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Dallo stesso autore di

Baciami Come uno Sconosciuto La Mia Ricerca dell’Amore e dell’Arte


GENE WILDER

LA MIA PUTTANA FRANCESE. Una delicata storia d’amore TRADUZIONE di Alessandra Olivieri Sangiacomo TiTOLO originale: My French Whore. Copyright © Gene Wilder, 2007 Original Publisher St. Martin’s Press, 175 Fifth Avenue, New York, NY 10010 USA Tutti i diritti riservati IMMAGINI: Illustrazione in copertina di Leonardo Rodriguez Foto in sovracoperta © Getty Images Tutti i diritti riservati Copyright © Sagoma, 2010

Largo Pontida, 18 20059 Vimercate (MB) Tel. +39 039 5967800 Fax +39 039 5967808 info@sagoma.com I edizione: ottobre 2010 ISBN 978-88-6506-009-4


A Karen Wilder, il cuore e l’anima di ogni storia d’amore che scrivo & A Elizabeth Beier, il mio editor, che sembra sapere sempre quando, come e cosa dire


Caro capitano Harrington, stavo per bruciare questi appunti, credevo di averli buttati giù solo per non impazzire. Ma poi mi sono reso conto di averli scritti unicamente perché desideravo che Lei capisse i motivi che mi hanno spinto a comportarmi in modo così bizzarro. Spero che un giorno, finita la guerra, Lei possa leggere questo diario. Spero anche che serberà di me un buon ricordo. Rispettosamente, Soldato Peachy


Facevo

il conducente di treni sulla linea MilwaukeeChicago. Due o tre volte l’anno recitavo nel teatro locale della nostra comunità interpretando piccole parti, anche se di tanto in tanto mi veniva affidato un ruolo da protagonista. Quando la compagnia dei Milwaukee Players decise di mettere su una commedia di Winslow Clarke intitolata Un Codardo Coraggioso, mi fu assegnata la parte di un soldato vigliacco che durante la Guerra Civile decide per la prima volta di compiere un

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gesto eroico. Era il ruolo più importante che il regista mi avesse mai affidato. Il teatro della nostra comunità dava solo tre rappresentazioni per ogni spettacolo allestito; l’ultima sera in cui interpretammo Un Codardo Coraggioso mi trovavo nel camerino degli uomini: mi stavo attaccando un paio di baffi ricavati da una ciocca di capelli finti con la colla Skolgie – quella che si usava per i trucchi teatrali – premendo forte sul labbro superiore, quando entrò il regista. Si chiamava John Freidel, ma noi attori lo chiamavano “Signore” perché lo temevano un po’. Oltrepassò gli altri uomini, intenti a indossare i costumi e a ripassare le battute, per venire dritto verso di me. “Hai fatto tardi, Peachy”, disse. “Mi dispiace, Signore, ma arrivo direttamente dal lavoro. Il treno era in ritardo”. L’appellativo “Signore” poteva suonare parecchio sarcastico rivolto a uno che ti stava rimbrottando, tuttavia, fino a quel momento, non lo avevo mai sentito urlare con nessuno. Era un tipo alto e io pensai che gli avrebbero fatto male le ginocchia quando si inginocchiò accanto a me sul pavimento di legno duro, ma di certo non avevo alcuna intenzione di interromperlo. Mi parlò in modo confidenziale, anche se in tono piuttosto animato. “Queste ultime sere sei stato assolutamente troppo sdolcinato. Troppo educato e cortese. Un vigliacco non è un vigliacco tutto il tempo, lo sai o no? Stai comincian-

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do a recitare come se fossi spaventato a morte. Mi fai il favore di essere un pochino più sciolto stasera?” “Farò del mio meglio, Signore”, dissi. “Quando il sipario si alza, dimenticati di quella dannata platea! Fa’ finta che siano le prove. Lo farai per me, non è vero, Paul?” “Cercherò di fare del mio meglio”. Venti minuti dopo avevo il cuore in gola. Sentii il direttore di scena sussurrare “Tocca a te!” mentre il sipario si alzava. Ci fu un attimo di silenzio, con gli spettatori in attesa, poi fu pronunciata la prima battuta. Grazie a Dio lo spettacolo andò bene e capii di essere piaciuto al pubblico, perché mi batté le mani con particolare vigore quando, alla fine, uscii per ricevere gli applausi. Mentre mi inchinavo rivolto alla platea notai il regista seduto in prima fila. Mi sorrise facendomi un cenno di approvazione. Finito lo spettacolo, non mi tolsi i baffi finti, che avevo tinto apposta del colore dei capelli di mia moglie: castano chiaro con riflessi ramati. Cercai di immaginare la faccia di Elsie quando li avrebbe visti. Elsie ed io eravamo sposati da soli quattro anni e mezzo, ma il romanticismo del nostro rapporto sembrava essersi avvizzito come le rose gialle del prato dietro casa alla fine dell’estate. Vivevo con Elsie e sua madre a Milwaukee in un appartamento di tre stanze al secondo piano di un edificio piccolo ma pulito, in un quartiere popolato da immigrati tedeschi e polacchi.

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Sull’autobus che mi riportava a casa, una bella ragazza e un soldato erano seduti di fronte a me, dall’altro lato del corridoio, mani nelle mani. La ragazza mi sorrise. Di riflesso mi toccai i baffi e sorrisi a mia volta. L’uomo si girò, lanciandomi un’occhiataccia. Chinai la testa, fingendo di leggere il programma teatrale che tenevo in mano. Tornato a casa, corsi su per le scale e aprii la porta della cucina. Dall’uscio semiaperto della camera da letto proveniva una luce soffusa. Infilai la testa nel vano della porta. “Guarda chi c’è!”, dissi, nel tono più sbarazzino che potei. Elsie stava dormendo, appoggiata a due grandi cuscini, i lunghi capelli castano chiaro sparsi tutti intorno. “Oh, Paul,” disse, ancora semiaddormentata. “Mi dispiace, tesoro, non immaginavo che stessi dormendo. Come ti senti?” “Ti stavo aspettando sveglia, ma poi mi sono assopita”, disse. Feci un piccolo balzo nel tentativo di farle notare i baffi. “Guarda chi c’è qui!”, esclamai. “Che ore sono?”, chiese Elsie, cercando di sbirciare l’orologio sul comodino dal mio lato del letto. “Le dieci e qualcosa”, dissi. “Come ti senti, Elsie?” “È spenta la luce in camera di mia madre?”, chiese lei. La stanza accanto era completamente buia. “Sì, è spenta”, risposi.

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Volevo che Elsie notasse i baffi, così feci un’altra piccola giravolta alla John Barrymore e ripetei: “Guarda un po’ chi c’è qui, Elsie”. “Paul, se hai intenzione di mangiare qualcosa, sbrigati, per favore”, disse. “Non ho voglia di mangiare, Elsie”. “Ma devi avere una fame da lupo”, osservò. “No, ho mangiucchiato qualcosa in treno. Davvero, non ho fame. Come ti senti?” “Se davvero ti fossi preoccupato per la mia salute, stasera mi avresti lasciata sola?” “Beh… in realtà ero preoccupato, anche se sono uscito, quindi immagino che la risposta debba essere «Sì». Sei così bella con i capelli sciolti”. “Io mi sento un mostro”. “Non è strana la vita, dato che invece sei davvero così bella?” “Grazie”. Mi avvicinai e mi sedetti accanto a lei sul letto. “Ti ho portato una cosa, tesoro”. “Non mi avrai mica portato un altro dolce?”, chiese. “Oh, Paul, perché lo hai fatto?” “Deve essere amore”, dissi, prendendole la mano. “Hai ancora la faccia tutta impiastricciata. Te ne eri accorto?” “Devo essermene dimenticato, ero così su di giri dopo lo spettacolo, e volevo tornare a casa prima che tu ti addormentassi”.

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Mi chinai a baciarla, poi mi tolsi i pantaloni, le mutande e i calzini e mi infilai nel letto. “Lasciami stare, Paul”. “Perché?” “Non me la sento”, disse. “Perché?” Elsie si girò dall’altra parte. Restai sveglio accanto a lei per un po’, finché infine non mi addormentai. Il giorno dopo stavo controllando i biglietti durante il viaggio di ritorno a Milwaukee. La carrozza era gremita di soldati con mogli e fidanzate. Perlopiù fidanzate, credo. Che fossero sedute o in piedi, sembrava che tutte le coppie si stessero baciando. I pochi uomini e le poche donne presenti più in là con gli anni cercavano di guardare altrove. Mentre percorrevo il corridoio, il mio sguardo fu attratto dal giornale che uno dei passeggeri stava leggendo. STAMANE ALLE ore 4.50 SEIMILA FUCILI TEDESCHI HANNO APERTO IL FUOCO. 2500 FUCILI INGLESI HANNO SPARATO IN RISPOSTA. LA FRANCIA ASPETTA GLI AMERICANI. Dopo aver ripetuto “Biglietti, per favore”, per ben tre volte a una coppia che si baciava appassionatamente, mi scoraggiai e smisi di forare talloncini. Quando arrivammo alla stazione sulla Terza strada, a Milwaukee, saltai giù dal predellino sulla

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banchina della stazione per aiutare le persone più anziane a scendere dal convoglio. Poi mi feci strada attraverso la folla. Quasi tutti stavano salutando i propri cari abbracciandoli e baciandoli. Una bimbetta si teneva aggrappata alla gamba della madre mentre quella teneva stretto per la vita il marito e lo baciava. Rimasi lì fermo a guardare quel trio per un istante. Quel pomeriggio scrissi una lettera a mia moglie. Cara Elsie, ho deciso di unirmi all’esercito. Non penso che sarai mai felice con me e so a mia volta di essere terribilmente infelice. Ti lascio tutti i soldi depositati sul nostro conto in banca. Ho anche pagato le prossime tre mensilità dell’affitto. Il signor Kazinsky dice che tu e tua madre potete riavere il vostro lavoro alla panetteria, se volete. Addio. Paul

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Mi mandarono a Camp Pike, vicino a Little Rock, Arkansas. Al terzo giorno di addestramento fui assegnato alla Compagnia B. Non sarei sincero se dicessi che l’addestramento riservato alle reclute mi piaceva, ma, in compenso, in quelle prime sei settimane ebbi l’opportunità di conoscere due buoni amici: Wally e Murdoch. Wally proveniva da una famiglia di origini greche e di cognome faceva Tsartsarlapidith, ma durante il primo appello il sergente non era riuscito a pronunciarlo. Aveva

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detto: “Wally vattelappesca, che diavolo di cognome hai?” “Non me lo ricordo più, Signore”, disse Wally. Il sergente Krodecker era un professionista con le palle. Abbaiò: “NON MI CHIAMARE «SIGNORE», NON SONO UN POLIZIOTTO DEL CAZZO. D’accordo, saccentone del cavolo, d’ora in poi ti chiamerai solo WALLY”. Murdoch fu sempre solo “Murdoch”; non saprei dire perché. Non usava mai il suo nome. Non di fronte a noi, comunque. Un giorno stavamo attraversando quello che chiamavano “il campo di battaglia simulato”. Dovevamo strisciare sotto il filo spinato tenendo i fucili davanti a noi fino a raggiungere uno spiazzo erboso. Murdoch passò senza problemi e io lo seguii, ma Wally, che era piuttosto grassottello, fece una fatica del diavolo. Il sergente Krodecker gridava: “WALLY, SEI PIÙ LENTO DELLA MERDA CHE ESCE DA UNA TROMBA!” Non mi piacquero le sue parole, ma non potei esimermi dal ridere insieme agli altri. Il giorno dopo finalmente ero al campo di tiro: non vedevo l’ora. Dopo aver sparato un colpo con il fucile mi venne un terribile mal di testa e pensai di essere diventato sordo. Fra l’altro, mancai il bersaglio. “Come ti chiami, ragazzo?” Mi girai per cercare di vedere chi aveva parlato, ma avevo il sole negli occhi e tutto ciò che distinsi fu una

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sagoma. Non riuscivo a vedere il volto, intravidi solo una massa di capelli ricci e neri che sembrava spuntargli dal naso. Pensai che si trattasse di un ufficiale, così dissi: “Soldato Paul Peachy, Signore”. “Sono il capitano Harrington”, rispose la voce, “il comandante della tua compagnia”. Cercai di sollevarmi più veloce che potei, ma lui mi fermò. “Non è necessario che ti alzi”, disse. “Voglio solo che tu provi a fare una cosa. Prima di sparare il prossimo colpo, prendi la mira, fai un piccolo respiro, trattienilo per un secondo… poi premi dolcemente il grilletto, non pigiarlo troppo bruscamente. Adesso prova”. Feci esattamente come mi aveva detto, e funzionò. Non feci centro, naturalmente, ma colsi il bersaglio. Eccitato, mi voltai verso di lui, ma il capitano Harrington era scomparso. Quella sera i ragazzi della Compagnia B si misero a comporre una canzone sul capitano Harrington. Continuarono a ripeterla finché non trovarono la giusta melodia. “Il capitano Harrington, come ogni soldato ha appreso, ha peli ricci e neri che spuntano da un porro sul naso. Ma ‘Harrington dal naso peloso’ è davvero un tipo spassoso.

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Non sbraita e ha pazienza Basta non fissare la sua escrescenza”. Povero capitano Harrington. Spero che non debba mai ascoltarla. Non ero mai stato su una nave più grande di una barca a remi prima di allora, ma alle sei e mezza del 7 maggio 1918, il Nono Reggimento salpò per la Francia per andare a combattere contro gli Unni. Wally, Murdoch e io ci sporgemmo dal parapetto della nave a guardare New York allontanarsi all’orizzonte, mentre il vento soffiava scompigliandoci i pensieri. Mi chiedevo che reazione avesse avuto Elsie nel leggere la mia lettera. Non che rimpiangessi di averla scritta: mi domandavo solo se fosse triste o sollevata adesso che me n’ero andato. Mi chiedevo pure se sarei morto in Francia. Suppongo che anche i miei compagni si stessero ponendo la stessa domanda. Credo fosse per questo che si misero a raccontare così tante barzellette stupide e a inventare così tante canzoni senza senso. Avevamo tutti paura e non volevamo darlo a vedere. Ero stato fortunato a trovare Wally e Murdoch. Senza di loro mi sarei sentito molto solo.

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La Mia Puttana Francese - Una Delicata Storia d'Amore  

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