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MartĂ­n Solares I minuti neri Traduzione di Giuliana Carraro e Eleonora Mogavero


I minuti neri

A Vesta


Abitanti di Paracuán, Tamaulipas

La polizia –– Rosa Isela, avvenente ragazza che svolge il servizio civile nel commissariato di polizia di Paracuán –– Camarena e Rodrigo Columba, giovani diplomati della Scuola di polizia –– Joaquín Taboada, detto el Travolta, attuale comandante della polizia municipale di Paracuán –– Ramón Cabrera, noto anche come el Macetón, agente –– Pedro García González, predecessore di Taboada –– Lolita, segretaria –– Rufino Chávez, el Chaneque, braccio destro di Taboada –– Ramírez, perito forense –– Jarquiel, el Profe, agente –– Wong, il Cinese, agente –– Salim, il Beduino, agente –– Zozaya, l’Evangelista, agente –– José, el Tiroloco, agente –– Mena, el Gordolobo, agente –– Luis Carlos Calatrava, el Brujo, agente di guardia al vecchio gabbiotto all’uscita del porto

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–– Dottoressa Ridaura, medico forense e stimata professoressa di biologia –– Vicente Rangel González, investigatore –– Jorge Romero, il Cieco, aiutante di Rangel –– Emilio Nieto, el Chicote, receptionist, secondino, lavamacchine e fattorino –– Cruz Treviño, comandante della polizia giudiziaria, ex agente della polizia municipale –– Tenente Miguel Rivera González, leggendario poliziotto di Paracuán

I residenti –– Bernardo Blanco, giovane giornalista –– Don Rubén Blanco, padre di Bernardo –– Johnny Guerrero, cronista di nera per El Mercurio –– La Chilanga, fotografa –– René Luz de Dios López, detenuto per l’omicidio di quattro bambine –– Fritz Tschanz, sacerdote gesuita –– Sua Eccellenza il vescovo di Paracuán –– Bill Williams, influente uomo d’affari della città –– John Williams Jr., detto Jack, figlio del suddetto –– Tobías Wolffer, deputato locale –– Rodrigo Montoya, direttore dell’emeroteca di Paracuán –– Lucilo Rivas, gestore del bar León –– Raúl Silva Santacruz, testimone –– Juan, el Chimuelo, e Jorge, el Chaparro, macellai –– El Lobina, pescatore –– Don Isaac Klein, ristoratore –– Il Profeta, gelataio –– Lucía Hernández Campillo, Karla Cevallos, Julia Concepción González, Daniela Torres, vittime dello Sciacallo ­8


I forestieri –– B. Traven, scrittore –– Alfonso Quiroz Cuarón, criminologo di fama internazionale –– Rigo Tovar, cantante –– Il re dei Marziani, extraterrestre –– Cormac McCormick, detective dell’Fbi –– L’Albino, fotografo di cronaca nera

I narcos –– El Chincualillo, spacciatore al dettaglio –– El Cochiloco, leader del clan dei colombiani –– El Chato Rambal, capo del cartello del Porto –– Vivar, avvocato del cartello di Paracuán –– Obregón, leader del cartello di Paracuán

I politici –– Echavarreta, presidente del Messico –– Juan José Churruca, ministro degli Interni del Tamaulipas –– José «Pepe» Topete, ex governatore dello stesso Stato –– Norris Torres, politico influente –– Daniel Torres Sabinas, sindaco di Paracuán alla fine degli anni settanta –– Agustín Barbosa, primo sindaco dell’opposizione a Ciudad Madera –– Edelmiro Morales, leader del Sindacato insegnanti del Tamaulipas

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Gli invasori –– Gli agenti della Direzione federale di sicurezza


Finora, l’incubo peggiore della mia vita l’ho avuto mentre viaggiavo in pullman su una strada costeggiata da pini. Non sono riuscito a capire cosa significhi, o, almeno, non del tutto. Era notte e non riuscivo a dormire. Appena mi assopivo, i fari delle auto che arrivavano dalla direzione opposta o gli scossoni del pullman mi svegliavano. Mi resi conto di essermi finalmente addormentato quando smisi di sentire il ronzio del motore e le luci della strada diventarono morbide e azzurre e non mi diedero più fastidio. Stavo facendo un sogno piacevole e in un certo senso musicale quando sentii che dietro di me si era seduto un tipo sarcastico, che mi conosceva piuttosto bene. Il visitatore aspettò che mi abituassi alla sua presenza; a quel punto disincrociò le gambe, si sporse in avanti e, rivolto alla mia nuca, disse: «È vero che nella vita di ogni uomo ci sono cinque minuti neri?». L’idea mi spaventò tanto che mi svegliai, e visto che nei sedili vicini non c’era nessuno, passai il resto della notte a bere acqua, guardare la luna e calcolare se avessi già raggiunto la mia quota di minuti neri. E fu così che arrivai a Paracuán. 11


prima parte

Mille lacune ha la tua memoria


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La prima volta che vide il giornalista gli diede vent’anni, e si sbagliò. Quest’ultimo, dal canto suo, pensò che l’uomo dalla camicia a quadri, un ranchero, ne avesse una cinquantina, e ci prese. Entrambi andavano a sud. Il giornalista veniva dagli Stati Uniti, dopo essersi licenziato; l’uomo con la camicia a quadri aveva appena svolto un lavoro nel nord dello Stato, ma non disse quale. Capirono che stavano arrivando in Messico perché l’aria del pullman era diventata irrespirabile. Quando attraversarono il Río Muerto, videro passare due jeep. Arrivati a Dos Cruces furono sorpassati da un pickup della polizia giudiziaria e all’altezza di Seis Marías incapparono in un blocco stradale dell’Ottava Zona Militare. Un soldato con una torcia fece segno all’autista di accostare. L’uomo portò il pullman su un sentiero sterrato e si fermò sotto la luce di un enorme riflettore, fra due muri di sacchi di sabbia. Dall’altra parte della strada c’era una grande tenda di tela con apparecchiature radar e, più avanti, una trentina di soldati si allenava. Durante l’ispezione, il giornalista accese la luce singola e cercò di leggere l’unico libro che aveva con sé, gli Esercizi spirituali di sant’Ignazio di Loyola, ma di lì a un minuto cominciò a provare una sensazione di disagio e diresse lo sguardo verso le trincee. Proprio sotto di lui, dietro i sacchi di sabbia e le fitte fronde delle 15


palme, due soldati lo osservavano con occhi carichi di risentimento. Avrebbe ignorato il fatto, se non fosse stato per la mitragliatrice di grosso calibro che gli puntavano addosso. Il ranchero gli disse che lui avrebbe fatto lo stesso, se avesse dovuto passare la notte in balìa delle zanzare, rannicchiato dietro una fila di sacchi, con quaranta gradi. L’ispezione si svolse senza incidenti. Il sergente la eseguì solo per senso del dovere e si limitò a perquisire i bagagli svogliatamente. Nel frattempo, il giovane approfittò della sosta per bere uno yogurt e ne offrì un altro al ranchero, che ricambiò con delle gallette di mais. L’uomo gli domandò se studiasse, e il giovane rispose di no, aveva finito e si era perfino già licenziato dal suo primo lavoro: cronista dell’Heraldo di San Antonio. Pensava di prendersi un anno e di vivere giù a Paracuán, poi forse sarebbe tornato in Texas. Gli mostrò la foto di una bionda con i capelli pettinati all’indietro. L’uomo disse che era bellissima, e fece notare al ragazzo che non avrebbe dovuto lasciare un posto come quello. L’altro gli rispose che aveva avuto le sue buone ragioni. Il ragazzo esaminò i compagni di viaggio: gli sembrarono persone rozze e ignoranti. C’erano il ranchero con la camicia a quadri, indossata fuori dai pantaloni per nascondere la pistola, un fumatore immusonito che viaggiava con un machete avvolto in fogli di giornale e, seduto in fondo al pullman, quello che sembrava il peggiore di tutti: un gigante baffuto, intento a mangiare arance senza sbucciarle. Li stava ancora esaminando quando arrivarono al secondo posto di blocco. Appena vide i pickup fermi sulla linea discontinua, si rassegnò all’idea che sarebbero stati trattati con scortesia e prepotenza, ma non s’immaginava fino a che punto. Furono fermati da un ufficiale con baffi da tricheco, che mostrò con la stessa mano il distintivo e la pistola. Dietro di lui, gli uomini della squadra bevevano birra, appoggiati alle camionette. Portavano tutti occhiali scuri, sebbene non fosse ancora giorno, e nono­16


stante il caldo opprimente erano vestiti di nero. Per qualche ragione, l’arroganza dei soldati inquietò il ragazzo più della loro comparsa. Lui, con le sue pie letture sulla punta della lingua, si disse: «Com’è grande e spazioso questo mondo, dove si trovano tante persone, e così diverse». Si sarebbe ben presto reso conto come l’unica cosa pulita di quelle anime fossero le iniziali bianche della Procura generale stampate sulle magliette. Il capo diede istruzioni e un grassone salì a bordo. Lo seguiva un ragazzo con un kalashnikov. Non erano più vecchi di lui, il secondo non aveva ancora nemmeno un’ombra di barba. Al giornalista sembrò che quello fosse il primo pullman che ispezionavano in vita loro. Il grassone mostrò il distintivo come se volesse benedirli, e ordinò a tutti di non muoversi: avrebbero fatto un controllo di routine, ma così non fu. Avanzò lungo il corridoio rivolgendo agli altri passeggeri un paio di sguardi, come se non riuscisse a credere di riconoscere in loro tanti ricercati. Era un grassone vigliacco e non gli passò neanche per la testa l’idea di arrestarli. Poi fece salire un pastore tedesco che li annusò uno a uno. Appena il cane entrò nel pullman, il giornalista sentì movimento sui sedili posteriori. Di sicuro il fumatore nascondeva il machete, il ranchero occultava la sua arma, il baffuto gettava un pacchetto dal finestrino. Precauzione inutile: era un cane intelligentissimo. Arrivò in fondo al pullman e passò accanto agli altri viaggiatori senza fermarsi o esitare. Si piantò solo davanti al ragazzo, che leggeva gli Esercizi spirituali. «Scenda» ordinò il grassone. Lo fecero scendere con la pistola puntata, lo perquisirono come se appartenesse al cartello di Paracuán, lo umiliarono con frasi oscene e quando disse che lavorava per un quotidiano lo costrinsero a togliersi il giubbotto – ah, un giornalista – e continuarono a perquisirlo in cerca di droga. Poi vuotarono la sua valigia su un tavolo e il grassone si mise a rovistare. Fu attirato dai vestiti e dal registratore, ma gli piacquero di più gli occhiali scuri. Il giornalista disse di avere una malattia agli occhi e che 17


il medico gli aveva ordinato di usarli, ma l’agente glieli sequestrò lo stesso. Il ragazzo con il kalashnikov se ne uscì con un «Rammollito di merda», e sputò in direzione delle sue scarpe. Gli altri sorridevano. «E vai!» si vantò il grassone. «Beccato.» Aveva in mano una canna. Dal suo sedile nel pullman, il ranchero scosse la testa. «Non è mia» protestò il ragazzo «siete stati voi a metterla lì.» «Raccontala a qualcun altro, stronzo» rispose il grassone. Quando gli sembrò che la situazione stesse per degenerare, il ranchero si disse: Ora basta, e scese dal pullman. Si diresse verso il capo della polizia giudiziaria, che beveva birra appoggiato al pickup. Appena lo vide, il poliziotto fece un salto: «Cazzo, Macetón, che ci fai da queste parti?». «Non rompere i coglioni, Cruz, è un ragazzo.» «Ha l’età per votare.» «È con me.» Il poliziotto fece un grugnito di diffidenza, e urlò al giornalista: «Perché vai a Paracuán?». «Come?» «Perché vai a Paracuán?» «Mi trasferisco lì.» «Sparisci.» Rimisero la sua roba nella valigia, tranne il giubbotto e gli occhiali. Mentre stava per prenderli, il ragazzo con il kalashnikov lo bloccò: «Questi rimangono qui. E sbrigati, che il pullman sta per partire». Quando il pullman si mise in moto videro che il grassone sfoggiava gli occhiali e l’altro aveva addosso il giubbotto. Mancavano anche mille pesos dal portafoglio. «È il tuo giorno fortunato» disse il ranchero. «Era il comandante Cruz Treviño, della polizia giudiziaria.» Il giornalista annuì e serrò le mascelle. Poco prima di arrivare al fiume, due cartelloni giganteschi ­18


diedero ai passeggeri il benvenuto a nome della città: il primo era una pubblicità della Refrescos de Cola, il secondo mostrava il presidente a braccia aperte. Sia lui che il suo slogan elettorale erano crivellati di colpi. Dove c’era scritto: benessere per la tua famiglia, la luce filtrava attraverso i fori. Mentre passavano il ponte, il ranchero si stupì che il giornalista guardasse il fiume con tanta curiosità: c’erano le stesse barche a motore di sempre e, in lontananza, le immense gru dei pontoni muovevano i loro colli da dinosauro nel porto di carico e scarico. Arrivati alla stazione dei pullman, si avviarono verso la fermata dei taxi e comprarono i biglietti. Mentre aspettavano il loro turno, il ranchero osservò: «Se vuoi trasportare erba, mettila in un flacone di shampoo, avvolta in un pezzo di plastica. Non pensare di nasconderla in una lattina di caffè, è il primo posto in cui controllano». Il ragazzo continuò a insistere che la droga gliel’avevano infilata loro tra le sue cose, lui non fumava nemmeno tabacco. Poi disse che si sentiva in debito e avrebbe voluto dimostrargli la sua gratitudine. Un po’ imbarazzato, l’uomo con la camicia a quadri gli diede il suo biglietto da visita: agente ramón cabrera, polizia municipale. Il ragazzo lo guardò stupefatto, e l’altro insistette perché salisse sul primo taxi disponibile. Dopo che l’auto ebbe svoltato l’angolo, il poliziotto si accorse che la foto della bionda svolazzava sulla strada: doveva essere caduta quando il ragazzo aveva pagato. La prese e la mise nel portafoglio, senza sapere perché. Pensò che non avrebbe più rivisto il suo compagno di viaggio, e si sbagliò di nuovo.

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Per l’agente Cabrera il caso cominciò mercoledì 15 gennaio. Quel giorno il comandante Taboada ebbe una riunione con il suo miglior elemento, Chávez. Secondo la segretaria c’era stata una discussione, e Chávez aveva alzato la voce. A metà della riunione, il comandante si affacciò al grande divisore che separava il suo ufficio dalla sala principale, esaminò con lo sguardo i presenti e scelse l’unico subordinato di cui, a suo giudizio, ci si potesse ancora fidare. Vale a dire, el Macetón Cabrera. Quando gli dissero che il capo lo voleva, el Macetón stava chiacchierando con le ragazze del servizio civile. Mentre entrava nell’ufficio del comandante, l’agente Chávez usciva, e gli diede una spallata. Per fortuna el Macetón era un tipo pacifico, e si presentò al capo senza rendere il colpo. «Interrompi tutto quello che stai facendo e occupati del morto di calle Palma.» Si riferiva al giornalista trovato morto il mattino prima. Martedì pomeriggio, qualche ora dopo che era stato segnalato il cadavere, l’agente Chávez era riuscito ad arrestare el Chincualillo con un’azione fulminea e prove sufficienti per tenerlo al fresco una quindicina d’anni. Il colpevole aveva agito da solo e il movente era il furto. Ma il comandante Taboada non si riteneva soddisfatto. ­20


«Mi manca qualche dato: scopri cosa ha fatto il giornalista nei suoi ultimi giorni. Dov’è stato, chi ha visto, cosa gli hanno detto. Se stava scrivendo qualcosa, voglio leggerlo. Devo sapere cosa stava combinando.» Cabrera sapeva che el Chincualillo era uno spacciatore del cartello di Paracuán e la richiesta del capo sollevava un problema di etica professionale: «Perché non se ne occupa Chávez?». «Preferisco che sia tu a farlo.» El Macetón esitò: «Ho parecchio lavoro». «Chiedi aiuto ai nuovi.» El Macetón disse che non era necessario, poteva fare da solo… Non sopportava i nuovi. «Ancora una cosa» aggiunse il comandante «va’ a trovare il padre del morto, don Rubén Blanco, e partecipa al funerale al mio posto: è molto importante che tu ti metta in contatto con lui, e lui sappia che sono stato io a mandarti. Resta lì di guardia finché non sarà tutto finito. È alla Funerales del Golfo, e sbrigati, perché lo seppelliscono a mezzogiorno. Ce l’hai una giacca?» «Non qui.» «Fattene prestare una, non puoi andarci così.» «Altro?» «Sì: discrezione, nessuno deve sapere cosa stai facendo.» Cabrera tornò al suo posto e chiese alle ragazze del servizio civile di trovargli il referto dell’autopsia. Le ragazze, che non avevano molto da fare, litigarono per procurarglielo. Glielo consegnò Rosa Isela, una ventenne dagli occhi color smeraldo, che subito dopo si appoggiò sulla scrivania e continuò a fissarlo. El Macetón sorrideva lusingato, finché lei non disse che le ricordava suo padre. Notando l’imbarazzo del detective, la ragazza si profuse in sorrisi: «Le ho portato un regalo». Era un bloc-notes a righe. «E questo?» «Così potrà buttare via l’altro.» 21


Si riferiva al quaderno che lui usava in quel periodo. Era così pieno che a volte scriveva su fogli già utilizzati almeno in un paio di occasioni, un vero palinsesto, come si dice in burocratese. In effetti, negli ultimi giorni el Macetón aveva avuto parecchio lavoro. «Grazie, amica mia. Mi porteresti un caffè?» Isela esaudì i suoi più oscuri desideri e lasciò la bevanda sulla scrivania. Va detto che lui si portava il caffè da casa, perché quello del commissariato gli sembrava orribile. Dieci minuti dopo, Camarena, uno dei nuovi, entrò a chiacchierare con le ragazze del servizio civile. Era un giovane alto, sorridente, che aveva successo con le donne. Quel giorno sfoggiava l’impronta di almeno tre baci vicino alla bocca: uno di questi poteva essere di Rosa Isela. Si preparò un decaffeinato e andò a sedersi alla scrivania. A quale uomo con un briciolo di cervello, si domandò el Macetón, può piacere il caffè senza caffè? Era una giornata afosa. Cercò di esaminare il referto, ma non riusciva a concentrarsi e continuò a leggere senza troppa attenzione finché fu interrotto da un altro novellino: «Scusi, dov’è lo stanzino di cemento?». Portava occhiali scuri in ufficio. Cabrera si disse che i nuovi ignoravano tutto su quell’istituzione che sono le lenti scure. Usarle davanti a un superiore è una mancanza di rispetto, e el Macetón gliela rimproverò con il tono di voce. «Hai perso qualcosa là dentro?» «No» rispose il ragazzo, abbassando gli occhiali sul naso. «Mi hanno mandato a cercare degli stracci. La sua caffettiera perde.» «Prendi quelli nell’armadio a muro, in fondo al corridoio. Non hai niente da fare nello stanzino di cemento, capito?» La sua macchina perdeva olio, la caffettiera perdeva acqua, che altro doveva ancora succedere? Si sarebbe ammalato di prostata, come aveva minacciato il medico? Forse, alla sua età, avrebbe dovuto bere meno caffè e più acqua. Ma poteva vivere senza caffè? Dopo alcuni pensieri deprimenti (la visione di un ­22


mondo senza caffeina, il mondo come una vasta landa desolata), riuscì infine a concentrarsi sul testo. Il referto specificava che al giornalista avevano tagliato la gola da un orecchio all’altro, recidendo la giugulare, e tirato fuori la lingua dall’orifizio. In altre parole, si disse, gli avevano fatto la «cravatta colombiana», in modo che non ci fossero dubbi sull’autore. Da quando la gente della città si era messa in società con il cartello della Colombia, fatti come questo cominciavano a succedere sempre più spesso… Al pensiero, rileggendo il referto si sentì torcere le budella. Cazzo, si disse, in che guaio sono andato a cacciarmi? Quando ebbe finito di leggere il referto, il suo stomaco riprese a brontolare e si disse che era un segno, non doveva accettare quel caso. Ma il senso del dovere prevalse, così andò a cercare Ramírez. In tutto il comando c’era solo una persona che potesse prestargli una giacca della sua misura, ed era il perito forense Ramírez. Non che el Macetón fosse grasso, ma aveva le spalle molto larghe. Quanto a Ramírez… Nella città di cui ci occupiamo, dopo i quarant’anni, la gente ha davanti a sé un dilemma: o trova qualcosa di interessante da fare o si dedica al cibo, con i risultati che tutti conoscono. Il perito Ramírez apparteneva alla seconda categoria. Aveva non il doppio, ma il triplo mento, e la pancia gli straripava sopra la cintura. El Macetón entrò a salutarlo e notò un ragazzo occhialuto che batteva sulla tastiera di un computer, seduto al tavolo in fondo all’ufficio. «E quello chi è?» «Il mio assistente, Rodrigo Columba.» Ramírez non aveva idea di cosa volesse el Macetón. A casa del giornalista non avevano trovato né manoscritti né bozze, niente. Solo un quaderno di nessun interesse. «Mostramelo.» «Sta’ attento…» 23


«Sì, lo so.» Una volta avevano trovato le impronte del Macetón sulla scena di un delitto, e da quel giorno non si era più salvato dagli sfottò. Ramírez gli passò il materiale e Cabrera lo esaminò con guanti e pinze, non voleva dare motivo di preoccupazione al collega. Era un quaderno con la copertina nera, un diario che, in effetti, a prima vista non rivelava niente di importante: due o tre date, una poesia su Xilitlán, e un nome, Vicente Rangel… El Macetón ebbe un altro attacco di gastrite: Porca puttana, non può essere. Lesse la poesia, che gli sembrò pessima, e non trovò nessun’altra annotazione. Strano, concluse. Non riusciva a immaginare un giornalista che non prendeva appunti… un giornalista che non scriveva. E quel nome, Vicente Rangel. Non disse nulla e, approfittando di una distrazione del perito, strappò la pagina e se la infilò in una tasca dei pantaloni, davanti allo sguardo incredulo del giovane agente. Non era la prima volta che doveva sbarazzarsi di una prova. Ignorò olimpicamente lo sguardo del giovane e si rivolse a Ramírez: «Aveva un computer?». «Averlo, sì, ce l’aveva… ma non siamo riusciti a entrarci. Ci chiede una password, e non c’è modo di indovinarla.» «Chiamate un esperto.» «È quello che sta facendo il mio collega. Un poliziotto della nuova generazione, non come te, Macetón, che usi ancora la macchina da scrivere.» Il ragazzo con gli occhiali sorrise al Macetón, e lui distolse lo sguardo. «Nessuna cassetta?» «Cassette audio? Non ne abbiamo trovate.» «No, cassette per la registrazione di dati.» «Si chiamano dischetti. O cd.» Il perito si chinò sulle prove, tirò fuori un dischetto da una busta di plastica e lo consegnò senza esitare, con più grazia di ­24


quanta el Macetón si aspettasse: «Questo è tutto quello che abbiamo trovato. Fatti aiutare da Columba». Il ragazzo con gli occhiali inserì il dischetto nel computer. Lo schermo mostrò una cartella vuota. «Non c’è niente…» «Vediamo.» El Macetón guardò l’immagine e sì, in effetti il dischetto era vuoto. «O forse non è formattato per pc, dovrei vedere sul mio Mac. Se vuole controllo più tardi, con un altro sistema operativo.» Cabrera rispose a grugniti: «Fammi una fotocopia di quel quaderno» ordinò al ragazzo «e usa i guanti, cazzone, altrimenti ti succede quello che è successo a me». «Senti» disse Ramírez, che aveva riordinato le idee, «perché ti interessi al giornalista? Di quel caso non si occupava el Chaneque?» Cabrera gli fece segno di abbassare la voce. Uscirono in corridoio, e el Macetón lo informò: «Ordine del capo». Ramírez fece un respiro profondo: «Al posto tuo, io mi sarei defilato, cazzo, la faccenda puzza». «Perché? Che hai sentito?» «Non ti sei chiesto se il comandante non ti stia per caso usando?» «Che vuoi dire?» In quel momento entrò un altro collega a chiedere un rapporto, e Ramírez ne approfittò per troncare la conversazione: «Più tardi cerco quello che mi hai chiesto, va bene? Adesso ho un sacco di lavoro».

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Prima di salire in macchina si accorse di avere una ruota a terra, e gli venne il mal di testa. Non sapeva se fosse stata la gomma a fargli esplodere l’emicrania, o se l’emicrania avesse fatto esplodere la gomma, ma era chiaro che se si fosse fermato a cambiarla avrebbe perso il funerale. In più si sarebbe ritrovato in un bagno di sudore, perché a quell’ora il sole cuoceva. Per fortuna a due isolati dal comando c’era un gommista; el Macetón andò a parlare con l’addetto e gli lasciò le chiavi dell’auto. Siccome non si vedevano taxi, ne aspettò uno in mezzo alla strada, mentre pensava che forse avrebbe fatto meglio ad andare a piedi: in fin dei conti, l’impresa di pompe funebri non era molto lontana da lì, ma lui aveva altro per la testa, un paio di idee non meglio definite. Qualche minuto dopo vide arrivare un macchinone vecchio e sgangherato, con una minisfera a specchi appesa al retrovisore. Chiese al tassista di portarlo a casa del morto, la casa davanti alla laguna, dove immaginò che avrebbe trovato altre informazioni. Era un uomo metodico, e dopo aver esaminato il referto dell’autopsia voleva vedere la scena del delitto. Il tassista portava occhiali scuri, e aveva i capelli unti e rigorosamente spalmati di gel. Indossava una maglietta verde, stile militare. Da un po’ di tempo, si disse el Macetón, si vestono tutti come militari. ­26


In un primo momento l’indirizzo, calle Palma 10, non gli disse niente ma quando vide la casa si ricordò. Ma guarda, chi avrebbe mai immaginato che qui sarebbe stato commesso un delitto? Ripensò a un tempo lontano, almeno vent’anni prima, quando il 10 di calle Palma era uno dei pochi immobili costruiti in quel quartiere. All’inizio non c’era un buon sistema di drenaggio e mancava l’elettricità, in tutto l’isolato c’erano due o tre case e la strada asfaltata finiva a cento metri da lì. Al Macetón era sempre piaciuto guidare, e da giovane aveva l’abitudine di fermarsi lì vicino, quando faceva buio, in prossimità della laguna, alcune volte da solo, altre in compagnia delle sue ragazze di allora. L’agente ebbe un attimo di gioia fugace, ricordando i momenti vissuti lì, insieme a loro. Quanto sarà che non vengo da queste parti? si domandò. La zona era diventata un quartiere esclusivo, di abitazioni per ricchi, e a causa delle nuove costruzioni non era più così facile scorgere la laguna. Se non fosse per l’indagine, si disse, non avrei niente da fare qui. La scena del crimine era una casa senza pretese. Si trovava fra due palazzine lussuose, ma non fu questo ad attirare la sua attenzione. Sulla facciata, nastri di plastica impedivano l’accesso alla porta principale; dietro, verso l’entrata, qualcuno aveva disegnato la sagoma del cadavere. C’era un’anomalia, e l’occhio esperto di Cabrera la individuò immediatamente. Disse al tassista di aspettare, e scese. L’esame delle macchie di sangue confermò i suoi timori: la negligenza con cui era stato tracciato il contorno del giornalista non lasciava grosse speranze sul risultato dell’indagine. Si direbbe che lo hanno ammazzato in casa e poi lo hanno trascinato qua fuori, concluse, ma il referto non lo conferma. Porca puttana, pensò, in che guaio mi sono cacciato? Glielo dico o no al comandante? E prese a calci con insistenza un vaso di creta, finché non lo ruppe. Il tassista domandò se avesse intenzione di andarsene. Cabrera gli urlò: «Aspettami lì»; e fece il giro della casa, per vedere se riusciva a entrare dal retro. 27


In fondo al giardino, dove cominciava la laguna, era fermo un enorme bulldozer. Non c’era più traccia degli alberi del cortile e al loro posto avevano installato un’enorme tubatura del gas. In fondo, un cartello del Sindacato dei lavoratori petroliferi avvertiva: pericolo. non scavare, e sottolineava l’avviso con un grosso teschio su ossa incrociate. Tre colpi di clacson impazienti lo riportarono alla realtà. «Porca puttana, arrivo» urlò al tassista. «Che fretta hai, capo, visto che ti pago?» Il tassista fece finta di non aver sentito e sintonizzò la radio su Classici della canzone tropicale. Nella palazzina accanto, una domestica indigena sfregava la scia di sangue arrivata fin lì. Vedendolo arrivare, la ragazza che stava lavando via la macchia con spazzola e sapone si spaventò. Cabrera voleva domandarle se lei o la sua padrona avessero visto qualcosa di sospetto, ma la domestica pensò che stesse per aggredirla, e dal modo in cui raccolse i suoi arnesi, lui intuì che voleva darsela a gambe. Le mostrò il distintivo, ma la ragazza era così spaventata che fu impossibile cavarle di bocca una frase. Così la salutò e risalì sul macchinone. Mentre il taxi partiva, la ragazza riprese a lavare via il sangue del giornalista. Presto non ne sarebbe rimasta traccia. El Macetón lanciò uno sguardo alla scena del crimine, e il vento agitò i nastri di delimitazione.

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«Dove andiamo, capo?» Cabrera guardò l’orologio e disse al tassista di portarlo alla Funerales del Golfo. «La sede piccola o quella grande?» «Quella grande, e corri, che si è fatto tardi.» Il tassista imboccò il viale in direzione del centro. All’altezza dell’Ospedale militare, dopo una breve lotta, superò un pickup dai vetri polarizzati, che da solo occupava due corsie. «Quella era la casa del morto, vero?» gli domandò l’uomo. «Lì abitava il giornalista che hanno ucciso…» «Esatto.» «Sarà vero quello che dicono?» «Cosa?» «Che era in affari con i narcos ed era amico del Chato Rambal…» El Macetón stava per rispondergli, ma prima di arrivare al semaforo il pickup tagliò loro la strada. Il tassista inchiodò e si fermò al centro della carreggiata. Quando si aprì la portiera, el Macetón vide per prima cosa uno stivale di pelle con decorazioni metalliche. Immaginò un ranchero di due metri, sgradevole e rissoso, invece il pickup sputò un ragazzino alto circa un metro e mezzo, stivali da cowboy inclusi. Non avrà avuto più 29


di dodici anni, ma camminava già con l’arroganza dei narcos. Indossava un giubbotto di pelle lucida e aveva la pistola in bella vista. All’inizio Cabrera non afferrò, il ragazzo parlava molto velocemente, ma poi capì che protestava perché il tassista lo aveva sorpassato. «Hai fretta? Hai così fretta, stronzo?» disse rivolgendosi all’uomo. «Adesso te la faccio passare io la fretta, brutto coglione.» In quel momento si accorse che il tassista non era solo. «E tu che vuoi, stronzo? Qualcuno ti ha detto qualcosa?» In questa città, chi non sa tenere la bocca chiusa non va avanti. Per fortuna el Macetón era un pacifista, e rispose con un sorriso cordiale. «No, no» disse conciliante. «Vado a un funerale.» «Allora ci vai a piedi» lo provocò il ragazzino. «Scendi.» E si alzò il giubbotto per ostentare la pistola. Con tutte le macchine che circolano, si disse il detective, questo bamboccio doveva prendersela proprio con me, un cittadino onesto, nel compimento del proprio dovere. Mentre scendeva dal taxi, il ragazzino schiaffeggiò il conducente. El Macetón scosse la testa e ribaltò la situazione, dando al moccioso una sberla che gli fece girare la testa. «Stronzo! Non rompere i coglioni!» «Tu, non rompere i coglioni. Comportati bene o ti gonfio.» Vedendo che il ragazzino stava per sfoderare la pistola, con una mano gli torse il braccio e con l’altra gli sfilò l’arma. Alzò il braccio per esaminarla: era una pistola di lusso, con due iniziali dorate: c.o. Visto che il ragazzo continuava ad agitarsi e non voleva sentire ragioni, Cabrera gli mollò un altro ceffone. «Ho detto “buono”, stronzetto. Hai il porto d’armi?» «No» rispose l’altro «ma non è mia. È di mio papà.» «Se non hai il porto d’armi, te la sequestro. Tuo padre verrà a riprendersela al comando.» ­30


Il ragazzo si mise a ridere. «Mio padre è amico del comandante.» «Allora, quando passerà a salutarlo potrà venire a ritirarla dalla mia scrivania. E datti una calmata, moccioso del cazzo, perché se non la pianti di rompere vado a parlare con tuo padre.» Il ragazzo friggeva di rabbia, ma finse cortesia: «Come no. Con chi ho avuto il piacere?». El Macetón si chinò in avanti. «Con l’agente Ramón Cabrera, al suo servizio.» Mentre lo diceva, capì di aver parlato troppo. «Me ne ricorderò.» «Adesso smamma.» Si infilò l’arma nei pantaloni. Il ragazzo partì sgommando, e cento metri dopo si fermò. «Dio santo» disse il tassista «ci sta aspettando.» «Lo conosce?» «L’ho visto uscire dalle discoteche. Credo sia il figlio del Cochiloco.» Cabrera rifletté un momento e poi disse: «Può darsi». Cercò di convincere il tassista a seguire il ragazzo, ma l’uomo era terrorizzato. «Lasci perdere, è meglio che la porti a destinazione. Non conviene farlo arrabbiare, quei tipi ti sparano per molto meno.» «E allora vada» acconsentì, ma non gli piaceva l’idea. Una cosa era evitare la violenza, un’altra, ben diversa, tollerare i narcos. Quando gli passarono accanto, il pickup diede gas cinque volte, ma non li seguì.

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I minuti neri  
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