del luogo in cui si riunisce l’assemblea è il fatto che vi sia realmente presente il Dio Trinitario, non in immagine o simbolo, ma nella forma di specie sacramentali che sono il Corpo e Sangue di Cristo. La Chiesa è dunque (o dovrebbe essere) per i cattolici il luogo per antonomasia in cui abita realmente Dio e in cui essi si riuniscono alla sua presenza; il luogo, perciò, in cui l’assemblea dei credenti si costituisce in “Chiesa”, cessando di essere una qualsiasi assemblea di donne e di uomini devoti, riuniti per pregare e adempiere riti di vario genere. Il grande architetto Gio Ponti disse una volta che: “l’architettura di una Chiesa è una questione di religione e non di architettura”.

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Poteva forse ancor più appropriatamente dire che l’architettura di una Chiesa è una questione teologica, un modo di leggere e rappresentare quella relazione costitutiva e diretta, non mediata o metaforica, tra l’assemblea dei credenti e il Dio dei credenti. Se questo è vero, la storia dell’architettura di Chiese è anche una storia di teologia, una storia dei modi, straordinariamente variabili nel tempo e nello spazio, in cui le comunità-chiese hanno inteso e vissuto quella convivenza con un Dio personale e reale, accogliendolo tra loro come ragione e principio del loro stare insieme, del loro farsi assemblea. La storia delle chiese-edifici costituisce pertanto un capitolo nevralgico della storia religiosa. Può dire sui modi di credere e sui contenuti del credere più di molti discorsi e narrazioni. Può dire molto anche sulle peregrinazioni, le incertezze e le deviazioni del credere, sulla ricerca di un credere che per sua natura è chiamato perennemente a re-inventarsi, a riscoprire le proprie ragioni ultime. Le chiese-edifici possono essere di questo la rappresentazione o la negazione; possono essere veicolo od ostacolo. Nulla garantisce che lo spazio-chiesa sia adeguato ai modi di credere dell’assemblea-chiesa che vi si raccoglie, ma è difficile immaginare che il linguaggio dello spazio architettonico non sia legato da un rapporto dialettico con i linguaggi dell’assemblea che vi si riunisce. Eppure, per qualche misterioso motivo che sostanzialmente mi sfugge, la storiografia religiosa dell’età contemporanea non ha fatto i conti se non marginalmente con questa dimensione. Viceversa mai come nell’epoca storica che coincide all’incirca con la fase di ricostruzione post-bellica, del boom economico, del massiccio inurbamento, dello svuotamento delle campagne, delle grandi migrazioni interne, del rimescolamento di culture e di stili di vita, come pure dell’associazionismo laicale di massa e della sua crisi, del precipitoso declino delle vocazioni, dell’assottigliamento della pratica religiosa, del Concilio Vaticano II° e delle riforme liturgiche e così via, mai come in quest’epoca la strutturazione dello spazio religioso e le sue immense contraddizioni, appaiono rivelatrici, sintomi e riflessi di fenomeni epocali.

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IL VERDE PUBBLICO DEL COMPLESSO PARROCCHIALE DI S.ANNA A RAPALLO

arch. Luciano Maggi progettista e direttore lavori architetto e paesaggista, libero professionista

Ad oltre un anno dall’inizio dei lavori del nuovo Complesso Parrocchiale di S.Anna con sottostante autorimessa interrata mi sembra opportuno e doveroso richiamare l’attenzione sulla realizzazione finale dell’intervento, in particolare sulla sistemazione a verde ed il riscontro che la stessa avrà sulla qualità di vita del quartiere.

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Occorre subito evidenziare che sia da parte della Parrocchia di S.Anna che da parte dell’Amministrazione Comunale di Rapallo è stata data grande importanza, all’interno del progetto generale, alla realizzazione di un’opportuna zona a verde attrezzato da destinare a giardino di quartiere ad uso pubblico. Tale spazio è stato accuratamente studiato a fronte di esigenze specifiche funzionali, teologiche e storiche che sempre hanno caratterizzato gli spazi circostanti le Chiese. Il sagrato degli edifici religiosi è da sempre non solo luogo di aggregazione, ma anche spazio di grande valenza architettonica ed urbana. Inutile qui ricordare gli esempi nel corso dei secoli, anche recenti, in grandi e piccoli centri urbani che tutti abbiamo avuto modo di visitare e fruire. Forte di questo ruolo, anche la nuova Chiesa Parrocchiale di S.Anna vuole insediarsi nel tessuto urbano del quartiere come punto

di riferimento e aggregazione per tutti, ma sopratutto per riqualificare e migliorare la qualità di una proprietà privata in abbandono rendendola fruibile all’intera città di Rapallo ed in particolare agli abitanti di S.Anna.

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Come si evince dagli elaborati dello stato preesistente e di progetto, il lotto di proprietà, acquistato direttamente dalla Parrocchia di S.Anna da una società e da privati, misura mq 4.590. Su questo lotto insistevano i volumi dell’ex-industria metallurgica Salem, nonché un modesto edificio residenziale: superfici esclusivamente private e completamente recintate occupate per il 57% della superficie totale da edifici in pessimo stato manutentivo. Il volume compessivo degli edifici risultava di oltre mc 19.000 con area coperta da costruzioni di oltre mq 2.500. L’area scoperta ad uso privata ammontava quindi a circa mq 2.000 (appunto il 43% del totale del lotto). A fronte di questi dati invece la situazione a fine lavori, una volta completato il Complesso Parrocchiale, indica questi confortanti valori: -

volume complessivo edificato: mc 11.526 (contro mc 19.033 del preesistente)

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superficie occupata da edifici: mq 921 (contro mq 2.547 del preesistente)

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superficie scoperta ad uso pubblico: mq 2.121 (contro la totale assenza nel preesistente)

-

superficie scoperta ad uso privato: mq 1.548 (contro 2.043 del preesistente)

Le ultime due voci apportano al progetto una percentuale del 79,93 % dell’area scoperta rispetto alla superficie totale del lotto, un dato altamente significativo rispetto alla percentuale precedente del 43%. Emerge, quindi, inmmediatamente la riduzione del volume complessivo e della superficie occupata da edifici, ma soprattutto la destinazione di una superficie scoperta di mq 2.121 ad uso pubblico (giardino di quartiere, sagrato, camminamenti) precedentemente inesistente. Oltre questa superficie ad uso pubblico, il progetto prevede un’area di mq 1.548 a verde privato destinata alla realizzazione di un campetto di calcio a 5, gestito dalle Opere Parrocchiali per le esigenze del quartiere.

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Questi i dati puramenti numerici che comunque evidenziano e sottendono un approccio sensibile alla ricerca di un felice ed equilibrato rapporto dell’edificato con gli spazi verdi circostanti in armonia con la disciplina dell’architettura del paesaggio e la difesa dei valori del nostro patrimonio ambientale. Nel merito il progetto del verde pubblico e privato del Complesso Parrocchiale vuole porsi come elemento di cerniera tra la trafficata via Mameli e l’edificio Chiesa, nonchè come spazio di rispetto per gli edifici limitrofi. Partendo dall’imposizione di dover edificare i nuovi volumi ad una quota sopraelevata rispetto a via Mameli di oltre un metro, l’idea progettuale ha sviluppato una realizzazione di giardino di quartire a lievi terrazzamenti piantumati da alberi di ulivo e contornati da camminamenti lastricati, con possibilità di zone gioco a prato e spazi relax con sedute ricavate nei muretti in pietra faccia a vista dei terrazzamenti. Il tutto viene arricchito da una grande vasca d’acqua a livello del marciapiede di via Mameli e da un corso d’acqua che dall’edificio Chiesa scende a gradoni verso via Mameli nel confine ad ovest del lotto. Particolare risalto infine viene dato al sagrato di grandi dimensioni per la sua funzione di raccolta dei fedeli prima e dopo le funzioni religiose, ma anche per dotare il quartiere di una piazza esclusivamente pedonale e lontana dal traffico veicolare, a disposizione di giovani e meno giovani.

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Lo spazio verde infine ha anche la particolarità di rendere possibile, tramite alcuni camminamenti pedonali lastricati (privi di barriere architettoniche), il collegamento tra via Mameli e via Torino al fine di rendere quest’area uno spazio urbano di transito pedonale e quindi partecipato. Per concludere invito ad analizzare nel dettaglio i fotomontaggi allegati e a considerare anche la scelta delle essenze arboree individuate e la presenza dell’acqua a ricordo di quanto ha tramandato la nostra tradizione cristiana: - l’uliveto del Getsemani a Gerusalemme dove Gesù si ritirò dopo l’ultima Cena prima di essere tradito da Giuda e arrestato. - l’ulivo, pianta sacra, come simbolo di rigenerazione e pace a ricordo della colomba che dopo il diluvio universale ritornò con un ramoscello d’ulivo nel becco. - l’acqua sorgente di vita a ricordo del Battesimo di Gesù nel fiume Giordano.

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VEDO

UN RAMO DI MANDORLO di L.V.

“Geremia cosa vedi? Vedo un ramo di mandorlo” (Ger. 1, 11)

In ebraico

il mandorlo è chiamato “colui che veglia”, il primo risvegliato dall’inverno, colui che ha gli occhi attenti, che fiorisce anche quando ancora punge il gelo. Quello che vede Geremia non è un fiore del ramo nella bella stagione, ma nel momento più duro dell’anno, quello delle gelate improvvise. In questa stagione difficile dobbiamo avere occhi attenti ai segni che sono già dentro l’inverno, saper cogliere ciò che nasce dal passaggio verso la primavera. Papa Giovanni aprì il Concilio dicendo di non dare ascolto ai “profeti di sventura”, ma di prestare orecchio ai “segni dei tempi”, di non intralciare il loro divenire come la terra accompagna i germogli a primavera. Dobbiamo scorgere i segni che posseggono la trasparenza dell’alba originale, la luminosità di una tenerezza soprannaturale. In tempi di crisi ci è chiesto di vivere i gesti di Geremia che, in anni di esilio e di deportazione, invitava a piantare vigne, a costruire case. Vivere non è solo una crescita continua, ma anche la capacità di aderire alla vita nonostante ciò che la contraddice, le sue paure, le sue crisi, i suoi momenti di apparente sterilità. Ci sono attimi che rendono nuovo il mondo non tanto perché aggiungono qualcosa di nuovo, ma perché sprofondano fino all’origine, lì dove la diversità è armonia. Il mondo si muove se noi ci muoviamo, si muta se noi ci mutiamo, si fa nuovo se l’uomo si fa nuova creatura, si imbarbarisce

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se scateni il peggio in te. Oggi la nostra vita è un continuo migrare verso un mondo perduto e disorientato di frammenti che non sappiamo più utilizzare. Dio, invece, è sempre molto attento ai frammenti: agli occhi, ai gesti, a come si fanno e si dicono le cose, al granello di senape, alla pecora perduta, allo spicciolo della vedova. In ogni momento di crisi Dio ci chiede di partire dai frammenti e dai dettagli per riprendere il cammino e la nostra dignità. Ci chiede una vera partecipazione al mistero della vita. Germi di novità sono nell’aria. Ma scendono soltanto dove trovano una terra fertile. I germi di novità sono la bellezza e la tenerezza, il perdono e la fedeltà ad ogni giorno: fragili gesti che hanno la forza di rimettere in piedi la nostra vita. Fedeltà ad ogni giorno vuol dire esserci, stare dentro la concretezza della vita. Occorrono oggi testimoni fedeli che vadano oltre la superficialità e sappiano stare dentro la vita. Testimoni che non imprigionano Dio nel loro concetto di onnipotenza, che non lo sfigurano erigendolo a giustiziere implacabile, ma che coltivano pazienza e vigilanza. Bella la fedeltà, si fa compagno di viaggio al cammino dell’uomo di Gesù risorto che si avvicina ai discepoli di Emmaus, si fa compagno di viaggio, si interessa della loro vita, li lascia liberi di scegliere fingendo di andare oltre, e solo alla fine spezza il pane con loro. Bella la fedeltà di Ruth verso Noemi quando dice: ”Non insistere perché ti abbandoni e torni indietro senza di te, perché dove andrai tu, andrò anch’io” (Ruth 1,16). La fedeltà a sé e all’altro è la capacità di “serbare e custodire”, è amore che ha bisogno di tempo per crescere, di promesse reciproche da mantenere, di scelte che hanno il loro prezzo. Anche quando le cose sembrano non cambiare, anche se tutto sembra continuare come prima, chi è fedele scruta l’orizzonte, fiuta l’aria, getta il seme affidandolo alla terra e il sogno di futuro è tutto dentro questa minuscola occasione che può fare del lampo una chiarezza, della scintilla una luce.

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LA GMG DI MADRID: ESPERIENZA DI GIOIA E DI COMUNIONE di Claudio Arata

Durante il lungo viaggio

di ritorno da Madrid verso Rapallo ho cercato di ripensare alle ricche e belle giornate vissute in Spagna e ho scritto alcune idee ed intuizioni che l’esperienza della GMG ha trasmesso alla mia vita. Le prime due parole che la GMG di Madrid ha consegnato al mio cammino sono FONDAMENTO ed ESSENZIALITÀ. In un mondo segnato da molte possibilità, occasioni e voci, diventa ancora più urgente chiederci su chi o su cosa fondiamo e radichiamo l’esistenza, in altre parole, chi o cosa è davvero essenziale nell’esistenza. Le riflessioni proposte alla GMG dal Papa riguardavano proprio il tema del fondamento della vita umana. Gli interrogativi posti da Benedetto XVI non sono per niente banali e scontati e non provocano solamente le persone che sono lontane dalla fede e dalla comunità cristiana. Sono domande che mettono in questione anche il cammino di persone che hanno già aderito al Signore Gesù e cercano di vivere la comunità cristiana. La fede è viva e autentica se è radicata e fondata in Gesù Cristo. L’essenziale e la vitalità del credere trovano il loro centro nella Persona di Gesù Cristo. Gesù Cristo è la Parola capace di donare continuamente vita nuova e gioia piena al cuore, qualche volta arido, spento, triste, scoraggiato, incapace di voler bene e di slanci di gratuità. Il cristiano è una persona contenta poiché non vive radicato sulle proprie piccole convinzioni e idee, ma fidandosi dell’Altro, del Signore

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Gesù. La terza parola che la GMG ha consegnato al mio cammino è VOLER BENE. Ci sono momenti (e la GMG è uno di questi) nei quali s’intuisce che sono davvero poche le cose preziose e irrinunciabili nell’avventura della vita. Una persona spende tante energie e tanto tempo nella ricerca del successo, del primato e della visibilità, ma tutto questo correre verso il successo porta ad una vita triste, distaccata, sfiduciata. Una, se non l’unica, delle avventure più belle e significative del nostro esserci su questa terra è quella del voler bene e dell’essere voluti bene. Gesù, con la sua parola e con il suo stesso stile di vita, ci chiama all’esperienza dell’amore. I cristiani, fondati e radicati in Gesù Cristo, sono gli uomini e le donne segnati dalla stupenda avventura dell’amore, un amore senza ‘mezze misure’. Diceva un grande santo spagnolo, San Giovanni della Croce: “Alla sera della vita sarai interrogato sull’amore”. Tutta la nostra esistenza, breve o lunga che sia, è una grande chiamata da parte di Dio al voler bene con coraggio e passione. La quarta parola che la GMG mi ha consegnato è GIOIA. I discepoli di Gesù sono chiamati ad essere con le parole e con lo stile di vita testimoni gioiosi e felici del Vangelo di Gesù in un mondo sempre più complesso e triste. Quello della gioia è uno dei tratti più significativi dell’esperienza della fede. Certo, non è una gioia superficiale e banale, ma una gioia che nasce dall’aver intuito che seguire Gesù dona alle nostre giornate un ‘sapore’ del tutto unico e particolare.

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La quinta parola che l’esperienza vissuta a Madrid ha restituito alla mia vita è COMUNIONE. La nostra società, il nostro stesso cuore sono caratterizzati da spinte verso l’individualismo e l’egoismo. Il messaggio di Gesù si pone in profonda contraddizione nei confronti di questo modo di pensare e di vivere. Come cristiani siamo chiamati da Gesù alla comunione e alla condivisione. L’esperienza della GMG apre ad una vita aperta all’altro e ad una fede ‘trafficata’ e condivisa nel grande respiro della Chiesa universale, cattolica. L’ultima parola che la GMG ha consegnato con forza al mio cammino è CURA. A Madrid ho fatto esperienza della bellezza dell’accompagnare e del prendersi cura dei ragazzi. Per me, aver accompagnato dei ragazzi alla GMG ha significato, prima di tutto, stare in mezzo a loro, condividere con loro ogni momento della giornata, dal tempo libero ai pasti passando per i momenti della preghiera e della riflessione, ha significato mettersi in ascolto dei loro interrogativi più profondi e delle loro paure riguardo l’esistenza, il mondo, il voler bene, la relazione con Gesù e la vita della Chiesa. Sempre più mi accorgo che accompagnando e ascoltando i ragazzi si rinnovano e si custodiscono dentro il cuore i grandi e gli autentici desideri di bene, di amore, di giustizia, di bellezza e di felicità per i quali siamo stati creati e mantenuti in vita da Dio.

L’esperienza di Chiara

di Chiara Rossi

“Radicati e fondati in Cristo, saldi nella fede”: questo è il titolo scelto dal nostro Papa per la GMG 2011, che ha lasciato davvero il segno nel mio cuore e in quello di tutti i giovani presenti a Madrid. Sono state due settimane ricche di esperienze e forti emozioni, sia durante i giorni vissuti a San Sebastian che nel soggiorno a Pinto, dove il nostro gruppo ha trovato ospitalità nei saloni della parrocchia di San José. Nelle mattine di mercoledì, giovedì e venerdì nella chiesa di Santo Domingo si sono svolte le tre catechesi presiedute dai vescovi Giovanni Ricchiuti, Alberto Tanasini, Giovanni D’Ercole e dal cardinale Angelo Bagnasco. Diverse sono state le domande e le riflessioni da parte di noi ragazzi, che abbiamo imparato l’importanza

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di vivere con Gesù mettendo le radici in Lui, unica roccia, punto fermo e vera gioia per l’uomo. Grazie a Lui tutto è possibile e vi è speranza, tutto cambia se vi è la sua Presenza in mezzo a noi e non dobbiamo avere paura di mostrare la nostra fede in una società che va troppo spesso dalla parte opposta. Questo è il punto più difficile da mettere in pratica: riuscire a far combinare “cielo e terra” non è sempre facile, ma, a mio avviso, è anche la vera ricetta che rende l’uomo felice e capace di trovare la sua strada. Tra i momenti più significativi sono da ricordare le diverse celebrazioni che ci hanno accompagnato durante la nostra permanenza a Madrid: la messa di Accoglienza di martedì 16, in onore del Beato Giovanni Paolo II, l’arrivo del Santo Padre in piazza de Cibeles, la Via Crucis, la Veglia a Cuatro Vientos e infine la messa di Invio di domenica 21. Durante quei momenti si respirava un’aria di fratellanza e serenità, animata dalla gioia e dall’entusiasmo di noi ragazzi, tutti diversi per nazione, cultura, personalità, ma accomunati dalla fede in Gesù. Vi è stato, però, anche il tempo per adorare e mettersi in ascolto, in silenzio, riuniti nella preghiera e in un cuore solo, quello di Gesù. Infine, nel corso della messa di Invio, Benedetto XVI ci ha invitato ad essere testimoni di Gesù e santi nel mondo, capaci di rispondere sempre e fermamente alla sua chiamata e di portare ognuno la nostra “Croce”, amandoci gli uni gli altri proprio come Gesù ha fatto con noi. Quest’esperienza ci ha realmente aiutati a crescere e a capire cos’è davvero essenziale per la nostra vita. La risposta di tutti noi è stata ben chiara: siamo stati disposti a dormire per terra, a fare colazione seduti sull’asfalto e a rispettare code di ore e ore per pranzare e cenare, tutto ciò per poter vivere questi giorni in Spagna, che ci hanno aiutato a sentirci più vicini a Gesù e ad approfondire il nostro cammino di fede nell’ascolto e nell’amicizia.

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LA LUCE DELLA SPERANZA di Domenico Pertusati

Non è difficile oggi constatare che il tempo che viviamo e l’ambiente che ci circonda siano densi di disagio e di difficoltà. Si respira un’aria di insoddisfazione dovuta a molteplici fattori, da quelli sociali a quelli di carattere individuali. E’ fuori di ogni dubbio che sia carente quella luce che permette di intravvedere un cammino sereno e dignitoso: la luce che si chiama speranza. Ma non si è sempre detto fin dall’antichità che la speranza è l’ultima a morire? “Spes ultima dea”: è un’espressione che non dovrebbe abbandonare chi si trova in difficoltà estrema, chi si sente oppresso dalla malattia, chi è in condizioni di grave disagio fisico e spirituale, chi si sente abbandonato ed è in preda a grave sconforto e sta vivendo giorni difficili….Su questo fronte ciascuno può portare la propria personale dolorosa esperienza. Che oggi stiamo attraversando una gravissima crisi senza precedenti è fuori di dubbio. Tutti ne parlano: i mass media non fanno altro che sottolineare a ripetizione gli aspetti più negativi. La gente ha paura e teme il peggio. Anche se appare qualche piccolo spiraglio positivo, subito c’è chi cerca di spegnere ogni speranza facendo apparire più grave e più pesante il clima che viviamo. Mi sembra opportuno e anche importante sottolineare che il negativo assoluto, vale a dire il male in sé e per sé, non esiste; c’é il male sempre misto al bene. S. Agostino al problema del male ha dedicato una intensa e profonda riflessione: è stato un tema che lo ha tormentato e appassionato per lungo tempo giungendo a definire il male “privatio boni”, cioè mancanza di bene e quindi di essere…. Ecco perché il male assoluto non esiste: il male coesiste con il bene. In altre parole il male nasconde sempre un margine di positività, cioè di bene anche se molto limitato. E’ propri questo margine che si ha il dovere di mettere sempre in evidenza per ragioni di obiettività onde evitare di cadere in un irrazionale pessimismo e catastrofismo. via, a u t Chi percorre una strada diversa e contraria è lontano anni luce mi la o, a dalla verità. Per Agostino il male è pertanto una mancanza n g Inse o Etern di essere, una deficienza. Senza mezzi termini arriva ad erò n affermare che il suo essere è nel non essere. i m m L’uomo che riflette sa scorgere nelle realtà che sono contingenti io ca verità. e l’essere per cui sono, cioè il bene, e, nello stesso tempo, anche tua a l l e quella parte di essere che a loro manca. Per questo sono realtà lin

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86,11 o m l (sa

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mitate. Di conseguenza il male che esiste è sempre un essere manchevole e deficitario. Perché mi sono soffermato su queste disquisizioni di sapore filosofico? La motivazione è facilmente intuibile. Si tratta di eliminare con la ragione quella visione pessimistica della vita che a poco a poco attanaglia e intristisce un po’ tutti. Se si usa, come si deve, la razionalità, le vicende della vita non possono mai essere totalmente negative: nascondono o lasciano intravedere sempre un lato positivo. Dopo questa premessa di carattere speculativo, passiamo alla vita concreta. Quella in cui ci troviamo tutti i giorni a vivere è una crisi “poliedrica”. Spieghiamoci meglio: non è a senso unico, ma investe tutti i settori della vita. Si parla sempre di crisi economica e sociale: in effetti è sotto gli occhi di tutti e sono tanti a esperimentarla sulla propria pelle. Quante famiglie sono in difficoltà, quanti hanno perso il lavoro, quanti sono disoccupati, quanti non hanno i mezzi per arrivare a fine mese, quanti giovani vivono in continua attesa di una qualche sistemazione. Queste dolorose “litanie” vengono ripetute di continuo. Giornali e mezzi di comunicazione tutti i giorni ci ripropongono con sempre maggior intensità la visione pessimistica del presente. Non intendiamo ricalcare ulteriormente questi gravi disagi… Piuttosto non va dimenticato che alla base di tanto disagio c’è soprattutto una crisi di carattere morale. E’ la coscienza che si sta deteriorando. Non servono dimostrazioni per rendersi conto che è proprio questo il presupposto di ogni altra crisi. Quando l’ordine morale viene meno, tutti i mali diventano possibili. In sostanza se il rispetto della persona viene a mancare, la società si va deteriorando: di qui ogni prevaricazione e sopruso. Non va dimenticato che c’è una crisi ancora più grave: quella religiosa. Quanti sono coloro che non solo credono al vangelo, ma si impegnano con ogni sforzo a viverlo? Questo interrogativo riguarda, se siamo sinceri, un po’ tutti i “ credenti”, nessuno escluso. La fede va soprattutto vissuta. L’uomo di fede è colui che si affida a Dio in tutto e per tutto. Fidarsi di Dio: è questo il significato della speranza. Chi ha fede, sa che Dio è amore.

o, Porgi l’orecchi Signore, hiera alla mia preg e sii attento alla voce liche. delle mie supp (Salmo 86,6)

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Se sono convinto che Dio mi ama, la mia speranza non viene mai meno. Il Natale è la manifestazione dell’amore di Dio: “ Lui che era ricco per noi si è fatto povero”. E’ importante non soltanto celebrare questo avvenimento straordinario e unico, ma soprattutto rinnovare la nostra totale adesione al Figlio di Dio che si fa in tutto simile a noi, tranne che nel peccato. E’ lui la nostra vera speranza. Quanti sono coloro che vivono con fede il Natale? E’ vero: le chiese sono gremite per la messa di mezzanotte: in verità non si può escludere l’ipotesi che non pochi partecipano per abitudine o per rispettare una tradizione secolare o per l’emozione che procura la ricorrenza, che ci riporta agli anni della fanciullezza o anche (perché no?) per la solennità del rito. Natale deve fa riflettere che Dio è venuto in mezzo a noi, si è fatto bambino per esserci vicino, per condividere le nostre pene e insegnarci che siamo tutti fratelli, legati dallo stesso “ destino” eterno. Natale significa aprire il cuore a tutti, senza distinzione alcuna. Al riguardo vorrei riportare alcune riflessioni sul senso del Natale di don Primo Mazzolari, un sacerdote che ha vissuto con convinzione profonda il messaggio evangelico, tanto da incontrare critiche e riprovazioni anche nel mondo cattolico. “Un bambino che non ha casa né culla né fasce ci costringe a pensare che i poveri sono una nostra colpa e che non è bene e non giova a nessuno che il mondo continui a camminare così, se pur è un camminare questo mettere insieme di ingiustizie e di dolori ad ogni passo”. Parole queste che “fotografano” la situazione di crisi che stiamo vivendo. Indicano quale deve essere il nostro impegno di credenti:“Dio ci ha creati bisognosi gli uni degli altri e ci ha messo insieme perché, volendoci bene, costruiamo la giustizia nella carità”. Il Natale deve rappresentare una svolta nella nostra vita di credenti piuttosto passivi e abitudinari. Don Mazzolari ne era fermamente convinto: “Egli viene e con lui che viene, viene la gioia. Se lo vuoi ti è vicino. Ti parla anche se non gli parli; se non l’ami, ti ama ancora di più. Se ti perdi, viene a cercarti, se non sai camminare ti porta. Se tu piangi sei beato per lui che ti consola, se sei povero, hai assicurato il Regno dei Cieli; se hai fame e sete di giustizia, sei saziato; se perseguitato per causa di giustizia, puoi rallegrarti ed esultare”. Ritengo che il modo migliore per festeggiare il Natale sia quello di fare nostri questi pensieri, meditandoli e soprattutto vivendoli. Non dimentichiamo mai che Cristo è la speranza che illumina la nostra vita come asseriva con convinzione S.Paolo: “Io posso ogni cosa in Colui che mi dà forza” (Filippesi 4,13).

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LE MASCHERE PIRANDELLIANE NEL CINEMA DI INGMAR BERGMAN M. G. Lasagna

Le domande esistenziali più scottanti per l’uomo sulla propria identità e sul senso dell’esistenza sono fonte di ispirazione per moltissimi intellettuali dell’età contemporanea. Per stimolare la riflessione su argomenti così suggestivi Sabato 14 Maggio 2011 l’Associazione Culturale “Edith Stein” ha proposto un incontro sul tema “Le maschere pirandelliane nel cinema di Ingmar Bergman”. Dopo il saluto dell’avvocato Mentore Campodonico,sindaco di Rapallo,ha preso la parola il professor Domenico Pertusati,presidente dell’Associazione Stein,che ha subito sottolineato il fascino della tematica e le difficoltà interpretative che la caratterizzano. L’opera di Luigi Pirandello,scrittore e drammaturgo siciliano celebre per il “teatro nel teatro” che segnò la tappa più innovativa del suo percorso letterario,e la filmografia di Ingmar Bergman,cineasta svedese premiato con ben tre premi Oscar,sono accomunate da un’inflessibile analisi della personalità umana,da cui derivano la dolorosa constatazione dell’impossibilità per l’uomo di discernere il vero e il falso,l’ineluttabile incomunicabilità e la continua ricerca di una consistenza per la propria identità aldilà della “maschera” che soffoca e limita il suo essere. A sviluppare l’argomento è stata la dottoressa Chiara Campodonico,laureata in Scienze dell’Educazione e da oltre dieci anni membro del Direttivo dell’Associazione Stein. La dottoressa Campodonico ha esordito dichiarando che la sua passione per la cinematografia di Bergman l’ha portata a scegliere come argomento per la propria tesi di laurea il rapporto fra il cineasta svedese e la drammaturgia pirandelliana; non a caso il punto di partenza del suo lavoro di ricerca è stata una lettera al teatro di Stoccolma,che le ha consentito di scoprire che Bergman rappresentò per ben due volte (Malmoe 1953 e Oslo 1967) “Sei personaggi in cerca di autore”. Ad accomunare Pirandello e Bergman sono l’indagine esistenziale,l’esperienza della malattia mentale (vissuta in prima persona dal regista,filtrata attraverso il calvario della moglie Antonietta

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per il drammaturgo),il legame con le isole (la Sicilia in cui Pirandello nacque e l’isola dove Bergman scelse di vivere),il tema della vita autonoma dei personaggi, maschere o spettri che siano,l’immagine di una realtà mutevole in cui la personalità umana,priva di qualsiasi certezza e condizionata dalla relatività dell’apparenza,si sgretola inesorabilmente e perde ogni possibilità di relazione con l’altro. La produzione narrativa e teatrale di Pirandello,a partire dall’esordio di impianto veristico con il romanzo “L’esclusa” fino a “I giganti della montagna” rimasto incompiuto per la morte sopraggiunta nel 1936,rivela sorprendenti consonanze con la cinematografia bergmaniana,la cui comprensione appare possibile solo tenendo ben presenti i profondi legami con la tormentata esistenza del regista. Nato nel 1918 da un pastore luterano e da una donna di origine olandese,Bergman sperimentò fin da subito la precarietà e l’oppressione di un ambiente familiare poco sereno,dominato da una figura paterna implacabile nel giudicare (per punire il piccolo Ingmar arrivò a rinchiuderlo in un obitorio) ed estremamente conflittuale anche nei rapporti con il fratello e con la sorella,entrambi precocemente disadattati. Gli unici barlumi di serenità della propria infanzia erano rintracciati da Bergman nei soggiorni a casa della nonna (appassionata di cinema....),in particolare nel rapporto con una balia che il regista immortalò nel suo capolavoro spiccatamente autobiografico “Fanny e Alexander”. I pesanti condizionamenti subiti durante infanzia e adolescenza lasciarono come tracce indelebili nel cineasta svedese un marcato anticlericalismo,un disperato bisogno d’amore,la ricerca di un Dio padre amoroso e non giudice. La dottoressa Campodonico,fra le possibili piste argomentative percorribili all’interno della sua tesi,ha privilegiato il parallelismo fra “Sei personaggi in cerca di autore” di Pirandello e “Il settimo sigillo” di Bergman. Il dramma pirandelliano nasce dal mistero della creazione artistica scaturita dall’incontro fra l’autore e la fantasia,raffigurata come una servetta che conduce a casa del suo “principale” una famiglia di personaggi scontenti,lontani da ogni speranza e desiderosi di trovare vita propria in un’opera compiuta. I sei personaggi,ognuno portatore di un tormento segreto,racchiudono nelle loro esistenze il senso della vita e ossessionano a tal punto il drammaturgo che egli arriva a lasciarli liberi sul palcoscenico mentre una compagnia di attori sta provando. In tal modo i personaggi tentano di uscire dalla forma in cui è imprigionata la loro vita,quella stessa forma che,d’altra parte,li rende

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immortali,come accadde per Don Abbondio o per Sancho Panza. Il dramma si sviluppa sul conflitto fra forma e sostanza, sull’incomunicabilità, sul rapporto fra vita e arte,destinato a risolversi a favore della creazione artistica,di cui l’esistenza costituisce solo una copia: i personaggi sono veri e immortali,gli uomini risultano essere “uno,nessuno e centomila”. Per chiarire il rapporto fra il dramma pirandelliano e il film di Bergman la relatrice è partita dalla lettura di alcuni brani di “La lanterna magica”,autobiografia in cui il regista rievoca non solo i fantasmi e i misteri che lo accompagnarono fin dall’infanzia,ma anche l’esperienza della malattia mentale culminata nella percezione dello sdoppiamento di sé e in un lungo ricovero ospedaliero,durante il quale si alternarono momenti di pacificazione con se stesso e nuovi attacchi di ansia. Come i protagonisti di Pirandello,i personaggi dei film di Bergman sono vivi,autonomi,perseguitati dai loro “spettri”,spesso “dannati” ma sempre dignitosi nel loro percorso esistenziale. Le opere del cineasta sono costantemente “non concluse”,proprio perché la vita va avanti nonostante tutti i tentativi dell’uomo di cristallizzarla in una forma. A proposito de “Il settimo sigillo”,realizzato nel 1956,Bergman affermò: “Non è un gran film,ma io ci sono affezionato”. L’intreccio tematico si basa sul dubbio esistenziale in relazione alla salvezza; il settimo sigillo è una reminescenza diretta dell’Apocalisse di Giovanni,citata nella pellicola. Bergman pone domande sull’esistenza e sul destino dell’uomo senza affermare e senza negare nulla. La pellicola esprime una profonda spiritualità riconducibile essenzialmente alla figura del saltimbanco,che ha ricevuto il dono di una fede spontanea,e a quella dello scudiero,spietatamente cinico nella sua incredulità intellettuale. Nel film lo spettro che si incarna nella vita dell’uomo è la Morte,che ingaggia una partita a scacchi (eloquente metafora dell’esistenza) con un cavaliere crociato il quale,non avendo trovato conforto nella fede durante la sua disperata ricerca di una risposta per le sue domande,si rivolge proprio a lei. La pellicola accompagna il cavaliere in una serie di incontri che si snodano parallelamente alle fasi della partita a scacchi. Il gioco implacabile priva l’uomo di ogni maschera,lasciandolo nudo e indifeso davanti al proprio destino,vittima dell’illusione di poter sconfiggere la morte. L’unica possibile redenzione è un atto di fiducia e di disinteresse verso l’altro,salvare una famiglia composta da persone semplici e pure di cuore,un saltimbanco (non è un caso che in Bergman sia un artista a farsi portatore dell’amore e della salvezza) e la sua compagna,entrambi gioiosi nella loro fede e immuni dalla disperazione che li circonda. La consonanza fra Pirandello e Bergman si esplicita nell’autonomia che assumono i personaggi nelle rispettive opere,nella tematica delle maschere e dell’identità,espressa da entrambi in forma diversa,nella ricerca dell’umano rispettivamente attraverso la scrittura o la cinepresa,nel senso del mistero che si cela dietro le maschere. La relazione della dottoressa Campodonico ha riscosso partecipazione e interesse nel pubblico presente,che è intervenuto a più riprese per porre domande o per proporre le proprie riflessioni su una tematica altamente suggestiva e coinvolgente.

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ANGELI

NELLA BIBBIA (Da: C. Doglio, «Gli angeli nella Bibbia: mediatori fra cielo e terra», in: Credere Oggi 178 (2010) pp. 44-54.)

Cari amici, lo scorso mese di agosto ho avuto l’opportunità di partecipare alla “Settimana biblica” organizzata ogni anno da don Claudio Doglio. Quest’anno siamo stati ospitati a Vicoforte in un ex-convento cistercense ristrutturato. La piacevole settimana è stata dedicata all’approfondimento di un tema particolare ed intrigante “Gli angeli nella Bibbia”. Don Claudio ha proposto un cammino trasversale attraverso i diversi libri seguendo lo schema che riportiamo di seguito, sperando di invogliare anche altre persone ad approfondire l’argomento.

Gli angeli sono «spiriti incaricati di un ministero, inviati a servire coloro che erediteranno la salvezza» (Eb 1,14)

DUE DESCRIZIONI, SINTETICHE E INTRODUTTIVE Così l’autore della Lettera agli Ebrei descrive in forma sintetica la complessa realtà angelica, che il NT eredita pacificamente dalle tradizioni anticotestamentarie. Anzitutto afferma che si tratta di «spiriti» (pnéumata), cioè realtà non materiali o corporee, quindi non descrivibili con una forma fisica. Poi li qualifica

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con l’aggettivo greco «leiturghikà» (usato solo qui in tutto il NT), che designa un incarico ministeriale, cioè un servizio riguardante il popolo, come fa intendere la stessa etimologia della parola. Quindi sostiene che sono «inviati» (apostellòmena), cioè dipendono da un mandante che risulta certamente essere Dio, da cui traggono missione e autorità. Infine il teologo cristiano precisa che tale incarico è finalizzato «ad un servizio» (eis diakonìan) relativo agli uomini, destinatari del progetto salvifico attuato da Dio stesso. Tale descrizione rivela come gli spiriti celesti siano partecipi di quella stessa funzione che caratterizza gli “apostoli”, mandati e delegati da Cristo per eseguire i suoi ordini, in quanto servitori dell’umanità perché possa essere realizzata la salvezza voluta da Dio. Un’altra sintetica e interessante presentazione degli angeli la possiamo trovare nel finale di un salmo, in cui si invita anche la corte celeste a prender parte alla lode benedicente: «Benedite il Signore, angeli suoi, potenti esecutori dei suoi comandi, attenti alla voce della sua parola. Benedite il Signore, voi tutte sue schiere, suoi ministri, che eseguite la sua volontà» (Sal 102 [l03],20-21). Sono presentati anzitutto come «angeli» (in ebraico: mal’akim; in greco: àngheloi) e messi in stretta relazione con il Signore (YHWH), giacché sono «angeli suoi». Poi una serie di sinonimi ne descrive qualità e funzioni: sono «eroi per la forza», ovvero «potenti di energia» (il latino infatti traduce letteralmente con «potentes virtute»); costituiscono le sue «schiere» (in ebraico: zaba ‘ot; in greco: dynàmeis; in latino: virtutes) e sono suoi «ministri», cioè servitori (il greco traduce leiturgòi); soprattutto però si insiste sul fatto che sono «operatori» della parola divina («poiùntes ton logon») ed «esecutori» del suo volere («poiùntes to thélema»), proprio perché sanno «ascoltare» la voce della parola di Dio. In queste due citazioni abbiamo così raccolto gli elementi essenziali che i testi biblici propongono a riguardo degli angeli, sottolineando una significativa continuità fra Antico e Nuovo Testamento ed evidenziando un’importante somiglianza con l’atteggiamento corretto della relazione con Dio, che viene proposto anche agli uomini. Passiamo ora in rassegna le principali ricorrenze del mondo angelico nei due testamenti, per mostrarne problematiche e caratteristiche, in vista di una sintesi di teologia biblica. IL NOME Il vocabolo italiano “angelo” (come il francese ange, l’inglese angel, il tedesco Engel, lo spagnolo àngel), proviene come calco direttamente dal latino «angelus», che a sua volta era semplice trasposizione del greco «ànghelos». Si tratta dunque di una parola estranea alla nostra lingua e perciò sentita come termine tecnico, portatore cioè di un significato specifico. Invece nella lingua greca classica ànghelos era termine generico per indicare semplicemente un “messaggero”: derivato dal verbo «anghéllo» (= “annunciare”), questo sostantivo designa colui che riceve l’incarico di trasmettere una notizia e svolge la funzione di annunciatore. Alla stessa radice verbale appartiene anche il termine «eu-anghélion» (= “buona notizia”, vangelo), che i cristiani hanno impiegato come vocabolo specifico per connotare il proprio messaggio. Dunque il nostro uso linguistico dipende dal fatto che i LXX, giudei traduttori delle Scritture ebraiche in greco, hanno scelto ànghelos per tradurre l’ebraico mal’ak. Questo vocabolo semitico deriva da una radice verbale (“l ‘k”) che indica l’azione di “inviare, delegare”: designa pertanto chi ha il compito di «messo», incaricato da qualcuno di compiere una missione presso qualcun altro. Nell’AT mal’ak ricorre 213 volte ed è usato sia per messaggeri umani, sia per inviati divini. Nel primo caso designa il semplice latore di una comunicazione per creare collegamento fra due persone distanti; ma indica pure gli araldi ufficiali che divulgano fra il popolo gli ordini del re e talvolta connota gli ambasciatori, incaricati di missioni diploma-

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tiche presso autorità straniere. Nel secondo caso “messaggero di Dio” è qualcuno inviato dal Signore per comunicare un suo messaggio: in questo senso sono 120 le ricorrenze di mal’ak e predomina nettamente l’uso al singolare (i casi di plurale sono solo 15). Rientrano in questa categoria anzitutto i profeti (cf. Is 44,26; Ag 1,13; 2Cr 36,15-16) e poi anche i sacerdoti (cf. MI 2,6; Qo 5,5); ma nella stragrande maggioranza dei casi quando si parla di “messaggeri di Dio” si fa riferimento a figure spirituali, sovrumane, gli “angeli” appunto. Gli antichi traduttori greci non fecero distinzioni e tradussero sempre il vocabolo mal’ak con ànghelos; una distinzione invece venne apportata dalla Volgata latina, che usò nuntius per tradurre i casi in cui -si parlava dì inviati da uomini e riservò angelus per designare solo i messi di Dio. In tal modo la parola “angelo” entrò nelle moderne lingue europee come vocabolo tecnico religioso con significato specifico. Ma, oltre questi messaggeri, l’AT parla di alcune figure celesti che stanno in stretta relazione con Dio; cominciamo a parlare di queste. IL SIGNORE DELLE SCHIERE Una delle formule più antiche e caratteristiche con cui viene designato il Dio di Israele è «YHWH zeba ‘ot», che possiamo tradurre con «Signore delle schiere»; inoltre in alcuni casi tale titolo viene ampliato con l’espressione «che siede sui cherubini» (lSam 4,4; 2Sam 6,2; cf. Sal 80,2). Tale modo di presentare il Signore lo pone in speciale relazione con figure angeliche: cerchiamo di precisarne le caratteristiche. Il plurale femminile “Zeba ‘ots” è usato ben 285 volte come epiteto divino, mentre ricorre da solo circa 200 volte: in questi casi indica le schiere, le truppe ovvero gli eserciti soprattutto di Israele in quanto popolo strutturato; qualifica perciò il servizio militare e anche altri tipi di servizio come quello cultuale dei leviti (Nm 4,3); ma designa pure l’esercito del cielo (Dt 4,19) come indicazione metaforica di sole, luna e stelle; serve come immagine per denotare un numero infinito di realtà (Is 40,26) e tutto il creato nel suo insieme in quanto ben ordinato (Gen 2,1); inoltre indica pure la corte celeste che circonda il trono di YHWH (IRe 22,19). Come tradurre dunque “Zeba ‘ots “ quando accompagna il nome di Dio? La traduzione latina della Volgata «Dominus exercituum» è stata purtroppo conservata anche in italiano come «Signore degli eserciti», determinando un nesso non chiaro, ma capace di produrre un’impressione negativa. Nel nostro consueto modo di parlare infatti gli “eserciti” richiamano immediatamente guerra e violenza, per cui suona stonato il collegamento di Dio con le strutture militari e con le organizzazioni guerresche. Ma - come si è visto - non è questo il significato principale. Basterebbe cambiare “eserciti” con “schiere” per mutare impressione: Dio è il Signore delle schiere (terrestri e celesti), cioè Signore di tutti gli esseri in quanto creature che appartengono all’ordine universale. Infatti i LXX traducono in genere (circa 120 volte) questa espressione con pantokràtor (= “onnipotente”), oppure la considerano nome proprio traslitterandola semplicemente in sabaoth (come in Is 6,3 da cui deriva la formula liturgica del Sanctus: «Dominus Deus Sabaoth»), oppure la rendono con il plurale di dynamis (= “Signore delle potenze”), facendo riferimento alle potenti schiere celesti. Gli studiosi moderni spiegano “Zeba ‘ots” come plurale astratto d’intensità che intende far riferimento a tutte le schiere, cioè all’intero creato nelle sue varie componenti, compresi anche gli esseri celesti. Non

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ha quindi valenza né militare né bellicosa, ma piuttosto di universalismo cosmico: perciò la traduzione migliore potrebbe essere «Signore dell’universo». Infatti l’espressione, appartenente all’ambiente del culto, ebbe probabilmente origine nell’antico santuario di Silo e fu legata alla liturgia dell’arca nei primi tempi dell’insediamento di Israele nella terra di Canaan, passando poi nell’uso cultuale del tempio di Gerusalemme. Con tale titolo si voleva sottolineare la regalità divina di YHWH ed enfatizzare l’universalità del suo potere. Nella stessa prospettiva si comprende la formula «che siede sui cherubini». Sull’arca dell’alleanza infatti erano raffigurati dei cherubini (cf. Es 25,18-22), così come sugli arazzi che decoravano il tabernacolo (cf. Es 26,1.31): si tratta di mitiche figure alate, dalle forme più varie, presenti nei miti cananei come cavalcature divine (cf. Sal 18, 11) e forse legate ai karibu mesopotamici posti a difesa di templi e piante sacre (cf. Gen 3,24). L’antico Israele, in contatto con innumerevoli figure divine proposte dalle varie religioni antiche del Vicino Oriente, le riprese reinterpretandole e maturò la propria fede nell’unico Dio, sottolineando la sua superiorità rispetto a tutti gli altri esseri: egli siede in trono come unico Signore e domina su tutte le schiere, mentre l’arca coi simbolici cherubini rappresenta lo sgabello dei suoi piedi. Nel tempo dell’esilio il profeta Ezechiele amplifica in modo barocco questa immagine arcaica, descrivendo i cherubini come parte del “carro divino” (Ez 1; 9-11). Al profeta Isaia invece risale la presentazione dei serafini (Is 6,1-7), come personaggi alati e “infuocati” (questa ne è l’etimologia!) che circondano il trono di «YHWH Zeba’ot» e lo celebrano come il totalmente Santo. L’ANGELO DEL SIGNORE Cherubini e serafini sono gli unici personaggi celesti che la Bibbia descriva, seppur vagamente: entrambi sono caratterizzati dalle ali e quindi tale particolare entrò comunemente in tutte le raffigurazioni degli esseri angelici, anche se mai altrove si dice che i messaggeri di Dio abbiano le ali. Data la loro natura spirituale (sono chiamati «ruah» in IRe 22,21 e «pneùma» in Eb 1,14), la loro forma non può essere descritta: tuttavia per antropomorfismo vengono in genere pensati con forma umana, secondo convenzioni comuni ad altre culture antiche, con particolare dipendenza dal mondo persiano achemenide. Nei testi biblici dunque, da quelli più antichi fino ai più recenti, si parla con grande naturalezza di esseri celesti, dando per scontata la loro esistenza come intermediari che garantiscono il collegamento tra il mondo di Dio e quello degli uomini (cf. Gen 28,12). Nei libri canonici però non si parla mai della loro creazione, né di una primordiale rivolta da parte di alcuni di loro; non vengono descritti, ma sono nominati solo per la loro funzione; non vengono presentati come personaggi “a tutto tondo” con personalità ben definita, ma sono sempre tratteggiati in rapporto di sottomissione con il Signore Dio, di cui eseguono i comandi e comunicano i messaggi; soprattutto non c’è alcuna testimonianza di culto riservato a tali figure. Tutto questo lascia intendere che gli autori biblici vogliono evitare ogni forma di politeismo e mirano a sottolineare l’assoluta singolarità divina: perciò gli esseri celesti che compongono la corte di YHWH

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sono totalmente sottomessi a lui con funzione elogiativa e consultiva (cf. IRe 22,19-22; Gb 1,6-12; 2,1; 4,18), senza mai avere iniziative autonome. Un caso particolare è costituito dalla formula «mal ‘ak YHWH» (= “angelo del Signore”), che con varie sfumature è presente un centinaio di volte. Ci sono dei racconti in cui si nota una maggiore concentrazione di tali ricorrenze e quindi li passiamo velocemente in rassegna per mostrarne la ramificazione in molte tradizioni: l’angelo del Signore compare nella cacciata di Agar (Gen 16) e nel sacrificio di Isacco (Gen 22), nella vocazione di Mosè (Es 3), nelle tradizioni dell’esodo (Es 23; 32; 33) e della conquista della Terra (Gdc 2); è presente nella storia di Balaam (Nm 22), nella vocazione di Gedeone (Gdc 6) e nell’annuncio della nascita di Sansone (Gdc 13); interviene nelle vicende di Elia (IRe 19; 2Re 1); è responsabile della peste che segue al censimento organizzato da Davide (2Sam 24 // 1Cr 21) e della strage nell’esercito assiro (2Re 19 // Is 37). In questi racconti e in molti altri testi non si tratta solo di un messo, incaricato di trasmettere un messaggio, ma l’angelo del Signore compare come suo delegato per compiere un’opera di accompagnamento, protezione, liberazione e talvolta anche distruzione. In questi passi l’aspetto più problematico è costituito dal fatto che c’è spesso uno scambio di ruoli fra YHWH e il suo mal ‘ak, al punto da non comprendere più chi dei due sia all’opera. Consideriamo un testo emblematico inserito alla fine del codice dell’alleanza come sintetica riflessione teologica sulla vicenda di Israele e proclamato nella liturgia cattolica per la festa degli angeli custodi (2 ottobre): «Ecco, io mando un angelo davanti a te per custodirti sul cammino e per farti entrare nel luogo che ho preparato. Abbi rispetto della sua presenza, da’ascolto alla sua voce e non ribellarti a lui; egli infatti non perdonerebbe la vostra trasgressione, perché il mio nome è in lui. Se tu dai ascolto alla sua voce e fai quanto ti dirò, io sarò il nemico dei tuoi nemici e l’avversario dei tuoi avversari» (Es 23,20-22). All’angelo del Signore viene attribuito ciò che altrove è detto di Dio stesso; Israele è invitato ad ascoltare la voce dell’angelo e fare ciò che dice il Signore, perché la loro parola si identifica; decisiva è infine la formula «il mio nome è in lui» per indicare uno stretto rapporto fra i due. Eppure in alcuni passi la loro distinzione è richiesta dal racconto stesso, come quando YHWH afferma di mandare il suo angelo col popolo, mentre egli non intende accompagnarlo (cf. Es 33,2-3). Per chiarire tale complesso rapporto sono state avanzate diverse teorie, che cercano di valorizzare tutti gli elementi, sia quelli che inducono a una distinzione sia quelli che favoriscono un’identificazione. Sotto la guida di Girolamo e Agostino la tradizione latina ha sostenuto in genere la teoria della rappresentanza, vedendo nell’angelo del Signore un essere creato che è rivestito di autorità divina e agisce in nome di Dio come suo plenipotenziario e con lui intercambiabile. Mentre questa spiegazione sottolinea soprattutto la funzione, la teoria dell ‘ipostasi, adottata dalla maggior parte dei Padri greci e dei più antichi Padri della Chiesa latina, specula sulla natura dell’angelo, riconoscendovi una personificazione di YHWH stesso ovvero la manifestazione del Logos. Alcuni esegeti moderni (ad esempio Lagrange) hanno elaborato invece la teoria dell’interpolazione, ipotizzando - senza sufficienti prove testuali - che la formula «angelo del Signore» sia stata inserita in testi più antichi da redattori tardivi con l’intento teologico di salvaguardare la trascendenza divina. Forse la spiegazione migliore è ancora quella della sostanziale identità, sintetizzata da G. von Rad con una specie di postulato: «Quando si descrive un’azione esclusivamente divina, e trascendente, si trova il nome di Jahvé; quando invece si parla di una manifestazione di Dio all’uomo, a Jahvé subentra il suo

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mal’ak» (GLNT I, 205). Questa espressione dunque può essere considerata un modo con cui la teologia antica ha cercato di superare il diffuso antropomorfismo, per ribadire contemporaneamente sia la trascendenza di Dio, sia la sua vicinanza agli uomini e l’intervento a loro favore. È necessario quindi evidenziare come in tutti questi testi biblici l’attenzione sia rivolta soprattutto alla funzione e l’interesse riguardi il messaggio più che il messaggero. LA SVOLTA APOCALITTICA Dopo l’esilio, con la nascita dell’apocalittica l’angelologia riceve un grande impulso e sulla linea delle antiche tradizioni di Israele crescono le presenze degli angeli nei testi letterari, sia canonici sia soprattutto extra-canonici: si precisa la separazione fra quelli buoni e quelli cattivi, dando origine al ricco filone della demonologia e introducendo l’idea teologica del peccato angelico che ha determinato la corruzione cosmica; intorno al trono divino la presenza angelica viene quantificata con numeri iperbolici e agli angeli viene attribuito il compito di presiedere ai destini delle nazioni (Dn 10,13-21) e vegliare sugli individui (Tb 3,17; Dn 3,49-50); presiedono inoltre agli elementi cosmici e sono anche immaginati come sacerdoti del tempio celeste. Alcuni angeli vengono identificati con un nome proprio, che tuttavia continua a rinviare alla loro funzione svolta per conto di Dio: Michele (“chi è come Dio?”: Dn 10,13.21; 12,1), Gabriele (“eroe di Dio”: Dn 8,16; 9,21), Raffaele “Dio guarisce”: Tb 3,17; 12,14). Altri nomi compaiono negli scritti dell’epoca, ma non canonici. Si delinea così una gerarchia angelica in cui Michele occupa il primo posto e, in quanto guardiano di Israele, viene considerato il principe di tutti gli esseri celesti. L’angelo del Signore inoltre ritorna con insistenza nella prima parte del profeta Zaccaria (Zc 1-6; 12) con il ruolo di “interprete”, cioè figura letteraria con la funzione di spiegare il senso delle enigmatiche visioni. Proprio la presenza dell’angelo interprete, che svolge cioè il ruolo di ‘’uno che spiega”, costituisce un elemento caratteristico del genere letterario apocalittico. Tali novità teologiche costituiscono al tempo di Gesù un argomento di contrasto fra la corrente dei farisei e la classe sadducea (cf. At 23,8). L’enorme e fantasiosa proliferazione di queste figure e delle loro vicende nei testi del giudaismo inter-testamentario influenzano anche gli scritti del NT che presentano le figure degli angeli secondo tale diffuso immaginario e con linguaggio convenzionale, seppure con notevoli differenze fra libro e libro. L’Apocalisse di Giovanni, ad esempio, conosce la massima concentrazione del termine «angelo», che vi ricorre ben 67 volte sulle 175 presenze in tutto il NT; il contrasto è evidente con il Quarto Vangelo in cui il vocabolo compare solo 4 volte, comprendendo anche un versetto criticamente incerto. Fondamentale nell’Apocalisse è il ruolo di interprete che gli angeli svolgono in funzione didascalica ed esplicativa, oltre all’insistente presenza nell’ambito della corte celeste con compito liturgico celebrativo. Mentre in alcuni testi apostolici vengono riprese le schema-

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tizzazioni gerarchiche (cf. Ef 1,21; Col 1, 16) e si introduce anche il nuovo termine «arcangelo» (lTs 4,16; Gd 9), gli Atti degli Apostoli ripropongono il tradizionale schema narrativo in cui gli angeli intervengono nelle vicende degli apostoli per liberarli (At 5,19; 12,7) e sostenerli (At 27,23), soprattutto per incoraggiare il loro impegno di predicazione del Vangelo (At 1,10; 8,26; 10,3). LE CARATTERISTICHE DEL NUOVO TESTAMENTO Nella sostanziale continuità, letteraria e teologica, è tuttavia possibile sottolineare alcune note importanti che caratterizzano il discorso sugli angeli nel NT: essi svolgono una funzione interpretativa della rivelazione e con insistenza viene affermata la loro sottomissione al Cristo glorioso, autentico principe dell’universo. Nei Vangeli la presenza di personaggi angelici è molto ridotta, riguardando soltanto i racconti degli inizi e poi quelli di passione e risurrezione. Marco e Giovanni non raccontano l’infanzia di Gesù e tacciono quindi anche sugli angeli; in Matteo invece compare la formula biblica “angelo del Signore” per indicare colui che informa Giuseppe sul senso della nascita di Gesù (Mt 1,20.24) e sui pericoli che corre il bambino, facendogli da guida nel viaggio in Egitto (Mt 2,13.19); secondo Luca è l’angelo Gabriele che annuncia prima a Zaccaria la nascita di Giovanni Battista (Lc 1,11-19) e poi a Maria quella di Gesù (Lc 1,26-38); quindi l’angelo del Signore rivela ai pastori di Betlemme la nascita del Messia (Lc 2,9.10) e insieme con lui una moltitudine dell’esercito celeste glorifica Dio (Lc 2,13.15). Dall’altro capo del racconto compaiono di nuovo figure angeliche presso il sepolcro vuoto per annunciare e spiegare l’evento glorioso della risurrezione (Mt 28,2.5; Lc 24,23; Gv 20,12). In nessuno di questi casi gli angeli vengono descritti e valutati a sé, ma svolgono piuttosto una funzione ermeneutica per far comprendere in profondità la persona di Gesù e il mistero divino che lo riguarda. Nell’insegnamento di Gesù gli angeli compaiono solo talvolta in immagini paraboliche (Mt 13,39.41.49; Lc 15,10; 16,22) e in formule escatologiche, soprattutto per indicare l’accompagnamento glorioso del Messia nella sua venuta finale (cf. Mt 16,27 Il Mc 8,38 Il Lc 9,26). Interessanti sono inoltre due logia in cui l’argomentazione di Gesù è connessa con la realtà angelica: invitando” a non - disprezzare -i piccoli, egli rafforza il comando parlando dei «loro angeli» che stanno alla presenza stessa dell’Onnipotente quali loro rappresentanti e difensori (Mt 18,10); infine nell’insegnamento di triplice tradizione sulla condizione dei risorti Gesù propone la figura degli angeli come esemplare della vita futura (Mt 22,30 Il Mc 12,25 Il Lc 20,36). Simili immagini presuppongono la comune credenza nell’esistenza di tali esseri celesti, distinti da Dio e dagli uomini. Gli scritti paolini menzionano gli angeli solo 14 volte e in genere li presentano con riserve e limitazioni, sottolineando piuttosto la nuova dignità del cristiano; il loro ruolo è preso in considerazione soprattutto nei quadri apocalittici della parusia, secondo un formulario presente anche nei Sinottici. La nota più caratteristica però sta nell’afferma- zione dell’assoluta supremazia di Cristo rispetto a tutte le potenze celesti (cf. Ef 1,20-21; Col 2,10): gli angeli quindi non devono essere oggetto di culto (Col 2,18), perché sono servitori come gli uomini e come loro piegano le ginocchia per adorare solo Dio e il suo Messia glorificato (Fil 2,9; cf. Ap 19,10; 22,8-9). In particolare l’omelia agli Ebrei inizia la propria trattazione cristologica ribadendo con forza la superiorità del Figlio di Dio e comunque la sua differenza rispetto agli angeli (Eb 1-2): infatti proprio per la sua figliolanza divina e per la solidarietà dell’incarnazione Gesù si trova nella condizione ideale per essere l’unico efficace mediatore tra Dio e gli uomini. In forza di questo egli è l’autentico «angelo dell’alleanza» (cf. MI 3,1), che ha realizzato la comunione fra cielo e terra.

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ACQUA DI MORTE ACQUA DI VITA di Luisa Marnati «Quando busserò alla tua porta avrò fatto tanta strada; avrò piedi stanchi e nudi avrò mani bianche e pure…» Le parole del canto riecheggiano nella mente, nel mio cuore… mi danno la forza di continuare a camminare nel fango, sui detriti, tra le macerie. Brugnato, Borghetto, Monterosso, Vernazza. Piedi stanchi e gonfi, scarponi sempre più pesanti. Il potere dell’acqua della morte che tutto ha ingoiato, trascinato, divelto, strappando i ricordi negli occhi smarriti che non sanno più guardare o cercare. Cuori infranti e inconsolabili, spiriti dilaniati nell’attesa di ritrovare chi è sparito nell’attimo di un respiro, inghiottito dalla marea di fango. Vite spezzate. Mani che non hanno più colore, come tutto attorno. Il colore della morte. Acqua di morte - Acqua di vita. Nel sole che si scioglie nel vento che viene dal mare, sempre più impetuoso, si staglia la statua di San Francesco che benedice il lupo: «Laudato si’ mi’ Signore, per sor aqua, la quale è multo utile et humile et pretiosa et casta.» Una nuova acqua mi dona la forza, la capacità di vedere, sentire, toccare, assaporare e odorare il più pienamente possibile la vita. Sulla porta del convento un’esortazione: «Entra per pregare – esci per amare». Un invito a vivere pienamente la vita con occhi, orecchie e mani aperte in modo da sentire, gustare e accogliere tutto ciò che accade, con una fede-fiducia che ci chiede di andare al di là della scelta tra fuggire e combattere per restare.

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È la lotta contro l’orrore degli scenari, l’impotenza di fronte a tanta devastazione che si trasforma in presenza della mente e del cuore e diviene empatia: consapevolezza e capacità di entrare in intimità con le persone con sollecitudine ed equanimità. «Quando busserò alla tua porta avrò amato tanta gente avrò amici da ritrovare…» È un pellegrinaggio naturale che porta a sentire e scoprire l’energia del luogo, qui e ora. È scoprire che un torrente, una cascata, un albero, le pietre dei muretti a secco hanno qualcosa da comunicarci. Un percorso di vita dove l’importante non è la meta da raggiungere, ma le persone che incontri, che ti sembra di conoscere da sempre o che non incontrerai più. È qualcosa che ti toglie il respiro. Il tempo diluisce e non conta più, si liquefa nell’eterna e sempre nuova dimensione da cui tutto rinasce. «Non più quel tempo. Varcano ora il muro rapidi voli obliqui, la discesa di tutto non s’arresta e si confonde sulla proda scoscesa anche lo scoglio che ti portò primo sull’onda» (Eugenio Montale)

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La luce La luce guardò in basso e vide le tenebre: “Là voglio andare” disse la luce. La pace guardò in basso e vide la guerra: “Là voglio andare” disse la pace. L’amore guardò in basso e vide l’odio: “Là voglio andare” disse l’amore. Così apparve la luce e innondò la terra; così apparve la pace e offrì riposo; così apparve l’amore e portò la vita. “E il Verbo si fece carne e dimorò in mezzo a noi”. (Giuseppe Pellegrino)


Filodiretto

L’INIZIO DEL NUOVO ANNO PASTORALE. LA NOSTRA GIOIA… A TUTTO VOLUME!!!

“La nostra gioia…a tutto volume!!!”. Questo è stato il titolo che ha caratterizzato la festa del ciao all’inizio di questo nuovo anno pastorale. La festa è l’appuntamento che segna l’inizio del cammino del catechismo per i bambini delle scuole elementari e i ragazzi delle scuole medie e, come da tradizione, si è svolta nei campetti di Via Tre Scalini lo scorso sabato 22 ottobre. “Festa del ciao” significa divertimento, gioco, amicizia, fraternità, felicità e comunione. Infatti, attraverso i giochi proposti, bambini e ragazzi sono aiutati a pensare alla loro vita ed in particolare alla loro amicizia con Gesù e al loro vivere inseriti in una grande comunità chiamata Chiesa. I giochi e i personaggi che bambini e ragazzi hanno incontrato erano tutti legati al mondo della musica. Tutte le “star” della musica presenti per questo appuntamento di festa, dal cantante lirico a quello rock, passando per il rapper e il dj, ricordavano simbolicamente che come cristiani siamo chiamati a vivere ogni giorno e in ogni ambiente di vita la nostra fede nella gioia e nella speranza. Qualche volta, infatti, ci dimentichiamo che la nostra

di Claudio Arata

prima vocazione come persone è quella ad una vita felice, bella e piena d’amore. Affidarsi e seguire il Dio di Gesù significa dire sì a questo progetto di felicità, di bene e di amore nel nostro cammino. La seconda parte del titolo della festa, “…a tutto volume!!!”, richiamava all’esperienza della condivisione e della testimonianza. La gioia che nasce dall’incontro con Gesù e con il suo Vangelo non può essere tenuta nascosta in modo egoistico, ma deve trasformarsi in felicità “contagiosa”, donata e condivisa con i nostri amici nell’apertura e nella generosità. Numerose erano le famiglie che insieme ai ragazzi hanno partecipato alla festa e tanti erano i catechisti, educatori e animatori che hanno preparato e animato con passione e fantasia la giornata. Domenica 23 ottobre, durante la Messa che ha aperto il nuovo anno pastorale, catechisti ed educatori hanno ricevuto ufficialmente il mandato di testimoniare con la vita la gioia che nasce dal seguire Gesù Cristo ai bambini e ragazzi in formazione.

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di Claudio Arata

Incontro catechisti ed educatori per l’inizio le del nuovo anno pastora

È inutile pensare di trasmettere una fede alle future generazioni senza fornirle di una grammatica umana. Esse hanno bisogno di sapere cosa la fede dice loro nel quotidiano, nella vita, negli affetti, nelle storie d’amore, nello studio, nel lavoro, nell’incontro con gli altri. Gesù è stato e resta un pedagogo, un iniziatore alla fede. In Lui c’è un’arte nell’incontrare l’altro, nel comunicare con l’altro, nel tessere con l’altro una relazione: l’arte di un educatore alla fede. Gesù, educatore alla fede, è: - uomo credibile e affidabile - uomo che si è “spogliato” per entrare in dialogo - uomo capace di accogliere e di incontrare tutti - uomo che cerca e fa emergere la fede dell’altro - uomo che annuncia il Regno e si decentra rispetto a Dio Il fulcro della fede cristiana: credere all’amore attraverso il volto e la voce di questo amore, cioè attraverso Gesù Cristo.

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Questa è anche la nostra missione come educatori cristiani.

Filodiretto

IL NOSTRO LABORATORIO DELL’EDUCAZIONE ALLA VITA BUONA DEL VANGELO

Anche oggi la fede può essere generata, destata, fatta emergere da chi, volendosi testimone ed evangelizzatore di Cristo: - sa incontrare gli uomini in modo umanissimo - sa essere una persona affidabile, la cui umanità è credibile - sa essere presente all’altro, sa fare il dono della propria presenza - sa, in un decentramento di sé, fare segno a Gesù e, attraverso di lui, indicare Dio, il Dio che è amore

I nostri punti fondamentali nel cammino educativo

EDUCAZIONE E CATECHESI - Testimoniare a bambini e ragazzi la bellezza e la meraviglia di essere creati da Dio a sua immagine e somiglianza - Nel cammino di catechesi far trasparire la paternità e la maternità di Dio - Domandarci sempre: “Su cosa è più importante fermarci?” - Porre al centro della catechesi la persona - Partire dai bisogni, dai desideri e dalle domande dei bambini e dei ragazzi - Interrogarsi sul valore della vita e dell’affettività - Educare alla sessualità come un valore - Recuperare il discorso della cittadinanza - Vivere il Vangelo nella città - Non impegnarsi solamente sui contenuti, ma sullo stile di vita cristiano da trasmettere - Porre attenzione al modo di vivere e di relazionarci con bambini e ragazzi - Stringere relazioni e legami con ragazzi e famiglie


Filodiretto

- Testimoniare il Vangelo con gioia e passione - Dare possibilità differenti di incontri: momenti di preghiera, ascolto di testimonianze, impegno in proposte concrete di carità, incontri con altre realtà cristiane della città e della Diocesi - Pensare ad incontri di preghiera con bambini e ragazzi utilizzando anche la chiesa - Proporre testimonianze di ragazzi e giovani - Integrare il più possibile il cammino di catechesi e l’esperienza dell’oratorio

EDUCAZIONE E LITURGIA

- Nel cammino di catechesi spiegare a bambini e ragazzi il significato dei gesti, delle parole e dei momenti che vengono vissuti nella preghiera, nella liturgia, nella Messa - Continuare a coinvolgere il più possibile bambini e ragazzi nella Messa domenicale, curando in modo particolare i tempi forti (Avvento, Quaresima, Pasqua) - Educare all’interiorità e alla vita di preghiera - Valorizzare negli incontri di catechesi il tempo del silenzio e della preghiera - Far conoscere i luoghi dove è possibile pregare - Proporre a bambini e ragazzi la costruzione di un piccolo angolo della preghiera in casa

EDUCAZIONE E FAMIGLIA - Proporre durante l’anno momenti fraterni di condivisione tra catechisti, genitori e ragazzi - Sensibilizzare i genitori riguardo al tema dell’educazione, in particolare riguardo all’educazione affettiva e all’utilizzo dei mezzi di comunicazione - Continuare a curare la catechesi familiare

“DICONO DI ME” CAMPO QUARTA E QUINTA ELEMENTARE di Alessandro Cian

“Dicono di me”

: questo era il titolo del campo estivo organizzato nella settimana dal 20 al 25 giugno a Belpiano con i ragazzi di 4° e 5° elementare appartenenti alle parrocchie di S.Anna e dei Santi Gervasio e Protasio. È durato sei giorni, ma,come per ogni campo, il tempo è passato in fretta. Ci sono stati momenti di preghiera e di riflessione,curati da don Stefano, durante i quali alcuni animatori si sono travestiti da personaggi del Vangelo e hanno raccontato la loro storia,così da far conoscere ai ragazzi sempre più la persona di Gesù. Questa testimonianza è stata molto apprezzata, infatti i ragazzi facevano sempre domande ed erano molto curiosi. Il campo tuttavia non è solo un tempo di riflessione, è anche un tempo e un luogo dove si conoscono nuovi amici e dove, giocando insieme, ci si diverte molto. In alcuni pomeriggi o dopo le proposte venivano organizzati tornei, giochi o balli di gruppo. Un giorno siamo andati al lago di Giacopiane, una bellissima località sopra Borzonasca; per arrivarci bisogna camminare un po’, ma

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nuta a creare è stata molto bella, sia tra noi animatori, sia tra i ragazzi; ovviamente qualche tafferuglio c’è stato, ma si è trattato di episodi di poco conto, che non hanno influenzato più di tanto

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Filodiretto

in compagnia in un ‘baleno’ siamo arrivati al lago. Alla sera veniva preparato il ‘fuoco’, un momento dedicato ai giochi nel capannone o all’aperto, sul campo da calcio, divisi in quattro squadre. L’atmosfera che si è ve-

il campo. Spero vivamente di poter ripetere quest’esperienza il prossimo anno, perché è stata molto positiva per me e (penso) anche per gli altri animatori e ragazzi. Invito anche qualche ragazzo che forse sta leggendo in questo momento l’articolo a provare almeno un campo estivo, poiché è davvero bello.


Filodiretto

L’ESPERIENZA DEL CAMPO GIOVANI A S.JACQUES Marco Salivetto e Emma Ottanelli

Il campo giovani

di Saint Jacques è stato, come ogni anno, un’esperienza importante nella mia vita. Prima ancora di partire ero già entusiasta di fare nuove conoscenze e di vivere nuove esperienze. Le giornate erano fitte di impegni ma, venendo vissute circondati dagli amici, erano molto meno faticose. I momenti di gioco si alternavano alle proposte di don Stefano, che quest’anno hanno riguardato i primi capitoli della Genesi, un tema interessante anche perché di solito sono abituato ad ascoltare solamente il Vangelo. Abbiamo compiuto diverse camminate, dalle passeggiate alle scalate fino alle vette più alte della Val d’Aosta, dove penso di aver visto il panorama più bello della mia vita. Camminando ho stretto nuove amicizie e ho approfondito quelle che avevo già. Tale esperienza mi ha fatto capire che bisogna sempre essere disponibili verso le altre persone e non restare chiusi nel proprio guscio aprendosi solo con pochi amici. In serata partecipavamo a giochi, cantavamo e danzavamo insieme. Le giornate erano faticose, tuttavia sono passate così velocemente che in breve tempo dalle temperature fresche siamo tornati al caldo e all’afa di Rapallo. Penso di aver trascorso una bella settimana (che consiglio a quelli che non sono ancora venuti) non solo perché mi

sono divertito, ma anche perché ho approfondito la mia fede, grazie a tempi di “deserto” che ho trascorso in solitudine, imparando a sentire Dio come un sostegno nella mia vita. Ho partecipato a tanti campi, capendo che ognuno di essi ha avuto importanza nella mia vita. Quest’anno è stato speciale perché essendo tra i più piccoli si ha un po’ di timore ad esprimere la propria opinione. Ma non è stato così, anzi è stato molto interessante ascoltare le idee e i pensieri dei ragazzi più grandi. Ho capito che, anche se la società in cui viviamo ci induce a pensare che è fuori moda credere in Dio, noi non siamo soli in questo cammino. La settimana al campo passata in fraternità e comunità, ti fa capire che è più soddisfacente pregare insieme ad altre persone, che probabilmente sono diverse da te, ma che sono unite da un interesse comune, cioè Dio. I momenti di gioco e di svago non sono mancati, ovviamente accompagnati anche da qualche piccolo contrattempo, come la perdita della seggiovia! Però siamo riusciti a risolvere anche questo problema. Infine, posso dire che quella del campo è un’esperienza che tutti dovrebbero fare e che io sicuramente rifarò!

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a cura di don Guido

Per il triduo

di Sant’Anna 2010 ho presentato tre luoghi di culto importanti per questa santa (Santuario di Sant’Anna di Vinadio; Santuario di Sant’Anna di Auray in Bretagna; Parrocchia di Sant’Anna di Valdieri). Per il 2011 voglio presentare tre Istituti Religiosi femminili che si ispirano alla mamma della Madonna. Una caratteristica importante,che troviamo poi in comune alle due prime Congregazioni che presento, è l’esperienza positiva, forte, intima e santa della vita famigliare dei rispettivi fondatori. Sant’Anna è una grande donna che nella tradizione cristiana ha avuto notevole importanza. I santi dobbiamo sempre pregarli come protettori, averli come patroni, ma soprattutto prenderli come modelli di vita. Il PRIMO ISTITUTO RELIGIOSO di cui vorrei parlare è la

CONGREGAZIONE DELLE SUORE DI SANT’ANNA La Congregazione è sorta a Torino, nella prima metà dell’800, grazie all’opera di due sposi, Carlo Tancredi e Giulia Colbert, marchesi di Barolo. Carlo Tancredi e Giulia vissero una profonda unità tra loro e una donazione incondizionata al prossimo. Attenti ai segni di Dio e aperti ai bisogni del tempo, accolsero nella loro casa i bambini che venivano lasciati soli o abbandonati lungo le strade perché i genitori non avevano tempo e capacità per prendersi cura di loro. Consapevoli dell’importanza dell’educazione dei piccoli, nel 1834 diedero vita alla Congregazione come strumento della Provvidenza per i piccoli e i poveri, prolungamento nella storia dello stesso atteggiamento di Gesù che accoglie i fanciulli: “Chi accoglie anche uno solo di questi bambini nel mio nome

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accoglie me … Guardatevi dal disprezzare uno solo di questi piccoli” (Mt 18, 5. 10). Le suore furono chiamate a svolgere il loro servizio in vari centri e villaggi, prima nel Piemonte, poi anche nel resto d’Italia, laddove era necessaria la loro opera. A soli dodici anni dalla fondazione, l’8 marzo 1846, la Congregazione delle Suore di Sant’Anna ricevette l’approvazione pontificia. Nuovo impulso alla Famiglia religiosa fu dato da Suor Maria Enrichetta Dominici, che fu Superiora Generale dal 1861 fino alla morte nel 1894. Ne consolidò la spiritualità, sulla via dell’intimità trinitaria, e l’aprì agli orizzonti verso la missione “ad gentes”. Madre Enrichetta desiderava fortemente che Dio e il suo amore fossero conosciuti in tutto il mondo, perché –pensava- “è impossibile conoscerlo e non amarlo”. Per questo nel 1871 mandò le prime missionarie in India. Presenti dapprima a Secunderabad, le suore si diffusero in vari stati indiani; oggi la loro missione in India è la più grande. Nel 1920 è stata aperta una comunità in Svizzera, per un servizio agli immigrati, e nel 1952 le suore sono state inviate negli Stati Uniti per un’opera di sensibilizzazione e animazione missionaria. Negli anni successivi al Vaticano II, la presenza delle Suore di Sant’Anna si è propagata in molti altri paesi: Brasile, Messico, Filippine, Perù, Camerun, Argentina, Albania e Regno Unito. Il 7 maggio 1978 Madre Enrichetta Dominici, per l’eroismo con cui ha vissuto i valori cristiani nella quotidianità, è stata proclamata Beata da papa Paolo VI. La Congregazione è stata posta sotto la protezione di Sant’Anna, madre della Vergine Maria, perché si dedica, come lei, alle giovani generazioni. La spiritualità è incentrata sul mistero della Trinità, che è mistero d’Amore per la salvezza dell’umanità: “Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio Unigenito, perché chiunque crede in Lui non muoia ma abbia la vita eterna.” (Gv 3, 16). La

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ISTITUTI RELIGIOSI ISPIRATI A SANT’ANNA


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vita della Congregazione è riempita da questo mistero: affidati totalmente alla Provvidenza del Padre e animati dallo Spirito Santo, ci si unisce all’offerta del Figlio per la salvezza dell’uomo. Si continua così, con la vita e l’azione, la missione di Gesù per la vera felicità dei fratelli. Si guarda con predilezione a chi è piccolo e povero, cioè al frammento più debole della società: i bambini, i ragazzi, i giovani, coloro che sono inermi di fronte ai pericoli di un mondo che cerca di illuderli con falsi valori, portando nel cuore solo tristezza. Si punta al cuore dell’altro e se ne colgono le domande più profonde; rispettando e valorizzando la dignità di ogni persona, si desidera la sua piena realizzazione secondo il progetto di Dio. Nel rapporto educativo si cerca di coniugare fermezza e dolcezza, esprimendo così la passione per la crescita delle giovani generazioni.

delle Figlie di Maria Immacolata (dette poi Orsoline), fondata a Genova da Giuseppe Frassinetti, della quale fu superiora. Nel 1864, durante un momento di preghiera innanzi al Crocifisso, si sentì chiamata a fondare una comunità religiosa. Incoraggiata anche da papa Pio IX, che la ricevette in udienza il 3 gennaio 1866, la Gattorno decise di impegnarsi più attivamente nell’apostolato abbracciando pienamente la vita religiosa e l’8 dicembre 1866, a Piacenza, con la celebrazione della prima cerimonia di vestizione diede inizio alla Congregazione delle Figlie di Sant’Anna. Per la stesura delle costituzioni dell’Istituto la Gattorno ricorse alla collaborazione del lazzarista Giovanni Battista Tornatore, professore al collegio Alberoni di Piacenza, ritenuto cofondatore della Congregazione: la prima versione del testo presentata alla Congregazione dei Religiosi venne respinta nel 1871, ma il vescovo Giovanni Battista

IL SECONDO ISTITUTO RELIGIOSO FEMMINILE è quello delle

FIGLIE DI SANT’ANNA (F. S. A.) La Congregazione venne fondata da Rosa Maria Benedetta Gattorno (1831 – 1900). Madre di tre figli, rimasta vedova nel 1858 all’età di 27 anni, dopo la perdita di un figlio si avvicinò ancora di più alla fede. Si dedicò più intensamente alla preghiera ed alla cura dei poveri e dei bisognosi, continuando ad occuparsi della casa e dei figli. Aderì alla compagnia secolare

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IL TERZO ISTITUTO RELIGIOSO è quello delle

SUORE DELLA CARITÀ DI SANT’ANNA

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Scalabrini e il cardinale Luigi Vannicelli Casoni autorizzarono Tornatore a rielaborare il documento. A partire dal 1878, le religiose si diffusero in Bolivia e poi in Cile, in Brasile e in Perù; nel 1886, su invito del governo italiano, le Figlie di Sant’Anna aprirono filiali in Eritrea. La Congregazione ricevette il pontificio decreto di lode l’8 aprile 1876 e l’approvazione definitiva dalla Santa Sede il 26 luglio 1892. Alla morte della fondatrice la Congregazione contava quasi 4000 suore in 368 case. La Gattorno, in religione madre Anna Rosa, venne beatificata da papa Giovanni Paolo II in piazza San Pietro a Roma il 9 aprile 2000. L’obiettivo dell’Istituto è l’espansione del Regno di Dio; restituire all’uomo la sua dignità e liberarlo da tutte le forme di schiavitù. L’Istituto nella sua azione cerca di incarnare una missione materna che la fondatrice ha ravvisato nella persona di Sant’Anna, madre della Vergine Maria. Fulcro della spiritualità sono la fede, la speranza e la carità, oltre che la semplicità e la prudenza, la mansuetudine e l’umiltà. L’attività delle religiose si esplica nell’istruzione e nell’educazione cristiana della gioventù, nel servizio infermieristico e assistenziale in favore di malati, orfani ed emarginati, nelle opere parrocchiali, in quella di evangelizzazione e in quelle di promozione umana. Parallelamente alla Congregazione delle Figlie di Sant’Anna sono sorti un ramo contemplativo, uno secolare e uno maschile. Oltre che in Italia, le suore sono presenti nelle Americhe (Argentina, Bolivia, Brasile, Cile, Guatemala, Messico, Perù), in Africa (Angola, Egitto, Eritrea, Etiopia, Kenya), in Asia (Filippine, India, Israele, Palestina) e in Australia. La sede generalizia è a Roma in Via Merulana; al 31 dicembre 2008 la Congregazione contava 1.404 religiose in 219 case.

(in spagnolo Hermanas de la Caridad de Santa Ana) (sigla H.C.S.A.) La congregazione trae origine da un gruppo di volontarie, attive presso l’Hospital de la Santa Cruz di Barcellona, organizzato e guidato dalla religiosa Maria Rafols (1781-1853) e dal sacerdote spagnolo Juan Bonal (17691829). Il 28 dicembre 1804 (giorno a cui viene fatta risalire la fondazione dell’Istituto) questa fraternità, lasciato il capoluogo catalano,si stabilì nell’Hospital de Nuestra Senora de Gracia di Saragozza. Le suore si distinsero particolarmente nell’assistenza ai feriti durante l’assedio francese di Saragozza nel 1808. Il 15 luglio del 1824 la comunità si costituì in Congregazione religiosa e si dotò di costituzioni proprie; il 16 luglio 1825 le prime quattro religiose pronunciarono i loro voti perpetui. L’Istituto adottò il nome di Suore della Carità di Sant’Anna nel 1865, in onore della madre della Vergine: ricevette il pontificio decreto di lode il 13 aprile 1889 e l’approvazione definitiva della Santa Sede il 14 gennaio 1898 (le sue costituzioni vennero approvate definitivamente l’11 marzo 1904). Madre Rafols è stata beatificata il 16 ottobre 1994 da papa Giovanni Paolo II. Le Suore della Carità di Sant’Anna sono impegnate nei campi della sanità, dell’educazione e della promozione sociale; operano soprattutto nei paesi in via di sviluppo. Sono presenti in Europa (Italia, Regno Unito, Russia, Spagna), nelle Americhe (Argentina, Bolivia, Brasile, Cile, Colombia, Costa Rica, Cuba, Ecuador, Guatemala, Honduras, Messico, Nicaragua, Panama, Perù, Venezuela), in Africa (Congo, Costa d’Avorio, Gabon, Ghana, Guinea Equatoriale, Ruanda), in Asia (Cina, Filippine, India, Nepal) e in Oceania (Australia, Papua-Nuova Guinea). La sede generalizia e a Saragozza. Al 31 dicembre 2005 la Congregazione contava 2.445 religiose in 302 case.


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FESTA DI A SANT’ANN


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NICCOLO’ CUNEO (1868 - 1929) INNOVATORE BENEMERITO E FILANTROPO a cura della Segreteria del Circolo C.A.S.A.

Lo scorso 10 settembre, all’im-

brunire, si è tenuta la cerimonia di intitolazione dei Giardini Comunali di Via Tre Scalini, struttura molto apprezzata e frequentata da bambini, genitori e nonni residenti del Quartiere e non, in gestione all’Associazione Circolo Amici di S.Anna C.A.S.A. dal giorno della sua inaugurazione nel giugno 1997. Una cerimonia semplice ma importante con la quale il Sindaco di Rapallo, Avv. M.Campodonico, presente col gonfalone della Città di Rapallo e accompagnato dalle note dell’inno d’Italia suonato dalla banda cittadina, ha scoperto la lapide con l’iscrizione dedicata a Niccolò Cuneo. L’Amministrazione Comunale, ha così completato l’iter iniziato alcuni mesi prima accogliendo la proposta, promossa dal Circolo C.A.S.A. in collaborazione con l’Associazione Culturale Caroggio Drito, di ricordare questo personaggio “Rapallino” del secolo scorso, sconosciuto ai più, ma grazie alla cui opera la nostra città poté essere dotata dell’acqua potabile, un servizio la cui assenza ai nostri giorni è totalmente inconcepibile ma che per allora fu un atto di grande modernità e progresso. L’impianto dell’Acquedotto, così come la Fornace di mattoni fatta erigere dal padre Cipriano per procurare la materia prima per i primi sviluppi edili dell’epoca, significarono, in particolare per S.Anna ed i suoi abitanti l’inizio della trasformazione del territorio con nuove opportunità di lavoro e l’inizio di un progresso, certamente con molte negatività,

ma sicuramente inarrestabile. Nelle parole degli interventi del Sig. Sindaco e successivamente del Sig. Franco Orio Presidente del Circolo C.A.S.A. e dell’Avv. Angelo Canessa, Governatore dell’Ass. Caroggio Drito è stato sottolineata l’importanza della “memoria”, del ricordare cioè e del far conoscere fatti e persone particolarmente signifi-

cativi per la storia della nostra città e che hanno in qualche modo anche contribuito all’evoluzione della nostra civiltà. Nell’aiola centrale dei Giardini, le due Associazioni hanno provveduto a sistemare un pannello stampato con una breve biografia di Niccolò Cuneo, che riportiamo di seguito. …nato a Rapallo, da Cipriano e Benedetta Schiattino, laureato in Ingegneria Elettrotecnica e Meccanica. A Recco impiantò il Gazometro e successivamente la prima officina elettrica portando il beneficio dell’uso del gas e della luce elettrica a Recco, Camogli, Ruta e ad altre lo-

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calità vicine. A Rapallo impiantò, dopo anni di studi e di prove, nel 1909 un grande Acquedotto a sollevamento, provvedendo poi a svilupparlo e perfezionarlo. La mutazione delle condizioni igienico-sanitarie della città, conseguenza della modernizzazione apportata da quest’opera, furono determinanti per lo sviluppo di Rapallo come stazione climatica e turistico- balneare. Per la sua competenza la Commissione Arbitrale di Genova lo nominò arbitro di una vertenza sorta fra le Officine Elettriche Genovesi ed il Comune di Recco; gli acquedotti di Camogli, Sestri Levante e Recco lo chiamarono per la sistemazione e riattivazione dei loro impianti; il Comune di Rapallo lo nominò perito nella cessione dell’Officina del Gas da parte del Governo al Municipio. Durante la Grande Guerra, non andò al fronte per limiti anagrafici, ma venne nominato Commissario Comunale delle opere federate di assistenza

e propaganda nazionale nella Sezione di Rapallo: si occupò di assistenza a famiglie e militari, vedove, orfani, combattenti bisognosi, polizze, pensioni, certificati, notizie dei parenti al fronte. Si meritò in questo modo la Cro ce di Cavaliere. Dalla fine della Guerra, e sino alla fine dei suoi giorni, tornò ad occuparsi ancora dell’Acquedotto, del suo potenziamento e adeguamento ai crescenti bisogni di Rapallo. Anche nell’ultimo atto della sua vita confermò la sua bontà e sensibilità disponendo un particolare legato a tutti i suoi operai e alcuni lasciti (Asilo Infantile, Orfanotrofio Emiliani, Opera Nazionale Balilla Sezione di Rapallo, Ospizio Tasso). Per il fecondo lavoro e le civili virtù, a perenne memoria della Città di Rapallo. Rapallo, 10 settembre 2011


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PER CONOSCERE IL PASSATO: CAPPELLETTA di Mario Fazzini

Poche erano le famiglie

che La maggiore produzione era comunque il grano. un tempo abitavano nella zona della Cappelletta, Il frumento forniva farina per l’alimentazione che allora era coltivata a grano e alberi da frutta della famiglia, mentre la paglia era una risorsa per (ad esempio fichi, cachi, prugni); queste famiglie l’allevamento del bestiame. Per la lavorazione e avevano in genere una mucca nella stalla, che rap- la trebbiatura erano necessarie delle macchine da presentava una garanzia perché forniva il latte e i trebbia, che dovevano essere portate sulle aie delle famiglie a spalla non suoi derivati, oltre al solo dai loro proprieconcime per l’orto. I tari, che venivano frutti invece venivadietro compenso, ma no venduti in misura anche dagli uomini ridotta sul mercato più forti del quartiecittadino, ma la re. E qui nascevano maggior parte della grossi problemi. Le produzione veniva attrezzature erano ceduta ai grossisti, voluminose e pesanche provvedevano a ti (oltre il quintale), inviarla nelle città le strade o sentieri come Genova e sostretti e i rami degli prattutto a Milano. alberi impedivano Questi negozianil passaggio. Allora ti rispondevano ai era utile chiamare nomi di Aste ( vuli figli di Tognu de go Bia) di S. Maria, Selan che, essendo i Macchiavello (vulpiù forti della zona, go Deo) sempre di provvedevano alS. Maria oppure in l’operazione per convia Laggiaro Zeresentire il trasporto ga (vulgo Mingo U delle macchine fino Gallettu). alle piazzole su cui Ritornando alle fasi sarebbe dovuto miglie numerose trebbiare. della zona, la magLe aie di trebbiatura giore era quella di Famiglia Pastene,Tognu de Selan per poche famiglie Pastene, conosciuto erano a fondo di meglio come Togniu cemento, per altre de Sellan; abitava nella TORRE, oggi nota come Torre di Maumari. famiglie invece venivano preparate con un sistema Per accedere a detta abitazione o Torre vi era antico. Si impastava lo sterco di mucca che, una una strada-sentiero, che costeggiava la proprietà volta liquefatto, veniva sparso al suolo in modo delle fornaci a monte delle pozze o laghi che uniforme; quando questo seccava, era come una erano sempre della proprietà delle fornaci. Tutto lastra compatta che non permetteva ai chicchi di il territorio tra le vie Puchoz e Roccabruna, oggi grano di disperdersi, mentre ai lati perimetrali si occupato da villette e palazzine, era coltivato a stendevano delle lenzuola appese con delle corde. Non si doveva perdere nessun chicco di grano. grano e ortaggi.

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il padre era massaro della Parrocchia di Rapallo, i figli erano tutti portatori di Cristi e massari del quartiere. Vorrei ricordare che un anno, per la festa della Madonna di Montallegro, i Cristi durante la processione furono portati tutti dai fratelli Pastene, ovviamente una famiglia stimata da tutti. Ricordo che il padre Antonio morì mentre stava mungendo le mucche; ho sempre nelle orecchie la voce della moglie Angiolina che chiamava soccorso, mentre accorrevano i vicini Malatesta, Croce, Fazzini, Gardella,Luxardo. Allora solo queste famiglie abitavano nella zona; oggi il quartiere S.AnnaCappelletta è una piccola città, una Parrocchia con migliaia di abitanti.

PER CONOSCERE IL PASSATO: LA COSTRUZIONE DELLA STRADA PER S. QUIRICO DI ASSERETO

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La paglia, preziosa per l’alimentazione delle mucche,veniva poi messa nella cascina accanto alla stalla. A questa festa di lavoro tutti erano chiamati a partecipare per dividere la fatica gratuitamente, in cambio solo di un bicchiere (sempre a disposizione) seguito da battute festose. Vorrei tornare a parlare della famiglia di Tognu de Selan. Pastene Antonio era il padre, sposato a Valle Rosa chiamata Angiolina. Dalla loro unione nacquero Rosa nel 1905, Adele nel 1906, Michele nel 1908, Giovanni nel 1910, Battista nel 1911,Vittorio nel 1913, Vittoria (Nena) nel 1917, Pietro (l’ unico ancora in vita) nel 1920, Luigi nel 1922 e Maria nel 1926. Era una famiglia devota:

di Mario Fazzini

Gli abitanti di S. Quirico di Assereto, frazione di Rapallo situata sulle alture della nostra città, per scendere verso il centro utilizzavano una strada detta RISSEU, dal fondo a ciottoli molto difficile (quasi impossibile per chi avesse dei problemi di deambulazione) da percorrere. All’estrema periferia della città, dietro la torre Baratta, detta strada si diramava in due direzioni, una a scendere verso S. Anna e una verso Rapallo. I frazionisti che si recavano in paese ad ogni viaggio portavano, naturalmente a spalla, o un carico di legna o altri prodotti della loro terra, che avrebbero venduto in Laggiaro a U Gallettu (osteria-trattoria di Via Laggiaro) oppure, verso S. Anna, a Olivari in Via Mameli, altro grande negozio di alimentari. La strada a scendere questi frazionisti la percorrevano scalzi, con le scarpe appese dietro, per poi calzarle alla periferia una volta vicini alla loro meta. Vendute le mercanzie,facevano rifornimento del necessario per la famiglia, poi tornavano sempre con pesi sulle spalle. Enorme era la fatica a scendere, enorme a salire. Terminata la guerra,verso il 1945-1946, si rendeva necessario costruire una strada carrabile che arrivasse a quel quartiere. Allora si pensò di formare un comitato di abitanti locali che volontariamente lavorassero alla realizzazione dell’opera, da eseguirsi ovviamente a picco e pala visti i tempi, in

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cui non si conoscevano i potenti mezzi di scavo di oggi. Definito il percorso con il sostegno del Comune, si diede inizio ai lavori. Il comitato dei lavoratori volontari (che tra l’altro erano molti) era capeggiato da Salvatore Arata di San Quirico, che organizzava i numerosi volontari. L’intervento della costruzione iniziò da via Mameli, precisamente dalla località detta SIGGI, da dove già partiva una strada, percorribile a stento da un carretto, che proseguiva verso Cappelletta e oltre fino a S. Quirico. Presto i lavori furono fermati all’inizio della salita oggi via Puchoz, all’altezza della abitazione di “Pino l’ortolano”, oggi villa abitata dalla famiglia della figlia, dottoressa Piaggio. Il motivo era dovuto alla concessione delle terre dove doveva transitare la strada, ma presto, superate le difficoltà, si riprese ad avanzare tra mille peripezie. Abbozzati altri tre-quattrocento metri ci fu un altro intoppo per il lavoro. Si era all’altezza delle proprietà da una parte della famiglia Vignolo, dall’altra della famiglia Noce. I Noce, sfollati da Genova durante la guerra, erano un fratello ingegnere, uno avvocato, una sorella professoressa di matematica e una laureata in agraria (cosi dicevano). La famiglia Vignolo era costituita da un fratello sacerdote, dalla sorella Stefania e da un altro fratello chiamato avvocato ( in realtà non lo era, però si


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attribuiva il titolo del padre, un tempo Procuratore del Re in Torino); il terzo fratello,Vittorio, viveva in Centro America. Tra le due compagini ebbe inizio una disputa per la spartizione delle canne di bambù che erano nate lungo il confine fra le due proprietà. Per una settimana si fece a botte; il manente della famiglia Noce, un certo Pietro Botto, raccontava che faceva bollire pentole di acqua e sale per fare gli impacchi alle ecchimosi provocate dalle botte. Fermati i lavori in attesa del sereno, intervenne allora Filippo Fazzini, il quale, convocato il gruppo dei lavoratori con il capo Salvatore, fece loro una proposta.”Se voi spostate il cantiere sulla mia proprietà, più a monte, io vi offro una botte di vino.”. L’offerta fu accettata in attesa che le due famiglie portassero a termine la disputa. Gli attrezzi furono trasferiti nella proprietà Fazzini e questi, messa la spina alla botte, lasciava aperta la porta della cantina, mentre la strada prendeva corpo verso S.Quirico. Le difficoltà erano enormi, i mezzi di lavoro i soliti (picco e pala); fra un sorso e l’altro di bianco si andava avanti verso la meta. Passato un certo periodo, la disputa fra le due famiglie contendenti si placò. Il gruppo dei lavoratori capeggiato da Salvatore ritornò più a valle, dove si era lavorato in precedenza, ricongiungendo il tracciato con quello già realizzato più avanti. Il percorso in quel tratto fu più pacifico visto che i proprietari, essendo persone responsabili, erano più propensi a lasciare passare sulle loro proprietà la strada, una volta capitane l’importanza, anche

se dovevano sacrificare qualche albero di ulivo o di fico. Si arrivò a Sellano attraversando tutta la campagna ad uliveto, e da lì fino a S. Quirico. Il territorio, essendo a castagneto, agevolava la prosecuzione dell’opera. Si deve sottolineare che tutti gli abitanti e proprietari della zona attraversata dalla strada,affinché si realizzasse l’opera, si erano tassati offrendo giornate di lavoro ovviamente gratuite; anche il parroco di S. Quirico in veste talare, con picco e palanchino, affiancava i lavoratori. Il suo esempio stimolava ciascuno a offrire più giornate, onde dimostrare la volontà di adesione. Dopo l’attraversamento della zona boschiva, con tanta fatica si arrivò sotto la Chiesa di S. Quirico; pensate che soddisfazione, che gioia per tutti: fu un traguardo meraviglioso. La strada, anche se appena abbozzata, ovviamente non asfaltata, pur con tante difficoltà poteva essere percorsa con dei mezzi, il che rappresentava un vantaggio enorme per tutta la comunità. Gli abitanti delle zone attraversate dalla via, ancora in terra battuta, invitavano i propri congiunti e i giovani a munirsi della parente e di un’automobile. Ricordo che un certo“ Luigin de Figallu” diceva al proprio figlio: “ Studia, studia che poi te cattu u Camiu.”. La strada veniva percorsa anche se non asfaltata; solo dopo il 1958, pezzo per pezzo, fu steso il manto d’asfalto. I prodotti non venivano più portati a valle a spalle, il lattaio- postino-oste (di nome Arata Agostino) scendeva alle sei a ritirare il latte con il camioncino.

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SESTIERE CAPPELLETTA

di Bruna Valle

Nei giorni compresi

fra il 23 e il 26 luglio 2011 in parrocchia abbiamo festeggiato la nostra patrona Sant’Anna. Anche quest’anno, come sempre, la festa è stata caratterizzata da momenti sentiti e partecipati. Per tre settimane noi massari abbiamo raccolto offerte per le vie del sestiere e abbiamo partecipato numerosi alle funzioni religiose. Il giorno 23 i nostri giovani, nella chiesa parrocchiale, hanno preso parte alla suggestiva cerimonia dell’offerta dei fiori a Sant’Anna a conclusione del triduo a lei dedicato. La sera del 24, presso la piazzetta adiacente all’antica chiesetta, don Guido ha celebrato la santa messa all’aperto alla presenza del nostro parroco e di tutti noi massari, che abbiamo collaborato alla preparazione dell’altare per la celebrazione eucaristica con la statua della Santa; per l’allestimento abbiamo scelto fiori arancioni, privilegiando il colore del nostro sestiere. La cerimonia è stata molto toccante e raccolta; al termine, vi è stata una grande esplosione di luci e di colori con lo spettacolo pirotecnico realizzato dalla ditta “Tigullio” di Giovannino Bavestrello. La sera del giorno 26 la solenne processione con l’arca della Santa e due Crocefissi, accompagnata dalla banda cittadina, ha attraversato le vie della parrocchia con una grande partecipazione di fedeli. Il sestiere Cappelletta ha portato in processione il suo stendardo; prima della partenza dall’antica chiesetta sono stati sparati i tradizionali ventuno colpi di saluto, cui ha fatto seguito una sparata con il ramadan allestita con fede e devozione dai massari. Ringraziamo di cuore tutti coloro che, come ogni anno, durante la questua sono stati generosi con le offerte che ci hanno permesso di organizzare una bella festa.

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ANZIANI E PERSONAL COMPUTER

Il progetto

“Anziani e personal computer” nasce dalla richiesta delle persone della zona di S.Anna e dalla volontà di entrare in rete con il territorio attraverso l’adesione al progetto “Età libera” in collaborazione con il Comune di Rapallo (Servizi Sociali distretto 14), su progetto della Regione Liguria, della Fondazione Carige e con, ente capofila, l’Associazione Auser. Alcuni anziani, specialmente uomini, chiedono di poter partecipare a corsi diversificati su Personal Computer (di base oppure specifici per diversi programmi). Per questo abbiamo ritenuto indispensabile il dovere di farsi carico di un intervento specifico anche verso queste persone, non solo per esprimere una “vicinanza”, ma anche perché crediamo che mantenersi attivi ed interessati, quando ci si è ufficialmente ritirati dal lavoro, sia il modo più “sano” di affrontare il nuovo stile di vita. Si pensa di rispondere in base alle richieste degli utenti, per essere più utili a quanti pensano di frequentare i nostri mini-corsi.

a cura di Rita Mangini Si affronteranno, nel tempo, tematiche di base del PC, quali ad esempio l’introduzione all’uso dello strumento, le basi del sistema Windows con i suoi accessori o l’utilizzo delle mail e la navigazione in internet. Inoltre si offriranno, per chi può essere interessato, approfondimenti per l’uso di diversi programmi comuni come Word, Excel, Powerpoint, o software di fotoritocco, uso di fotocamera digitale, gestione di immagini etc. I corsi saranno, inoltre, corredati di dispense. La metodologia sarà quella del rapporto amichevole tra persone che vogliono costruire “rapporti” e non trasferire semplici “nozioni”. L’aspetto innovativo più visibile riteniamo possa essere la possibilità offerta alle persone di avvicinarsi alle nuove tecnologie che oggi sono certamente a portata di tutti, ma che tutti dovrebbero imparare ad usare per avere una migliore qualità della vita.

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UN PRESEPE DA NIENTE Io ho in mente un presepe da niente. Un bambino Gesù, un bambino soltanto, posato nella culla da tante manine dei bimbi del mondo. Io ho in mente un presepe da niente. È Gesù che viene tra tanti bimbi che si vogliono bene. (Renzo Pezzani)

Agli affezionati lettori la redazione porge i più fervidi auguri natalizi

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Ed Egli sarà chiamato...

Salvatore del mondo Santo di Dio Sommo sacerdote

Gv 6,35

Lu 4,34

Pane della vita

Eb 4,14

Gv 6,35

Principe della pace

Da 7,13

Is 9,6

In caso di mancata consegna restituire all’Ufficio GE/CMP2 Aeroporto. Il mittente si impegna a pagare la relativa tassa. ■ Trasferito ■ Insufficiente ■ Rifiutato

Figlio dell’uomo

■ Sconosciuto ■ Deceduto


Camminiamo Insieme 3/2011