Page 1

Alice Gallo

[Italia]

MARWA

Gli occhi di Marwa sono grandi. Grandi e incredibilmente scuri, come quelli dei cartoni animati giapponesi, dalle forme spropositate e dalla dolcezza immensa. I suoi sono proprio così: dolci. Mi sono persa in quegli occhi la prima volta che li ho guardati con attenzione. Conosco Marwa da tanto tempo, ma i suoi occhi mi sono familiari da poco. Ora nel suo sguardo so leggere con precisione, soddisfazione e tristezza, entusiasmo e serenità; e forse non è lontano il momento in cui sarò in grado di leggervi anche l’amore. Gli occhi di Marwa sorridono. Non sorridono nel modo in cui raccontano i grandi scrittori: sorridono semplicemente di una pace interiore che nessuno, io per prima, è capace di capire. Insieme ai suoi occhi dolcissimi, ogni tanto sorride anche il suo viso morbido e allora, se mi mostro disinteressata e distratta, posso ammirare le profonde fossette che le si scavano sulle guance piene. Marwa voglio ricordarmela così: mentre sorride, serena, del tutto distante dal nostro mondo pieno di violenza; con gli occhi dolci e le fossette marcate della persona meravigliosa che è stata, è e sarà sempre. «È già arrivata?» Sara mi guarda sorridendo, quasi a prendere in giro il mio entusiasmo. «Certo, il giorno in cui sei partita per la montagna». Senza che io sappia perché, il cuore mi balza agitato sotto la pelle e sento l’emozione farmi mancare le parole. Sono sicura che questo incontro mi cambierà: non so bene quale parte della mia coscienza farà scattare, ma sono certa, dentro di me, che Marwa riuscirà a segnare una svolta. «Com’è?» «Porta sempre il velo», risponde Sara. Come se un velo potesse definire una personalità. Ma in quel momento, all’età di dieci anni, non commento quelle parole. Sono troppo piccola, ancora troppo priva di pregiudizi e troppo emozionata. Faccio un passo in avanti e ritorno subito indietro, dondolandomi sulle gambe già muscolose, mi mordo le labbra e penso. Penso a tante cose da fare, tante cose da dire, anche se alla fine non me ne ricorderò nemmeno una. «Eccola». Sussulto, impercettibilmente, perché la sorpresa non è mai abbastanza. Forse la mia testa se lo aspettava. Guardo in direzione del dito di Sara, che senza pudore punta verso una bambina a pochi passi di distanza. È… normale. Il mio primo pensiero stupisce perfino me stessa. Non capisco perché, ma mi aspettavo che Marwa fosse diversa, quasi un’aliena, un’abitante di un mondo in cui le cose sono capovolte. E invece eccola lì, stretta nei suoi jeans perfettamente normali, nella sua maglietta verde perfettamente normale, nella sua scorza da essere umano perfettamente normale. Solo la carnagione scura, quegli occhi innaturalmente buoni e quell’hijab dal colore vivace la rendono qualcosa di appariscente: un’immagine dalla bellezza struggente, simile ad un fiore rosso appena sbocciato, in un campo di fiori in tutto simili a lui, tranne che nel colore.


È circondata da persone che la osservano con la coda dell’occhio, ma non osano rivolgerle la parola; mentre lei si difende con la forza di uno sguardo profondo e con la potenza del suo silenzio. Un silenzio che mi graffia all’istante, facendomi sentire sola e terribilmente ingenua. Poi Marwa volge gli occhi verso la mia direzione e, quando i nostri sguardi si incrociano, non posso fare a meno di sorridere. «Voglio davvero aiutarti», penso. «Voglio che tu sia felice». E sembra quasi che lei intuisca. I suoi occhi, neri e dolcissimi, si allungano in un’espressione che non dimenticherò mai. Sorride, anche lei, ma il suo sorriso non ha paragoni. Mi sento speciale. In quell’attimo mi sento speciale ed importante, più di quanto lo sia mai stata nella mia vita appena all’inizio. Mi siedo accanto a lei sul pullman, risvegliandola dal suo stato di apparente alienazione. Sta ascoltando la musica, ormai lo so, ed evito di rivolgerle anche una sola parola che non sia «ciao», perché so che non sentirebbe. La guardo distrarsi per un secondo dalla canzone, con uno sguardo sorpreso e sereno, e poi riguadagnarsi il suo spazio personale. Sorrido e sistemo lo zaino davanti ai miei piedi; appoggio la testa al sedile e rimango a guardare il soffitto dell’autobus, senza particolare interesse. Penso per un momento alla scuola, ai compiti, allo studio, ai pochi compagni che sono felice di rivedere; ma alla fine non riesco a non guardare alla mia sinistra. Mi sento noiosa, ma sono sicura che, in realtà, a Marwa faccia piacere parlare con me. Scuoto leggermente il suo braccio e lei, girandosi a guardarmi, sfila gli auricolari dalle orecchie. «Il volume è troppo alto», le ripeto per la millesima volta, «Diventerai sorda». Per un secondo si preoccupa, ma cambia subito espressione. «Io non divento sorda». Mi scappa una risatina quando mi rendo conto che con lei non c’è niente da fare. Potrei dirle cento volte le stesse cose, ma farà sempre solo quello che vuole: in questo mi assomiglia molto. «Dai, fa’ sentire». Mi porge subito uno degli auricolari. È felice, lo vedo nella sua espressione. Quando ascolto la musica insieme a lei, anche sopportando il volume altissimo, so di farla contenta. Probabilmente sente di condividere qualcosa con me, qualcosa che le appartiene, e allora sorride. Mette su una delle sue canzoni arabe, dal ritmo cantilenante e dal testo struggente, la sua preferita. Il titolo non lo ricordo, perché per me è troppo difficile memorizzare l’arabo. Questa mia caratteristica la fa ridere: non riesce a concepire il fatto che io ascolti la sua musica e il testo non voglia dire niente per me. «Davvero tu no capisce niente?», mi ha chiesto una volta. Io le ho rivolto uno sguardo fin troppo eloquente. «Non posso capirlo: non so l’arabo». Lei ha aggrottato gli occhi in una strana espressione. «Fa paura». A quel punto non ho potuto far altro che ridere. Ma lei sembrava convinta delle proprie parole, assorbita da una riflessione che forse non aveva mai affrontato. «Tu ascolta e non capisce niente, io capisce tutto… fa paura!». La sua espressione mi rimane negli occhi, anche mentre la guardo cambiare canzone. Posso dire qualunque cosa, ma dentro di me so di apprezzare la musica araba: non tanto per le sue sfumature o per le sue qualità, quanto più perché è qualcosa che la mia mente occidentale non riesce ad includere nella sfera definita normalità. E ogni tanto sento estremamente il bisogno di staccarmi dalla mia quotidianità, da quello che la mia cultura ha impiantato nella mia mente, per cercare di avere una visuale più ampia del mondo, della sua immensità. La canzone che ha selezionato mi invade le orecchie e i pensieri all’improvviso. È tedesca, l’ho scelta io e l’ho passata sul suo telefono perché la ascoltasse. Sono contenta che le piaccia. «Ti piace?» Lei sorride e per me è già una risposta. «Moltissimo». «Domani vieni da me?»


Non ho neanche valutato la cosa prima di proporgliela. Mi osserva un po’ sorpresa, ma il suo sorriso non si spegne. «Domani?», mi chiede. «Domani». «Va bene». Si gira verso il finestrino e non riesco a leggere la sua ultima espressione. Percepisco questo giorno un po’ come un primo appuntamento. Non che io provi verso Marwa un qualche sentimento più profondo dell’affetto, ma nutro comunque per lei una specie di ammirazione inusuale. Ammirazione per i suoi movimenti infantili, per il suo sorriso e i suoi occhi così dolci, per il suo silenzio persistente. Da quel primo giorno in quinta elementare, Marwa non ha mai smesso di armarsi del proprio silenzio. Sento suonare il campanello e corro alla finestra: in cortile la macchina di suo padre ha una porta spalancata e lei aspetta immobile davanti all’ingresso. Scosto le tende e le faccio segno di entrare. Quando mi vede, non sorride. Cerco di non farci caso, ma non sono abituata a queste situazioni. Abbandono la mia postazione e scendo al piano di sotto per farla entrare. Voglio accompagnarla, voglio che non si senta sola, proprio come quel giorno di quinta elementare. Raggiunta la mia camera, sembra che tutto torni a posto: Marwa sorride di nuovo e si guarda intorno quasi meravigliata dalla quantità di oggetti intrisi di memoria. In un angolo c’è anche una nostra foto, appoggiata sulla scrivania apposta per l’occasione. «Ti piace?» Non esprime mai giudizi: devo sempre chiedere io cosa pensa, ma non mi dà fastidio. Annuisce, mentre osserva un poster appeso alla parete, proprio sopra il mio letto. Le concedo il tempo di ambientarsi, ma presto il silenzio scende e nemmeno la novità le permette di trovare qualcosa con cui passare il tempo. Aspettavo questo momento, ma ora che è arrivato, non so bene come dare forma ai miei pensieri. «Posso chiederti una cosa?» Alza gli occhi su di me senza diffidenza, perché il tempo le ha consigliato di fidarsi. Aspetta che vada avanti e nel frattempo rimane seduta sul letto di mia sorella. «Posso toglierti il velo?» La mia domanda la sorprende, forse più di quanto abbia fatto ogni altra situazione della sua vita. Una strana quiete prende forma nello spazio che ci separa, come se ci fossimo liberate, entrambe, da un gran peso. In casa non c’è nessuno e la sua risposta mancata crea un silenzio denso di attesa. Mi guarda confusa, incapace forse di comprendere la mia richiesta: io, dal mio letto, aspetto che prenda una decisione. Spero nella sua volontà, ma non la forzerei mai. «Io mi tolgo il velo e tu lo metti», mi propone. Sorrido, perché finalmente si è sciolta. Sento che il suo scambio ha un senso ed è un senso profondo che va al di là della nostra stessa volontà, oggi. Nella mia mente appare per un secondo l’immagine di una donna che si taglia i capelli per dar forma alla propria personalità, alla propria volontà di cambiare. Accetto le sue condizioni, incapace di trattenere la mia emozione. Mi alzo in piedi subito, la raggiungo e faccio alzare anche lei, con delicatezza. La porto poco più in là, chiudo la porta della stanza e chiudo gli occhi. Per la prima volta percepisco le mie mani come strumento di una forza superiore, come mezzo di un cambiamento potente, per quanto invisibile. Le stendo, nel buio che è calato dietro le mie palpebre, verso il suo viso. Lo sfioro una prima volta, lo accarezzo, ma sta tremando. Impercettibilmente, Marwa sta tremando. Cerco di ingoiare l’amarezza che mi invade e porto le dita sulla sua fronte. Con un gesto deciso, ma dolce, le sfilo l’hijab dal capo. I capelli, più lunghi di quanto avessi immaginato, le ricadono liberi sulle spalle. Così, dal nulla, in quel momento mi viene da ridere e mi lascio attraversare da una risata improvvisa e liberatoria, a cui si unisce subito la sua. Ridiamo insieme, ridiamo e nemmeno sappiamo perché. Poi apro gli occhi.


«Sei bellissima». Non posso nemmeno pensarlo, che già l’ho detto. Marwa sorride, con il più meraviglioso dei suoi sorrisi. I capelli neri e spessi, lunghi fin sotto le spalle, le scivolano ai lati del viso come disegnati da un pittore pieno di talento. Le fossette le marcano i lati delle guance piene, mentre gli occhi, illuminati da una luce nuova, si sono fatti sottili sottili per la felicità del momento. Mi abbraccia spontaneamente, mi stringe, animata da un entusiasmo tutto nuovo. «Grazie». Prende l’hijab dalle mie mani e me lo posa sulla testa, arrangiandolo come meglio riesce. Le mani le tremano ancora e non riesco a trovarla una cosa sciocca. «Ecco, ora sei musulmana», mi dice. Ride, con una risata cristallina che nemmeno nei sogni ho mai udito. È felice, felice, felice. «Ce l’ho fatta», mormoro. Lei continua a ridere e non credo ne avrà mai abbastanza. Marwa voglio ricordarmela così: mentre sorride, serena, del tutto distante dal nostro mondo pieno di violenza; con gli occhi dolci e le fossette marcate della persona meravigliosa che è stata, è e sarà sempre.

Concorso letterario nazionale Lingua Madre CASELLA POSTALE 427 - Via Alfieri, 10 - 10121 Torino Centro info@concorsolinguamadre.it www.concorsolinguamadre.it

Sviluppo progetto e Ufficio stampa Daniela Finocchi (Responsabile progetto) Via Coazze 28 - 10138 Torino tel/fax 011 4476283 - cell 3474592117 d.finocchi@concorsolinguamadre.it

Marwa  

Racconto finalista del Concorso Lingua Madre 2010