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Il mecenatismo

Jan van Eyck, «Madonna del cancelliere Rolin», 1436 [Musée du Louvre, Parigi] L’influente cancelliere del Duca di Borgogna Nicholas Rolin è qui raffigurato in ginocchio alla presenza della Vergine. Era usanza dei committenti farsi ritrarre nelle pale di soggetto religioso in atteggiamento di adorazione o di preghiera.

La cultura ha i suoi costi, che possono essere elevatissimi, e la grande fioritura dell’arte rinascimentale si spiega anche con le straordinarie risorse che i mecenati misero a disposizione degli artisti. Il termine mecenatismo indica la protezione delle arti e delle lettere da parte di personaggi ricchi e potenti, e deriva dal nome di Mecenate, il ricco e influente ministro dell’imperatore Augusto, protettore e amico di Virgilio, Orazio e tanti altri scrittori romani. Chi erano i mecenati del Rinascimento? Anzitutto essi appaiono divisi in due categorie: ecclesiastici e laici. Nella tradizione culturale europea, dal Medioevo alla prima età moderna, la Chiesa era il mecenate per eccellenza, come mostra chiaramente lo stesso predominio dell’arte a soggetto religioso. Dal papa ai cardinali, ai vescovi, scendendo fino ai parroci e agli abati dei monasteri, per vari secoli furono soprattutto gli uomini di Chiesa a finanziare il lavoro degli artisti, solitamente remunerandoli per la realizzazione di un’opera ben precisa: una pala di altare, un dipinto, un affresco, un mosaico, una scultura, o addirittura un intero edificio. Senza la committenza ecclesiastica, quasi tutti gli artisti del Rinascimento – dai pittori, agli scultori, agli architetti – avrebbero avuto serie difficoltà a sopravvivere. I mecenati, tuttavia, non erano necessariamente singoli individui. Un ruolo importante fu svolto anche dalle associazioni. Questo fenomeno può essere definito come mecenatismo sociale o «collettivo». Nella Firenze del primo ’400, per esempio, l’Arte della lana fece costruire il Duomo, mentre l’Arte dei tessitori commissionò il Battistero. In questo tipo di mecenatismo erano molto attive anche le confraternite religiose, in genere legate ad una chiesa particolare, che svolgevano opere di carità; fu per esempio la Confraternita della Concezione della Vergine a commissionare a Leonardo uno dei più bei dipinti del Rinascimento, la Ve rgine de lle ro cce . Rientra in questa tipologia anche il mecenatismo di Stato: fu il governo di Firenze a commissionare a Michelangelo il suo David di bronzo, ma in questo genere di richieste fu particolarmente attivo il governo di Venezia. Il mecenatismo dei principi, molto diffuso nell’Italia del Rinascimento, si colloca a metà strada tra il pubblico e il privato, perché i principi dell’epoca non distinguevano tra un settore e l’altro. Spesso, i principi non si limitavano a commissionare una singola opera e chiamavano gli artisti a corte, garantendo loro una solida sicurezza materiale: vitto, alloggio, vestiti, denaro e terre. L’artista chiamato a corte godeva di maggiore prestigio dell’artista che continuava a lavorare nella propria bottega, ma aveva anche minore libertà. Oltre a essere sottoposto a un controllo ravvicinato, GIARDINA-SABBATUCCI-VIDOTTO • © 2010, GIUS. LATERZA & FIGLI, ROMA-BARI


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l’artista di corte doveva anche essere alquanto versatile: durante il suo impiego presso il duca di Milano Ludovico Sforza, Leonardo da Vinci fece ritratti, decorò sale di grandi dimensioni, lavorò a un monumento equestre, disegnò costumi e scene per le feste di corte, progettò architetture militari. Anche le donne hanno una parte, pur se piccola, nella storia del mecenatismo rinascimentale. Le mogli dei signori e dei re non avevano quasi mai un effettivo potere, ma usavano la loro influenza e il loro denaro per incentivare il pensiero e la cultura. Spicca fra tutte la figura di Isabella d’Este (1474-1539), figlia del duca di Ferrara e moglie del marchese di Mantova. Da donna colta qual era – conosceva il latino e il greco, sapeva suonare e danzare, possedeva una conversazione affascinante – Isabella presiedeva alle feste e alle rappresentazioni di corte, proteggeva artisti, musicisti e studiosi, riempì le sue biblioteche di volumi preziosi, ornò la corte con dipinti, statue, orologi, vasellame e decorazioni di ogni genere, suscitando l’ammirazione dei contemporanei. Che cosa spingeva i mecenati a commissionare opere d’arte e a finanziare gli artisti? Una prima motivazione era la pietà religiosa: spesso un’opera d’arte veniva commissionata per essere offerta a una chiesa. Una seconda era rappresentata dal prestigio: esibire belle opere d’arte e far costruire magnifici palazzi era anche un inequivocabile segno di ricchezza e di potenza. Come raccomandò Machiavelli, «debbe ancora uno principe mostrarsi amatore delle virtù et onorare li eccellenti in una arte». Ma aveva un ruolo importante anche il piacere che derivava dalla contemplazione delle opere d’arte nelle proprie dimore. Il mecenatismo rinascimentale si distingue da quello contemporaneo per un aspetto fondamentale. Oggi le opere d’arte sono un investimento, e il loro valore è determinato da un mercato internazionale. In epoca rinascimentale, non esistevano ancora speculazioni economiche nel settore artistico, e il committente non comprava con lo scopo di rivendere quando le quotazioni dell’opera d’arte fossero salite.

Lorenzo Costa, «Allegoria della corte di Isabella d’Este», 1505-06 [Musée du Louvre, Parigi] Considerata una delle donne più notevoli

e raffinate del suo tempo, amante della musica e della poesia, Isabella d’Este attirò nella sua corte numerosi artisti e letterati, facendo di Mantova uno dei maggiori centri di cultura del Rinascimento.

GIARDINA-SABBATUCCI-VIDOTTO • © 2010, GIUS. LATERZA & FIGLI, ROMA-BARI

Michelangelo, «David», 1501-04 [Galleria dell’Accademia, Firenze] Commissionato dal governo di Firenze, il David fu collocato di fronte al Palazzo della Signoria, come emblema dei più alti valori civici della città. L’originale della statua si trova oggi nella Galleria dell’Accademia.


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