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Caroline P. Murphy

Isabella de’ Medici La gloriosa vita e la fine tragica di una principessa del Rinascimento Traduzione di Nicoletta Poo


www.saggiatore.it

© Caroline P. Murphy, 2008 © il Saggiatore s.p.a., Milano 2011 Titolo originale: Isabella de’ Medici


Isabella de’ Medici A Brian Murphy 1934-2007


Sommario

Mappa di Firenze e albero genealogico della famiglia Medici Prologo. Un giorno d’estate a Cerreto Guidi

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prima parte.

Infanzia nella famiglia Medici 1. I nuovi Medici 2. «Io per me non viddi mai la più bella figliolina» 3. Crescere in casa Medici 4. Verso l’età adulta

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seconda parte. La principessa Medici cresce 1. Un marito per Isabella 2. Nozze medicee 3. Zibellini e un cappello muschiato 4. Duca e duchessa di Bracciano 5. «Io e mio fratello» 6. Sopraffatta dal dolore

56 64 69 77 83 91

terza parte. Signora di Firenze 1. Dopo Eleonora 2. A casa di Paolo e Isabella 3. Debiti 4. Conflitto 5. Villa Baroncelli 6. Il teatro di Isabella 7. Fedeltà 8. Troilo 9. Relazione «clandestina»

103 112 119 124 131 137 146 151 156


quarta parte. Macchinazioni medicee 1. La cognata imperiale 2. Vita di famiglia 3. Granduca 4. Cammilla 5. I turchi 6. Lepanto e don Giovanni 7. Putti 8. Bianca 9. Un assassinio 10. L’epoca migliore

I guai di una principessa Medici 1. Il declino di Cosimo 2. Le trattative per i bambini 3. «Del mio venir» 4. Il nuovo ambasciatore 5. Leonora 6. La stagione dei duelli 7. La congiura dei Pucci 8. Troilo, bandito!

165 171 178 183 189 195 201 207 212 217

quinta parte.

227 233 239 243 248 251 257 261

sesta parte.

L’ultimo atto 1. Il nuovo anno 2. Gita a Cafaggiolo 3. Gita a Cerreto Guidi 4. «Immaginandosi forse quello che haveva ad essere di lei» 5. Post mortem 6. Continua la caccia 7. Il resoconto dell’assassino

271 279 283 287 292 297 301

Epilogo. Isabella eterna

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Bibliografia Note Elenco delle tavole Ringraziamenti Indice analitico

315 325 349 351 353


Mappa di Firenze e albero genealogico della famiglia Medici

Veduta di Firenze con l’emblema mediceo


Firenze ai tempi di Isabella

A. Chiesa di San Marco B. Piazza di San Marco C. Chiesa della Santissima Annunziata D. Palazzo Medici E. Chiesa di San Lorenzo F. Battistero G. Cattedrale di Santa Maria del Fiore (duomo) H. Bargello I. Palazzo Vecchio J. Uffizi K. Basilica di Santa Trinita L. Ponte di Santa Trinita M. Ponte Vecchio e Corridoio Vasariano N. Basilica di Santa Maria del Carmine O. Palazzo di Bianca Cappello P. Palazzo Pitti Q. Verso Villa Baroncelli


GIOVANNI DI BICCI

(1360-1429) Piccarda Bueri (ca. 1368-1433)

COSIMO IL VECCHIO

(1389-1464) Contessina de’ Bardi (m. 1473)

GIULIANO

BIANCA

(1453-1478)

(m. 1488) Guglielmo de’ Pazzi (1437-1516)

PIERO IL GOTTOSO

GIOVANNI

(1416-1469) Lucrezia Tornabuoni (1425?-1482)

(ca. 1421-1463) Ginevra degli Albizzi (m. dopo il 1476)

= LUCREZIA (m. 1493) Bernardo Rucellai (1448-1514)

NANNINA

LORENZO IL MAGNIFICO

(1449-1492) Clarice Orsini (1451-1488)

GIULIO

GIOVANNI

PIETRO

GIULIANO

CONTESSINA

MADDALENA

(CLEMENTE VII) (1478-1534)

(LEONE X) (1475-1521)

(1472-1503) Alfonsina Orsini (1472-1520)

(Duca di Nemours) (1479-1546) Filiberta di Savoia (1498-1524)

(m. 1515) Piero Ridolfi (1467-1525)

(1473-1519) Francesco Cybo (ca. 1450-1519)

ALESSANDRO

CLARICE

LORENZO

IPPOLITO

(1511-1537) Margherita d’Asburgo (1522-1586)

(1493-1528) Filippo Strozzi (1489-1538)

(Duca di Urbino) (1492-1519) Madeleine de la Tour d’Auvergne (1501-1519)

(1511-1535)

GIULIO

(ca. 1532-1600)

LUCREZIA

(1545-1561) Alfonso II d’Este (1533-1597)

ISABELLA ROMOLA

(1542-1576) Paolo Giordano Orsini (1541-1585)

CATERINA

(1519-1589) Enrico II di Francia (1519-1559)

MARIA

PIETRO

GARZIA

GIOVANNI

(1540-1557)

(1554-1604) Leonora di Toledo (1553-1576)

(1547-1562)

(1543-1562) Cardinale nel 1560

ELEONORA

VIRGINIO

COSIMO

(1571-1634) Alessandro Sforza (1572-1631)

(1572-1615) Flavia Peretti (1574-1606)

(1573-1576)

FRANCESCO II

ELISABETTA

CLAUDIA

CARLO IX

ENRICO III

(1543-1560) Maria Stuarda di Scozia (1542-1587)

(1545-1568) Filippo II di Spagna (1527-1598)

(n. 1547) Carlo III di Lorena (1543-1608)

(1550-1574) Elisabetta d’Asburgo (1554-1592)

(1551-1580) Luisa di Lorena-Audémont (1553-1601)

FIGLI DI CATERINA DE’ MEDICI

Cristina (1565-1636) Ferdinando I Granduca di Toscana (1549-1609)


LORENZO

(1395-1440) Ginevra Cavalcanti (m. dopo il 1464)

PIERFRANCESCO IL VECCHIO

(1430-1475) Laudomia Acciaioli

GIOVANNI IL POPOLANO

LORENZO IL POPOLANO

(1467-1498) Caterina Sforza (1462-1509)

(1463-1503) Semiramide d’Appiano (m. 1523)

MARIA SALVIATI

GIOVANNI DELLE BANDE NERE

PIERFRANCESCO IL GIOVANE

LAUDOMIA

(1499-1543)

(1498-1526)

(1487-1525) Maria Soderini (1487-1525)

(fine 1400-metà 1500) Francesco Salviati

LUCREZIA

(1470?-1550 o dopo) Jacopo Salviati (1461-1533)

COSIMO I

LORENZINO

LAUDOMIA

GIULIANO

MADDALENA

(1519-1574) Eleonora di Toledo (1522-1562)

(1514-1548)

(1515-dopo il 1558) Alamanno Salviati Piero Strozzi (1510-1558)

(1520-1588)

(?-1583) Roberto Strozzi

Cammilla Martelli (1545-1590) FERDINANDO I

FRANCESCO I

VIRGINIA

BIA

GIOVANNI

(1543-1609) Cardinale nel 1563 Cristina di Lorena (1565-1637)

(1541-1587) Giovanna d’Asburgo (1547-1578)

(1568-1615) Cesare d’Este (1562-1628)

(ca. 1526-1542)

(1567-1621) Livia Vernazza (1590-1655)

BIANCA CAPPELLO

(1548-1587)

COSIMO II

FILIPPO

ELEONORA

ANNA

MARIA

ANTONIO

(1590-1621) Maria Maddalena d’Asburgo (1589-1631)

(1577-1582)

(1567-1611) Vincenzo I Gonzaga (1562-1612)

(1569-1584)

(1573-1642) Enrico IV di Francia (1553-1610)

(1576-1621) Artemisia Tozzi

MARGHERITA

(1553-1615) Enrico di Navarra, futuro Enrico IV di Francia (1553-1610)


Prologo. Un giorno d’estate a Cerreto Guidi

Al primo sguardo Cerreto Guidi non si presenta come la tipica, graziosa borgata toscana; raggiungerla senza un trasporto privato è piuttosto difficile: occorre affidarsi al bus dei «Fratelli Lazzi», linea Empoli-Pistoia, che arranca per anguste strade di campagna punteggiate di cartelloni di supermercati e agriturismi. Uno dei tanti invita i turisti a visitare la «Fattoria Isabella de’ Medici», dove si producono vino e olio d’oliva. L’insegna mostra il ritratto rinascimentale di una bella giovane dalle labbra carnose, con occhi e capelli scuri. Alla fermata di Cerreto Guidi si scende in prossimità di un incrocio del tutto anonimo. La cittadina non sembra aspettare orde di turisti; non ci sono i soliti negozietti di specialità toscane, niente panforte né cantucci con vin santo, mentre l’unico ristorante è chiuso all’ora di pranzo. Un negozio di caccia e pesca rivela il passatempo preferito degli abitanti e offre anche un indizio del remoto passato della città; oggi la campagna circostante è coltivata a vigneto, ma nel xvi secolo Cerreto Guidi era completamente diversa, abbracciata da fitti boschi popolati di cinghiali, dai-


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Isabella de’ Medici

ni e fagiani. A quei tempi i Medici, signori della Toscana, emanavano ordinanze con cui proibivano di disboscare. Abbattere alberi avrebbe certamente giovato all’agricoltura, ma a scapito della caccia, attività che aveva attratto i Medici in questa remota località. Per la famiglia ducale, Cerreto Guidi era una sorta di circolo ricreativo privato. Nel 1566 il duca Cosimo i, capostipite della dinastia che avrebbe governato la Toscana per due secoli, fece costruire una villa a due piani, con diciassette stanze, su un’altura occupata dalle rovine di una fortezza medievale. Girato l’angolo dall’odierno negozio di caccia e pesca, ci si trova di fronte al maestoso ingresso di questa villa, con una doppia scalinata percorribile a cavallo, lastricata di mattoni rossi, opera dell’architetto di corte Bernardo Buontalenti. Salendo le scale, si può ammirare dal terrazzo la straordinaria distesa di terreni che cinge la villa. Cosimo e i figli Francesco, Ferdinando, Pietro e Isabella arrivavano qui da Firenze, percorrendo circa quaranta chilometri a cavallo, accompagnati dai coniugi e da un seguito di servi, amici e amanti, per trascorrere le giornate in entusiasmanti avventure venatorie. A testimonianza di questo passato, la villa oggi ospita un museo della caccia, con vetrine colme di armi (archi e frecce, coltelli, fucili a pietra focaia), progettate per incalzare e uccidere la fauna selvatica. Giochi, banchetti e feste allietavano i soggiorni a Cerreto Guidi, ma era la caccia a costituirne l’attrattiva principale; la famiglia Medici considerava un insuccesso una gita in villa funestata dalla pioggia o da cacce poco fruttuose. Isabella, figlia di Cosimo, trascorreva gran parte della sua vita in attività di svago e non mancava di lamentarsi quando il tempo a Cerreto era «brutissimo» o la selvaggina scarsa. Eppure, il rischio di incorrere in queste seccature in genere non la scoraggiava dal suo passatempo preferito. Durante una battuta di caccia, non si perdeva mai d’animo, lasciando indietro molti compagni uomini e mostrando con orgoglio le prede conquistate. Nei boschi era come la dea Diana e nessuno poteva accusarla di debolezza femminile. Il 16 luglio del 1576 però, in occasione di una gita a Cerreto in compagnia del marito, il nobile romano Paolo Giordano Orsini duca di Bracciano, la prospettiva del cattivo tempo o di un magro bottino era l’ultima delle sue preoccupazioni. Se mai la principessa quasi trentaquattrenne pensò alla caccia, fu per chiedersi chi sarebbe stata questa volta la preda: forse una creatura umana era destinata a sostituire la fauna del bosco?


prima parte

Infanzia nella famiglia Medici

Ludovico Buti, Bambino su una soglia


1. I nuovi Medici

Il 10 gennaio 1542, trentaquattro anni prima di quella fatidica gita a Cerreto Guidi, il segretario mediceo Ugolino Grifoni era intento a porgere la corrispondenza al duca Cosimo de’ Medici nei suoi appartamenti, alla presenza della duchessa Eleonora di Toledo. La coppia regnante era giovane: Cosimo non aveva ancora ventitré anni e la moglie due in meno di lui. Mentre il duca esaminava le carte, Eleonora, che aveva da poco annunciato la terza gravidanza, «cominciò a vomitare et di gran maniera, o voler dire di buona sorte, che per mia fè allagò mezza la stanza», racconta Grifoni. Nel tentativo di reagire elegantemente all’inaspettata interruzione, il segretario commentò: «È segno che farà il figlio maschio». Solo un maschio infatti poteva avere tanto potere sul corpo della madre e provocare un malessere così violento. Con grande sorpresa di Grifoni però, «il Duca rispose sì al contrario».1 Il commento del duca era del tutto insolito in un mondo in cui ogni uomo doveva augurarsi di generare figli maschi, mentre l’arrivo di una bambina non


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Isabella de’ Medici

era che un pallido surrogato. Pur avendo già un erede, Francesco, secondogenito di Eleonora nato nel marzo precedente, Cosimo non poteva accontentarsi. Il duca però amava il gentil sesso, per cui nutriva una spiccata simpatia; era cresciuto senza il padre e la figura dominante della sua famiglia era stata la madre, Maria Salviati, descritta come una donna «nelle dispute sagacissima, né si lasciava menare dalle parole adulatorie».2 Cosimo aveva vestito i panni del cavaliere innamorato per la prima volta all’età di quattordici anni, corteggiando una donna che appellava «mia signora» cui aveva comprato fazzoletti di pregiata fattura. A sedici anni aveva avuto una figlia illegittima, l’amatissima Bia. A diciannove, giunto il momento di prendere moglie, scelse la spagnola Eleonora non solo per un calcolo di convenienza politica, come sarebbe stato normale nella sua posizione, ma anche in seguito a specifiche indagini sulla sua bellezza. Il giovane Cosimo era quindi disposto a salutare positivamente l’ingresso di figure femminili in famiglia e non considerava una figlia un premio di consolazione in attesa di un maschio. È corretto quindi considerarlo un innovatore e in molti sensi era un Medici di nuova generazione. Lui stesso si considerava tale e aveva scelto come emblema personale il broncone, un tronco di alloro in apparenza secco e piegato verso il suolo, «ma un rigoglioso Pollone in su’l vecchio ceppo germugliando, interamente lo ristorava».3 Il vecchio ceppo simboleggiava l’antica casata medicea, erede di Cosimo il Vecchio, il pater patriae e genio della finanza che, nella prima metà del xv secolo, aveva avviato la famiglia a uno straordinario successo economico e politico. Cosimo il Vecchio e suo nipote Lorenzo il Magnifico sono sinonimi dello splendore della Firenze quattrocentesca che vive oggi sotto i nostri occhi. La loro impronta resta in monumenti quali il Palazzo Medici sull’attuale via Cavour (all’epoca via Larga), l’adiacente chiesa di San Lorenzo, costruita e adornata da Brunelleschi, e il convento domenicano di San Marco, impreziosito dai raffinatissimi affreschi del Beato Angelico, che Cosimo il Vecchio aveva eletto a ritiro spirituale; nella galleria degli Uffizi sono conservate le tele di Botticelli commissionate dai Medici nel Quattrocento, mentre il Bargello accoglie oggi un museo di sculture che vanta capolavori come il David di Donatello, un bronzo di raffinata sensualità. Cosimo il Vecchio e Lorenzo il Magnifico combinarono l’incomparabile intuito per affari e politica con un’efficace valorizzazione e un concreto sostegno delle attività umanistiche, doti ancora oggi degne d’ammirazione: non a caso proprio ai due Medici fa riferimento un recente manuale per aspiranti imprenditori, intitolato appunto Effetto Medici. I loro diretti discendenti però non furono all’altezza del nome; benché nei primi decenni del xvi secolo ben due papi, Leone x e Clemente vii, fossero appartenuti alla famiglia, dopo Lorenzo il Magnifico non era emersa alcuna figura politica di particolare rilievo e capacità. I Medici erano stati addirittura cacciati da Firenze


1. I nuovi Medici

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per ben due volte, dal 1494 al 1512 e dal 1527 al 1530. Nel terzo decennio del xvi secolo l’unica erede legittima del nome era Caterina, figlia del nipote di Lorenzo il Magnifico, andata in sposa a Enrico, figlio minore del re di Francia Francesco i. Tutti i discendenti maschi di Cosimo il Vecchio erano illegittimi. Alessandro, nominato duca di Firenze nel 1531 dall’imperatore Carlo v, era figlio di papa Clemente vii, che lo aveva concepito quando era ancora il cardinale Giulio de’ Medici. La madre di Alessandro era una schiava marocchina e i ritratti del giovane mostrano che era senza dubbio di colore. Ciò non fu tuttavia d’ostacolo alla sua elezione a sovrano di Firenze, perché il prestigio del suo sangue contava più del colore della pelle. Nel gennaio del 1537, Alessandro venne assassinato nel Palazzo Medici di via Larga da un cugino invidioso, Lorenzino de’ Medici, convinto di prendere il suo posto. Il novello Bruto però aveva sopravvalutato il proprio ascendente sulle folle e, costretto all’esilio insieme al fratello minore, finì a sua volta ucciso. Rimaneva così un solo discendente maschio che poteva candidarsi alla guida della famiglia e di Firenze: Cosimo, di appena diciassette anni e mezzo. Fino ad allora era stato il «parente povero» dei Medici, benché le sue origini non fossero umili. Attraverso la madre Maria Salviati, nipote di Lorenzo il Magnifico, Cosimo poteva vantare un legame di sangue che risaliva addirittura a Cosimo il Vecchio; era stato papa Leone x, zio di Maria, a suggerire alla madre di battezzarlo con il nome dell’illustre antenato. Da parte del padre Giovanni, Cosimo rientrava invece nel cosiddetto ramo cadetto della famiglia, lo stesso di Lorenzino, discendente del fratello di Cosimo il Vecchio, Lorenzo. Nella sua generazione, il padre di Cosimo era stato comunque il più insigne rappresentante dei Medici; noto come Giovanni dalle Bande Nere, dal nome della truppa di mercenari scelti di cui era capo (contraddistinta dalla fascia nera indossata all’indomani della morte di papa Leone x nel 1521), fu probabilmente l’ultimo grande condottiero del Rinascimento, famoso per lo straordinario coraggio e per manovre militari che non pochi consideravano «meravigliose e sovrumane». Cosimo conobbe appena il padre, spesso assente da Firenze per le spedizioni militari. L’aneddoto di un «incontro» tra padre e figlio entrò però nella leggenda: tornato a casa da una missione, Giovanni vide suo figlio in braccio a una balia affacciata alla finestra. «Gettatemelo!» ordinò alla balia. Dopo un istante di esitazione, questa obbedì. Giovanni prese al volo l’infante, che non aveva emesso neanche un grido durante la pericolosa discesa. Orgoglioso del coraggio dimostrato dal figlio, Giovanni esclamò: «Sarai un principe. È il tuo destino».4 Nel 1526, all’età di ventotto anni, Giovanni de’ Medici morì. Era stato necessario amputargli una gamba in seguito a una ferita da arma da fuoco riportata in uno scontro con le truppe imperiali penetrate nella penisola attraverso la nebbiosa pianura padana, il 24 di novembre. La ferita andò in cancrena e cinque giorni dopo il giovane condottiero spirò. Secondo il suo tutore, Cosimo accolse


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Isabella de’ Medici

la notizia con lo stesso stoicismo con cui aveva affrontato il volo dalla finestra: «A dire il vero, me lo aspettavo», commentò il ragazzo a proposito di quel padre pressoché sconosciuto.5 Maria Salviati aveva solo ventisette anni alla morte del marito ed entrambe le famiglie, Medici e Salviati, erano ansiose di vederla risposata. Poiché nuove nozze l’avrebbero obbligata a rinunciare alla tutela di Cosimo, Maria si rifiutò e fece presente a papa Clemente vii che non avrebbe abbandonato il figlio. Sapeva bene che il ramo principale dei Medici temeva il sostegno che Firenze avrebbe tributato al figlio dell’ultimo eroe cittadino. Cosimo del resto mostrò la stoffa del condottiero sin da quando, ancora adolescente, contravvenendo all’ordine di papa Clemente rifiutò di indossare l’abito lungo caratteristico dei fiorentini preferendo la divisa militare. Il duca Alessandro, suo cugino, fu benevolo con lui ma compì comunque un grave errore di valutazione favorendo Lorenzino, per mano del quale morì. Poiché Cosimo non poteva contare sull’appoggio di veri alleati, Maria fece il possibile per istillargli fiducia in se stesso. Dava istruzioni del tipo: «Non havesse aspectare né mio padre [il facoltoso Jacopo Salviati] né altri che facessi i facti [interessi] sui, ma da sé medesimo; et essere impronto a chiedere il facto suo».6 Di tanto in tanto, Cosimo partecipava alle funzioni di corte; altrimenti conduceva una vita tranquilla nella villa di campagna al Trebbio, dove si dedicava alla caccia. Si trovava proprio qui quando fu raggiunto dalla notizia dell’assassinio di Alessandro e fu così che la sua favoleggiata vita bucolica divenne leggenda: «Come David per volere di Dio fu chiamato mentre stava pascolando le sue pecore, così Cosimo fu convocato al principato e strappato alla caccia e alla pesca».7 Il nuovo signore non aveva una formazione specifica per affrontare l’incarico, ma la mancanza di un titolo vero e proprio giocò a suo favore. Tutti i Medici che avevano raggiunto posizioni di rilievo nei precedenti cinquant’anni avevano peccato di mollezza e autocompiacimento. Erano troppo sicuri del loro posto per rincorrere risultati straordinari. Cosimo al contrario non poteva dare molto per scontato. In lui inoltre, a soli diciassette anni, pareva rifiorire l’indole mercantile degli avi, quello spirito di competizione che aveva trasformato il suo antenato Cosimo il Vecchio in un grande uomo. Il nuovo Cosimo, diventato capofamiglia in mancanza di altri candidati, era consapevole, come la madre non mancava di ribadire, che i fiorentini ostili ai Medici avrebbero cercato di approfittare della sua giovane età e inesperienza per scalzarlo dal potere. Erano repubblicani, determinati a riportare Firenze all’epoca in cui non c’era alcun «duca» de’ Medici e il governo era nelle mani dell’oligarchia mercantile. Ma Cosimo non aveva intenzione di abbandonare il timone e fece subito intendere come avrebbe raggiunto tale scopo. Un gruppo di «fuoriusciti», repubblicani esiliati durante il governo di Alessandro, si persuasero di poterlo facilmente cacciare per via della sua ine-


1. I nuovi Medici

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sperienza e riprendersi così Firenze; nell’estate del 1537 radunarono un esercito per marciare sulla città. Cosimo, in tutta risposta, mobilitò le proprie truppe e i due schieramenti si scontrarono il 1° agosto a Montemurlo, nei pressi di Pistoia, dove i fuoriusciti subirono una clamorosa sconfitta. Si trattò quindi di un esordio in grande stile. Per festeggiare, i suoi domestici lanciarono pane a intervalli regolari dalle finestre di Palazzo Medici e versarono senza sosta fiumi di vino da due tubi di legno.8 Cosimo, appena diciottenne, fu poi spietato con molti capibanda catturati, che finirono decapitati in piazza della Signoria, proprio accanto al Palazzo Vecchio. Se Lorenzino si era identificato con Bruto, facendo di Alessandro il suo Giulio Cesare, Cosimo era come Ottaviano che, diventato imperatore in giovane età, aveva trattato gli avversari in maniera altrettanto feroce. Non diversamente da Augusto, Cosimo si fece parecchi nemici in seguito all’ondata di ritorsioni; per tutta la durata del suo regno allignarono sentimenti antimedicei per sedare i quali il duca dovette investire non poche energie. Michelangelo per esempio, che aveva in passato tratto grande profitto dalle committenze medicee, si rifiutò di lasciare Roma per Firenze per mettersi al servizio del nuovo signore, riconoscendo in lui i modi del tiranno, in antitesi con lo spirito repubblicano su cui si fondava la «città stato» di Firenze. Le vicende personali di Cosimo, destinato in origine a rivestire una posizione marginale in seno alla famiglia, non l’avevano spinto a consolidare i legami con altri membri dell’aristocrazia fiorentina, verso la quale anzi rimase sempre sospettoso e diffidente. Preferiva circondarsi del suo nucleo familiare stretto, evitando i cugini e i loro accoliti, ma non aveva che la madre e una figlia illegittima; gli occorreva invece una famiglia e una discendenza. A tal fine era indispensabile una moglie. Inizialmente Cosimo aveva sperato di sposare la vedova di Alessandro, Margherita, figlia illegittima dell’imperatore Carlo v. Mostrandosi interessato a queste nozze, cercava di consolidare i suoi legami con l’impero e di rafforzare la tradizionale alleanza francomedicea. Benché nel 1533 il re di Francia Francesco i avesse acconsentito al matrimonio tra suo figlio Enrico e la cugina di Cosimo, Caterina de’ Medici, il sovrano francese riteneva più funzionale ai propri interessi che Firenze non fosse governata da Cosimo, noto per le sue simpatie imperiali. Aveva quindi fornito appoggio militare al più eminente esule antimediceo, il banchiere Filippo Strozzi, il quale aveva capeggiato la sfortunata impresa conclusasi con la battaglia di Montemurlo e la condanna a morte dello stesso Strozzi. Tutt’altro che scoraggiato, Francesco continuò a dare asilo a tutti i fiorentini ostili ai Medici che cercavano rifugio entro i confini del suo regno. Di conseguenza, non solo Cosimo non sentiva alcun legame con la Francia, ma auspicava, anzi aveva assoluto bisogno di un’alleanza con l’imperatore Carlo v. Temeva infatti che se si fosse allontanato dagli Asburgo, Carlo v avrebbe fatto valere una clausola


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Isabella de’ Medici

del contratto matrimoniale di Alessandro in base alla quale, se questi fosse morto senza prole da Margherita, l’imperatore avrebbe potuto rivendicare per sé le fortezze di Firenze, Livorno e Pisa. Comunque, pur avendo riconosciuto il titolo ducale di Cosimo, Carlo v considerò più conveniente far sposare la figlia Margherita con un membro della famiglia del papa regnante, i Farnese. Nei successivi tentativi di conseguire un’alleanza imperiale, il nuovo duca di Firenze fu perseguitato dalla sfortuna. «Desidero ogni giorno havere qualche occasione di poter dimostrare a S. Maestà [l’imperatore] che io non ho, né voglio haver mai altro signore et patrone al mondo», dichiarò Cosimo e diede disposizione all’ambasciatore fiorentino in Spagna, Giovanni Bandini, di mettersi alla ricerca di una moglie che non solo avesse legami politici vantaggiosi, ma che fosse anche «bella, nobile, riccha, et giovane». Bandini avanzò una proposta alquanto ovvia, una sorella dello spagnolo duca di Alba, e un’altra meno ovvia, «la principessa d’Inghilterra», Mary Tudor, figlia di Enrico viii e Caterina d’Aragona, zia di Carlo v.9 Nessuna delle due soluzioni però fu accolta. Verso la fine del 1538, Cosimo ricevette un’altra proposta: don Pedro di Toledo, il viceré spagnolo di Napoli, gli offrì in moglie una delle sue figlie. Don Pedro, membro della prestigiosa casata nobiliare spagnola degli Álvarez, governava la città per conto di Carlo v dal 1534 e da allora viveva in Italia, con moglie e famiglia al seguito. Aveva espresso interesse per l’unione prospettata e offrì a Cosimo la figlia Isabella, la maggiore delle femmine, con la sostanziosa dote di 80 000 ducati d’oro. Nonostante la somma cospicua, Isabella era un partito tutt’altro che allettante. Nel gennaio del 1539, un messo fiorentino che si trovava a Napoli avvertì Cosimo che era brutta «e di cervello il ludibrio di Napoli».10 Per quanto Cosimo fosse ansioso di cementare i suoi legami con Carlo v, una sposa non attraente e di scarsa intelligenza era un prezzo troppo alto. Inoltre sapeva che don Pedro poteva offrirgli una prospettiva assai migliore: la figlia minore Eleonora, di diciassette anni, che qualche anno prima Cosimo aveva visto con i propri occhi in occasione di un viaggio a Napoli al seguito del duca Alessandro. Era universalmente ritenuta molto bella, lodata per «l’andar grave, lo star riverendo, il parlar dolce, pieno di sapore, la faccia chiara, e la vista angelica».11 Nonostante la propensione all’iperbole diffusa all’epoca, i ritratti di Eleonora dimostrano la veridicità di questa descrizione. Con occhi e capelli scuri, labbra rosate, pelle color crema e tratti dolci incastonati in un viso dall’ovale perfetto, era bella come una Madonna. Non sorprende dunque che Cosimo, entusiasta del gentil sesso sin dall’età di quattordici anni, delle due sorelle Álvarez preferisse di gran lunga la minore. Non appena fu informato della poco rassicurante indole di Isabella, il duca si precipitò a scrivere al mediatore Giovanni Bandini. «Intendo che il Viceré di Napoli ha spedito costà per impetrare da S. M.tà di appiccarmi addosso la sua


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prima figliuola. Non credo che quella permetta cosa tanto sproportionata et disconveniente: che quando altrimenti fussi, confesserei ingenuamente di tenermi molto male satisfatto di tal cosa, iudicando che al prefato Viceré debbi parere assai di darmi la seconda.»12 Lo scaltro don Pedro però non era disposto a concedere la bella figlia minore senza trattare e seppe trarre profitto dalle ansie di Cosimo; acconsentì così a concedere Eleonora al posto di Isabella, ma con una dote di soli 30 000 scudi d’oro (una moneta di valore assimilabile al ducato ma coniata a Roma e Firenze) di gran lunga inferiore a quanto avrebbe offerto per Isabella. Cosimo accettò comunque le condizioni e le nozze si celebrarono per procura a Napoli il 29 marzo 1539. L’11 giugno successivo, alla vigilia del ventesimo compleanno di Cosimo, Eleonora lasciò Napoli per intraprendere la sua nuova vita a Firenze e raggiunse il porto di Livorno all’alba del 22 giugno. La tradizione avrebbe imposto che il marito attendesse la sposa a casa, ma Cosimo era impaziente di vedere la donna che era stato tanto ansioso di fare propria e le si precipitò incontro. Il fiorentino Pier Francesco Giambullari annota: «Il dì medesimo, e in un medesimo tempo, che fu in su le xx hore, si dipartì la Signora Duchessa da Livorno e il Signor Duca da Pisa, accompagnato da molti nobili fiorentini, e da tutta sua corte: e ne’l mezo quasi di quel cammino, si riscontrò l’una e l’altra Eccellentia, coppia nobilissima e bella».13 Poco dopo Cosimo indirizzò specifiche missive ai parenti acquisiti. Informò don Pedro che Eleonora era arrivata sana e salva da Napoli, «[cosa] di cui sono contento e mi rallegro quanto sua Maestà può immaginare. Non mi occorre dire altro poiché non c’è niente al mondo che ho altrettanto bramato e desiderato». Alla madre di Eleonora, Doña Maria, scrisse invece: «Posso solo immaginare il profondo sentimento di Vostra eccellenza per la partenza della signora duchessa, poiché si addice all’amore che prova una madre. Eppure, poiché non è il destino di una donna restare nella casa in cui è nata, né accanto a coloro che le hanno dato la vita, sono certo che vostra eccellenza bilancerà il suo dolore con la felicità e la prosperità della signora duchessa».14 A differenza di molti sovrani rinascimentali, Cosimo de’ Medici desiderava una moglie che non solo gli garantisse vantaggiosi legami politici, ma della quale potersi anche innamorare. Tale desiderio lo rendeva assai diverso dal marito di sua cugina Caterina, il principe Enrico di Francia, che aveva presto consacrato il suo cuore alla concubina Diane de Poitiers e non era interessato a coltivare alcun sentimento per la legittima consorte. Enrico non avrebbe mai accettato una moglie bella rinunciando a una cospicua porzione della dote, né il padre Francesco i gli avrebbe permesso una scelta simile; tanto meno il principe francese avrebbe infranto il protocollo per correre incontro alla sposa nel momento in cui metteva piede nel suo regno.


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Il matrimonio fu consumato poco dopo l’arrivo a Firenze, il 29 di giugno, ed Eleonora reagì positivamente all’ardore del novello sposo. Sembra plausibile che si trattasse di una coppia davvero unita e forse tale sentimento li accompagnò per tutta la durata del matrimonio. La palpabile devozione reciproca saltava all’occhio suscitando numerosi commenti. «La ama così tanto che non va in nessun luogo senza di lei (salvo in chiesa) e ha fama d’essere uomo assai casto», osservò il viaggiatore inglese William Thomas.15 Una cugina di Cosimo, Caterina Cybo, disse alla duchessa di Urbino: «El Sr. Duca e Duchessa innamoratissimi insieme, mai stà l’uno senza l’altro».16 Che cosa Cosimo amasse della moglie, oltre alla sua bellezza, non era del tutto chiaro a chi fosse estraneo alla immediata cerchia ducale. Eleonora era cresciuta in Spagna, in un ambiente contraddistinto da un rigido cerimoniale, ed era per questo determinata a mantenere la vita pubblica del tutto separata da quella privata. Probabilmente parlava italiano meglio di quanto lasciasse intendere, ma mise subito in chiaro che la sua lingua era lo spagnolo ed erano gli altri a doversi adeguare a lei. In effetti, a eccezione del marito, non aveva particolare simpatia per gli italiani né per chiunque non fosse spagnolo. «Non ha affettion a nessuna delle altre nationi», commentò un gesuita spagnolo.17 Eleonora si trovava quasi sempre insieme a Cosimo e per questo motivo gli scrisse pochissime lettere. In effetti, non amava gli scambi epistolari e non vi si affidava volentieri. «Li potrei scrivere molte altre cose che mi restano a dirgli», scrisse a Cosimo durante una delle sue rare assenze. «Ma perché le possano patir dilatione, voglio più presto riserbarmi a dirgl[i]ele di boccha che metterle in carta per mano d’altri che mia.»18 Eleonora non condivideva gli interessi intellettuali e culturali del marito, ma le piaceva il denaro. Abile negli investimenti terrieri e amante del rischio, coniugava queste propensioni nella passione per il gioco d’azzardo, un passatempo che anche Cosimo praticava con diletto; entrambi erano inoltre appassionati di caccia, attività a sua volta non priva di rischi. Il fulcro delle loro attenzioni era però la famiglia che erano destinati a formare, l’interesse e la prosperità della quale era per la coppia ducale il bene più importante in assoluto. Se l’amore di Cosimo verso la moglie era inusuale, trattandosi pur sempre di un matrimonio combinato, le aspettative che gravavano su Eleonora erano assolutamente consuete. Quando fece il suo ingresso in Firenze, passò sotto un provvisorio arco di trionfo eretto in suo onore sul quale campeggiava la figura allegorica della fecondità, una donna circondata da ben cinque figlioletti e accompagnata da un coro di musicanti che la esortava a essere «optimae prolis foecunda».19 Nei successivi quattordici anni, Eleonora avrebbe soddisfatto le aspettative di Cosimo e della sua città d’adozione al disopra di ogni previsione. Anzi, superando l’immagine della fecondità che aveva con sé soltanto cinque pargoli, Eleonora partorì undici volte e otto neonati sopravvissero fino all’età adulta, traguardo più


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che rispettabile per l’epoca. Non sorprende quindi che Eleonora non fosse semplicemente considerata feconda, bensì fecundissima.20 Rimase incinta poco dopo avere consumato il matrimonio e il 3 aprile del 1540 diede alla luce la sua primogenita. Fu battezzata Maria, il nome della madre sia di Cosimo sia di Eleonora. L’anno successivo, il 25 marzo, nacque Francesco. Cosimo aveva quindi un figlio maschio, chiamato «il Principe», in riconoscimento del suo ruolo di legittimo erede. Eleonora era riuscita nell’impresa in cui tutte le altre mogli dei Medici avevano fallito per più di mezzo secolo: aveva dato alla luce un legittimo erede maschio. Quando, alla fine di quell’anno, rimase incinta per la terza volta, era certa di avere in grembo un altro maschio e le pesanti nausee mattutine confermavano questa convinzione agli occhi di tutti, a eccezione del marito. La duchessa comunque ne era tanto sicura che, da vera amante del gioco, scommise una forte somma con un mercante, Niccolò Puccini: se avesse partorito un maschio, il mercante le avrebbe fornito «braccia centocinquantadue e mezzo di teletta d’argento». Se fosse nata invece una bambina, Eleonora avrebbe pagato a lui l’ingente somma di 680 scudi.21 Il 31 agosto 1542 Eleonora partorì e Niccolò Puccini si arricchì di 680 scudi. Cosimo aveva avuto ragione e la bambina fu battezzata Isabella, come la sorella di Eleonora, e Romola in onore di Romolo, santo patrono di Fiesole. L’arrivo di Isabella però assunse un valore particolare; sei mesi prima della sua nascita infatti, il 1° marzo 1542, all’età di circa sei anni, era morta la prima figlia naturale di Cosimo, Bia. Benché da molto tempo si fosse disinteressato della madre della bimba, Cosimo aveva sempre tenuto in palmo di mano la piccola Bia; era la primogenita di un uomo dotato di un forte istinto paterno, per il quale i figli, in quanto parenti più prossimi, rivestivano un’assoluta priorità. Anche Maria Salviati, madre del duca, adorava la bambina e la definiva «il sollazzo della corte […] sendo tanto amorevole».22 Maria in effetti era molto più di una nonna; a lei era affidata la supervisione dei nipoti e risiedeva con loro nella villa di Castello, a nord di Firenze. Persino Eleonora accolse di buon grado la bambina di cui Cosimo era diventato padre prima del suo arrivo a Firenze e, secondo molte testimonianze, «l’allevava amorevolmente».23 Alla morte di Bia, il duca commissionò a Bronzino un ritratto postumo, che resta tra le opere più raffinate dell’artista. Sono immortalati i capelli di un biondo fulvo, il viso di bambola e la carnagione chiara. È sottolineato inoltre il legame tra Bia e il padre attraverso un medaglione che la bambina porta al collo, raffigurante il profilo di Cosimo. Quando, sei mesi dopo il lutto, nacque un’altra bambina, i corrispondenti di Cosimo seppero trovare le parole adatte per salutare un evento che avrebbe altrimenti richiesto un tono rammaricato per il mancato arrivo di un maschio. Da Roma, il celebre studioso Paolo Giovio scrisse a Cosimo e si congratulò «della bella putina concessa da Dio in ricompensa di quella a sé tolta in paradiso».24


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Isabella de’ Medici

Da subito Cosimo manifestò un debole per Isabella, dichiarandola più bella della sorella maggiore Maria. Nata all’indomani della scomparsa di Bia, non ne era forse la reincarnazione, ma sarebbe stata destinataria di tutto l’affetto un tempo riversato sulla primogenita. E il duca Medici, che sapeva essere uno spietato uomo politico e nel contempo un tenerissimo marito e padre, non aveva la minima intenzione di separarsi da lei.


Isabella de' Medici  

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