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Alberto Cadioli

Le diverse pagine Il testo letterario tra scrittore, editore, lettore

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La casa editrice, esperite le pratiche per acquisire i diritti di riproduzione delle immagini, rimane a disposizione di quanti avessero a vantare ragioni in proposito. www.saggiatore.it (sito & eStore) Twitter @ilSaggiatoreEd Facebook il Saggiatore editore Š il Saggiatore S.p.A., Milano 2012

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Sommario

Premessa

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Introduzione. Sul termine «editore»

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1. Il ruolo dell’editore dalla «mediazione» all’«interpretazione»

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1. La mediazione editoriale tra scrittori e lettori  25; 2. L’azione dell’editore  34; 3. La comunità di lettura tra pubblico e lettore  37; 4. L’interpretazione editoriale  46 2. La scelta del testo tra poetiche e mercato

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1. Il lettore di chi scrive e la comunità dei lettori di chi pubblica  53; 2. Le letture dell’editore  57; 3. Il «letterato editore»  65; 4. Costruire un canone  78 3. L’«originale» tra autore e editore

87

1. La «costruzione» del testo  87; 2. La scrittura tra autore e editore  94; 3. La riscrittura editoriale  105 4. Il testo in redazione

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1. L’officina del testo  114; 2. Storia redazionale dei testi  118; 3. Interventi in redazione  131; 4. Il testo in bozze  143; 5. Nuove impressioni e nuove edizioni di testi contemporanei  153; 6. Testi dalla molteplice vita  162; 7. Conclusione con una postilla  177

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5. Ermeneutica dell’edizione

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1. Appunti teorici preliminari  181; 2. Forma dell’edizione e opera letteraria  188; 3. Lo spazio dell’edizione  191; 4. La fisicità dell’edizione  195; 5. Gli scritti editoriali che accompagnano il testo  214; 6. Considerazione finale  224 Note

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Riferimenti bibliografici delle illustrazioni 

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Indice dei nomi

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Premessa

È stato Italo Calvino, tra i tanti scrittori contemporanei che nei loro romanzi hanno parlato della lettura, a descrivere il rapporto tra il libro, in quanto «oggetto editoriale», e chi legge: Sei nella tua stanza, tranquillo, apri il libro alla prima pagina, no, all’ultima, per prima cosa vuoi vedere quant’è lungo. […] Rigiri il libro tra le mani, scorri le frasi del retrocopertina, del risvolto, frasi generiche, che non dicono molto. Meglio così, non c’è un discorso che pretenda di sovrapporsi indiscretamente al discorso che il libro dovrà comunicare lui direttamente, a ciò che dovrai tu spremere dal libro, tanto o poco che sia. Certo, anche questo girare intorno al libro, leggerci intorno prima di leggerci dentro, fa parte del piacere del libro nuovo, ma come tutti i piaceri preliminari ha una sua durata ottimale se si vuole che serva a spingere verso il piacere più consistente della consumazione dell’atto, cioè della lettura del libro.1

Senza la materialità di un codice manoscritto, di un volume stampato, di uno schermo con tecnologia digitale, ciò che un autore ha affidato alla scrittura non sarebbe arrivato e non arriverebbe a un lettore: proprio perché la lettura si esplica nel pieno confronto con un testo, le modalità con cui questo è trasmesso a un lettore acquistano un’importanza non trascurabile. E altrettanta importanza assume lo studio della trasmissione e della sua qualità, cui si accompagna la volontà di conoscere (e in se-

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de storica l’utilità di ricostruire) le molteplici decisioni relative alla scelta del testo da stampare e alle caratteristiche che deve avere l’edizione che lo presenta. La necessità di indagare gli aspetti che presiedono a una pubblicazione era del resto ben presente a fini conoscitori di testi del passato e delle loro storie, primi fra tutti Gianfranco Contini e Carlo Dionisotti, che, in prospettiva filologica, storica, critico-letteraria, hanno indicato l’importanza di conoscere l’«intermediazione tipografica ed editoriale»2 e le ragioni per cui ogni testo è stato pubblicato, e «per chi».3 Queste sollecitazioni, sebbene avanzate parlando di contesti storici lontani dal presente, possono essere raccolte e sviluppate di fronte all’editoria moderna, indagando appunto il «perché» del testo e il «per chi» delle edizioni, e ponendo l’attenzione direttamente sulle scelte testuali e ecdotiche. In questo senso anche la storia dell’editoria, o meglio, di certe collane, se guardata in riferimento alla letteratura, è «storia del modo di pubblicare i testi».4 Nell’introduzione a un’ampia raccolta di scritti sulla Bibliothèque de la Pléiade, si legge esplicitamente che lo «studio dell’edizione del testo “letterario”, appartenga questo alla tradizione o si riferisca alla scrittura vivente, è ormai una componente essenziale della ricerca sulle istituzioni letterarie e sulle condizioni di produzione e di ricezione della letteratura».5 La «storia delle edizioni» entra dunque direttamente nella «storia del testo», e le «carte mescolate» della filologia d’autore (per introdurre il titolo di un’importante raccolta di scritti di Dante Isella) diventano le «diverse pagine» in cui si dispone un testo nel passaggio dall’autografo alla sua prima pubblicazione, e poi, nel corso della sua trasmissione nel tempo, nelle differenti forme con le quali è portato alla lettura. Affidata a un supporto, qualunque esso sia, la scrittura è del resto sempre circondata, per quanto in misura diversa, da elementi materiali, o virtuali se posti su uno schermo, che rivelano la presenza, a volte discreta, a volte esibita, di chi ne ha realizzato la pubblicazione, la sua «messa in pubblico». In un libro a stampa, per richiamare il supporto più diffuso, cui anche Calvino faceva riferimento, il titolo di collana e le sue caratteristiche grafiche, il frontespizio, le note dello stampatore e, soprattutto negli ultimi due secoli, le immagini di copertina e gli scritti editoriali dei risvolti o delle quarte, l’uniformazione degli aspetti grafici e tipografici, della scrittura

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Premessa   11

e della pagina, secondo modelli propri a ogni editore, i messaggi informativi e promozionali sono ormai, per consuetudine, considerati tutti come parti del testo, destinate ad accompagnarlo verso il suo lettore. Anche solo in virtù del consolidamento di quelle componenti specifiche – «standardizzate» soprattutto nel corso del Novecento – che indicano l’identità comune di ogni volume uscito sotto la stessa sigla editoriale (basti il richiamo alla copertina o alle «frasi del retrocopertina» ricordate dal passo di Calvino) si può introdurre l’espressione «età dell’editoria moderna», pur sapendo che il passaggio da un antico regime tipografico a una nuova epoca della produzione libraria è stato reso possibile da alcune importanti innovazioni tecniche.6 L’introduzione, dopo secoli di stampa manuale, di torchi meccanici e di macchine per la composizione, e l’utilizzo, inoltrandosi nel XX secolo, di macchine da stampa che velocizzano l’impressione, di strumenti per fotocomposizione che eliminano i caratteri in piombo, di tecnologie, come quelle digitali, che modificano l’intero sistema produttivo della tipografia, hanno avuto infatti significative ricadute su tutte le fasi della pubblicazione e non sono stati privi di conseguenze per il testo e per l’esperienza di lettura. In questa direzione, dunque, oltre ai suggerimenti della filologia e della critica letteraria, è necessario raccogliere quelli provenienti dalle ricerche dei bibliografi e degli storici della lettura, primo fra tutti Roger Chartier, in particolare quando affermano che «il passaggio da una forma d’edizione a un’altra condiziona sia certe trasformazioni del testo sia la creazione di un nuovo pubblico»,7 o, ancora, quando sottolineano (ed è sempre Chartier) che «nessun testo esiste al di fuori delle materialità che gli permettono di essere letto o ascoltato».8 Sulla base di quest’ultima osservazione, Chartier invita a considerare come «le molteplici forme testuali in cui un’opera è stata pubblicata costituiscono diversi stati storici che devono essere rispettati, pubblicati e compresi nella loro irriducibile diversità».9 Il suggerimento è chiaro: se ogni nuova edizione porta con sé una nuova interpretazione, lo studio delle diverse edizioni – e delle loro modalità di realizzazione – può portare a una conoscenza delle letture che l’editore propone, o di quelle che, storicamente, ha indicato al suo tempo (indipendentemente dalle letture poi realmente effettuate e dai risultati personalmente raggiunti dai singoli lettori).10

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Fare interagire tra loro le differenti prospettive proprie dei campi e delle metodologie degli studiosi sopra citati (anche se l’ambito di ciascuno presenta specificità e interessi che potrebbero, per altri aspetti, rivelarsi in opposizione gli uni con gli altri)11 è l’obiettivo di questo libro, nella convinzione (o nella speranza) che, per questa strada, si possano aprire nuove riflessioni, oltre che dare rilievo a territori non sempre esplorati dagli studi letterari, e dei quali non si hanno ancora mappe precise. Il tentativo è dunque quello di studiare, sul piano teorico ma con ricca esemplificazione, per non fermarsi su un piano astratto, tutto ciò che riguarda il testo offerto al lettore attraverso l’intermediazione dell’editore in età contemporanea. Per questo, nonostante l’interesse che possono comunque suscitare, e l’indubbia mole di dati e di informazioni che possono offrire alla conoscenza della storia dell’editoria e della lettura (e, più in generale, della società e dei suoi consumi culturali), non troveranno spazio in queste pagine le vicende storiche delle tante case editrici citate (sebbene la storia e l’identità delle singole case rimangano, necessariamente, come uno degli elementi dello sfondo),12 e non saranno presi in esame gli aspetti sociologici delle tipologie del mercato (e quindi nemmeno i numeri sulla diffusione dei libri e sui lettori) o quelli economici (con le cifre relative alla produzione e alle vendite). Questi campi di indagine, per altro, riscuotono ormai ampia attenzione nelle discipline storiche, economiche, sociologiche, sia per il passato (e la ricerca sulle origini e gli sviluppi dell’editoria moderna) sia per la situazione presente. Se agli inizi degli studi sull’attività editoriale (a partire, in Italia, dagli anni settanta) i diversi ambiti di ricerca erano tra loro intrecciati, e con essi le diverse metodologie, per cui anche nella critica letteraria cresceva l’interesse sociologico per la produzione libraria e il suo mercato, nei decenni seguenti si è manifestata con evidenza la necessità che i singoli settori del mondo del libro siano studiati da discipline differenti, ciascuna con i propri specifici obiettivi. Il fervore di studi storici e sociologici dedicati all’editoria, anche quando estesi alla letteratura e alle esperienze della lettura e della ricezione, ha del resto lasciato ai margini l’interesse per la trasmissione del testo (che, per quanto riguarda la produzione letteraria, rappresenta invece il centro dell’attività editoriale), o, quando l’ha considerata, ha posto soprattutto in evidenza gli aspetti rela-

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Premessa   13

tivi alla comunicazione e alla diffusione, non alle modalità con cui i testi sono stati proposti al lettore. Si potrebbe chiudere questa premessa sottolineando che è invece importante conoscere ciò che, dietro e dentro un’edizione, trasmette un testo in un modo e non in un altro, ne favorisce una lettura e un’interpretazione e non altre, costruisce su di esso un’immagine cui se ne possono contrapporre altre. Questa conoscenza può condurre ogni lettore – e soprattutto un lettore critico – a essere più attento a tutti gli elementi che circondano un’edizione, per arrivare, secondo le parole di Calvino, a leggere intorno al testo «prima di leggerci dentro», e, con maggiore consapevolezza, porsi davanti «al discorso che il libro dovrà comunicare lui direttamente», ad accostarsi a ciò che, a questo punto da solo, dovrà «spremere dal libro, tanto o poco che sia».13 Un’avvertenza per finire: in rispetto dei criteri filologici, si è deciso di riportare, nelle citazioni, il testo così come nell’originale, conservandone ogni aspetto, anche quando diverso dalle norme della casa editrice.

Questo libro ha una dedica: a Franca, per la sua pazienza. E dovrebbe avere un lungo elenco di nomi, quelli dei tanti cui vanno i ringraziamenti di chi scrive: amici, colleghi, allievi, che, in questi anni, hanno contribuito, in un continuo confronto intellettuale e critico, a sviluppare il discorso qui condotto, incominciato oltre vent’anni fa. Valga un ringraziamento rivolto a tutti con la stessa intensità. È tuttavia doveroso citare un nome, e ringraziare in modo particolare Virna Brigatti, che, nel momento difficile della revisione e dei controlli finali, ha prestato, con generosità, il suo aiuto intelligente e prezioso.

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Introduzione Sul termine «editore»

«L’editore è “chi dà fuori un libro”.» Così, in modo sintetico e molto generico, il Vocabolario genetico-etimologico della lingua italiana, compilato nel 1852 da Giambattista Bolza,1 spiegava il significato di un sostantivo, il cui uso portava con sé un’ambiguità semantica: l’espressione «chi dà fuori un libro» (che corrisponde pienamente alla traduzione del verbo latino edere che si trova nel Vocabolario degli Accademici della Crusca: «dare fuora»2) poteva indicare «Colui che ha cura di rivedere e dare alle stampe l’opere altrui» (secondo la definizione di editore di un dizionario «popolare»3 degli anni venti dell’Ottocento), e colui che si fa carico di pubblicare un libro a stampa. Il generico «dar fuori un libro», dunque, poteva designare, con uguale valore, due differenti attività: quella dedicata a stabilire le lezioni di un testo del passato, scegliendo un codice o una stampa di riferimento e quella di procurare la pubblicazione di testi, anche (o soprattutto) di scrittori contemporanei, curandone ogni aspetto con l’obiettivo di un guadagno. La possibile esemplificazione dell’uso del termine editore nel corso del Settecento e del primo Ottocento ne registrerebbe la presenza quasi solo in riferimento al curatore di un testo, che, in «avvertenze» o in «note» introduttive, precisava ai lettori le caratteristiche con le quali era intervenuto predisponendo nel migliore dei modi la stampa. E alle caratteristiche testuali rimandavano le righe firmate dallo stesso stampatore, che spesso si rivolgeva ai lettori per spiegare i criteri utilizzati nelle sue scelte. L’altro significato, che indica chi si preoccupa della realizzazione di un

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libro stampato, si diffonde più lentamente, ed è forse il risultato dell’assolutizzazione dell’aggettivo editore in espressioni del tipo «tipografo editore» e «libraio editore»: un tipografo e un libraio, appunto, che «danno fuori» i libri non più solo su commissione, ma scegliendoli personalmente. Negli anni 1806-1807, lo stampatore Nicolò Bettoni, uno dei più attivi imprenditori librari dei primi tre decenni dell’Ottocento,4 si definisce esplicitamente «tipografo editore», nelle righe di presentazione dell’edizione del Bardo della Selva Nera di Vincenzo Monti5 e nell’introduzione all’Alceste. Tragedia postuma di Vittorio Alfieri.6 E a proposito della pubblicazione di quest’ultima, in un opuscolo intitolato Lettere sulla Alceste seconda. Tragedia postuma di Vittorio Alfieri, sottolinea la propria autonomia nella scelta dei titoli, in rapporto agli scrittori e ai possibili lettori: pur dichiarando di aver deciso di far conoscere quest’opera per l’emozione da lui stesso provata nel corso della lettura, aggiungeva che tra i titoli da pubblicare «meritava la preferenza quella tragedia, che eccitar doveva giustamente la curiosità del pubblico»,7 perché «I tipografi editori imparano a loro spese ad interpretare il gusto del pubblico».8 In queste parole – e nell’espressione «tipografo editore», presto sostituita solo da «editore» – c’è il superamento del ruolo del tipografo che pubblica a pagamento, e una testimonianza dell’avanzarsi, nel mondo del libro, di una nuova figura che assomma in sé gli aspetti imprenditoriali e quelli culturali. È ancora Bettoni, alla fine degli anni venti, in un dialogo «fra un tipografo, un libraio, un forastiere», a scrivere che «sarebbe a desiderarsi, che i signori tipografi editori avessero un po’ di tatto e di gusto, e fossero in somma iniziati alle buone lettere» per evitare di pubblicare libri che «restano a marcire nei magazzini, o servono ad alimentare le numerose famiglie dei topi».9 Il problema delle scelte editoriali in rapporto alla cultura e al mercato è, dunque, già posto, e da quegli anni costituirà uno dei punti centrali della riflessione sulla produzione libraria. Il termine editore, comunque, aveva cominciato a circolare, con il significato di promotore della stampa per ragioni di lucro, alla fine del Settecento, come testimonia un emblematico passo della Vita di Vittorio Alfieri, nel quale si intravede anche il nuovo rapporto di dipendenza tra un possibile scrittore e un datore di lavoro. Alfieri dichiarava infatti di aver voluto redigere lui stesso la propria biografia, per evitare che questa fosse compilata per commissione di «un qualche librajo» intenzionato a

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Introduzione   17

«cavare alcuni più soldi da una nuova edizione delle sue opere»: «E ciò tanto più perché lo scrittore a soldo dell’editore suol sempre fare uno stolto panegirico dell’autore che si ristampa, stimando amendue di dare così più ampio smercio alla loro comune mercanzia».10 Il ruolo degli stampatori e dei librai, per tre secoli pressoché unici promotori e finanziatori delle pubblicazioni, stava subendo dunque una profonda modifica: sulla spinta di un nuovo e più vasto mercato – aperto anche, o soprattutto, grazie alle nuove forme del romanzo11 – si stava diffondendo una nuova figura di editore, che, senza possedere né torchi né banchi di vendita, investiva denaro per pubblicare libri destinati a un mercato formato da gruppi di lettori sempre più ampi, con l’obiettivo esplicito di un ritorno economico. Una nuova figura che al testo comunque guardava con attenzione e che, soprattutto dando alle stampe gli autori contemporanei, cercava di scegliere uno scritto capace di raggiungere numerosi lettori e, nello stesso tempo, di pubblicarlo nel modo più corretto (che non significa, necessariamente, senza discutibili interventi testuali). I due ruoli dell’editore curatore e dell’editore finanziatore, tra loro distinti, sono dunque ricondotti a un’unica voce, essendosi perduta, prima ancora di un suo possibile consolidamento, la separazione che, anche nella lingua italiana come in quella inglese, avrebbe potuto riproporsi tra «editor» e «publisher», indicando come editore «colui che predispone il testo», e come pubblicatore (o publicatore) – termine già attestato dalla terza edizione (1691) della Crusca – colui «che pubblica», cioè che «diffonde».12 I due lemmi, nel corso dell’Ottocento, erano variamente usati, e si poteva individuare una differenziazione di significati, pur senza una loro definitiva stabilizzazione, così che a volte si riproduceva la confusione di ruoli introdotta dal termine «editore». Già nel 1811, curando un’edizione del Trattato del governo della famiglia, Anton Fortunato Stella cerca di distinguere «editore» e «pubblicatore»: Mancando la voce editore nel Vocabolario della Crusca, avrei dovuto dir qui, e così nella dedicatoria, Pubblicatore dell’opera. Ma oltre che con questa specie di parafrasi avrei fatto ridere i letterati che han già ricevuta per buona tanto la parola editore, quanto la parola edizione che si trova nel

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detto Vocabolario per pubblicazione d’alcun’opera per via di stampa, non avrei poi dato nè pure tutto l’equivalente della voce, la quale non solo significa il pubblicatore d’un’opera, chè sotto un tal senso si confonderebbe col nome di stampatore, con cui già da taluni vien confuso quello di editore, ma colui in oltre significa che n’ebbe particolare cura, la rivide, vi aggiunse qualche nota, qualche illustrazione od altro. Non men ricevute e da ogni colto scrittore adoperate sono le correlative voci edito per pubblicato, inedito per non pubblicato, le quali non si trovano nella Crusca, ancorchè provenienti dalla stessa fonte latina, da cui ne venne già la voce edizione.13

A oltre cinquant’anni di distanza, nel 1869, sulla Nuova antologia di scienze, lettere ed arti, un articolo dedicato alla stampa da un punto di vista giuridico utilizza senza alcuna precisazione il termine «pubblicatore» come sinonimo di stampatore,14 e del resto, a Ottocento inoltrato, è anche possibile trovare una contiguità, nella stessa frase, dei termini «editore» e «pubblicatore» riferiti a ruoli diversi. Presentando una risoluzione della «dieta germanica» sulla proprietà letteraria («I governi adunati in dieta germanica hanno risoluto unanimemente di applicare i principii che seguono a favore de’ prodotti letterari ed artistici che saranno pubblicati nella cerchia della Confederazione»15), gli estensori degli Annali universali di statistica, economia pubblica, storia e viaggi, nel fascicolo di febbraio-marzo 1838, introducono la figura di «colui che manda alla luce l’opera o che ne è l’editore» (all’articolo 2), precisando subito dopo (all’articolo 3) che la protezione deve essere a profitto «degli autori, pubblicatori, e editori di grandi opere, scienze e di arti che richieggono spese gravissime». La traduzione dell’articolo 4, infine, recita: «L’autore, l’editore, ed il pubblicatore di originali di opere riprodotte poi colla stamperia, o imitate con altri mezzi avranno diritto a un pieno risarcimento».16 Con l’ultima citazione sembrerebbe ben rappresentata la distinzione tra chi scrive (l’autore), chi cura il testo per la pubblicazione (l’editore), chi ne procura la diffusione (il pubblicatore), anche se l’ambiguità del termine editore, si potrebbe obiettare, permane. La breve esemplificazione si deve necessariamente fermare qui, e tuttavia si può aggiungere un’ultima citazione, da un’altra interessante fonte, il

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New Italian and English Dictionary (qui si cita dalla seconda edizione del 1835), nel quale «pubblicatore» è tradotto con il solo «publisher», mentre per «editore» si suggerisce sia «editor» (prima voce) sia «publisher».17 Poiché la distinzione tra le due attività del campo editoriale non si è tradotta in due diverse parole, nel Dizionario della lingua italiana di Niccolò Tommaseo e Bernardo Bellini, uscito in più volumi negli anni sessanta e settanta dell’Ottocento, i diversi ruoli sono registrati sotto lo stesso lemma «editore». Una prima definizione (con una formulazione ambigua) indica «Chi prende cura di far pubblico uno scritto»; una seconda richiama esplicitamente la produzione libraria e i diversi ruoli che la caratterizzano: «Distinguevansi un tempo, Editore, Stampatore, Librajo. Ora chi stampa, segnatam. a sue spese, un libro si dice Editore, e chi fa stamparlo per farne commercio».18 Sono interessanti, per altro, le contemporanee riflessioni degli stessi protagonisti del mondo del libro. Ricordando, negli anni settanta dell’Ottocento, i propri esordi come editore alla metà del secolo, a Firenze, Gaspero Barbèra distingueva nettamente l’attività tipografica e quella editoriale (pur consapevole di rappresentarle personalmente entrambe), e, ponendo ancora una volta in primo piano la contraddizione tra qualità delle pubblicazioni e necessità economiche, introduceva una terminologia ormai più precisa: «Era forza per far nascere un po’ di lavoro ch’io mi déssi alla professione dell’editore. Annunziai agli amici, ai librai e a quanti potesse interessare, l’apertura di una nuova Stamperia e Casa editrice».19 Puntuale era anche la descrizione dell’attività: «Ci è grato potervi annunziare che sotto il nostro nome è stata aperta una stamperia, la quale ha per scopo principale eseguire lavori, che ci verranno ordinati. Non saremo però alieni dal pubblicare Opere per conto nostro, acquistando manoscritti o remunerando le fatiche dei letterati, quanto lo consentono le non liete condizioni librarie in Italia».20 Era chiara anche la presentazione della linea editoriale: «[…] pensiamo sia opportuno, innanzi tutto, studiare di quali libri la Penisola più abbisogni, onde per noi non si moltiplichino libri non utili».21 In una lettera-programma (probabilmente del 1865 e non spedita, della quale non si conosce l’intestatario, indicato solo come «Mio illustre amico») Barbèra scrive ancora:

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noi dovremo rallegrarci quando sorgerà una classe a sé di editori, come nelle grandi capitali straniere; poiché essere editore e tipografo insieme, penso che tolga il tempo e la quiete necessaria a stare in corrente degli studi in Italia e fuori, e senza meditazione e ardimento le doti necessarie a un editore non si formano.22

Se la perdita di una possibile distinzione terminologica «pubblicatore»/«editore» – ha imposto il termine editore come voce unica,23 che indica sia il curatore del testo sia l’imprenditore del libro, a metà Ottocento il secondo significato è ormai prevalso sul primo (e, anche nella circolare appena citata, Barbèra, in questa occasione in di veste stampatore, parla della cura che avrebbe posto nei confronti dei libri che gli «Editori» avessero voluto affidargli),24 soprattutto perché si è modificata la condizione del lavoro editoriale. Il passaggio dalla fase degli stampatori dell’antico regime tipografico a quella definita dell’età moderna – avvenuto, a seconda dei vari paesi europei, tra la metà del Settecento e la metà dell’Ottocento (ma i termini sono più convenzionali che reali, coabitando condizioni produttive diverse, così come convenzionale è la data del 1830, con la quale la biblioteconomia e la storia del libro fanno concludere il primo, lungo periodo della stampa manuale) – si è manifestato nel momento in cui nasceva una nuova figura nel mondo librario: quella appunto di un imprenditore, capace, per usare le parole di Mario Infelise, «di concepire sempre nuovi progetti editoriali di respiro nei quali coinvolgere letterati e scrittori all’interno di una redazione che non sia un’impresa occasionale».25 Più che la «non occasionalità» della redazione (per altro sarebbe meglio sottolineare soprattutto, a questo riguardo, la «non occasionalità» dell’impresa), i tratti caratterizzanti il nuovo editore sono la progettualità, e, sulla base di questa, una nuova concezione del proprio lavoro, la cui affermazione richiede sguardi diversi sul presente e sul futuro. L’editore diventa un imprenditore che sceglie i testi in rapporto a un mercato o a una linea culturale (e non sempre c’è contraddizione nelle due motivazioni di scelta), e, acquisiti i loro diritti, li trasforma in libro; un imprenditore che a volte commissiona lui stesso i testi perseguendo un preciso obiettivo, sia esso politico, culturale, commerciale; un imprenditore che finanzia la pubblicazione, ma, sempre più spesso, non ha torchi per stampare o libre-

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rie per vendere. Ne offrono una significativa testimonianza, con Gaspero Barbèra, anche Felice Le Monnier (che da Firenze, con i volumi della collana Biblioteca Nazionale, partecipa intensamente al rinnovamento della cultura risorgimentale) e il tipografo torinese Giuseppe Pomba: quest’ultimo nel 1838 cede sia la stamperia sia la libreria, per diventare editore nel senso moderno del termine: ed è una decisione emblematica.26 Agli occhi di Tommaseo, l’editoria imprenditoriale, e il nuovo significato del termine editore, si accompagnano a numerosi elementi negativi. A questo proposito è utile leggere il seguito della voce sopra citata, perché riprende, polemicamente, alcune questioni presenti anche negli scritti di Bettoni e di Barbèra: ma c’è degli editori che farebbero sospettare originato il voc. non da Edo, Do, ma da Edo, Io mangio. Quel profeta mangiava libri, questi mangiano gli autori dei libri. Può esserci de’ privati editori, non per fine di lucro.27

Secondo il suo costume, Niccolò Tommaseo non rinunciava alla polemica («L’usuraio accaneggia il debitore, il critico l’autore; l’editore talvolta più ancora del critico»28), ma la sua osservazione riprende una diffusa reazione degli scrittori di metà Ottocento, e lo conferma l’aggiunta di un’annotazione direttamente tratta dall’attualità: «Proponesi adesso una Società d’Autori Editori, che stampino e le cose proprie, e l’un dell’altro, e d’altri antichi e recenti».29 I problemi sollevati sarebbero rimasti per un secolo nei dibattiti sull’attività editoriale, e, paradossalmente, si potrebbe dire che il rovesciamento esplicito della posizione di Tommaseo («non per fine di lucro») si ha con il libello intitolato A scopo di lucro, del 1995, nel quale si raccoglie la «conversazione sull’industria editoriale» avvenuta tra Franco Tatò, a quel tempo amministratore delegato della Mondadori, e il giornalista Giancarlo Bosetti. Il guadagno è indicato esplicitamente, da Tatò, come l’obiettivo primario dell’editore: «[…] ritengo che l’editoria sia una forma di business come può essere quella dell’automobile, del frigorifero o di altri beni di consumo durevole».30 È questa, del resto, una conferma di come, consolidatosi definitivamente nella doppia accezione il termine editore (mentre il termine pubblicatore è scomparso dall’uso), il significato di produttore di libri si sia

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ampiamente imposto, soprattutto nell’uso comune e come primo significato nei vocabolari più diffusi. E tuttavia il Vocabolario degli Accademici della Crusca, nell’edizione del 1886, riportava come prima definizione di editore la seguente: «Colui che per mezzo della stampa mette, o rimette, in luce opere altrui, curandone l’impressione», e solo in un secondo tempo precisa, richiamando la possibile origine aggettivale del termine editore: «In senso particolare, e per lo più in modo assoluto, Editore dicesi a Tipografo, o Libraio, che a proprie spese stampa e divulga le opere altrui».31 Andrà tuttavia segnalato che nel Grande dizionario della lingua italiana, la voce editore propone ancora, come prima definizione, la seguente: «Studioso che cura l’edizione critica di un’opera inedita, oppure di un’opera già pubblicata, per lo più corredandola opportunamente di prefazione e di note», e solo come seconda: «Imprenditore che pubblica a proprie spese libri, giornali, riviste, composizioni musicali, incisioni discografiche (dei quali cura pure la diffusione e la vendita, corrispondendo poi agli autori un giusto compenso, calcolato ordinariamente in base a una percentuale sull’incasso)».32 Paradossalmente le due definizioni appena ricordate portano ai poli estremi le due attività dell’editore: nel primo caso parlando di «edizione critica», di un aspetto, cioè, molto particolare e specialistico, di una trasmissione del testo dai caratteri prettamente scientifici, e che non riguarda necessariamente le opere inedite; nel secondo, mettendo in risalto solo l’aspetto industriale e commerciale (con un richiamo che sembra rispondere alle preoccupazioni di Tommaseo: all’autore è corrisposto «un giusto compenso»!). Proprio nella zona intermedia tra i due poli si svolge invece, comunemente, l’attività editoriale, nella quale, almeno per le pubblicazioni letterarie di scrittori contemporanei, si intrecciano e si sovrappongono i due ruoli, e di conseguenza le due figure, delle accezioni del termine editore, tanto più che, si potrebbe dire sul versante testuale, il lavoro editoriale in vista della stampa – l’intera fase della preparazione redazionale – può essere considerato una forma particolare di curatela, con interventi di varia natura sul testo, per un suo «miglioramento», soprattutto in funzione dei lettori. La definizione del Grande dizionario della lingua italiana andrebbe

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dunque quanto meno arricchita: se è vero che anche in età contemporanea l’editore può essere il curatore dell’edizione critica di un inedito, è altrettanto vero che la sua cura dell’edizione di un testo può avere caratteristiche molto diverse in rapporto alla tipologia dei lettori che vuole raggiungere. Nella stessa direzione, se è vero che l’editore imprenditore presta attenzione innanzitutto agli aspetti produttivi e commerciali (e spesso immette sul mercato prodotti di basso livello culturale, ma redditizi in quanto risposta a un’ampia domanda), è tuttavia possibile aggiungere che, pur non rinunciando all’obiettivo economico, offre anche numerose pubblicazioni destinate a soddisfare le richieste di una lettura di qualità, in ambito letterario e saggistico o di intrattenimento alto. A partire dai molteplici piani di riflessione qui indicati, si può dunque tentare un’indagine in funzione di un discorso eminentemente letterario (ma la via sarebbe la stessa per altri campi disciplinari), intrecciando i due ruoli sottesi al termine editore nell’unico ambito della pubblicazione e della trasmissione della parola scritta. «Pubblicare» – cioè far conoscere e diffondere – un testo, infatti, presuppone che su di esso intervenga l’editore (nelle due accezioni), e che i suoi interventi possano modificare direttamente sia il testo sia la modalità della sua lettura (e di conseguenza la sua interpretazione). Si può aggiungere che se l’editore che cura la definizione di un testo di un passato più o meno lontano (o che si pone l’obiettivo della constitutio textus, se necessaria per stabilire le lezioni di uno scritto tramandato da più testimoni, cercando di avvicinarsi all’originale) ha l’aspetto dello studioso chino sui libri nella propria stanza nelle sale delle biblioteche, l’editore che pubblica, finanziandolo, un libro (e quindi lo sceglie, lo predispone per la stampa, lo diffonde e via dicendo) può essere un singolo individuo, ma più spesso è un «cervello collettivo», espressione di un ruolo sul quale convergono figure reali con compiti diversi: il direttore editoriale, quello letterario, il responsabile di una linea o di una collana (l’editor, secondo una terminologia diffusa anche in Italia), il redattore che segue più da vicino i processi di pubblicazione, il consulente che per primo legge un testo, esprimendo un giudizio sulla sua pubblicabilità. Quando, nei capitoli che seguono, si parlerà di editore considerando il lavoro editoriale ci si riferirà al «ruolo dell’editore»: le diverse figure che contribuiscono allo svolgimento di quel ruolo saranno indagate nella lo-

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ro singolarità, quando necessario, così come, quando necessario, saranno introdotti, nella loro realtà e storicità, gli editori, i direttori, i redattori, i consulenti, i lettori editoriali. Lo studio di quanto accade nel corso del lavoro editoriale porta infatti a descrivere e a conoscere modi e processi di lavorazione, che, in chiave fenomenologica, si rivolgono al presente e che, in chiave critico-filologica, si indirizzano invece al passato, permettendo di comprendere perché, come, in quali modi un testo è stato pubblicato, e con quali caratteri la sua prima edizione (e le eventuali edizioni successive) lo hanno proposto alla lettura.

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