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Filippo Tuena Ultimo parallelo


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Ultimo parallelo


Le distanze terrestri sono espresse in miglia geografiche. Un miglio geografico è pari a un miglio terrestre + 15% (1853 metri). Le misure altimetriche sono espresse in piedi (un piede: 30,48 centimetri). I gradi di latitudine sono distanziati tra loro 60 miglia geografiche. Per quel che riguarda il percorso della spedizione di Scott: Da capo Evans al polo sud corrono circa 780 miglia. Da capo Evans a Corner Camp corrono circa 60 miglia. Da Corner Camp al ghiacciaio Beardmore corrono circa 330 miglia. Dal ghiacciaio Beardmore all’altopiano polare corrono circa 140 miglia. Dall’altopiano polare al polo sud corrono circa 250 miglia. In totale la squadra di Scott ha percorso circa 1430 miglia in 142 giorni, dal 1° novembre 1911 al 21 marzo 1912, alla media di 10 miglia al giorno.


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Quando splende il sole accecante indossano strani occhiali modificati in maniera empirica con frammenti di legno che fasciano le stanghette laterali per impedire ai raggi ultravioletti di raggiungere le pupille molto arrossate e doloranti oppure oscurano le lenti lasciando soltanto una sottile fessura orizzontale che riduce il panorama a una striscia di luce appena percepibile ma piÚ spesso sono immersi nella nebbia o dentro la tempesta di vento che alza pulviscolo di neve e cancella il sole e nasconde la via e soffia contro il loro andare con una violenza che sa di cattiveria di ferocia di spietatezza e si domanda perchÊ si stia scatenando contro di loro questa furia distruttiva e quale sia stata la loro colpa. Crede che procedano ancora lungo la barriera ghiacciata con i loro abiti che appaiono adesso inadeguati con le loro giacche a vento di cotone che sembrano leggerissime e che si ghiacciano non appena i milioni di cristalli di neve che vorticano attorno a loro vi si posano; con i loro scarponi di cuoio su cui affibbiano con stringhe di pelle ormai rigide e fragili gli sci di legno pesantissimi; con i loro stivali di pelle di foca che preferiscono calzare quando marciano affondando fino alle ginocchia nella neve farinosa che tuttavia penetra all’interno e forma piccoli agglomerati di ghiaccio sulle due o tre paia di calzerotti di lana grezza che dopo qualche mese di marcia ormai sono diventati rigidi 11


come se fossero di vetro e non riescono più ad assorbire l’umido della neve perché la lana s’è infeltrita assumendo una consistenza fastidiosa e ha perso la sua morbidezza e non può più garantire l’isolamento contro il freddo intensissimo. Crede che scivolino ancora sulla barriera ghiacciata con i lunghissimi sci di legno sospingendosi con le alte bacchette tenute serrate dalle mani protette dai grandi guanti di pelo di cane sotto i quali indossano altri guanti di pelle di foca e ancora altri sottoguanti di lana. Si vestono a strati e sotto la giacca a vento fradicia hanno due o tre maglioni o camicie o maglie di cotone che dopo diversi giorni di marcia rivoltano perché la parte a contatto con la pelle che non viene lavata da settimane è ormai marcia di sudore e procura fastidiose irritazioni. Sospingono la slitta di legno lunga più di tre yard ingombrantissima e pesantissima ancorché certamente solida. La trascinano legandosi alla vita briglie di canapa molto lunghe e resistenti e con il corpo leggermente inclinato in avanti procedono silenziosi lungo la barriera. Li vede estremamente determinati nel loro andare e sente il respiro affannato e le poche imprecazioni che scappano loro durante la fatica e può immaginarli nonostante tutto molto convinti a raggiungere la meta del loro viaggio. Tuttavia si stupisce a immaginarli soprattutto durante il viaggio di ritorno verso la base che di giorno in giorno si fa più vicina e che è sempre lontanissima irraggiungibile nonostante non abbiano mai un momento di cedimento. Sembrano bestie da tiro e sono uomini che si stanno consumando mentre attraversano la barriera ghiacciata e poco alla volta il loro corpo affaticato sembra rifiutarsi di rispondere ai comandi del cervello. Vorrebbero procedere ma i loro sforzi si fanno sempre più inefficaci e la slitta che trascinano pesa maledettamente ogni giorno di più e il freddo si fa sempre più intenso e la luce del giorno è sempre più debole e le giornate poco alla volta vengono ingoiate dalla notte che avanza a reclamare il tempo del suo dominio. 12


Così quando al termine della tappa si fermano per montare la tenda i loro movimenti sono lentissimi e fanno molta fatica a slacciarsi gli sci con le fibbie ormai ghiacciate e ricoperte di neve incrostata che devono scalzare poco alla volta con la punta delle racchette che sfuggono molto spesso alla presa a causa delle mani paralizzate e rese insensibili dal congelamento. Impiegano molto tempo a completare questa operazione perché il loro fisico è debilitato da mesi di marcia faticosa e quando il blizzard infuria rendendo annebbiati i loro pensieri diventa quasi impossibile persino il più semplice movimento. Quando scaricano dalla slitta la tenda ripiegata in quattro si accorgono che dopo diverse ore di marcia è ormai completamente ghiacciata e rigida e occorre molta fatica per ammorbidirla sfregandola con i guanti di pelo badando bene a non strapparla e soltanto dopo diversi minuti riescono a spiegarla lato dopo lato e in circa un’altra ora di lavoro faticosissimo sono in grado di montarla sulle aste di bambù che hanno già preparato a forma di piramide. Anche i sacchi a pelo sono ghiacciati e rigidissimi ma una volta montata la tenda possono portarli al suo interno dove stenderli risulta più agevole perché finalmente lavorano protetti dal vento gelido che sferza a 40-50 miglia orarie e quando riescono a infilarcisi dentro si accorgono che il ghiaccio ha formato sul lato esterno dei sacchi a pelo una crosta compatta mentre all’interno si è sciolto rendendo molto umida la sacca dove rimarranno tutta la notte cercando di riscaldarsi per quanto è possibile. Così al mattino dopo una notte in cui non sono riusciti a dormire per l’umido dentro i sacchi a pelo per il freddo e per la fame si alzano e sono costretti a ripetere gli stessi gesti facendo sempre molta attenzione a non strappare né la tenda né i sacchi a pelo e con grande fatica s’infilano i calzerotti ghiacciati e indossano gli stivali di cuoio rigidissimi che vanno anch’essi sfregati molti minuti perché si ammorbidiscano. 13


Quando escono dalla tenda preparano ancora una volta la slitta e si legano alle tirelle e cominciano a trascinarla fino a quando il ghiaccio che s’è formato sui pattini non si leviga e soltanto allora con molta fatica e infinita lentezza riescono a muoversi con l’illusione di avvicinarsi alla loro meta. Si domanda quale sia adesso la meta anche se non li vede fermarsi. Non li vede ancora fermarsi. Non ancora.


There are more things in heaven and earth, Horatio, Than are dreamt of in your philosophy. William Shakespeare, Hamlet, I, V, 174-175

Nei ricordi degli esploratori, riferiti a volte a molta distanza di tempo dagli avvenimenti, e paurosamente annebbiati anche se riordinati attraverso il processo della memoria, appare, incappucciata al loro fianco, mentre la fatica della marcia si fa insopportabile e sembra esigere ed esaurire ogni piccola energia residua, l’inquietante figura dell’uomo in più – gliding wrapt in a brown mantle, hooded – colui che procede incappucciato avvolto in un mantello bruno. Seduto alla sua scrivania, chino sui fogli, nell’emisfero opposto, decine di migliaia di miglia lontano da quei luoghi e ad anni di distanza da quegli eventi, è stato un poeta borghese vicino alla perfezione, Thomas S. Eliot, a ricordarsi di questa ineffabile presenza, donandole un’esistenza forse immortale, e a segnalare il fatto come evento memorabile, sottolineando la singolarità del suo apparire nella quinta parte di The Waste Land, agli splendidi versi 359-365: Who is the third who walks always beside you? When I count, there are only you and I together But when I look ahead up the white road There is always another one walking beside you Gliding wrapt in a brown mantle, hooded I do not know whether a man or a woman – But who is that on the other side of you? 15


Chi è quel terzo che cammina sempre al tuo fianco? Quando conto, ci siamo soltanto tu e io, insieme Ma quando guardo avanti verso il sentiero bianco C’è sempre un altro a camminarti al fianco Che scivola avvolto in un mantello bruno, incappucciato Non so se sia uomo o donna. – Ma chi è quello che ti sta dall’altra parte?

La domanda raggelante si perde nel nulla perché non ha nessuna risposta e, quand’anche la si avesse, non si avrebbe il tempo di formularla perché il poeta improvvisamente cambia atmosfera, andando oltre col passo risoluto di un uomo determinato, lasciando dietro di sé un’ombra che oscura l’animo e un interrogativo che rimane sospeso ad attendere una risposta: But who is that on the other side of you? Il lettore si rende conto che non è tanto il who (la presenza misteriosa) a inquietarlo, quanto che essa compaia on the other side of you, al suo fianco, perché appare evidente che Eliot sta parlando a lui che procede in compagnia di qualcosa o qualcuno che non gli si rivela. Il poeta mette in gioco il suo antagonista; vanifica i suoi convincimenti, la sua sicurezza e da semplice lettore di un rischioso testo poetico lo trasforma in pellegrino all’ora del tramonto, lungo un sentiero indeterminato, con l’inquietante sensazione di avere qualcosa o qualcuno al proprio fianco. The Waste Land viene dato alle stampe nel 1922 e contiene i versi dell’apparizione dell’uomo incappucciato quando Eliot ne ha ormai inglobato la memoria in termini offuscati, confusi, perché anch’egli ha di quell’essere la medesima vaga nozione che ne avevano avuto gli esploratori e per questo, nel mare di citazioni spesso oscure di cui è composto il poema, per sciogliere l’enigma di quel passo, sente il bisogno di aggiungere una delle poche note esplicative autografe: I versi seguenti sono stati ispirati dalla relazione di una delle spedizioni antartiche (non ricordo quale, ma credo una di Shackleton): vi si riferiva che ogni componente del gruppo degli esplora16


tori, allo stremo delle forze, avesse continuamente l’impressione che ci fosse una persona in più di quante se ne potessero effettivamente contare. Eliot ricorda bene perché è nel resoconto della drammatica spedizione antartica dell’Endurance di Ernest Shackleton che il singolare evento viene riportato: nel 1916 Shackleton, Worsley e Crean (proprio il Crean che aveva partecipato cinque anni prima alla spedizione di Scott e che era tornato in Antartide vinto da un’insostenibile passione per quelle terre) compiono un’impresa disperata scalando di notte una montagna per raggiungere una base di balenieri dalla quale sarebbero poi ripartiti per portare soccorso ai compagni abbandonati da settimane su un’isola deserta. Shackleton termina il racconto di quella notte spaventosa con queste parole: Io so che durante quella lunga e terribile marcia di trentasei ore oltre le montagne senza nome e i ghiacciai della Georgia del Sud mi è spesso sembrato che fossimo in quattro, non tre. It seemed to me often that we were four, not three. Non ne parlai ai compagni sul momento, ma più tardi Worsley mi disse: Capo, avevo la curiosa sensazione che durante la marcia ci fosse un’altra persona con noi. Crean mi confessò la stessa impressione. Boss, I had a curious feeling on the march that there was another person with us. Crean confessed to me the same idea. E anch’egli aggiunge un commento all’inusitato accadimento, nel quale afferma di aver avvertito il bisogno di riportare il fatto, senza voler aggiungere nulla alla sua comprensione: Si può percepire «la miseria delle parole umane, l’inadeguatezza del racconto dei mortali» nel tentativo di descrivere eventi intangibili, ma un resoconto delle nostre esplorazioni sarebbe stato incompleto senza un riferimento a un tema così vicino ai nostri cuori. La citazione tra virgolette è tratta da un poema di John Keats, Endymion, libro II: O dearth / Of human words! roughness of mortal speech!

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È proprio in questa postilla, negando quanto poche righe prima aveva affermato, che Shackleton rende manifesto come all’esploratore appaia impossibile dare notizia delle proprie sensazioni; come se davvero quella presenza percepita ma rifiutata procurasse un brivido difficilmente giustificabile rimanendo la sua origine avvolta nell’incertezza. Anche la sincerità di Eliot è ingannevole, e il suo desiderio di chiarezza fuorviante, se in una nota precedente, a proposito di una figura dei tarocchi che compare nel poema, scrive quasi contraddicendosi: L’Impiccato… lo associo con la figura Incappucciata nel passo dei Discepoli a Emmaus nella parte V, tanto che il vero argomento del dialogo non è la visione degli esploratori, ma l’apparizione di Cristo risorto agli inconsapevoli discepoli sulla via di Emmaus; apparizione di una divinità creduta morta che ritorna dall’oltretomba a manifestare la sua esistenza, anche se l’accostamento una volta formulato diviene inalienabile e non si potranno più leggere i versi 359-365 senza che questi rimandino, contemporaneamente, agli esploratori e ai discepoli; alla visione allucinata e all’apparizione della divinità. I due avvenimenti sono ormai indissolubilmente legati e ogni interpretazione che cancelli una delle alternative diverrebbe parziale o limitata. Dunque questa storia parte da una citazione ambigua in un poema composto di citazioni che rimanda a un brano del Vangelo e a un frammento di cronaca reale dove compare un’altra citazione che sottolinea l’impossibilità di dar conto di alcuni eventi mediante la parola scritta, addentrandosi in una vertigine e in un dedalo che è ancora lontano dal raggiungere il suo centro. E tuttavia è su questo brivido – sui versi di Eliot e sulla cronaca dubitativa di Shackleton e sull’altro dubbio di Keats, se le parole possano davvero raggiungere il nocciolo del problema – che il viaggio degli esploratori si fa paradigmatico tanto da poter affermare che gli uni e gli altri parteciparono di una medesima esperienza, come se i poeti e gli esploratori, 18


i lettori e i discepoli attraversassero terre deserte dove si manifesta un’entità estranea e inquietante di cui percepiscono la presenza, senza raggiungere una conoscenza perfetta.

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