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Eric Salerno

Rossi a Manhattan Comunisti nel paese sbagliato. La mia famiglia


Sito & eStore – www.ilsaggiatore.com Twitter – twitter.com/ilSaggiatoreED Facebook – www.facebook.com/ilSaggiatore © il Saggiatore S.p.A., Milano 2013


Rossi a Manhattan Ai miei figli


Sommario

Il fascicolo

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La deportazione

33

Mike

45

Betty

57

Campi e streghe

69

Bolscevichi a New York

105

Neri e rossi

141

Paese Sera, Italia

165

Russia bianca

207

Ieri, oggi. E domani?

215

Ringraziamenti

223


New York City

1. 2. 3. 4.

Residenza di Mike, 1738 di Crotona Park East, Bronx Direct Pleating Company Bronx Park South Crotona Park East

5. 6. 7. 8. 9.

Ellis Island Astor Place, 13 Union Square Madison Square Garden Rosebank, Staten Island


Il fascicolo

Well, I was feelin’ sad and feelin’ blue, I didn’t know what in the world I wus gonna do, Them Communists they wus comin’ around, They wus in the air, They wus on the ground. They wouldn’t gimme no peace… Bob Dylan, Talkin’ John Birch Paranoid Blues

Roma, 30 luglio 2010. L’Fbi alla porta. La busta, gonfia di fogli formato A4, è arrivata con la posta nel primo pomeriggio. È il giorno del mio compleanno, mi accingo a festeggiare con amici e parenti, per un attimo penso a un regalo. E di un regalo in fondo si tratta, e anche speciale, ma chi l’ha fatto recapitare proprio oggi, anche se certamente poteva saperlo, non ci aveva fatto caso. Il plico è beige, colore tipico delle amministrazioni pubbliche americane. L’intestazione non lascia dubbi: U.S. Department of Justice – Federal Bureau of Investigation – 170 Marcel Drive, Winchester, VA 22602-4843. Sotto, più piccolo, a uso e consumo di dipendenti potenzialmente «disonesti»: Official Business, Penalty for private use $300. Mesi prima l’Fbi si era limitato a confermare con una lettera – una di quelle anonime su cui il computer d’ufficio aveva indicato destinatario e alcune considerazioni – di aver ricevuto la mia richiesta di accedere ai documenti riservati riguardanti mio padre, e a promettere di evadere la pratica al più presto, non oltre i tempi tecnici. Questa volta però i «tempi tecnici», sottolineava il Justice’s


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Department (Ministero della Giustizia degli Stati Uniti) con il tono di chi in qualche modo chiede scusa per possibili ritardi, potevano essere anche lunghi data la quantità di persone che richiedevano fascicoli di ogni tipo, approfittando della Freedom of Information Act, quella legge che gli americani hanno conquistato per conoscere il contenuto dei loro archivi anche quando possono dare fastidio a qualche politico o militare o all’intero sistema. Mike, comunista cacciato dall’America dopo ventotto anni trascorsi a combattere capitalismo e imperialismo, ha sempre riconosciuto e difeso una parte del sistema d’oltreoceano. Una democrazia imperfetta ma con molti elementi positivi da non sottovalutare, diceva quando litigava con Alberto Jacoviello, giornalista giovane dell’Unità che riteneva di sapere tutto sul paese nemico, imperialista, capitalista, razzista perché i neri erano ancora messi da una parte, i linciaggi erano all’ordine del giorno negli stati del Sud, e un Barack Obama alla Casa Bianca sarebbe stato impensabile. Il collega del quotidiano ufficiale del Partito comunista italiano non era mai stato negli States e ricordo quando in Italia, nonostante l’atmosfera da compromesso storico, demoliva per principio tutto ciò che odorava di stelle e strisce. Salvo cambiare tono e sostanza appena ebbe la ventura di partire per New York e Washington, primo inviato di un giornale comunista italiano. La perestrojka non era nemmeno vicina ma la convenzione di Helsinki sanciva la libertà di stampa e imponeva ai paesi aderenti di aprire le porte ai giornalisti. Seppure con numerose restrizioni simili a quelle che ho dovuto subire quando, chiedendo un visto turistico per gli Stati Uniti, mi fu concesso un permesso con molte limitazioni per aver cominciato la mia carriera al vecchio «comunista» Paese Sera.


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Mi ero spesso domandato se dalle pagine del fascicolo di Mike sarebbero emerse sorprese. Poteva essere stato, a mia insaputa, una spia dei sovietici? E se, come tanti comunisti americani minacciati e ricattati, avesse lavorato per l’Fbi? Avrebbe potuto, per paura o convinzione, aver «tradito» qualcuno tra i suoi amici e colleghi, genitori dei miei compagni di gioco? Ora ho in mano il file, mi preparo a sfogliarlo. Probabilmente le carte arrivate da Washington confermeranno ciò che già so della sua vita da comunista in America. Forse, se quelli dell’Fbi sono stati veramente bravi, leggerò dettagli inediti sulla sua attività. Mike aveva sempre evitato di sciorinare storie sui suoi anni in America. Viveva il presente, studiava il passato, guardava decisamente al futuro. È morto prima della caduta del Muro di Berlino. Non credo che avesse mai preso in considerazione la sconfitta totale del comunismo sovietico. E mi chiedo cosa direbbe oggi nel sapere che l’Fbi ha inviato a casa di suo figlio a Roma il fascicolo completo della sua storia di sovversivo negli States, senza nemmeno fargli pagare la fotocopiatura o i quattordici dollari di francobollo per la spedizione. «Centoventidue pagine sono state viste e centoventidue pagine vengono spedite» si legge nella lettera di accompagnamento, un prestampato sul quale il funzionario dell’archivio ha annotato alcuni limiti a ciò che è lecito rivelare. Frasi e nomi coperti dal bianchetto elettronico, è spiegato, riguardano questioni relative al personale dell’Fbi e alla gestione dell’agenzia di polizia federale; informazioni che potrebbero essere considerate invasione di privacy; difesa di fonti e agenti federali e «traditori» all’interno del movimento operaio; cartelle cliniche. Una censura lecita per una democrazia imperfetta dove molti,


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oggi, si ribellano contro la corsa a preparare nuovi fascicoli e la violazione della privacy da parte dei vari servizi segreti americani in nome della lotta all’estremismo islamico. All’indomani dell’attacco alle Torri gemelle e al Pentagono, quelli dell’Fbi (e della Cia) si sono accorti di avere dietro le scrivanie e in giro per il mondo centinaia di esperti di comunismo, grandi conoscitori della lingua russa e delle lingue del mondo dietro la vecchia «cortina di ferro», ma di aver appena due traduttori dall’arabo e pochi veri analisti del mondo dell’Islam. Una sorpresa salta fuori dalla prima cartella. Il file numero 100-64382 MB, redatto da John F. Higgins, datato 10 dicembre 1944, ha come oggetto: «Questione di sicurezza». Soltanto a ridosso della fine della Seconda guerra mondiale gli agenti dell’Fbi si erano messi ad approfondire l’attività «sovversiva» di mio padre negli Stati Uniti, dove era arrivato più di venti anni prima. Il suo nome e il suo pseudonimo – Tito Nunzio – erano ben noti all’ufficio di New York che, almeno fino all’entrata in guerra dell’Italia, aveva collaborato con la polizia fascista e con il suo rappresentante del Consolato di Roma nella metropoli americana; solo nel 1944 l’alleato sovietico diventa il nuovo nemico e, con lui, comunisti, fiancheggiatori o anche soltanto chi, con un pensiero eccessivamente liberal, sembra mettere in dubbio «the American way of life», almeno quella versione conservatrice che spesso si scontrava con la Costituzione e con il Bill of Rights, pilastri fondamentali della democrazia d’oltreoceano. Dopo aver riempito alcuni fogli con i dati anagrafici di Mike, la storia del suo arrivo nel 1923 e della sua attività di giornalista, dettagli sulla vita privata (il nome della moglie, Betty, e il fatto


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che i due avessero un «figlio giovane»), l’agente mette insieme una lunga relazione copiando, estrapolando e collazionando fascicoli di altri indagati che si trovavano a New York. In una lettera all’ufficio di New York, in data 2 giugno 1941, l’informatore confidenziale T-1 fa sapere che tale Carlos Contreras (nome per il partito), il cui vero nome è Sormenti, ha guidato i comunisti italiani negli Stati Uniti dal 1925 al 1929. Più tardi è tornato in Spagna e poi in Messico per lavorare per Mosca. Successivamente Tito Nunzio (nome per il partito) ha occupato il posto di Contreras. L’informatore ha fatto sapere che Nunzio scriveva per L’Unità Operaia nel 1940 e nel 1941 e che stava anche scrivendo per L’Unità del Popolo.

Curiosamente l’agente sbaglia affermando che Nunzio si trovava negli Stati Uniti illegalmente. Penseranno altri a rettificare l’errore. L’ufficio di New York possiede prove documentali dell’associazione attiva del soggetto, nel passato e nel presente, con l’International Workers Order, come membro dell’esecutivo e come persona sempre presente ai congressi dell’Iwo dal 1941 al 1944. Risulta attivo nella sezione italoamericana dell’Iwo come membro residente dell’esecutivo della sezione italoamericana. Il 7 febbraio 1942 ha partecipato con un ruolo di primo piano alla seduta plenaria dell’Iwo e come membro dell’esecutivo ha partecipato alla formulazione di una risoluzione in cui si chiedeva al presente Roosevelt di «liberare il nostro amato fratello Earl Browder» all’epoca in carcere ad Atlanta.


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Browder era il leader del Partito comunista americano. Per avere ulteriori notizie su Sormenti, noto anche come Vittorio Vidali, vale la pena leggere il rapporto dello spionaggio militare fascista (Sim) dell’8 giugno 1938: Svolge attiva propaganda comunista nelle file dell’esercito rosso, nelle sue qualità di commissario politico, il connazionale Vittorio Vidali di Giovanni, nato a Muggia il 3 marzo 1901, alias Enea Sormenti, meglio conosciuto tra le truppe rosse come «comandante Carlos». Sul suo conto risulta: – è un rivoluzionario che ha conosciuto tutte le carceri, ha visto tutti i paesi e ha combattuto un po’ ovunque; – il padre era operaio nel cantiere San Marco di Trieste, ed egli trascorse la sua giovinezza e svolse la sua prima attività sovversiva in detta città; – prese parte ai moti del 1920 nel cantiere San Marco; – si recò poi in Germania, ad Algeri e infine a New York dove divenne amico di Vanzetti; organizzò, nel 1926, in America, il I Congresso antifascista; – continuando i suoi viaggi si recò in Russia e poi in Messico; nel 1934 giunse in Spagna; – all’inizio del movimento nazionale s’interessò per organizzare le prime truppe e fra queste il 5° reggimento; – prese parte a tutte le operazioni e combattimenti come commissario politico e come capo della sezione operazioni e organizzazione dello stato maggiore centrale; – fu commissario politico della divisione Lister e partecipò alla battaglia di Guadalajara come commissario ispettore;


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– dopo Guadalajara fu nominato commissario addetto alla propaganda nel campo nemico. È iscritto a pagina 689 delle persone ricercate e sospette col provvedimento «da arrestare».

I capitoli successivi dell’ampia relazione messa insieme dallo Special employee investigator (manca il nome del funzionario addetto all’indagine) riguardano dati sugli spostamenti di Mike e sul suo matrimonio con Betty Esbinsky. Si fa riferimento a un viaggio intrapreso il 18 maggio 1937: aveva lasciato New York a bordo della SS Berengaria per la Francia, da dove sarebbe tornato in agosto. Nessun accenno, però, al fatto che Mike dalla Francia, varcando clandestinamente i Pirenei, aveva raggiunto la Spagna in guerra per incontrare capi e combattenti della Brigata internazionale. Gli agenti dell’Fbi e soprattutto i loro numerosi informatori, per quanto «vicini» a Mike, non erano poi così bravi. In un documentato saggio Fraser Ottanelli ricorda che i volontari italoamericani in Spagna avevano, in media, trentacinque anni, che le loro esperienze formative erano legate al vivace movimento operaio dopo la Prima guerra mondiale, alla crescita e consolidamento del fascismo in Italia, alla difesa di Sacco e Vanzetti, alla Grande depressione e alla crescita del nazismo in Germania: «Chiaramente, dunque, per la maggioranza dei volontari italoamericani, la decisione di rischiare le loro vite in un paese straniero non era né un segno di ardore giovanile, né l’ultimo slancio di anziani radicali. Piuttosto si trattava di un passo serio che rifletteva esperienze personali e politiche, e una maturazione avvenuta con il passare del tempo».


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Gli agenti indagavano. Parlavano con amici e conoscenti del «sospettato». Setacciavano il quartiere del Bronx dove abitava, per riuscire a sapere qualcosa del suo comportamento casalingo, del suo carattere. Paradossalmente lo osservano da lontano, più attenti alla sua vita familiare che ai suoi incontri di lavoro. Un inquilino – il suo nome è stato coperto dalla censura – dell’edificio al 1738 di Crotona Park East, nel Bronx, la residenza di Mike e la sua piccola famiglia, ha riferito agli agenti che «il soggetto» vi abitava da circa un anno; che vi «risiedeva tranquillo con la moglie un’ebrea, e un figlio». L’inquilino sapeva che Mike era coinvolto nell’attività di un giornale italiano, ma non ne conosceva il nome e, soprattutto, «non era in grado di fornire informazioni negative sul soggetto in funzione dell’indagine». Una donna, probabilmente la proprietaria del palazzo, ha riferito che Mike pagava 40 dollari al mese di affitto, che non aveva «mai fatto venire sospetti riguardo la natura o la portata dell’attività sovversiva in cui poteva essere coinvolto». Da un’altra inquilina gli agenti hanno scoperto che Mike era abbonato al Daily Worker. Lei aveva ammesso di «non conoscere la natura» del quotidiano comunista. Crotona Park. Ci sono tornato di recente. La prima volta con un amico nato e cresciuto anch’egli negli anni quaranta in quell’affascinante quartiere laico e liberal, tra ebrei e italiani, tra ortodossi e gente di sinistra. Una visita carica di nostalgia per scoprire che il Bronx del degrado, il Fort Apache degli anni sessanta e settanta, è stato riscoperto. La gentrificazione ha colpito anche dalle parti della nostra vecchia casa di fronte al parco. Per ora in modo non massiccio, ma tanto da renderlo raggiun-


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gibile dalla metropolitana; oggi lo si può girare a piedi, quantomeno di giorno, senza avere paura, e ammirare ordine, pulizia e le nuove case che hanno soppiantato quelle devastate dall’incuria e, in alcuni casi, dalla violenza dei «padroni», che incassavano l’assicurazione dopo aver mandato a fuoco i loro palazzi fatiscenti affittati ai poveri. Il secondo viaggio è stato ancora più emotivo. Spero che anche voi, Michele e Anna, pronipoti di Mike, conserverete qualche ricordo di quella breve passeggiata nel parco dove giocavo oltre sessanta anni fa. Vi aiuterà a seguire questo racconto quando sarete abbastanza grandi per leggerlo e per mettere a confronto, nel bene e nel male, quel mondo e il vostro. La panchina davanti a casa non c’è più. Leggendo le relazioni degli agenti dell’Fbi viene da chiedersi come mai, nonostante avessero gironzolato nel Crotona Park per mantenere la vigilanza su Mike, malato di cuore e costretto a non uscire, non avessero mai segnalato e fotografato l’andirivieni dei soliti sovversivi che per mesi complottarono nel nostro piccolo appartamento per far uscire più o meno puntualmente L’Unità del Popolo e per gestire la protesta contro la minacciata deportazione di Mike e degli altri giornalisti comunisti dei quotidiani «etnici». Da uno dei numerosi archivi della burocrazia americana passati al setaccio dai federali – oltre a quello fondamentale del servizio immigrazione – era saltata fuori una scheda firmata da Mike in cui parlava del lavoro che faceva per guadagnarsi da vivere, perché l’attività giornalistica militante non bastava a mantenere la famiglia. E così gli agenti sono andati a cercare la Direct Pleating Company al 323 West 39th Street dove Mike aveva lavorato come sarto di abiti da uomo, chino su una mac-


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china per cucire: lo stabilimento non esisteva più, ma in un’altra fabbrica della grande industria dell’abbigliamento hanno rintracciato un lavoratore che mesi prima aveva conosciuto il «soggetto». Nel fascicolo c’è anche la scheda riempita da Mike per la registrazione («Alien registration») degli stranieri nemici. Non ha avuto problemi ad ammettere la sua iscrizione fino al 1939 al Comitato antifascista italiano e, fino al 1940, al Partito comunista: «Ho lasciato l’Italia a causa delle restrizioni politiche nel 1923, subito dopo l’arrivo al potere del Partito fascista». Quindi torna in campo il misterioso T-1 per fornire informazioni su Salerno: Nel 1928, l’organo ufficiale dei comunisti italiani a New York era Il Lavoratore e il direttore era Sormenti, che è andato in Russia nel 1928; in seguito la direzione del settimanale fu assunta da certo Vanni Montana, all’epoca feroce comunista che era stato attivo per il comunismo in Francia. Montana ha lasciato gli Stati Uniti nel 1928 circa a causa di alcune difficoltà incontrate per il suo ingresso nel paese. A quel punto, Salerno divenne direttore del Lavoratore e vi rimase fino al 1937 quando i comunisti si accordarono con tale Valenti, all’epoca identificato con il giornale antifascista La Stampa Libera, e Il Lavoratore si unì alla Stampa Libera e Salerno divenne direttore della Stampa Libera. Nel marzo 1938, ci furono nuove manipolazioni e il risultato fu la nascita dell’Unità del Popolo come veicolo ufficiale in italiano per la disseminazione della propaganda del Partito comunista, con Salerno come uno dei suoi maggiori esponenti. L’informatore T-1 ha proseguito affermando che circa due anni


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fa, Salerno è stato messo in una posizione inferiore nel giornale o addirittura allontanato dal giornale; molto di recente, però, l’informatore confidenziale T-1 ha rilevato che Salerno è di nuovo con il giornale come assistant manager e feature writer ed è attualmente impegnato nel proiettare nell’Unità del Popolo le politiche e le scelte del Partito comunista, in particolare riguardo le elezioni presidenziali del 1944.

Non sono riuscito a ricostruire l’identità di quel T-1. Secondo la relazione, conosceva Mike da almeno dieci anni. Chiese di restare anonimo e il suo nome, fornito in una segnalazione dell’Fbi, è stato eliminato nella copia arrivata fino a me. Il censore, però, ha lasciato il suo recapito: Il Mondo, 80 Fourth Avenue, New York City. Un altro giornale italoamericano, apparentemente di sinistra. Ieri come oggi i sognatori non riescono a marciare insieme e cedono il passo a una destra sempre compatta. Le pagine successive del fascicolo contengono le relazioni di uffici distaccati dell’Fbi e di altre agenzie governative. Così da Washington confermano che Mike non ha mai avuto un passaporto americano; da Harrisburg che nel 1931 è rimasto un anno con lo zio Vincenzo, «convincendolo a pensare come i comunisti», mentre cercava di convertire l’elemento italiano della città della Pennsylvania per creare un gruppo comunista. Discorsi, interventi pubblici, «prediche comunistiche». Dagli agenti sguinzagliati a Harrisburg, Mike è descritto come «un ottimo scrittore nella lingua italiana», dotato di «una conoscenza meravigliosa della lingua inglese per una persona che all’epoca dell’inchiesta è stata nel paese appena sette otto anni». E poi, riguardo al famoso viaggio in Francia, viene confermata


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la sua partenza dagli States e il suo rientro definito «legale» da ogni punto di vista. Mike aveva giustificato il viaggio solo con la parola «expedition»: spedizione. Il 13 gennaio 1945, l’Fbi si dichiara soddisfatto e il caso viene formalmente chiuso e archiviato. Pochi giorni dopo, il 26 gennaio, l’ufficio newyorkese dell’Fbi raccomanda a quelli di Washington di non abbassare la guardia e di creare una scheda su Mike, inserendolo tra gli indagati per «motivi di sicurezza»: l’agente-impiegato doveva mettere una crocetta su un modulo prestampato indicando il tipo di «pericolo» rappresentato dal «soggetto». Un anno più tardi un altro appunto fu spedito a tutti gli uffici dell’Fbi per segnalare la riapertura del «caso» perché «l’individuo citato» era stato eletto membro del Comitato centrale del Partito comunista di New York: «Michael Salerno è considerato una figura comunista chiave». Le indagini prendono un’improvvisa accelerazione. L’agente John Griffin, con l’aiuto di informatori e traduttori italoamericani, passa in rassegna la raccolta delle copie arretrate dell’Unità del Popolo e mette in evidenza come Mike denunci chi critica la «Russia sovietica e favorisce tutto ciò che è comunista o tendente verso il comunismo», con articoli che appaiono «in quasi tutti i numeri» del giornale, «definendosi un figlio d’Italia, il soggetto suggerisce agli attuali leader italiani come dovrebbero gestire l’Italia». Continuo a sfogliare il fascicolo. Ritorna T-1, ma non è lo stesso di prima. La sigla è passata di mano, nasconde un altro informatore, uno più attivo sul campo. Ormai all’Fbi non interessano soltanto le pericolose dichiarazioni di Mike, la sua posizione sull’Urss. Mike viene costantemente sorvegliato come


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un’altra persona – il cui nome è stato oscurato dal bianchetto elettronico – che abitava al 946 di Bronx Park South, un caseggiato enorme dove ancora oggi ci si perde e i vicini si salutano appena. Il mestiere dello spione non è sempre quello romantico alla James Bond, con belle bionde e vetture di lusso, ristoranti ultimo grido e champagne d’annata. Non lontano dalla nostra abitazione di fronte al parco, gli agenti americani sono andati a frugare nell’immondizia di quell’inquilino anonimo, sicuramente un altro sovversivo. Tra ossa di pollo, lattine e altri rifiuti casalinghi, hanno scovato nomi e recapiti dei funzionari del Circolo italiano della contea del Bronx e del Partito comunista. Un bottino incredibile: su alcune carte appariva «il nome e l’indirizzo del soggetto». Mike. Mi viene da sorridere. Poco. L’Fbi si vanta di aver scoperto una spia sovietica ai tempi della Guerra fredda grazie ad agenti che si erano infilati nei bidoni della spazzatura. Di recente si è saputo che ex agenti federali tengono corsi per i netturbini. «Dato che il nostro lavoro consiste nel raccogliere l’immondizia dalle abitazioni e da uffici e aziende, siamo una risorsa utile per l’identificazione di attività illegali» spiega Ken Bevis, manager distrettuale dei rifiuti di Albany, capitale dello stato di New York. Al-Qaida e spie varie state attenti. Il 19 novembre 1947, Fbi e Ministero della Giustizia degli Stati Uniti puntano alla deportazione. Una cartella con tutte le informazioni raccolte su Mike e sulla sua attività sovversiva fa il giro degli uffici competenti e il 21 settembre le autorità giudiziarie affermano che, dal punto di vista legale, l’italiano può essere deportato. Un telegramma «urgente» avvisa tutti gli interessati: dopo aver ricevuto il mandato per la sua cacciata dagli


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Stati Uniti, Mike, che soffre di cuore, «si è arreso» al servizio immigrazione alle 9:30 del mattino del 24 settembre accompagnato dal suo avvocato e, poche ore dopo aver pagato una cauzione di mille dollari, è tornato a casa in attesa dell’udienza. Da un’informativa datata 12 gennaio 1949: Vari noti comunisti e gruppi fiancheggiatori dei comunisti difendono il soggetto dalla deportazione. Il soggetto ha fatto una dichiarazione in occasione della morte di Cacchione. Ha anche firmato una dichiarazione per denunciare l’intervento americano nella politica interna italiana. Per il soggetto, c’è stata una cena di sostegno il 23 ottobre 1947, alla quale Vito Marcantonio è stato l’oratore principale. Un giornale comunista a Roma, Italia, ha pubblicato dichiarazioni del soggetto per denunciare il tentativo di assassinio di Togliatti.

Peter Cacchione era un leader sindacale italoamericano. Eletto due volte al consiglio comunale di New York sulla lista del Partito comunista, è stato anche il responsabile del partito per l’importante distretto di Harlem. La risposta all’arresto di Mike e al processo per la sua deportazione è stata, secondo un’altra relazione dell’Fbi, «frenetica»: protesta davanti agli uffici dell’immigrazione e articoli sui giornali comunisti. «Viaggiando sulla cresta della più grave caccia alle streghe e paura rossa che questo paese abbia conosciuto, le forze della reazione vanno nella direzione della soppressione della stampa e di altre pubblicazioni in lingua straniera che sono contrarie alla marshalizzazione dell’Europa» scriveva L’Unità del Popolo. Il Daily Worker aggiungeva: «Si sta formando un


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comitato nazionale per difendere Salerno. Il comitato per la protezione dei nati all’estero ha condannato il suo arresto come parte di una campagna di paura e isteria provocata dal Dipartimento di Giustizia […]. Gli arresti in questo momento sanno di persecuzione politica dato che tutti quelli che sono nel mirino vivono in questo paese da molti anni e la loro attività è conosciuta da tutti». Un editoriale firmato dai direttori di diciassette giornali in lingua straniera apparso sull’Armenian Tribune definisce l’arresto di Mike il primo colpo per l’attacco contro altri direttori del National Group Press e chiede al «popolo americano e alle sue organizzazioni di protestare contro questi arresti ingiustificati». Da una delle relazioni dell’Fbi, scopro che il loro ufficio di New York era regolarmente abbonato – bontà loro – all’Unità del Popolo. La traduzione in inglese di tutti gli articoli di Mike e quelli sulla sua deportazione fu eseguita da un agente di nome Alessio Savoia. Parecchi «amici» o conoscenti di Mike erano informatori dell’Fbi. I loro nomi restano segreti. Va notato che fino all’edizione del 22 ottobre 1949, L’Unità del Popolo era un periodico di quattro pagine formato quotidiano. Le prime tre pagine erano in italiano e la quarta pagina consisteva nella sezione in inglese del giornale. Dall’edizione del 29 ottobre 1949, L’Unità del Popolo usava il formato tabloid con otto pagine, di cui la sezione inglese alle pagine sette e otto. Le altre sei pagine erano in italiano.

Con il passare delle settimane, il fascicolo si riempie delle traduzioni dei discorsi e degli interventi scritti di Mike e dei suoi


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sostenitori, di petizioni contro il Piano Marshall. Una frase di un articolo firmato da Mike e pubblicato il 5 marzo 1949 sull’Unità del Popolo sembra aver preoccupato informatori e analisti dell’Fbi: è stata sottolineata con un tratto nero. E dunque, un atto di sano patriottismo è svolto da chiunque metta in guardia che, se contro la volontà del popolo affamato per la pace i banchieri di Wall Street spingono gli Stati Uniti a una guerra senza senso di aggressione antisovietica, antimperialista e antinazionale, gli italoamericani avranno e sapranno svolgere il dovere elementare di fraternizzare con i soldati sovietici a fianco dei quali hanno combattuto e sanguinato copiosamente nella recente lotta antifascista.

Non è più soltanto l’Fbi a indagare sul pericoloso sovversivo. Leggendo una relazione del 1949 si scopre che un informatore lavora per la Cia, probabilmente in Italia. Erano anni in cui gli agenti americani non avevano scrupoli a interagire con mafiosi, vecchi fascisti, monarchici, Vaticano, servizi segreti britannici e i loro colleghi del nascente Mossad israeliano, se l’obiettivo era frenare l’avanzata del Partito comunista e, naturalmente, combattere il «pericolo bolscevico». Dieci anni più tardi, all’apice del maccartismo, nell’ufficio dell’Fbi di New York quattrocento agenti controllavano i movimenti di comunisti e sovversivi vari sospettati di avere legami con Mosca o di essere al soldo dell’Urss. Soltanto quattro agenti si occupavano di crimine organizzato. Il 21 dicembre 1950 l’ufficio dell’Fbi di New York informa il direttore John Edgar Hoover, uno dei massimi artefici della caccia alle streghe:


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Salerno è partito da New York City a bordo della MS Saturnia. In considerazione della partenza del soggetto dagli Stati Uniti, viene eliminato dalla lista delle «figure chiave» dell’ufficio di New York. La scheda della sezione «Sicurezza» sarà distrutta e lo status di questo caso sarà definito chiuso.

Tutto finito? No. Nel 1956 la caccia alle streghe, spinta al massimo dal parlamentare Joe McCarthy, era lo sport preferito della destra americana e pochi riuscivano a opporsi, per paura di essere indicati come parte della «sovversione politica comunista», o peggio. Dagli atti della Commissione parlamentare d’inchiesta sulle attività antiamericane, nel fascicolo sono trascritti due interrogatori. Il primo a Zoltan Deak, giornalista, direttore dell’Hungarian Daily Journal. Mike era partito da cinque anni, viveva ormai in Italia e L’Unità del Popolo apparteneva al passato. L’inquisitore principale è Richard Arens, direttore della Commissione. Nel primo interrogatorio l’inquisito invoca il Quinto emendamento della Costituzione degli Stati Uniti, che consente di tacere davanti al magistrato se la risposta in qualche modo potrebbe contribuire alla propria incriminazione. Arens – Poco fa, rispondendo alle domande poste dal deputato

Scherer, lei ha sottolineato la sua ostilità alle leggi sull’immigrazione. Vorrei chiederle se conosce una persona di nome Michele Salerno? Deak – Mi rifiuto di rispondere. Arens – Era un comunista che stava per essere deportato, non è vero?


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Mi rifiuto di rispondere per lo stesso motivo. Arens – Lei, secondo questa prova che le mostriamo, era uno degli sponsor di una cena di sostegno (26 ottobre 1947) come tributo a questo comunista che è stato poi deportato. Guardi la prova e veda se serve a rinfrescare la sua memoria… Deak – Questo è accaduto dieci anni fa ed è possibile che fossi tra gli sponsor o che il mio nome sia stato utilizzato senza che io lo sapessi, come qualche volta accade. Deak –

Nel secondo interrogatorio, l’inquisito è Michael Tkach, a lungo leader della sezione ucraina dell’Iwo, il sindacato affiliato ai comunisti americani, e direttore del quotidiano comunista Ukrainian Daily News. Chi era Michael Salerno? [Il testimone parla con il proprio avvocato e risponde appellandosi al Quinto ammendamento.] Arens – Nel 1948, lei e un certo numero di altri direttori comunisti vi siete uniti in un attacco contro la deportazione dell’agente comunista Michael Salerno. Non è vero? Tkach – Quinto ammendamento. Arens – Vogliamo mostrarle ora una riproduzione fotografica del Daily Worker del 12 ottobre 1948, in cui è elencato tra i direttori (diciannove in totale) uniti in questo attacco contro il governo a causa del processo di deportazione intentato contro Michael Salerno, agente comunista. Per favore, osservi il documento e ci dica se rinfresca o meno la sua memoria. Tkach – Mi appello al Quinto ammendamento. Arens –


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Agli atti vi sono centinaia di interrogatori di questo tipo. In molti casi, forse la maggioranza, gli inquirenti cercavano di dimostrare la colpevolezza delle persone invitate a testimoniare davanti alla Commissione soltanto per aver conosciuto o frequentato vecchi o nuovi indagati. Tkach fu sostituito alla direzione del quotidiano ucraino e, molti anni dopo la fine della caccia alle streghe, dagli archivi sovietici sono emerse prove che il giornalista era anche un vero agente-spia dei servizi segreti di Mosca, con nome in codice Perch. Probabilmente non era l’unico comunista a fornire informazioni a Mosca o a sollecitare simpatie per il governo sovietico, tuttavia la stragrande maggioranza delle vittime del maccartismo era innocente come, in qualche modo, ebbe a riconoscere il presidente Truman rispondendo a un giornalista del New York Times il 29 luglio 1951: Questa propaganda così maliziosa si è estesa tanto che il 4 luglio, a Madison nel Wisconsin, la gente aveva paura di dire che credeva nella Dichiarazione d’Indipendenza. A centododici persone fu chiesto di sottoscrivere una petizione che conteneva null’altro che citazioni dalla Dichiarazione d’Indipendenza e dal Bill of Rights. Di questi, centoundici si rifiutarono di firmare perché temevano si trattasse di un documento sovversivo e di perdere il loro lavoro, o di essere definiti comunisti.

Comunisti? Cosa sono? O, meglio, cosa erano? Identificarli non era facile. Erano insidiosi. E l’americano medio è ingenuo. Meglio spiegargli tutto, devono aver pensato gli autori dei cinque fascicoli pubblicati dal governo di Washington all’inizio degli


Il fascicolo  31

anni cinquanta, con il titolo Cento cose che dovresti sapere sul comunismo negli Stati Uniti. Non facevano riferimento al mio albero di Natale con quella pericolosa stella rossa e falce e martello in cima all’abete, ma domande e risposte articolate mettevano in guardia gli americani dalla «cospirazione comunista». «Quarant’anni fa il comunismo era soltanto un complotto nella mente di poche strane persone. Oggi il comunismo è una forza mondiale che governa milioni della razza umana e minaccia di rovesciarla tutta. Chi sono i comunisti? Come operano? Cosa vogliono?» I cinque libretti ritrovati in una biblioteca universitaria del Midwest hanno come sottotitoli: la minaccia negli Stati Uniti, comunismo e religione, comunismo e educazione, comunismo e lavoro, comunismo e governo. «Questi libretti vogliono aiutarvi a riconoscere un comunista quando lo senti parlare, quando lo vedi all’opera.» Tutto questo poco più di mezzo secolo fa: oggi i sondaggi effettuati nelle scuole americane (e in molte di quelle del nostro Vecchio continente) ci dicono che pochi hanno una nozione di cosa è o cosa è stato il comunismo. Stalin e Lenin sono illustri sconosciuti. Come lo sono Gramsci, Togliatti e Berlinguer per la maggior parte degli studenti italiani.


Rossi a Manhattan  

Anteprima libro

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