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Maya Jasanoff

La Compagnia delle Indie Conquistatori e collezionisti in Oriente 1750-1850 Traduzione di Irene Abigail Piccinini足


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Š 2005, Maya Jasanoff All rights reserved Š il Saggiatore s.p.a., Milano 2012 Titolo originale: Edge of Empire


La Compagnia delle Indie Ai miei genitori, gente di frontiera


Sommario

Introduzione. Un mondo di imperi, un impero del mondo

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PARTE PRIMA. India, 1750-1799 1. Conquiste

23 25

1.1 La guerra del mondo 25 – 1.2 Commercio di conquista 31 – 1.3 Clive of India, Clive of Britain 40 – 1.4 L’impero smascherato 48

2. Attraversamenti

55

2.1 Oltre la frontiera 55 – 2.2 Capitale camaleontica 62 – 2.3 Orientalisti? 73 – 2.4 Intenditori? 82

3. Compromessi

93

3.1 Lasciare l’India 93 – 3.2 Insediarsi 102 – 3.3 Restare 113 – 3.4 Eredità 118

PARTE SECONDA. Collisioni imperiali, 1798-1801 4. L’invasione dell’Egitto

129 131

4.1 Nuova guerra, nuovo impero 131 – 4.2 Verso ovest 139 – 4.3 Impero premeditato 147 – 4.4 Abdallah Bonaparte 153

5. La conquista di Srirangapatnam

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5.1 Cittadino Tipu 165 – 5.2 L’Alliance Française 170 – 5.3 Una relazione pericolosa 180– 5.4 Dopo la caduta –194

6. Gli oggetti della vittoria 6.1 Trofei 195 – 6.2 Un Grand Tour tropicale 204 – 6.3 Dal Kaveri al Nilo 215

195


PARTE TERZA. Egitto, 1801-1840 7. Rivali

227

7.1 Espansione sotto copertura 229 – 7.2 Guerra, collezionismo e pace 234– 7.3 Personale e politico 245– 7.4 Un dilettante all’estero 251

8. Trasferimenti

261

8.1 I partigiani 261– 8.2 Il patriota 268 – 8.3 Uno scontro di reinvenzioni 276 – 8.4 Gentiluomini e capitalisti 282

9. Reintegri

295

9.1 I due Egitti 295 – 9.2 La rivincita della Francia 301– 9.3 Protettori e distruttori 307– 9.4 Ricollezionare 319

Conclusioni. Collezionare un impero

327

Ringraziamenti Nota sulle fonti Note Bibliografia Indice dei nomi Indice delle illustrazioni

343 347 351 403 426 441


Introduzione Un mondo di imperi, un impero del mondo

Era una limpida mattina d’autunno a Calcutta, poco dopo la festività di Durga Puja. In fondo a un vicoletto torreggiava un simulacro gigantesco della bianca dea dalle dieci braccia, incarnazione femminile di Shiva, costruito con fusti di bambù, cartapesta e notevoli quantità di vernice dalle tinte sgargianti in occasione della festa. Camminando avevo appena attraversato quello che sembrava essere il luogo centrale di stoccaggio delle banane: interi rami con le loro cascate di frutti, dopo essere stati scaricati dai camion, venivano accatastati in cumuli alti fuori da una baracca di legno. Svoltando ancora mi inoltrai in una strada impregnata dell’odore di olio bruciato, dove uomini seduti preparavano palline di laddoo, i tradizionali dolcetti giallo chiaro, e dopo averli fritti li raccoglievano in alte piramidi. Ma lì in fondo c’era la visione più inattesa: un’imponente villa palladiana, con tanto di cancellata di ferro battuto, si stagliava oltre i vicoli angusti come un fondale dipinto. Il Palazzo di marmo, così si chiama, è solo in parte un’abitazione. Fin da quando fu edificato, nel 1835, i proprietari, una famiglia di induisti ortodossi di nome Mullick, riempirono la loro residenza di oggetti e opere d’arte provenienti da tutta Europa e l’aprirono al pubblico, il che rende il Palazzo di marmo il «primo museo di arte occidentale» dell’India. Avrei saputo di più sul contenuto e la storia del Palazzo di marmo in un altro momento, ma quel mattino, mentre passavo accanto agli estri barocchi del giardino prospiciente la villa e salivo la gradinata bassa ebbi la sensazione di muovermi in un mondo alternativo, meravigliosamente sconosciuto. Mi sedetti su un divano in pelle dall’alto schienale screpolato nella sala del biliardo. Immagini di divinità greche in marmo e gesso sbirciavano dalle pareti, mentre i ventilatori appesi al soffitto incombevano dall’alto simili alle eliche di bombardieri della Seconda guerra mondiale. La città strombazzante era a poche decine di metri di distanza, eppure l’unico suono


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udibile qui era il canto degli uccelli proveniente da una voliera nel giardino sul retro. Era come un Dickens in versione locale. È molto facile soffermarsi sull’assoluta peculiarità culturale di un posto del genere, chiaramente frutto di sensibilità individuali e in evidente contrasto con ciò che lo circonda. Cosa succede se lo si vuole capire dall’interno? Ho visitato il Palazzo di marmo nel corso della mia ricerca sulla storia culturale dell’Impero britannico. La maggior parte di ciò che avevo letto sull’impero e la sua cultura forniva un’immagine dettagliata, per quanto piuttosto insidiosa, di come i colonizzatori europei bianchi avessero cercato di soppiantare, sottomettere o denigrare in ogni modo le genti e le comunità non europee che incontravano. Tradizionalmente si è prestata attenzione agli atteggiamenti degli europei nei confronti dei non europei, sottolineando i conflitti più che le convergenze. Ma ecco che qui possiamo osservare qualcosa di abbastanza diverso: un luogo le cui radici affondano parimenti nelle due culture, quella orientale e quella occidentale, vestigio di un impero ancora vivo e vegeto. Mi chiesi che effetto avrebbe fatto aprirsi un varco nella storia da questa prospettiva. Come sarebbe stato l’impero visto dall’interno? Il Palazzo di marmo è solo una delle molte, inattese, giustapposizioni di Oriente e di Occidente in cui mi sono imbattuta durante la stesura di questo libro. Il mio cuore perse un battito quando trovai alcune lettere dell’imperatore moghul nel deposito di un archivio sulle Alpi francesi, avvolte in nastri sottili e conservate in un malconcio scrigno metallico, come abbandonate dal giorno in cui furono lette dal loro destinatario savoiardo duecento anni prima. Un pomeriggio arroventato, tra le rovine deserte di un tempio egizio, scoprii il nome di un diplomatico inglese, ormai defunto, debolmente inciso nella pietra: un triste graffio d’immortalità. Poi un giorno a New York, sotto la volta a vetri del Metropolitan Museum of Art, scorsi sul muro interno del tempio di Dendur la firma del suo acerrimo nemico. O in Toscana, quando visitai un’impeccabile villa arrampicata su una collina appena fuori Firenze, solo per trovare una spada con l’impugnatura a testa di tigre, portata via dalla città di Srirangapatnam, nel Sud dell’India, durante una delle battaglie più drammatiche dell’Impero britannico. Nessuna di queste testimonianze sporadiche, sparse tra il continente europeo e quello americano, oltre che in Gran Bretagna e nei suoi passati domini, appartiene a quel genere di documentazione che figura solitamente nei libri sulla storia dell’Impero britannico, narrata di regola in termini impersonali, talvolta dottrinari, spesso senza tenere conto del più vasto contesto europeo e mondiale. L’essenza di questo libro, al contrario, è data proprio da queste spoglie materiali e dalle loro storie: testimonianze lasciate da persone vissute in India o in Egitto, lungo i confini orientali di quello che divenne l’Impero britannico, all’epoca in cui furono tracciate durevoli linee di demarcazione culturali, sociali e politiche tra Orien-


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te e Occidente. Si tratta dei lasciti di uomini e donne che si confrontarono con le culture straniere in modo tangibile, da collezionisti. Persone che acquistarono, commissionarono, commerciarono, saccheggiarono, rubarono, arraffarono, cercarono. Che conservarono e al tempo stesso distrussero. Che spostarono e bramarono, persero e ricordarono. Con le loro vite e le loro eredità costruirono un ponte tra Oriente e Occidente e formano una scorta affascinante per chi vuole addentrarsi in questa storia intima e poco conosciuta dell’impero. Le loro vicende rispecchiano anche la più vasta storia di come la Gran Bretagna mise insieme un impero, in India e altrove, in quel secolo cruciale che va dal 1750 al 1850. Nel 1750 la Gran Bretagna era un’isola in un mare di imperi. Anzi, era una piccola isola: con i suoi otto milioni di abitanti era appena la metà della Francia, sua storica nemica, uno squilibrio che causava una tremenda ansia alla nazione.1 Anche l’impero coloniale britannico era relativamente modesto. Sulla scena atlantica Spagna e Portogallo erano ancora le potenze maggiori, mentre la Francia lanciava una grande sfida. Benché le colonie britanniche in America del Nord facessero impallidire la Nuova Francia (vantavano due milioni e mezzo di coloni, mentre quelli francesi erano appena settantamila), la Francia minacciava di congiungere i suoi insediamenti nei Grandi Laghi con quelli lungo il Mississippi, cosa che avrebbe strangolato le tredici colonie inglesi e avanzato pretese sulle seduzioni del West. Nel Mediterraneo e in Medio Oriente la presenza britannica era minima, se paragonata a quella di Francia, Spagna o degli stati italiani. In India manteneva basi commerciali lungo la costa, ma era solo una delle molte nazioni europee, tra cui figuravano Portogallo, Paesi Bassi, Francia e Danimarca. I commerci verso l’Estremo Oriente e il Sudest asiatico erano dominati da Spagna, Portogallo e Paesi Bassi (gli olandesi controllavano le ricche isole delle spezie che formano l’attuale Indonesia); il Pacifico meridionale, che in seguito sarebbe stato teatro di intensa rivalità anglofrancese, sarebbe rimasto sostanzialmente inesplorato dalla Gran Bretagna fino a quando il capitano James Cook salpò per il primo viaggio nel 1768. Ma nel 1850 il mondo e il ruolo della Gran Bretagna avevano assunto un aspetto radicalmente diverso. La Gran Bretagna era diventata la nazione più importante e più ampiamente industrializzata, con una popolazione quasi tre volte superiore a quella del 1750 in gran parte inurbata. A differenza di quasi tutte le altre regioni d’Europa era rimasta immune alle devastazioni causate da invasioni, rivoluzioni e guerre civili e, in ambito europeo, godeva di un’autorità politica e diplomatica senza precedenti, oltre che del primato industriale, commerciale e finanziario. Degli antichi rivali sui domini d’oltremare pochi erano ancora in grado di competerle: tra le vecchie potenze coloniali solo la Francia poteva ancora offrire un qualche contrappeso, dopo avere rilanciato il suo impero con l’invasione dell’Algeria nel 1830. Ma a cavallo del Diciannovesimo secolo quelli


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che si sarebbero rivelati i maggiori sfidanti al potere globale britannico si stavano ancora formando: Stati Uniti e Russia, i due imperi in corsa per il Pacifico. Nel 1850 l’Impero britannico abbracciava un quarto del globo e andava da Ottawa a Auckland, da Città del Capo a Calcutta, da Singapore a Spanish Town. Un abitante su cinque della popolazione mondiale era suddito della regina Vittoria; milioni di altre persone (in Argentina o in Portogallo, tanto per fare qualche esempio) vivevano in stati finanziati e indirettamente controllati dalla Gran Bretagna. Questa incredibile espansione geografica portò anche a un’uniformità – di propositi, persone e culture – che collegava le molte e diverse parti dell’impero. L’Impero britannico avrebbe sempre avuto i suoi critici, in patria e nelle colonie; sarebbe sempre stato più coeso di nome (o su una carta geografica) che di fatto. Ma nel 1850 molti britannici vedevano ormai l’impero come parte fondante della Gran Bretagna stessa, una componente chiave dell’identità nazionale. L’impero era sorto e niente ne presagiva il tramonto. Questo libro narra dell’ascesa britannica al potere mondiale lungo i confini orientali: India ed Egitto. Due regioni, queste, che sarebbero diventate i pilastri geopolitici dell’Impero britannico in Oriente, dove l’influenza della Gran Bretagna si espanse maggiormente a partire dal 1750. Sarebbero diventate le fondamenta della visione occidentale dell’Oriente, i luoghi in cui l’incontro dell’Europa con la diversità culturale avrebbe raggiunto la massima varietà e complessità. Il mio testo si muove ai confini dell’impero in termini spaziali e temporali, nell’epoca che precedette l’istituzione dei limiti formali del dominio britannico, nella prospettiva di persone e luoghi ai margini del potere metropolitano. Questa storia dell’imperialismo britannico è anche la storia dell’Impero francese e del ruolo giocato dalla rivalità anglofrancese nel definire gli interessi delle due nazioni in Oriente. Ma, soprattutto, questo libro riguarda il modo in cui le persone in carne e ossa percepirono l’espansione imperialistica. Che cosa si provava a vivere in quel vasto mondo in movimento? E che aspetto aveva quel mondo agli occhi dei collezionisti? Avendo scelto di indagare l’espansione dell’impero attraverso una particolare attività e coloro che la praticarono – il collezionismo e i collezionisti – ho deliberatamente optato per un approccio non convenzionale. In parte per recuperare nuovi profili ed esperienze del passato. In parte, e soprattutto, per offrire in termini più generali, attraverso vicende particolari, una prospettiva diversa sul rapporto tra cultura e imperialismo. Non considero il collezionismo l’espressione trasparente o programmatica di un potere imperiale, la manifestazione di un «progetto imperiale». La storia del collezionismo rivela piuttosto le complessità di un impero; mostra come potere e cultura si intreccino in termini complicati, fortuiti e spesso contraddittori. Invece di vedere il collezionismo come manifestazione del potere imperiale, io vedo l’Impero britannico stesso come una specie


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di collezione: fu messo insieme pezzo dopo pezzo, si definì nel corso del tempo, modellato da circostanze, accidenti e intenzioni. Gli uomini e le donne che popolano queste pagine non appartengono, nella maggior parte dei casi, a quella tipologia che compare di solito nei libri di storia. In primo luogo, non sono definiti da caratteristiche convenzionali come l’occupazione, la religione, la classe sociale o anche solo l’etnia o la nazionalità, ma dal fatto di avere condiviso un’attitudine e un interesse trasversali all’intera società imperiale. Tra loro figurano principi, ufficiali, funzionari e mercanti ma anche turisti, mogli, artisti e avventurieri; si spazia da nomi storici famosi come Napoleone Bonaparte e Robert Clive a illustri sconosciuti come Henry Salt, umile diplomatico inglese, o l’eccentrico soldato di origine irlandese Charles «Hindoo» Stuart. È inevitabile che sia in parte arbitrario definire qualcuno come collezionista e, malgrado tra le persone qui descritte alcune si siano dedicate con passione all’acquisizione di oggetti, altre si sono ritrovate a collezionare più che altro in ragione delle circostanze che li portarono ad avere casualmente per le mani determinati manufatti. Tutti condividevano però una caratteristica determinante: si sono serviti degli oggetti per promuovere, perfezionare o modellare il proprio ruolo sociale. Il collezionismo fu un mezzo di autoaffermazione.2 In effetti il legame tra collezionismo e autoaffermazione fu in sé un fenomeno interculturale, comune tanto agli europei, che apprezzavano il collezionismo artistico come segno distintivo del vero gentiluomo, quanto ai principi indiani, che collezionavano oggetti provenienti da terre lontane per aumentare il loro carisma personale. I collezionisti imperiali superavano gli spartiacque delle differenze culturali. È facile parlare di «scontro di civiltà» quando si distillano le culture fino a un punto di astrazione suprema. Le persone reali, nel mondo reale, non vivono necessariamente le altre culture in termini monolitici o conflittuali e attraverso le vicende dei collezionisti si chiarisce fino a che punto il processo di incontro culturale abbia a che fare tanto con l’incrocio e la mescolanza quanto con la separazione e la divisione. Recuperare una visione della vita all’interno di un impero nella sua varietà multiforme, con i suoi vari punti di empatia, sembra oggi particolarmente importante dal momento che l’approccio prevalente al dibattito sull’impero è di tipo astratto e ideologico, mentre manca la volontà di confrontarsi e capire le culture altrui. Queste vicende servono anche a controbilanciare la tendenza tipica degli studiosi postcoloniali a ritrarre la collisione dell’Europa imperialistica con il resto del mondo in termini sostanzialmente ostili, come una questione a senso unico: la triste, squallida storia di come le potenze occidentali imposero la loro egemonia tecnologica, economica, militare e culturale sulle società non occidentali. Dal pionieristico Orientalismo di Edward Said del 1978, che pone l’enfasi sulla capacità del discorso occidentale di definire e dominare l’Altro, l’orientale, all’in-


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fluente rivista indiana Subaltern Studies e fino a lavori più recenti sulle forme di ibridismo, si sono spese molte energie accademiche per ricostruire come l’Occidente abbia esercitato e manifestato il suo potere sul resto del mondo.3 In effetti, in larga misura, è questo che gli imperi europei cercarono di fare. Ma l’imperialismo non è una strada a senso unico; potere e cultura non procedono sempre di pari passo. Oltre a cercare di capire come si esercitò il potere europeo sugli altri, occorre anche tenere conto di come gli altri lo cambiarono e lo misero in discussione. Gli archivi sono stracolmi di storie ancora tutte da narrare di persone che vissero ai confini orientali dell’impero e le cui esperienze meritano di essere indagate e approfondite: interpreti o civili al seguito dell’esercito, per esempio, ma anche soldati semplici (su cui è sorprendente quanto poco sia stato scritto), o donne e bambini. I collezionisti sono guide eccellenti per chi vuole attraversare le frontiere dell’impero, perché si misurarono attivamente e tangibilmente con altre culture, e affrontarono questioni di status e autoaffermazione. Inoltre, importando oggetti in Europa, contribuirono attivamente a far conoscere le culture straniere. Molte collezioni di oggetti indiani ed egiziani che oggi appartengono ai più importanti musei – spesso attribuite a saccheggi e appropriazioni indebite da parte delle istituzioni – in realtà hanno all’origine le ambizioni e il gusto squisitamente personale degli individui qui ritratti. L’obiettivo centrale di questo libro è, quindi, quello di raccontare le loro storie che, esattamente come frammenti di specchio cuciti sulle stoffe ricamate del Gujarat, riflettono le sfaccettature del mondo più vasto in cui sono ambientate. E che visione si ha poi dell’insieme quando si comincia dal particolare? Quel che mi preme, accanto e attraverso queste storie, è vedere come il più ampio processo dell’imperialismo britannico in Oriente sia stato caratterizzato da una complessità e un’incertezza maggiore di quella lasciata intendere dalle ricostruzioni tradizionali. Anche in questo caso, l’immagine dell’impero che ne emerge può sembrare insolita. Ci fu un tempo in cui si evocava l’ascesa dell’Impero britannico in termini di trionfale progresso: un «ordine divino», qualcosa di certo e di buono.4 E c’è chi ancora la ricostruisce in questi termini. Altrettanto faziosi, seppure di stampo politico completamente opposto, sono i ritratti dei nazionalisti postcoloniali che dipingono l’impero come un gigante insidioso. Nessuno di questi approcci ottiene il sostegno incondizionato degli storici seri, eppure nel dibattito odierno perdurano i riferimenti teleologici, nel senso di un esito inevitabile: l’uomo bianco vinse e si caricò del fardello, il colonizzato fu escluso.5 Questo libro, al contrario, mette in evidenza gli ostacoli al successo imperiale britannico, dal momento che quell’espansione fu contrastata fieramente sia dalle potenze indigene sia dai rivali europei, specialmente dalla Francia; inoltre la sua qualifica di «britannica»


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è opinabile, giacché la Gran Bretagna, in termini di uomini e sostegno, dipendeva fortemente dagli europei continentali e poi, in misura sempre crescente, dai sudditi dell’impero. Vedere le crepe e le insicurezze del potere britannico aiuta a spiegare quando e perché l’impero abbia assunto le sue forme peculiari.6 Mentre la maggior parte dei testi sull’espansione britannica sono parchi di notizie sui rivali e sugli antagonisti della Gran Bretagna, la prospettiva che qui si offre riguarda il più ampio contesto in cui la potenza britannica si formò e fu sfidata. In primo luogo, per capire la storia dell’Impero britannico occorre fare riferimento alla storia della Francia e del suo impero, nello specifico, come a una storia di guerra anglofrancese. Dall’inizio della guerra dei Sette anni nel 1756 alla battaglia di Waterloo nel 1815, un periodo di circa sessant’anni, Gran Bretagna e Francia si combatterono per più di trenta: il corrispettivo settecentesco di una moderna «guerra totale». In Gran Bretagna, la guerra contro la Francia monopolizzò la politica, la finanza e la cultura;7 in Francia, la guerra contro la Gran Bretagna ebbe conseguenze catastrofiche per lo stato, l’economia e, in definitiva, per la monarchia stessa. Fu anche una guerra globale, combattuta su diversi continenti in difesa degli interessi imperiali, e che influì in modo decisivo sul ritmo, sui moventi e sugli obiettivi delle mire espansionistiche britanniche e francesi. Anche dopo Waterloo, quando l’egemonia britannica mondiale raggiunse il suo apice, la Francia continuò a influenzare l’espansione e le mire imperiali britanniche. Nell’Impero ottomano, su cui entrambe le potenze avevano delle ambizioni, la Francia sembrava almeno in posizione di vantaggio. Persino in India, dove lo stereotipo vuole che le ambizioni francesi fossero naufragate negli anni sessanta del Settecento, alcuni uomini politici francesi covarono sogni di rivalsa tramite alleanze nel Punjab. In breve, scrivere la storia dell’Impero britannico escludendo la Francia sarebbe come scrivere degli Stati Uniti durante la Guerra fredda ignorando l’Unione Sovietica. La Francia esercitò un’influenza pregnante sulla formazione dell’Impero britannico moderno. La seconda ragione per cui il mio affresco sull’Impero britannico differisce dalla maggior parte degli altri è perché pone l’accento sui luoghi in cui il potere britannico si esercitò in termini non ufficiali o come potenza ancora in formazione, più che su quelli che conquistò, occupò e dominò apertamente. Impero è un termine flessibile e interpretarlo in modo flessibile permette di capire l’intero spettro di meccanismi con cui le potenze europee perseguirono e costruirono i loro domini nel corso del tempo. L’Egitto non entrò ufficialmente a far parte dell’Impero britannico fino al 1914, quando divenne un protettorato. Persino l’India, celebrata a fine del Diciannovesimo secolo come il «gioiello della corona» imperiale, non fu mai completamente britannica. Quando, nel 1947, raggiunse l’indipendenza un buon terzo del subcontinente indiano era ancora nelle mani di principi nominalmente indipendenti. E prima del 1857, nell’intero ar-


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co di tempo coperto da questo libro, le regioni dell’India effettivamente britanniche non furono soggette al controllo diretto del governo di Londra, bensì a quello della Compagnia delle Indie orientali, una società privata sottoposta solo in parte al controllo parlamentare. Lungo tutto quest’arco di tempo, l’Egitto e gran parte dell’India continuarono a essere rette dai rispettivi potentati orientali preesistenti: gli ottomani e i moghul. Anche se, all’occorrenza, i regimi moghul e ottomano potevano dare l’impressione di non essere che specchietti per le allodole in rapporto all’impero europeo, la loro persistenza fu importante per svariate ragioni: in primo luogo lasciava intendere come la Gran Bretagna e, per certi versi, la Francia traessero la loro legittimazione imperiale da antiche riserve di potere non europee. Ma significava anche, in particolare nel caso dell’India, che le commistioni culturali erano inscritte nel funzionamento stesso dello stato imperiale, in tutto ciò che andava dal sistema legale e dalla riscossione delle imposte ai rituali, ai ranghi sociali e alle truppe. Le potenze europee ereditarono, e spesso echeggiarono volontariamente, le modalità di governo moghul e ottomane. In più, finché resistettero i sovrani fantoccio moghul e ottomani, poté proseguire il gioco tra potenze europee che lottavano dietro le quinte per esercitare la loro influenza. Sotto tutti questi aspetti, il dominio britannico sui territori moghul e ottomano prese forma come qualcosa di molto meno britannico e formale di quanto le sue incarnazioni successive hanno lasciato pensare. Tra il 1750 e il 1850 la Gran Bretagna collezionò a partire dal Bengala, nell’arco di cent’anni, un impero orientale che, con l’aggiunta progressiva di altri domini, si estese fino e oltre l’India. Questo non è certo per dire che l’espansione imperiale fu priva di metodo, o per negare che si trattò di un’epopea grandiosa. Non è vero che la Gran Bretagna acquistò il suo impero, come recita il famoso detto dello storico vittoriano John Robert Seeley, «in un momento di distrazione».8 Perlomeno, come sapeva Seeley, fu un momento lungo diversi decenni, e in guerra contro la Francia. Nel definire l’espansione imperiale britannica dell’epoca un chiaro fenomeno di collezionismo, voglio anche suggerire che fu più frammentario, contingente e incerto, e per molti versi collaborativo, di quanto la comune espressione «progetto imperiale» lasci intendere. La Gran Bretagna stessa assomigliava a un collezionista per due importanti aspetti. Come i singoli collezionisti descritti in questo libro, era in un certo senso marginale. Marginale rispetto ai moghul, agli ottomani e ad altri regni indigeni, le cui risorse materiali e tecnologiche facevano impallidire, e la cui forza lavoro era assai superiore alla propria. Ma anche, come certamente sentiva di essere, marginale rispetto agli altri rivali europei, in primo luogo la Francia. E, come altri collezionisti, la Gran Bretagna usò la collezione per reinventare se stessa, per definire il senso del proprio disegno imperiale. Nel 1750 l’Im-


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pero britannico era essenzialmente atlantico, coloniale e mercantile, sorretto da un’ideologia di protestantesimo e libertà.9 Era scientemente diverso dagli imperi territoriali dell’Europa cattolica, dai regimi orientali e persino da quelli della Roma antica, che suscitavano forti critiche perché tirannici, dispotici e autocratici.10 Eppure l’impero di cui la Gran Bretagna era entrata in possesso nel 1850 era sostanzialmente questo: un’entità transcontinentale creata dalle conquiste, che esercitava il governo diretto su milioni di sudditi inequivocabilmente stranieri. Ancora più rilevante è che molti britannici, così scettici sugli imperi territoriali solo poche generazioni prima, ne andassero fieri. Infatti se la guerra contro la Francia aveva effettivamente consegnato un nuovo impero alla Gran Bretagna, aveva anche consolidato un nuovo giudizio sul suo ruolo di nazione e di potenza imperiale.11 I liberali britannici del primo Diciannovesimo secolo cominciarono ad articolare un’ideologia politica nuova, che includeva nazione e impero in un insieme di termini condivisi.12 Grazie alle riforme liberali avvenute intorno al 1837, anno di ascesa al trono della regina Vittoria, i sudditi cattolici ottennero il diritto a sedere in parlamento, i sudditi indigenti quello a essere nutriti e alloggiati a spese dello stato (per quanto in termini sgradevoli) e i sudditi della classe media, gran parte per la prima volta, quello di voto. Un altro elemento cruciale: dal 1833, con l’abolizione della schiavitù, nessun cittadino britannico poté detenere legalmente schiavi o essere schiavo. Le ramificazioni imperiali dell’ideale liberale si espressero con suprema chiarezza in una visione neoromana dell’impero, destinata ad abbracciare tutti i sudditi e renderli partecipi dei diritti britannici. Fu questo il concetto chiaramente espresso nel discorso pronunciato nel 1850 da Lord Palmerston, ministro degli Esteri britannico di origine angloirlandese, educato in Scozia, poliglotta e dichiaratamente imperialista quando, ergendosi a difesa di un suddito imperiale oltraggiato, proclamò: «Come il romano dei tempi antichi si sentiva al riparo da qualunque umiliazione, se poteva dire civis romanus sum, così anche il suddito britannico, in qualunque terra egli si trovi, deve sentirsi fiducioso che l’occhio vigile e il braccio forte dell’Inghilterra lo proteggeranno contro l’ingiustizia e il torto».13 Chi era il suddito in questione? Don David Pacifico, un ebreo portoghese nato a Gibilterra (e per questo cittadino britannico), residente in Grecia. C’era del teatrino politico, per non dire moralismo, in tutto questo. Comunque Palmerston e i suoi pari riconoscevano una verità riguardo all’espansione imperiale che oggi, con tutta l’enfasi sulle modalità con cui l’Impero britannico operò per escludere qualsiasi alterità rispetto al predominio del maschio bianco e cristiano, è facile perdere di vista. Gli imperi includono popoli e culture.14 Quando i loro confini crescono, anche se si irrigidiscono, contengono di più al loro interno. La sfida centrale per la sopravvivenza della Gran Bretagna del Diciannovesimo secolo come impero e come nazione fu quella di trovare modi per


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conciliare le diversità, specie nelle terre d’oltremare. Naturalmente i paradossi ci furono. Ma espansione imperiale, britannicità e inclusione interculturale erano inseparabili e, per quanto goffo, maldestro e arduo fosse il loro progredire, arrancavano uniti. Questo non vuole dire che l’Impero britannico (o qualunque altro) fosse in qualche modo immune da razzismo, repressione, violenza o pregiudizi di ogni genere. Ma non bisogna attribuire l’atteggiamento del «fardello dell’uomo bianco» di fine Diciannovesimo secolo a quel primo intrecciarsi di esperienze umane, più complicato e denso.15 Non fu l’ethos sciovinista, comunemente associato all’Impero britannico, a guidare l’espansione imperiale in Oriente; al contrario, fu qualcosa che si consolidò solo dopo che gli europei ebbero stabilmente accumulato influenza nei domini orientali, nel contesto della guerra globale anglofrancese. E questo ethos imperiale è una formulazione fuorviante e inaccurata che va rifiutata, perché l’egemonia britannica non fu mai così totale come i suoi sostenitori (o molti dei suoi odierni critici) vorrebbero lasciare credere. In realtà, in una certa misura, il «fardello dell’uomo bianco» fu una sorta di pia illusione, un modo per giustificare e risarcire, con un proposito retorico e morale, le debolezze e le contraddizioni fondamentali insite nel dominio imperiale britannico. Per raccontare come la Gran Bretagna abbia collezionato il suo impero orientale ho suddiviso il testo in tre sezioni cronologiche, spostandomi dall’India all’Egitto, anche se le parti potrebbero tranquillamente riguardare luoghi, poteri e personalità. La prima parte del libro, che descrive nel dettaglio il cosmopolitismo dell’India alla fine del Diciottesimo secolo, comincia con l’acquisizione del Bengala da parte della Compagnia delle Indie orientali e con le ambizioni di scalata sociale del suo comandante in capo – e collezionista – Robert Clive, che mirava a conquistare un ruolo di riguardo nella società britannica. Ci si sposta poi nella vivace città di Lucknow, nell’India settentrionale, poco al di là dei confini territoriali controllati dalla Compagnia, che prosperava dando rifugio a collezionisti e camaleonti culturali di ogni genere. La seconda parte è incentrata su un momento cardine della collezione dell’Impero britannico: l’invasione francese dell’Egitto nel 1789 e la conquista britannica di Srirangapatnam, nell’India meridionale, nel 1799. Anche se combattute in due continenti diversi, e contro due diversi avversari musulmani, queste campagne furono in realtà due fronti della stessa guerra anglofrancese. Insieme segnarono il passaggio della politica imperiale britannica in direzione di una conquista attiva, di un «collezionare» territori lungo le frontiere e i confini dell’India. In quegli anni Gran Bretagna e Francia divennero anche collezioniste di oggetti come mai prima di allora; in particolare, quelle campagne portarono i primi trofei dell’impero a essere esposti in pubblico in Gran Bretagna. L’ultima parte del libro segue le orme del collezionismo e dell’impero in Egitto a inizio Diciannovesimo secolo, dove la mai sopita rivalità


Introduzione

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anglofrancese per l’influenza politica si manifestò sotto forma di guerra aperta per la collezione di antichità. La mia riflessione verte infine sui modi in cui, anche in un’epoca di più rigide stratificazioni culturali, il collezionismo alle frontiere dell’impero, sia individuale sia pubblico, continuò a sovvertire, manipolare e distorcere i confini culturali con effetti durevoli. Il cliché dell’impero di fine Diciannovesimo secolo con il tripudio di corone e trombe (o per essere più precisi, caschi coloniali e cornamuse), di campanili bianchi tra i palmeti, gin tonic sorseggiati sulle verande di club e inglesi rubicondi serviti da schiere di personale indigeno è così familiare che talvolta si fatica a ripensare al prima, all’epoca che precedette l’ideologia della «missione civilizzatrice» imperiale. Questo libro si sforza di fare proprio questo: tornare ai tempi e ai luoghi in cui le persone vissero, amarono, combatterono e si immedesimarono in modi considerevolmente più complessi di quanto lo sciovinismo imperiale successivo, o anche solo molte trattazioni attuali, potrebbero lasciar pensare. Questo libro, soprattutto, è un appello a restituire una dimensione umana alla storia dell’impero, spesso declinata in termini astratti sia da chi si limita a fare doviziose cronache delle conquiste sia da chi critica il discorso imperiale in ottica postcoloniale. I collezionisti e il loro mondo sono scomparsi, ma gli oggetti che hanno collezionato, spostato e messo insieme sono ancora una prova concreta della loro passione. In Gran Bretagna e nelle sue colonie di un tempo letteralmente sparse per il globo, gli oggetti danno una concreta testimonianza di quei contatti umani che sostenevano le dimensioni, altrimenti inconcepibili, della globalizzazione e dell’impero. Non è mia intenzione fare in alcun modo propaganda o apologia di imperi passati, presenti o futuri. Gli imperi sono un fatto della storia universale. La domanda importante che questo libro si pone non è se siano «buoni» o «cattivi», ma come agiscono, su chi influiscono e come. La storia qui narrata riflette su un’epoca imperiale recente, ciò perché si reputa necessario fare appello a quest’epoca per tenere a mente l’ingrediente essenziale per raggiungere rapporti umani, internazionali, fruttuosi: il prendere a prestito, l’apprendere, l’adattarsi e il dare. Il collezionare e il ricordare.


parte prima

India 1750-1799


1. Conquiste

1.1. La guerra del mondo La maggior parte dei resoconti storici su Gran Bretagna, Francia e i rispettivi imperi non comincerebbe dall’Est ma dall’Ovest: dall’America del Nord, dove la costa atlantica era controllata dalle tredici colonie britanniche e dalla Nuova Francia e dove le due potenze se ne contendevano il predominio fin dall’inizio del Seicento. L’antagonismo si acuì al massimo grado a metà del Diciottesimo secolo, durante la guerra dei Sette anni; al centro dello scontro c’era l’allettante prospettiva di accedere alla distesa di terra oltre la frontiera della Pennsylvania. Di fatto Gran Bretagna e Francia stavano combattendo per il futuro del Nord America, per chi avrebbe conquistato il diritto a plasmarlo e quale impero avrebbe prosperato. Forse anche questa storia dovrebbe cominciare all’Ovest, nell’estate del 1759 sulle rive del fiume San Lorenzo, teatro del più noto episodio della guerra imperiale anglofrancese del Diciottesimo secolo, la battaglia del Québec, vivido esempio di alcuni schemi ricorrenti nel conflitto tra Gran Bretagna e Francia. La guerra era stata dichiarata nel 1756 e, da allora, i tentativi di avanzata britannica nella Nuova Francia erano stati frustrati. Ma all’inizio dell’estate del 1759 un’offensiva delle giubbe rosse penetrò in Canada lungo il corso del basso San Lorenzo fino a raggiungere la città di Québec, una postazione chiave per i francesi. I soldati britannici rimasero accampati tutta l’estate vicino al fiume e posero sotto assedio la città, dotata di imponenti fortificazioni e appollaiata in alto sulla scogliera. Ma i francesi, sicuri della loro posizione e dei loro numeri, resistettero implacabili e respinsero i tentativi di assalto sferrati dal basso dai britannici. A settembre il comando britannico elaborò un piano per colpire la città di Québec dall’alto e attirare il nemico in uno scontro in campo aperto sulla piana di Abraham, al nord. Era una manovra audace: la scogliera era ripida, la cit-


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tà era forte e i britannici molto inferiori in numero, ma ormai, dopo tre mesi di assedio, era quella la mossa da tentare. Nella notte del 12 settembre 1759 una silenziosa flottiglia di imbarcazioni britanniche attraversò le acque infide del San Lorenzo e sbarcò sull’altra riva quasi cinquemila uomini, che si inerpicarono su per la scogliera segnata da una sottile linea rossa. Il sole sorgeva tra le nebbie di una bassa foschia, mentre si diffondeva l’odore nero e pungente della terra umida impregnata di acqua, la pioggia era cessata: era un giorno come un altro per la battaglia. Dietro le spesse mura di pietra della città di Québec il comandante francese, marchese de Montcalm, non dormiva: aveva sentito il fuoco di un cannone nella notte e sapeva di avere qualche problema in vista. Al mattino radunò gli uomini e uscì dalla città in perlustrazione per vedere che cosa fosse successo. Che i britannici fossero riusciti ad ammassare qualche centinaio di uomini su per la scogliera? Ad aspettarlo trovò invece uno spettacolo sbalorditivo. Davanti a lui, a poco più di un chilometro, c’era l’intera forza britannica, migliaia di giubbe rosse come fuochi nella nebbia. Non restava che attaccare. Alle dieci i francesi caricarono per andare a farsi abbattere a quaranta passi dalle linee inglesi dal fuoco di fila dei moschetti. Mentre si diradava il fumo, in mezzo a quel caos di corpi, i britannici partirono al contrattacco. I francesi, confusi e spaventati, si sparpagliarono davanti a loro. «Scappano, guarda come scappano!» urlò un soldato britannico. «Nessuna disfatta fu più totale di quella del nostro esercito» avrebbe riferito un francese. Alle nove di sera di quello stesso giorno i francesi cominciarono a ritirarsi dal Québec, lasciando nelle mani dei nemici la città e le chiavi d’accesso al Canada francese. Quel che ci erano voluti mesi, o anni, a costruire, fu annientato nel giro di poche ore. Lo stesso anche per le vite dei comandanti, francese e britannico. Durante l’azione il marchese de Montcalm fu raggiunto da una pallottola al torace, e fu riportato in città ferito a morte mentre mormorava: «Non è niente, non è niente». La lunga notte della ritirata fu la sua ultima notte; secondo le parole dello storico Francis Packman il suo funerale, il giorno dopo, «fu il funerale della Nuova Francia». Sulla piana di Abraham il giovane generale britannico James Wolfe ambì a una morte più gloriosa. Mentre guidava la carica contro le linee francesi, fu ferito al polso da un proiettile. Continuò la corsa, finché altri due colpi lo raggiunsero all’addome e al petto. Wolfe cadde a terra. Alcuni ufficiali riferirono che durante la traversata del fiume, la notte prima, Wolfe avesse recitato l’Elegia scritta in un cimitero di campagna di Thomas Gray. Se fosse vero, un verso avrebbe echeggiato con particolare enfasi: «Le vie della gloria portano solo alla tomba». Come fosse un indizio, Wolfe spirò nei pressi del campo di battaglia, mentre intorno i suoi uomini caricavano per la vittoria.1 La vittoria del generale Wolfe in Québec è una delle scene madre della storia dell’Impero britannico: una rara, singola battaglia che davvero capovolse la


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situazione, o così sembrò. E, come nel caso di molte altre acclamate vittorie, la serie di deprimenti sconfitte che la precedettero ne enfatizzarono la teatralità. Ora, dopo tre anni di combattimenti, i britannici avevano finalmente qualcosa da celebrare: le voci si levarono in inni e preghiere di ringraziamento, le campane delle chiese rintoccarono a festa. Esplosero i fuochi d’artificio. Il fatale eroismo di Wolfe fu applaudito e rievocato in ballate popolari, drammi teatrali, pubblicazioni di resoconti di prima mano, quadri e stampe.2 La rappresentazione di gran lunga più famosa fece però la sua comparsa una dozzina d’anni dopo. La morte del generale Wolfe, dipinta da un promettente artista nato in Pennsylvania di nome Benjamin West, fu esposta alla Royal Academy nella primavera del 1771. Subito riprodotta in un’acquaforte di grande successo, emulata – e satireggiata – senza sosta, quella tela divenne all’istante un’icona dell’arte britannica. Parte del suo fascino dipendeva dalla straordinaria immediatezza: era oltremodo raro che i protagonisti dei grandi quadri settecenteschi a sfondo storico indossassero abiti moderni in luogo delle toghe classiche.3 Ma il motivo principale era il soggetto: un supremo scontro di civiltà. In America la guerra dei Sette anni è nota come guerra francoindiana, perché erano quelli i cattivi: gli aristocratici francesi smidollati, i gesuiti, gli indiani di raccapricciante ferocia. Schierati contro di loro, nel quadro di West, c’era il meglio dell’Impero britannico: tipici inglesi burberi e generosi

Benjamin West, La morte del generale Wolfe, 1771.


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nelle loro giubbe rosse, scozzesi avvolti nei tartan, vigorosi coloni delle fattorie del New England e un indiano statuario e pensieroso, venuto direttamente dalle foreste dell’Ontario (l’indiano, tra le altre cose, era pura invenzione di West; a combattere con Wolfe non ce ne furono). Questo era l’Impero britannico degli anni sessanta del Settecento così come voleva essere visto. Nulla indicava che fosse stato dipinto da un colono, e per giunta in un momento di tensione nelle relazioni anglo-americane. Grazie in parte alle sue mistificazioni lusinghiere, il quadro di West trasmise due nozioni chiave sulla guerra dei Sette anni: che si era trattato di una guerra tra la Gran Bretagna e la Francia per il potere imperiale e che quella guerra la Gran Bretagna l’aveva trionfalmente vinta. Eppure la perdurante popolarità di quel dipinto distoglie l’attenzione da quella che, in retrospettiva, potrebbe essere a buon diritto considerata la battaglia determinante di quella guerra. Per quanto le gesta di Wolfe in Québec fossero entrate nell’immaginario dei suoi pari (e di molti altri da allora), fu un’altra vittoria, poco precedente, dall’altro capo del mondo che in definitiva avrebbe avuto l’effetto maggiore sulla costituzione dell’Impero britannico. Risaliva a due anni prima, quando nel 1757 a Plassey, sulle rive caldoumide del fiume Hooghly, in Bengala, le truppe della Compagnia delle Indie orientali al comando di Robert Clive sconfissero il nawab del Bengala e imposero il loro dominio militare su un territorio più vasto della Gran Bretagna stessa. Per quanto distante dai focolai europei e nordamericani della guerra dei Sette anni, e malgrado si fosse trattato di uno scontro anglofrancese solo per interposta persona (si diceva che il nawab coltivasse alleanze con i francesi), la vittoria di Plassey mise in moto una serie di eventi che influirono sulla posizione globale della Gran Bretagna non meno profondamente della disfatta dei francesi in Québec. Sconfitto il nawab e insediato al suo posto un sovrano fantoccio manovrato dalla Compagnia delle Indie orientali, in Bengala la struttura del potere moghul fu definitivamente rimossa. La Compagnia siglò la propria vittoria nel 1765, quando l’imperatore le concesse il diwani, il diritto di riscuotere il prezioso gettito fiscale in Bengala. Da quel momento in avanti la Compagnia delle Indie orientali assunse le funzioni di stato, oltre che di società mercantile. Presto sarebbe stata l’India, e non le tredici colonie americane, a rivendicare il cuore dell’Impero britannico. Se si volesse determinare quando e dove nacque il moderno Impero britannico, la sua genesi andrebbe rintracciata nel corso degli scontri di ampia portata della guerra dei Sette anni. Molte conseguenze di quel conflitto, come il rafforzarsi del patriottismo imperiale britannico, avevano lunghi antefatti. E molti dei cambiamenti portati dalla guerra furono, in un certo senso, solo un prologo ai sovvertimenti provocati in seguito dalle guerre rivoluzionario-napoleoniche. Co-


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munque sia, la guerra dei Sette anni segnò una svolta per gli imperi di Francia e Gran Bretagna. Già solo per il teatro dell’azione, quella guerra superò i conflitti precedenti. A partire dal 1689 Francia e Gran Bretagna avevano già combattuto tre lunghe guerre sul continente europeo e, in misura sempre crescente, nelle colonie. Ma questa fu la guerra più furiosa, costosa ed estesa mai intrapresa dalle due nazioni. Si scontrarono ovunque, da Montreal alla Martinica, dalla foce del Gambia nell’Africa occidentale agli affioramenti rocciosi dell’India meridionale. E quasi dappertutto la Gran Bretagna vinse su una scala che sorprese persino i vincitori. Il primo ministro William Pitt il Vecchio, che aveva fatto del patriottismo la sua parola d’ordine, definì il 1759 il proprio annus mirabilis: in quell’anno Wolfe assicurò alla Gran Bretagna il dominio sul Canada, la Marina militare francese fu distrutta da quella britannica che si conquistò l’accesso al Mediterraneo, e a Minden, non lontano da Hannover, le forze britanniche contribuirono a realizzare la più preziosa delle imprese, una vittoria sul campo decisiva contro la Francia. Meno di un anno dopo Sir Eyre Coote inflisse un’altra pesante sconfitta alla Francia nel Sud dell’India, a Wandewash. Le Americhe, l’Europa continentale e l’India: era come se il mondo intero stesse cadendo nelle mani britanniche, e a spese della Francia. Ma la vittoria ha il suo prezzo. Dopo aver firmato il trattato di pace a Parigi nel 1763, la Gran Bretagna si trovò di fronte un impero vasto, dispendioso e remoto come mai prima d’allora. Servivano braccia per difenderlo, braccia che la Gran Bretagna cercava di regola nelle proprie periferie e nelle colonie: Scozia, Irlanda, America e, in misura sempre crescente, India. Servivano soldi per coprire quelle spese, soldi che la Gran Bretagna cercava sempre nelle colonie. Il famoso Stamp Act, approvato nel 1765, impose una tassa sul materiale a stampa nelle tredici colonie. Nel 1767 fu la volta dei Townshend Duties, che tassò le importazioni di beni dalla Gran Bretagna in America, compreso il tè, divenuto rapidamente un prodotto assai richiesto dai palati angloamericani, una delle merci più importanti commerciate nell’impero. La Gran Bretagna poteva giustificare, almeno in parte, quegli oneri come forma di contributo dei coloni ai costi necessari per la loro stessa difesa, ma ci fu chi le visse come misure non meno dispotiche di quelle imposte dai tiranni orientali ai loro imperi. Se la guerra dei Sette anni consegnò alla Gran Bretagna un impero più grande che mai, provocò anche le crisi finanziarie e politiche che avrebbero portato le tredici colonie a separarsi dalla madrepatria meno di vent’anni dopo. La guerra dei Sette anni ebbe effetti profondi sulla geografia dell’Impero britannico, perché se da un lato diede alla Gran Bretagna avamposti importanti in giro per il mondo, dall’altro fiaccò fatalmente la sua capacità di governare le tredici colonie. Ai cambiamenti sul dove la Gran Bretagna avesse il suo impero si


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accompagnarono cambiamenti sul tipo di impero posseduto. Gli storici utilizzano solitamente la Rivoluzione americana come spartiacque tra due epoche distinte della storia imperiale britannica: un primo impero di carattere atlantico, coloniale e mercantile, e un secondo impero, che ha come baricentro l’Asia, fondato su conquiste e governo diretto. Una contrapposizione, questa, fuorviante. Gli esiti della guerra dei Sette anni lasciarono presagire la nascita di un impero insieme atlantico e asiatico, commerciale e di conquista, e segnarono il sorgere dell’Impero britannico moderno, globale e radicato nel territorio, cui servivano enormi risorse umane, economiche e culturali per andare avanti.4 La guerra dei Sette anni ebbe anche un impatto tremendo sull’impero francese, ma non secondo il classico cliché per cui ne avrebbe decretato la fine (quasi nessuno storico si occupa dell’Impero francese tra il 1763 e l’invasione dell’Algeria nel 1830).5 In realtà, malgrado la sconfitta, la Francia riprese la sua eterna lotta contro la Gran Bretagna con rinnovato vigore. L’inchiostro sul trattato di pace non ebbe il tempo di asciugare che già lo scaltro primo ministro di Luigi xv, il duca di Choiseul, cominciava i preparativi per la guerre de revanche. L’esercito fu riformato e modernizzato, la marina potenziata in misura sostanziale: nel 1781 a Yorktown, durante la Rivoluzione americana, i successi della flotta francese contro i britannici furono così incisivi da accelerare la resa della Gran Bretagna. La Francia coltivò alleanze continentali, i suoi commerci con le isole caraibiche fiorirono e, per finire, rivolse a Est il suo ardente sguardo imperialista. Choiseul e i suoi successori perseguirono attivamente la possibilità di invadere l’Egitto, trampolino verso l’India, e inviarono l’ammiraglio Bougainville in esplorazione in cerca di nuove colonie nel Pacifico, suscitando la reazione britannica. Tradizionalmente la suddivisione della storia francese ricalca a tal punto i regimi politici (Ancien régime, Primo impero napoleonico, Restaurazione e così via) che spesso si perdono gli elementi di continuità,6 ma se si esamina la politica imperiale francese emerge un quadro assai più unitario. In particolare è da notare come alcune iniziative di Choiseul trovino eco sotto Napoleone, una generazione più tardi. L’imperialismo francese non morì dopo la guerra dei Sette anni, si limitò a cambiare accenti. Quindi la guerra dei Sette anni, invece di mettere fine alla rivalità anglo-britannica o a far pendere l’ago della bilancia definitivamente a favore della Gran Bretagna, aprì un nuovo capitolo nella storia degli imperi francese e britannico, imprimendo una svolta in direzione delle acquisizioni territoriali, il che comportò il governo diretto su sudditi inequivocabilmente stranieri. Portò inoltre a focalizzare l’attenzione sull’Oriente come luogo di brame imperialistiche, e fu lì che, da quel momento in avanti, in particolare in India, si sarebbe dispiegata la storia della rivalità francese e britannica. Nel corso del secolo successivo il potere britannico si espanse enormemente in India e, progressivamente oltre, in Egitto,


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Cina e Afghanistan. La Francia si dedicò con impegno a ostacolare l’espansione britannica in India e a costruire la propria influenza in Medio Oriente e in Nord Africa, dove all’alba del Novecento sarebbe diventata la potenza dominante. In breve, fu la guerra dei Sette anni ad alimentare la competizione anglofrancese per la conquista di un impero in Oriente che sarebbe divampata ed esplosa, più di trent’anni dopo, in India e in Egitto. Quale impressione si aveva dell’Impero britannico dai boschetti di manghi di Plassey, piuttosto che dalla piana di Abraham? Decisamente diversa, e sotto molti aspetti. A differenza della battaglia del Québec, a Plassey non si era combattuto per un’esplicita conquista territoriale, né lo scontro era avvenuto direttamente contro i francesi. In battaglia non erano scese le truppe della Corona, ma l’esercito privato della Compagnia delle Indie orientali e i suoi battaglioni di soldati indigeni, i sepoy, a difesa dei suoi interessi commerciali. E in contrapposizione al giovane intrepido (per quanto nevroticamente narcisista) Wolfe del Québec, Plassey portò alla ribalta un eroe assai più complicato ed equivoco: Robert Clive, che alcuni in patria acclamarono come «generale mandato dal cielo» ma che finì anche per essere attaccato pubblicamente, insieme all’impero che rappresentava. La storia dell’imperialismo britannico in Oriente ebbe inizio con Robert Clive e la battaglia di Plassey, perché fu allora che la Gran Bretagna cominciò a collezionare il suo impero in India e inaugurò quel processo di trasformazione interno da potere coloniale e mercantile, il cui baricentro era l’Atlantico, a dominio territoriale globale di uno stato-nazione imperiale. Fu sempre a Plassey che Robert Clive divenne il primo grande collezionista imperiale dell’India britannica, guadagnando un’immensa fortuna personale che gli sarebbe servita per diventare il più potente, e più vituperato, personaggio dell’emergente Impero britannico in Oriente.

1.2. Commercio di conquista In realtà la presenza britannica in India aveva avuto ufficialmente inizio centocinquant’anni prima di Clive, di Plassey e della guerra dei Sette anni, quando sul finire del Sedicesimo secolo la regina Elisabetta i, ormai anziana e fragile, con il viso pesantemente truccato e i ricci crespi, aveva concesso la patente regia per la costituzione della «Compagnia dei mercanti di Londra per il commercio con le Indie orientali». Fu uno degli atti finali del suo regno, e tra i più significativi. La Compagnia delle Indie orientali, com’era altrimenti detta, si vide così garantito il monopolio dei commerci inglesi con l’India e le isole delle spezie dell’Estremo Oriente. La Compagnia era formalmente una società per azioni, composta da investitori che compravano quote di spedizioni commerciali. Compagnie simili,


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nate con lo scopo di promuovere i commerci tra la Gran Bretagna e ogni angolo del globo, erano numerose: la Levant Company, la Muscovy Company, la Royal African Company, la Massachusetts Bay Company e la South Sea Company (la cui bolla speculativa scoppiò nel 1720 con esiti nefasti per le fortune di migliaia di persone). Anche Francia e Olanda gestivano i commerci con le terre d’oltremare attraverso compagnie monopolistiche di questo tipo. La Compagnia olandese delle Indie orientali (Voc) fu fondata nel 1602; la Compagnia francese delle Indie orientali, istituita da Colbert nel 1664, fu riorganizzata e consolidata nel 1719 dal brillante finanziere scozzese John Law con il nome di Compagnie des Indes, sia orientali sia occidentali. Queste erano le compagnie, il loro obiettivo era il profitto. Ma assicurarsi profitti in terre lontane, straniere e potenzialmente ostili richiedeva più che capacità affaristiche e investitori volenterosi. Ottenere in patria una lettera patente che autorizzasse i commerci era solo il primo passo. Per poter commerciare effettivamente bisognava conquistarsi partner e permessi oltremare. Negli imperi moghul e ottomano gli europei avevano bisogno del consenso delle autorità e dei mercanti locali per fondare filiali commerciali. E dal momento che tutte le compagnie europee erano in competizione per gli stessi mercati, i loro rappresentanti si davano continuamente da fare con i governanti locali per migliorare la loro posizione coprendoli di regali, promesse, favori e mazzette. Questa fu l’esperienza del primo ambasciatore britannico in India, Sir Thomas Roe, che nel 1615 si recò alla corte dell’imperatore Jahangir; quando venne il momento di affrontare l’argomento dei commerci e delle concessioni fiscali per la Gran Bretagna con il sovrano moghul: Egli mi chiese quali doni gli avremmo recato. Risposi [...] che nel nostro paese vi erano molte curiosità, di raro valore e prestigio [...]. Mi chiese che genere di curiosità fossero quelle di cui parlavo, se si trattasse di gioielli e pietre preziose. Risposi di no, che non ritenevamo degno offrirgli beni che in origine provenivano proprio da quelle regioni di cui egli era signore e sovrano [...] ma che avremmo cercato per Sua Maestà cose rare e mai viste qui, come eccellenti artifici di pittura, scultura, intaglio e smalto, figure in ottone, rame o pietra, ricchi ricami, oggetti d’oro e d’argento. Disse che andava tutto molto bene, ma che quello che lui desiderava era un cavallo inglese.

Impreparato a soddisfare i desideri dell’imperatore, Roe fu sopravanzato dall’abilità dei portoghesi, che offrirono a Jahangir «gemme, balassi e perle, con somma disgrazia per i nostri prodotti inglesi».7 Nel 1618, dopo tre anni abbondanti dalla sua richiesta d’udienza, la perseveranza di Roe fu premiata da un accordo con l’imperatore «per la nostra accoglienza e persistenza nei suoi domini».8


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Durante il secolo successivo e oltre, la Compagnia delle Indie orientali crebbe fino a diventare una delle società più stabili, redditizie e avanzate della Gran Bretagna. Gli affari erano ancora alla base del suo operato: la sua carta istitutiva, a differenza delle compagnie per l’America del Nord, non invitava a fondare colonie e, fino al 1740, non furono create forze cospicue di sepoy indiani.9 Nel 1750 le basi commerciali della Compagnia andavano da Basra, nel Golfo Persico, fino a Bencoolen, a Sumatra. In India i principali insediamenti costieri erano le tre città che, in seguito, sarebbero diventate le capitali regionali o «presidenze» dell’India britannica. Sulla costa occidentale del Malabar c’era Bombay, che l’Inghilterra aveva ottenuto dal Portogallo nel 1661 come parte della dote di Caterina di Braganza, andata in sposa a Carlo ii. Madras, sulla costa orientale del Coromandel, a quell’epoca era un insediamento fiorente di più di quarantamila abitanti, con un forte e (dal 1680) la prima chiesa anglicana dell’India, sita su un’altura a sovrastare i tremendi cavalloni della baia. Calcutta, che in seguito sarebbe diventata la più importante delle tre, era anche la più recente, fondata nel 1690 da Job Charnock, funzionario della Compagnia, in un sito acquitrinoso lungo il fiume Hooghly, a circa centocinquanta chilometri dal golfo del Bengala. Si diceva che Charnock avesse scelto il luogo «per amore di un albero dall’ampia chioma ombrosa», una scelta a dir poco discutibile, considerato che «non avrebbe potuto scegliere luogo più insalubre di tutto il corso del fiume».10 L’insediamento era infestato dalle zanzare, gravato da una cappa densa di vapori miasmatici e solcato da nullah, canaletti fetidi di acqua stagnante, ambiente ideale per lo sviluppo di infezioni e malattie. Così tanti di coloro che nel Diciottesimo secolo si recarono a Calcutta morirono lì, che «ormai vige il detto: vivono da gentiluomini inglesi e muoiono come bestie».11 Fin dal principio la corsa al profitto in Oriente fu contrassegnata dalla violenza. Ispirati tanto dalla prudenza quanto dalla paranoia, i mercanti europei proteggevano se stessi e i propri insediamenti dalle popolazioni locali trincerandosi dietro cancellate protette da guardie armate. In Egitto, per esempio, gli attacchi fortuiti agli europei erano così comuni, o comunque così temuti, da essere consigliabile (o imperativo) indossare abiti orientali. Nelle città del Levante gli europei (così come gli ebrei, i greci e i cristiani orientali) vivevano in aree chiuse, note come quartieri franchi, almeno in parte per la loro stessa incolumità. Leggendo i documenti dei primi mercanti francesi e britannici in Egitto, si scopre una valanga di rimostranze su angherie e avanie (vessazioni): episodi in cui i funzionari ottomani estorcevano imposte esorbitanti o esigevano tangenti. Nel 1767 le autorità ottomane arrivarono a catturare e a imprigionare il dragomanno francese sul litorale di Alessandria, accusandolo di essere un suddito rinnegato del sultano. Dopo quasi un anno di crudele detenzione, incatenato nelle viscere di una galera di schiavi ottomana, il dragomanno morì «spezzato da sofferenza e affanni», nella prigione degli schiavi di Costantinopoli.12


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L’obiettivo principale delle misure di difesa europee era però di proteggersi gli uni dagli altri. Oggigiorno le guerre commerciali sono costose ma, in genere, non provocano spargimenti di sangue. Nel Diciassettesimo e nel Diciottesimo secolo non era così. Alterchi violenti, specie con portoghesi e olandesi, costellano gli albori della Compagnia delle Indie orientali.13 Un incidente particolarmente vivido di rivalità intraeuropea capitò sull’isola di Amboina (oggi Ambon) nel 1623, vicino a Giava, quando la stazione commerciale della Compagnia fu attaccata dai soldati olandesi della Voc, e dieci inglesi furono torturati e uccisi. L’episodio, subito ribattezzato «massacro di Amboina», suscitò profonda indignazione pubblica in Gran Bretagna ed ebbe l’effetto di allontanare i mercanti inglesi dalle isole delle spezie, dove il potere olandese era ormai incontrastato, portandoli a concentrarsi sul subcontinente indiano. In India, a metà del Settecento, Portogallo e Paesi Bassi non costituivano più una minaccia militare importante per i britannici, ma al loro posto fece capolino una nuova rivale, assai più pericolosa: la Francia. Alleanze e conflitti tra potenze europee gettano un’ombra lunga sull’espansione globale dei commerci europei. A fine Ottocento, al culmine della corsa per l’Africa, il cancelliere tedesco Bismarck dichiarò, com’è noto, che la sua carta geografica dell’Africa si trovava in Europa. Cent’anni prima sarebbero state invece le carte geografiche di Asia e Medio Oriente. Le guerre in Europa innescavano contrasti oltremare tra le diverse fazioni di europei e, viceversa, gli incidenti tra europei all’estero potevano scatenare conflitti sul continente. In più, gli europei erano ingaggiati e manipolati dai governanti locali. Sulle coste dell’Africa occidentale, per esempio, i mercanti di schiavi europei si lasciavano invischiare nelle lotte tra potentati regionali, non da ultimo perché i prigionieri erano la principale fonte di schiavi africani.14 La famosa leggenda nordamericana del capitano John Smith «salvato» dall’esecuzione dalla principessa indiana Pocahontas fu in realtà, probabilmente, una messinscena del padre, il potente capo della confederazione indiana powhatan, che attraverso una cerimonia rituale mirava a cooptare gli stranieri bianchi appena arrivati come tributari subalterni.15 Il risultato fu una complessa mappa di lealtà in cui raggruppamenti etnici, nazionali e persino religiosi si accavallavano nei modi più strani. Come individuare e distinguere amici e nemici? Anche le definizioni di «francese» o «britannico» erano, nella migliore delle ipotesi, categorie flessibili, in particolare quando si trattava di accogliere rispettivamente cattolici e protestanti di altre nazionalità. L’esercito della Compagnia delle Indie orientali, come l’esercito della Corona britannica, faceva pesante affidamento sull’arruolamento di volontari europei provenienti dal continente, arrivando talvolta ad avere fino a metà delle truppe di nazionalità non britannica. Anche la Compagnia francese delle Indie orientali era una creatura ibrida, con a capo uno scozzese e al suo servizio (ma lo


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stesso valeva per l’esercito francese) uomini di varia origine europea, tra cui giacobiti scozzesi e «oche selvagge» della cattolica Irlanda, rifugiatisi oltre la Manica in cerca di quelle opportunità che la Gran Bretagna protestante negava loro. I confini tra alleati e avversari non erano, e non potevano essere, definiti esclusivamente in termini etnici o razziali. Dopo tutto, come traspare nella Morte del generale Wolfe, per la Gran Bretagna un nativo nordamericano era un amico più fidato di un francese. Forse in nessun luogo, a metà del Diciottesimo secolo, l’intersezione tra rivalità europee e indigene produsse conseguenze maggiori che in India. Molte cose erano cambiate dai tempi di Sir Thomas Roe, quando l’imperatore moghul regnava su tre quarti del subcontinente grazie a un sistema brillante ed efficace di raccolta delle tasse e di organizzazione militare; l’Impero moghul era ormai tormentato da invasioni e guerre civili. Nel 1739 il sovrano persiano Nadir Shah saccheggiò Delhi, portandosi via il celebre Trono del pavone dell’imperatore come trofeo. In più l’imperatore perdeva progressivamente il controllo sui suoi vassalli. Se un tempo aveva avuto l’autorità di nominare e destituire i governatori regionali, e di impedire che accentrassero troppo potere nelle loro mani, ora a reggere molte province erano sovrani sostanzialmente indipendenti, che avevano trasformato le loro funzioni in cariche ereditarie e non versavano più con regolarità all’imperatore le tasse raccolte. Negli anni venti del Settecento, per esempio, il comandante persiano sciita Safdar Jang assunse il controllo della provincia di Awadh e di fatto la rese un regno ereditario per la propria famiglia. In Bengala, a est, nawab Alivardi Khan governò da sovrano virtualmente indipendente dal 1740 al 1756. Nel Sud le guerre di successione a Hyderabad e Arcot causarono fratture all’interno della vecchia classe dirigente e trascinarono i sovrani confinanti nella contesa. I maratha premevano da ovest sui confini moghul, approfittando dei disordini interni dell’impero. In breve, l’Impero moghul si stava frantumando e mani avide si tendevano da ogni lato per afferrarne i pezzi.16 Tra le potenze in lizza per guadagnare influenza nella fase di declino dell’India moghul vi erano le Compagnie delle Indie orientali francese e britannica, che miravano entrambe a migliorare la propria posizione a spese della rivale. Lo scoppio della guerra anglofrancese nel 1739, in concomitanza con la crisi di successione nel Karnataka, regione dell’India meridionale, diede a entrambe la possibilità di farsi valere (fu anche la prima volta che le due compagnie arruolarono sepoy indiani per rimpolpare i loro ranghi relativamente esigui). I francesi, al comando di François Dupleix, un espansionista visionario, presero Madras nel 1746. In definitiva furono però i britannici ad avere la meglio, perché fu il loro alleato Muhammad Ali Walajah a ottenere il titolo di nawab del Karnataka (Madras fu restituita ai britannici con la pace di Aquisgrana nel 1748). A determinare la vittoria britannica contribuirono in modo decisivo alcuni comandanti, tra cui un


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giovane funzionario della Compagnia delle Indie orientali convertito in soldato, Robert Clive, che come ricompensa fu promosso colonnello. Dupleix fu a sua volta richiamato a Versailles nel 1754; si dice che con lui siano naufragate le ambizioni francesi di un impero territoriale in India, ma in realtà l’influenza francese nell’India meridionale avrebbe continuato a covare sotto la cenere per decenni a venire. Mentre al Sud infuriava la battaglia tra francesi e britannici per la supremazia, a Nord, nel Bengala, un nuovo ostacolo si frappose al commercio britannico. I nawab del Bengala, dalla loro capitale Murshidabad, governavano la più ricca provincia dell’Impero moghul. Tessuti di cotone, seta grezza, salnitro, zucchero, indaco e oppio: i prodotti della regione parevano inesauribili e tutte le compagnie mercantili europee avevano fondato basi commerciali per gestire gli affari. Scendere il corso del fiume da Murshidabad era come attraversare una mappa rimescolata dell’Europa: c’erano i portoghesi a Hughli, gli olandesi a Chinsura, i danesi a Serampore, i francesi a Chandannagar e, naturalmente, i britannici a Calcutta. Nell’aprile 1756 morì Alivardi Khan, il vecchio nawab, e gli successe il nipote, nonché figlio adottivo, Siraj ud-Daula, appena ventenne. Uno storico britannico coevo descrisse Siraj come un «uomo dalle inclinazioni più viziose», sospettoso, testardo e violento; di certo fu tale nei confronti della Compagnia delle Indie orientali, bersaglio principale della sua ostilità.17 Salito al potere, Siraj ud-Daula avanzò immediatamente richieste di regalie in denaro alle compagnie mercantili europee (com’era costume) e chiese loro di rinunciare alle armi. Francesi e olandesi acconsentirono. I britannici rifiutarono senza mezzi termini di pagare e procedettero con la costruzione di Fort William a Calcutta. Convinto che la compagnia complottasse ai suoi danni e determinato a piegarla, Siraj marciò su Calcutta poche settimane dopo l’ascesa al trono. Il piccolo insediamento capitolò in un giorno. Durante la notte il nawab rinchiuse circa 150 europei residenti a Calcutta nelle segrete della guarnigione o «Buco nero», come spesso erano chiamate quelle prigioni militari. Il mattino dopo, in quello spazio asfittico e senza ventilazione, una sessantina di prigionieri furono trovati morti soffocati. L’incidente, ancora oggi evocato in Gran Bretagna come «il Buco nero di Calcutta», suscitò tale commozione e scalpore da diventare rapidamente uno degli episodi più tristemente famosi della storia dell’India britannica. La tragedia fu gonfiata ad arte dai propagandisti della Compagnia per giustificare le conquiste in Bengala al cospetto del pubblico britannico, potenzialmente critico. Ma la sconfitta inflitta da un sovrano indiano servì anche da avvertimento, a ricordare come, data l’assoluta esiguità numerica, britannici (ed europei) fossero deboli in caso di attacco.18 Quando la notizia della presa di Calcutta raggiunse Madras, quasi due me-


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si dopo, la Compagnia allestì prontamente una spedizione punitiva e ne affidò il comando al colonnello Robert Clive, appena rientrato da una breve licenza in Gran Bretagna. Clive, a trentun anni, era un veterano robusto, temprato dalla guerra, apparentemente spavaldo e sicuro di sé; pochi avrebbero potuto sapere che era anche soggetto a forti attacchi depressivi e che aveva tentato il suicidio due volte. Clive e i suoi circa duecento uomini arrivarono in Bengala nel dicembre del 1756, in concomitanza con l’annuncio che Francia e Gran Bretagna erano di nuovo ufficialmente in guerra. La notizia, da lungo attesa, infuse nuovo slancio e vigore all’impresa di Clive; il colonnello adesso non era lì solo per riaffermare il potere della Compagnia delle Indie orientali in Bengala e per rimettere in riga Siraj ud-Daula, ma per cercare di liquidare i francesi, principali avversari della Gran Bretagna in termini di influenza e traffici commerciali e, forse, alleati del nawab. All’inizio di febbraio, dopo un giorno di intensi combattimenti e forti perdite – a ricordare, ancora una volta, che l’ago della bilancia non pendeva necessariamente a favore degli europei – Clive riconquistò Calcutta.19 Prese quindi a risalire il fiume in direzione dell’insediamento francese di Chandannagar, di cui si impadronì a fine marzo. Anche qui lo scontro fu duro, perché la città era ben fortificata e Clive era in inferiorità numerica; le perdite da entrambi i lati furono consistenti e, per ripagarsi della fatica, le truppe della compagnia misero brutalmente al sacco la città (anche se «gli olandesi [come sempre] avevano messo al sicuro tutto il possibile», grugnì un ufficiale).20 Clive passò quindi alla fase finale della sua campagna: deporre Siraj ud-Daula e insediare al suo posto un nuovo nawab filobritannico. Per qualche settimana Clive e il nawab si scambiarono lettere e ultimatum; la Compagnia chiedeva, tra l’altro, la piena restituzione dei privilegi commerciali e l’espulsione dei francesi. Ma all’inizio di giugno era ormai chiaro che si sarebbe arrivati allo scontro. Il nawab raggiunse il suo esercito a Plassey, a sud di Murshidabad, e il 13 giugno i tremila uomini del modesto esercito di Clive (di cui duemilacento sepoy), con otto cannoncini appena, si misero in marcia da Chandannagar verso nord per affrontarlo. Raggiunsero Plassey nove giorni dopo, il 23 giugno 1757. Era passato quasi un anno dalla caduta di Calcutta e, come la notte del Buco nero, c’era quell’afa opprimente che precede l’arrivo dei monsoni, quando l’estate è più calda e l’aria è densa, immobile. Clive aveva installato il suo quartier generale in un rifugio di caccia di proprietà del nawab, chiamato Plassey House, mentre la maggior parte dei suoi uomini erano accampati in un boschetto di manghi nelle vicinanze, riparati dagli occhi indiscreti grazie al lucido fogliame verde scuro e a un alto banco di fango. Il vasto accampamento di Siraj ud-Daula si trovava a un chilometro e mezzo di distanza; il nawab disponeva di trentacinquemila soldati, quindicimila cavalieri (tra cui molti abili e agguerriti pathani), e di più di quaranta pezzi di ar-


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tiglieria pesante, affidati a una squadra di specialisti francesi.21 La superiorità numerica degli avversari era di venti a uno e, anche rispetto alla potenza di fuoco, la Compagnia era in forte inferiorità. In termini di uomini ed equipaggiamento, per non parlare di familiarità con il terreno, non c’era confronto. D’altra parte, come anche altre volte all’inizio dell’avventura indiana della Gran Bretagna, gli esiti della battaglia di Plassey dipesero in modo essenziale da menzogne, spie e tradimenti. Durante il primo anno sul trono, Siraj ud-Daula non si era infatti inimicato soltanto la Compagnia delle Indie orientali, ma anche molti dei suoi stessi sudditi, in particolare chi faceva affari con la Compagnia. Un potente manipolo di banchieri, mercanti e cortigiani si erano uniti agli agenti della Compagnia nello sforzo di spodestare il nawab. Il Bengala brulicava di voci e cospirazioni. Al cuore del complotto c’era uno dei comandanti più importanti di Siraj, il nobile Mir Jafar. Attraverso una serie di manovre sotterranee, la Compagnia aveva firmato un accordo con Mir Jafar in cui acconsentiva ad aiutarlo nel rovesciare Siraj ud-Daula e nell’assumere la carica di nawab in cambio di enormi somme di denaro e privilegi. Nella battaglia ormai imminente, Mir Jafar aveva accettato di «rimanere neutrale», se non di allontanare le sue truppe dal campo di battaglia. In effetti Plassey fu vinta prima ancora di essere combattuta.22 Di buon mattino l’artiglieria pesante del nawab cominciò a tempestare una parte delle linee della Compagnia, i cui soldati rimasero perlopiù acquattati dietro l’altura, sperando di resistere fino all’imbrunire quando avrebbero potuto contrattaccare. Clive, dal tetto di Plassey House, osservava la moltitudine dell’esercito avversario: comandanti a dorso di elefante, truppe in splendenti formazioni, tende vivaci, stendardi e insegne di guerra sgargianti. Sentiva abbattersi sul suo sparuto gruppetto di uomini il fuoco imponente e prolungato dell’artiglieria. Nessun segno di Mir Jafar. Che anche Clive fosse stato tradito? Poi un segno arrivò, inaspettatamente, dall’alto. Cominciò a piovere. In soccorso della Compagnia arrivarono i monsoni. Mentre la pioggia scrosciava inzuppando gli uomini (Clive, fradicio fino al midollo, si rintanò all’interno di Plassey House e si cambiò d’abito) e sferzando gli alberi che li circondavano, l’acqua mise fuori uso l’artiglieria nemica: la polvere da sparo divenne una poltiglia e le micce un ammasso di cordini inutili. Il fuoco, fatale pochi istanti prima, cessò. E dal boschetto di manghi, attraverso la pioggia, i soldati di Clive videro dissolversi il nemico. Sulla destra un enorme contingente di cavalleria si allontanò lungo il fiume: Mir Jafar abbandonava il campo di battaglia come promesso. Di fronte a loro, gli uomini del nawab cominciarono a sparpagliarsi e scappare. I soldati della Compagnia li inseguirono per una decina di chilometri, recuperando lungo il tragitto cannoni abbandonati, equipaggiamenti e provviste. Il giorno successivo Mir Jafar incontrò Clive, poi si diresse a Murshidabad, dove «prese tranquilla-


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mente possesso del palazzo e del tesoro e fu immediatamente riconosciuto come nawab».23 Siraj ud-Daula, fuggito dalla città «travestito [...] da povero, [...] accompagnato solo dalla sua concubina preferita e [...] da un eunuco» fu catturato e giustiziato alcuni giorni dopo dagli uomini di Mir Jafar.24 La battaglia di Plassey fu una messinscena, non il risultato di un piano. A differenza della battaglia della piana di Abraham, a rievocarla c’è poco di cui vantarsi, oggi come allora. Eppure nel boschetto di manghi, in quella palude di cospirazioni, afa e palle di cannone, la natura della presenza britannica in Asia si plasmò in modo nuovo. Clive avrebbe consolidato quella vittoria soltanto nel 1765, quando, ottenuto il diwani dall’imperatore, le redini del governo del Bengala sarebbero passate direttamente nelle mani della Compagnia. Ma non è un caso se l’anno d’inizio della storia dell’India britannica è considerato convenzionalmente il 1757: con la battaglia di Plassey la Compagnia delle Indie orientali si affermò vittoriosamente e irrevocabilmente come potenza militare e di governo nei domini moghul. Plassey ebbe un’importanza fondamentale per la Compagnia, perché permise di coniugare le conquiste territoriali – e a partire dal 1765 la loro amministrazione – con il commercio. Ma altre due caratteristiche degli avvenimenti di quei mesi avrebbero contraddistinto il paesaggio dell’India imperiale per decenni a venire. In primo luogo la rivalità con la Francia, pungolo e pretesto per l’attacco. Aveva ben poca importanza se la minaccia francese agli interessi britannici fosse reale o esagerata; quel che conta è che l’espansione della Compagnia si verificò in un contesto francofobico, segnato dal conflitto anglofrancese. La guerra dei Sette anni è stata spesso vista come la fine dei tentativi francesi di crearsi un impero in India, ma lo spettro che si riacuissero – infiammando le corti dei principi indiani antibritannici – albergò nella retorica e nei piani britannici fino al Diciannovesimo secolo.25 Un secondo elemento che perdurò da Plassey in avanti fu la trasversalità di alleanze e inimicizie rispetto alle suddivisioni etniche, culturali e religiose. La vittoria della Compagnia si ebbe grazie alla collaborazione di Mir Jafar, della famiglia di banchieri Jagat Seth e di altri mercanti di Calcutta.26 La forza di Siraj ud-Daula, a sua volta, dipese in parte dall’aiuto francese. Gridare al «collaborazionista» in quell’oceano di gruppi di interesse è privo di senso. In realtà sia in Bengala sia nel conflitto che infuriava nell’India meridionale fu soprattutto l’animosità tra britannici e francesi (per quanto elastici potessero essere a loro volta questi raggruppamenti) a definire chi era l’amico e chi il nemico. In breve, Plassey significò per la Compagnia delle Indie orientali la conquista del Bengala. Con il compiacente Mir Jafar insediato come nawab, la regione era ormai alla mercé degli affaristi della Compagnia. Calcutta crebbe rapidamente, soppiantando Madras nel ruolo di capitale sociale e politica della Compagnia


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in brevissimo tempo. Fort William, sulla riva orientale del fiume Hooghly, fu ricostruito in muratura, cinto da un profondo fossato e provvisto di seicento cannoni.27 Nel 1756 il vecchio Fort William era presidiato da duecento uomini; nel 1765 la guarnigione sfiorava i milleseicento soldati.28 Fuori dalle mura del forte il numero dei civili crebbe così in fretta che ci furono difficoltà a tenere dietro con la costruzione delle case. Una visitatrice descrisse la nuova città come «così irregolare che pare quasi che le case siano state lanciate in aria e siano poi ricadute per caso dove si trovano adesso».29 Chi poteva permetterselo (e lo potevano in molti) cominciò a ritagliare appezzamenti nella giungla a sud della città per erigere la casa con giardino dei loro sogni.30 A partire dal 1767 le molte vittime del clima di Calcutta trovarono un rifugio ombroso tutto per loro nel cimitero di Park Street. Ricchezze magnifiche e opportunità straordinarie erano il seme della nuova società coloniale: era come se Plassey avesse portato alla Compagnia delle Indie orientali un impero nottetempo. Ma che cosa ne avrebbero fatto i britannici? In Bengala c’era da guadagnare per molti, ma nelle mani della Compagnia, che si trovò a governare senz’alcuna esperienza, senza controlli e quasi senza regole, c’erano anche responsabilità grandi e sconosciute. Alcuni britannici salutarono con piacere le opportunità offerte dalle conquiste della Compagnia, altri si preoccuparono per i costi, i pericoli e, senza dubbio, per la moralità dell’impresa. In ogni caso, il dominio sul Bengala era un affare rischioso. E nessuno poteva apprezzare tanto le soddisfazioni quanto i rischi di quel nuovo impero con maggiore intensità di chi lo aveva conquistato: Robert Clive. Se Plassey lo aveva portato alla ribalta, adesso Clive era deciso a conquistarsi un posto al sole in patria. In India Clive si era dedicato a edificare un impero per la Compagnia, in Gran Bretagna avrebbe usato le fortune accumulate per cominciare a edificare un vasto e concreto impero personale.

1.3. Clive of India, Clive of Britain La vita di Robert Clive si presta a essere raccontata come parabola sulla fondazione dell’impero. Su di lui sono state scritte più biografie che su chiunque altro nella storia dell’India britannica, se non addirittura dell’Impero britannico. Secondo la formulazione dello storico vittoriano Thomas Macaulay, quella di Clive e quella della dominazione della Compagnia furono in realtà un’unica storia. «Dal suo primo soggiorno in Oriente» scrisse Macaulay a proposito delle prime importanti vittorie ottenute da Clive nel Karnataka «data la rinomanza delle armi inglesi in India.» «Dal suo secondo soggiorno in India» cioè da Plassey «data l’influenza politica inglese in India.» E «dal suo terzo soggiorno in India»


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prosegue Macaulay, quando Clive ricevette l’assegnazione del diwani «data la presenza dell’amministrazione del nostro Impero d’oriente».31 Questo è l’uomo noto come «Clive of India», l’eroe dell’impero per eccellenza. Ma nel 1840, quando l’ardente imperialista Macaulay scrisse il suo elogio, Clive era morto da più di sessant’anni. Anche in vita Clive era sembrato personificare il nuovo impero indiano, ma con effetti molto meno graditi dai suoi concittadini contemporanei, che vedevano in lui il massimo esempio di una sempre più folta schiera di «nababbi» (da nabob, anglicizzazione di nawab), che tornavano dal Bengala pieni di soldi di provenienza non troppo lecita.32 Mentre i nababbi ingrassavano facendo la cresta sulle entrate del Bengala, un bengalese su tre moriva di fame per la carestia del 1770: un contrasto terribile che spinse l’architetto Lancelot «Capability» Brown, vedendo una cassa d’oro in casa di Clive, a chiedersi «come la coscienza del criminale [Clive appunto] gli permettesse di dormire tranquillamente con un oggetto simile tanto vicino alla sua camera».33 Quel che è peggio, la corruzione «indiana» dei nababbi minacciava di infettare la stessa Gran Bretagna. Per usare le roboanti parole di Pitt il Vecchio: «Le ricchezze asiatiche si sono riversate su di noi e hanno portato con sé non soltanto il lusso dell’Asia, ma anche i suoi princìpi di governo».34 Corrotti, corruttori, forse persino criminali: tanto Robert Clive quanto l’impero che aveva aiutato a costruire erano percepiti da molti britannici, nella migliore delle ipotesi, con sospetto. E se le gesta di Clive of India riassumevano in un certo senso l’ascesa britannica in Bengala, la sua carriera in Gran Bretagna dava un’altra prospettiva, piuttosto diversa, sulla fondazione dell’Impero britannico in Asia. Il ritratto di quell’altro Clive, Clive of Britain, è tratteggiato più di rado, anche se forse fu il suo volto più autentico, corrugato per le tensioni e le incertezze del dominio della Compagnia al suo esordio. Robert Clive fu il primo collezionista imperiale dell’India britannica. In Bengala se n’era assunto l’onere, metaforicamente parlando, con l’acquisizione di territori e risorse per la Compagnia delle Indie orientali. Aveva anche messo insieme una fortuna personale smisurata. Secondo la maligna testimonianza di un nobile dell’epoca, Horace Walpole, Clive tornò in Gran Bretagna dopo Plassey «carico di proprietà terriere e diamanti». Nella capitale si mormorava alle sue spalle di gemme grandi come uova e casse d’oro.35 In effetti Mister Clive, come lo chiamava la moglie Margaret («mi sto imponendo di smetterla di chiamarlo colonnello») aveva ottenuto da Mir Jafar un omaggio personale di duecentotrentaquattromila sterline, insieme a un prezioso jagir dalla rendita annua di ventisettemila sterline (lo jagir era un’assegnazione di terre concessa agli ufficiali moghul, che beneficiavano di quella rendita fondiaria come compenso).36 Dieci anni dopo, secondo i suoi meticolosi calcoli, Clive possedeva un patrimonio di più di mezzo milione di sterline: l’equivalente di quaranta milioni di sterline di


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oggi.37 Fu il primo, forse il più fulgido esempio nella storia dell’Impero britannico di passaggio dalle stalle alle stelle. Fu però in Gran Bretagna che Robert Clive divenne un collezionista imperiale, come poi ce ne sarebbero stati in ambienti diversi e per generazioni a venire, e come poi furono a loro modo anche la Compagnia delle Indie orientali e la Gran Bretagna stesse. Clive si diede al collezionismo per reinventare se stesso. Come la maggior parte di coloro che cercarono di fare carriera alle frontiere dell’impero, e come la maggior parte dei collezionisti imperiali, Clive, figlio di un avvocato dello Shropshire, era estraneo alle strutture di potere della capitale. Era un provinciale arricchito di estrazione borghese. Come collezionista si sforzò di rimediare a tutto questo. Con la fortuna accumulata in India, comprò in modo sistematico tutti i simboli dell’aristocrazia britannica: proprietà terriere, potere politico, case magnifiche, opere d’arte, mobili eleganti. Anche se l’elenco delle cose da collezionare spaziava dall’astratto (potere) al concreto (quadri di pittori illustri), ogni acquisto avveniva in vista dello stesso lucente trofeo: il titolo nobiliare, con tutta la sicurezza sociale e dinastica che comportava. Clive schernì la baronia irlandese di Plassey, ricevuta nel 1761, che non gli dava accesso alla Camera dei Lord: voleva essere «un conte inglese con il nastro blu, non un pari d’Irlanda (con la promessa di uno rosso)».38 Era, come osservò un amico, «il [suo] unico scopo nella vita».39 Conquistare accettazione sociale e influenza politica, rimpiazzare il nababbo con un aristocratico britannico: erano questi gli obiettivi del Clive collezionista. Il colonnello avviò il suo progetto con l’acquisizione, notoriamente sempre torbida, di potere politico. A quel tempo non era raro che i seggi in parlamento fossero occupati da uomini ben provvisti di denaro, proprietà e amicizie, ma i nababbi alla Clive, per quanto bersaglio prediletto delle critiche, non erano certo i soli a comprare l’accesso a Westminster.40 Prima che il Reform Act del 1832 li eliminasse, esistevano infatti in Gran Bretagna i rotten boroughs, collegi elettorali minuscoli, con una manciata appena di elettori residenti, al punto che gli eletti erano scelti di fatto dai maggiorenti locali; spesso i voti erano letteralmente comprati. Clive aveva fatto una prima incursione in politica già nel 1754, candidandosi in qualità di protégé del Conte di Sandwich nel rotten borough di Mitchell, in Cornovaglia.41 Dopo Plassey, usò la propria fortuna per cominciare a costruirsi una propria corrente parlamentare, ossia un suo «partito». Nel 1761 fu eletto nella circoscrizione di Shrewsbury e riuscì a conquistare anche un seggio per il padre Richard e uno per il caro amico John Walsh; due anni dopo, il cugino George Clive fu eletto in un’elezione suppletiva. Nel 1768 Clive sponsorizzò l’elezione di altre tre persone a lui vicine creando così un partito parlamentare di sette elementi, che mantenne fino alla morte.42 Clive aveva bisogno di un piede in Parlamento (o di quattordici piedi, per


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meglio dire), in generale, per proteggere i suoi interessi in India e, nello specifico, per evitare che i suoi nemici – e ne aveva non pochi – riuscissero a impedirgli di continuare a beneficiare di quella che ai loro occhi era una tangente: i proventi annui dello jagir concessi a lui da Mir Jafar. Questo feudo a Westminster, una sorta di collezione di uomini, era anche necessario a sostenere l’incessante aspirazione di Clive a un titolo nobiliare e a un seggio alla Camera dei Lord. Dopo le elezioni del 1761, per esempio, egli gettò il suo blocco di voti a favore del duca di Newcastle, uno dei principali contendenti per la carica di primo ministro, sperando di vedere la sua lealtà ricompensata con una contea. Con suo grave rammarico ricevette soltanto un titolo nobiliare irlandese e l’ordine di Bath. Clive rimase convinto per il resto della vita che spendendo più denaro e coltivando più amicizie sarebbe riuscito a ottenere il titolo tanto ambito. I seggi in parlamento erano anche correlati a un altro aspetto dell’impero che Clive si andava costruendo: l’accumulo di appezzamenti. La terra era il fondamento assoluto di potere e prestigio nella Gran Bretagna del tempo. Clive lo sapeva, al pari di generazioni di capitalisti borghesi che costruirono le proprie fortune nella City, spesso grazie ai commerci, e poi le investirono in proprietà terriere.43 A metà degli anni cinquanta del Settecento Clive cominciò a cucire insieme un patchwork di proprietà tra le colline verdeggianti del nativo Shropshire, sul confine con il Galles, tra cui i duemilacinquecento ettari di Walcot, che divenne la residenza di campagna preferita della famiglia, e Oakley Park, acquistato dal conte di Powis. Alle sue migliaia di ettari lungo il confine gallese Clive unì nel 1769 la splendida proprietà di Claremont, nel Surrey.44 Molte di queste proprietà davano un effettivo controllo su alcuni seggi parlamentari: Walcot andava insieme a due seggi nella vicina Bishop’s Castle; Oakly Park controllava il seggio di Ludlow; un altro acquisto, a Okehampton, portò a Clive un seggio nel Devon.45 Ma non meno importante era il prestigio sociale associato alla terra. Qualunque lettore di Jane Austen sa con estrema precisione che lo status di un uomo si misurava con gli ettari posseduti. Un vantaggio sociale ottenuto da Clive con i suoi acquisti fu di rafforzare i rapporti con il conte di Powis, il nobile più in vista della regione, oltre che suo alleato politico. Prima sostenitore, poi collega e vicino, il conte si sarebbe anche imparentato con la famiglia Clive dopo la morte di Robert: nel 1784 il suo primogenito Edward sposò la figlia del conte, Henrietta, e i loro figli avrebbero poi ereditato, insieme alle terre, il titolo comitale. Nell’arco di tre generazioni i membri della famiglia Clive passarono dallo status di grandi proprietari terrieri a quello di pari del regno, coniugando con successo denaro imperiale e sangue nobile. La strategia di Clive aveva funzionato. Naturalmente non aveva molto senso possedere così tanta terra senza vivere con stile. A Londra i Clive si stabilirono in una bella casa palladiana grigia nella promettente Berkeley Square. Incaricarono il più importante architetto del-


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la Gran Bretagna, Sir William Chambers, di rimettere a nuovo la casa londinese e quella di campagna a Walcot. A Bath, dove Clive si recava spesso per curare i suoi problemi di digestione (uno dei ricordi meno graditi dell’India), comprò un grosso palazzo già appartenuto a William Pitt, detto il Vecchio. Ma tutte queste residenze impallidivano di fronte alla proprietà più imponente: Claremont, nel Surrey. Clive l’acquistò dalla duchessa di Newcastle per venticinquemila sterline (contro una richiesta iniziale di quarantacinquemila), cioè l’equivalente di due milioni di sterline odierne, con l’intenzione di farne la sua principale residenza di campagna (se avesse ricevuto l’ambito titolo di conte avrebbe certamente assunto il titolo di Clive of Claremont). Claremont, con la sua dimora raffinata, costruita da Sir John Vanbrugh all’epoca di Giorgio i, e i giardini sistemati dall’innovativo William Kent, era davvero degna di un lord. Il primo atto di Clive dopo l’acquisto fu abbattere tutto. A suo parere l’edificio era troppo umido. L’incarico di ricostruire la proprietà fu affidato a Capability Brown, il migliore architetto di paesaggi britannico. Il prospetto dei lavori da fare nel 1772 dà un’idea del livello di magnificenza cui Clive aspirava: Piano principale [...] con begli infissi dal telaio di mogano, i vetri migliori, tende di seta, scuri all’interno a doppia apertura, con le modanature [...] riccamente istoriate, così come abbellite da intagli saranno le modanature dello zoccolo inferiore e superiore [...], le porte devono essere di mogano pregiato, con le modanature dei pannelli intagliate, dotate delle migliori serrature a scatto le cui decorazioni ornamentali avranno ricchi fregi e cornici, i caminetti saranno di ricchi marmi finemente scolpiti, con lastre di marmo bianco, piedritti di marmo nero e il focolare in acciaio brillante.

Per la sala da pranzo i piani di Clive erano particolarmente grandiosi. Commissionò a Benjamin West una serie di quattro quadri storici, ognuno dei quali doveva commemorare una diversa scena delle sue gesta in India. Naturalmente tutto questo splendore aveva il suo prezzo. Una fattura del 1774 di Capability Brown «per la costruzione della casa e altri lavori fatti a Claremont» addebitò a Clive trentasettemila sterline, e la casa non era ancora finita, né lo sarebbe stata l’anno successivo, quando Clive morì.46 Mentre Claremont cresceva, alta sulle sue fondamenta (per evitare l’umidità), Clive si dedicò a un nuovo progetto. Cominciò a collezionare opere d’arte. Di tutti i suoi molti acquisti, la collezione d’arte testimonia nel modo più trasparente il suo desiderio di coltivare una facciata aristocratica. A metà del Settecento i quadri dei pittori illustri del passato e le antichità classiche erano diventati corredi d’obbligo del gentiluomo inglese. I giovani privilegiati cominciavano a collezionarli durante il Grand Tour, il lungo pellegrinaggio per le capitali della


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cultura europea, la scuola di perfezionamento per i maschi dell’élite britannica. La meta più importante era Roma, luogo d’incontro dell’antichità e del Rinascimento, dove dozzine di mercanti d’arte offrivano ai giovani inglesi qualunque cosa ambissero a portare a casa, dai quadri manieristi alle stampe di Piranesi, dai vasi etruschi ai busti romani. Decine di artisti si guadagnavano da vivere dipingendo ritratti adulatori di quei giovani in pose espressive con qualche antichità in mano e un po’ di rovine sullo sfondo, a imperitura memoria del loro «io ci sono stato».47 Al giovane Robert Clive, a suo tempo, erano mancati sia il denaro sia il tempo per permettersi un Gran Tour, e quell’esperienza era rimasta ben al di là delle sue possibilità. La scoperta dell’arte e della cultura continentali sarebbe arrivata per lui solo più tardi nel corso della vita; si premurò però di far fare il Gran Tour al figlio Edward, quando questi raggiunse la giusta età. All’epoca in cui Clive cominciò a interessarsi d’arte, le opportunità di collezionare rimanendo a Londra erano molto superiori rispetto al passato. Nei dieci anni tra il 1765 e il 1774 furono portati dal continente in Gran Bretagna più di diecimila dipinti, quasi il doppio di quelli importati durante la decade precedente (che a dire il vero era stata straziata dalla guerra).48 A testimonianza, e incoraggiamento, dell’espansione del mercato dell’arte continentale in Gran Bretagna, nel 1766 fu fondata la casa d’aste Christie’s (Sotheby’s era stata fondata nel 1744 ma trattava principalmente libri). In tutta Londra, tra il 1710 e il 1760, ci furono forse dalle cinque alle dieci aste d’arte l’anno. A fine Settecento Christie’s batteva da sola ogni anno dalla mezza dozzina alla dozzina di aste importanti dedicate alla pittura europea.49 Aristocratici, intenditori e ogni genere di mediocri appassionati si radunavano nel gran salone di James Christie a lustrarsi gli occhi e a fare offerte per le tele dei più ammirati pittori europei: Nicolas Poussin, Claude Lorraine, Sebastien Bourdon, Guido Reni, Salvator Rosa, Pieter Paul Rubens, David Teniers. Robert Clive non sapeva nulla di pittura, ma sapeva che i quadri erano qualcosa da possedere. Confessò apertamente di «non saper giudicare il valore o l’eccellenza di un quadro [...] e di lasciare la scelta e il prezzo dei dipinti ad altri che se ne intendessero». Se quadri «adatti alla mia collezione possono essere selezionati da gentiluomini di fiducia, non ho obiezioni».50 Nel 1771 Clive chiamò vari esperti al suo fianco: Benjamin West, un intenditore scozzese di nome William Patoun e forse il cugino Charles, egli stesso pittore.51 Poi, con la stessa prodigalità fulminea con cui investiva in terre, case e nella sua persona (ordinava duecento camicie alla volta), Clive formò la sua collezione di quadri quasi dal giorno alla notte.52 La documentazione degli acquisti effettuati da Clive nella prima metà del 1771 soltanto è strabiliante. Tra febbraio e marzo spese millecinquecento sterline in quadri da Christie’s, recandosi egli stesso alle aste o incaricando agenti di fare acquisti per lui.53 A maggio si accordò per


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comprare almeno sei tele per tremilacinquecento sterline da Sir James Wright, intermediario e uomo di corte, e progettava di spenderne altre duemilacinquecento in quadri che Benjamin West gli aveva trovato a Bruxelles.54 «Mi crederete pazzo per la pittura» scrisse all’amico e confidente Henry Strachey; aveva comprato una trentina di dipinti in quattro mesi.55 Come suggeriscono le cifre, Clive non acquistava a prezzi modici. In un’epoca in cui ogni dieci quadri venduti all’asta non più di uno superava le quaranta sterline, due delle dieci tele comprate personalmente da Clive da Christie’s nel 1771 costarono all’incirca quella cifra, e tre nettamente di più, in particolare un paesaggio di Salvator Rosa, «chiaro e bello, toccato da vivacità e libertà di spirito, e tra i più brillanti e limpidi che si possano trovare», per il quale Clive sborsò quasi cento sterline.56 Alcuni degli acquisti di maggior pregio e valore di Clive, come un paio di marine di Claude-Joseph Vernet, gli costarono la somma stratosferica di 455 sterline, 2 scellini e 7 pence.57 Ma per un uomo le cui ricchezze totali, tra il 1771 e il 1772, oltrepassavano di gran lunga le seicentomila sterline, non era che una goccia nell’oceano.58 La questione reale era l’immagine che quella stravaganza trasmetteva all’esterno. In quanto sfoggio di pura ostentazione di denaro, la collezione d’arte di Clive era la prova più evidente delle sue ambizioni sociali. Horace Walpole, sempre pronto al sarcasmo, sbeffeggiava i «raffinati patroni del gusto, la zarina, Lord Clive e certi nababbi», che ignoravano completamente il valore reale dell’arte59 (un bel commento da parte di Walpole, se si considera che proprio la zarina Caterina la Grande avrebbe acquistato poco tempo dopo la maggior parte della collezione di suo padre Robert, reputata la più eccelsa della Gran Bretagna, per l’Ermitage di San Pietroburgo).60 Ma a Clive poco importava che personalmente l’arte gli piacesse o meno.61 Quel che più contava era che la sua collezione fosse ammirata dagli intenditori e «vista con il più gran vantaggio» a Berkeley Square e a Claremont.62 I quadri davano un tocco finale al profilo aristocratico che Clive aveva coltivato con così tanta fatica. Come collezionista d’arte esercitava il ruolo che si era costruito «collezionando» potere parlamentare, case e proprietà terriere. Solitamente non si definisce collezionismo l’acquisizione di beni intangibili di questo tipo, come accade invece con l’acquisto di quadri (di regola l’accumulo di potere e proprietà è definito invece «impero»). Ma le motivazioni, e i soldi, che stavano dietro i più vari generi di acquisti di Clive erano identici. La sua collezione d’arte si limitava a rappresentare in miniatura il suo collezionismo sistematico di qualunque altra cosa un aristocratico britannico fosse tenuto ad avere, dagli status symbol al potere nudo e crudo. Che lo si voglia chiamare impero o collezione, in effetti fu entrambe le cose, accumulate nel tentativo di crearsi una posizione nella classe dominante britannica. Ma questo Clive of Britain, che creò se stesso dal niente, che aspetto aveva?


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Un ritratto poco conosciuto, dipinto nel 1764 poco prima che Clive salpasse per l’India per la terza e ultima volta, coglie tutte le sue ambizioni nobiliari. Il ritrattista, il cugino Charles Clive, aveva molta meno fama (e talento) degli artisti alla moda in società che Clive era solito patrocinare, ma l’immagine prodotta da Charles restituisce in ogni singolo particolare quel carattere lusinghiero a cui Robert avrebbe voluto auspicare.63 Clive campeggia sulla tela scura in abiti rosso vivo, a grandezza maggiore di quella naturale (il rosso, la tinta delle uniformi militari, era senz’altro il suo colore, tanto che si fece ritrarre in uniforme da alcuni dei maggiori artisti britannici, come Thomas Gainsborough e Nathaniel Dance). Ma questo rosso non ha nulla a che fare con le divise: è invece il velluto rubino dei paramenti baronali, con i bordi di ermellino, i risvolti di broccato, le passamanerie d’oro. Non c’è nulla del consueto sussiego militare di Clive, che posa invece con l’eleganza affettata dell’aristocratico. E proprio di questo si

Robert Clive, dipinto dal cugino Charles Clive nel 1764.


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tratta, perché nel 1761 era stato insignito del titolo di barone Clive of Plassey. Sul tavolo accanto a lui è appoggiata la corona nobiliare. Un ulteriore dettaglio curioso contribuisce all’immagine aristocratica. Appeso al muro, alle spalle di Clive, c’è un profilo di Mir Jafar, il suo alleato bengalese. Come si spiega questo ritratto nel ritratto? Nulla si sa delle circostanze che portarono alla realizzazione della tela, eccezion fatta per una lettera di Margaret, la moglie di Clive, scritta nel febbraio 1764, all’incirca nello stesso periodo in cui fu dipinto il quadro, da cui si può presumere che fosse destinato a Mir Jafar, «un dono in segno della nostra durevole consapevolezza dei suoi favori» (lo scambio di ritratti fra governanti era un mezzo comune per cementare le alleanze). 64 Forse il quadro celebrava una simbiosi straordinaria. Clive aveva fatto lui e lui aveva fatto Clive: nawab e barone, nobiltà transcontinentale. I ritratti sono documenti rivelatori dell’immagine che ha di sé la persona in posa. Questo è Clive come voleva essere visto: solenne, prestigioso, potente, nobile. Il soldato è completamente assente, è stato assorbito dall’aristocratico. Ma i ritratti sono anche ingannevoli, e questo non fa eccezione. A Clive era stato concesso un titolo nobiliare irlandese, non il titolo inglese cui lui ambiva, un’offesa contro cui si scagliò fino all’ultimo dei suoi giorni. In più l’associazione con Mir Jafar, lungi dall’evocare il coronamento dei suoi successi, agli occhi di molti contemporanei gettava su di essi un’ombra scura. Quindi, se il dipinto rappresenta un’immagine di come Clive voleva essere visto, allude anche a quelle fonti di insicurezza che avevano alimentato il suo tentativo di rifarsi un’immagine. Poteva Clive of Britain cancellare l’immagine buia di quell’altro costruttore di imperi, Clive of India?

1.4. L’impero smascherato È possibile che molti degli spettatori seduti al Theatre Royal Haymarket nella primavera del 1772 abbiano conosciuto un’immagine abbastanza diversa di Robert Clive nella nuova pièce satirica di Samuel Foote, The Nabob, incentrata sulle avventure di Sir Matthew Mite, un nababbo modellato proprio sulla figura di Clive e su quelle dei suoi pari. Tornato dall’India pieno di soldi, Mite cerca prontamente di comprarsi la mano, e lo status, della figlia di un vicino baronetto. In una scena lui e i suoi tirapiedi complottano per aumentare la loro influenza nelle elezioni della Compagnia delle Indie orientali, brigano per costringere un aristocratico a vendere a Mite le terre avite e progettano manovre nei due seggi elettorali di una circoscrizione salacemente battezzata Corruttoria. Un’altra scena mostra l’elezione di Mite nella Society of Antiquaries, prestigioso club di nobili intenditori, di cui si è guadagnato l’appartenenza presentando alla società una


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grottesca congerie di oggetti e tenendo una dotta dissertazione sul gatto di Dick Whittington. È un personaggio sgradevole. Eppure, per quanto umiliante potesse risultare per lui quella caricatura, Clive non avrebbe potuto non identificarsi nella battuta finale del suo alter ego: «Di questi tempi i ricchi possiedono, perlomeno, il magico potere per cui, grazie alle ampie disponibilità finanziarie di cui godono, ne occultano la provenienza».65 Con quali risultati Clive riuscì a occultare la dubbia provenienza delle sue ricchezze e ad assimilarsi all’élite britannica? A giudicare dall’esterno, con risultati eccellenti. Nel 1772 era uno degli uomini più ricchi della Gran Bretagna e un prominente proprietario terriero. Controllava sette seggi in parlamento. Aveva un ruolo importante negli affari della Compagnia delle Indie orientali. Aveva ottenuto un titolo nobiliare, era stato insignito dell’ordine di Bath e si accompagnava ad alcune tra le figure più ricche e potenti del paese. Divideva il suo tempo fra tre dimore eleganti e imponenti e aveva intrapreso la costruzione di un vero e proprio palazzo. Possedeva dipinti di valore, apprezzati dagli intenditori. Il suo nome era famoso. Ma era anche famigerato. Com’era ben chiaro dalla satira di Foote, più Clive accumulava beni e potere, più sembrava incarnare tutto quello che i critici deploravano della Compagnia delle Indie orientali e del suo impero in Bengala: corruzione, assenza di principi e di regole, arrivismo. Le crescenti proteste pubbliche contro la rapacità della Compagnia si focalizzarono su Clive e culminarono nel 1772, quando fu istituita una commissione parlamentare d’inchiesta sull’operato di governo della Compagnia in India. L’indagine fu, per un certo verso, una prima e ampia valutazione della mutata posizione della Compagnia in Bengala. Per altro verso fu una sfida indiretta a Robert Clive in persona e alla legittimità delle sue azioni e delle sue fortune indiane. L’inchiesta condusse all’approvazione del Regulating Act del 1773, il primo tentativo di portare l’esercizio del dominio della Compagnia delle Indie orientali sotto il controllo parlamentare. Il Regulating Act istituiva inoltre un’amministrazione centrale dell’India nella forma di un governatore generale e di un consiglio con sede a Calcutta. Il governo della Compagnia delle Indie orientali però non smise per questo di essere percepito come corrotto e privo di principi. Le contestazioni al dominio esercitato dalla Compagnia erano sorte alla stessa velocità dell’impero e, in alcuni ambienti, sarebbero perdurate fino allo scioglimento della stessa. Le polemiche di quegli anni furono preludio delle discussioni che portarono all’India Act del 1784, con cui fu istituito un corpo parlamentare di formale supervisione sugli affari della Compagnia delle Indie orientali. Parimenti, l’enfasi ad hominem su Robert Clive anticipò l’attacco plateale all’impero della Compagnia delle Indie orientali che sarebbe avvenuto nel 1788 con l’incriminazione di Warren Hastings, governatore del Bengala.


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Apertamente accusato dai suoi nemici in parlamento di avere «illegalmente acquisito la somma di duecentotrentaquattromila sterline a disonore e detrimento dello stato», Clive si vide strappare via all’improvviso la maschera di gentiluomo britannico. In propria difesa offrì una testimonianza drammatica e commovente: «Lasciatemi il mio onore, prendetevi le mie fortune» gridò l’ultimo giorno di dibattito, con gli occhi pieni di lacrime.66 L’eloquenza sortì il suo effetto. Clive uscì da quelle traversie con il suo onore e le sue fortune più o meno intatti. A fine 1773 partì per un lungo viaggio in Italia, come a intraprendere quel Gran Tour che non aveva mai effettuato, accumulando avidamente opere d’arte lungo il percorso. Ma pur cadute le accuse del parlamento, la tensione dell’anno precedente volle il suo tributo. Si addensarono i nuvoloni scuri della depressione. La sua salute peggiorò. Fu l’inchiesta parlamentare, sostennero in molti, a portare almeno indirettamente Clive a una morte prematura. Ci fu chi si figurò, morbosamente, che avesse usato un temperino. Altri sospettarono la pistola, con cui aveva già tentato di togliersi la vita per ben due volte nei primi tempi a Madras, prima di convincersi che il destino l’avesse preservato per un più fulgido futuro. La verità più probabile, o perlomeno quella meno raccapricciante, è un’overdose di laudano, che beveva regolarmente per lenire lo stomaco martoriato. Ma qualunque sia stato il mezzo, la fine è la fine. Dopo avere lottato tutta la vita contro la depressione, Robert Clive si suicidò a casa sua in Berkeley Square il 22 novembre 1774. Fu seppellito rapidamente, con silenziosa discrezione, in una tomba senza lapide nella chiesa parrocchiale di Moreton Say, un paesino dello Shropshire. Al funerale parteciparono in pochi.67 Il figlio maggiore di Clive, Edward, che dopo Eton si era trasferito a studiare a Ginevra, non era presente. Edward, detto Ned, erede di uno degli uomini più ricchi d’Inghilterra, raggiunse la maggiore età quattro mesi dopo ed entrò in possesso di un vasto patrimonio. C’erano tutte le proprietà terriere e il potere politico a esse collegato. Le azioni della Compagnia delle Indie orientali e il ruolo nell’amministrazione della Compagnia che queste comportavano. Alcune magnifiche case, tra cui Claremont, ancora in costruzione, e le gran quantità di opere d’arte e mobili pregiati con cui erano arredate. E c’era, ovviamente, il titolo. Quando il nuovo Lord Clive rientrò in Inghilterra da Ginevra nel 1777, trovò ad aspettarlo, oltre al resto, un baule che era stato messo da parte appositamente per lui. Lì dentro Edward rinvenne alcuni oggetti di valore ed effetti personali appartenuti al padre: un orologio e dei bottoni d’oro, fibbie da scarpe di topazio, una tabacchiera d’agata sbeccata. Il baule conteneva anche due degli spadini di Clive, le insegne e l’abito completo di cavaliere dell’ordine di Bath: dal prezioso collare ingioiellato fino agli speciali nastri per le scarpe. Erano davvero queste le cose che Robert Clive aveva desiderato in modo particolare che suo figlio avesse: i fronzoli e gli orpelli di un gentiluomo inglese? Ma Edward scoprì poi


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qual era il principale contenuto del baule di memorie di suo padre: le «curiosità indiane». A centinaia.68 Passarne in rassegna il contenuto dev’essere stato come svuotare il baule del tesoro. C’erano decorazioni da turbante, fasce ingioiellate con spilloni incastonati di smeraldi e diamanti. Splendidi narghilè dagli smalti brillanti, con serpenti ornamentali avvolti in filo d’oro e il bocchino tempestato di pietre preziose. Questi erano gli oggetti dal valore più evidente. Forse erano stati dati a Clive dai suoi ricchi e potenti amici indiani, in ossequio alle convenzioni rituali di scambio di regali diplomatici (e non, come avrebbero sostenuto i nemici di Clive, mere forme di sfacciata corruzione). Insieme a questi oggetti Clive aveva però anche messo da parte vari altri ammennicoli della sua vita in India. Scatole in filigrana, recipienti d’argento, forbici d’oro, schiaccianoci per noci di betel, pettini d’avorio, bottiglie smaltate di colori vivaci per l’acqua di rose e lucide scodelle di giada dalla finitura liscia e dura: il baule traboccava dei preziosi oggetti quotidiani di un privilegiato dell’Impero moghul. A differenza dei pezzi di più ostentato splendore, queste erano cose che Clive potrebbe benissimo avere usato e conservato come effetti personali. Nel baule, tra gli oggetti del padre, Edward trovò persino un mazzo di carte da gioco d’avorio, con dipinte figure di principesse dalla pelle diafana e principi a dorso d’elefante per la caccia alla tigre. Poi c’erano le armi. Molti ufficiali europei tornavano dall’India con un bagaglio di armi, non da ultimo perché avevano molte opportunità di collezionarle. In più, come una visita a qualunque armeria del mondo può facilmente attestare, esibire le armi del nemico implica una misura non piccola di trionfalismo. Ma non era soltanto l’arroganza imperiale a spingere gli europei a collezionare armi indiane: si trattava di oggetti belli, dalle decorazioni ricche ed eleganti. Oltre a essere spesso anche tecnicamente sofisticate, piacevano per l’affascinante fattura e la foggia insolita. Erano esotiche, o almeno così dovette pensare Edward sollevando una scimitarra trovata nel baule, con la sua crudele lama incantata, incisa di versetti del Corano. C’erano spade d’acciaio ricurve dalle else scintillanti di pietre dure. Fucili a miccia con canne lunghe novanta centimetri intarsiate d’argento. Asce da guerra e lance, scomparse da tempo dai campi di battaglia europei in un’epoca di cannoni e moschetti.69 Tutte queste cose erano estranee a Edward. Ma per Robert, che le aveva collezionate, dovevano essere familiari come la spada che portava appesa al fianco: in quanto soldato, era forse la parte della cultura materiale dell’India che conosceva meglio. Nel baule delle curiosità indiane Edward scoprì un altro lato della vita di suo padre, occultato con la stessa cura con cui era stato conservato. Il termine «curiosità» è in un certo senso sbagliato. Non si trattava infatti di curiosità simili ai doni che Robert Clive aveva consegnato a suo tempo al re Giorgio iii da parte dell’imperatore moghul, omaggi diplomatici appariscenti che, dopo essere sta-


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ti visti e ammirati una volta come novità esotiche, sarebbero stati relegati in un magazzino e dimenticati.70 Non erano neppure curiosità come quelle, di origine naturale e artificiale, affastellate nei gabinetti settecenteschi, tra gli emblemi simbolici di tempi e regioni lontani. Questi oggetti documentavano la vita indiana di Robert Clive: erano le cose di cui si era circondato e che aveva scelto di conservare sotto forma di collezione. Mentre spulciava i doni, i trofei, i ricordi e gli ornamenti che suo padre aveva conservato con tanta cura per lui, Edward maneggiava il più intimo archivio esistente di Clive of India. Edward non era mai andato con Robert in India: erano vissuti in paesi diversi per nove anni e sotto lo stesso tetto per non più di cinque. Attraverso questi oggetti toccava un padre che conosceva appena. Robert Clive aveva dedicato la sua vita in Gran Bretagna a occultare, dietro una facciata britannica, la sua discutibile carriera in India. Ma con la sua morte, l’eredità lasciata al figlio Edward mise in luce quanto fossero da sempre inscindibili le due parti della sua vita, l’indiana e la britannica. Che acquistasse potere politico, proprietà terriere, opere d’arte o immobili, Clive usò il collezionismo per modellare il suo volto britannico di plutocrate e intenditore. In questo senso mise insieme una collezione di oggetti e status symbol pomposamente britannici, con l’intento di conquistarsi un posto nell’élite del paese. Eppure fu anche ineluttabilmente una collezione indiana, nel senso più immediato del termine, perché comprata con soldi indiani, ma anche nei suoi motivi ispiratori, perché doveva echeggiare in Gran Bretagna, oltre che compensare, la fama e il potere che Clive si era guadagnato in India. Nelle sue collezioni, ma non solo, Clive of India e Clive of Britain furono un’unica e sola persona. Il progetto di Clive, di usare la sua fortuna imperiale per ridisegnare se stesso, fu un aspetto di quel più ampio processo in cui egli ebbe parte: l’acquisizione di risorse in India da parte della Compagnia delle Indie orientali, nel tentativo di ottenere un ruolo di potere. La morte di Robert Clive coincise con la fine del primo capitolo dell’Impero britannico in India. La Compagnia delle Indie orientali non si limitava più a commerciare, ma aveva cominciato a governare, si era assicurata il controllo fiscale e militare. I semi del dominio britannico erano stati gettati. In patria, i cittadini britannici cominciarono a confrontarsi e a scendere a patti con una nuova, e per molti aspetti sgradita, forma di impero. Non si trattava più dell’impero marittimo, prevalentemente atlantico, fatto di insediamenti e commerci, ma comprendeva adesso territori vasti e popolosi, frutto delle conquiste in Asia. Aveva preso forma sotto l’egida nominale di un potere indigeno legittimo e ancora esistente, l’Impero moghul, ed era invischiato nel clima di perenne guerra e rivalità con la Francia. Tutto questo fu in certa misura il lascito di Robert Clive, costruttore d’imperi oltremare. Ma ci sarebbero state conseguenze anche sul piano più strettamente


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privato. Nel 1804 Edward Clive realizzò l’ambizione più cara al padre: divenne un conte inglese. Ma Edward avrebbe costruito qualcosa sulle fondamenta gettate da suo padre anche sotto un altro rispetto, come si vedrà in un successivo capitolo di questo libro. Nel 1798 Edward si recò a sua volta in India e ricoprì per cinque anni la carica di governatore di Madras. Qui, lui e la sua famiglia divennero a loro volta collezionisti di opere d’arte e manufatti indiani, con quell’entusiasmo e quelle mire che Robert aveva invece investito in oggetti europei. Quando Edward entrò in possesso dell’eredità non aveva intenzione, e ancora meno auspicava, di seguire le orme del padre in India. Che la prima idea di andare laggiù gli sia balenata mentre frugava nel baule indiano? Possibile che la fine di un progetto di collezionismo contenesse in nuce l’inizio di un altro?


Sfoglialibro La Compagnia delle Indie  

Sfoglialibro La Compagnia delle Indie, Il Saggiatore

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