Issuu on Google+


LAWRENCE J. EPSTEIN

RISO KOSHER Risata per risata, l’incredibile storia dei comici ebrei americani ~ edizione aggiornata ~


Indice LAWRENCE J. EPSTEIN

riso kosher. Risata per risata, l’incredibile storia dei comici ebrei americani edizione aggiornata TRADUZIONE di Alessandra Olivieri Sangiacomo TiTOLO originale: The Haunted Smile. The Story of Jewish Comedians in America. Copyright © Lawrence J. Epstein, 2001 Original Publisher PublicAffairs™, a member of the Perseus Books Group. 250 West 57th Street, New York, NY 10107 USA Tutti i diritti riservati Prefazione di Moni Ovadia © Moni Ovadia, 2010 Tutti i diritti riservati IMMAGINI: Copyright © Getty Images Illustrazione in copertina di Leonardo Rodriguez Tutti i diritti riservati Copyright © Sagoma, 2010

Largo Pontida, 18 20059 Vimercate (MI) Tel. +39 039 5967800 Fax +39 039 5967808 info@sagoma.com I edizione: maggio 2010 ISBN 978-88-6506-007-0

Prefazione Il sorriso perseguitato di Moni Ovadia Introduzione Il mondo dei comici ebrei

9 13

I – LA PORTA DORATA E IL SIPARIO DI VELLUTO (1890-1930) Cap. 1 Cap. 2

Il Paese delle lacrime e della speranza I comici e l’America degli immigrati Su il sipario, giù il sipario L’epoca del vaudeville

27 47

II – GLI ANNI DELLA PAURA (1930-1950) Cap. 3 Cap. 4 Cap. 5

Il teatro della mente Il momento d’oro della radio Risate al buio I film Le Alpi ebraiche L’ascesa della Borscht Belt

81 107 135

III – GLI ANNI DELL’ACCETTAZIONE (1950-1965) Cap. 6

La scatola magica La rivoluzione della televisione americana 159


Cap. 7

“C’è qualcuno che non ho ancora offeso?” Il mondo in evoluzione della stand-up comedy 187

IV – GLI ANNI DEL TRIONFO (DAL 1965 AI NOSTRI GIORNI) Cap. 8 Cap. 9 Cap. 10 Cap. 11 Appendice

“E dopo le uova chi me le fa?” Registi comici ebrei Maestri nel loro campo La comicità ovunque Finalmente kosher Le donne ebree della comicità Il prezzo della vittoria La sfera sociale e l’universo psicologico dei comici ebrei americani

313

Schlemiel e nudnick Le fonti e la natura dell’umorismo ebraico

321

Indice dei nomi Le Sagome

225 255 293

341 350

In memoria di mia madre Lillian Scheinert Epstein della quale riecheggiano attraverso il tempo bontà, saggezza, amore e risate.


PREFAZIONE Il sorriso perseguitato di Moni Ovadia 1

L’epopea degli ebrei nel suo complesso rappresenta un paradosso che sfida per i suoi esiti il senso comune della Storia, ammesso che ve ne sia uno, e ogni suo capitolo sorprende e sconcerta anche se le sue ragioni sono tracciabili. La vicenda della comicità ebraico-statunitense è un episodio di quest’avventura sociale e culturale di particolare fascino e interesse perché mostra come i tratti specifici di una minoranza e, nella fattispecie, una minoranza gravata da violenti pregiudizi secolari, perseguitata e percepita nel segno di una radicale devianza dalla norma, possa tuttavia influire in modo decisivo sulla nazione che la accoglie, sui suoi cittadini, al punto da diventare senso comune, da incidere sulle forme del pensiero, sulle percezioni e sulla loro stessa visione del mondo. Quando poi quella nazione, gli Stati Uniti d’America, è la più potente del mondo, quella che dà la “linea” a vaste aree del pianeta, l’influenza varca i confini per irradiare in altri orizzonti, in particolare quello europeo. Lo stereotipo che ha accompagnato l’ebreo nell’Occidente civilizzato lo voleva eccellere in tutto ciò che atteneva alla sfera del danaro – il luogo comune resiste ancora – ma la vera eccellenza ebraica, appena le è stato consentito di esprimersi, si è manifestata in tutte le forme della cultura e del sapere. Negli Stati Uniti l’intera temperie culturale del Novecento è stata fortemente influenzata dalla minoranza ebraica, ma per ciò che attiene al mondo dello spettacolo e ancor di più a tutte le forme del comico e dell’umoristico, la vastità della presenza ebraica ha dell’inverosimile e persino del miracoloso. La popolazione ebraica statunitense non ha mai superato la percentuale del 3%, i comici professionisti sono all’80% ebrei. L’umorismo nel mondo ebraico (ma non solo nel mondo ebraico) è sempre stato ben di più e ben altro che un modo per divertirsi e ridere, è stato una Weltanschauung, una filosofia, uno strumento ermeneutico e una delle forme del pensiero sociale che ha permesso agli ebrei di attraversare i momenti più tragici della loro esistenza senza che la loro identità ne venisse demolita. Il tratto 1 Attore teatrale, scrittore e musicista italiano da sempre dedito al recupero e alla rielaborazione del patrimonio culturale e religioso degli ebrei dell’Europa orientale. 11


saliente dell’umorismo e della comicità ebraica è l’autodelazione, il ridere di se stessi, dei propri guai, delle proprie angosce e paure anche sul limitare dell’abisso o della tomba, mai cedendo alla logica della volgarità o della violenza. Questa attitudine è nata dalla convergenza di tre particolari fattori: esilio, sradicamento, persecuzione, condizioni esistenziali tutte difficili ma foriere di eccezionali sollecitazioni. Un’attitudine, si diceva, divenuta una seconda natura e un passepartout per l’accesso in una società in piena e dinamica trasformazione, ricca di orizzonti e prospettive, che inaugurava nuovi e dirompenti strumenti di comunicazione come radio, cinema e televisione. La prima società di massa, la prima società dello spettacolo, il primo e gigantesco melting pot, con tutte le sue angosce, insicurezze ed esplosive contraddizioni, aveva un bisogno vitale di qualcuno che esorcizzasse i conflitti, le intolleranze, le violenze incendiarie per farle deflagrare nelle risate invece che nelle aggressioni. I comici e gli umoristi ebrei offrirono come “vittime” sacrificali dei loro micidiali strali se stessi e i buffi e sgangherati tipi tragicomici della loro gente, con i guai e le disavventure che ne scandivano l’esistenza. Progressivamente insegnarono alla società statunitese, minoranze e maggioranze, a ridere di se stessa, contribuendo così a creare un territorio culturale ed esistenziale comune. I nomi di questi “eroi” della comicità sono troppo noti perché si debba elencarli, fanno parte della topografia sociale e culturale degli Stati Uniti, ma anche di quella di tutto l’Occidente. Il loro spirito è entrato anche nel paesaggio interiore di tutti noi e, in qualche misura, ha contribuito a formarci. Questo superbo saggio di Lawrence J. Epstein, Riso Kosher (titolo originale The Haunted Smile) narra l’epopea dei comici ebrei-statunitensi con ampiezza e profondità scientifica, ma anche con passione narrativa. E oggi Sagoma Editore, mettendolo a disposizione del pubblico italiano, fa, insieme al proprio mestiere, opera meritoria, perché l’Italia, che fu terra di emigrazione, sta sempre più diventando una società multietnica e deve scacciare da sé ogni tentazione di intolleranza per aprirsi all’accoglienza e alla solidarietà. Non c’è via più salvifica e più bella all’accoglienza di quella di un robusto umorismo autodelatorio.

RISO KOSHER

Moni Ovadia Aprile 2010 12

13


INTRODUZIONE Il mondo dei comici ebrei Il pubblico trovava divertenti le sue battute, ma per Seinfeld le cose non erano sempre state facili. Poco più che ventenne, lo stesso giorno della sua laurea, si era esibito per la prima volta al Catch a Rising Star di New York. Era una serata a microfono aperto e per il giovane comico rappresentava l’occasione per farsi conoscere. Giunto davanti al microfono si bloccò. Riuscì solo a farfugliare gli argomenti di quelle che sarebbero dovute essere le sue barzellette, ma non a raccontarle. Tirò fuori solo alcune parole: “La spiaggia. Al volante. Lo shopping. I genitori”. Non riuscendo ad andare avanti, scese dal palcoscenico. Come ben sanno i telespettatori americani, la storia di Seinfeld ha avuto un lieto fine grazie al suo grandissimo talento, alla sua incredibile determinazione e alla sua smania di perfezione. Insomma, la vis comica di Seinfeld non sarebbe più stata messa in discussione. Del resto l’attore aveva anche un’altra freccia al suo arco: la lunga e ricca tradizione della comicità ebraica. Seinfeld, per la sua generazione, era l’erede di Jack Benny, dei Fratelli Marx, di George Burns e di centinaia di altri artisti. Questa schiera di comici ebrei americani è talmente immensa da sembrare poco credibile. Nel 1979 Time stimava che gli ebrei rappresentassero solo il tre per cento della popolazione americana, laddove un buon ottanta per cento dei comici professionisti era ebreo. La storia dei comici ebrei in America è fatta di trionfi e successi. Eppure il loro sorriso è velato di tristezza. È ossessionato dal passato del popolo ebraico, dalle profonde tensioni che hanno caratterizzato la vita degli ebrei americani – il desiderio di essere accettati e il timore per la scomparsa di una cultura –, da secoli di vita troppo 14

15


spesso inframmezzati dall’odio e dalla consapevolezza che spesso il pubblico ebraico aveva mascherato un brivido con una risata. La storia dei comici d’America ha sperimentato l’amarezza dell’antisemitismo e conosciuto le lusinghe di una cultura in rapida evoluzione. Le barzellette che hanno raccontato, le gag e la vitalità inquieta che li ha contraddistinti devono essere considerati sullo sfondo degli ostacoli che hanno dovuto superare. Il loro sorriso, per quanto turbato, è riuscito infine a conquistare il cuore dell’America. Ai comici ebrei sono stati tributati consensi senza precedenti: George Burns, Milton Berle, Fanny Brice e i loro attuali eredi – Woody Allen, Joan Rivers e Jerry Seinfeld – sono l’espressione più autentica dell’umorismo americano. Non sono solo i loro successi individuali a essere scolpiti nel nostro immaginario culturale collettivo, ma sono anche loro come gruppo a occupare un posto centrale nella cultura americana contemporanea. Tutti straordinari, questi artisti sono gli autori di una serie infinita di gag, di un flusso inarrestabile di battute, di un’interpretazione peculiare della vita e della società. Per il pubblico hanno rappresentato una distrazione dalle tensioni famigliari, lavorative e sociali e dalle lotte imposte dalla condizione umana. Hanno consolato il pubblico, facendolo ridere nei momenti difficili: un umorismo ingegnoso che faceva sorridere giocando con il linguaggio, attraverso inaspettati stravolgimenti logici e la rappresentazione di situazioni improbabili. Hanno saputo avvicinare cittadini americani di origini diverse: potendo riderne insieme, gli americani non si sono fatti la guerra tra loro. Infine hanno messo in mano al pubblico un’arma, la satira, con cui affrontare le ingiustizie della vita. Oltre a essere artisti dotati di grande talento, i comici ebrei hanno anche svolto un ruolo speciale nella vita americana, facendosi mediatori strategici tra gli ebrei e la cultura americana, esemplificando in carne e ossa due grandi temi della vita ebraico-americana: l’assimilazione e la ricerca di un’identità. I comici hanno suggerito agli ebrei quali strategie adottare per sopravvivere all’impatto con la cultura americana e per adattarvisi, mitigando le ansie che scaturivano da quel processo. Sono riusciti a far accettare gli ebrei a una cultura gentile a loro estranea e lo hanno fatto senza risultare minacciosi per la classe media. Esercitavano un potere e un’influenza sul pubblico

che gli ebrei non avevano ancora conquistato nella società in generale, dimostrando in tal modo come altri ebrei sarebbero potuti riuscire ad affermarsi. Hanno costruito un’identità culturale per i tanti ebrei americani non praticanti. E, soprattutto, li hanno resi orgogliosi. Ma i comici ebrei non hanno solo avvicinato la comunità americana a quella ebraica, hanno anche fatto conoscere quest’ultima alla cultura a stelle e strisce in senso più ampio, arrivando a modificare la natura stessa della comicità yankee. L’attrazione esercitata dalla comicità ebraica sul vasto pubblico americano è ancora più difficile da comprendere per gli stessi ebrei. Eppure quell’umorismo piaceva, anche se i comici lo usavano per tracciare una linea di demarcazione tra ebrei e gentili, anche se a farsi strada nelle case e nell’animo degli yankee erano i personaggi nebbishes, schlemiels, kibitzers e gonifs1 dell’umorismo ebraico, anche se le eccentriche e squinternate scenette ebraiche mettevano alle corde la ragione stessa. L’umorismo americano, allontanandosi dalla rassicurante familiarità di un Mark Twain o di un Will Rogers, accettò le influenze ebraiche, trasformandosi completamente. L’accoglienza riservata all’umorismo ebraico può essere spiegata con i cambiamenti che la stessa società americana stava affrontando. Alla ricerca di un modo per fare fronte alle emergenti ansie dell’epoca moderna, l’America guardò agli ebrei, maestri dell’arte di arrangiarsi in tempi di sventura. Il loro umorismo, che per generazioni era stato un antidoto all’ansia, tornò utile per soddisfare le analoghe esigenze della popolazione americana. Una generazione di immigrati aveva visto negli ebrei un popolo che si era dovuto cimentare spesso con le difficoltà, ricominciando tutto daccapo, in un posto nuovo e in condizioni di emarginazione e paura. I figli della Grande Depressione avevano riconosciuto in loro qualcuno che aveva guardato in faccia la povertà per duemila anni ed era riuscito a sopravvivere mantenendo intatti famiglia e orgoglio. Dopo la Seconda guerra mondiale gli Stati Uniti si erano trovati ad affrontare la minaccia sovietica, apparentemente insormontabile, che comportava il rischio latente di un annientamento

16

17

1 Termini propri dello yiddisch difficilmente traducibili, che stanno per: inetti, sfigati, impiccioni o truffaldini. Per una definizione più precisa vedi pag. 333. [n.d.t.]


nucleare. Poi la società americana era stata segnata da conflitti generazionali, razziali e di genere, ed era stata divisa dall’impopolare guerra del Vietnam. Gli americani si sentivano sempre più destabilizzati dal divorzio, dalla disgregazione fisica e affettiva della famiglia, da una struttura politica che percepivano come sempre più corrotta, da un mix razziale in evoluzione, dal cambiamento radicale del ruolo delle donne nella società, dal crescente uso di droghe, da comportamenti sessuali in evoluzione e molto altro. Si tratta, quindi, di una società comprensibilmente attraversata da ansie profonde. Allo stesso tempo, però, e in una certa misura, le trasformazioni sono state anche fortemente volute. Idee e parole proibite potevano essere liberamente espresse; attività tabù, a cui da tempo si anelava, potevano finalmente essere messe in pratica. La società americana guardò agli ebrei e ne utilizzò l’umorismo per superare le proprie ansie e per liberarsi dal senso di colpa che poteva nascere dalla realizzazione dei propri desideri. I comici ebrei potevano attingere a un passato che aveva reso possibile affrontare un’esistenza segnata dall’ansia, tenere unite le famiglie e rinsaldare i legami all’interno della comunità nonostante i problemi, esplorare la lingua in tutte le sue possibili sfumature per esprimere i sentimenti più profondi. Ogni generazione di comici ebrei è riuscita a trovare nelle tradizioni, nella propria cultura e storia il modo per manifestare gli umori del contesto culturale americano più ampio in cui viveva. I comici ebrei facevano affidamento sul loro patrimonio culturale secondo percorsi che, a volte, essi stessi non conoscevano. Il ricorso a quel patrimonio per mettere a nudo le verità americane, trasformò la cultura del Paese, facendo accettare gli ebrei e l’ebraicità, rendendoli persino invidiabili. Per raggiungere quell’obiettivo i comici ebrei potevano attingere a un patrimonio di risorse preziose, a partire dalla ricca tradizione linguistica che valorizzava e celebrava il guizzo del pensiero e quello ancora più veloce della lingua. La tradizione culturale yiddish che avevano ereditato alimentava sia l’autoironia sia la presa in giro dei potenti. Nella veste di reietti più celebri della storia, gli ebrei avevano sviluppato un istinto di sopravvivenza, una condizione di allerta permanente alimentata dalla paura – quasi sempre giustificata –, una sorta di percezione precoce degli orientamenti della cultura maggioritaria. Un istinto che

spesso li aiutava a capire in che direzione si stesse muovendo la società, prima ancora che questa giungesse alla nuova destinazione. In America questo istinto di sopravvivenza non fu in fondo tanto necessario per prevedere, prevenire e prepararsi a manifestazioni di odio contro di loro, quanto piuttosto per rilevare con maggiore sensibilità quali fossero le paure della maggioranza. I comici ebrei riuscivano ad avvertire in anticipo le paure dominanti della popolazione e a scherzarci su, dando loro una forma e un nome, ma fornendo al contempo anche una strategia per affrontarle. In America i comici ebrei hanno saputo identificare e soddisfare le esigenze emotive più profonde del pubblico grazie alla loro capacità introspettiva. In nessun altro luogo che non fosse l’America i comici ebrei – di fatto, gli ebrei in generale – avrebbero potuto affermarsi con lo stesso successo. In fondo, come ha suggerito il giornalista del New York Times Frank Rich, furono degli immigrati privi di certezze, arrivati con l’intento di colonizzare una terra, a dare il via alla storia dell’America. Ben si capisce allora come gli ebrei, che erano tra gli immigrati più numerosi e precari, potessero essere un simbolo per gli americani, più che per qualsiasi altro popolo. Se fossero arrivati prima e in numero maggiore, gli ebrei sarebbero potuti essere pienamente assimilati. Invece arrivarono perlopiù insieme a gruppi consistenti di altri immigrati, proprio nel momento in cui cominciavano a svilupparsi i primi mezzi di comunicazione di massa: sbarcarono in America quando il vaudeville, la radio, la televisione e il cinematografo iniziavano a diffondersi. Questa fortunata coincidenza, associata a un grandissimo talento, diede loro l’opportunità di entrare in quei nuovi settori e di trasformarli. Naturalmente i comici ebrei si muovevano ancora all’interno della più ampia tradizione comica americana. L’importanza del ruolo che riuscirono a rivestire non deve far pensare che fossero più divertenti o migliori dei gentili o che lo straordinario contributo apportato dai comici non ebrei sia da ignorare o trascurare. È importante sottolineare che spesso esistevano differenze, a volte profonde, tra gli stessi comici ebrei. Alcuni vivevano e respiravano il retaggio culturale delle proprie origini; altri vivevano in conflitto

18

19


permanente con la propria identità di ebrei. Per fare comicità alcuni attingevano al materiale fornito dalla tradizione, mentre altri erano attenti a evitare qualsiasi riferimento ad essa. Alcuni utilizzavano le tecniche dell’umorismo ebraico e le applicavano alla cultura americana, altri si rifacevano invece alle tradizioni comiche statunitensi. Pur connotati da differenze significative, quei comici erano nondimeno accomunati da caratteristiche che li rendevano parte integrante di una più ampia, e in ogni caso varia, comunità ebreo americana. Questi comici devono essere studiati alla luce della loro essenza ebraica: solo così se ne potrà comprendere l’umorismo, individuarne i predecessori e collocarli nella storia dello spettacolo. Per cogliere appieno quale sia stato il loro contributo è utile conoscere anche il retroterra culturale della comicità ebraica, la natura e il linguaggio tipici di quell’umorismo. I comici, ad esempio, creavano dei personaggi. Uno dei più famosi è lo schlemiel, il perdente maldestro, disadattato, scarognato. A volte, come nel classico caso creato da Woody Allen, lo schlemiel è anche fortemente nevrotico. Le sue battute sagaci spesso restituiscono in modo spiritoso emozioni negative (“Quando giocavamo a softball, di solito rubavo la seconda base. Poi mi sentivo in colpa e tornavo indietro”) o la sensazione di essere intrappolato da istituzioni indifferenti (“Andavo in una scuola per insegnanti emotivamente disturbati”). Di corporatura piccola ed esile, con gli occhiali dalla montatura scura e una faccia triste, Allen fa ridere anche solo a guardarlo. Contribuisce a creare quell’effetto anche il tono della voce, tipicamente newyorchese, con cui ad esempio racconta al pubblico questa storia: dice di essere andato a caccia e di aver sparato a un alce. La storia si fa viepiù strampalata perché l’alce, apparentemente morto, si risveglia legato al parafango della macchina. Allen si accorge della cosa ed escogita un piano per liberarsene. Si ricorda che a casa di amici si sta svolgendo una festa in maschera e decide di andarci con l’alce, facendolo passare per una coppia di conoscenti, i Solomon. Arrivati alla festa, l’alce si comporta bene fino a quando non viene consegnato il premio per la maschera migliore e a vincerlo sono i Berkowitz, una coppia di ebrei mascherati da alce. Comprensibilmente, il vero alce va su tutte le furie per l’affronto e si prende a cornate con i

Berkowitz travestiti in modo ineccepibile. Allen racconta poi di aver trovato l’alce in stato d’incoscienza e, pensando che l’occasione sia propizia, di averlo acchiappato per scaricarlo di nuovo nei boschi. Ma poi si accorge di non aver portato via l’animale, bensì i Berkowitz. Il giorno dopo, l’infelice coppia si sveglia in mezzo ai boschi per finire impallinata, impagliata e messa in mostra all’Athletic Club di New York. Allen chiude il racconto facendo ironicamente notare che l’accesso al club era riservato. Bisogno di approvazione e dissimulazione, discriminazione e paura: nell’umorismo di Allen c’è tutto questo, ma anche una sorta di bizzarro, a volte ingenuo, ottimismo. Una gag tipica è quella del film Provaci Ancora Sam.2 Il personaggio interpretato da Allen, Allan Felix, si è appena separato dalla moglie. Decide quindi di andare a visitare un museo dove incontra una donna attraente davanti a un dipinto di Jackson Pollock. Felix le si avvicina e le chiede cosa pensi del quadro. La donna gli risponde con voce piatta: “Secondo me riafferma la negatività dell’universo, la terribile vacuità solitaria dell’esistenza. Il nulla assoluto. La condizione dell’Uomo costretto a vivere in una deserta eternità senza Dio come una piccola fiammella tremolante in un immenso involucro vuoto con null’altro che paura, orrore, schifo e degradazione che formano una squallida ed inutile camicia di forza sospesa in un cieco e assurdo cosmo”. Felix incassa il colpo e, ignorandolo, le chiede: “Che fa sabato sera?”, al che la donna risponde: “Occupata, devo suicidarmi”. Felix indugia appena e poi le chiede: “Allora venerdì sera?” Il personaggio nevrotico interpretato da Allen vive in un mondo che fa paura, pervaso dalla morte, e trova momenti di consolazione solo nell’amore e nella comicità. I suoi predecessori, i Fratelli Marx, davano collettivamente vita a un tipo comico diverso, un’anima libera che non critica i costumi sociali, ma piuttosto li dileggia o li ignora del tutto. Ovunque andassero, i Fratelli Marx creavano confusione, inseguivano giocosamente donne e soldi e per strappare una risata facevano ricorso a un incredibile armamentario comico: dai baffi enormi e dalle battute inesauribili di Groucho, all’accento etnico e ai

20

21

2 Play It Again, Sam, regia di Herbert Ross (1972).


malapropismi3 di Chico, fino alla pantomima di Harpo con in testa una parrucca riccia, il clacson da bicicletta infilato nei pantaloni e un soprabito sproporzionato. I Marx hanno dato vita a personaggi eccessivi e senza senso della misura rispetto alle regole linguistiche, alle maniere o alle convenzioni sociali. Le battute di Groucho sono particolarmente graffianti. Rivolgendosi al personaggio interpretato da Margaret Dumont in Animal Crackers (1930), Groucho afferma: “Oh, lei ha bellezza, fascino, denaro! Perché lei possiede molto denaro, vero? Se non ne avesse, dovremmo lasciarci”. E ancora, ne La Guerra Lampo dei Fratelli Marx: 4 “Si battono per il vostro onore che è più di quanto voi abbiate mai fatto”. Alcuni comici ebrei interpretavano personaggi caratterizzati da stereotipi antisemiti, che poi finivano con il mettere in discussione e superare con l’umorismo. Jack Benny non interpretava un personaggio specificatamente ebreo, eppure ne rimarcava la tirchieria. Ad esempio, Benny era solito ripetere che a un appuntamento con una donna, invece di portare fiori le avrebbe portato dei semi. Invitato una volta a lanciare la prima palla a una partita delle World Series, divertì il pubblico infilandosi la palla in tasca e mettendosi a sedere. Gli ebrei hanno creato molte altre tipologie di personaggio comico: lo scemo (Ed Wynn e Rodney Dangerfield), il critico della società (Lenny Bruce e Mort Sahl), l’osservatore (Jerry Seinfeld). Tutti questi personaggi hanno messo in luce aspetti centrali dell’umorismo ebraico. Il timore di Seinfeld di non essere accettato, le nevrosi di Allen e lo scompiglio creato dai Fratelli Marx riflettono l’epoca in cui questi comici hanno vissuto e i gusti del pubblico anche se, in definitiva, hanno tutti la stessa origine: la cultura yiddish, le emozioni e il vissuto associati alla condizione di immigrato. 3 Il malapropismo è la sostituzione, a scopo comico, di una parola con un’altra di suono simile ma di diverso significato. Ad esempio Chico Marx, come si dirà più avanti nel libro, discutendo un contratto in una scena del film Una Notte all’Opera, si oppone alla sanity clause, la clausola di ragionevolezza, perché sa che la Sanity Claus (come dice lui storpiando Santa Claus, Babbo Natale), non esiste. [n.d.r.] 4 Duck Soup, regia di Leo McCarey (1933). 22

L’yiddish è entrato a far parte della commedia americana attraverso singole espressioni piuttosto che come lingua nella sua interezza. Le parole scelte dai comici a volte erano volgari; altre, invece, venivano usate perché avevano una musicalità divertente, così che il pubblico potesse percepire tale lingua come intrinsecamente comica. L’yiddish era, ovviamente, più di un semplice e specifico lessico. Le parole erano pronunciate con quella che poi è stata descritta come la cadenza ebraica, spesso caratterizzata dal rispondere a una domanda con un’altra domanda, dal formulare una domanda retorica e far seguire la risposta, dal parlare con un ritmo cantilenante, che derivava dal metodo con cui i giovani studiavano insieme il Talmud, e dall’uso di una sintassi basata sull’inversione delle parole nella frase. Jackie Mason è tra i comici ebrei più famosi che utilizzano ancora una cadenza praticamente pura. In un pezzo sulla psichiatria, Mason ironizza sulle sollecitazioni che gli rivolge l’analista a cercare il suo vero Io. Il comico si chiede: “Che succede se trovo il mio Io e scopro che è persino peggiore di quello che sono? Non mi basto già io, ho bisogno di un partner?” I settantacinque dollari di parcella sono una nuova provocazione per Jackie che a quel punto chiede all’analista: “E se fosse lei il mio vero Io? In questo caso sarebbe lei a dovermi settantacinque dollari”. Alla fine lo psichiatra, esausto, gli dice: “Se mi promette di non tornare mai più, faccia conto di avermi pagato”. Ovviamente l’umorismo ebreo non scaturiva solo da un linguaggio particolare. La cultura ebraica è per sua natura straordinariamente verbale: è attorno alle parole che si sviluppano lo studio, la preghiera, l’intrattenimento, ed è stata l’enfasi sul linguaggio e sugli schemi argomentativi del ragionamento talmudico a fornire agli ebrei quel particolare modo di pensare. Un contributo è venuto anche dalla teologia, perché gli ebrei sono autorizzati, persino incoraggiati, a fare domande. Un ebreo non deve seguire una serie di prescrizioni di fede; fa parte di una tradizione comune, ad esempio, mettere in discussione l’operato di Dio, non solo per denunciare il male nel mondo, ma anche per cercare la verità, il valore supremo della tradizione ebraica. Se Dio può essere sfidato, diventa allora comprensibile, persino prevedibile, che forme inferiori di autorità (i genitori, i capi, la società) possano essere messe 23


in discussione. Così concepita, la sfida all’autorità è il marchio di fabbrica dell’umorismo ebraico e i comici ebrei si sono distinti per la determinazione con cui hanno sperimentato fino a che punto il loro pubblico potesse accettare parole e argomenti di un certo tipo. Non stupisce che tanti abbiano spiegato il particolare pathos dell’umorismo ebraico con le sofferenze subite e con un’esistenza di emarginazione vissuta in tanti paesi. È opinione comune che gli ebrei dell’Europa orientale nutrissero un interesse per l’umorismo come forma di terapia, un modo per gestire lo stress di tutti i giorni, di una vita vissuta in povertà e segregazione, a volte crudelmente inframmezzata da violenza e morte. Secondo questa teoria, sarebbe stata un’esistenza di questo tipo a generare l’umorismo come valvola di sfogo, un modo per liberarsi delle tensioni. In questo senso, le caratteristiche della comicità erano senz’altro uniche, perché è grazie ad essa che gli ebrei vennero riconosciuti, accettati, approvati e applauditi, un’esperienza che raramente avevano sperimentato nel confrontarsi con la cultura gentile. La comicità svolse dunque un ruolo psicologico, persino politico, aiutando gli ebrei a rapportarsi con culture maggioritarie. Nei primi anni del XX secolo le difficoltà della vita da immigrati ebbero un ruolo analogo nel forgiare soprattutto la prima generazione di comici ebreo americani. Figli di immigrati, non erano né dentro, né fuori: non erano cioè né partecipi del potere o in qualche modo privilegiati nella vita americana, né vivevano in un paese straniero sognando l’Eldorado. Questa identità precaria generò una prospettiva particolare, uno scetticismo sulla vita in generale, una sfiducia nelle istituzioni e un’ansia palpabile che a volte si fecero strada nell’umorismo. Ci furono comici ebrei anche prima della generazione degli immigrati, ma la storia della comicità ebraica come patrimonio nazionale può essere più utilmente fatta iniziare con quanti si erano fatti un nome nel vaudeville e nell’avanspettacolo: George Burns, Milton Berle, Jack Benny, Sophie Tucker, Fanny Brice, Ed Wynn, Bert Lahr e molti altri. Sviluppando alcuni cliché, questi comici riuscirono a rendersi riconoscibili al pubblico per alcune caratteristiche specifiche. Milton Berle, ad esempio, divenne famoso perché rubava le barzellette agli altri comici. Una delle sue battute era proprio su se stesso mentre

guarda un collega al lavoro: “Mi sono divertito così tanto che penna e blocchetto quasi mi cadevano di mano”. Berle aveva cominciato la carriera molto presto. Non aveva ancora dieci anni quando tagliò un pezzo di pelliccia da un manicotto della madre, se lo incollò sotto il naso e partecipò a una gara tra imitatori di Charlie Chaplin: arricciò le labbra, assunse un’andatura ondeggiante e vinse. Fanny Brice simulava deliberatamente un accento yiddish, ma non sapeva né leggerlo né parlarlo. George Burns, dopo aver inanellato una serie di partner diversi (tra cui una foca addomesticata), trovò un affiatamento perfetto con Gracie Allen. Esaltando l’ingenua stupidità del personaggio femminile, Burns divenne perfetto nel ruolo di spalla, utilizzando il sigaro per dare peso alle pause, l’espressione divertita e la voce cavernosa per fare scherzi e osservazioni. Per questi primi comici ebrei le cose non sono sempre state facili. Ed Wynn venne ripudiato dal padre non appena entrò nel mondo dello spettacolo. Jack Benny si buttò nella comicità dopo aver fallito con la musica. Molti furono accomunati dall’aver avuto una madre ebrea che aveva influito molto positivamente sulla loro vita. Sadie Berle, la madre di Milton, pagava delle persone perché sedessero tra il pubblico a ridere alle barzellette del figlio. Una volta reclutò anche Henny Youngman, allora aspirante attore, e gli diede cinquanta centesimi perché ridesse durante il numero di Berle. Più tardi Youngman avrebbe detto che il numero gli era piaciuto talmente tanto che lo avrebbe fatto anche per quaranta centesimi. Fu Minnie Marx, madre dei Fratelli Marx, a decidere che i suoi cinque figli sarebbero entrati nel mondo dello spettacolo. Cominciarono con un numero musicale, poi la comicità entrò nelle loro esibizioni quando il pubblico di Nacogdoches, in Texas, uscì dal teatro per andare a vedere uno spettacolo più interessante: un mulo selvaggio sfuggito al controllo, che stava distruggendo a calci un carretto. Non appena gli spettatori furono rientrati in sala Groucho, imbufalito, cominciò a insultarli. Pensando che gli insulti facessero parte della scenetta, il pubblico si scatenò in risate fragorose. Sadie Berle e Minnie Marx sono emblematiche di una generazione di donne ebree che non calcò il palcoscenico, ma applicò istinto, in-

24

25


telligenza, volontà ferrea e determinazione per sfondare nel mondo dello spettacolo, finalizzando quel dinamismo alla carriera dei figli, soprattutto maschi. I primi comici dovettero anche confrontarsi con il problema dell’assimilazione: quanto avrebbero dovuto, o avrebbero potuto, prendere le distanze dalla loro eredità culturale? I comici ebrei divennero le truppe d’assalto dell’assimilazione ebreo americana, facendosi accettare decenni prima di quanto sarebbe riuscita a fare la comunità nella sua interezza. Molti di loro abbracciarono con grande ardore sia i valori gentili che le donne gentili. Altri tentarono invece con difficoltà di rapportarsi con la più tradizionale comunità ebraica. I comici furono perciò tra i primi a rispecchiare, seppure in modo esagerato, il sofferto rapporto che gli ebrei americani a volte intrattenevano con la loro religione e la loro cultura. I comici ebrei rimanevano spesso ai margini della comunità. Erano più duri di umoristi come Sam Levenson, che raccontava storie consolanti su famiglie molto unite alle prese con le avversità. L’opinione dei comici ebrei sulla vita, sulla religione e sulla comunità era più severa. Lenny Bruce, il più ruvido tra essi, metteva a confronto ciò che cristiani ed ebrei pensavano di Dio. “Voi cristiani siete fortunati perché il vostro Dio, il Dio cristiano, è ovunque… Vi salva… È apparso in tre film… Il Dio ebreo: dov’è il Dio ebreo? Sta su una cassetta inchiodata sullo stipite della porta. Nella mezuzzah.5 Tanto che ho dovuto dire al mio padrone di casa: «Attento a non dipingermi Dio»”. Molti comici, in particolare Jackie Mason, occupano un posto a metà strada, prendendosi gioco degli ebrei ma al tempo stesso mettendosi dalla loro parte. Mason abbraccia la sua gente mentre la sfotte con abilità: “A tutti gli ebrei piace mangiare. Di cosa pensi che parlino gli ebrei a colazione? Di dove andare a pranzo. Stasera, dov’è che vogliamo cenare? Dove andiamo a prenderci un caffè?... Non vedrete mai un ebreo in un bar a meno che non si sia perso cercando una fetta di dolce”. Ma non c’erano solo risate. Samuel Janus, uno psicologo che tentò di individuare uno spirito comico comune, passò dieci anni a intervistare

SE VUOI CONTINUARE A LEGGERE, CORRI IN LIBRERIA

5 In ebraico letteralmente significa “stipite”. Si tratta di un oggetto rituale: un contenitore in cui è inserita una pergamena che riporta passi della Torah. La mezuzzah viene posta sullo stipite della porta, a circa due terzi dell'altezza della porta stessa, per essere a portata di mano. [n.d.r.] 26

27


Riso Kosher