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Sonia Cosco

[Italia]

LA CONCHIGLIA DI MAEVA

Alice scoprì di essere stata una stupida fino all'età di 17 anni e qualche mese. «Non avevo capito niente», dice con sarcasmo mentre osserviamo due piccioni zampettare impacciati e curiosi al parco di Nervi. Io mi stringo il cappotto in un abbraccio consolatorio, perché fa davvero freddo, mentre Alice sulla panchina accanto a me sbocconcella la focaccia ed elargisce qualche briciola ai due pennuti. «Avevo invece altre certezze, imparate a memoria dal libro delle perle di saggezza firmato da mia madre e mia zia». Osservo Alice con la coda dell'occhio e intuisco che quel giorno mi avrebbe regalato una storia, una delle mille storie che tira fuori dal cilindro magico dei suoi viaggi in Africa, Giappone, Australia, Cile. Il giubbotto di pelle, lo zaino in spalla e le sneakers raccontano un'età diversa da quella anagrafica, perché invece di 40 anni sembra una ragazzina con lo sguardo mai sazio. Le invidio quell'aura da eterna fatina della neve, mentre io, a neanche trent'anni, mi sento ingolfata da urgenze emotive, ansie, aspettative non riuscite, come fossi il gigante Atlante e la vita mi pesasse sulle spalle. L'ho conosciuta all'università - lei abbondantemente e allegramente fuori corso - e da allora almeno una volta all'anno ci incontriamo, su una panchina, nel parco di Nervi e lei parla, mentre io sono sempre stata brava ad ascoltare. La storia di oggi è una delle più belle e la trascrivo su questo foglio perché è vera e perché, chissà, forse qualcuno ha voglia di leggerla. «Mia madre e sua sorella sono una coppia perfetta: a casa mentre prendono il tè, con il cane al guinzaglio lungo via XX Settembre, nelle boutique di Camogli a scegliere l'ennesimo costume da sfilata. Quando avevo dieci anni e mio padre era morto da cinque, ormai non ricordavo neanche più il suo volto; i ricordi erano sepolti da raccomandazioni, leggi non scritte, galatei. Arrivai al quarto ginnasio, Liceo Classico Andrea D'Oria, con numerose certezze su chi frequentare, cosa indossare, quali parole pronunciare. Vivevo in un sordo silenzio penetrato da un fischio costante, mentre dormivo, facevo i compiti, leggevo riviste e giornaletti idioti. Ero diventata una pentola a pressione, pronta a esplodere da un momento all'altro. La ragazzina che mi ha salvato dalla compressione a caldo si chiama Maeva, era la mia compagna di banco e veniva dalla Polinesia. Quando l'insegnante la presentò alla classe sentii che qualcosa s'incrinava nel blocco monolitico in cui mi ero imbozzolata. Maeva era un animaletto esotico in libertà e osservavo con interesse antropologico i vestiti colorati che mia madre avrebbe definito di dubbia qualità e i capelli neri, lunghissimi, raccolti in una treccia spessa. Seduta in seconda fila davanti all'anziana professoressa Guerra che blaterava qualcosa sulla quantità delle vocali latine, mi sdoppiai diventando mia madre e immaginavo l'incontro tra lei e Maeva. Se mi concentravo riuscivo a rappresentarmi la maschera di finta compiacenza e il sorriso tirato della dama di beneficenza che porge la mano alla piccola tahitiana per darle un buffetto sulla guancia. Sentii un brivido che non sapevo spiegarmi fosse un antidoto a mia madre o una connivenza di sensibilità tra lei e me. Passarono circa due mesi. Maeva aveva socializzato con la classe, parlava poco solo con me, perché io la tenevo a debita distanza. Condividevamo da brave compagne i libri da portare e qualche commento sui professori. Da dove venisse e cosa ci facesse a Genova, erano informazioni che avevo carpito in palestra dai pettegolezzi delle altre.


“È nata a Tahiti, ma i genitori quando lei aveva un anno si sono trasferiti prima a Parigi e l'anno scorso qui. Il padre sembra abbia fatto fortuna con il commercio di olio di cocco”. E chissà perché, a questo punto, esplodevano in quelle risate da cretinismo adolescenziale e io, per non sentirmi inadeguata, mi univo a loro. Era solo invidia: Maeva era la più bella e la più brava della classe; fiera delle sue origini, riservata e intelligente, lo sguardo diretto e aperto che disarmava chiunque. Poi arrivò il primo liceo. Le donne di casa come avvoltoi aleggiavano sulla mia vita privata da almeno un anno e mezzo e, considerata l'inappropriata indifferenza alla mondanità da parte della sottoscritta, decisero di organizzare una festa per il compleanno. La classe era ovviamente il punto di partenza per la distribuzione dei volantini che sarebbero poi dovuti pervenire (secondo le disposizioni delle generalesse) ai maturandi delle sezioni F e G, dove c'era la massima concentrazione di giovani promesse della futura classe dirigente genovese. Quando porsi il biglietto a Maeva, il suo sorriso si aprì come un ibisco rosso. La sera prima della festa, fantasticai a lungo sull'evento mondano, ma senza alcuna gioia. Avevo un'unica ansia: lo sguardo rapace di mia madre. Poi pensai a Maeva, presi un atlante geografico, cercai Tahiti e mi persi, insieme a quell'arcipelago da favola, nell'oceano Pacifico. Chiusi gli occhi, di lì a poco era già l'indomani e mia madre stringeva mani chiedendo agli ospiti come stessero le rispettive mamme direttrici di banche, mamme presidentesse di fondazioni, mamme mogli di ricchi industriali. Quando spuntò Maeva le strinse la mano e le indicò il tavolo con il buffet, come se l'unica che avesse fame fosse l'indigena polinesiana dal cappottino non griffato. Io arrossii imbarazzata, mentre Maeva sembrava a suo agio. Secoli fa era una ragazzina timida e silenziosa, ora lasciava i capelli lunghi cadere sciolti e sensuali sulle spalle e in quei tre anni, il viso già bello, aveva perso le goffe rotondità dell'adolescenza. Era il colmo, al mio debutto in società, Maeva conquistava il mondo mentre io facevo da tappezzeria alla sala. Lei si accorse che la guardavo con insistenza e si avvicinò. “Alice vieni di là in corridoio? Ti vorrei dare una cosa”. Mi prese per mano e con il cuore in gola la seguii. “Nelle isole dell'Oceania, da dove vengo io, è molto importante quella che si chiama la cultura del dono. Si ritiene che, quando fai un dono, da una mano all'altra non passi solo l'oggetto, ma anche lo spirito del donatore che i maori chiamano hau”. Prese un sacchetto dalla tasca chiuso da un grosso fiocco di rafia. “Alice, questo è per te. Avrei voluto esserti amica sin dall'inizio, ma qualcosa ce lo ha impedito. Spero che questo regalo ti faccia piacere”. Aprii il sacchetto: dentro c'era una conchiglia nautilus e un bigliettino. “Mia madre – disse – mi raccontava da bambina questa fiaba bella ma triste”, e Maeva cominciò a leggere: 'Un tempo viveva tra i coralli una sirena che soffriva per un amore, ed era talmente infelice che a poco a poco il corpo cominciò a chiudersi, a restringersi, a consumarsi. Quando la sera piangeva e si lasciava trasportare senza volontà dalle correnti marine, sentiva crescere dentro di sé qualcosa di duro e coriaceo. Il cuore cominciò a stillare madreperla, che si avvolse su se stessa, e per ogni emozione provata il nuovo vestito calcareo si tingeva dei colori della passione, della gelosia, della rabbia. L’acqua di mare, il silenzio, il tormento riempivano i giri e gli anfratti della spirale e della sirena non rimase che un guscio indurito. La sirena non esisteva più, rimaneva solo il rifugio che aveva costruito. Il dolore aveva partorito dentro di sé un labirinto di madreperla dove l'anima sarebbe rimasta intrappolata per sempre, mentre il corpo ormai era un ricordo lontano. Era diventata conchiglia'. Maeva alzò gli occhi dal foglio: “Alice, non diventare anche tu conchiglia”. Questo dunque fu il regalo della piccola tahitiana». Alice interrompe il racconto per indicarmi con il dito uno scoiattolo che si è avvicinato impavido alle nostre gambe. «Da anni – continua – impedivo alle emozioni di parlare l'unico linguaggio che hanno l'obbligo di usare: quello del cuore. E i mesi successivi non pensai né a feste, né a rampolli dell'alta società, né a voti. Volevo solo stare con Maeva e con lei ridere, fare i compiti, sorseggiare cioccolate. Giorno


dopo giorno mi immersi nel suo passato fatto di radici e natura incontaminata, di speranze e sogni realizzati, di difficoltà e di discriminazioni non palesi ma sotterranee. Quando mia madre capì quello che stava succedendo, fece una scenata; ma non mi interessava, ero libera, forse egoista, ma respiravo, finalmente. Ed ero felice. Durò poco perché Maeva tornò a Parigi con la famiglia prima della fine dell'anno e prima che le potessi rivelare che mi ero innamorata di lei. Avevo 17 anni e mezzo e per la prima volta presi consapevolezza che ero stata per troppo tempo una ragazzina stupida, ottusa, vigliacca. Ci abbracciammo forte, commosse ed emozionate, ma nessuna delle due pianse. Non la rividi mai più. Ma l'anno dopo il diploma lasciai Genova e cominciai a viaggiare per il mondo. Quando guardo la conchiglia che porto sempre con me, sono certa che, grazie a quella ragazzina speciale, non mi trasformerò mai in un guscio vuoto e triste».


La conchiglia di maeva di Sonia Cosco