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Cinzia Scarpino

US Waste Rifiuti e sprechi d’America. Una storia dal basso


www.saggiatore.it

Š il Saggiatore s.p.a., Milano 2011


US Waste Al capitano, «…Terra!»


Sommario

Introduzione

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prima parte. quel che resta di 160 acri

21

1. L’Ovest tra abbondanza e sprechi

25

L’Ovest: premesse, 25 Dai bisonti alle scatolette, 29 Frontiere, riserve, discariche, 36

2. Carne, scarti, rifiuti

41

Qual è il problema della carne americana?, 41 Porkopolis, 46 Estrogeni, escherichia coli e salmonella, 50 Dalle scatolette al Big Mac, 55 Greeley, Colorado. «Vai a Ovest, giovane uomo», 60

3. I «frutti baciati» (da sudore, pubblicità e chimica)

64

Da «granaio del mondo» a «catino di sabbia»: le Great Plains 64 La rivoluzione ortofrutticola californiana, 67 L’«atomica degli insetti» e il regno della chimica, 70

4. Legno, petrolio, acqua: una ricchezza sperperata? Conservare per consumare, 75 Il petrolio e l’acqua tra sprechi e conservazione, 76 La taylorizzazione delle foreste e Yellowstone, 80 Il Sud e le città fantasma, 83 Hoover Dam, 85

75


5. Esplosioni atomiche e orizzonti perduti

89

Los Alamos e il Progetto Manhattan, 89 Nevada Test Site, 94 Cinquemila piedi sotto i mari. Maree nere e altri disastri, 100

seconda parte. arcipelaghi di rifiuti

111

1. Città e rifiuti

116

«Classi pericolose» e slum, 116 Da sistema aperto a sistema chiuso, 120 Letame, germi e il vangelo igienista, 124 Il posto dei rifiuti: dal salotto alla strada, 128 Da palude a città imbiancata, 131

2. L’arcipelago di New York

135

Alla deriva di New York. Rikers Island, Barren Island, Hart Island, 135 Ellis Island, 141 Archivi di erranza e storie di speranza, 145

3. Fiere e discariche

150

Corona-Flushing Meadows. L’Esposizione universale del 1939, 150 La discarica di Fresh Kills, Staten Island e Ground Zero, 154

4. L’arcipelago di San Francisco

162

Terremoti e terrapieni, 162 Angel Island, 165 Alcatraz, 168 Great Pacific Garbage Patch, 171

terza parte. il mondo di mrs. consumer

177

1. Nazione d’asfalto: il regno dell’auto

184

Automobilità, 184 Ford vs General Motors: il cambio annuale, 190 «Unleaded»: la storia del piombo nella benzina, 194 Strade contro traversine, 198 Dalla macchina di Gatsby a quella di Carver (passando per Tom Joad), 202

2. Benessere prêt-à-porter Il catalogo per corrispondenza e la sua eredità, 206 L’invenzione delle rate, 213 L’obsolescenza delle merci, 217 Rasoi Gillette,

206


assorbenti igienici, Pampers, 220 «Cose migliori con la chimica», 226 Elettrodomestici, 230 Rifiuti solidi e «Disposall», 235

3. Vuoti a perdere. Suburbs, supermercati e malls

238

I suburbs, 238 Supermercati e malls, 242

Conclusioni. Dei cataloghi

247

Ringraziamenti

257

Note

259

Bibliografia

295

Indice dei nomi e dei luoghi

315


Introduzione

Our knowledge is historical, flowing, and flown. elizabeth bishop

Difficile esporsi al peso incalzante degli Stati Uniti contemporanei senza fare i conti con rifiuti e sprechi, degrado urbano e inquinamento ambientale. Così, da almeno dieci anni a questa parte, l’enciclopedica dicitura «U.S. Waste» ha finito con l’imporsi all’attenzione di chi scrive come uno spaccato della cultura americana capace di incorporare quanto di più interessante è stato prodotto da critica, letteratura, cinema, serie televisive e fotografia. Dalla chiusura della discarica newyorkese di Fresh Kills (Staten Island) a una serie di indagini circa le ricadute radioattive sulle popolazioni native di Nevada, Utah, New Mexico; dagli articoli sulla rapida distruzione del West ai saggi sull’impatto ambientale e umano dell’uragano Katrina e della «marea nera» del Golfo del Messico; dalle letture e riletture di Underworld, il romanzo di Don DeLillo, alle visioni e ri-visioni della serie televisiva I Soprano; dalle fotografie di Joel Sternfeld, Melinda Hunt, Jacob Holdt, Richard Misrach, David Maisel e Alex MacLean alle immagini di Eric Drooker, dai documentari cinematografici sulle storture e i cortocircuiti del sistema alimentare ai reportage giornalistici sull’inquinamento di acqua e aria, le pagine di quell’enorme archivio si sono moltiplicate nel tempo, altrettante cartine tornasole di un intero paese che si sta, per molti versi, letteralmente «buttando via». Ragionare dei materiali così raccolti traducendo parole, immagini, statistiche, dati in un disegno unico per quanto sfaccettato, ha significato volgere lo sguardo all’indietro e ricavare una storia dei rifiuti e degli


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US Waste

sprechi americani a partire da una serie di luoghi: discariche, fogne, stazioni per l’immigrazione, vagoni ferroviari, centrali nucleari, carceri, ghetti, cimiteri, ospedali, fabbriche, macelli, scuole, autostrade, dighe, argini, supermercati, esposizioni universali, musei, memoriali… Da questo sguardo retrospettivo è nato un libro che copre, trasversalmente, quasi due secoli di storia degli Stati Uniti (dal 1800 agli anni Sessanta del secolo scorso, con frequenti proiezioni tardo novecentesche) e buona parte del continente nordamericano (da New York City a San Francisco, da Chicago a Los Angeles, dal deserto del Nevada a quello del New Mexico, dal Colorado alla Florida alla Louisiana), accogliendo una prospettiva storico-culturale attraverso cui individuare la comune matrice economica e geografica del complesso fenomeno dei rifiuti. Dalla spazzatura ai marginali umani, dal degrado urbano all’impoverimento e alla progressiva distruzione dell’ambiente naturale, il pur multiforme discorso sul waste – parola inglese che, nella sua triplice declinazione di sostantivo, verbo e aggettivo racchiude in sé molti significati: rifiuti, scorie, scarti, sprechi; desolato, disabitato, devastato; sprecare, buttare via, far fuori – segue infatti una medesima logica spaziale di rimozione (dalle aree residenziali delle città e dai centri popolati in genere) e contenimento (nelle periferie urbane e nelle regioni desertiche del paese). Il sottotitolo, Rifiuti e sprechi d’America, allude certo alla spazzatura domestica e al fallout industriale/nucleare, ma anche all’incisione illimitata di un territorio proverbialmente ricco di risorse naturali nel nome di un progresso identificato con l’allargamento costante dei consumi nazionali. Nella storia degli Stati Uniti, rifiuti e sprechi/abusi ambientali – fattori complementari perché senza i secondi non esisterebbero i primi – agiscono sull’impoverimento e la rovina del territorio nazionale e, visto il ruolo egemonico del paese nella seconda metà del Novecento, internazionale. La seconda parte del sottotitolo – Una storia dal basso – vuole invece dar ragione sia della qualità basso-mimetica, vale a dire corporea, del fenomeno «rifiuti» (che, in quanto deiezioni materiali di un’attività umana, appartengono alla sfera dell’«abietto» studiata dalla filosofa Julia Kristeva), sia della dimensione sociale della loro storia, intrecciata da sempre alla sopravvivenza delle classi e delle categorie più deboli (i poveri, i lavoratori, i neri, le minoranze etniche, le donne). In un breve scritto del 1929, un’introduzione al romanzo «proletario»


Introduzione

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di Edward Dahlberg Vita da cani (1930), l’inglese David Herbert Lawrence riconduce il presente americano di oppressione materiale e culturale evocato da quell’opera alla storia della conquista del West selvaggio, esperienza brutale che pur spezzando il cuore dei pionieri non ne ha scalfito la determinazione a piegare la terra e renderla produttiva. Per quanto improntata a un certo grado di astrazione, la lettura di d.h. Lawrence sembra cogliere nel segno quando si sofferma sull’ossessione tutta statunitense per quelli che lui chiama «effluvi repellenti»: Come si dice in questo romanzo: gli americani distinguono gli altri popoli dal sudore e dalla loro cucina. Il che significa: dai loro effluvi sgradevoli. E questo è fondamentalmente vero. Una volta troncata la simpatia del sangue, una volta rimasta soltanto quella dei nervi, gli esseri umani sviluppano una segreta e intensa ripugnanza fisica reciproca, e una simpatia esclusivamente mentale e spirituale. La segreta ripugnanza fisica tra la gente è all’origine della perfezione del sistema «idraulico» americano, degli impianti igienici americani, e delle cucine americane, antisettiche e totalmente smaltate di bianco. Si rivela negli orridi annunci pubblicitari sulla «alitosi» o alito cattivo. È all’origine della nausea americana di fronte alla tosse, agli sputi o a qualsiasi cosa del genere. Le città americane tollerano a cuor leggero orrendi mucchi di barattoli e immondizie sminuzzate. Ma gli onesti cittadini diventano matti alla vista di escrementi umani.1

Già autore degli Studies in Classic American Literature (1923), d.h. Lawrence si rivolge qui alla doppiezza culturale di un paese che, alle soglie del decennio più critico della propria storia, non sa (o non vuole) fare i conti con gli effetti concreti di uno stile di vita fondato su un’idea bonificata, o meglio sterilizzata (sanitized), della dimensione corporea individuale e collettiva. La scelta del romanziere inglese di soffermarsi su quello che gli appare come un grande cortocircuito sociale – la nevrosi con la quale gli americani rimuovono «gli escrementi umani» contrapposta alla loro indifferenza nei confronti del proliferare di rifiuti materiali di ogni altro tipo – non è certo casuale presentando un’opera, Vita da cani, incentrata sulla underclass di un paese in cui, lo vedremo nella storia che andiamo a raccontare, alle dinamiche mentali dell’abiezione si sono sovrapposte quelle economiche del capitale.


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US Waste

Ed è forse in virtù del loro legame con i meccanismi dell’abiezione, ai quali Julia Kristeva riconduce i procedimenti psicologici dell’arte, che i «rifiuti» – intesi quali spazzatura metropolitana, luoghi degradati o marginali, rovine vecchie solo dieci anni – corrono in molta parte della storia dell’arte americana:2 dalla Ash Can School alla fotografia sociale di Jacob Riis e Lewis Hine, dalla pop art di Robert Rauschenberg, Jasper Johns, Claes Oldenburg all’architettura di Robert Venturi, dalle Watts Towers di Simon Rodia ai graphic novel di Will Eisner e alla musica sperimentale di John Cage e Laurie Anderson, fino ai film della Factory di Andy Warhol.3 Con riferimento alla letteratura critica, parlare di rifiuti e di sprechi significa, in primo luogo, confrontarsi con i cosiddetti Environmental Studies, gli studi sull’ambiente che, ancora poco sviluppati e conosciuti in Italia, da almeno due decenni ricoprono un ruolo di primissimo piano all’interno delle università americane, confluendo poi spesso in libri a cavallo tra discipline diverse eppure confinanti come l’antropologia, la geografia culturale, la letteratura, i Media Studies, la sociologia. Tra questi titoli, non stupisce trovare alcuni bestseller americani dell’ultimo ventennio: Geografie della paura e Città di quarzo di Mike Davis; Fast Food Nation di Eric Schlosser; Il dilemma dell’onnivoro di Michael Pollan. Proprio in omaggio a questi filoni di critica è bene fare una qualche precisazione terminologica preliminare. Di che cosa parliamo quando parliamo di «ambiente» e di «ecologia»? Per gli storici di questa disciplina, la parola «ambiente» «si riferisce all’area circostante naturale o modificata dall’uomo che influisce sull’abilità di un organismo vivente o di un gruppo di organismi di sopravvivere e svilupparsi nel tempo».4 L’ecologia, invece, «ha a che fare con le relazioni tra questi organismi e la loro area circostante» e, nel caso di esseri umani, questa include anche modelli sociali e culturali.5 La storia ecologica sarebbe così più grande di quella ambientale, sebbene i due termini siano spesso intercambiabili. Le fonti degli Environmental Studies sono varie: dai libri dei mercanti ai diari degli esploratori, dai registri anagrafici alle leggi, dai diari degli agricoltori alle leggende indiane, dalle poesie ai saggi sulla natura, dagli studi scientifici alle digressioni filosofiche. Le seguenti pagine devono molto a un solido corpus di studi sull’ambiente americano di autori quali Donald Worster, William Cronon, Marc Reisner, Ted Steinberg, Mike Davis, nonché a una serie di opere,


Introduzione

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altrettanto fondamentali, legate più strettamente al discorso dei rifiuti e degli sprechi, tra le quali spiccano due nomi: Martin Melosi e Susan Strasser. Le ricerche d’archivio di cui mi sono avvalsa sono invece di tipo elettronico: alcune testate giornalistiche (New York Times, Los Angeles Times, Washington Post, The Nation, Time Magazine, USA Today) e le banche dati della Environmental Protection Agency (epa) e dello United States Census Bureau. Accanto ai riferimenti più storici e critici, occorre poi ricordare quell’enorme serbatoio bibliografico costituito dalla letteratura americana (da John Steinbeck a James Agee, da Francis Scott Fitzgerald a David Foster Wallace, da Don DeLillo a Raymond Carver, da Upton Sinclair a Sinclair Lewis, da Flannery O’ Connor a Henry Miller, da Arthur Miller a Truman Capote, da Joan Didion a Jonathan Franzen, da Maxine Hong Kingston a Le Roi Jones) al quale ho attinto abbondantemente nel raccontare una storia, quella dei rifiuti e degli sprechi, a cui la narrativa del paese sembra tornare costantemente. Un’ultima premessa va fatta poi sull’aspetto «politico» dell’argomento trattato, rispetto al quale vorrei far menzione di ciò che scrive una delle voci più autorevoli della storia ambientale americana, Carolyn Merchant, circa la – presunta – maggiore coscienza ecologista dei democratici rispetto ai repubblicani: C’è stato un tempo in cui i due partiti [democratico e repubblicano] erano entrambi impegnati nella conservazione delle risorse, un tempo in cui il gop [il partito repubblicano] era verde… Theodore Roosevelt, all’inizio del Novecento, creò i primi rifugi naturali, le prime riserve, i primi parchi. Richard Nixon, all’inizio degli anni Settanta, con un appoggio bipartisan, firmò il National Environmental Policy Act, il Clear Air and Clean Water Acts, fondando la epa (Environmental Protection Agency).6

Posto che le responsabilità e i meriti di questa lunga storia siano stati «bipartisan», è utile ricordare quanto il punto di vista attraverso il quale si guarda oggi alle prime sia necessariamente condizionato da una dimensione culturale contemporanea che impone al passato un filtro prospettico in termini non solo temporali ma anche scientifici. Per fare soltanto un esempio, è impossibile raccontare i benefici dell’uso agricolo e domestico di fertilizzanti e pesticidi senza considerare gli effetti di queste sostanze


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US Waste

sull’ambiente, e quindi sull’uomo (la salute dei braccianti, la qualità dei raccolti, l’inquinamento delle falde acquifere e, in ultima analisi, delle fonti di acqua corrente). L’espressione «U.S. Waste» ha quindi anche un’accezione metaforica e umana: contiene in sé le masse immigrate di ieri – «i miserabili rifiuti» risospinti dalle brulicanti coste del Vecchio Mondo evocati da Emma Lazarus sul finire dell’Ottocento7 – e di oggi, i neri e i poveri, ovvero la underclass americana. Anche di loro questo libro vuole dare conto perché, a studiarla nella sua lunga durata, la storia dell’ambiente del paese rivela una corrispondenza, quasi una sovrapposizione, tra i costi sociali della produzione di rifiuti e del degrado territoriale e i segmenti della popolazione economicamente più deboli. Le storie dell’arcipelago di New York – e di Ellis Island, la «stazione d’entrata» alla nuova terra promessa per i milioni di immigrati provenienti da tutta l’Europa – sono, in questo senso, indispensabili al discorso sui rifiuti americani tanto quanto le cronache circa il funzionamento dei macelli di Chicago e delle industrie fordiste di inizio Novecento (in cui quegli stessi immigrati finiranno a lavorare), le discariche cittadine (da cui essi trarranno sostentamento attraverso il riciclo), la nascita dei prodotti usa e getta e dei supermercati e l’invenzione dei pagamenti rateali (dei cui vantaggi potranno fruire in modo solo parziale). La suddivisione in tre parti non segue un criterio cronologico bensì tematico: la prima parte, Quel che resta di 160 acri, prende in considerazione la centralità dello «spreco» e del cattivo uso del territorio nella storia «ambientale» dell’Ovest e del Midwest; la seconda, Arcipelaghi di rifiuti, si concentra invece sulla storia urbana dei rifiuti in senso lato (materiali e, per così dire, metaforici), con particolare attenzione alle città di Chicago, New York e San Francisco e ai luoghi deputati al loro contenimento (isole-penitenziario, isole-discarica, isole-cimitero); la terza parte, Il mondo di Mrs. Consumer, offre una panoramica dell’esplosione dei consumi americani e della conseguente diffusione di una mentalità del tutto slegata da qualsivoglia forma di parsimonia e riciclo. In ultima analisi, tornando ai riferimenti temporali, questo libro è una storia sul futuro degli Stati Uniti, quel futuro di progresso e abbondanza iscritto da sempre nell’ideologia del paese come destino collettivo e privato.


Introduzione

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La storia dei rifiuti e degli sprechi americani ruota, in fondo, intorno alla possibilità che la promessa di quel futuro felice non venga mai meno, perpetuandosi grazie a cambiamenti tecnologici spesso dolorosi. Si tratta quindi di una storia di slanci e di ferite perché, come nel Pianto della scavatrice di Pier Paolo Pasolini, «piange ciò che muta, anche / per farsi migliore. La luce / del futuro non cessa un solo istante / di ferirci».8


prima parte

Quel che resta di 160 acri


E vivremo del grasso della terra john steinbeck

Uomini e topi, il breve romanzo di John Steinbeck del 1937, ha come protagonisti due braccianti, George Milton e il ritardato mentale Lennie Small che, nei tempi di crisi della Grande Depressione, cercano lavoro nei campi della California: il sogno di entrambi è quello di poter vivere un giorno «del grasso della terra».1 In uno dei frangenti economicamente più duri della storia del paese, Steinbeck decide di usare un’espressione popolare dal sapore biblico – «vivremo del grasso della terra» – che rinnova la promessa di abbondanza e libertà delle origini. Il ricorso alla retorica della «terra di latte e miele» è una costante nella cultura americana, a sua volta riconducibile all’idea, sospesa tra mito e realtà, che il paese goda di una riserva inesauribile di ricchezze naturali – il grasso della terra, appunto. Alla base dei processi di formazione dell’identità nazionale, la valenza mitica di un Nuovo Mondo come «terra dell’abbondanza» trova poi il suo corrispettivo materiale nella cattiva gestione, nello spreco o nell’abuso delle risorse del paese: è qui che entrano in gioco i tanti significati della parola inglese waste – rifiuti di ogni sorta, ma anche impoverimento e degrado del suolo, e quindi del territorio in senso lato2 – che andremo a scoprire in questa prima parte di libro. L’intera storia degli Stati Uniti appare infatti scandita dalla complementarietà di «abbondanza» e «sprechi», dove i secondi rappresentano la libertà ultima di poter disporre della prima – dono al nuovo popolo eletto – senza restrizione alcuna. Fin dalla sua scoperta, il continente nordamericano è infatti evocato dalle proiezioni europee quale nuovo Eden, nuovo Giardino delle


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US Waste

Esperidi, continente vergine sgombro dai vizi e dalla corruzione della vecchia Europa. Nel 1539 il conquistatore spagnolo Don Francisco Vázquez de Coronado decide di esplorare la zona a nord del Messico inoltrandosi nei territori degli odierni New Mexico, Arizona, Texas, Oklahoma e Kansas alla ricerca delle mitiche sette città di Cibola che la leggenda spagnola vuole lastricate di oro e argento. I resoconti di Amerigo Vespucci si soffermano invece sul singolare statuto legale di una terra che appare piena di ricchezze ma priva di proprietari poiché «sine rege: sine imperio».3 Per i colonizzatori anglosassoni che si insediano sulle coste nordorientali della futura Nuova Inghilterra, una compagine geografica tanto ricca quanto selvaggia suscita un impulso all’impiego e alla messa a profitto di risorse che essi credono incomprensibilmente inutilizzate.4 La corsa al riscatto di quell’enorme potenziale economico li induce a sfruttarne incondizionatamente le parti fino a quel momento «improduttive». Dall’occasione mancata – o sprecata – di non aver ancora goduto dell’ambiente generoso si passa quindi alla volontà di goderne in abbondanza, a piacimento, cioè senza limiti. L’Uomo Americano presenta quindi un’identità plasmata in prima analisi dall’accoglienza in un «grembo generoso», ma non è tutto merito della provvidenza perché, per quanto dovizioso, quel «grembo» appare come un’enorme wilderness – una natura selvaggia e minacciosa – che solo l’intraprendenza mercantile e capitalistica saprà addomesticare e rendere produttiva.5 La messa a profitto delle ricchezze della terra la sottrarranno così a un destino di inservibilità e sprechi, ovvero, waste.6 Nella storia degli Stati Uniti l’idea di spreco cambia a seconda delle prospettive e degli interessi: per tutto l’Ottocento e gran parte del Novecento è considerato spreco uno sfruttamento delle risorse solo parziale (un peccato, per l’uomo, non poter disporre pienamente di tutto «il grasso della terra»); mentre a partire dal grande spartiacque ecologista degli anni Sessanta del secolo scorso, sarà la cattiva gestione delle risorse naturali – un’altra forma di spreco – l’imputata principale del loro depauperamento e inquinamento. Attenzione però, posto che la quasi illimitata tendenza agli sprechi tipica degli Stati Uniti sia da cercare in una percezione delle risorse naturali (soprattutto energetiche) come altrettanto smisurate, per gran parte del xix secolo sarà proprio l’abbondanza di quest’ultime a sopperire alla iniziale scarsezza della manodopera: uno


Prima parte. Quel che resta di 160 acri

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scenario economico opposto a quello europeo, dove, in quegli stessi anni, sul «lusso di poter scegliere» – tipico del Nuovo Mondo – ha la meglio la «necessità di scegliere» tra risorse geologiche limitate.7 L’altra faccia di questa straordinaria libertà di scelta è la «maledizione» dell’America di fine Novecento e inizio Duemila: da un accesso immediato (perché poco se non affatto mediato dalle istituzioni) a legname, carbone, petrolio (e, dal secondo dopoguerra, uranio) è dipesa, nel corso del tempo, la totale assenza di politiche energetiche e l’abitudine di guardare a queste fonti non già come mezzi ma come fini, beni di consumo svincolati in quanto tali da qualsivoglia pianificazione pubblica e quindi esposti a ingenti sprechi individuali. La non adesione degli Stati Uniti al protocollo di Kyoto – in cui i paesi industrializzati si sono impegnati, per la prima volta nel 1997, a ridurre le emissioni di gas serra entro il 2012 – affonda le sue radici proprio qui.8 A guardare la storia degli Stati Uniti in rapporto alla gestione delle risorse naturali (fiumi, falde acquifere, miniere, pozzi di petrolio), artificiali (beni di consumo) e umane (le vite di tutte le minoranze considerate tali su linee di classe, etnia e genere) è possibile intuire come il progresso del paese sia andato di pari passo a uno sperpero di una fin troppo mitizzata prosperità. Soprattutto a partire dall’Ottocento, in nome del diritto di poter usufruire delle ricchezze di un intero continente in modo assoluto e al riparo dalle ingerenze delle potenze europee, la «democrazia» statunitense si macchierà di una serie di «abusi» umani e ambientali giustificati di volta in volta dalla retorica patria. Alla genesi di quegli abusi c’è lo scarto tra una sfera ideale (rappresentata dai principi fissati dalla Dichiarazione di Indipendenza e dalla Costituzione) e la pratica civile e sociale di una democrazia che nasce come privilegio esclusivo dell’americano maschio, bianco e borghese. Non dimentichiamoci, infine, che una delle accezioni della parola waste è «uccidere», «far fuori». La storia dei rifiuti e degli sprechi statunitensi, lo vedremo bene occupandoci di industria della carne, è anche quella delle vittime umane letteralmente «fatte fuori» dal succedersi ormai bisecolare di politiche ambientali e alimentari guidate dalle lobby delle grandi multinazionali. Un’immagine memorabile di quale sia la relazione tra gli abusi umani, i rifiuti e il degrado ambientale è restituita da una frase di Howard Zinn posta a premessa della sua Storia del popolo americano: il ripetersi di


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«atrocità» nella storia degli Stati Uniti, egli scrive, è dato dall’abitudine storiografica di «seppellirle sotto una massa di altri fatti come si seppelliscono i rifiuti radioattivi in contenitori sigillati».9 Rimanendo nel campo metaforico suggerito dallo storico Zinn, le atrocità si sono consumate – e continuano a consumarsi – sui segmenti di popolazione considerati di scarto, per classe, etnia e, in misura minore, genere, e quindi proscritti a una giurisdizione reale parallela: i neri, i nativi, le «minoranze etniche» (dai cinesi ai nippo-asiatici, dai latinos agli italiani), le donne.10 Pur secondo sviluppi storici diversi, queste categorie sono state oggetto di sperequazioni nelle condizioni lavorative, nel diritto all’istruzione e alla sanità, nella partecipazione alla vita democratica: anche questo fa parte della storia ambientale americana. Parlare di «cattiva gestione» delle risorse naturali e umane degli Stati Uniti significa allargare il compasso della nostra analisi nello spazio e nel tempo, su un territorio che a guardarlo dall’alto, come fa il fotografo Alex MacLean, sembra «un’enorme cava, una rete operativa di scambi e di mobilità».11 La modalità del survey, la panoramica dall’alto, non è casuale. L’economia di mercato ha reso infatti possibile la distribuzione e il consumo di merci che hanno il potere di occultare non solo il lavoro, il sudore e il sangue di chi le ha prodotte, ma anche il capitale naturale (la terra, l’acqua e gli alberi) senza il quale esse non esisterebbero.12 Per certi versi, lo aveva capito già la scrittrice americana Gertrude Stein trasvolando per la prima volta sul suo paese d’origine negli anni Trenta;13 solo dal cielo è possibile una visione degli Stati Uniti realistica, affrancata cioè da ogni pregiudizio ideale: una cava piegata a sostenere le esigenze di un sistema economico votato alla riproduzione di sempre maggiori quantità di beni di consumo. Così, le ricognizioni aeree di MacLean ci restituiscono perlopiù immagini di un territorio suddiviso geometricamente: da una parte, la perfetta regolarità del rettangolo dei biondi campi di grano nel Midwest e delle oasi verdi di frutta e verdura a cerchi dell’Ovest, dall’altra, i crateri delle miniere di carbone, zinco, ferro, uranio che, ormai sventrate, disseminano il paese intero e le grandi distese desertiche di Arizona, New Mexico e Nevada puntellate di relitti militari della Guerra fredda.14 Al doppio segno di pieno e vuoto, produttività della natura e suo impoverimento, si rivolge questa prima parte del libro.


1. L’Ovest tra abbondanza e sprechi

L’Ovest: premesse Il nostro racconto parte dal West – l’area geografica che, nella sua accezione più ampia, va dal 98° meridiano (attraversando i due Dakota, il Nebraska, il Kansas, l’Oklahoma e il Texas) al Pacifico –1 perché in nessuna altra regione degli Stati Uniti su così vasta scala, il doppio segno di abbondanza/abuso delle risorse naturali del territorio è tanto evidente. La conquista del West, che comincia nei primi decenni dell’Ottocento e finisce, almeno ufficialmente, nel 1890 (con la chiusura della frontiera), mette in rilievo il carattere violento e le modalità proditorie di una caccia colossale ben lontana dall’ideale di Thomas Jefferson – successivamente ripreso da Andrew Jackson – di un popolo di fattori virtuosi dediti allo sviluppo armonioso della nazione.2 La violenza consumata ai danni dell’ambiente statunitense tra il 1800 e il 1850, con lo sterminio di balene, bisonti e orsi, procede parallela all’annientamento sistematico dei popoli nativi; l’eliminazione fisica dei primi e dei secondi risponderà tanto a necessità di tipo economico (la ricerca di risorse a basso costo, l’annessione di nuovi territori, la formazione di nuovi mercati), quanto a dinamiche culturali che innerveranno l’immaginario collettivo a venire. C’è un passo di un libro di Richard Slotkin, uno studioso della storia del West e della frontiera, che riassume in modo suggestivo l’impatto violento della «conquista» sui territori dell’Ovest:


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Collocateli nello spazio e nel tempo con le loro figure statuarie e i loro trofei impilati e ad emergere è un paesaggio più familiare – la balena, il bisonte, e l’orso – cacciati quasi fino all’estinzione per il gusto di uccidere e «scalpati» delle loro pelli per fama e profitto da uomini come Buffalo Bill; la carne di bisonte abbandonata a marcire fino a ricoprire acri di prateria di ossa imbiancate e poi triturate per farne fertilizzanti; l’indiano umiliato, impoverito, ucciso in cambio dei suoi doni; la terra e la sua gente, specialmente «scura», sfruttate economicamente sino allo sfinimento; la guerra dell’uomo contro la natura, e quella tra razze e razze, esaltata come un ideale eroico; i cumuli di auto sventrate, ammucchiati come piramidi tartare di teschi visitati dalla morte, corrotti dal tempo e dalla pioggia, a segnalare il nostro passaggio sulla terra.3

Nel suo andare avanti e indietro nel tempo, questo brano disegna le coordinate di un’area di indagine, quella del West, con la quale è però necessario fare i conti se si vuole parlare di sprechi e rifiuti americani: l’imporsi di una ripartizione geografica strumentale alla compravendita dei terreni, l’avanzare della ferrovia e della speculazione, la noncuranza delle caratteristiche idrogeologiche del territorio, la pratica di guardare alle sterminate distese centro-occidentali come cave o discariche di cui disporre senza limiti. Soprattutto, la storia del West è un lungo dialogo tra città e campagna, con i villaggi che si fanno metropoli e la frontiera trasformata in «hinterland», un incessante riassestamento dei confini naturali al quale corrisponde l’espansione di un abito al consumo slegato da ogni vincolo materiale e geografico:4 nei territori a ovest del Mississippi tanto i rifiuti quanto le prime tracce di dissipazione delle risorse nascono proprio su questa linea mobile. Leggere la storia del West con un’attenzione particolare all’ambiente non significa esercitare una critica anacronistica allo spirito dei pionieri, ben lontani da preoccupazioni per così dire ecologiste perché assorbiti totalmente dalla sopravvivenza in una natura nuova e ostile, bensì individuare la lunga durata di alcune dinamiche. In una fase seminale della modernità del paese, quando il mercato non si è ancora imposto con il passo che prenderà a partire dagli anni Ottanta dell’Ottocento, l’interesse maggiore di un discorso sui rifiuti americani risiede soprattutto nell’uso dell’ambiente subordinato alla crescita


Prima parte. Quel che resta di 160 acri

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meccanica del capitale nello spazio. Tornando alla «storiografia americana» che avrebbe «seppellito» le «atrocità» quasi fossero rifiuti tossici, è utile ricordare come proprio la conquista del West si sia prestata fin dall’inizio a diventare leggenda e che, come tutte le leggende, i suoi punti più oscuri siano stati ammantati – o seppelliti – sotto una retorica trionfale. Nella celebre battuta «Siamo nel West, senatore, e se la leggenda diventa realtà, vince la leggenda», il film L’uomo che uccise Liberty Valance (1962), di John Ford, sembra evocare l’Ovest come il luogo geografico in grado di dotare il paese del corredo mitico necessario alla formazione di un’epica nazionale. I personaggi per metà leggendari, per metà reali che scrivono la storia del West – da Davy Crockett a Daniel Boone, da Kit Carson a Billy the Kid, da Butch Cassidy a Jesse James e Calamity Jane – si muovono di avamposto in avamposto, in fuga dalle restrizioni e dai compromessi della società civile.5 L’elemento iperbolico che pervade le tall tales, i racconti strampalati e umoristici imbastiti sulle gesta di questi fuorilegge popolari e «gentili», è anche giocato sulla libertà da qualsivoglia norma giuridica nel disporre delle risorse naturali e umane della frontiera. Dalla leggenda dell’uccisione di centinaia di orsi e delle colluttazioni acquatiche contro il mostruoso «great cat-fish» di Davy Crockett a quella dei ventuno omicidi firmati dalla pistola di Billy the Kid (1859-1881) in altrettanti anni di vita, la dilapidazione spesso cruenta di quel patrimonio ambientale e sociale – inclusi eccidi ed ecatombe – sarà giustificata nella storia a venire grazie al prevalere dell’aura mitica sul giudizio storico.6 Senza addentrarci troppo nell’ideologia nazionale ottocentesca legata al «Destino Manifesto»,7 è tuttavia importante ricordare come le varie teorie sul «progresso» della civiltà americana reggano tutte sull’avanzare della frontiera nello spazio del West, sollevando gli eroi di quel «progresso» da ogni responsabilità storicamente data. Nell’immaginario collettivo nazionale, il West diverrà così uno spazio mitico dai contorni mossi – modellato cioè sull’apertura alle possibilità e contrapposto alle rigide partiture amministrative e culturali dell’Europa e del New England.8 La versione storica di questa narrazione leggendaria dell’Ovest parla però di una realtà sanguinaria in cui i confini, che il tempo mitico disegna fluidi, sono invece tracciati e ribaditi con la violenza in funzione alla suddivisione del territorio in unità produttive (grano, cotone) e a garanzia delle rendite dei grandi speculatori.9 In questo senso, l’evento storico


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che più di ogni altro inciderà sulla storia futura dell’ambiente americano è l’organizzazione amministrativa del paese in rettangoli di sei miglia quadrate (a loro volta suddivisi in unità più piccole: 640, 320, 160, 80 e 40 acri)10 proposta da Thomas Jefferson, futuro presidente (1801-1809), e approvata nel 1785 dal Congresso continentale. Passato alla storia come «reticolo», lo U.S. Rectangular Land Survey di Thomas Jefferson costituisce un tentativo di razionalizzazione territoriale tra i più audaci al mondo, promuovendo l’occupazione del continente nordamericano per mano di milioni di coloni trasformati in proprietari terrieri indipendenti, nonché la conversione del suolo «in un bene di consumo, un insieme uniforme di scatole facili da comprare e da vendere».11 Il sovrapporre a una lastra vergine una mappa millimetrata scandita sulla semplice regolarità del quadrato – i 160 acri sono ulteriormente segmentati negli appezzamenti di 40 acri che tanta parte avranno nella storia rurale del paese (dai lotti ferroviari ai «40 acri e un mulo» necessari al sostentamento degli schiavi liberati dopo la Guerra civile) – getta le basi per uno sviluppo geografico ed economico che si darà al costo di un attrito tra le esigenze artificiali e le forme ambientali.12 Il «reticolo» di Jefferson, funzionale allo sfruttamento intensivo e sistematico delle risorse naturali, si contrappone all’uso estensivo e non stanziale della flora e della fauna locali da parte dei popoli nativi Delaware, Ottawa, Shawne e Miami che vivono da secoli nel cosiddetto «territorio della Louisiana», l’enorme distesa – gli attuali Arkansas, Missouri, Iowa, Oklahoma, Kansas, Nebraska, parte del Minnesota, quasi tutti i South e North Dakota, e parte di New Mexico, Montana, Wyoming, Colorado, Texas e Louisiana – acquistata nel 1803 dallo stesso Thomas Jefferson.13 La combinazione del «reticolo» e dell’acquisto della Louisiana permette lo straordinario accrescimento del territorio nazionale – nell’arco di quarant’anni, dal 1850 al 1890, Washington incorporerà quasi tutti gli stati dell’Ovest, dai due Dakota all’Oregon – secondo linee di demarcazione che scavalcano la geografia naturale favorendo il calcolo geometrico.14 L’impronta di Thomas Jefferson sui territori occidentali è ulteriormente consolidata dalla missione dei Corps of Discovery guidata da Meriwether Lewis e William Clark tra il maggio 1804 e il settembre 1806 e finalizzata, in prima analisi, alla scoperta di un passaggio fluviale che renda commercialmente praticabile il collegamento tra il resto del paese e la costa


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Pacifica. Le indicazioni di Jefferson ai due esploratori sono mosse dal desiderio di una conoscenza quanto più scientifica e precisa delle ricchezze del territorio: Oggetto di attenzione saranno poi Il suolo e la superficie del paese, le sue colture e la sua vegetazione; & in special modo quelle sconosciute negli Stati Uniti Gli animali del paese in generale, & in special modo quelli sconosciuti negli Stati Uniti Il numero di esemplari che possono essere considerati rari o estinti; Le risorse minerarie di ogni tipo; ma più specificamente metalli, calcare, miniere di carbone & salnitro; acque saline e minerali […].15

A sfogliare il resoconto di Lewis e Clark si è colpiti dalle incessanti transazioni con le tribù indiane incontrate via via: perline colorate e monili, manufatti di scarso valore (utensili,) oppure proiettili e polvere da sparo vengono barattati in cambio di materie prime (cavalli, radici, frutti, legno), canoe e informazioni su sentieri e rotte fluviali accessibili. Nel West, insomma, si trova un tesoro (e non solo di castori, preziosi per il commercio di pelli) e se, come ricorda Bernard DeVoto, i diari di Lewis e Clark diventano il libro più letto di una «nazione che si muove a ovest» ed è avida di notizie sullo spazio vuoto al di là del Mississippi, i motivi fondanti di quella storia di annessione e conquista saranno modellati su una negoziazione spesso proditoria nei confronti dell’ambiente nordamericano e dei suoi nativi.16

Dai bisonti alle scatolette L’introduzione del «reticolo» di Jefferson costituisce, si è detto, uno spartiacque nella storia dell’ambiente americano. Tuttavia, è soltanto nella seconda metà dell’Ottocento che la suddivisione jeffersoniana trova applicazione negli enormi territori dell’Ovest. Nel 1862 viene infatti promulgato l’Homestead Act, la legge che va a regolamentare l’assegnazione dei nuovi territori, garantendo 160 acri a chi voglia coltivarli a un prezzo fissato su un dollaro e venticinque ad acro fino al 1854.17 I requisiti richiesti


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non tardano a mostrare i limiti di una legge che, da un lato, obbliga i coloni a investire almeno duecento dollari solo per l’acquisto del terreno e, dall’altro, non guarda alle enormi differenze climatiche e morfologiche dei nuovi territori. Il discreto successo incontrato dall’Homestead Act nelle aree orientali si trasforma infatti in un fallimento catastrofico nelle zone a ovest del centesimo meridiano in cui, negli ultimi decenni dell’Ottocento, si assiste a oscillazioni meteorologiche tanto forti da permettere insediamenti agricoli ben poco produttivi. «Quando i primi arrivati iniziarono a coltivare la terra» scrive Andro Linklater nel suo Misurare l’America «nulla li aveva preparati ai tornado e alle tormente […] ma il peggio era lo schema ancora più lento di siccità e piogge.»18 Dalla suddivisione in 160 acri sancita dall’Homestead Act trarrà invece enormi guadagni la ferrovia che collegherà i tanti avamposti disseminati nell’enorme West, alimentandone lo sviluppo commerciale. Vettore di espansione per eccellenza, vera e propria scure che si fa largo nella wilderness, la strada ferrata, nel giro di trent’anni (dal 1828 al 1860), forma una rete di cinquantamila chilometri e unisce le zone produttive del Midwest con i centri manifatturieri dell’Est (Chicago, New York, Cincinnati, Boston).19 Ed è con lo sviluppo della ferrovia che nascono una serie di fenomeni riconducibili alla produzione di rifiuti e sprechi e allo sfruttamento capitalistico delle masse di immigrati: dalle carcasse di bisonti abbandonate ai lati delle traversine al costo umano della costruzione delle ferrovie stesse; dalla speculazione terriera all’allocazione della manodopera povera proveniente dall’Est o, direttamente, dall’Europa. Ma più di tutto, lo vedremo bene studiando l’industria della carne di Chicago e poi la rivoluzione ortofrutticola californiana, la ferrovia porta alla formazione di un mercato continentale indispensabile a un’economia in cui i consumi si affrancheranno quasi del tutto dalla produzione agricola e manifatturiera locale. La possibilità di trasportare merci in tempi e costi sempre inferiori da un estremo all’altro della nazione dà principio a un’abitudine al consumo progressivamente sciolta dal prezzo naturale (le risorse) e umano (il lavoro) di ogni prodotto. Da questo punto in avanti, buttare via un oggetto usurato prodotto da una fabbrica dell’Est comincerà a profilarsi come opzione alternativa – vieppiù allettante – alla vecchia consuetudine di riparare e rammendare le cose di famiglia. Per i coloni i prezzi dei 160 acri sono proibitivi, non così per la ferrovia


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che nei quattro decenni successivi alla Guerra civile, attraverso l’elargizione federale di concessioni di terra, si assicura milioni di ettari. Sulla scorta della disponibilità di grandi appezzamenti garantiti dal governo, società come la Northern Pacific, la Great Northern Railway e la Burlington arrivano a progettare insediamenti standard costituiti da tre sezioni di 160 acri su ciascun lato dei binari, con la stazione al centro dell’abitato: finzioni architettoniche create, quasi fossero romanzi, da magnati come James J. Hills.20 Ma perché i profitti degli speculatori rimangano alti e affinché si crei un mercato nazionale, l’Ovest ha bisogno di importare manodopera ed ecco che l’alleanza tra ferrovie, capitale e speculatori porterà all’impiego di strategie commerciali atte a persuadere i possibili passeggeri a salire su un treno e raggiungere il mitico Far West, nuova meta dell’abbondanza, nel giro di pochi giorni. A fine Ottocento, con una vendita complessiva di circa 120 milioni di acri di demanio pubblico, le società ferroviarie trasportano nell’Ovest immigrati provenienti dall’Europa del Nord e migranti interni: la Kansas Pacific, per esempio, popola i territori al di là dello spartiacque continentale di tedeschi, scandinavi, inglesi e russi.21 L’espansione ferroviaria di là del fiume Missouri verso le regioni semiaride dei due Dakota e di Montana, Wyoming, Nebraska, Colorado, Oklahoma e New Mexico è promossa dall’ingegno di uomini d’affari senza scrupoli disposti a ricorrere a ogni mezzo e capaci di magnificare un’oscura teoria del 1867 in cui il naturalista di origini svizzere Louis Agassiz profetizza un aumento delle precipitazioni nel West che andrà di pari passo al moltiplicarsi degli insediamenti e delle strade ferrate: due elementi di disturbo delle correnti elettriche in grado, secondo Agassiz, di creare cortocircuiti meteorologici.22 (Una nota a lato: nel terremoto di San Francisco del 1906, la statua di Agassiz al centro di un chiostro dell’Università di Stanford finirà con la testa sottoterra…) Gli imprenditori ferroviari fanno insomma di tutto pur di attrarre i coloni, pedine fondamentali per la formazione di nuovi mercati, verso ovest: a questo fine un ramo della pubblicistica insisterà anche sulla componente avventurosa del viaggio, contribuendo allo sterminio dei bisonti con una vera e propria caccia grossa condotta dai vagoni dei treni.23 A metà tra un circo e un safari – non per niente l’uccisione dei bisonti si farà leggenda grazie al circense «Buffalo Bill» Cody, noto per averne abbattuti 4280 in soli diciotto mesi dal 1867 al 1869 –,24 la carneficina continuerà fino a un


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passo dall’estinzione della specie nelle praterie centrali. Ingenuo pensare che questa caccia grossa dai treni non costituisca ulteriore fonte di guadagno per i magnati delle strade ferrate: le spoglie animali che coprono le Great Plains settentrionali vengono infatti depredate dai coloni caduti in disgrazia e dagli indiani ridotti alla fame in cerca di ossa di bisonte da rivendere proprio alle compagnie ferroviarie. Così i treni, che ripartirebbero verso i centri dell’Est altrimenti vuoti, ritornano alle manifatture delle città orientali carichi di una materia, le ossa, dalla quale, almeno fino all’avvento della grande industria per la macellazione della carne, si ricavano colla e fertilizzanti di grande valore commerciale. Ben lontana dall’idea di caccia, dunque, la corsa ai bisonti selvaggi trasforma la prateria in uno «spaventoso abattoir».25 Oltre a essere una sorta di «macello» di carcasse di bisonte, le aree immediatamente vicine ai passanti ferroviari diretti a ovest costituiscono anche un’enorme miniera a cielo aperto per la raccolta di ferro vecchio, attività, quest’ultima, a cui si dedicano sciami di bambini e, soprattutto nelle regioni più occidentali, di cinesi.26 Il riciclo delle leghe metalliche – dal rame al bronzo al ferro – continua infatti a essere meno costoso dell’estrazione e della lavorazione ex novo e il feroce sfruttamento del lavoro minorile e immigrato sembra chiudere un cerchio economico assai coeso che porta gli «scarti umani» della frontiera a riciclarne i rifiuti materiali. A oliare un meccanismo economico così efficiente è poi la sorte che tocca alle «braccia» impiegate prima nella costruzione e poi nel funzionamento delle ferrovie. Massacrati da condizioni di lavoro disumane ripagate con il sostentamento, gli immigrati – perlopiù cinesi – piegati sulle traversine moriranno come cavallette o, meglio, come bisonti.27 La penetrazione dell’Ovest per mezzo delle ferrovie asseconda dunque un fine commerciale che, in quanto tale, promuove l’offerta di grandi appezzamenti di terreno fertile pronti a essere messi a coltura dai fattori grazie all’Homestead Act. Peccato che quei terreni siano in gran parte aridi e semiaridi e quindi inadatti alla coltivazione, una verità che gli speculatori e i grandi magnati della ferrovia faranno di tutto per nascondere. A questa verità dedica invece la vita uno dei nomi più importanti della storia ambientale del West, John Wesley Powell, veterano della Guerra civile e direttore dell’ufficio federale per la rilevazione geologica e topografica dell’intera regione delle Montagne Rocciose (gli attuali Colorado,


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Nevada, Utah, Arizona e New Mexico) che nel 1869 si imbarca per una spedizione perigliosa lungo il Colorado River finalizzata a stilare un resoconto sulla realtà idrogeologica e climatica del «Grande deserto americano».28 In A Report on the Lands of the Arid Region of the United States, with a more Detailed Account of the Lands of Utah (1876), Powell afferma che i due quinti degli Stati Uniti sono costituiti da terreni secchi, arabili solo artificialmente: «[…] L’intera regione a ovest del 99° o 100° meridiano, con l’eccezione di parti della California, dell’Oregon, e del territorio di Washington, è arida e non coltivabile, a parte le eccezioni che ho menzionato, nessuna parte di essa può essere conquistata all’agricoltura, se non attraverso l’irrigazione».29 I frutti di una politica asservita alle mire lucrose di pochi e priva di un sicuro ancoraggio scientifico saranno, nelle profetiche parole del geologo, «Speculazione. Monopolio dell’acqua. Monopolio della terra. Erosione. Corruzione. Catastrofe».30 Lo stesso Homestead Act è denunciato da Powell come provvedimento arbitrario nella misura in cui la medesima superficie di 160 acri risulterebbe insufficiente nel caso di terreni non irrigui ma anche troppo estesa in quello contrario. Le condizioni climatiche straordinariamente favorevoli – in quanto umide – dei due decenni che seguono la Guerra civile e la spinta capitalistica alla formazione di un mercato nazionale – a qualsiasi costo, in ambienti cioè apertamente inadatti alla messa a coltura – avranno però la meglio sulla scientificità del resoconto di Powell; portando al sopravvento «del mito del giardino [���] su quello del “Grande deserto”».31 Avremo modo di riconoscere la lucidità del resoconto di Powell studiando la gestione dell’acqua nell’Ovest nel Novecento; basti per ora cogliere nello scarso seguito delle parole del geologo come una possibile pianificazione razionale dell’uso dell’ambiente venga accantonata a favore di un consumo massiccio ed estemporaneo delle risorse americane. Si potrebbe a questo punto parlare dei primi rifiuti disseminati dal passaggio della ferrovia e dei coloni. Non è impresa facile perché, a differenza dell’Est, in cui, già a partire dal 1850, Henry David Thoreau riflette sull’abbattimento delle foreste del New England avvenuto per favorire il passaggio della ferrovia, è raro trovare in un Ovest così giovane e «vergine» un atteggiamento altrettanto vigile riguardo alle conseguenze ambientali del decollo commerciale del paese.32 Una delle prime testimonianze in grado di restituire per scorci l’habitus abbracciato tanto dai coloni quanto


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dagli speculatori di considerare l’Ovest come cava e discarica, paradiso rigoglioso e terra desolata è quella di Francis Parkman, nell’epico La pista dell’Oregon (1849). In marcia sulla pista dell’Oregon, Parkman si limita a constatare come i coloni si lascino alle spalle masserizie di varia natura diventate bagaglio materiale (e forse metaforico) troppo ingombrante: Val la pena di notare che alle volte capita di vedere sul Platte i resti frantumati di tavoli dalle zampe ad artiglio, ben cerati e lustrati, o massicci scrittoi di quercia intagliata; e vien fatto di pensare alle strane vicissitudini attraverso cui sono passati questi relitti di prosperità ancestrale del tempo coloniale. Portati forse originariamente dall’Inghilterra; in seguito, con il declinare della fortuna dei loro proprietari, trasportati attraverso la catena degli Allegheny verso le terre selvagge dell’Ohio e del Kentucky; poi nell’Illinois o nel Missouri; ed infine amorosamente stivati nel carro familiare nell’interminabile viaggio verso l’Oregon. Ma quando le privazioni del lungo viaggio si fanno più dure, l’amata reliquia viene presto scagliata fuori dal carro ad arrostire e spaccarsi sulla prateria infuocata. 33

Se i pionieri si separano da mobili e suppellettili diventati inservibili alla loro condizione vagante scaricandoli via via, il segno del loro transito in Kansas, Nebraska e Wyoming si registra sempre di più nell’uso temporaneo della prateria; come sembra testimoniare la scena in cui Quincy Shaw – compagno di avventura di Parkman – ritorna sul fazzoletto prativo in cui hanno campeggiato durante la notte trovandosi davanti a una waste land di ceneri e spazzatura: Le ceneri dei fuochi fumavano ancora lungo la riva del fiume, e l’erba tutt’attorno era calpestata dai cavalli e dagli uomini, e cosparsa di rifiuti del campo.34

Nel corso dello stesso capitolo, «Fra i bisonti», la caccia al bisonte va ben oltre le esigenze di mero nutrimento del gruppo di pionieri, delineandosi quale attività ricreativa all’insegna dell’uccisione superflua di un numero illimitato di esemplari: il bivacco si riempie così di carcasse poi abbandonate ai lupi della prateria. Dando credito alle pagine di Parkman, verso metà Ottocento il


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passaggio attraverso le pianure centrali del continente comporta quindi il deposito e la dispersione di ciò che rimane degli accampamenti itineranti e della caccia selvaggia ai bisonti: rifiuti di varia natura (ceneri, mobili, stracci) e carcami. Ma che cosa succede a insediamento avvenuto? Quali saranno i costumi di pionieri diventati coloni? Per tutto l’Ottocento e i primi decenni del Novecento, la vita sulla frontiera – così come in molte città orientali – è contraddistinta dalla parsimonia: i vestiti logori vengono rammendati e rattoppati oppure trasformati in stracci, tappeti, imbottiture e quilt (trapunte composte da un patchwork, ovvero da scampoli diversi); i mobili vengono riparati e restaurati; con gli avanzi di cibo si allevano galline e maiali; dagli scarti della macellazione domestica di bovini, ovini e soprattutto suini si ricava grasso utilizzato per la produzione di sapone e candele. Anche nei decenni successivi alla scoperta del petrolio (e quindi del cherosene, distillato del greggio) in Pennsylvania, nel 1859, l’illuminazione domestica dipenderà dall’uso di candele fatte con il grasso di maiale o, alternativa più costosa, con l’olio di balena.35 Una fonte importante di notizie sulla vita di frontiera di inizio Novecento è costituta poi dal Manuale Campbell, vero e proprio bestseller e libro tra i più letti nel Midwest, consigliato dagli opuscoli londinesi stampati dalla Milwaukee Road, la linea ferroviaria che collega i due Dakota al Pacifico, per tutti gli emigranti in cerca di fortuna a ovest. A scriverlo è Hardy Webster Campbell, «noto esperto agricolo e inventore del metodo Campbell per coltivare in maniera scientifica le terre semiaride».36 Tra il 1902 e il 1912, non è difficile trovarne una copia nelle case degli immigrati accanto al Viaggio del Pellegrino (1678) di John Bunyan e alla Bibbia. La novità introdotta da Hardy W. Campbell, «l’evangelista dell’agricoltura a secco», è la sedentarietà; il presupposto cioè che i coloni non abbandonino la terra in cerca di nuovi e più fertili territori a ovest. Il metodo Campbell è intensivo e conservativo, volto a trarre il massimo dalle risorse idriche e geologiche a disposizione. Le virtù che Campbell va a corroborare sono quelle dell’oculatezza e del risparmio, qualità peraltro già assai diffuse tra i coloni, ancora legati a quella «conservazione degli oggetti» di cui parla Susan Strasser riferendosi ai costumi americani fino agli ultimi due decenni dell’Ottocento. I coloni del West sono parchi anche per necessità culturale: le


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suppellettili e i mobili che hanno la fortuna di sopravvivere ai viaggi attraverso il continente sono restaurati di generazione in generazione e costituiscono spesso gli unici legami con il passato europeo. A circa quarant’anni dal già citato La pista dell’Oregon di Parkman, una foto del 1883 (posta in apertura a un libro del 1987 della storica Patricia Nelson Limerick) ritrae alcuni coloni in marcia verso ovest, mostrando, in primo piano, un mucchio di scatolette vuote.37 Nei decenni intermedi lo sviluppo dell’industria alimentare americana ha trasformato la carne in un bene di consumo trasportabile su lunghe distanze: dall’approvvigionamento locale si è passati alle scorte confezionate nei macelli di Chicago; dalle spoglie di bisonte putrefatte alle lattine arrugginite. Ancora qualche pagina e capiremo come, sul finire del xix secolo, gli Stati Uniti passeranno dai bisonti alle scatolette.

Frontiere, riserve, discariche La vita nel Sudovest, almeno sulle prime, resta fortemente «rurale» e votata alla frugalità. I beni di prima necessità abbondano – carne, pesce, latte – mentre i manufatti scarseggiano. Nel resoconto texano di un’immigrata tedesca risalente al 1859, si legge: […] Avevamo tutti i tipi di carne, cervo, tacchino, agnello e manzo, per non dire del pesce in abbondanza. Non mancavano latte e burro, così la nostra tavola era sempre ben provvista di cibo. La farina era più un problema, doveva essere portata da Houston sul carro e ci volevano quattordici giorni. Se non volevamo sederci al buio di sera, dovevamo farci le candele da noi, non avendo cherosene o lampade. Preparavamo un impasto di cera e sego che poi veniva riversato negli stampi. […] Non potendo permetterci il lusso di saponi confezionati, dovevamo fabbricarli noi. Le palline di lisciva, che bastava far cadere nell’acqua per ottenere una soluzione, erano ancora sconosciute, quindi la lisciva veniva prodotta in modo assai scomodo. […] Ma il nostro prodotto fatto in casa aveva un’ottima riuscita e il nostro capanno nei boschi era sempre lindo.38


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Alla famiglia di Ottilie Fuchs Goeth, per quanto di umili origini, l’insediamento nel Far West riserva alcuni piccoli vantaggi materiali. Il ceppo germanico cui appartengono, imparentato a quello anglosassone, consente loro di muoversi all’ombra dei colonizzatori forieri di «civiltà e progresso». Sul versante opposto, in posizione subordinata, ci sono invece tutte le popolazioni che la retorica patriottica – dagli scritti di Francis Parkman a quelli di George Bancroft –39 considera per razza, colore e religione «inferiori», ostacoli cioè al compimento del progetto di espansione geografica: le tribù indiane, gli afroamericani, le culture di origine spagnola e francese che occupano i territori al di là del Mississippi. Entro la stessa cornice ideologica, questi popoli sono accomunati agli immigrati delle metropoli orientali: la presunta arretratezza culturale relegherebbe i primi e i secondi, seppure in scala diversa, ai margini della storia patria e quindi ai margini della geografia del paese. In altre parole, l’ideologia del progresso – pensiamo al già citato «Destino Manifesto» – trasforma il tempo in spazio, individuando in una serie di «discariche», metaforiche e reali, in cui collocare «gli indesiderati, i poveri e i pericolosi» un corrispettivo spaziale degli stadi più arretrati dello sviluppo umano (le «razze inferiori»).40 Basterà pensare alle riserve indiane create da Andrew Jackson con l’Indian Removal Act – la legge che sancisce la rimozione delle tribù dei nativi americani dalle regioni in cui vivevano da secoli – e agli slum cittadini di Chicago e New York per capire come, soprattutto dalla seconda metà dell’Ottocento, da metaforiche le «discariche» si faranno sempre più reali. A proposito di rifiuti «umani» e «discariche», Frederic Remington, celebre autore di quadri che ritraggono la conquista dell’Ovest, in una lettera a un editore esprime una visione altrimenti livida rispetto ai contorni morbidi della sua pittura: Ebrei, indiani (injuns), cinesi (chinamen), italiani, tedeschi (huns) – i rifiuti della terra che io odio: ho un qualche Winchester e quando la carneficina comincerà, io sarò in grado di farmi fuori la mia parte di loro […] la nostra razza è piena di sentimento. Noi invitiamo gli scarti e i rifiuti e la feccia del diavolo a venire da noi ed essere uomini – cosa che la gran parte di loro non sono stati per le ultime centinaia di anni.41


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Se il livido razzismo di Remington (che farebbe fuori anche la «tedesca-hun» Ottilie Fuchs Goeth…) è confinato alla sfera privata, il futuro presidente Theodore Roosevelt restituisce pubblicamente lo spirito imperialistico dell’ideologia americana nei toni solenni di un’epica nazionale in quattro volumi, The Winning of the West (1889-1896), in cui afferma a lettere di fuoco che «la più giusta tra tutte le guerre è quella contro i selvaggi, sebbene si presti anche a essere la più terribile e disumana […] Americani e indiani, boeri e zulu, cosacchi e tartari, neozelandesi e maori: in ognuno di questi casi la vittoria, benché accompagnata da episodi orribili, ha reso salde le fondamenta della futura grandezza di un popolo potente […]».42 Per Theodore Roosevelt la vittoria degli «americani» sugli «indiani» è, a fine Ottocento, un fatto acquisito. Ma gli «episodi orribili» continueranno a ripetersi nella storia dei nativi e degli stati sudoccidentali. La parabola del West – o di parti di esso – da «terra promessa» a «terra desolata» corre infatti parallela allo sgombero forzato degli indiani dal quadro naturale. Solo con l’ennesima espropriazione delle terre indiane – le riserve Navajo ricche di uranio – sarà infatti possibile creare una lastra vuota e spopolata su cui iscrivere, a partire dalla Seconda guerra mondiale, un nuovo «copione» del progresso americano, quello nucleare.43 Tra le pagine di questo copione balzate agli onori della cronaca attuale è bene ricordare la vicenda di uno dei più grandi depositi di uranio al mondo situato in una riserva Navajo a cavallo tra Arizona, New Mexico e Utah. Da qui, tra il 1944 e il 1986, sono stati estratti quasi quattro milioni di tonnellate del minerale. Impilato a cielo aperto e trasportato dal vento, l’uranio ha inquinato l’aria ed è penetrato nell’acqua dei laghi in cui si abbeveravano i capi di bestiame dei Navajo. Dal primato di popolo «immune al cancro» delle statistiche mediche degli anni Cinquanta, la falcidia di tumori agli organi riproduttivi (seno e ovaie) colpisce oggi i Navajo diciassette volte di più del resto degli americani, per non dire delle anomalie congenite.44 Alla luce di questa parabola, la frase con cui, nel 1827, il futuro presidente, Andrew Jackson, svendeva la rimozione forzata dei nativi americani dalle loro terre sotto gli auspici di un (falso) giuramento, «Avranno le loro terre finché l’erba crescerà e l’acqua scorrerà»,45 dice oggi non solo della violenza perpetrata ai loro danni ma anche dello scacco ecologico che da lì a meno di due secoli – un segmento temporale assai limitato sulla scala geologica – avrebbe stretto il paese in una morsa.


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La forza evocativa della frase di Jackson che agganciava la sopravvivenza indiana alla leggendaria abbondanza del continente è stata spogliata da un secolo, il Novecento, di rapido deterioramento del patrimonio naturale nazionale. Sul boom dell’uranio si tornerà più avanti: restando invece nell’Ottocento è bene parlare della «corsa» al padre di tutti i minerali, l’oro. Avviata nel 1848 dal ritrovamento casuale di alcune pepite da parte del falegname James Wilson Marshall nel letto dell’American River, in Sierra Nevada, la corsa all’oro (Gold Rush), attrae subito schiere di cercatori del metallo prezioso di provenienza etnica assai eterogenea (americani bianchi, certo, ma anche neri, indiani, europei, canadesi, cinesi, messicani).46 Fin qui, la leggenda: dai racconti della frontiera (inclusi quelli di Mark Twain, cercatore di argento in California) alle avventure disneyane di zio Paperone nel Klondike canadese. Muovendoci però dalla leggenda alla storia, occorre ricordare come la tecnica di estrazione del pregiato metallo consista nel bombardamento idrico delle pareti rocciose, responsabile della rapida erosione delle stesse, della produzione di circa 993 milioni di metri cubici di detriti, e di una marcata disposizione del suolo a frane e alluvioni.47 L’amalgama di mercurio usato per attrarre l’oro e l’argento negli scolatoi danneggia inoltre la fauna e la flora dei fiumi californiani con ripercussioni negative sulla pesca. Il settore ittico non è il solo a risentire della corsa all’oro: l’uso del cosiddetto «oro bianco» (l’acqua dei fiumi) per l’estrazione dell’«oro giallo» va infatti a scontrarsi con gli interessi dei coltivatori, a loro volta devoti all’«oro verde» dei raccolti.48 Nella California del 1857, scrive Rebecca Solnit, «i cercatori d’oro hanno estratto 24,3 milioni di once d’oro, lasciandosi dietro dieci volte tanto di mercurio, insieme alla devastazione di foreste, declivi e ruscelli».49 La ricchezza dell’Ovest, insomma, va conquistata con fatica ed è il 1890 a rendere più che mai evidente quanto sia difficile la sopravvivenza dei coloni alle siccità cicliche nell’enorme bacino che si estende nella parte medio-occidentale del paese sotto il nome di Great Plains. Qui, i limiti di una spartizione della terra – l’Homestead Act – impermeabile all’unica variante realmente incisiva al di là del 100° meridiano (il clima) si trasformano in dramma. Se in South Dakota il 1886 registra un inverno artico che provoca la moria del bestiame costringendo i coloni sul lastrico, nei tre anni successivi tutto il corridoio centrale sarà colpito da una siccità


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decennale.50 Con le piane che vanno dal South Dakota al Texas spogliate dei loro pascoli dall’eccessiva transumanza del trentennio precedente e ulteriormente inaridite dall’assenza di pioggia, i coloni sono costretti a ritirarsi dal Colorado verso le più umide regioni dell’Oklahoma appena usurpate alle cinque tribù indiane cui erano state promesse in eterno. Quelle terre sono semiaride e solo se debitamente irrigate potranno essere messe a coltura.51 Durante la Grande Depressione degli anni Trenta del Novecento – ci torneremo nelle prossime pagine – non succederà in fondo niente di nuovo nelle Great Plains, la tendenza siccitosa delle terre si farà semplicemente acuta e, da allora in poi, soprattutto a partire dal secondo dopoguerra, solo la scoperta dell’immensa faglia acquifera Ogallala permetterà di pompare acqua in profondità e di rendere quei terreni irrigui. Il fortunato rinvenimento della Ogallala renderà sì possibile l’accesso a quantità di acqua altrimenti impensabili ma lo farà a un prezzo: il petrolio necessario a pomparla a profondità sempre maggiore.52 D’altronde, il connubio acqua-petrolio sarà alla base della storia dell’Ovest di tutto il Novecento, con l’alternarsi di periodi di prosperità e di recessione e l’andamento «boom/bust», esplosione e fallimento, di un’economia che richiama il gesto stesso di espansione e colonizzazione.53 A guardarlo in prospettiva novecentesca e pensando alla parabola ecologica e alla produzione di rifiuti a venire, il 1890, spesso considerato un terminus ad quem perché segna la chiusura ufficiale della frontiera,54 si impronta invece a preludio della scoperta di ricchezze naturali di importanza strategica per il consolidamento della potenza industriale americana: dalle miniere del Nevada nel 1900 al rilevamento del primo grande pozzo di petrolio in Texas nel 1901, lo Spindletop Gusher, per non dire, ancora, delle corse all’uranio degli anni Quaranta e Cinquanta del Novecento.55 Per altri versi, il 1890 vede la diffusione di un mercato nazionale – dall’Atlantico al Pacifico, dai Grandi Laghi al Messico – capace di assorbire l’offerta di un’industria in crescita. L’aumento della domanda di beni di consumo alimentata da un mercato quasi «continentale» costituirà quindi il vero punto fermo attorno al quale si moduleranno le oscillazioni dell’intero sistema economico. E, nell’arco di pochi decenni, continentale non sarà soltanto la scala dei consumi ma anche quella dei rifiuti.


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