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I nassaioli sono i pescatori di aragoste essi fanno la pesca con le nasse. Le nasse da aragoste sono grandi ceste di giunchi intrecciati, canne sottili e stecche rotonde di legno. Sono alte circa 1 metro e 20 e fatte a tronco di cono; hanno due aperture, gli orli delle aperture sono rovesciati in dentro e prolungati verso l’interno della cesta. Le due bocche interne fluiscono a punta; così le aragoste che sono entrate nella nassa, non possono uscire da essa. La nassa è un ordigno molto semplice, forse è una delle prime invenzioni fatte dall’uomo; poi l’uomo ha inventato ordigni più complicati, i meglio riusciti sono quelli per dare la morte all’uomo. In mezzo alla nassa è teso un pezzo di lenza; a esso si attacca l’esca, sono pezzi di pesce o piccoli pesci interi, essi fanno nell’oscurità dell’acqua una luce fosforescente. L’aragosta vede, entra nella nassa per mangiare; poi ci resta. La nassa è fondata sull’illusione; quando l’aragosta si accorge che ha sbagliato, è troppo tardi per imparare. Ci sono nasse per tutti nella vita; quelle per gli uomini non sono meno semplici di quelle per le aragoste, la storia umana è fatta di nasse. Sull’acqua galleggiava un grosso sughero; era il segnale delle nasse. L’acqua aveva il colore che ha nei posti rocciosi e profondi, era scura come se dentro di essa fosse ancora notte; faceva voglia di sentire se era acqua o una sostanza minerale — Che fondale c’è? — domandai. — Quaranta braccia — disse il padre. C’erano 72 metri d’acqua. Pensai alle aragoste che camminavano tra le rocce con le loro gambe lunghe e sottili, e si portavano addosso quel grande peso d’acqua. Pensai che la natura ha messo meraviglie in tutte le cose che ha fatto, anche in una cosa semplice come l’aragosta; e è da essere soddisfatti anche a essere un’aragosta, mi dissi; invece c’è chi non è soddisfatto neanche d’essere un uomo. Uno dei figli pescò dall’acqua il grosso sughero, a esso era legata una sagola o corda sottile; tirò. Gli altri due figli aiutarono a tirare.

“Si sente qualcosa?” volevo domandare, ma ebbi paura di parlare. Mi pareva che si dovesse sentir vibrare le aragoste dentro le nasse ancora giù nel mare profondo. “ Neanche se fossero leopardi ” mi dissi. Ma ero eccitato; quando si è eccitati, sembra che debbano succedere soltanto cose straordinarie. Pescare è un gioco; e io provavo l’eccitazione che si prova quando si partecipa a un gioco; è un’eccitazione che fa soffrire, e piace di averla perché fa soffrire. Pescare aragoste è soltanto un gioco di fortuna; non c e abilità in esso, né lotta di forza o d’astuzia tra l’uomo e la bestia; è come tirare un numero dal sacchetto della tombola. Ma si può vincere o perdere, come in tutti i giochi; e io volevo che loro non perdessero. Loro pescavano per il pane; ma non solo per questo volevo che non perdessero; se perdevano, avrebbero creduto che io non gli avevo portato fortuna. Se si porta fortuna, si sta bene, ci sembra che l’universo ci voglia bene, sia d’accordo con noi; se non si porta fortuna, si sta male. Non sapevo che cosa portavo quel giorno; ero eccitato anche per questo. C’era il silenzio che c’è su una barca da pesca quando si sta per sapere come è andata; se io lo rompevo parlando, forse non si sarebbe più ricostruito, sarebbe stato come guastare una cerimonia. Venne su una nassa poi un’altra; erano legate tra loro da una corda d’erba. Le due nasse erano vuote, non ci fu neanche da aspettare di vederle per saperlo, una bestia viva dentro di esse avrebbe fatto sentire il suo spavento anche prima di uscire dall'acqua. Nessuno nella barca disse niente; quelli che trattano con la fortuna, evitano di mostrarle una faccia scontenta o contenta, non si può mai sapere come lei la prende; Presero dall’acqua un altro segnale di sughero; il padre mi disse che ora avrebbero tirato su dodici nasse legate insieme. Mi disse che le nasse le mettevano in mare a gruppi di due o di dodici. — Perché ? — gli domandai. — Si è sempre fatto così — disse lui. Forse le aragoste hanno una preferenza per certi numeri, purtroppo sono cose trascurate nei


libri di aritmetica. Ci sono grossi difetti anche nelle scienze così dette esatte. Nelle nasse c’erano una ventina di aragoste; In una di esse c’era un grosso polpo. Le aragoste facevano un rumore piacevole di acqua sbattuta freneticamente, poi la frenesia continuava anche quando la nassa era all’asciutto sulla barca; ma allora si vedeva la bestia sbattere la coda, muovere le gambe e le antenne, il rumore che faceva era secco, come un rumore di spatola sbattuta su una tavola, e pareva una cosa che brucia, avvolta dal fuoco, e si sbatte per staccarsi le fiamme e per la sofferenza che prova, ma non può fare niente per spegnere il fuoco e far cessare la sofferenza. Non pareva che dovessero morire, che poi per esse ci fosse quell’avvenimento irreparabile chiamato morte; pareva che dovessero continuare a sbattersi, come si scarica un orologio, e poi a un tratto fermarsi, non perché erano morte, ma perché era finita la carica, come in un orologio. Erano violacee e rosee, c’era come una delicata gentilezza in esse. Sotto avevano la terribile bocca d’osso, come uno schiaccianoci, con essa spaccano conchiglie durissime, che ci vorrebbe il martello per spaccarle. Il polpo era nell’ultima delle dodici nasse; quando la nassa fu tirata su, e il polpo apparve, il silenzio sulla barca cessò. — Bandito — disse il padre, e sputò nell’acqua. I figli dissero anch’essi qualcosa; non erano cose piacevoli per il polpo. Io rimasi neutrale, ora è una cosa molto in uso nella grande politica; mi dispiaceva che nella nassa ci fosse il polpo, ma mi piaceva vederlo così vivo, con la sua forza disseminata nei grossi tentacoli, con la pelle che cambiava colore rapidamente come passano i pensieri su una faccia, orribile e cattivo, ma deciso a vivere, perciò bello come tutte le cose che si mettono contro la morte e le fanno resistenza. Nella nassa c’erano i gusci di due aragoste; gambe di aragosta sparse, antenne; il polpo aveva mangiato, quelli erano gli avanzi della tavola. — Bandito— disse ancora il padre come vide gli avanzi; li guardava con ira e

rancore. Se nella nassa entra un polpo, anche un polpo piccolo, l’aragosta non entra; se il polpo entra quando l’aragosta è già dentro, l’aragosta sa che deve morire. Si mette più distante che può da esso; intanto diventa molle, quasi flaccida, è la paura che ha; i pescatori dicono che allora l’aragosta “ ha la febbre ”. Forse trema come chi ha la febbre; molte cose che succedono sott’acqua sono ancora sconosciute, come molte che succedono sopra. Poi il polpo si muove, avvolge l’aragosta coi suoi tentacoli, con essi la soffoca; poi con la sua bocca di pappagallo la succhia. Nella nassa restano gli avanzi. Nella nassa può entrare anche una murena. La murena è un pesce, ma è una vipera; striscia sinuosa e morde come la vipera, tiene la testa fuori delle rocce dove è nascosta, e la muove continuamente guardando e cercando, è quello che fa una vipera nascosta tra le pietre arse dal sole. Se nella nassa c’è un’aragosta, la murena non entra nella nassa; l’aragosta ucciderebbe la murena, se la mangerebbe. Ma se nella nassa c’è un polpo, la murena entra; la murena si mangia il polpo. Se in una nassa si trovano un polpo, una murena un’aragosta, essi stanno fermi qualche tempo, si guardano si studiano, ciascuno ha le sue idee, la sua paura, il suo coraggio, mettono in ordine i loro piani; ora la storia di quel mondo in una cesta sott’acqua dipende da chi farà prima l’attacco. Uno di essi resterà vivo; può essere il polpo, può essere la murena o l’aragosta; a esso è riservata la soddisfazione di essere ucciso e mangiato dall’uomo.

Vittorio G.Rossi ci fa riflettere, con le sue storie di nasse e di aragoste, che sono le nostre storie che si ripetono tutti i giorni. Stacchiamo anche noi un momento, indulgiamo ad ascoltare, ad aspettare. Anche il Natale è nell‘Attesa; quindi si prolungherà ancora per tutto l‘anno,

Buon ANNO ,nell‘attesa di un altro Natale.


Natale di nasse e aragoste