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Helen Benedict

I pi첫 soli dei soldati Cinque donne al fronte raccontano la guerra in Iraq Traduzione di Fabrizio Siracusa


www.saggiatore.it

© Helen Benedict, 2009 © il Saggiatore s.p.a., Milano 2010 Titolo originale: The Lonely Soldier: The Private War of Women Serving in Iraq­­


I pi첫 soli dei soldati Per i caduti in guerra e i feriti che sono sopravvissuti


La guerra colpisce le persone, ogni persona. Martha Gellhorn, corrispondente di guerra, 1967


Prologo I più soli dei soldati

In una notte tempestosa del marzo 2004 mi aggregai a un gruppetto di newyorkesi riunitosi per onorare i civili e i militari che avevano perso la vita nel primo anno della guerra in Iraq. Di quel manipolo di persone facevano parte bambini, reduci del Vietnam e la madre di un giovane soldato che era appena stato ucciso; per tutta la veglia la donna tenne in mano una foto del figlio, con quei suoi occhi sgranati. Stretti insieme per combattere il freddo, accendemmo candele e leggemmo ad alta voce i nomi e l’età dei caduti. A ogni nome, una donna batteva un grande tamburo, producendo un suono sepolcrale che ci raggelava più della temperatura polare. Iniziammo dai soldati: Christian Gurtner, diciannove anni. Lori Ann Piestewa, ventitré… Quando terminò la lettura dei 906 nomi americani, un giovanotto prese il microfono e lesse alcuni nomi delle migliaia di iracheni che avevano perso la vita fino a quel momento: Valantina Yomas, due anni. Falah Hasun, nove anni… Bambini e adolescenti, madri e padri, neonati e nonne… Ci volle almeno un’ora per leggere tutti quei nomi, dopodiché il giovanotto ci spiegò come mai ne conoscesse la pronuncia: «Sono un soldato appena tornato dall’Iraq» disse. «Ci usano come carne da cannone. Ci mandano in guerra senza corazza o veicoli adeguati per proteggerci. E la maggior parte dei morti di questa guerra sono civili.» Fui colta di sorpresa. Era il giorno del primo anniversario dell’invasione americana e le critiche sul modo in cui la guerra era stata gestita non


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erano ben accette, soprattutto se provenivano da chi l’aveva combattuta. Non c’erano dubbi che quel giovanotto sarebbe stato accusato di tradimento dai compagni d’armi. Fu allora che iniziai a seguire gli altri reduci che la pensavano come lui, curiosa di scoprire contro quali forze dovessero lottare. Così incontrai la specialista Mickiela Montoya e iniziai a informarmi sulle donne in guerra. Incontrai Mickiela per la prima volta nel novembre 2006. Stava in piedi in silenzio, in fondo a una classe di Manhattan, mentre un gruppo di reduci, tutti uomini, parlava a un pubblico esiguo. I pareri sulla guerra erano già cambiati ed erano appena stati pubblicati i risultati di un sondaggio che dimostrava come la maggioranza dei militari fosse assai critica sulle giustificazioni a sostegno della guerra e sulla sua gestione. L’80% delle donne impegnate in Iraq all’epoca pensava che gli Stati Uniti avrebbero dovuto ritirarsi entro un anno e il 69,4% degli uomini era d’accordo con loro.1 Ero curiosa di conoscere l’opinione di quella ragazza, così mi avvicinai e le chiesi: «Anche tu sei una reduce?». «Sì, ma nessuno ci crede.» Si sistemò i lunghi capelli rossi dietro le orecchie. «Ero in Iraq a farmi bombardare e sparare addosso, ma quando dico che sono stata in guerra non mi ascoltano nemmeno, perché sono una donna.» «Io ti voglio ascoltare» dissi. Presto mi ritrovai ad ascoltare donne soldato di tutti i tipi e di ogni parte del paese che volevano raccontare la loro storia. Per questo libro ho intervistato una quarantina di soldati e reduci, per lo più donne. La maggior parte di loro aveva prestato servizio in Iraq, ma alcune erano state inviate in Afghanistan o altrove. Ho incluso soldati di diverso rango, dai soldati semplici a un generale, e di tutte le specialità delle forze armate, a eccezione della Guardia costiera; soldati in servizio attivo, ma anche riservisti e componenti della Guardia nazionale. Utilizzo la parola «soldato» per indicare non solo i membri dell’esercito ma anche quelli dei marines e dell’aeronautica. Alcune donne hanno solo esperienze positive da raccontare sul servizio prestato: hanno trovato responsabilità che non avrebbero mai avuto tra i civili e sono orgogliose dei risultati conseguiti. Ciò vale specialmente per le donne assegnate ai reparti medici. Il capitano Claudia Tascon della Guardia nazionale del New Jersey, che è arrivata negli Stati Uniti dalla


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Colombia quando aveva tredici anni e che ha prestato servizio in Iraq dal 2004 al 2005, ne è un esempio. «Dato che mi occupo più di curare la gente che di ammazzarla, ho visto il lato positivo di ciò che abbiamo fatto. C’erano dentisti e medici che rischiavano la vita per aiutare i bambini dei villaggi. Io ero responsabile di un magazzino che riforniva i reparti medici e di fanteria in tutto l’Iraq settentrionale; rifornivamo perfino l’esercito iracheno, che per curare i feriti disponeva solo di soluzione salina. Per questo non posso parlar male della guerra.» Poi aggiunse: «Tra i civili non troveresti mai una ragazza di ventitré anni come me, con la responsabilità della vita delle persone e di milioni di dollari in rifornimenti». Meredith Brown, maggiore dei marines e originaria di New Orleans, era così orgogliosa del servizio prestato in Iraq da dire che ci sarebbe tornata senza indugi se fosse stata richiamata, nonostante dopo il rientro fosse diventata mamma. «Se dovessi morire laggiù, mio figlio capirebbe che ho dato la vita per proteggere lui e gli altri americani dai terroristi che vogliono venire a casa nostra.» La maggior parte dei reduci con cui ho parlato aveva sentimenti decisamente più contrastanti. Molti lodavano l’esercito ma ritenevano che la guerra fosse un disastro; altri consideravano il proprio servizio un incubo; altri ancora avevano un giudizio ambivalente. Fra tutte le testimonianze che ho raccolto, ho scelto di approfondire le storie di cinque donne, pur avendo incluso anche i racconti di altre protagoniste, perché rappresentative delle varie esperienze delle soldatesse in Iraq. Benché siano molto diverse tra loro, tutte hanno accettato di far parte di questo libro, desiderose di parlare con franchezza degli effetti che la guerra ha sugli altri e su di noi. Soprattutto, vogliono che la gente capisca cosa significa essere donna in guerra. Le ragazze americane che hanno combattuto e perso la vita in Iraq sono molte più di quelle che hanno partecipato a qualsiasi altra guerra dopo la Seconda guerra mondiale. Dal marzo 2003 più di 191 500 donne hanno prestato servizio in Medio Oriente, la maggior parte di loro in Iraq; si tratta di un numero cinque volte superiore a quello della Prima guerra del Golfo e ventisei volte a quello della guerra in Vietnam. Sempre in Iraq, al settembre 2008, 592 americane erano state ferite e 102 avevano perso la vita nei combattimenti, cifre complessivamente superiori a quelle della


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guerra di Corea, del Vietnam, della Prima guerra del Golfo e dell’Afghanistan insieme.2 Anche se il loro numero è in un aumento, le soldatesse sono angosciosamente sole. In Iraq le donne rappresentano il 10% del totale e, dato che sono distribuite in modo disomogeneo, spesso prestano servizio in plotoni con poche altre o addirittura nessun’altra soldatessa. Questo isolamento, insieme all’antica e radicata ostilità nei confronti delle donne nell’esercito, è causa di problemi che in molte trovano tanto difficili da affrontare quanto la guerra stessa: umiliazioni, persecuzioni di natura sessuale dai compagni d’armi e solitudine si sostituiscono allo spirito cameratesco da cui i soldati traggono conforto e sostegno. «Ero l’unica donna in un plotone di cinquanta o sessanta uomini» mi ha detto la specialista dell’esercito Chantelle Henneberry, originaria del Montana, che ha prestato servizio in Iraq dal 2005 al 2006 con la 172ª Brigata Stryker dell’Alaska. «La mia compagnia era formata da millecinquecento uomini tra marines, aviatori, marinai e soldati, e da meno di diciotto donne. Ero carne fresca per uomini affamati. I colpi di mortaio quotidiani mi hanno fatto meno male dei compagni con cui dividevo il rancio.» Questo problema non è esclusivo del conflitto iracheno, come il sergente Sarah Scully dell’8ª Brigata della Polizia militare ha scoperto in Corea. «Ho incontrato due soldatesse che avevano l’aspetto di chi aveva subìto una violenza psicologica. Avevano gli occhi spenti delle donne maltrattate. Scoprii che una di loro viveva da sola con circa trenta uomini, americani e coreani, e che era stata costretta a richiedere la presenza di una guardia ogni mattina all’ingresso delle docce.» Questa immagine delle donne come prede sessuali, anziché come adulti qualificati, è sempre stata parte della cultura militare e ha fatto sì che per una donna sia difficile farsi accettare e tanto più rispettare.3 È per questa ragione che, a eccezione delle infermiere, alle donne era impedito di avvicinarsi a un campo di battaglia fino alla Seconda guerra mondiale e che, fino alla fine della guerra del Vietnam, nessuna era autorizzata a portare armi da fuoco. Ci volle la fine del servizio di leva, quando il Pentagono aveva un bisogno disperato di soldati, per cambiare queste regole, anche se alle donne erano ancora preclusi i combattimenti terrestri o aerei, le navi da guerra e i sottomarini. Tra la fine della guerra del Vietnam e la crisi panamense del 1989, il Pentagono allentò nuovamente le regole,


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con la riclassificazione delle occupazioni militari in complesse categorie che continuavano a escludere le donne dal combattimento terrestre, ma che ammettevano il loro uso in «attività di supporto ai combattimenti», un sotterfugio che consentiva l’impiego delle soldatesse in combattimento pur senza sancirlo ufficialmente. L’anno successivo, durante la Prima guerra del Golfo, furono impiegate 41mila donne; quindici di loro persero la vita e alcune, per la prima volta dai tempi della Seconda guerra mondiale, furono fatte prigioniere. Il presidente Clinton, in seguito, dichiarò la propria ammirazione per il loro operato e invitò il Pentagono a mettere più posti a disposizione delle donne: nel 1993 fu data loro l’autorizzazione a prestare servizio in diverse aree dell’aeronautica militare e su tutte le navi da guerra, a eccezione dei sottomarini; nel 1995 il numero di posti a disposizione aumentò ulteriormente, e nel periodo che va dal 1996 al 2001, le donne soldato prestarono servizio ad Haiti, in Bosnia e in Somalia, dove furono esposte agli stessi pericoli dei colleghi uomini. Al momento attuale, le donne rappresentano il 14% delle forze armate in servizio attivo, l’11% dei soldati utilizzati in Medio Oriente e più del 17% del totale della Guardia nazionale e delle riserve.4 Sono indispensabili per l’esercito, ma sono tuttora escluse dai combattimenti di terra. La guerra in Iraq ha dimostrato quanto questo divieto sia ridicolo. Le aree di combattimento in Iraq sono strade e paesi, non esiste una prima linea, e l’esercito americano ha un numero così ridotto di soldati che le donne vengono frequentemente assegnate a ruoli indistinguibili da quelli delle divisioni corazzate e della fanteria, composte da soli uomini. Occupano le torrette di carri armati e automezzi militari, dove maneggiano mitragliatrici che pesano quasi quaranta chili; scortano i convogli dei rifornimenti, sporgendosi dai veicoli con i fucili; abbattono porte e fanno incursioni nelle case; perquisiscono e arrestano cittadini iracheni; guidano autocarri e Humvee su strade disseminate di esplosivi; pilotano elicotteri e bombardieri; uccidono e vengono uccise. Di pari passo con l’aumento della visibilità delle donne soldato in Iraq, cresce l’ostilità dei colleghi uomini nei loro confronti. Ciò accade per diverse ragioni, che sono oggetto di discussione in questo libro: per esempio la guerra favorisce gli episodi di violenza sessuale tra soldati5 e molti uomini provano risentimento nei confronti delle donne che hanno usurpato


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il loro ruolo maschile di guerrieri; inoltre, nelle forze armate sono tuttora ampiamente diffusi gli stereotipi delle donne come oggetti passivi e impotenti del desiderio sessuale, che non hanno a che vedere con i combattimenti e su cui non si può fare affidamento in battaglia. Come dice il sergente Sarah Scully: «Nell’esercito, qualsiasi traccia di femminilità diventa automaticamente una scusa per essere ridicolizzate e trattate come esseri inferiori». Mickiela Montoya la mette così: «Per gli uomini, le donne nell’esercito possono avere solo uno di questi tre ruoli: stronza, troia o lesbica». Ovviamente non tutti i soldati di sesso maschile vedono le colleghe in questa luce, ma sono in troppi a farlo. Alcuni manifestano la propria ostilità minando l’autorità delle donne, negando loro promozioni o denigrandone l’operato. Altri invece ricorrono alle allusioni, alle molestie sessuali o allo stupro. «La gente ha paura che i propri cari si imbattano nel nemico, ma per una donna talvolta il nemico è chi le dorme accanto, chi mangia e chi lavora con lei», come mi ha detto il sergente dell’aeronautica Marti Ribeiro. Per comprendere esattamente quello che le donne devono affrontare, occorre chiarire alcune definizioni: – per allusione sessuale si intende l’uso di espressioni sessualmente degradanti tese a offendere e a designare una persona come un estraneo indesiderato. Le allusioni vengono spesso trattate come semplici provocazioni, ma diversi studi hanno rivelato che possono causare tra le donne un’incidenza dei disturbi postraumatici da stress (Dpts) pari a quella degli uomini sottoposti ai combattimenti.6 La specialista Henneberry è tornata da un anno in Iraq così distrutta dalle allusioni sessuali che ha tentato il suicidio; – per molestia sessuale si intende qualsiasi atto sessuale commesso con l’uso della forza o delle minacce, senza arrivare allo stupro vero e proprio. Nell’esercito le minacce più comuni mirano a ridurre il grado della vittima, attaccare la sua reputazione o la sua carriera, metterne a repentaglio l’incolumità. Le vittime di molestie sessuali sono in maggioranza donne, ma anche il 27-30% dei soldati di sesso maschile dichiara di aver ricevuto «attenzioni sessuali indesiderate» da altri uomini, stupro compreso;7 – la definizione più esatta di stupro, o violenza carnale, è «una forma di tortura». Lo stupro può essere commesso con la forza o sotto minaccia,


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facendo leva sulla differenza di grado. In base al diritto militare, un soldato che faccia leva sul proprio grado per costringere un sottoposto a prestazioni sessuali, sia con le minacce che con le lusinghe, è colpevole di stupro; ciò nonostante è proprio questa la forma più comune di violenza nelle forze armate. Nell’esercito, quasi il 90% delle vittime di stupro è composto da donne subordinate, con un’età media di ventun anni, mentre la maggioranza degli aggressori è composta da sottufficiali o da soldati di basso livello, con un’età media di ventotto anni.8 Il movente degli stupratori non è il desiderio sessuale, ma una miscela di rabbia, sadismo e bisogno di dominio e distruzione (tant’è che molti non arrivano nemmeno all’eiaculazione), a conferma dell’affermazione, tanto comune quanto malintesa, che lo stupro non è una questione di sesso ma di potere. Proprio come gli artefici delle torture di Abu Ghraib si sono serviti di atti sessuali per umiliare i prigionieri, così fanno gli stupratori con le proprie vittime.9 Dal punto di vista della vittima, lo stupro è una forma di tortura perché è un attacco violento e doloroso alle parti più intime del corpo e un tentativo di distruggere la sua dignità e autonomia. Lo stupro e le molestie sessuali da parte di una persona dalla quale si dipende, sia che si tratti di un genitore, di un partner o di un compagno d’armi, sono eventi ancora più traumatici degli attacchi da parte di estranei.10 Lo stupro viene spesso accompagnato da minacce di morte o mutilazione, per questo chi lo subisce deve anche fare i conti con la consapevolezza di aver quasi perso la vita. Le soldatesse vengono prese a pugni, picchiate fino a perdere i sensi, accoltellate e minacciate con armi da fuoco dai loro stupratori.11 Alcune vengono uccise, proprio come talvolta capita alle vittime di stupro tra la popolazione civile. Nel dicembre del 2007 i corpi carbonizzati del caporalmaggiore dei marines Maria Lauterbach e del bimbo che portava ancora in grembo furono rinvenuti nel giardino di un ufficiale che la Lauterbach aveva denunciato per stupro.12 Durante la guerra in Iraq, quattro soldatesse morte a seguito di ferite non riportate in combattimento erano state precedentemente vittime di stupro, e almeno quindici sono morte in circostanze tanto sospette da spingere Ann Wright, colonnello dell’esercito in pensione, e l’onorevole Ike Skelton a chiedere al Congresso americano di costringere l’esercito a riaprire i dossier e a riprendere le indagini.13 Uno dei casi più scioccanti è quello della


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diciannovenne LaVena Johnson, il cui cadavere fu rinvenuto nella sua base in Iraq nel luglio del 2005. Il volto della ragazza portava segni di percosse ed era stata svestita, stuprata, carbonizzata e vestita nuovamente; il suo corpo era stato trascinato ancora sanguinante e le avevano sparato alla testa. Dopo aver aperto le indagini, l’esercito le chiuse improvvisamente e senza alcuna spiegazione, liquidando il caso come suicidio.14 Spesso le donne sopravvissute a uno stupro o a molestie sessuali hanno bisogno di anni per riprendersi. Soffrono di depressione, si vergognano, sono costantemente terrorizzate. Si colpevolizzano irrazionalmente e faticano a fidarsi del prossimo. Come gli ex combattenti, tendono all’incapacità emotiva, sono disperate e impaurite, soffrono di visioni e di incubi. Arrivano a manifestare problemi fisici come diabete, artrite, asma, dolori cronici al bacino, disturbi allo stomaco, problemi di alimentazione e ipertensione.15 Alcune di loro sviluppano dipendenze da droghe o alcol e perdono il controllo della propria vita: il 40% delle reduci che non hanno una casa dice di essere stato vittima di stupro durante il servizio militare.16 La persecuzione sessuale delle donne nelle forze armate va avanti da generazioni, come dimostrano decenni di studi.17 Nel 2003 uno studio sulle donne reduci – dalla guerra del Vietnam fino alla Prima guerra del Golfo – ha evidenziato che il 30% di loro diceva di essere stato vittima di uno stupro durante il servizio militare. Nel 2004 uno studio sulle donne soldato in Vietnam e in tutte le guerre successive, che avevano cercato aiuto per combattere i disturbi postraumatici da stress, ha evidenziato che il 71% dichiarava di essere stato vittima di molestie sessuali o di stupro mentre si trovava in servizio. E uno studio del 1995 sulle donne reduci della Guerra del Golfo e dei conflitti precedenti mostra come il 90% di loro avesse subìto allusioni sessuali.18 Le cifre del ministero della Difesa americano sono inferiori, ma questo perché vengono presi in considerazione soltanto i casi di stupro dei soldati che hanno avuto il coraggio di sporgere ufficialmente denuncia. Il coraggio di farlo è già abbastanza difficile da trovare tra la popolazione civile, dove la diffidenza della polizia, gli atteggiamenti accusatori nei confronti delle vittime e il timore di rappresaglie fanno sì che il 60% degli stupri rimanga nell’ombra.19 Nel mondo militare, sporgere denuncia comporta rischi ancora maggiori.


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I plotoni dell’esercito sono società chiuse e gerarchiche, infestate dal pettegolezzo, e le donne che sporgono denuncia hanno poche speranze di poter mantenere l’anonimato. È assai probabile che debbano avere quotidianamente a che fare con il loro aggressore e debbano sopportare il rancore e le accuse degli altri soldati, che le considerano spie. Rischiano di essere perseguitate dal molestatore, se si tratta di un loro superiore, e di essere punite dagli ufficiali di comando che le vedono come piantagrane. E siccome la cultura militare richiede che i soldati imparino a tenersi dentro il dolore e le difficoltà, la denuncia le fa sembrare deboli e codarde. Per tutte queste ragioni, l’80% dei casi di stupro nell’esercito non viene mai denunciato.20 Questi ostacoli alle denunce sono talmente noti che nel 2005 il ministero della Difesa ha aperto un ufficio dedicato alla prevenzione e alla lotta contro le violenze sessuali, il Sexual Assault Prevention and Response Office (Sapr), e l’anno dopo ha introdotto l’opzione della denuncia anonima per incoraggiare le donne a farsi avanti. Il ministero della Difesa continua a sostenere che tali riforme hanno avuto successo, fornendo come prova il fatto che il numero di denunce per molestie sessuali nell’esercito sia aumentato del 40% nel 2005 e del 24% nel 2006. «Il successo del programma Sapr è testimoniato dalla crescita del numero di denunce per molestie sessuali» mi ha scritto nel febbraio del 2007 Cynthia Smith, portavoce del ministero della Difesa. In realtà nessuno può dire se l’aumento delle denunce per stupro indichi un aumento percentuale delle denunce stesse o un aumento del numero di stupri. L’unico modo per avere un dato accurato sul livello delle molestie sessuali nell’esercito è affidarsi alle testimonianze delle ex militari che non hanno più il timore di denunciarli; tali studi indicano che una donna su tre è stata vittima di molestie sessuali da parte dei compagni d’armi e che le allusioni imperversano. Ciò significa che le molestie sessuali nell’esercito sono almeno il doppio delle molestie tra la popolazione civile.21 Ovviamente, il fatto che una donna su tre subisca molestie sessuali significa che la maggioranza delle soldatesse non le subisce e che non tutte si sentono perseguitate. Tuttavia, se un numero simile di soldati morisse di Aids o se fossero gli uomini ad aver subìto le violenze, si parlerebbe di una piaga di dimensioni epidemiche.


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Note sul linguaggio utilizzato In questo libro ho evitato l’uso del gergo militare tipico di tanti racconti di guerra. Questa decisione nasce dal desiderio di rendere il libro comprensibile sia per i civili che per i militari, ma anche dal fatto che il linguaggio militare fa notoriamente uso di espressioni pompose e intenzionalmente oscure. Talvolta queste espressioni hanno lo scopo di conferire solennità a ciò che è ordinario: Mos sta per Military Occupational Specialty (specializzazione professionale militare), in poche parole, si tratta di un titolo di lavoro; Fob per Forward Operating Base (base operativa avanzata), semplicemente una base militare. Più spesso invece intendono nascondere il fatto che lo scopo della guerra e delle armi sia di uccidere: Ied sta per Improvised Explosive Device (ordigno esplosivo improvvisato), una bomba fatta in casa, in altre parole; «fuoco amico» significa invece essere ucciso dai propri compagni; Oif, che sta per Operation Iraqi Freedom (Operazione di liberazione irachena), è l’espressione scelta dal Pentagono per designare l’invasione e l’occupazione dell’Iraq; infine Oef, Operation Enduring Freedom (Operazione di libertà duratura), non è altro che la guerra in Afghanistan. Ma il linguaggio militare ha anche un altro scopo, quello di mantenere una cultura di segretezza che vuole escludere i civili. La spaccatura tra civili e militari è già così profonda che i due gruppi si trattano con reciproco sospetto. Si tratta di un atteggiamento molto pericoloso per una democrazia in cui l’esercito dovrebbe servire la volontà del popolo. Ho sentito troppi soldati che descrivono i civili come gente pigra e ignorante, e troppi civili che parlano dei militari come di delinquenti che hanno subìto il lavaggio del cervello. La cultura militare è immersa nel segreto, si nutre del disprezzo per gli intrusi, impone il silenzio ai soldati e impedisce loro di parlare con franchezza al pubblico, si ammanta di miti di gloria e di maschilismo. Molte storie di guerra e memorie militari perpetuano questa cultura con uno stile pieno di sigle e di espressioni gergali che molti non conoscono. (Ciò vale anche per tanti soldati. Molti di quelli con cui ho parlato non sapevano dirmi con esattezza il significato della sigla del proprio incarico o del proprio reparto.) Ho cercato di evitare di fare lo stesso errore in queste pagine. Laddove il ministero della Difesa inventa un linguaggio pieno di


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espressioni pompose per nascondere ciò che fa, i soldati fanno l’esatto contrario. Come in carcere o al liceo, luoghi di cui la vita militare combina molti elementi, i soggetti che ne fanno parte cercano di astrarsi dalle difficoltà delle proprie circostanze con arguzia ed espressioni colorite. Solo quando il significato di tali espressioni non è ovvio fornirò una spiegazione. Le storie qui narrate si basano su ore di conversazioni registrate con i soldati descritti in questo libro e, dove possibile, i fatti sono avvalorati dalle testimonianze dei loro colleghi e confermati da resoconti giornalistici. Questi racconti si basano inoltre sulle loro lettere, i loro diari, le foto che hanno scattato e sui documenti ufficiali relativi al loro servizio militare. Fatta eccezione per un solo caso, tutti i soldati che si sono già congedati dall’esercito mi hanno consentito di usare il loro vero nome. Due soldati che erano ancora in servizio attivo mi hanno chiesto di cambiare i loro nomi per proteggerli dal rischio di rappresaglie. Anche se ognuna di queste storie è, ovviamente, unica, tutte trovano eco in quelle di tanti altri soldati. Per certi versi sono vicende personali. Per altri, sono storie di guerra universali.


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