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Salento: Che fare? - numero 11

Solidarietà agli operai della Filanto Il calzaturificio Filanto di Casarano nel 1991 aveva un fatturato di 316 miliardi, ha venduto 11,5 milioni di paia di scarpe l'anno, cinque stabilimenti in cui occupava circa 3.000 dipendenti. Le condizioni di lavoro erano pessime: paghe inferiori ai minimi salariali, sistema della doppia busta, livello di inquadramento inferiore, ritmi di lavoro esasperati, pressione dei dirigenti a velocizzare la lavorazione, ambiente di lavoro e di sicurezza insano. I lavoratori sottostavano ad un clima di terrore che li costringeva a sottostare ad ogni tipo di angheria. Nessuno denunciava tali ingiustizie. Le istituzioni, partiti, sindacati, chiesa, scuola, università, amministrazioni pubbliche, associazioni, ecc. hanno mantenuto sempre il silenzio e l'indifferenza se non con la complicità per partecipare agli interessi dell'azienda. Un parlamentare di sinistra di Casarano, su un periodico locale, rimproverava gli imprenditori ad essersi fidati della destra in quanto la sinistra gli avrebbe garantito, invece, maggiore sviluppo e profitti. Si registra un solo caso di denuncia avvenuto più di vent'anni fa attuato dal giudice della Procura di Lecce, Cataldo Motta, oggi procuratore aggiunto antimafia, il quale, in riferimento ad un'inchiesta sul calzaturificio Filanto, dichiarò al settimanale Panorama: “Per la prima volta si sta mettendo sotto accusa un sistema imprenditoriale fondato sullo sfruttamento, il sottosalario, l'evasione fiscale e contributiva (…) Lo scandalo vero è che tutte queste cose erano ben note da anni. Lo sapevano tutti, ma nessuno è mai intervenuto in modo radicale” (222/84). L'indagine, poi, è rimasta ferma presso altro ufficio giudiziario. La Filanto non ha mai ammesso l'adesione dei lavoratori ai sindacati. Quanti si iscri-

vevano rischiavano il licenziamento. Oppure pressati dalle istituzioni affinché si cancellassero. Su Panorama n. 222/84 sono state pubblicate delle interviste ad operai che riferivano dell'intervento di un sindaco e di un maresciallo dei carabinieri affinché desistessero dall'idea di iscriversi ad un sindacato per ottenere rispetto. Già nel 1992, Filanto avviava la delocalizzazione della fabbrica. In sostanza si trattava di questo: siccome il costo del lavoro in Italia è troppo alto, siccome bisogna competere in un contesto mondiale, bisogna produrre in paesi dove la manodopera costa pochissimo per sfruttare al meglio la differenza tra costo di produzione e prezzo di vendita. Produrre all'estero e licenziare in Italia, produrre a basso costo per avere più profitti, questa è la globalizzazione. Nel 1998 Filanto ha aperto le porte ai sindacati. Tutti si aspettavano un miglioramento delle condizioni. E così è stato. Per un semplice motivo: i sindacati hanno appoggiato la politica di delocalizzazione e di licenziamento degli operai. Con l'entrata dei sindacati in fabbrica gli operai non subiscono più terrore ed angherie perché non ci sono più in fabbrica. I sindacati prima hanno costretto lavoratori ad accettare una politica di ribasso con diritti negati, precariato e riduzione di paghe. I sindacati propagandavano di mantenere un posto di lavoro misero e sfruttato invece che non averlo per niente. Poi hanno firmato il loro licenziamento o la loro messa in cassa integrazione. A partire dall'anno 2000, dopo aver beneficiato di agevolazioni per l'occupazione, Filanto ha licenziato più di 2.000 operai ai quali veniva ritardata anche la retribuzione delle ultime spettanze fino alla protesta del 30 aprile 2004. Gli 850 lavoratori rimasti sono stati licen-


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ziati e riassunti con contratti precari presso quattro fabbriche dello stesso Filanto ma recanti un nome diverso. La produzione, però, è sempre rimasta la stessa perché gli stabilimenti sono stati trasferiti prima in Albania e Romania, ora in Egitto, Etiopia ed India. Filanto licenzia perché trasferisce la fabbrica nei paesi più poveri dove, con il ricatto della miseria e della fame, ottiene una manodopera sempre più a basso costo. In questi paesi, con lo stipendio di un operaio italiano si pagano 100 operai africani o asiatici. Filanto licenzia gli operai, quindi, per ottenere sempre maggiori profitti e sempre a scapito e sulle spalle dei lavoratori. Questa speculazione non ha fine e Filanto ha cercato di chiudere lo stabilimento Labor di Patù e licenziare 120 operai. Il licenziamento non è riuscito grazie alla mobilitazione ed alla lotta degli operai dell'intero gruppo industriale culminato con lo sciopero di Casarano del 10 aprile 2007. La mattina di questo giorno tutti gli operai sono rimasti fermi nel piazzale sfidando anche il titolare, cavaliere Antonio Filigrana, sopraggiunto per convincerli a desistere da ogni forma di protesta e riprendere il lavoro. Ma nessuno ha accettato la provocazione, nemmeno il fantomatico numero di 57 operai che un giornale locale diceva favorevoli al padrone e pronti ad affrontare gli scioperanti. Grazie a questa protesta, Filanto ha dovuto revocare i licenziamenti e garantire l'occupazione ed il reddito agli operai. E' stata una iniziativa storica dei lavoratori che per la prima volta hanno attuato una battaglia per il

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mantenimento occupazionale, costringendo i sindacati a non firmare misure espulsive e ad appoggiare la lotta. I lavoratori Filanto hanno mantenuto compatti lo sciopero nonostante la campagna negativa svolta nei lori confronti dagli organi di informazione. La lotta degli operai della Filanto deve essere sostenuta da tutta la popolazione, esprimendo solidarietà e partecipando alle loro iniziative di protesta. La lotta degli operai della Filanto deve essere anche la lotta di tutto il popolo salentino affinché sia un passo concreto per combattere tutte le ingiustizie ed i soprusi a cui i lavoratori sono sottoposti.


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Continua lo sciopero degli operai alla FIAT-SATA di Melfi per protestare contro l'aumento dei ritmi di lavoro Nella primavera del 2004 i lavoratori della Fiat di Melfi hanno effettuato uno sciopero di 21 giorni per protestare contro i massacranti ritmi di lavoro e le facili sanzioni disciplinari irrogate dall'azienda a scopo ritorsivo e ricattatorio. In pratica, chi non sottostava alle velocità di lavorazione imposte veniva accusato anche per qualsiasi motivo in modo che alla quarta sanzione scattava il licenziamento. All'esito dello sciopero la Fiat ha dovuto desistere dal suo comportamento. Ma solo per il momento, perché con il passare del tempo ha ripreso il medesimo comportamento vessatorio. Il 14 maggio 2007 la Fiat ha fatto arrivare tramite un'agenzia 160 operai con contratto interinale (dei 318 messi fuori nei mesi precedenti). Fra questi vi è anche un operaio promotore del “comitato 318” che viene subito individuato e assegnato nelle postazioni più critiche e più pesanti e costretto a licenziarsi. L'ingresso degli interinali serve alla Fiat come giustificazione per aumentare la produzione e “spalmare” le operazioni di lavoro nelle postazioni in modo diverso. Con l'occasione introduce anche fra le operazioni di lavoro un nuovo compito per gli operai. Gli operai devono controllare gli altri operai. E' un sistema di mettere un lavoratore contro l'altro. Nel concreto con la nuova organizzazione del lavoro, la FIAT aumenta la produzione, i ritmi di lavoro e introduce nuove operazioni di lavoro, il tutto dopo averlo fatto passare nella preposta “commissione fabbrica integrata”. In sostanza, la Fiat fa svolgere il lavoro che dovrebbero fare 100 operai da un numero nettamente inferiore in modo che risparmia sui costi. Dai pochi operai addetti pretende un aumento della produttività tramite la velocizzazione delle lavorazioni. Questo

comporta massacro psico fisico, malattie ed infortuni. Lo stesso giorno 14 maggio 2007, sul turno di notte gli operai si fermano dalla UTE n. 1 alla UTE n. 3 per due ore contro i nuovi ritmi di lavoro imposti dalla FIAT e ratificati dai sindacati confederali. Gli stessi sindacati che avevano svenduto la lotta del 2004 e che oggi hanno solo l'interesse di ottenere l'adesione ai loro Fondi Pensione piuttosto che occuparsi dei problemi dei lavoratori. I ritmi spropositati sono così evidenti che non si può far finta di niente e la FIAT già dal giorno successivo assegna un altro operaio in più (dalla UTE n. 1 alla UTE n. 3). È un piccolo passo in avanti ma non sufficiente, tant'è che quando le linee non si fermano in molte postazioni di lavoro, poiché i ritmi sono intensi, gli operai assegnati nelle medesime postazioni di lavoro vengono aiutati dal diretto collaboratore del Capo UTE, il CPI (Conduttore Processo Integrato). La nuova organizzazione del lavoro non può comunque andare avanti in questo modo perché i CPI devono svolgere anche altre attività fra cui quello del recupero delle difettosità riscontrate sulle vetture. Quindi cosa fare? La Fiat ha deciso che gli operai che non ce la fanno vanno spostati in altre postazioni di lavoro e sostituiti da altri lavoratori fra cui quelli interinali. Partono nel frattempo anche alcune minacce di fare alcuni provvedimenti disciplinari. Nonostante tutto il problema persiste, perché molte sono le postazioni di lavoro critiche che non permettono un normale svolgimento del proprio lavoro durante tutta la giornata lavorativa, pertanto, il giorno 25 maggio 2007 dalle ore 20.00 parte un nuovo sciopero alla UTE n. 3. Immediatamente si ferma la produzione nella UTE n. 3, subito dopo si ferma anche la produzione nella UTE n. 1.


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La Fiat tramite il Gestore direttamente responsabile dell'officina 77, cerca di organizzarsi immediatamente e chiama alcuni operai (la maggior parte con contratto interinale) a svolgere il lavoro degli operai in sciopero. E' una vera provocazione. A questo punto gli operai in sciopero chiedono la solidarietà degli operai che nel frattempo erano rimasti sulla linea (quelli assegnati alla UTE n. 1) che era ferma e anch'essi incrociano le braccia e si blocca nuovamente la produzione. Si ritorna sulle linee alle ore 21.20 a dieci minuti dalla fine del turno di lavoro, il tempo necessario per non perdere anche la mezzora retribuita di mensa.

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Sì proprio così, se gli operai scioperano fino all'ultimo minuto a Melfi la Fiat decurta anche la mezzora di mensa retribuita. Appena ci saranno le condizioni, se la Fiat non ridurrà i ritmi di lavoro, gli operai dovranno di nuovo scioperare. La Fiat interverrà riducendo i ritmi di lavoro o si inventerà qualche altra cosa ? Un operaio della FIAT SATA di Melfi


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I Lavoratori dei Servizi Ambientali Fino a qualche decennio addietro il servizio di nettezza urbana veniva svolto da ogni Comune dotato di propri mezzi e personale. Il personale veniva assunto direttamente alle dipendenze della amministrazione comunale di competenza la quale garantiva la stabilità del posto di lavoro e la retribuzione mensile. Con l'avvento della privatizzazione, il servizio di raccolta rifiuti e di pulizia urbana è stato esternalizzato a società private. Il servizio oggi viene svolto dai privati organizzati anche tra di loro in ATI (associazione temporanea di imprese) ed i lavoratori addetti non sono più dipendenti comunali ma delle società private. Con quali conseguenze ? I lavoratori sono assunti con contratti precari: a termine e a tempo parziale (part time) e le retribuzioni non sono sicure. I lavoratori hanno contratti anche al minimo dell'orario dovuto e, cioè, per 18 ore e mezza la settimana. Questo non gli consente di percepire una retribuzione degna di sopravvivenza. La precarietà li sottopone a continui ricatti in quanto devono sottostare ad ogni richiesta aziendale senza protestare in modo di poter ottenere un contratto a tempo pieno e indeterminato. Molte di queste società spariscono o falliscono senza dare le paghe. Altre sono state coinvolte in inchieste sulla criminalità organizzata. In pratica, la privatizzazione ha comportato la possibilità di arricchimento per degli imprenditori, alcuni senza scrupoli, a scapito di un servizio pubblico di rilevante importanza e necessità e, soprattutto, a scapito dei lavoratori addetti. Bisogna tenere in conto che queste società private beneficiano sempre dei finanzia-

menti pubblici. In pratica, la privatizzazione non ha comportato un risparmio per i cittadini i quali sono obbligati a pagare tasse di smaltimento rifiuti e pulizia ambientale sempre più care. Il servizio ambientale deve ritornare di gestione pubblica e non privata. Intanto i lavoratori addetti devono essere tutelati. Le amministrazioni comunali devono intervenire per far rispettare i diritti dei lavoratori, garantire la retribuzione e trasformare i contratti precari in contratti stabili aumentando il monte ore settimanale e rendendo il rapporto di lavoro a tempo indeterminato. Diversamente, se i sindaci e le amministrazioni dei Comuni non intervengono, significa che sono complici delle ingiustizie commesse da queste società alcune di queste ritenute appartenere ad associazioni di stampo mafioso.


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INCIDENTI SUL LAVORO Continua lo stillicidio di morti sul lavoro. I fatti giornalieri concorrono alle cronache di una strage. Le istituzioni danno una parvenza di interesse a risolvere il dramma. In realtà non avviene nessun cambiamento ed i lavoratori subiscono continui incidenti anche mortali. Una delle cause è la mancata predisposizione di mezzi e sistemi anti infortunistici ritenuti dalle azienda troppo costosi, oppure elementi che frenano la produttività. La produzione aumenta con l'aumento della velocità di lavorazione. E' un dato economico che un prodotto è tanto più competitivo quanto viene fabbricato nel minor tempo possibile. La velocità della lavorazione, però, non permette di rispettare le regole di sicurezza. Non permette di effettuare un lavoro con attenzione e precisione. Ciò crea motivo di incidenti ed infortuni. Inoltre, aumentare i ritmi di lavoro e ridurre ed abolire le pause ed i riposi significa maggiore produzione, ma anche maggiore rischio di incidenti per stanchezza e mancanza di lucidità. I governi italiani - nel 1997 quello di sinistra e nel 2003 quello di destra - hanno abolito il limite dell'orario giornaliero fissato nel 1924 in otto ore. In base alla legge n. 66/03, un lavoratore può essere obbligato a lavorare anche 16 ore al giorno senza alcun aumento di retribuzione. Il limite della giornata di otto ore è stata una grande conquista dei lavoratori culminata anche con gli eccidi dell'8 marzo e del 1° maggio per cui oggi si festeggia la ricorrenza. La richiesta di limitare la giornata lavorativa a massimo otto ore era motivata con il fatto che più ore di lavoro provocavano maggiore stanchezza psico fisica. A causa

della stanchezza avvenivano maggiori incidenti. La stessa legge n. 66/03 che ha abolito le otto ore, prevede che possono beneficiare di una pausa di 15 minuti per il riposo solo coloro che svolgono un lavoro ripetitivo e monotono e solo dopo le prime sei ore di lavoro. Pausa che non costituisce un diritto del lavoratore ma una concessione del datore di lavoro. Se il lavoratore decide di utilizzare la pausa dopo sei ore di lavoro contro la volontà del datore, è passibile di sanzione disciplinare per insubordinazione punita anche con il licenziamento. E' chiaro che il lavoratore evita di riposarsi per non perdere il posto di lavoro. Ma è chiaro anche che la stanchezza e la perdita di lucidità provocano incidenti la cui colpa viene posta sempre a carico del lavoratore, ritenuto disattento. Questi sono gli effetti delle legge italiana. Pertanto, non si può parlare di soluzione della problematica degli infortuni se non si aboliscono queste leggi, se non si abolisce la legge n. 66/03, se non si affronta la questione dei ritmi di lavoro. Le imprese, per risparmiare sui costi, non predispongono adeguati mezzi, né attrezzature anti infortunistiche. Sempre per risparmiare sui costi, gli imprenditori assumono personale non specializzato e senza esperienza in modo da pagarli di meno. La mancanza di conoscenze e di informazioni è una causa degli incidenti. Le imprese che maggiormente ricorrono a questi espedienti sono quelle pressate dal contenimento dei costi rispetto agli introiti stabilito da un appalto. Il prezzo con cui un'impresa concorre per l'aggiudicazione di un appalto è frutto di un calcolo complessivo dei costi di esecuzione.


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Quanto più riduce i costi, maggiore è la possibilità di aggiudicarsi la gara di appalto. I costi che in genere si riducono sono proprio quelli destinati alla sicurezza in quanto ritenuti non produttivi. La conseguenza è l'esposizione agli incidenti. Esposizione che aumenta vertiginosamente con i subappalti. In questi casi la riduzione dei costi è ancora maggiore perché il subappaltante ottiene per il medesimo lavoro un prezzo di appalto minore. Il subappaltante per ricavare degli introiti deve risparmiare sui lavoratori e sulla loro sicurezza. Appare chiaro che occorre abolire tutte le leggi e le norme che permettono il subappalto e disporne il divieto totale. Il subappalto è stato sempre una causa degli incidenti sul lavoro al punto che quello di manodopera, come il caporalato, era stato vietato dalla legge 1369/60. Ebbene, prima la legge Treu, poi la legge Biagi hanno abolito la legge n. 1369/60 e liberalizzato i subappalti di manodopera e legalizzato il caporalato con il lavoro interinale ed a somministrazione. I lavoratori assunti con contratti flessibili e precari, come il lavoro a termine, part time, a progetto, a chiamata, ecc., sono maggiormente esposti agli infortuni. La loro condizione di ricattabilità li obbliga a non protestare e ad accettare lavorazioni pericolose o, comunque, faticose, compresi ritmi elevati e senza sicurezza. Pertanto, non è vero che le istituzioni vogliono eliminare la strage delle morti sul lavoro. I partiti ed i governi tutti sono stati promotori di leggi che facilitano ed aumentano gli incidenti sul lavoro. E' chiaro che finché esisterà questo sistema economico che si basa sullo

sfruttamento delle persone, il problema degli infortuni non sarà mai risolto ed i lavoratori saranno destinati a rischiare la vita. Ma intanto è importante ed obbligatorio combattere affinché vengano abolite tutte quelle leggi che facilitano gli incidenti e gli infortuni. Quindi occorre immediatamente ottenere l'abolizione della legge n. 66/03 e ristabilire l'orario massimo di lavoro ad otto ore al giorno; l'abolizione delle leggi che permettono il subappalto e stabilire il divieto del subappalto e del caporalato; l'abolizione del lavoro interinale ed a somministrazione; l'abolizione totale della legge Treu e della legge Biagi; l'abolizione di ogni forma di precarietà e flessibilità del lavoro. Queste leggi sono una barbarie che ci hanno portato indietro di secoli e sprofondato nell'inciviltà, nella sudditanza feudale. Il prezzo che si paga non è solo una retribuzione inferiore o il licenziamento, ma la sopravvivenza stessa. Pertanto, la loro abolizione è la cosa più immediata da ottenere.


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TFR e PENSIONI: RIFORMA o ABOLIZIONE ? Il governo Berlusconi prima, quello Prodi poi, hanno emanato una legge che obbliga i lavoratori a dare la propria liquidazione ai Fondi pensione. Sul punto è stata sollevata una grande confusione provocando incertezza tra i lavoratori che corrono il rischio di intraprendere decisioni sbagliate. Proviamo a fare chiarezza; a capire come mai il TFR non sarà più corrisposto dopo quasi un secolo; come mai le pensioni sono state previste dal 1800 ed ora si parla che spariranno. Con il decreto legislativo n. 252/05, è stato disposto che entro il 30 giugno 2007 i lavoratori del settore privato devono decidere a quale Fondo di Previdenza destinare il proprio TFR (Trattamento di Fine Rapporto), la cosiddetta “liquidazione”. In pratica, i soldi che sarebbero stati corrisposti al momento della fine del rapporto di lavoro (licenziamento, dimissioni o pensionamento) come liquidazione, vengono versati sotto forma di contributi previdenziali in favore di società private, o dell'INPS, i quali concederanno, poi, ma solo ipoteticamente, una pensione ad integrazione della pensione normale che il Governo vorrà ridurre. Quindi, il Governo vuole ridurre le pensioni e per la parte mancante, invece di aumentare l'onere contributivo a carico delle imprese, vuole obbligare i lavoratori a procurarsela con la destinazione del proprio TFR, come se fosse il pagamento di ulteriori contributi. Questo significa che i lavoratori non avranno più il TFR. Al momento della risoluzione del rapporto non riceveranno alcuna somma a titolo di liquidazione. In parole povere, il TFR è stato abolito.

Questa decisione è grave in quanto la liquidazione è stata creata già nei primi anni del secolo scorso quale retribuzione differita di carattere alimentare. Il TFR è un risparmio forzato che ha la funzione di assicurare la stabilità alimentare alla fine di un rapporto di lavoro. Risponde, quindi ad una necessità primaria che non può mai escludersi. La sua abolizione costituisce il diniego di un diritto essenziale al pari della retribuzione mensile. Il motivo della previsione legislativa di destinazione del TFR ai Fondi di previdenza integrativa è stato spiegato con la riduzione dell'assegno pensionistico portato dal 70 al 40 per cento dell'ultima retribuzione. Riduzione motivata con l'innalzamento della durata di vita delle persone e con il crescente aumento del numero di pensionati rispetto ai lavoratori in servizio. Questi motivi non corrispondono a verità o, comunque, non sono tali da giustificare la riduzione delle pensioni. Già alla fine del 1800 è stato escogitato un sistema previdenziale capace di garantire le pensioni anche nei periodi in cui ci saranno più pensionati che lavoratori. Un sistema studiato dopo il fallimento delle Società di Mutuo Soccorso, le quali effettuavano il versamento delle pensioni in base al numero dei lavoratori in servizio. Il sistema attuale prevede che dai versamenti di un lavoratore corrispondono anche sei pensioni. La stessa Direzione Generale dell'INPS ha dichiarato che le loro casse sono integre e di enorme segno positivo. Oltre ai versamenti dei contributi vi è un sistema fiscale diretto a garantire sempre il pagamento delle pensioni in misura simile alla retribuzione. Lo stato sociale dei paesi progrediti signi-


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fica proprio questo. L'indennità di disoccupazione, per esempio, viene erogata in base a dei fondi che non sono costituiti da contributi i disoccupati non lavorano ma dalle innumerevoli entrate dello Stato. Pertanto, il debito pensionistico non costituisce valida ragione per ridurre le pensioni e chiedere un autoversamento di contributi con il TFR, oggi, e con le retribuzioni collaterali (13ma, 14ma e ferie) domani. Dal 1992 è già in programma, infatti, che dopo il TFR obbligheranno a destinare ai Fondi anche la tredicesima, la quattordicesima e le ferie. Con la destinazione di queste retribuzioni - cosiddetta collaterali - la pensione sarà ulteriormente ridotta dal 40 al 10 per cento dell'ultima retribuzione. E' stato previsto in futuro, inoltre, l'obbligatorietà della destinazione, rendendola forzata, non solo per i lavoratori del settore privato ma anche dei pubblici dipendenti. A ciò si aggiunga, per completezza della questione, che i fondi previdenziali sono l'INPS, che garantisce solo la metà del valore del TFR che può essere recuperato integralmente solo se si vive fino a 120 anni, oppure sono delle società private che investono il TFR in manovre finanziarie. In pratica, sono società che operano nel campo del rastrellamento del risparmio altrui così come hanno già fatto numerose società finanziarie che hanno operato nel Salento negli anni ottanta (per esempio, la Fintex, la MeFi, ecc.), e negli anni novanta in Albania. Società finanziarie che, dietro promesse di condizioni favorevoli, hanno incassato i risparmi della gente per poi sparire nel

nulla. L'insicurezza dei Fondi appare più chiara se si considera che la destinazione del TFR è dichiarata per legge in maniera irreversibile, cioè, il lavoratore non può tornare indietro ed è obbligato a versare il suo TFR ai Fondi anche se questi si rilevano palesemente una truffa. Va considerato anche che la Commissione di Controllo sugli andamenti dei Fondi (la Covip) è stata abolita il 31.12.2006, quindi, è stata tolta la minima garanzia in favore dei lavoratori di controllare il frutto del suo TFR usato dai Fondi. La paura dell'eccessivo debito pensionistico, dicevamo, è una falsità in quanto le casse dell'INPS non sono in debito. La falsità viene utilizzata dallo Stato per nascondere un'altra truffa. E' intenzione dello Stato abolire le pensioni e regalare le somme di denaro dei contributi già versati (che nel 1998 ammontavano a Sei Milioni di Miliardi di lire) ai grandi capitalisti (industriali e finanzieri). Già negli anni novanta, ogni governo avanzava la convinzione della riforma dello stato sociale consistente unicamente nel


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cosiddetto “consolidamento del debito pensionistico”. Ma cosa significa consolidamento? E cos'è il debito pensionistico? La parola consolidamento significa: rifiuto di pagare un debito. Il debito pensionistico sono le somme che lo Stato ha incamerato dai lavoratori sotto forma di contributi previdenziali per poi, nella vecchiaia, pagargli la pensione. Pertanto, consolidamento del debito pensionistico significa che lo Stato, dopo aver incassato i contributi previdenziali detratti dalla retribuzione dei lavoratori, si rifiuta di restituirli, si rifiuta di pagargli la pensione. E non pagando le pensioni, lo Stato regala i soldi dei contributi che ha già nelle proprie casse ai grossi capitalisti. Questo è il progetto dello Stato. Quando i governi affermano che le pensioni attuali

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dovranno essere ridotte e che i giovani in futuro non avranno mai la pensione, non fanno altro che attuare il progetto di rapina a danno dei lavoratori i quali si troveranno senza TFR e senza pensioni. Non rimane altro, in conclusione, che invitare i lavoratori a non destinare il TFR ai Fondi e di dichiarare entro il 30 giugno di voler mantenere il TFR come prima e, cioè, in azienda, con la disciplina dell'art. 2120 c.c. Solo in tal modo il lavoratore non perderà nulla. Occorre, inoltre, una grande mobilitazione di tutta la popolazione per costringere il Governo ad abolire le leggi truffa, a mantenere le retribuzioni ed il TFR dei lavoratori e a non abolire, né ridurre le pensioni.


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Discariche e Rifiuti Da qualche anno si parla di emergenza rifiuti. Si dice che noi “Produciamo” tanti rifiuti che la terra non li può più contenere. Per non essere sovrastati dall'immondizia, ci vengono propinate discariche, inceneritori e quant'altro di costoso e nocivo alla salute delle persone e dell'ambiente. Qualcuno sostiene che la soluzione è nella raccolta differenziata, altri nella vendita dei rifiuti verso paesi o regioni che accettano l'affare. Ma le cose stanno veramente così ? Innanzitutto, bisogna dire che non viene mai spiegato l'origine del problema. Perché ci sono tanti rifiuti oggi, perché sono aumentati negli ultimi decenni e perché sono destinati ad aumentare. I rifiuti sono lo scarto di un prodotto non solo consumato in parte, malfunzionante, inutilizzabile, ma anche non più piacevole, non più di moda, non conveniente alla manutenzione o riparazione, ecc. In parole povere, oggi buttiamo prodotti ed oggetti che trent'anni fa non avremmo buttato e che, invece, avremmo riparato o riutilizzato in altro modo, o lasciato a chi avrebbe operato un uso diverso. E' nella memoria collettiva il raccoglitore di olio fritto, addirittura di capelli, come gli artigiani ambulanti per la riparazione di sedie, vasellame contenitori, persino ombrelli, ecc. Così quelli che oggi sono i rifiuti umidi venivano utilizzati come alimenti per animali domestici oppure per concime organico. E gli esempi possono continuare e riguardano ogni oggetto che oggi, invece, troviamo in discarica. Oggi non abbiamo più il tempo e l'organizzazione ambientale per destinare i rifiuti umidi come concime o alimenti animali.

Non conviene più riparare un paio di scarpe o un ombrello o una pentola perché si fa prima a comprarla nuova. Così per quanto riguarda gli elettrodomestici. Con i soldi di una riparazione si compra il prodotto nuovo. E il vecchio va in discarica. Addirittura non conviene più riparare nemmeno le automobili da un danno consistente che fino a qualche anno fa avremmo fatto riparare da un meccanico o un carrozziere. Ma scartiamo anche oggetti funzionanti, come un computer o un telefonino, per sostituirlo con un altro di nuova generazione e più veloce. Come un capo di abbigliamento che pur integro viene accantonato per questioni di moda e dell'esigenza di dover apparire. Insomma, la ragione dell'aumento dei rifiuti è tutta nella parola “convenienza” che altro non è che un' esigenza economica di costi e di guadagni. Davanti ad un prodotto da scartare, ogni soggetto è chiamato a fare delle valutazioni secondo le sue possibilità economiche immediate o differite: se può avere più benefici conservarlo o meno tenendo presente la consistenza delle sue tasche. Una valutazione che va fatta ad ampio


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raggio coinvolgendo anche il tempo che si deve impiegare per riciclare un oggetto. Il tempo è denaro: vale la pena impiegarlo per riciclare un rifiuto ? Dipende se è “conveniente”. Finché la nostra società funziona tutta su questo tipo di economia, saremmo sempre costretti a consumare sempre più prodotti nuovi e buttare quelli usati poco prima. Il consumismo è l'essenza della nostra società capitalista. Se non vi sono consumi, l'economia muore. Qualche anno addietro, durante la crisi dovuta all'introduzione dell'euro, la presidenza del consiglio Berlusconi mandava in onda in televisione una pubblicità con la quale invitava gli italiani a fare sempre più la spesa, a comprare sempre di più anche senza necessità. Ne avrebbe beneficiato l'economia del paese e gli anonimi spettatori

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ringraziavano. Se aumentano i consumi, aumentano le vendite, aumenta la produzione, le aziende evitano la crisi e la popolazione dovrebbe star meglio. Ogni impresa spera che la popolazione consumi sempre di più oltre le sue esigenze in modo di aumentare le vendite, quindi ottenere più profitti. E per ottenere ciò, le imprese utilizzano la pubblicità ed ogni forma di convincimento forzato della mente umana per costringere all'acquisto. Le mode e la teoria dell'apparenza per cui si buttano prodotti utili sono funzionali a questo meccanismo perverso. Ma l'aumento dei consumi - e dei profitti - comporta l'aumento dei rifiuti. Se smettessimo di produrre rifiuti, riciclando prodotti senza comprarne altri, manderemmo fallite le aziende e a casa i


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dipendenti che rimarrebbero senza lavoro. Quindi, non si può parlare di soluzione dell'emergenza rifiuti se non si affronta questo meccanismo economico. Questo sistema si basa sulla produzione di beni per ottenere sempre maggiori profitti e non perché realmente la popolazione necessita quella quantità di prodotti. Finché rimane il sistema capitalista, l'emergenza rifiuti è una conseguenza irrisolvibile al pari dello sfruttamento dell'ambiente e del territorio martoriato per l'eccessiva produzione di quanto è venduto. In prospettiva di rovesciare il sistema capitalista dobbiamo puntualizzare la questione contingente. Il potere afferma che noi popolazione “produciamo” rifiuti. La colpa è nostra perché li produciamo e perché non facciamo la raccolta differenziata. Il potere ha creato questo senso di colpa nella popolazione per dei motivi specifici. Innanzitutto ottiene il pagamento di tasse di smaltimento rifiuti sempre più elevate senza che alcuno protesti. Poi, imponendo la raccolta differenziata a carico dei cittadini, ha creato nuova possibilità di elevare multe. E lo sappiamo che le multe sono usate dalle amministrazioni come forma indiretta di tassazione. Le multe costituiscono per i Comuni la forma di entrata economica maggiore. La raccolta differenziata effettuata gratuitamente dal cittadino consegna alle imprese private la materia prima delle lavorazioni a costo zero. Insomma, siamo spremuti anche con i rifiuti. Bisogna opporsi a tutto ciò. I rifiuti sono la conseguenza dell'economia delle imprese che hanno tutto l'interesse a vendere. Le conseguenze della vendita devono essere poste loro carico. Quindi, la tassa di smaltimento deve essere posta a carico delle imprese che produco-

no i prodotti e dei centri commerciali che li vendono. Sono queste imprese che beneficiano del consumismo, quindi è logico che siano loro a pagare i costi di smaltimento e delle operazioni di riciclaggio e non i cittadini già vessati dai costi di acquisto dei prodotti. La popolazione deve smettere di sentirsi in colpa per i rifiuti. Occorre abolire la tassa di smaltimento posta in capo alla gente, occorre che il riciclaggio sia effettuato dalle imprese produttrici in loro stabilimenti ed a loro spese, occorre abolire le multe previste nei confronti della gente.


Salento: Che fare? - numero 11

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Quale legalità E' incessante il richiamo delle istituzioni alla affermazione ed al rispetto della legalità. Ma cosa significa questa implorazione ? Legalità significa, semplicemente, rispetto delle regole. Ma chi le stabilisce le regole ? Il parlamento ed il governo. Ma chi sono i parlamentari ed i governanti ? Sono espressione dei poteri forti. Sono delegati dai grandi capitalisti, dai banchieri, dagli industriali, dai grandi immobiliaristi, dai grandi proprietari terrieri, dalle società finanziarie, assicurative e commerciali. Nel parlamento e nei governi, la povera gente, il proletariato ed i lavoratori, non contano nulla. La legge Biagi, per esempio, l'hanno voluta i poteri forti e non i lavoratori. Sono le imprese a beneficiare della precarietà, della flessibilità, dei salari bassi e della libertà di licenziamento e non i lavoratori. Con la conseguenza che se un lavoratore cerca di ottenere un lavoro sicuro e stabile viola la legalità. Con l'avvento dell'euro i prezzi sono raddoppiati a beneficio dei poteri forti mentre le retribuzioni sono rimaste uguali. Lo Stato non ha operato alcuna azione per eliminare questa ingiustizia che, anzi, l'ha ritenuta legale. Quando i lavoratori protestano concretamente per ottenere un aumento dello stipendio, lo Stato considera la protesta illegale. Il termine legalità viene usato anche in riferimento alla questione della criminalità. Ma anche qui l'utilizzo del termine nasconde la supremazia dei poteri forti sulla gente. Per esempio, le scommesse ed il gioco d'azzardo venivano considerate operazioni riprovevoli, ingiuste, quindi illecite finché venivano gestite da associazioni a delinquere. Ora lo Stato ha legalizzato le scommesse ed il gioco d'azzardo, incassa direttamente i soldi del gioco e quello che prima era un crimine oggi è legalità.

È cambiato solo beneficiario della scommessa, ma non il reato. Prima erano le associazioni criminali, oggi sono società autorizzate o lo Stato stesso. Ancora. Da sempre il posteggio di un'autovettura doveva essere libero e colui che con la promessa di vigilarla - pretendeva del denaro, anche pochi spicci, veniva considerato un abusivo. Oggi lo Stato ha eliminato gli abusivi ed ha inserito le strisce blu anche sugli incroci e pretende più soldi. Con l'ulteriore differenza che prima il parcheggiatore abusivo chiedeva un euro per l'intera giornata e vigilava l'autovettura, ora lo Stato pretende un euro per una sola ora e senza sorveglianza. Anzi, se il tagliando di pagamento orario scade, viene comminata anche la multa. Ma c'è un altro esempio più eclatante di legalità. Se una persona costruisce la propria casa in campagna o apre un negozio, la criminalità pretende una tangente in cambio della sicurezza. La camorra, la mafia, ecc., pretendono il cosiddetto pizzo. Se non viene pagato si è soggetti ad attentati e furti. Quando un cittadino costruisce o acquista una casa con enormi sacrifici - decenni di emigrazione o pagamento di un mutuo decennale - lo Stato pretende il pagamento dell' ICI. Se il cittadino non paga l'ICI, lo Stato notifica la cartella esattoriale, poi pignora la casa. L'ICI non è diversa dalla tangente, dal pizzo; quindi lo Stato non è diverso dalla criminalità. Anzi, una differenza c'è: la camorra garantisce la vigilanza della casa, lo Stato no. In conclusione, non facciamoci prendere in giro. Quando lo Stato chiede il rispetto della legalità non fa altro che chiedere la nostra solidarietà all'affermazione del più forte sul più debole. Non fa altro che chiederci di non protestare e di essere lasciato in pace per far quello che vuole sulle nostre spalle, a nostro discapito.


SOMMARIO

Solidarietà agli operai della Filanto

Continua lo sciopero degli operai FIAT-SATA di Melfi I lavoratori dei servizi ambientali Incidenti sul lavoro

TFR e Pensioni: Riforma o abolizione? Discariche e rifiuti Quale legalità

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N. 11 - Supplemento a Contro Piano, autorizzazione n. 175 del 24.4.1993 del Trib. di Roma, Dir. Resp. Sergio Cararò. Chiuso in redazione il 31 Maggio 2007. a cura dell’Associazione “Salento: Che fare?” - Piazza Roma - Scuole Vecchie - 73030 Tiggiano (Le) e-mail: salentochefare@tiscali.it

Stampa: Grafiche Giorgiani - tel. 0836.948204 Ringraziamo Contro Piano che ci permette di publicare “legalmente” ma la responsabilità politica rimane della redazione di “Salento: Che fare?”


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