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don Virginio Colmegna

Regaliamoci speranza


Sito & eStore – www.ilsaggiatore.com Twitter – twitter.com/ilSaggiatoreED Facebook – www.facebook.com/ilSaggiatore © il Saggiatore S.r.l., Milano 2014


Regaliamoci speranza ai miei genitori, Pina e Giovanni


Sommario

Premessa

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Luglio

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Agosto

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Note

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Premessa

È un giugno quasi freddo. Si guardano e riguardano i dati di bilancio, come se fissarli ossessivamente avesse il potere di cambiarli in meglio. Inutile sperare che all’improvviso piovano donazioni consistenti, perché la crisi economica è un fatto serio in tutto il paese. Non risparmia la Lombardia, né la nostra città di Milano. Attraversa le aziende profit, ma anche le tante iniziative del privato sociale che si rivolgono ai più bisognosi. La crisi coinvolge in pieno la fondazione Casa della carità con i suoi centotrenta posti letto, che in tempi difficili sono ancora più richiesti dalle persone italiane e straniere senza dimora. Il deficit economico diventa significativo, anzi insostenibile per una realtà che ospita – per lo più gratuitamente – soggetti che non potrebbero accedere immediatamente ad altri servizi, per vincoli burocratici o disagio molto grave. A Casa della carità non rimane che affidarsi al sostegno dei suoi garanti istituzionali, la Diocesi e il Comune, e alla generosità dei donatori. Si decide di interpellare i garanti e di aumentare l’impegno nella richiesta di donazioni. Inevitabilmente, va attivata anche


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una manovra economica molto rigorosa, di contenimento dei costi. Un contenimento difficile in una realtà già sobria, con azioni incisive sul personale della Casa, impegnato anche in numerosi progetti di intervento sulla strada, nelle baraccopoli, nei quartieri difficili, nei luoghi degradati della metropoli. Gli operatori avviano il percorso dei contratti di solidarietà, accettando una significativa riduzione delle ore lavorative e dello stipendio. Regalano tempo e consumano le ferie accumulate, perché non gravino sul bilancio. Contemporaneamente aumentano gli arrivi di persone sofferenti che richiedono più disponibilità e più attenzione. Don Virginio Colmegna, presidente della fondazione da quando il cardinale Martini glielo ha proposto dieci anni fa, per alcuni giorni è assorto, quasi mutacico, risponde a monosillabi. Tutti gli stanno silenziosamente chiedendo se c’è futuro per l’avventura di Casa della carità, e sa che in tanti pretendono da lui la speranza. Poi, quasi all’improvviso, irrompe in una riunione e travolge i presenti con la foga di un’intuizione: Regaliamoci speranza! Propone mesi estivi di autogestione nei pasti e nelle pulizie, coinvolgendo i milanesi nella «schiscetta solidale», ovvero invitando i cittadini a unirsi a ospiti e operatori della Casa, portando ogni sera cibo per sé e da condividere almeno con un altro. L’idea viene accolta con sguardi attoniti e qualche colpo di tosse nervosa. Siamo abituati all’impeto con il quale don Virginio propone progetti «inimmaginabili» da sperimentare, ma questa volta sembra una mossa debole, forse perché la demoralizzazione sta rischiando di invadere le menti e i cuori anche dei più motivati. Don Virginio rilancia dicendo che non farà va-


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canze, che sarà presente ogni giorno e che si promuoveranno molte feste e momenti culturali a costo zero. Si decide di seguirlo, perché è il capo, ma anche perché non demorde. Gli ospiti, invece, si attivano con naturalezza, più abituati di noi a metabolizzare gli imprevisti e le paure. Uno di loro cucina tutte le sere, parecchi contribuiscono lavando i piatti e i pavimenti, spostando i tavoli quando si decide di mangiare all’aperto, portando acqua fresca e biscotti a don Virginio, quando lo vedono stanco. Don Virginio espone un cartello con l’indicazione della messa quotidiana alle 18, trascorre molto tempo in cappella e, quando esce, impugna il megafono (regalo di compleanno che abbiamo deciso di fargli in anticipo) e incita strombazzando a poca distanza dai timpani altrui, come fosse il capitano di una nave che deve riprendere la rotta a tutta velocità. I volontari che sono rimasti a Milano si rimboccano le maniche, garantendo la loro preziosa presenza. Ci sono anche alcuni operatori che non vanno in vacanza. Gli eventi culturali coinvolgono e richiamano più del solito l’attenzione degli ospiti e quella del quartiere, compatibilmente con il periodo dell’anno in cui Milano si svuota. Le feste ci sono davvero, si accende musica di ogni tipo, secondo la fantasia dei paesi del mondo, e si comincia a danzare. Danzano gli ospiti, danzano gli operatori sciogliendo qualche volto tirato, danzano i volontari e i cittadini del quartiere, danzano gli anziani e i bambini, danza don Virginio. La musica, come la speranza, avvolge e unisce quando non è pretesa da altri, quasi fosse un fatto burocratico, ma è invece offerta in modo reciproco, lasciata sgorgare dalla propria interiorità.


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La crisi interroga le motivazioni profonde dell’agire, la radice spirituale di ogni scelta di dedizione all’altro, la forza interiore di chi lotta per la solidarietà e la giustizia, in nome di una sua fede e di una sua visione della città e della storia degli uomini. Tra ospiti e operatori di Casa della carità si incrociano molte religioni, svariati modi di credere e di non credere, tutti accomunati da un’intensa voglia di ricercare e di trasformare la propria vita. Don Virginio invita tutti a scovare nel profondo di sé le ragioni della speranza perché, dice spesso, la crisi del nostro tempo si affronta con un sussulto di fiducia, con la capacità di buttare lo sguardo oltre l’ostacolo, con una progettualità coraggiosa. Alla fine dell’estate ci ha presentato un manoscritto, un diario dell’avventura estiva, e lo ha lasciato sul tavolo degli operatori come segno di dialogo: «Mi piacerebbe che leggeste queste mie riflessioni scritte giorno per giorno». Sono le tracce di un percorso interiore, che provoca la coscienza di chi oggi si lascia sopraffare dalle difficoltà, insieme a quella di chi, di fronte alle difficoltà degli altri, rimane indifferente. È un regalo per noi da condividere, e grazie alla casa editrice il Saggiatore, che lo ha accolto con entusiasmo, potrà essere condiviso anche dai lettori. Silvia Landra direttore della Casa della carità


Luglio

6 luglio 2013 Inizia la mia avventura estiva. Due mesi di apertura della Casa a chi lo desidera, a chi decide di sostenerci, a chi vuole parlare di noi sui giornali. Donne, uomini e bambini: i tanti che abitano qui vivranno una convivialità allargata e io ho scelto di stare nel mezzo delle difficoltà e dei problemi, di sfidare la Provvidenza. Casa della carità non può ridursi a un’agenzia di servizi, condotta da operatori che, a cominciare da me, rischiano di essere smarriti dispensatori di prestazioni ai molti clienti. Ecco la mia sofferenza di questi giorni: capire la gravità della crisi, vedere come uscirne con uno slancio di solidarietà maggiore… se il Signore vuole! Forse tentare di scrivere un diario qui in cappella, guardando il crocifisso, tenendo tra le mani l’ultima enciclica del papa (è di ieri!) e nel cuore i volti e le sofferenze di quanti sono qui, forse sì, mi può aiutare in questa ricerca.


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È appena passato Osvaldo con il suo saluto veloce. È stato a lungo nostro ospite, ma ora abita in una casa sua e viene spesso a trovarci. Sta raggiungendo Serena e Pier, pronti a partire con un piccolo gruppo per la gita sul Lago Maggiore. Due operatori straordinari per competenza e umanità intelligente. Li ho visti poco fa e ho subito pensato che questi giovani non ce la possono fare, se il loro contratto di lavoro continua così. Il mio rappresentante sindacale è il Signore, devo parlarne con lui. Mi metto in ginocchio e comincio a pregare, a intercedere. Mi coglie il rumore del carrello, con cui qualcuno sta portando i rifornimenti in cucina. Da ieri la mensa è affidata a noi. Una decisione difficile, dalla gestione complicata, andata avanti tra tante difficoltà, ma ora conclusa e tutta consegnata al buon Dio – compresa la richiesta di mettere nel conto gli errori che possono esserci stati da parte nostra, seppure in buona fede. Mi chiedo se c’è un senso in questo stare silenzioso, nel salutare e nel sedermi accanto agli ospiti, che forse non sempre percepiscono che tutto questo è per loro, è con loro. È venuto Karim, un immigrato di colore domiciliato da noi. Doveva pagare la quota per la richiesta di asilo politico e mi ha chiesto di aiutarlo a compilare il bollettino postale. Nello spazio riservato alla residenza ha scritto «via Brambilla 10». Mi sono fermato un attimo a pensare: è l’indirizzo di questa Casa! Questa è la casa di Karim e di centinaia di persone che qui hanno un punto di riferimento, anche se non ci abitano fisicamente. Il domicilio per loro non è solo azione di dialogo con noi e di mediazione con la città, non è unicamente il luogo dove potranno ricevere la posta, ma una prima strada su cui incammi-


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narsi da cittadini, uomini che godono del diritto di stare, di dire chi sono, di esprimersi in un lavoro, di essere curati. Più di mille domicili sono un volto e un nome, una responsabilità interiore che porto dentro di me. Signore, sono tuoi, te li affido uno per uno. Per te il loro abitare non è burocratico. Casa della carità esiste anche per loro, e ha senso che io vi abiti come posso. Questa è una mattinata di silenzio. Nel pomeriggio tornerò a pregare e a celebrare l’Eucarestia. Subito dopo sarà l’ora di immergersi nella solidarietà dei gesti visibili, che nascono da intenzionalità nascosta e interiore. Signore, grazie!

ore 19 Ho detto vespri e messa in solitudine, un sentimento che mi accompagna sempre quando la radice spirituale, fondamento di questa Casa, tarda a rilasciare la sua linfa. Benedetta crisi! Ho pregato Maria, cantando il Magnificat a pieni polmoni.

7 luglio Questa mattina ho condiviso con Marco le pulizie della mensa. Abbiamo lavato i pavimenti e apparecchiato i tavoli con posate, tovaglie, tovaglioli e piatti, perché tutto fosse pronto per l’arrivo dei commensali a pranzo. I lavori umili di ogni giorno valgono come un lungo discorso; Moses ha capito e si è affrettato ad aiutarci. Nel pomeriggio sono finalmente riuscito ad andare a trovare


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Santina in casa di riposo a Sesto San Giovanni. È stata una delle prime persone accolte e non mi dimentica. Ora qui in cappella, in silenziosa concretezza, mi preparo a immergermi nel «bagno di umiltà» che questa esperienza estiva mi regala. Mi pongo di fronte a Gesù Eucarestia e sento che lo sto sfidando a diventare «azionista» di questa Casa, per restituirci la gioia dell’ascolto delle persone, perché faccia in modo che proprio loro, i poveri, cambino le priorità nel nostro orizzonte di vita. Papa Francesco ha ricordato anche ieri, con il suo magistero di sobria normalità, che sulla qualità del vivere incide la nostra capacità di testimoniare il Vangelo da innamorati di Gesù povero. Signore, aiutami. Non posso fare altro che invocarti e dire «Sia fatta la tua volontà». La fede ha una dimensione di ingenuità, vissuta sperando e invocando. Sono qui pronto a riscoprirla, con la forza che ci arriva al cuore quando tu dici: «Lasciate che i bambini vengano a me» (Mt 19,13-15); oppure ci ammonisci: «Se non diventerete come i bambini…» (Mt 18,1-5). L’identificazione con i poveri e con i piccoli può darmi la serenità del credente. E può aprirmi a comprendere anche il piano più complesso di questa adesione a Dio, che san Paolo descrive come operosità della fede, fatica della carità e fermezza della speranza (1 Tess 1,2-10). Sintesi splendida di come dobbiamo vivere anche qui, in questa porzione di Chiesa che è la Casa della carità. A dire il vero, confidavo nella sicurezza della moltiplicazione dei pani e dei pesci e in una tranquilla distribuzione abbondante. Ai discepoli di Gesù, che gli mettono fretta e pretendono il miracolo urgente, arriva una sferzata: «Forse


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anche voi volete andarvene?» (Gv 6,59-69). Sento che parli così anche a me. Ma io oggi ti rispondo, Signore, perché la crisi di questa Casa mette tutti alla prova e sfida la fiducia, ostinata fiducia! Per questo, in ginocchio, continuo a ripetere: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna» (Gv 6,59-69). Sì, Signore, siamo davvero discepoli tuoi: indicaci la strada. Che sono un po’ impertinente tu lo sai, e perciò ti chiedo di affrettare il tuo aiuto. Non lasciare che la crisi ci travolga! Abbiamo bisogno del tuo pane e che tu non dimentichi di aver moltiplicato pani e pesci anche in modo sovrabbondante. A noi bastano gli avanzi, quelle briciole che la donna siro-fenicia del Vangelo ti ha chiesto riuscendo a commuoverti (Mc 7,24-30). Grazie, Signore! Oggi è domenica, fuori scoppia l’estate e siamo stati in pochi a condividere la messa del mattino. Nel pomeriggio ho pregato il vespro e recitato il rosario. Ora mi butto nella serata e so che troveremo il modo di rafforzare il clima gioioso, cantando insieme. Non mi tirerò indietro e vedo che questo mio sforzo sta sorprendendo gli stessi ospiti, che a loro volta diventano inaspettati volontari, pronti a farsi coinvolgere e dare una mano come non avevano mai fatto prima. Da noi non c’è il rigore di un istituto organizzato e i servizi non sono scanditi da turni, ma proprio per questo c’è un clima magico quando chi vive qui si accorge delle esigenze degli altri, coglie i momenti difficili, si prodiga come può in un aiuto. Sta succedendo: oggi mi sono messo a pulire i tavoli, ma Ernesto mi ha fermato con un gesto energico e ha preso straccio e detersivo per continuare al posto mio, dicendomi anche grazie. Porto nel cuore questo grazie.


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8 luglio Sono le 7.30 e il silenzio di questa cappellina invita alla meditazione. Ho recitato piano le lodi del mattino e ora la mia mente raccoglie un ricordo di ieri. Amanda, ospite del Camerun che vive con noi da più di sei mesi, silenziosa e riservata, dopo la messa domenicale (alla quale è fedelissima) per la prima volta mi ha esposto le sue difficoltà. Suo figlio ha dieci anni e si trova in affido presso una famiglia di Genova. Ora che lei, finalmente, ha trovato un lavoro come badante, vorrebbe riabbracciare il suo bambino, condurre una vita autonoma, rimanere in questa città e non perdere il legame con una mamma diabetica e anziana, che ha bisogno delle sue cure e del suo affetto. I nostri educatori, comprensibilmente, le stanno proponendo una partenza da questa Casa, adesso che la sua situazione è un po’ più stabile di quella di altri. I nostri letti già sono pochi e le persone che ogni giorno bussano alla porta per averne uno sono tante. Quanto tempo dura un legame di aiuto? I legami di aiuto sono «a tempo»? Talvolta è incoraggiante per una persona sentirsi dire che è il momento di camminare sulle sue gambe, ma avverto il limite di operare secondo schemi prefissati e il rischio insidioso di trasformare accoglienza e temporaneità in pratiche stanche, routinarie. Ho colto il gioco della relazione per cui Amanda ha pensato di strappare proprio da me un pezzettino di permanenza in più, e vedo anche la nostra fretta di archiviare i casi, dimenticando che la condivisione richiede di essere approfondita, non interrotta. Ecco perché mi piace quando gli operatori raccontano di ex ospiti che ancora si fanno vivi,


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salutano, tornano ai bei ricordi di una relazione che è nata qui. Riconosco che il mio compito, in questi due mesi tormentati, è quello di ascoltare, rimanere, non dimenticare. Bisogna inginocchiarsi, come farà tra qualche ora papa Francesco a Lampedusa, per trasformare in un tempo di interrogativi e di umanità fraterna ciò che dall’altro ci viene detto e mostrato. Ogni vita umana ha in sé l’indimenticabile sigillo creatore dell’amore di un Padre misericordioso. Ne nasce il desiderio di costruire e promuovere diritti, come in fondo mi sta chiedendo Amanda, nella sua grande dignità di donna, figlia e madre. Consapevolmente o no, tutti gli ospiti che sono qui me lo stanno chiedendo e io devo saperli ascoltare.

9 luglio Ieri papa Francesco ha regalato uno scossone alle coscienze intorpidite del mondo. La «globalizzazione dell’indifferenza», di cui ha detto a Lampedusa, mi ritorna come un mantra quando ascolto l’imam del Centro culturale islamico di via Padova, che spiega il senso del Ramadan. Gli amici musulmani della nostra Casa, e sono più della metà, hanno iniziato il loro più importante periodo di digiuno, meditazione e preghiera. L’imam ce lo spiega come itinerario di vera coesione e di pacificazione della coscienza. L’incontro col Centro culturale islamico non dovrà ridursi al nostro problema organizzativo, legato alla mensa e agli orari. Desidero che sia una splendida opportunità per conoscerci ancora di più nella differenza. Chi tra i nostri ospiti lo vorrà, si


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recherà al Centro islamico ogni sera, per mangiare nell’ora in cui il digiuno può essere sciolto. Altrimenti la mensa da noi sarà disponibile anche tardi, e certo contribuiremo portando latte e datteri presso la moschea. Ho appena visto gli educatori intenti a preparare i sacchetti di cibo per la notte dei trenta ospiti musulmani che si fermeranno da noi a rompere il digiuno. Sono gli stessi operatori che proprio ieri, a conclusione di una lunga assemblea sindacale, hanno scelto il contratto di solidarietà, ovvero la riduzione di ore di lavoro e di una quota di stipendio per consentire a tutti di continuare a lavorare, e alla Casa intera di sopravvivere. Una scelta dura: penso molto anche a loro quando prego in cappella al mattino presto. Alcuni faranno fatica a pagare il mutuo, e vivranno la difficoltà di arrivare alla fine del mese. I volontari cercano di colmare il vuoto e i disagi di questa fase. Loro rappresentano una forza che non ci deve abbandonare mai, anche nei momenti più sereni, perché testimoniano una città che si fa carico, oltre ogni tornaconto, delle persone che abitano le sue periferie. C’è bisogno di operatori che credano in valori grandi e di volontari con forte senso di cittadinanza. Durante l’assemblea con gli ospiti – che abbiamo indetto per spiegare le fatiche economiche che stiamo attraversando e le rinunce che ci tocca affrontare – mi sono sentito veramente a casa. Ho rilanciato con gli ospiti il bisogno di collaborazione e molti hanno offerto solidarietà. Come se essi, poveri tra i più poveri, riconoscessero nella Casa un loro simile! Signore, questo è un luogo piccolo, ma ci sta il mondo intero. Ed è una parte meravigliosa del mondo. Spiegavamo all’imam,


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oggi, che qui abitano i rappresentanti di più di novanta nazionalità diverse, un contributo semplice ma immediato al superamento della «globalizzazione dell’indifferenza». Ieri mattina osservavo il gruppo di persone in attesa di essere ascoltate e di ricevere una dichiarazione di ospitalità. Mondi diversi, volti tesi, maschere di incertezza e di speranza. Ho conosciuto un uomo del Senegal che aveva trascorso la notte in stazione, una donna malnutrita accompagnata da una signora che l’aveva ospitata per qualche giorno in famiglia, un giovane nato in Ciad, sbarcato in Libia e poi giunto sul barcone a Lampedusa, un ragazzo italiano stravolto dalla droga e sbattuto fuori di casa dai genitori esasperati. E poi altri lì, ad attendere il loro turno al centro di ascolto, con molta probabilità per sentirsi opporre un rifiuto per mancanza di letti disponibili. Ho lasciato l’atrio e mi sono rifugiato qui in cappella. Signore, cosa devo fare? Mettiamo brande nei corridoi? Accogliamo così, chiunque, senza domande, senza progetto? Nella messa di ieri il canto dell’Alleluia si accompagnava a una frase del Vangelo di Matteo che mi risuona ancora in testa: «Questa razza di demòni non si scaccia se non con la preghiera e il digiuno» (Mt 17,21). Signore, io sono qui, nella preghiera, nel digiuno, nella rinuncia – anche del viaggio di vacanza che avevo programmato – e sto dicendo a tutti di sostenere Casa della carità. Ma tu non dimenticarti! Tu, Maria, che durante le nozze di Cana hai interceduto presso Gesù (Gv 2,1-12), corri ora da tuo figlio e grida per noi: «Non hanno più vino»!


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