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Jonathan Lethem Chronic City Traduzione di Gianni Pannofino

足足足ilSaggiatore


per Amy ed Everett


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Incontrai per la prima volta Perkus Tooth in un ufficio. No, non ci lavorava in quell’ufficio, anche se ai tempi io ero confuso al riguardo. (Condizione tutt’altro che infrequente, per me.) Eravamo al quartier generale della Criterion Collection, all’angolo tra la 52ª Strada e la Terza Avenue, nel pomeriggio di un giorno feriale di fine estate. Ci ero andato a registrare alcuni voice-over per un dvd della Criterion, riedizione di lusso di un film noir “dimenticato” degli anni cinquanta, La città è un labirinto. Il mio compito consisteva nel prestare la voce al regista di quel film, il compianto auteur emigré Von Tropen Zollner. Avrei dovuto leggere una serie di dichiarazioni tratte da interviste e articoli di Zollner per un documentario supplementare preparato dai geniali curatori della Criterion. Avevo incontrato due di loro a una cena. Quando mi avevano coinvolto nel progetto, mi avevano fornito una quantità di materiali, che io avevo consultato in maniera tutt’altro che sistematica, e una versione provvisoria della loro ricostruzione del film, in modo che potessi rendermi conto di che cosa ci fosse di tanto entusiasmante. Era la prima volta che sentivo parlare di Zollner, e quindi non si può dire che avessi accettato il lavoro per passione. Tuttavia, l’entusiasmo dei feticisti è contagioso, e il film mi piacque. Avevo smesso di considerarmi un attore in attività. Quelle erano le sole cose che ancora facevo, cavalcando la scia della mia antica e sbiadita fama, la fumosa semivita di un divo bambino. Fu un favore insolito, in realtà. E io ero curioso di vedere dall’interno la sede della Criterion. Era la 9


prima settimana di settembre: l’atmosfera da ritorno a scuola che si respirava in città mi spingeva a cercare qualcosa da fare con le mie oziose mani. In quei giorni, da quando Janice era lontana, conducevo una vita troppo superficiale: feste, pettegolezzi, appuntamenti in cui io facevo da intermediario o da amico di amici. I luoghi di lavoro – zone in cui la patina di Manhattan lasciava trasparire il mondo concreto – mi affascinavano. Registrai i testi di Zollner in una saletta d’incisione situata nel settore tecnico degli affollati e sgangherati uffici della Criterion. Nella stanza antistante la saletta, dov’era seduto il tecnico del suono che mi dava istruzioni attraverso le cuffie, c’era anche un restauratore con gli occhi fissi su uno schermo, impegnato a manovrare per mezzo di un mouse un cursore con cui cancellava diligentemente, un fotogramma digitale alla volta, i graffi e le macchie della celluloide dai corpi nudi di hippie che si rotolavano in una pozza di fango. Mi avevano detto che stava restaurando Io sono curiosa – Giallo. Alla fine fui prelevato dalla produttrice che mi aveva ingaggiato, Susan Eldred. Era proprio Susan che avevo incontrato, insieme a un suo collega, a quella cena: gente sventata e sempre pronta all’abbraccio, appassionata di un mondo di minuzie cinematiche, per cui io avevo provato un’immediata tenerezza. Susan mi condusse nel suo ufficio, un antro con una minuscola finestra e scaffali stipati di vhs: altri film dimenticati in attesa di essere salvati dalla Criterion. Susan condivideva l’ufficio, a quanto pareva, non con il collega che era con lei alla cena, ma con un’altra persona. Questa era seduta sotto scaffali sovraccarichi, con un taccuino tra le mani e lo sguardo assente. Quell’ufficio sembrava un po’ troppo piccolo per poter essere condiviso. Il lustro del marchio Criterion contrastava con quelle scene di parsimonia e improvvisazione che coglievo sbirciando dietro le quinte; ma perché mai non avrebbe dovuto? Susan fece appena in tempo a presentarmi Perkus Tooth e a consegnarmi una liberatoria da firmare, perché subito dopo fu chiamata altrove per un colloquio. Lui, in quella prima occasione, era assorto, come presto avrei appreso, in uno dei suoi stati d’animo “ellipsistici”. Sarebbe stato lo stesso Perkus Tooth, in seguito, a suggerire questo icastico termine: ellipsistico deriva da ellissi. Una specie di intervallo vuoto, un ac­10


cenno o una fuga in cui lui non era depresso né non depresso, e non desiderava concludere né iniziare pensieri di sorta. Uno stato intermedio. Con il tasto «pausa» premuto. Io lo fissai, ovvio. Considerando la postura da tartaruga e il completo rilasciamento di tutto il suo essere, la stempiatura incipiente e il suo stile d’abbigliamento antico – vestito attillato con profili, seta atrocemente spiegazzata e ormai priva di lucentezza, scarpe da tennis – avrei potuto anche dargli più anni di quelli che aveva. Quando si mosse, sfiorando con la mano il foglio del taccuino come se stesse scrivendo sotto dettatura con una penna invisibile, e io potei leggere i suoi tratti pallidi e adolescenziali, stimai che avesse più di cinquant’anni… ma mi sbagliavo di un decennio, anche se Perkus Tooth era da un pezzo che non prendeva il sole. Ne aveva poco più di quaranta, ed era perciò appena più grande di me. Me l’ero immaginato più vecchio perché l’avevo preso per una persona importante. Quando alzò lo sguardo vidi un indisciplinato occhio castano che deviava, sotto la palpebra bovina, verso il naso. Quell’occhio voleva passare dall’altra parte, per screditare tutta quell’aura di sobrietà di Perkus Tooth con una facezia. L’altro occhio ignorò la manovra, restando fisso su di me. «Be’, tu sei l’attore.» «Sì» dissi. «Io mi occupo dei testi del libretto. Per La città è un labirinto, intendo.» «Ah, bene.» «Ne faccio tanti. Preludio a una certa mezzanotte… Donne recalcitranti… Città empia… Ecolalia…» «Tutti film noir?» «Santo cielo… Non hai mai visto Ecolalia di Herzog?» «No.» «Be’, io ho scritto i testi del libretto, ma in effetti non è ancora stato pubblicato. Sto ancora cercando di convincere Eldred…» Perkus Tooth, avrei scoperto, chiamava tutti per cognome. Come se fossero famosi, o in stato d’arresto. Il suo paesaggio mentale era epico, punteggiato da figure torreggianti come le teste dell’Isola di Pasqua. Proprio in quel momento Eldred – cioè Susan – rientrò nell’ufficio. «Be’» le disse Perkus «hai per caso la videocassetta di Ecolalia, da 11


queste parti?» Rivolse gli occhi, quello buono, il sinistro, e quello vagante, che era il destro, verso gli scaffali di Susan, alla confusione di titoli scarabocchiati sulle etichette. «Vorrei che lo vedesse.» Susan sollevò un sopracciglio, e lui si fece più piccolo. «Non so dove sia» rispose lei. «Fa niente.» «Hai dato fastidio al mio ospite, Perkus?» «In che senso?» Susan Eldred si girò verso di me, per prendere la liberatoria firmata, e fatto questo ci congedammo. Poi, mentre entravo in ascensore, fui raggiunto da Perkus Tooth, che si affrettò a infilarsi tra le porte scorrevoli, calcandosi in testa, al contempo, un antico cappello di feltro. Quell’ascensore, come molti altri sul retro degli edifici midtown, era minuscolo e scassatissimo, poco più di un glorioso servomuto: non c’erano margini per fingere di non esserci appena incontrati nell’ufficio. Con l’occhio storto leggermente vagante, Perkus Tooth mi rivolse uno sguardo lunare, né ostile né autogiustificatorio. Nonostante la tenuta vintage, non era una specie di azzimato feticista rétro. Il colletto della sua camicia era sudicio e stropicciato. Le scarpe da tennis grigioverdi facevano capolino come spugne mummificate nel secchio di una portinaia. «Be’» disse di nuovo. Questo «Be’» di Perkus – la sua abitudine di introdurre qualsiasi argomento come riepilogando discussioni precedenti – non aveva nulla di cogente. Era piuttosto come se Perkus si fosse appena riscosso da un sogno a occhi aperti e, udendo una vocina ammiccante nella sua testa, l’avesse scambiata per la tua. «Be’, ti presterò la mia copia di Ecolalia, anche se io non presto mai niente. Perché credo che tu debba vederlo.» «Benissimo.» «È una specie di film-saggio. Herzog l’ha girato sul set di Neanche lontanamente di Morrison Groom. Il film di Groom non è mai stato finito, lo sai. Ecolalia documenta il tentativo di Herzog di intervistare Marlon Brando sul set di Groom. Brando non vuole rilasciare l’intervista e, ogni volta che Herzog riesce a bloccarlo, si limita a ripetere a pappagallo quel che dice Herzog… Hai presente l’ecolalia?» «Sì» risposi io, sconcertato come mi sarebbe spesso accaduto di sentirmi sotto l’effetto dei torrenziali dettagli di Tooth. ­12


«Ma è anche la sola maniera di vedere qualcosa di Neanche lontanamente. Morrison Groom ha distrutto tutto il materiale girato, e le scene riprodotte in Ecolalia, per ironia, sono tutto ciò che rimane di quel film…» Perché “per ironia”? Dubitai delle mie speranze di poter introdurre la domanda. «Incredibile» dissi. «Ovviamente, sai che il suicidio di Morrison Groom è stato con tutta probabilità una messinscena…» Il mio cenno di assenso fu una bugia. Le porte si aprirono, e noi arrancammo fino in strada, incastrandoci a ogni strettoia: «Prego…», «Ooops…», «Dopo di te…», «Scusa». Ci ritrovammo uno di fronte all’altro, con la folla del mercoledì pomeriggio di Manhattan che ci scorreva intorno isolandoci. Perkus diventò formale e distaccato, forse nel tardivo sforzo di non sembrare molesto. «Be’, io vado.» «È stato un piacere vederti.» Da tempo avevo smesso di usare il verbo «conoscere», sostituendolo con il più ambiguo «vedere», alla millesima volta che qualcuno mi aveva fatto notare che ci eravamo già conosciuti in precedenza. «Be’…» Si fermò, come in attesa. «Che cosa c’è?» «Se vuoi venire a prendere la videocassetta…» Poteva darsi che io avessi fallito un qualche test, non ne ero sicuro. Perkus Tooth si occupava di sapienza occulta e misurava tutto con calibri segreti. Non avrei mai scoperto in quale momento avevo superato un’invisibile frontiera che solo Perkus percepiva nell’aria tra noi. «Vuoi darmi un biglietto da visita?» Si accigliò. «Eldred sa dove trovarmi.» Intervenne il suo orgoglio, e Perkus se ne andò. Per sconvolgermi la vita con una telefonata come quella che feci a Susan Eldred, devo aver avuto qualche ottima ragione. Sta di fatto che quello stesso pomeriggio mi ritrovai a chiamare il centralino della Criterion – prima per chiedere di Perkus Tooth e poi, quando la centralinista disse di non aver mai sentito quel nome, di Susan Eldred – sospinto da un misero cocktail fatto per due terzi di sfizio e per un terzo di senso di colpa. Eccolo il volontario di Manhattan, 13


sono io, posso benissimo ammetterlo. Ero più incuriosito da Ecolalia, dal finto suicidio di Morrison Groom, dal curioso alternarsi di intensità e pause in Perkus Tooth o dal divagare del suo occhio destro? Da tutto questo e da nulla in particolare: è l’unica risposta. Forse io già lo veneravo, Perkus Tooth, e già sentivo che era proprio la sua amicizia ciò di cui avevo bisogno per entrare nella fase successiva della mia vita. Per uscire dal curioso gorgo in cui ero finito. La rapidità con cui io, subito dopo il nostro primo incontro, avevo cominciato ad adorare Perkus e ad averne bisogno rende assai complicato stabilire quanto questi sentimenti stessero già inesplicabilmente germogliando nell’ufficio di Susan Eldred o in quell’ascensore. «Il tuo collega di ufficio» dissi. «Non conoscevano il suo nome al centralino. Ho capito male o…?» «Perkus?» Susan scoppiò a ridere. «Non lavora qui.» «Mi ha detto che scrive i testi per i vostri libretti.» «Ne ha scritto qualcuno, è vero. Ma non lavora qui. Viene qui e occupa un po’ di spazio ogni tanto. Sono un po’ la sua baby-sitter. Certe volte non mi accorgo neanche della sua presenza, ormai… Hai visto com’è, un po’. Spero che non ti abbia dato fastidio.» «No… no. Anzi, in realtà, volevo mettermi in contatto con lui.» Susan Eldred mi diede il numero di Perkus Tooth; poi, dopo un breve silenzio disse: «Immagino che tu lo avessi già sentito nominare…». «No.» «Be’, in effetti, è un critico piuttosto in gamba. Quando ero alla New York University io e i miei amici lo idolatravamo. Quando ho avuto l’occasione di ingaggiarlo per scrivere un libretto ero davvero emozionata. È stato incredibile quando ho capito quant’era giovane. Mi pareva di essere cresciuta leggendo i suoi manifesti.» «Manifesti?» «Sì, aveva l’abitudine di scrivere queste invettive su dei manifesti che attaccava in giro per tutta Manhattan, una serie di brillantissime critiche delle cose, degli eventi in corso, delle notizie diffuse dai media, dell’arte pubblica. Erano già questi un tipo di arte pubblica, direi. Erano tutti convinti che fosse una cosa molto misteriosa e importante. Poi è stato assunto da Rolling Stone. Gli hanno dato questa grossa rubrica, e lui scriveva un po’, non so, come un incrocio tra ­14


Hunter Thompson e Pauline Kael, per cinque minuti. Ammesso che ciò abbia un senso.» «Certo.» «Comunque, ha fatto un po’ perdere la pazienza a diverse persone con certe cose un po’… paranoiche. Ho capito che cosa intendevano solo quando ho cominciato a lavorarci insieme. Cioè, a me Perkus è simpatico. Solo, non voglio che tu pensi che io ti abbia fatto perdere del tempo o che ti abbia impegolato in chissà quali… storie.» La gente, a volte, si faceva troppi scrupoli, come se il tempo di un attore in pensione fosse così prezioso. Si trattava, credo, di un effetto di seconda mano, una ricaduta delle azioni oltremondane di Janice. Io ero notoriamente innamorato di una donna che non aveva tempo da perdere, neppure un respiro, perché abitava in un luogo al di là del tempo e fuori dalla portata della rubrica telefonica di chiunque, dove ogni respiro era dosato da serbatoi di aria riciclata. Se un’astronauta trovava spazio per me nei suoi programmi, le mie prerogative dovevano essere importanti come quelle di un astronauta. Era vero il contrario. «Grazie» dissi. «Farò attenzione a non farmi impegolare.» Perkus Tooth abitava dalle mie parti, scoprii poi. Il suo appartamento si trovava a sei isolati dal mio, sull’84ª Strada, in uno di quegli anonimi labirinti nascosti dietro innocue vetrine, edifici che non avevano neppure l’atrio, figurarsi i portinai. L’esercizio al piano terra, il Brandy’s Piano Bar, era un locale notturno dall’aria dozzinale davanti a cui sarei potuto passare mille volte senza mai notarlo. clienti del brandy’s, rispettate i nostri vicini! esortava un piccolo cartello sulla porta, evocando una lunga storia di lamentele e telefonate alla polizia per via dei rumori e delle esalazioni. Vivendo a Manhattan si resta continuamente sbalorditi di fronte ai mondi rintanati l’uno dentro l’altro, al caotico intrico con cui questi ambiti si interfogliano, come quei fasci di cavi televisivi e tubi dell’acqua e condotti del riscaldamento e fognature e cavi telefonici e tutto ciò che coabita in quei cunicoli intestini che periodicamente gli operai sfascia carreggiate scoperchiano alla luce del giorno e ai nostri sguardi fugaci e infastiditi. Noi ci limitiamo a fingere di vivere su una griglia ordinata. Nell’attesa che il citofono del portone di Perkus Tooth ronzasse, 15


e anche dopo, facendomi strada all’interno, sentii la mia mappa interiore estendersi per accogliere la realtà di quel luogo, l’accidentato mosaico a scacchiera sul pavimento dell’ingresso, il nauseante odore di limone del detersivo usato dal custode, il blocco tutto ammaccato delle caselle della posta rivestite di ottone e l’uggiolio di un cane dietro una porta a un piano superiore, messo in allarme dal citofono e dal trapestio delle mie suole. Faccio fatica a credere all’esistenza delle cose finché non le conosco fisicamente. Perkus Tooth abitava al piano rialzato, sul retro del palazzo. Aprì la porta di quel tanto che mi permise di sgusciare all’interno, direttamente in quella che finì per rivelarsi una cucina. Perkus, benché scalzo, indossava un altro vestito dall’aria antica, di velluto verde a coste, questa volta, unico elemento di una certa formalità che mi colpì entrando. L’appartamento era una tana da bohémien, e la cucina era tale solo nel senso che era dotata di un lavandino, di una cucina a gas e di un frigorifero ricoperto di adesivi incastrato in una nicchia accanto alla porta del bagno. Il mobiletto aperto sopra il lavandino era pieno di libri. Sul ripiano di lavoro c’era un lettore cd insieme a un centinaio di dischi, dentro e fuori svariate custodie, molte delle quali etichettate a mano con scritte a pennarello indelebile. Si udiva il fischio di una tubatura dell’acqua calda. Oltre la cucina, le altre stanze dell’appartamento a mezzogiorno erano scarsamente illuminate, dato che le tende alle finestre erano chiuse. In ogni caso, probabilmente si affacciavano soltanto su qualche cavedio o su vicoli lastricati. C’erano, poi, le invettive di cui mi aveva parlato Susan Eldred. Senza cornice, attaccati con le puntine a tutte le pareti libere dagli scaffali, in cucina e nelle stanze oscurate, c’erano i famosi manifesti di Perkus Tooth, la carta ormai ingiallita e la grafia a metà tra una ricercata scrittura a mano da fumettista o da graffitista e l’ossessivo scarabocchiare di un artista «off», o le pagine di un paziente schizofrenico riprodotte nella monografia del suo medico. Li riconobbi. Me li ricordavo. Downtown se ne vedevano dappertutto, un decennio prima, sulle recinzioni dei cantieri, sulle pubblicità nel metrò, parte del bailamme grafico cittadino che si percepisce ineluttabilmente ai margini del campo visivo. Perkus si fece da parte per autorizzarmi a richiudere la porta. ­16


Spiaggiato al centro della stanza, con quel suo vestito e i piedi nudi, le mani spalancate sulla difensiva, come temendo che gli venisse gettato qualcosa di ripugnante, Perkus mi fece tornare in mente un dipinto di Edvard Munch che avevo visto una volta, un autoritratto con gli occhi sbarrati e la barba incolta, rattrappito nei suoi abiti. Insomma, di nuovo Perkus Tooth mi parve più vecchio di quello che era. (Non lo avrei mai visto senza una qualche parte di un completo addosso, magari soltanto i pantaloni, abbinati a una lurida maglietta bianca. Non portava mai i jeans.) «Vado a prenderti la videocassetta» disse, come se lo avessi sfidato. «Fantastico.» «Dammi il tempo di trovarla. Siediti, intanto…» Allontanò una sedia dal suo piccolo tavolo rivestito di formica, come quelli che ci sono nelle tavole calde. La sedia era assortita con il tavolo: un set della Dinette, roba da collezionisti. Perkus era prima di tutto un collezionista. «Ecco.» Pigliò una canna perfettamente confezionata e appoggiata in attesa sul bordo del posacenere, se la infilò tra le labbra e la accese, per poi passarmela senza domande. Be’, Dio li fa e poi li accoppia, credo. Lui andò nell’altra stanza, e io lo aspettai fumando. Quando tornò – con una videocassetta, le sue scarpe da tennis e un paio di calzini bianchi appallottolati – gli porsi la canna che lui prese, fumandosene due o tre centimetri con molta dedizione. «Ti va di andare a prendere qualcosa da mangiare? Oggi non ho ancora messo il naso fuori.» Si allacciò le scarpe da tennis alte. «Va benissimo.» Per Perkus Tooth, di solito, «fuori» non significava «lontano». Gli piaceva sfamarsi in un posto dove facevano hamburger, dietro l’angolo della Seconda Avenue, che si chiamava Jackson Hole, un buco di superfici cromate luccicanti e con versioni più nuove e più false del tavolo della sua cucina, inserite tra paffute panche contrapposte rivestite di vinile rosso. Alle quattro del pomeriggio eravamo praticamente gli unici, nel locale, e il juke-box strillava successi a un volume che copriva il nostro conversare stupefatto e annebbiato. Era da un pezzo che non mi capitava di fumare erba: mi sembrava tutto strano, ricevevo segnali attraverso un’atmosfera costellata dai vortici delle esitazioni, e l’intero universo andava alla deriva privo di or17


meggi, come l’occhio vagabondo di Perkus Tooth. La cameriera sembrava conoscerlo, ma lui non la salutò né consultò il menù. Chiese un cheeseburger deluxe e una Coca-Cola. Per inerzia, replicai la sua ordinazione. Perkus pareva a suo agio, lì, proprio come negli uffici della Criterion, ma in una maniera indifferente, obliqua: come se in quel posto ci fosse nato, ma non ci avesse ancora fatto caso. Nel bel mezzo del nostro pasto, interruppe una delle sue tirate su Werner Herzog o su Marlon Brando o su Morrison Groom per annunciare l’idea che si era fatto di me fino a quel momento. «Be’, sei arrivato a questo punto facendo il carino, vero, Chase?» Le sue dita da ragno, sostenute dal gomito poggiato sulla formica, tenevano alto il grondante e truculento hamburger del Jackson Hole a nascondergli l’espressione, le braccia abbastanza inclinate in avanti da non esporre a rischi l’azzimata tenuta. Un occhio mi fissava, mentre l’altro si muoveva insinuante, come un bisturi al lavoro sulla mia faccia. «Non sei cambiato, sei come un bambino sognante, è questo il segreto del tuo fascino. Comunque, ti amano. Ti guardano come se fossi ancora in televisione.» «Chi?» «I ricchi. La gente di Manhattan… sai a chi mi riferisco.» «Già» confermai. «Dovresti essere l’uomo più triste di Manhattan» mi disse. «Per via dell’astronauta che non può tornare a casa.» Be’, non c’era da stupirsene: anche Perkus mi conosceva come il fidanzato di Janice Trumbull. La sofferenza del mio cuore era il pane quotidiano dei giornali. Sì, amavo Janice Trumbull, l’americana intrappolata in orbita con i russi, l’astronauta che non poteva tornare a casa. Questo, oltre alla mia infanzia da star televisiva, era ciò che di me sapeva la gente, anche se c’erano quelli come Susan Eldred che erano troppo educati per parlarne. «È per questo che tutti ti adorano.» «Mi sa di sì.» «Io però conosco il tuo segreto.» Fui colto di sorpresa. Avevo un segreto? Se sì, doveva essere una delle cose che mi erano sfuggite negli ultimi anni. Non ricordavo più come fossi arrivato a quel punto, né come fossero maturate le decisioni che mi avevano portato dalla mia infanzia da divo a quella ­18


notorietà manhattanese ingenuamente dissipata, e neppure come avessi fatto a meritarmi l’amore della coraggiosa astronauta. Avevo difficoltà persino a ricordarmi chiaramente di Janice, e questo contribuiva alla mia tristezza. Nel giorno stesso in cui venne lanciata verso la stazione spaziale, io dovevo essermi impegnato a smettere di pensare a lei, pur avendole promesso che l’avrei attesa devoto qui sulla Terra. Non avevo mai osato parlare con nessuno, di questo. Insomma, posto che avessi un segreto, si trattava sicuramente del fatto che avevo fatto di tutto per dimenticare il mio segreto. Perkus mi guardò di sottecchi con aria furba. Forse, per una sua filosofia di vita, faceva questo annuncio a tutti i suoi nuovi conoscenti, per vedere che cosa tiravano fuori. «Tieni le orecchie e gli occhi aperti» mi disse. «Sei nella situazione ideale per imparare alcune cose.» Quali cose? Prima che potessi domandarglielo, eravamo già ripartiti. L’imbonimento di Perkus toccò Monte Hellman, Semina Culture, Tracce di rossetto di Greil Marcus, i ricatti della mafia a J. Edgar Hoover per certi suoi segreti erotici (che diedero vita a un’artificiosa amplificazione delle paure della Guerra fredda e, perciò, di tutto il nostro paesaggio contemporaneo), Vladimir Majakovskij e i futuristi, Chet Baker, il nientismo, la rovina che la giunta Giuliani aveva arrecato al sacro squallore di Times Square, la genialità di The Gnuppet Show, Frederick Exley, Out 1 (l’invedibile film di Jacques Rivette della durata di tredici ore), la corruzione delle arti a causa del commercio in generale, Slavoj Žižek su Hitchcock, Franz Marplot su G.K. Chesterton, Norman Mailer su Muhammad Ali, Norman Mailer sui graffiti e sul programma spaziale, Brando come icona del dissenso, Brando come santo del sesso, Brando come Napoleone in esilio. Certi nomi li conoscevo un po’. Altri li avevo sentiti, ma non mi ero mai dato la pena di approfondire. Mailer tornava di continuo, e Brando ancora più spesso: gli idoli principali di Perkus Tooth sembravano questi due massicci e infidi individui che per contrasto riuscivano solo a far apparire Perkus ancora più fragile e innocuo, privo di solidità nel suo abito dai pantaloni a tubo. Forse mangiava gli hamburger del Jackson Hole nella speranza di ingrassare, di metter su un po’ di girovita per attrarre l’attenzione di Norman e di Marlon, i suoi due consoci eletti. 19


Si fece anche riempire di nuovo il bicchiere gigante di Coca e poi, mentre il nostro pomeriggio sfumava nella sera, lavò giù tutto con del caffè nero. Nella nostra conversazione, l’intontimento da marijuana si arrese a schegge a base di caffeina, come un banco di nubi trafitto da ronzanti Fokker. Avevo letto il New Yorker? Questa domanda aveva un’urgenza pericolosa. Non era un articolo o un qualche scrittore in particolare a interessarlo, bensì il carattere tipografico. Il significato insito a livello preconscio nell’aspetto della rivista; il sigillo, come disse lui, apposto dalla tipografia e dal progetto grafico al pensiero dialettico. Secondo Perkus, leggere il New Yorker equivaleva a trovarsi sempre d’accordo, ma non con la rivista, bensì, cosa assai più sconcertante, con se stessi. Mi sforzai di capire. Si trattava, evidentemente, della paranoia di cui Susan Eldred mi aveva avvertito: i caratteri del New Yorker controllavano e, forse, stavano aggredendo la mente di Perkus Tooth. Per difendersene, lui stesso riscriveva gli articoli al computer e li ristampava con un semplice Courier, nel tentativo di dissolvere l’oppressivo contesto della rivista. Una volta entrai nel suo appartamento e lo trovai sul tappeto con un paio di forbici, intento a tagliare e a ricomporre furiosamente un numero della rivista, cercando di neutralizzare l’incantesimo che esercitava su di lui. «Be’» mi domandò una volta di punto in bianco, «come fa uno scrittore del New Yorker a diventare uno scrittore del New Yorker?» Dove quel «be’» solo apparentemente casuale mascherava ansia allo stato puro. Non era una domanda che avesse una risposta. Questa mia ricostruzione, però, è sicuramente confusa. Possibile che si sia parlato di tutte queste cose già la primissima volta? Del New Yorker, sicuro. Dell’idea di Giuliani di vendere la 42ª Strada alla Disney. Di Mailer, per il quale la Nasa era il sogno soffocante di un apparato burocratico. Di J. Edgar Hoover che, in balia della mafia, gonfiò il pericolo rosso, instillando nella Mente Americana angosce da autosorveglianza. Anche nel pieno di queste variazioni il tema veniva sempre ingegnosamente e meravigliosamente recuperato. In poche parole, una parte della libertà umana era stata fatta sparire dal livello della coscienza. La libertà era stata circoscritta, ridefinita, amnesizzata. Perkus usò questo termine senza spiegarlo: intendeva qualcosa di simile a quello che potrebbe fare la mafia, una strage, ­20


un massacro. Tutte le cose più importanti erano vittime di questo complotto omicida ai danni della percezione. Inoltre: la colpa era sempre di tutti; quando cerchi il responsabile di qualcosa, comincia sempre da te stesso. La complicità, compresa la sua, era l’unica convinzione indubitabile di Perkus Tooth. La cosa peggiore è essere certi di sapere quel che si sa, tipico errore indotto dal carattere del New Yorker. L’orizzonte della vita quotidiana era un sogno a occhi aperti di massa: tutto quello che contava si trovava al di sotto di questa superficie. A quel punto avevamo già pagato gli hamburger ed eravamo rientrati nel suo appartamento. Ci sedemmo alla Dinette; lui sbriciolò dell’erba per toglierne i semi e rollò un’altra canna. L’erba usciva da un tubetto di plastica contrassegnato da un’etichetta stampata al laser su cui c’era scritto chronic, con i colori dell’arcobaleno, una sorta di marchio. Riducemmo senza tregua quest’altra canna a un mozzicone e continuammo a parlare; Perkus fu finalmente libero di gesticolare come non aveva fatto al Jackson Hole. In tutto questo, però, non si accalorò mai, non andò mai, nonostante tutto il suo fervore, in iperventilazione né, come fanno certi epilettici, si morsicò la lingua. Le febbrili parole venivano pronunciate con una freddezza spietata. Come il taglio del suo vestito, per quanto spiegazzato. E come le scritte ossessivamente regolari sulle videocassette e sui cd. Perkus Tooth poteva anche avere un occhio pazzo, ma serviva quasi da monito a non sottovalutare i suoi scrupoli, l’attenzione con cui si manteneva sempre dal lato buono dello scetticismo dell’interlocutore, apportando tutti quei minuti aggiustamenti che certificavano la sua sanità mentale: la Realpolitik interpersonale della persuasione. L’occhio era folle, e il resto di lui era quasi d’acciaio. Perkus passò in rassegna i cd alla ricerca di un disco che voleva farmi ascoltare, un disco che non conoscevo: Something Else (Is Working Harder), di Peter Blegvad. Era un blues arrabbiato e incoerente, o così mi parve, impregnato di esecrazione per chi «non paga per i propri omicidi». Poi, come irritato dalla musica, si voltò e disse, con piglio quasi selvaggio: «Be’, non sono un critico rock, sai». «Okay.» Questo era un punto che fu abbastanza facile concedergli. «La gente ti dirà che lo sono, perché ho scritto su Rolling Stone… 21


Ma io non scrivo quasi mai di musica.» In realtà, le invettive appese nelle sue stanze sembravano piene di riferimenti a canzoni pop, ma mi trattenni dal sottolineare la contraddizione. Lui diede l’impressione di avermi letto nel pensiero. «E comunque, quando mi capita di farlo, non uso quel linguaggio.» «Ah.» «Quella gente, i critici rock, intendo… Vuoi sapere che cosa sono, veramente?» «Sì, certo: che cosa sono?» «Autistici ad altissimo funzionamento. Non dico che sia una malattia conclamata, ma questa è la mia diagnosi. Sono affetti dalla sindrome di Asperger. Alla stessa maniera, intendo, di un, poniamo, David Byrne o di un Al Gore. Sono intelligenti, ma anche dei disadattati sociali.» «Ah, e tu come lo sai?» Per quel che mi risulta, non ho mai conosciuto nessuno che avesse la sindrome di Asperger, ma non ho mai conosciuto neanche dei critici rock, se è per questo. (Anche se una volta ho visto David Byrne a una festa.) Tuttavia, avevo ascoltato abbastanza da trovare strano quell’attacco di Perkus Tooth ai disadattati. «È la maniera in cui parlano.» Si sporse verso di me, cercando di dimostrare quel che diceva mentre lo diceva. «Aspirano le vocali più vicino alla parte anteriore della bocca.» «Wow.» «E quando li senti parlare in gruppo, il fenomeno è ancora più evidente, perché si autorinforza. I critici rock si incontrano a fini di reciproca consolazione, anche se loro non lo ammetterebbero mai. Loro si credono degli esperti.» Perkus, che se ne rendesse conto o meno, continuava a parlare aspirando le vocali nella parte anteriore della bocca. «Non si curano della luna perché stanno a guardare il dito.» «Shono hesperti auto rinforzhanti» dissi, provandoci anch’io. «Non shi curano della luna perché sthanno a guardare il dito.» Io sono molto mimetico, per un mio istinto profondo. Comunque, sul tavolo tra noi era posata una videocassetta con l’etichetta Ecolalia. «Esatto» disse Perkus, in tono serio. «Alcuni di loro fischiano, persino, quando parlano.» ­22


«Fhishchihano?» «Esatto.» «Per fortuna non siamo dei critici rock.» «Puoi ben dirlo.» Leccò la colla della cartina di un’altra canna che stava preparando, per poi indagarne la fumabilità, passandosela sotto l’occhio ballerino come se stesse leggendo un codice a barre. Soddisfatto, se l’accese. «Be’, è una forma di autoterapia» spiegò. «Fumo erba perché soffro di cefalea.» «Emicrania?» «No, cefalea a grappolo. È una variante dell’emicrania. Solo su un lato della testa.» Con due dita si picchiettò sul cranio: si trattava, naturalmente, del lato destro, perché i mal di testa gravitavano intorno all’occhio deviante. «La chiamano cefalea a grappolo perché i dolori arrivano in serie, ogni giorno, per una settimana o due, sempre alla stessa ora. Come un orologio, come il canto del gallo.» «È pazzesco.» «Lo so, e poi c’è questo effetto sulla vista… come un punto cieco da un lato…» Di nuovo mosse la mano destra. «Come una macchia al centro del campo visivo.» Enigma: che cosa si ottiene incrociando un punto cieco con un occhio vagante? Il suo occhio, però, non lo avevamo mai nominato, perciò mi trattenni. «E l’erba aiuta?» domandai invece. «Il problema nelle esperienze di tipo emicranico è che si ha la sensazione di essere vivi solo a metà. Ti ritrovi a camminare in questo mondo d’oltretomba, dove tutto sembra lontano e tetro e morto. Fumare mi riporta con i piedi per terra, mi restituisce la voglia di mangiare, di scopare, di conversare.» Be’, quanto al mangiare e al conversare, me ne ero accorto; gli appetiti sessuali di Perkus Tooth rimanevano, per il momento, avvolti nel mistero. Quello fu soltanto il primo degli innumerevoli pomeriggi con serata in cui mi arresi al tavolo della cucina di Perkus, al suo posacenere fumante e al suo bricco di caffè bruciacchiato, al suo antico stereo portatile con lettore cd, che cigolava chiaramente girando nella pausa silenziosa tra un brano e l’altro, al nostro tavolo del Jackson Hole dietro l’angolo, tutte le volte, ed erano tante, che ci prendeva un’ardente bramosia di hamburger e Coca-Cola. Ben presto tutti quei giorni finirono per confondersi allegramente, dato 23


che Perkus, nello sconsolato anno dell’orbita forzata di Janice, fu probabilmente il mio migliore amico. Immagino che Perkus fosse la curiosità, io il cercatore di curiosità, ma io entrai a far parte della sua collezione tanto quanto lui della mia. Ecolalia, poi, lo guardai. Il modo in cui Brando tormentava il suo aspirante intervistatore faceva ridere, ma la profondità dell’opera mi sfuggì completamente. Non avevo la necessaria familiarità con il contesto. Quando gliela restituii e glielo dissi, Perkus si rabbuiò. «Hai visto Il nascente?» «No.» «Hai visto Tutto ciò che si nasconde?» «Neanche quello.» «Hai visto qualcuno dei film di Morrison Groom, Chase?» «No, che io sappia.» «Come fai a sopravvivere?» mi disse, senza scortesia. «Come fai ad andare avanti in questo mondo senza neanche sapere quel che ti succede intorno?» «È per questo che ho te. Tu sei il mio cervello.» «Ah, con il tuo aspetto e il mio cervello, potremmo fare molta strada» scherzò, con una voce alla Bogart. «Esatto.» Qualcosa in lui si accese, a quel punto; salì a piedi nudi sulla sedia ed eseguì una piccola danza scimmiesca, improvvisando una canzone: «Se io sono il tuo cervello, sei in un mare di guai… Hai scelto il cervello sbagliato!». Non era privo di una certa bellezza, Perkus, con quel suo corpo sottile e nervoso e quel suo cranio quasi ferale e a forma di ascia, con quel pizzetto graziosamente rastremato e i tratti delicati. «Il tuo cervello è strafatto, il tuo cervello è in fiamme…» Nonostante questo folle ammonimento, Perkus si incaricò di quella che lui considerava la mia formazione e mi caricò di videocassette e dvd, facendomi accomodare per una serie di visioni fondamentali. L’appartamento di Perkus era un luogo per il consumo di meraviglie archivistiche, tanto al tavolo della cucina quanto sulle poltrone flosce davanti al suo televisore a schermo piatto: registrazioni clandestine e inedite di chi abitava il pantheon di Perkus, come Chet Baker, Nina Simone e Neil Young, e videocassette sgranate di ­24


film noir di scarsa qualità registrate a tarda notte dalla televisione. Fra questi tesori c’era la cassetta di un episodio da un’ora e mezza del telefilm Colombo, del 1981, diretto da Paul Mazursky, con John Cassavetes nel ruolo di un direttore d’orchestra uxoricida a far da contrasto con l’impermeabile stropicciato di Peter Falk. Nel ruolo dei due figli adolescenti e viziati di Cassavetes c’erano Molly Ringwald e… il sottoscritto. Il telefilm era una cosa che Mazursky aveva realizzato più o meno nel periodo della Tempesta, un film teatrale a cui avevano lavorato anche Molly Ringwald, Cassavetes, ma, ahimè, non il sottoscritto. Si può dire che in quell’esperienza si riassumeva la mia carriera di attore, la porta contro cui continuavo a sbattere: televisione sì, ma non il grande schermo. Cassavetes era uno degli eroi più sacri a Perkus: per questo aveva captato la trasmissione e l’aveva registrata in occasione di una replica antelucana. La registrazione era integrale, con tanto di spot pubblicitari della metà degli anni ottanta, dove O.J. Simpson correva a perdifiato per gli aeroporti e così via. Non vedevo quell’episodio di Colombo dai tempi in cui era stato trasmesso, ed ebbi una sensazione di nauseante familiarità. Mazursky, Falk, Cassavetes e Ringwald non erano certo come una famiglia, per me, dato che li avevo a malapena conosciuti, eppure mi pareva quasi di guardare un filmino domestico. Di lì, passai alla curiosa impressione di aver, chissà come, già soggiornato nell’appartamento di Perkus per una ventina d’anni e più, prima di averlo incontrato. La sua conoscenza della cultura, con le connessioni stranamente sinestetiche che lui vi stabiliva, conferì un che di fatidico al fatto che noi fossimo lì a guardare quella cassetta insieme. Anzi, era come se io, all’età di dodici anni, avessi recitato in quel dimenticabile e dimenticato telefilm accanto a John Cassavetes solo per entrare privatamente in comunione con il mio futuro amico Perkus Tooth. Perkus prestò poca attenzione ai ragazzini imbronciati che tiravano Cassavetes per la giacchetta: il suo interesse era rivolto alle scene in cui comparivano il grande regista e Peter Falk, e setacciava il telefilm in cerca di ogni più piccolo sentore di genialità capace di rimandare alle loro collaborazioni nei maggiori film di Cassavetes o in Mikey e Nicky, di Elaine May. Esultò per dettagli che io non mi sarei mai neppure preso la briga di notare, tanto sul set, da attore25


bambino, quanto da spettatore di quella videocassetta. Fece anche un catalogo di connessioni filosofiche all’interno della galassia di cose culturali che lo interessavano. Ad esempio: «In questo piccolo e miserevole telefilm c’è una delle ultimissime apparizioni di Myrna Loy. Hai presente Myrna Loy ne L’uomo ombra? Ha anche lavorato in un mucchio di film muti degli anni venti». Il mio silenzio gli permise di presumere che io seguissi questo suo scandagliare profondo. «E anche in Non desiderare la donna d’altri, nel 1958, con Montgomery Clift e Robert Ryan.» «Ah.» «Tratto dal romanzo di Nathaniel West.» «Ah.» «Comunque, non è che sia ’sto granché.» «Mmm.» Osservai la vecchia signora nella scena con Falk, sperando di provare quel che provava Perkus. «Montgomery Clift è sepolto nel cimitero quacchero di Prospect Park, a Brooklyn. Pochissima gente sa che è lì, o addirittura che a Prospect Park c’è un cimitero. Da ragazzo ci andai una notte insieme a un amico: scavalcammo la recinzione e ci guardammo intorno, ma quella tomba non riuscimmo a trovarla; vedemmo soltanto mucchi di teste di galline per il voodoo e altre offerte sacrificali bruciacchiate.» «Wow.» Ascoltandolo solo in parte, continuai a guardare il mio io ragazzino, un fantasma camuffato da dodicenne che infestava i corridoi della villa di proprietà del personaggio interpretato da Cassavetes, il malvagio direttore d’orchestra. Pareva che la collezione di Perkus fosse un luogo in cui, girando l’angolo, uno potesse ritrovare inaspettatamente se stesso, una trappola che era anche uno specchio. Perkus continuò la sua esposizione: «Peter Falk ha lavorato anche in The Gnuppet Movie in quel periodo». «Ah, davvero?» «Sì, e anche Marlon Brando.» Zing! Un altro puntino unito nella Perkusfera! * ­26


Provai sconcerto, all’inizio, forse persino gelosia, quando scoprii che altri avevano accesso al sancta sanctorum dell’84ª Strada. Primo venne lo spacciatore di Perkus, colui che gli forniva i tubetti in lucite con la scritta chronic. Si chiamava Foster Watt. Giovane e sospettoso, capelli a punte sparate in avanti, giubbotto di vinile rosso e jeans neri, Watt aveva un cercapersone e rispondeva soltanto alle chiamate dei clienti abituali: per entrare nel gruppo bisognava conoscerlo prima di persona; in caso contrario, rifiutava la chiamata. Perkus gli assicurò che ero «a posto», gli spiegò che ero semplicemente passato di lì a trovarlo, che non mi candidavo a diventare cliente. A quel punto, ogni interesse affaristico di Watt nei miei confronti si spense. La Chronic non era la sua unica merce: Watt mostrò tutto un campionario di tipi di marijuana diversi, un fertile rametto in ciascun astuccio trasparente etichettato con nomi tipo foschia argentata, scimmia funky, mirtillo kush, mack daddy o più inquietanti, mi parve, tipo ice. Poteva benissimo essercene un’altra decina. Perkus saccheggiò marche di erba con avidità casuale, rimpinguando la sua scorta di Chronic, non senza aggiungervi alcune altre varietà. (Le avrei assaggiate tutte con Perkus, senza mai riuscire a cogliere la benché minima differenza: tutti i tipi di erba venduti da Watt mi sconvolgevano a livelli devastanti.) Fatto l’affare, Watt se la filò. Personaggio più importante si rivelò Biller, anche se lui non entrava mai nell’appartamento. Venni a sapere della sua esistenza per una vibrazione della finestra di Perkus, quella affacciata sul cavedio del lato posteriore dell’edificio. Quando udii questo rumore intrusivo – ero arrivato da poco, e Perkus aveva appena cominciato a teorizzare, a dispiegare le ali – lo ignorai. Però Perkus senza alcuna spiegazione si interruppe e tacque, guardando altrove. Non andò subito alla finestra, bensì raccattò una serie di oggetti che, mi rendevo conto solo allora, erano stati disposti ordinatamente sul tavolo di formica, pronti all’uso. Un bagel, imbottito di formaggio spalmabile e salmone affumicato, in carta oleata: una colazione trascurata, avevo erroneamente creduto. Un’antica edizione tascabile di Raymond Chandler, Addio mia amata, dalla copertina stupenda, come quelle che Perkus conservava in piccole buste di carta glassine. Una canna già rollata e messa da parte, che Perkus infilò in una minuscola busta con cerniera. E delle banconote, da uno e cinque dollari, am27


mucchiate sul tavolo come se fossero state appena estratte da una tasca e gettate lì con noncuranza. Il tutto finì in un sacchetto di carta usato, forse quello del bagel. Dopo di che Perkus aprì la finestra e fece cenno con una mano a qualcuno che stava di sotto. Vista la distanza tra la finestra e la nuda superficie di cemento del cortile, Biller doveva aver tirato una pietruzza o strofinato un bastone o una gruccia di fil di ferro contro il vetro. Protendendosi verso l’alto arrivò appena a prendere il sacchetto bianco che Perkus gli stava calando. Sporgendomi dalla sedia per sbirciare, vidi dapprima le sue dita, marroni e rinsecchite dalla polvere, che annaspavano verso i doni. Poi mi alzai e lo vidi tutto intero. Era l’inizio di ottobre, e potevano essere le sei o le sette di sera, ma il crepuscolo era a malapena fresco. Biller, però, era avvolto da una selva di giacche e cappotti. Alcuni di questi capi parevano rivoltati. Prima di inquadrare la faccia scura vidi un golem di tessuto, tutto bordature scozzesi stropicciate e sezioni tubolari imbottite di piumino e coperte di macchie. Le sue grandi mani adunche infilarono il sacchetto di Perkus sotto uno strato di tessuto, in una tracolla di tela, con la scritta serigrafata barnes & noble, che penzolava sotto il cappotto più esterno. A quel punto misi a fuoco nella penombra la faccia di Biller. Benché le guance e il collo fossero gravati da peli di barba incarniti, impossibili da radere, e la sua capigliatura afro apparisse al contempo a chiazze e unta, annodata in proto dreadlocks, in questa cornice i begli occhi esprimevano una cortese ritrosia. Sentii di aver tradito entrambi, ficcando il naso nella beneficenza di Perkus. Tornai a sedermi e aspettai. «Chi è quello?» La voce di quell’uomo suonò sommessa e sana. «Non preoccuparti» disse Perkus. «È un amico.» «L’ho già visto. Credevo fosse uno del palazzo.» «No, non abita in questo palazzo. Forse lo hai già visto da qualche altra parte.» Giocherellai con un vassoietto di biscotti italiani messo in tavola da Perkus e, mentre loro continuavano a discutere di me, restai ad ascoltare. Il caffè percolava con un gorgoglio irregolare: Perkus l’aveva messo su prima del rumore alla finestra. «Non volevo sorprenderti con la presenza di un ospite» riprese Perkus. «Credevo che ti saresti fatto vivo un po’ prima.» ­28


«È colpa della tigre» disse Biller. «Hanno praticamente dovuto chiudere la Seconda Avenue. Non sono riuscito a passare.» Era la prima volta che sentivo parlare della gigantesca tigre in fuga che stava mettendo a soqquadro alcune zone dell’East Side. O se ne avevo sentito parlare, me n’ero dimenticato. In ogni caso, non avevo ragioni di non stimare il racconto come una fantasticheria di Biller. Per un senzatetto, pensai, la tigre poteva essere il simbolo delle paure che lo perseguitavano. Ovvio che avesse bisogno di tutti quei cappotti. Perkus rispose senza alcun turbamento. «Non importa. Ce la fai a tornare indietro?» «Andrò downtown.» Per essere uno che accettava bagel da una finestra sul retro, Biller pareva piuttosto lucido. Seconda Avenue, downtown: quant’era vasta la sua orbita? «Okay. A domani.» «Credevo che sarebbe venuto prima del tuo arrivo» mi spiegò Perkus dopo aver richiuso la finestra e fatto il nome di quella apparizione. «Preferisce non farsi vedere. Un tempo mi aspettava sul davanti, ma certi stronzi di questo palazzo hanno chiamato la polizia tre volte di fila. E allora gli ho mostrato come fare per entrare nel cortile sul retro dove Brandy’s ammucchia la sua spazzatura.» «Dove vive?» Perkus si strinse nelle spalle. «Non credo che viva da qualche parte in particolare, Chase. A volte dorme sotto una piscina sopraelevata in Orchard Street; dice che è un isolato controllato dalla mafia e che, quindi, a nessuno verrebbe mai in mente di insospettirsi o di infastidirlo. Credo che spesso dorma semplicemente sul metrò durante il viaggio per arrivarci.» «Ma perché… va proprio… fin laggiù? O perché… torna fin qui?» «Non gliel’ho mai domandato.» Perkus riempì due tazze di caffè. Con l’erba sparsa sul tavolo rollò un’altra canna, per rimpiazzare quella che aveva aggiunto al pacchetto di aiuti per Biller. La varietà, questa volta, era Foschia argentata. Il fatto che Perkus la condividesse con Biller mi parve, all’improvviso, come una specie di eucarestia, calata dall’alto verso quelle mani supplici, e un gesto di solidarietà egualitaria: io mi autocuro, perché non dovresti farlo anche 29


tu? E il romanzo di Chandler con la copertina artistica d’epoca… Perkus ne aveva forse due copie o stava poco alla volta distribuendo la sua collezione di libri per le strade tramite Biller? Per Perkus, evidentemente, i libri erano come sandwich: andavano divorati. Perkus era sensibile al mio incanto. «Te lo presenterò» disse. «Solo che all’inizio è un po’ timido.» La marijuana era una costante, ma la vera musa di Perkus Tooth era il caffè. Con l’occhio scombussolato Perkus sembrava osservare la sua preziosa tazza, mentre in realtà scrutava l’interlocutore. Poteva anche non essere un difetto, bensì un dispositivo di sicurezza, un evoluto sistema di difesa per evitare che gli fregassero il caffè. Una volta, rimasto solo nell’appartamento, trovai tra le sue carte sparpagliate un brandello di poesia, l’unico scritto di Perkus da me mai letto che non fosse una qualche forma di esegesi critica. Era un’ode incompiuta e riveduta, e recitava: «Oh, caffeina! / Tu demone schermo contemporaneo / nel tuo volto ho veduto / nel mio volto / attraverso il mio volto…». E in effetti sul foglio erano impressi numerosi anelli lasciati dalla tazza di caffè. Immaginai che la fuga all’origine di quello scritto fosse stata interrotta da un attacco di emicrania, e che la penna gli fosse caduta dalla mano a causa di una delle sue cefalee a grappolo. Non potevo fare a meno di immaginarmela così, perché una volta ero arrivato da Perkus, e lui era appena stato ghermito dal mal di testa. Mi aveva invitato a passare da lui, e poi gli era presa questa cefalea. La porta non era chiusa a chiave, e Perkus, sdraiato sul divano con i pantaloni del completo e una maglietta ingiallita e con una pezzuola fresca posata sugli occhi, mi aveva fatto cenno di entrare. Mi aveva detto di sedermi e di non preoccuparmi, ma la sua voce mi era parsa rattrappita, come rinchiusa dentro lo scarno torace. Mi ero convinto, allora, che mi stesse parlando da quella sorta di semivita, da quel mondo dei morti che aveva così nitidamente evocato nelle sue prime descrizioni della cefalea a grappolo. «È una di quelle forti» disse. «Il primo giorno è sempre il peggiore. Non sopporto la luce.» «Ti accorgi quando sta per arrivare?» «Si crea una specie di aura d’avvertimento un’ora o due prima» rantolò. «Sembra che il mondo si contragga…» ­30


Feci per andare in bagno, e lui disse: «Non entrarci. Ho vomitato». Quel che feci, lo ammetto, non è da me: ci entrai ugualmente e ripulii il vomito di Perkus. Inoltre, cercando una spugna nel lavandino della cucina, mi imbattei in un altro disastro: una ciotola per cereali mezza piena di Cheerios galleggianti e tazze contenenti del caffè che evaporando aveva lasciato sui bordi anelli di pellicola brunastra. Mentre Perkus era disteso sul divano e respirava affannosamente attraverso la salvietta, io gli rassettai silenziosamente la cucina, rimettendo le cose un minimo in ordine, perché non volevo che scivolasse nel delirio e nell’insania proprio durante quello che, mi resi conto all’improvviso, era il mio turno di guardia: era a tal punto fuori combattimento che immaginavo non si sarebbe mosso da quel divano per diversi giorni. Senza contare Biller, che era rimasto fuori dalla finestra, non avevo mai visto anima viva nell’appartamento di Perkus, a parte il suo fornitore di erba. Il tavolo di formica era cosparso di marijuana, in parte passata in un colino di metallo, per il resto ancora compatta e con tanto di semi. Rimisi tutto in un tubetto di plastica con l’etichetta scimmia funky e sistemai le canne che Perkus aveva già rollato nella scatola metallica di Altoids che lui usava apposta. Poi, non senza una certa compulsività (il mio appartamento lo tengo pulito, ma non avevo mai provato una simile ansia per il caos di Perkus), cominciai a riordinare i cd, risistemandoli nelle custodie sparpagliate. Questo tipo di attività è forse il mio modo per sentirmi a mio agio, un’altra forma di autoterapia. Di certo, il fatto di essermi imbattuto nel mal di testa di Perkus mi aveva reso nervoso e preoccupato, ma non me la sentivo di andarmene. Non tentai neppure di nascondere il mio trafficare, e Perkus non fece commenti, a parte qualche piccolo e raro gemito. Quando ormai era un po’ che rumoreggiavo con i suoi cd, mi disse: «Trovami Sandy Bull». «Come dici?» «Sandy Bull… è un chitarrista… fa canzoni molto lunghe… riesco a sopportarle, quando sono in questo stato… distoglie la mia attenzione da tutto questo pulsare…» Trovai il disco e lo infilai nel lettore. Quella musica mi parve intollerabilmente ronzante, psichedelica, ma in tonalità minore, più 31


adatta a un harem che alla stanza di un malato. Io, però, non mi intendo di musica né di mal di testa. «Puoi andare…» disse Perkus. «Non preoccuparti…» «Ti serve qualcosa?» «No… quando sto così, non riesco a mangiare…» Be’, un hamburger del Jackson Hole, grosso come un pugno, non poteva mangiarselo di certo. Mi domandai se non fosse il caso di ordinare un piatto di verdura o di minestra, ma non avevo intenzione di accudirlo. E così me ne andai, dopo aver abbassato le luci, ma lasciando la musica, secondo i desideri di Perkus. Mi sentii stranamente derelitto, abbandonato alle ore vuote. Mi ero abituato a contare sui pomeriggi con Perkus e sul loro sfumare in altrettante serate. La luce, fuori, era completamente fuori luogo. Mi resi conto di non essere forse mai uscito da quel portone senza avere il cervello piacevolmente annebbiato, senza incontrare la folla degli avventori del Brandy’s Piano Bar che, ignorando il cartello lì affisso, chiacchieravano fumando sul marciapiede mentre lo strimpellio di un pianoforte e i cori scomposti del pubblico filtravano dall’interno del locale fino in strada. Quella volta, tutto taceva, e gli sgabelli di Brandy’s erano capovolti sopra i tavoli. E io che non riuscivo a pensare ad altro che a Perkus, immobilizzato sul divano, le palpebre gonfie sotto la salvietta. Al successivo incontro con Perkus feci l’errore di domandargli se la sua tendenza a virare verso l’ellissi fosse in qualche modo collegata alle sue cefalee a grappolo. Si era vantato, la settimana precedente, della sua capacità di scivolare in quello stato simile al satori e di come, quando vi si avventurava, scorgesse dimensioni extra, mondi all’interno del mondo. Gran parte dei suoi scritti più ispirati, aveva spiegato, erano nati da qualche scorcio di sapienza ellipsistica. «Non c’è alcun nesso» stava dicendo, mentre eravamo seduti al solito tavolo del Jackson Hole, con il suo occhio rotante strabuzzato. «La cefalea a grappolo è una condizione di morte, in cui ogni possibilità è preclusa… Io non sono me stesso, in quei momenti… Non sono nessuno. L’ellissi, invece, è una cosa mia, Chase.» «Mi domandavo soltanto se non potessero essere due facce di una stessa medaglia…» O due modi di scrutare l’esterno da uno stesso cranio, pensai, ma evitai di dirlo. ­32


«Non so neanche da dove cominciare per spiegarti. Sono due cose totalmente diverse.» «Scusa» dissi istintivamente, nella speranza di placarlo. «“Scusa”? E per che cosa?» Preso dalla smania di confutarmi, aveva sputato un pezzetto di hamburger. «Non intendevo dir nulla di male.» «L’ellissi è come una finestra che si apre, Chase, o come… l’arte. Ferma il tempo.» «Sì, me lo dicevi.» Il pezzettino di carne semimasticata era sempre lì accanto al tovagliolo, inosservato se non da me. «La cefalea a grappolo, invece… è il nemico.» «Sì.» Mi aveva persuaso. Non ci era voluto granché. Ora volevo io convincere lui a vedere un guaritore orientale che conoscevo, un maestro di medicina cinese che, nel suo studio di Chelsea, con una lista d’attesa di almeno sei mesi, curava i ricchi e famosi di Manhattan, liberandoli con incantesimi e agopuntura dai loro elaborati stress e decadenti disturbi. Mi ripromisi di tentarci, non appena la rabbia di Perkus si fosse attenuata. Speravo con tutto il cuore che avesse la sua ellissi, con tutti i crismi e senza riserve, gli auguravo di averla senza cefalee a grappolo… Anche se avevo il terribile sospetto che queste fossero il prezzo da pagare per avere l’altra. E glielo auguravo egoisticamente, perché, come cominciavo a intuire proprio allora, Perkus Tooth – i suoi discorsi, il suo appartamento, lo spazio che si era aperto dal momento in cui avevo fatto la sua conoscenza alla Criterion, per poi cercarlo telefonicamente – era la mia ellissi. Poteva darsi che non fosse innata in me, ma l’avevo nondimeno scoperta in lui. I luoghi in cui Pekus mi portava con le sue tirate, il suo entusiasmo, con le sue brusche e improbabili digressioni, era il mondo all’interno del mondo. Non volevo che soffocasse nel mondo tombale dell’emicrania. Perkus era l’opposto della mia remota fidanzata astronauta: le mie attenzioni quotidiane nei suoi confronti potevano servire.

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Chronic City  

Tigri, astronavi, cheeseburger. La Manhattan cool di Jonathan Lethem.

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