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Marisa Bulgheroni

Chiamatemi Ismaele Racconto della mia America


Sito & eStore – www.ilsaggiatore.com Twitter – twitter.com/ilSaggiatoreED Facebook – www.facebook.com/ilSaggiatore © il Saggiatore S.r.l., Milano 2013


Chiamatemi Ismaele


Come se tu ne riprendessi, da lontano, la lettura interrotta, Ennio, questo libro, che hai voluto, è per te.


Sommario

Premessa

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Alla ricerca dell’America

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Norman Mailer, il nichilista di Greenwich Village New York, 1959

63

James Baldwin e Ralph Ellison: bianco e negro New York, 1959

71

I silenzi di Carson McCullers New York, 1959

79

Philip Roth, ritratto del giovane scrittore New York, 1959 – Milano, 2011

83

Il solitario di Wellfleet: visita a Edmund Wilson Wellfleet, 1959

87

La felicità di Saul Bellow Milano, 1959

97

Domenica dai Lowell Boston, 1960

103

I romantici di Greenwich Village New York, 1962

111


I poeti del sottosuolo New York, 1963

123

Una giornata con Allen Ginsberg New York, 1964 – Milano, 2011

137

Fiori di morte: Jack Kerouac a Milano Milano, 1966 – 2011

145

James Purdy e l’incubo americano New York, 1972

153

Donald Barthelme: un mosaico di frammenti New York, 1972

159

Frank O’Hara: il poeta, la città New York, 1961 – Milano, 1977

165

Nabokov spiega Nabokov Montreux, 1970

169

E.L. Doctorow, biografo di una nazione Milano, 1982

177

Susan Minot e l’ombra del vasto mondo New York, 1987

181

Cynthia Ozick: l’inferno che ritorna Milano, 1990

185

Harold Brodkey: la memoria del Proust americano Mondello, 1991

191

Il guizzo azzurro dei suoi occhi veloci. Ricordo di Grace Paley Bernate, 2008 197 Ringraziamenti

201

Nota

203

Indice dei nomi

207


Premessa

Ogni libro ha una sua storia, a volte cancellata nell’atto stesso della stesura, a volte inscritta nel susseguirsi delle pagine come un indelebile sottotesto, dal quale traspare il caso. Questo libro è nato dall’intuizione di un amico, Alberto Saibene, così precisa e così suggestiva che l’ho subito fatta mia. Ospite in Toscana di amici – discendenti di Nicolò Carandini, uno dei fondatori del Mondo – si trovò a sfogliare le vecchie annate della rivista diretta da Mario Pannunzio e a leggere un mio articolo del 1960, «Domenica dai Lowell», che lo incuriosì spingendolo a cercarne e a leggerne un altro e un altro ancora… Immaginò allora un libro che, presentando quegli «incontri americani» in successione, restituisse dal vivo un’America – tra gli anni cinquanta e gli ottanta – oggi rigorosamente studiata, ma ormai lontana e quasi perduta nella sua quotidianità. Sempre presa da nuovi progetti, come se avessi davanti un immenso futuro, io non pensavo a “raccogliere”, come si usa, testi pubblicati in passato, colpevolmente abbandonandoli al tempo e al caso. Per questo vidi nella proposta di Alberto, che


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si assumeva l’impegno di ricercare altri articoli, altri sparsi pezzi del mio puzzle americano, un dono inatteso: l’invito a un viaggio nella memoria. Il libro cominciò a prendere la forma immaginata: non una semplice “raccolta” di ritratti e di incontri con le scrittrici e gli scrittori di quegli storici decenni, ma un racconto della mia esperienza americana che avrebbe nel suo fluire restituito l’incandescenza del presente ai testi già pubblicati, inducendomi a riscriverne alcuni e a scriverne altri, rimasti nella mente come vividi fantasmi. Il viaggio nel passato si è svolto per andirivieni, soprassalti e illuminazioni, alla ricerca del perché, del quando avessi scelto l’America come una seconda patria letteraria. Viaggiare nella memoria è navigare costeggiando isole inabissate da tempo, doppiando capi di un continente sommerso, per raggiungere il mare aperto, dove l’attenzione deve affinarsi per distinguere ciò che è realmente accaduto dai miraggi del sogno. Così navigando, come il melvilliano Ismaele, consapevole che non c’è conoscenza senza avventura, ho creduto di riscoprire, e di poter raccontare, la mia America.


Alla ricerca dell’America

America! Ognuno di noi – nati dopo la Prima guerra mondiale, cresciuti durante la Seconda – ha sognato di salpare per l’America come un solitario Cristoforo Colombo alla ricerca di un suo continente da esplorare, da raccontare, di cui verificare l’esistenza. Io sono partita così, sola e per mare, quando l’occasione, a lungo vanamente inseguita, si è presentata inattesa: non una borsa di studio, il consueto lasciapassare dell’epoca per la mia generazione, ma il contratto con un editore, Arturo Schwarz, che mi impegnava a consegnare entro l’anno, il 1959, un’inchiesta sul romanzo americano del dopoguerra per la sua collana Enciclopedia moderna. Dovevo scrivere un libro sull’America, io che dell’America mi ero innamorata sui libri come di un luogo estremo dell’immaginazione, che un giorno mi sarebbe toccato abitare. Ognuno di noi – nati in quella tregua tra le due guerre – si portava dentro un suo fantasma di nuovo mondo, un modello di letteratura, di democrazia, di utopia. Come Cristoforo Colombo – pensavo – avrei trovato una terra che, se non corrispon-


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deva a quella fantastica della mia ricerca, mi avrebbe forse rivelato una parte sconosciuta di me: una vocazione al rischio, all’improvviso. Partivo senza pregiudizi, senza impegni con le istituzioni culturali dei due paesi. Non portavo, dissimulata nei miei bagagli, la nostalgia di un’Europa con la quale confrontare continuamente la nuova terra. Viaggiavo come una clandestina che non è certa del ritorno. L’America mi aveva sedotto molto prima di conoscerla: forse più che un “amore” – come, ieri per Mario Soldati, oggi per Alberto Arbasino – un sortilegio, incanto e disincanto, sistole e diastole di un altro cuore. Dal momento in cui Manhattan apparve al mio orizzonte nella sua sghemba corona di luci desiderai possederla, esserne posseduta, a qualunque prezzo. Soldati parla di una «lontananza» liberatrice dai luoghi familiari. Al contrario, a New York io mi sentii subito “a casa”, come se lontani fossero gli altri, i rimasti in patria. Oggi mi chiedo perché, nella mia biografia, l’America sia stata l’avventura decisiva. Mi chiedo per quale alchimia il viaggio nella terra del possibile sia coinciso per me con un’iniziazione a potenzialità inesplose. Altri viaggi mi avevano precipitato dalla provincia italiana nel mondo, trasformandomi per sempre in nomade: il deserto del Sahara, disseminato di relitti di guerra, i kibbutz israeliani, laboratori di uguaglianza, e l’inquieta Mosca di Krusciov. Soltanto l’America fu il paese a cui ritornare, la lingua mentale a cui strappare parole. L’America era entrata nella mia infanzia con Piccole donne di Louisa May Alcott, letto per la prima volta a otto anni, e riletto poi nell’adolescenza fino ad abitarlo come un mondo alterna-


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tivo, ricco di discontinuità esistenziali, guerra e pace, amore e morte, viaggi e ritorni. Quell’insospettabile saga domestica della famiglia March conteneva un seme di dissenso, diffondeva un bagliore eversivo. Quelle pagine invitavano alla ricerca di un’identità, in un gioco di travestimenti, prove, divinazioni di destini. Come tutte le future scrittrici della mia generazione, mi identificai con Jo, la seconda sorella, modello di femminilità irrequieta, riluttante ai ruoli di genere. Per Jo la vocazione alla scrittura definisce lo spazio del sogno, incrociandosi con l’impossibile desiderio americano di un’eterna giovinezza, libera dai condizionamenti di una società iniqua. Quando, cresciuta, nel secondo volume della saga, scoprirà che la parola è esplosiva, che è «polvere da sparo», Jo rinuncerà a scrivere, obbediente al canone vittoriano che le impone il ruolo di moglie e di madre. Ma non convincerà le sue lettrici: nelle pagine di Piccole donne la passione letteraria, proibita, soffia come un vento scardinante: si trasmette integrale come un progetto politico. Nella storia, in apparenza sentimentale, della famiglia March, era possibile percepire oscuramente quella forza del dissenso democratico che in quegli anni Cesare Pavese ed Elio Vittorini coglievano nella grande letteratura americana. Quando, nell’autunno 1964, visitai Fruitlands, il luogo dello sfortunato esperimento comunitario di Amos Bronson Alcott, il padre di Louisa May, colsi da un albero una mela e la mangiai in memoria della scrittrice che aveva saputo trasformare la fumosa utopia paterna in ribelle energia narrativa, salvandomi dalla povertà delle scelte offerte a un’adolescente dalla cultura fascista. Prima ancora che imparassi a leggere, un altro grande motivo di incantamento mi aveva avvinto a quel nome, America:


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il cinema muto, quasi una “lanterna magica”, immensa e impazzita, una pura seduzione visiva prodotta dal buio. Quelle immagini veloci, trascorrenti sullo schermo, si sono impresse nella mia memoria infantile come un arcano tatuaggio in bianco e nero. Conobbi Charlot, familiare, con bombetta e bastoncino, come un bizzarro parente cosmopolita, e le sue storie comiche e tristi accompagnate, nella sala del Teatro Sociale di Como, dal coro di sussurri di una parte del pubblico che ansiosamente decifrava le lunghe didascalie. Poi, con l’avvento del sonoro, arrivarono le facili risate con Stanlio e Ollio, la giungla di Tarzan, attraente come un giardino proibito. E, anni dopo, i film di Capra, È arrivata la felicità, L’eterna illusione, in cui splendeva un’America fugace che noi credevamo durevole, mentre uscivamo dal buio complice del cinema con la voglia di correre e ridere senza motivo. Negli anni del liceo scoprii tra gli scaffali di una libreria il Moby Dick di Herman Melville tradotto da Pavese per Frassinelli: in copertina la balena bianca su un polveroso sfondo azzurro. Più che una traduzione, era una delle grandi “riscritture” dell’epoca, destinata a orientare per decenni la visione di chi, come me, si iniziasse, in solitudine, alla letteratura americana. L’intimità dell’incipit: «Chiamatemi Ismaele», estranea alla tradizione del romanzo europeo, quasi che la voce del narratore rompesse il silenzio della carta stampata, mi incatenò per ore alle seicento e più pagine del testo. Vivendo in una città di lago, conoscevo lo sguardo sperduto dei «contemplatori dell’acqua» di cui Melville scrive nel primo capitolo per giungere alla fulminea equazione: «Acqua e medi-


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tazione sono sposate in eterno». E io stessa, nel desiderio di essere altrove – non in quella città, non in tempo di guerra –, finii per perdermi in fantasie oceaniche di fronte a uno scorcio di lago che l’immaginazione trasformava in insenatura atlantica. Melville, il baleniere letterato, scardinava la nostra idea di sistema scolastico: l’avventura della baleneria era stata per lui, maestro di scuola come Ismaele, «Harvard e Yale»; gli aveva suggerito, come mai avrebbero potuto fare gli studi universitari, narrazioni in cui imprigionare non solo le ombre e gli echi dei grandi libri del passato, ma l’alito selvaggio dei grandi spazi. I miti non appartenevano esclusivamente all’antichità: nascevano dal divenire di esperienze nuove, uniche. La storia, di cui noi liceali eravamo saturi, sembrava qui iscriversi nella natura, fissarsi rapidamente nel mito: quasi un inganno da cui scuotersi quando la balena emergeva, come il biblico Leviatano, da onde immemoriali. Leggendo Moby Dick appresi d’istinto quanto diversa, quanto anomala, fosse la letteratura americana: il rapporto tra parola scritta e dato reale si presentava, come mai in altre, immediato, fisico: il mitico oceano di Melville sapeva di sale. Di quell’anomalia, Pavese indagò, nei suoi saggi, i motivi. E segnalò, in Melville, in Hawthorne, in Thoreau, in Whitman, l’esigenza di un linguaggio nuovo che distruggesse la barriera fra cose e parole: «fra il comune lettore e la realtà simbolica o mitica più vertiginosa». Vittorini, negli stessi anni, intuì la «grandiosa contraddizione» per cui una letteratura coloniale dalle origini dotte si liberava, nel corso dell’Ottocento, dai vincoli del culturalismo, per nascere «moderna», con una «forte voce nuova», con una «nuova leggenda».


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L’America, così riscritta nei saggi di Pavese e nell’Americana e nel Diario in pubblico di Vittorini, era insieme «allegoria politica» di libertà e paese «reale» che rappresentava tutta la terra, che parlava una lingua in continuo mutamento, carica degli «aromi» di voci straniere. Quest’immagine seducente, prodotto di una geniale mediazione, si delineò con forza eversiva contro l’orizzonte chiuso del nazionalismo fascista, delle sue ideologie, delle sue poetiche, forzando il canone ad accogliere i nuovi modelli. E perdurò a lungo nella mente dei lettori più giovani, anche quando fu sconfessata, negli anni quaranta, dai suoi stessi autori, consapevoli che, con la fine della lotta antifascista, la cultura americana andava perdendo «l’ingenuo e sagace furore» attribuitole da Pavese, e che le nuove possibili leggende annunciate da Vittorini – di un Saroyan o di un Caldwell – erano morte sul nascere. Rimase, quest’immagine, come la mappa fantastica schizzata da viaggiatori immobili sulla base di documenti certi, e generò in noi l’ansia di verificarla in un viaggio di ricerca. Ci fu un’ultima esperienza decisiva per la mia formazione di americanista: il soggiorno di un mese – il febbraio 1954 – nel castello rococò di Leopoldskron, a Salisburgo, trasformato in laboratorio di cultura e di pedagogia americane nell’Europa divisa tra la lealtà ai liberatori degli Stati Uniti e le tentazioni ideologiche del socialismo reale. Non si parlava, allora, di molestie sessuali, punibili per legge; dubbi e sospetti rimanevano ironicamente personali; e la vita al castello, caldo di presenze intriganti e di caminetti accesi, induceva a un’imprevista intimità tra i docenti americani e gli ospiti europei – scrittori, studiosi, gior-


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nalisti – che ne ascoltavano le lezioni. Lawrance Thompson, illustre critico melvilliano, seduto tra noi sui gradini di legno di una scala a chiocciola, poteva sussurrare, sorseggiando un vino del Reno: «Chiamatemi Larry», quasi ignaro di citare il celebre incipit di Moby Dick. Un tacito incoraggiamento veniva dagli organizzatori americani che intuivano come un’esatta miscela di amore e letteratura potesse provocare uno sballo di emozioni utili alla convivenza internazionale. Difficile sfuggire ai giochi di seduzione nel chiuso del castello, o nel parco, dove, passeggiando lungo il laghetto gelato, i fiati s’incrociavano come le parole. Si favoleggiava che l’anno precedente Robert Lowell, il poeta del New England, famoso e sposato, impazzito d’amore per una ragazza italiana, fosse fuggito dal castello nella notte. Nel 1954 il grande Edmund Wilson teneva a Leopoldskron un ciclo di lezioni sulla letteratura della Guerra civile, tema del suo futuro libro Patriotic Gore. La fama e ancor più l’apparente altero distacco lo isolavano, con la moglie e la figlia bambina, a un grande tavolo nella sala da pranzo apparecchiato per chi volesse confrontarsi con lui. Ma nessuno osava farsi avanti. Un giorno, d’impulso, presi posto sulla sedia accanto alla sua. S’interessò al mio lavoro: gli parlai di un mio recente articolo su H.L. Mencken, il «Lucifero della critica americana», che volle leggere e di cui, il giorno seguente, mi segnalò, puntualmente, alcune imprecisioni, invitandomi nel suo appartamento all’ora del tè. Conversai con Helaine, paziente e curiosa della frenetica vita al castello, che la sfiorava appena. Inventai giochi per Ellen, la solitaria bambina, tanto somigliante al padre nell’alta fronte e nello sguardo intransigente. Con Wilson ridiscussi di Mencken e m’interessai al tema delle sue lezioni: il rapporto tra guerra e


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romanzo. Nacque un’amicizia destinata a durare: una prima prova, per me, di come in America le emozioni di un incontro obbediscano a cadenze più rapide, come di una musica che s’imprima subito nella memoria. Leopoldskron mi rivelò i fondamenti della pedagogia americana, antitetici rispetto ai codici delle nostre università: lo studente era soggetto, non oggetto dell’insegnamento, autorizzato a domande imprevedibili o inopportune; la lezione non poteva dirsi conclusa se non era seguita da una vivace discussione; la passione comune circolava tra gli ascoltatori come energia erotica. Le ombre di Socrate e di Platone si aggiravano per i corridoi bui, si affacciavano alle sale trasformate in aule. Nella mia futura carriera di docente, il modello di Salisburgo mi avrebbe suggerito strategie pedagogiche radicalmente diverse da quelle sperimentate nei miei anni di studio alla Statale di Milano. A Catania il mio campus si estese dalle aule barocche dell’università alle barche in secca nel piccolo porto di Santa Maria la Scala. Prima di partire per l’America volli incontrare un maestro italiano. Non avevo mai conosciuto Pavese, ma conoscevo Vittorini, leggendario, per me, al pari dei suoi americani, quando lo vidi per caso la prima volta. Ero ferma, da ammaliata provinciale, davanti alla libreria Einaudi, nella Galleria Manzoni, ed eccolo apparire al di là della vetrina, come in un ritratto urbano di luci e riflessi: alto, elegante, un lieve sorriso nel bel volto saraceno. Fu lui a invitarmi a collaborare alla sua Enciclopedia, edita da Mondadori, con voci americane da O’Neill a Saroyan, e a darmi in lettura per la sua collana Il Tornasole autori di cui


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intuì precocemente la genialità, come William Gaddis. Quando gli chiesi quali romanzieri mi suggerisse di intervistare nel mio viaggio, esitò. Per lui, l’ardore della scoperta si era spento. Le opere più significative degli ultimi anni gli sembravano Il vecchio e il mare di Hemingway e Una favola di Faulkner; la letteratura americana era ferma a quei due innovatori. Tra i narratori che si erano imposti dopo il 1941, come Nelson Algren o Truman Capote, lo interessava, in quel momento, l’italoamericano John Fante – destinato, come mai avremmo immaginato, a una lunga fama postuma –, forse perché lo attraevano ora le sperimentazioni dei giovani scrittori italiani. Mi augurò di scoprire sul campo nomi e opere ancora sconosciuti in Italia. Erano passati i tempi degli amori a distanza: in terra americana si doveva cercare. Scelsi di raggiungere gli Stati Uniti per una rotta inconsueta. Non mi sarei imbarcata a Genova su una nave italiana, ma a Cherbourg, in Normandia, sul Queen Elizabeth, e, su quel frammento galleggiante d’Inghilterra dove ogni mattina si leggeva l’Ocean Times, stampato a bordo, avrei attraversato l’Atlantico settentrionale tra tempeste e bianchi fantasmi di iceberg, per costeggiare la gelata Terranova e sbarcare a Manhattan arrivando dal Nord.

New York, New York Non dimentico l’attimo in cui vidi per la prima volta l’isola di Manhattan sorgere dall’acqua: dapprima in costellazioni, in


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anelli, in nebulose scintillanti, poi in castelli, in fortilizi, in alte torri, finché si accampò, dura nell’aria: una metropoli di luci ritagliata nella notte. Ogni viaggiatore che arrivi, così, per nave, può credere che la visione emerga dall’oceano per la forza del suo sguardo: simile a un miraggio che l’occhio strappa al deserto. Perché New York è storia; ma è, anche, natura. Le foreste abbattute per concederle uno spazio avaro, verticale, esposto a tempeste di neve e raffiche d’afa premono come fantasmi che spingano i grattacieli sempre più in alto. Chi ama Manhattan ama la wilderness indiana presente nel suo nome, imbrigliata nel suo skyline frastagliato, montano, che si tinge di rosso nei tramonti. Quella stessa immaginazione che l’ha modellata deve possedere il visitatore perché la ami… Ero arrivata alla fine del viaggio. Ero sbarcata, a sorpresa, a Hoboken, alla foce del fiume Hudson, nel New Jersey, confusa alla folla degli altri passeggeri che sparivano rapidamente coi parenti e gli amici venuti ad accoglierli. Ancora trasognata, mi guardavo intorno, quando mi accorsi di essere rimasta ultima tra i moli silenziosi come fondali di teatro dove le luci si andassero spegnendo. Nessuno dei portentosi taxi gialli newyorkesi, su cui avevo imprudentemente contato per raggiungere i miei ospiti a Brooklyn, era in vista. Sentii alle spalle la pugnalata della solitudine che Manhattan riserva ai visionari come antidoto ai suoi incantesimi: quella solitudine che, per altri viaggiatori, è la nota dominante di un’angosciosa sinfonia. In Poeta a New York, Federico García Lorca affida a un verso sconvolgente – «assassinato dal cielo» – la sua esperienza di spaesamento, di esilio, di dannazione nell’inferno della metropoli. Per me quella notte ci fu un Virgilio: da un taxi uscito dal


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nulla scese Mauro Calamandrei, allora corrispondente dell’Espresso, venuto, inatteso, a salvarmi. Sarebbe stato, da quel momento, la mia guida e mi avrebbe affidato ad altre guide, esperte degli arcani della New York letteraria: primo fra tutti Dwight Macdonald, rapido, spericolato, un folletto per cui nessun incontro, nessun dialogo parevano impossibili, autore di un saggio allora molto citato, Masscult e Midcult. Il suo nome fu il mio lasciapassare per la comunità intellettuale newyorkese, inquieta, divisa, dopo i conflitti brucianti del maccartismo, da dissensi politici e rivalità personali, ma viva e consapevole del proprio ruolo cruciale in Occidente, attiva nelle riviste e nelle case editrici. Incontrai, così, altre guide: autorevoli, come Alfred Kazin, o emergenti, come il giovane Norman Podhoretz. New York è, in apparenza, una città aritmetica, quasi pitagorica, dove streets e avenues sembrano rispondere a una celeste progressione numerica, dove i disorientati, quali io sono inguaribilmente, s’illudono di avere nella testa una bussola o un navigatore. Ma l’ordine non cancella una sottostante fantasmagoria di nomi – Broadway, Amsterdam, Madison… – che esplodono da una storia urbana sepolta, di angoli che si mutano in curve, di piazze che, come Times Square, impongono una loro sghemba geometria. Mentre mi preparavo a incontrare i nuovi scrittori, perlustrai la città, non da turista, con metodo, ma con la sregolatezza di un’appassionata principiante. Presi a morsi la Grande Mela, là dove il caso me la offriva. M’immersi nella folla di Broadway, di Times Square, della Fifth Avenue, trascinata dall’onda violenta della vita collettiva, lungo i vasti marciapiedi, sotto un cielo di nuvole alte e veloci, tra gli odori aspri di mat-


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toni bruciati, di fumi emergenti dal sottosuolo, di hot dog e pretzel caldi serviti al volo da bancarelle e carrettini, di brusche nevicate. Era il mese di marzo, instabile, il cielo e i fiumi balenanti di riflessi d’argento. D’impulso, mi trovai a seguire i passi del giovane Holden di Salinger. Visitai il Museo di Storia naturale, riposandomi, dopo la frenesia delle strade, tra le grandi bacheche di vetro che racchiudono in un ordine immobile il remoto passato della terra americana. Nella Sala degli indiani riconobbi la squaw che tesse una coperta, l’esquimese che pesca, i cervi che si abbeverano alle fonti in un’inalterabile fissità… Entrai nel bar di un grande albergo, il Vanderbilt: una pianista stanca e isterica eseguiva i suoi pezzi all’ombra di finti alberi, mentre grosse margherite di stoffa fiorivano sui cappelli di matrone di mezz’età che bevevano il tè in una penombra di artificiale primavera. Volli assistere, un pomeriggio, al varietà di Radio City Music Hall, dove ballerine tutte uguali, le Rockettes, tenendosi abbracciate per la vita, eseguivano danze di precisione su un fondale scuro: l’equivalente cronometrico, in bianco e nero, delle rutilanti Folies Bergère parigine. E mi persi infine nel South Central Park alla ricerca del lago che suggerisce a Holden Caulfield l’assillante domanda: «Dove vanno le anitre d’inverno?». Tra i cespugli e i prati ancora gialli giovani coppie, ragazze con le calze nere e ragazzi in giacche di pelle, stavano sdraiate o amorosamente avvinghiate sotto un sole intermittente… Gli anni cinquanta sembravano finire com’erano cominciati: in quel clima di vana ribellione e di ipocrita opulenza che Salinger aveva catturato nel suo romanzo. In breve mi sarei accorta che gli anni sessanta si stavano già


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delineando, che esisteva un’altra New York, sotterranea, clandestina, ma già visibile. New York è un mosaico di quartieri sconfinanti l’uno nell’altro, ma separati da distanze siderali nelle abitudini e negli stili di vita. «Uno dei viaggi più lunghi al mondo è il viaggio tra Brooklyn e Manhattan» scrive Norman Podhoretz, per cui lo spostamento coincise con il successo letterario e l’ascesa sociale. Accettando gli inviti di amici vecchi e nuovi, decisi a ogni acrobazia pur di preservarmi dallo straniamento di un soggiorno in albergo, nel giro di qualche settimana traslocai da un quartiere all’altro, attraversando ogni volta, d’un balzo, gli invisibili confini di classe, di censo, di etnia. Da Brooklyn – dove, la notte, uscendo dalla subway alla fermata di Coney Island, mi sorprendevano insieme il respiro fresco dell’oceano e i passi pesanti dei ragazzi delle gang locali – mi trasferii in un brownstone dell’Upper East Side, poi ebbi la fortuna di stabilirmi al Greenwich Village, nella West Tenth Street, quieta e alberata. Negli anni settanta avrei abitato nell’Upper West Side, al margine del Central Park, e di nuovo al Village, in Perry Street, negli ottanta al Metropolitan Club, nel cuore di Manhattan, e poi nelle vicinanze dell’esclusivo Sutton Place, in vista dell’East River… Ma, dopo un breve apprendistato, la mia vera casa divenne, fin dal 1959, la Public Library, all’angolo tra la 42nd Street e la Fifth Avenue. All’inizio mi capitò di perdermi nei sotterranei, tra immensi depositi di libri, naufraghi e anneriti, come nel ventre di una gigantesca balena. Poi rapidamente mi orientai ai cenni di altri assidui frequentatori, silenziosi e assorti come sonnambuli, e variai i miei percorsi quotidiani, secondo l’umore, lungo


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le sale delle stampe antiche, o delle preziose carte geografiche. Ogni giorno uscivo per un veloce lunch in un McDonald’s o in un Chock full o’Nuts, tra gli impiegati e i commessi della Fifth Avenue e, mentre mangiavo un cheeseburger, seduta su un alto sgabello accanto a un anonimo assicuratore o a un altro “uomo in grigio”, tramavo di telefonare la sera, pioggia o vento, da una delle cabine sul lato destro della Library, a Norman Mailer, il rivoluzionario. Un giorno leggevo nella sala al terzo piano, al chiarore delicato dei paralumi, quando la storia irruppe tra i libri: grida e suoni di clacson dalla Fifth Avenue mi convinsero a lasciare il mio posto e a scendere giù fino alla scalinata sorvegliata dai due familiari leoni di marmo. Preceduto da majorettes e bandiere, un corteo sfilava lungo la Avenue, tra due ali di folla. In una macchina scoperta, in piedi, vidi Fidel Castro, bello, giovane e mitico, la barba e i lunghi capelli mossi dal vento dei grattacieli, uscito dalla Sierra con la sua leggenda per incidersi nella lastra fotografica della mia memoria. Era il 15 aprile 1959. New York è un collage di episodi, di schegge di costume che graffiano prima che il cinema le raccolga e le traduca in storie che fanno il giro del mondo. Un mattino, nel Village, avevo appena allineato i cuscini e lisciato la coperta rossa del divano dove dormivo la notte, quando udii la chiave girare furtiva nella toppa, vidi la porta aprirsi lentamente: non poteva essere Joan, l’amica che mi ospitava. Era Bobbie, redattrice, come lei, della rivista Popular Science: bionda, grandi occhiali, raggiante sorriso americano. L’avevo conosciuta da poco, ma mi abbracciò, mi baciò e mi


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presentò il compagno che la seguiva: «David, il nostro caporedattore». Maturo e autorevole, occhiali, il cappello di feltro morbido portato come una fumosa aureola, sembrava la controfigura di un giornalista in un film anni trenta. Ci fu un triplice scambio di sguardi. «È mercoledì» annunciò Bobbie decisa. Mi bastò: la soluzione di quel rebus domestico attraversò la mia mente in un lampo. «Mi preparavo a uscire» dissi. Baci e abbracci di sollievo mentre lasciavo la scena. Bobbie e David avevano avuto da Joan le chiavi di casa per il loro settimanale incontro amoroso. Una sbrigativa pratica erotica, non rara a Manhattan, se Billy Wilder la proiettò in un vortice di situazioni comiche nel suo The Apartment, datato 1960. Joan non mi aveva informata di quella visita mattutina per misurare le mie capacità di risposta alle infinite sorprese della città. E io riuscii a sorprenderla a mia volta quando, al telefono, la raggiunse la voce di Saul Bellow che m’invitava a una passeggiata in Washington Square. L’avevo intervistato qualche mese prima, a Milano, ed era cominciato tra noi uno scambio giocoso, fondato sulla curiosità di scoprire chi fosse veramente l’altro, una strana complicità che si sarebbe rinnovata a ogni incontro, per anni. Con Saul Bellow esplorai il Village di giorno, camminando tra gli alberi delicati, appena ingemmati, di quella piazza che non sembrava né di paese, né di città, ma quasi esistente in una propria dimensione, come un grande palcoscenico, o un circo, dove la rapidità degli eventi non lascia tracce fisiche. Non un’orma dei passi di Henry James, che abitò qui, come Catherine Sloper, l’ereditiera del suo Washington Square. Non un’eco delle storiche manifestazioni politiche organizzate dai fondatori


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del Living Theatre, Julian Beck e Judith Malina, o degli affollati reading di poesia di Allen Ginsberg. Non una nota dei nostalgici folk songs della bionda Mary Travers, divenuta poi famosa nel trio Peter, Paul and Mary. I vecchi del quartiere sedevano, impassibili custodi del luogo, ai tavoli degli scacchi. Nel 1959 avevo appena intravisto la città sotterranea che conviveva con l’altra, di superficie, come nei brevi squarci di un sisma. Avevo incontrato comparse, raccolto indizi; ero sconfinata in rapide incursioni nella New York della nascente controcultura. Seduta al San Remo Café o al Riviera, o ascoltando jazz, la notte, al Five Spot, in un’atmosfera calda di respiri, avevo incrociato i personaggi della nuova bohème, riconoscibili dalla sfrontata divisa, come di truppe irregolari: «vecchia giacca militare, camicia sdrucita, scarpe da tennis o sandali, barba, occhiali scuri». Così li descriveva il Village Voice del 2 dicembre 1959 in un ironico spot: «Vuoi aggiungere un po’ di pepe al tuo party in Park Avenue? Noleggia un beatnik!». Ted Joans, pittore e poeta nero, guadagnò tanto con le sue stravaganti apparizioni alle feste nell’Upper East Side da pagarsi un viaggio in Francia. New York è storia in divenire che s’incide nelle impercettibili variazioni del paesaggio urbano, conteso tra alto e basso, visibile e nascosto, finché la malìa di un antico giardino è sbarrata definitivamente da un nuovo grattacielo. Al mio ritorno, negli anni sessanta, la città sotterranea si spalancò ad accogliermi. Sollecitata da Aldo Rosselli, avevo tradotto per l’editore Roberto Lerici l’antologia I beats e, nel settembre 1962, prima di licenziare l’ultimo giro di bozze, volli incontrare il curatore, Seymour


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Krim, per risolvere alcuni degli insolubili enigmi di quei testi dal ritmo rapido, spezzato, a volte teso e acrobatico, come un a solo jazzistico. Grazie a una singolare borsa di studio avevo viaggiato con il ruolo di docente a bordo di una vecchia e scricchiolante nave olandese, il Groote Beer, carica di studenti americani. Nelle lunghe notti atlantiche quei ragazzi e ragazze di ogni strato sociale e di ogni stato dell’Unione, contagiati dalla febbre del nuovo, ballavano il twist per dimenticare le ansie del tour europeo, e di giorno ascoltavano le lezioni, purché si parlasse di testi beat o di rock o di action painting, di nuove tendenze. Sbarcai a Hoboken, nella bianca foschia del pomeriggio. Il 1962 fu, per me, l’anno dei poeti. Li incontravo dovunque andassi, nelle librerie, nelle case di amici al Village, nelle gallerie d’arte, nei caffè. Si respirava poesia nel “sottosuolo” di New York: l’aria stessa brulicava di parole e, parlata e scritta in una lingua così aggiornata da nominare l’innominabile, la città fino allora invisibile ai più cominciava a esistere. Howl di Allen Ginsberg, recitato in pubblico da una costa all’altra, aveva rovesciato, come da una nera cornucopia, immagini su immagini di un’America notturna, abitata da folli, drogati, emarginati, poeti sconosciuti. Quegli «hipsters testadangelo», in cerca dello «spaccia paradisiaco» che «connette alla dinamo stellare nel meccanismo della notte», esistevano, come esistevano «i bambini urlanti sotto le scale, i soldati singhiozzanti negli eserciti, i vecchi piangenti nei parchi». Esisteva «l’improvvisa Manhattan» in cui risvegliarsi da «sogni di ferro». Bastava cambiare strada, cambiare passo, passare da una zona all’altra di quel territorio psichico in perenne mutamento che è New York. Chi allora non c’era può, oggi, consultare una guida che propone otto percorsi


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nei luoghi storici frequentati dai beats, stigmate e tracce di un altro tempo: dalla Times Square che Kerouac vide sorgere dalla notte come «un magico universo di luci, un giorno splendente», al Lower East Side di Ginsberg, con il suo «calore d’asfalto bagnato di pioggia, bidoni della spazzatura traboccanti all’angolo». Una sera di quel settembre 1962 mi avviai verso la Avenue A, dove abitava Seymour Krim, passando accanto a Paradise Alley – la Heavenly Lane dei Sotterranei di Kerouac – con la biancheria stesa ad asciugare nel vento del crepuscolo, addentrandomi in quella terra desolata come in una selva di suggestioni poetiche. Krim volle subito risvegliarmi dall’incantamento della letteratura per richiamarmi al multiforme ruolo del traduttore, tanto più geniale quanto più sa identificarsi con l’autore. Disse che, se non avessi sperimentato la droga, non avrei mai potuto capire, e quindi rendere nella sua singolarità, la lingua dei beats, intrisa di pazzia, di visioni, di terrori, di estasi. Mi offrì uno spinello e, senza aspettare la mia risposta, lo trafisse delicatamente con uno spillo, aspirò e me lo passò. Fumammo così, con lentezza rituale, come indiani, fino a riscoprire, nello sguardo dell’altro, un’arcaica familiarità di fratello e sorella separati alla nascita e ora riuniti nella vampa leggera della marijuana. Per qualche ora, poi, lavorammo sui testi, convinti di poter risolvere ogni enigma. Erano le tre quando Krim disse che avrebbe voluto riaccompagnarmi a casa vincendo il sonno e il torpore, ma, mentre indugiavamo sul portone, un taxi sfrecciò nella nera Avenue e, dopo un abbraccio, io vi salii come su un cocchio dorato. Al taxista che mi chiedeva la destinazione avrei potuto rispondere: «Sulla luna!», per ricuperare il senno per-


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duto come Astolfo nell’Orlando Furioso. Ma preferii rimanere nella Manhattan degli insonni e, leggermente fatta, lasciai che il taxi vagabondasse tra le luminarie di Little Italy, illudendomi che fossero i miei occhi a colorare così, di macchie e spruzzi, la città notturna come una grande tela di Jackson Pollock. Altre notti indimenticabili avrei vissuto nei primi anni sessanta, nei piccoli teatri Off Broadway, nei caffè, dovunque si suonasse jazz, si cantassero folk songs, si recitassero poesie, o nelle feste sui tetti neri del Village trasformati in terrazze fiorite. Oggi, scomparso Seymour Krim, come tanti altri protagonisti della sua generazione, quella notte iniziatica mi sembra un tributo alla fragile utopia beat, affidata esclusivamente al potere della parola: «ammutinamento, esperienza elettrica, rivolta non pianificata, sfida alla morte» secondo Krim. E «gioco e rischio», prima che la droga si trasformasse da pozione magica in merce di consumo, e cominciassero le tragiche morti per overdose di eroina, prima che le confuse pulsioni rivoluzionarie della controcultura e le concrete rivolte dei neri scatenassero la violenza poliziesca a difesa del “Sistema”. Termini di ieri, oggi desueti, ma allora drammatica storia nel suo accadere. New York è raccontata dalle sue folle. Ogni temperie culturale ha le sue maschere e i suoi costumi; ogni crisi economica i suoi outcasts. In un taccuino dell’estate 1970 trovo un elenco dei passanti incontrati lungo la First Avenue nella calda luminosità di un tramonto quasi orientale: «il monaco rapato; la signora in nero, calze nere ai ginocchi; il ragazzo vestito da stregone metropolitano, cappuccio e tight; il giovane nero con il cappello di paglia come uno schiavo raccoglitore di cotone o caffè; la sta-


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tuaria matrona in tunica di lamé dorato…». In nessun’altra città del mondo ognuno è libero di recitare se stesso, di camminare indisturbato nel proprio sogno o nella propria allucinazione. In quell’inizio degli anni settanta la guerra in Vietnam, lontana e tuttavia incombente, gravava su New York come un incubo di cui non si prevede la fine. E una lieve cupezza, una più visibile follia, una minaccia di povertà erano i primi sintomi di un grave malessere economico. Per le strade piccole orchestre o chitarristi solitari chiedevano un nickel. Un facchino, nella sua divisa alberghiera a strisce rosse e blu, cantava una romanza di protesta, solo, all’angolo tra la Fifth Avenue e la 29th Street. E nella Fifth Avenue, sul marciapiede opposto alle scintillanti vetrine di Tiffany, un mendicante cieco sedeva, imponente, su una vecchia poltrona, al fianco il suo cane, un maestoso San Bernardo che fissava i passanti con occhi umidi. Sui gradini delle stazioni comparivano le prime bag ladies, avvolte in stracci fantasiosi, abbracciate ai sacchetti di carta marrone che contenevano le loro proprietà: ribelli romantiche che il cinema avrebbe mitizzato. La lista degli outcasts si allungava a testimoniare che New York è una città di estremi, incapace di compromessi e di trucchi, dove la potenza del denaro convive con l’anarchica libertà dell’immaginazione. Ricordavo che nelle prime passeggiate notturne con Mauro Calamandrei, nel 1959, ero quasi inciampata nel corpo di un bum – un senzatetto – ubriaco e addormentato, lungo disteso sul marciapiede, a suo modo un ostacolo vivente alle regole. Ai party, nei settanta, non si noleggiava più il beatnik, ma si invitava la Pantera Nera, il rivoluzionario che avrebbe accettato soltanto se si fosse sentito libero di illustrare il proprio credo


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politico. Quando chiesi agli amici comuni di rivedere LeRoi Jones, conosciuto negli anni sessanta, mi fu opposto un rifiuto: non intendeva riprendere il dialogo con una donna bianca. Fui accolta con curiosità dalla variegata tribù dei giovani poeti, i protagonisti della nuova generazione, che tenacemente opponevano alla guerra, alle violenze degli assassinii politici, alla manipolazione dei media, la propria parola «rivoluzionaria» di esseri «vivi» a cui è affidata «la salvezza del pianeta». In una di quelle sere in cui New York, secondo Saul Bellow, «è calda come Bangkok», fui invitata ad assistere a un reading di poesia che si svolgeva nella storica chiesa di St. Mark’s in-theBouwerie, dove, nella prima metà del Novecento, si erano esibiti Isadora Duncan e Houdini, ed erano risuonate le voci di William Carlos Williams e Carl Sandburg. C’era un silenzio di devoti in attesa di un rito religioso tra le navate, quando Anne Waldman, bella nell’abito rosso, lungo, arabescato, come di elegante beduina, e insieme materna, attenta, cominciò a recitare le sue poesie con la grazia consumata di una bambina che ha vissuto infiniti Natali. Sul palco, attorno a lei, sedevano altri del gruppo del St. Mark’s Poetry Project, da lei diretto: Gerry Malanga, riccioli biondi, occhi di porcellana azzurra, camicia di pizzo, attore nei film di Andy Warhol e regista, lui stesso, di Preraphaelite Dream; Michael McClure, in nero, stivali da cowboy; John Giorno, di padre lucano e madre genovese, naso grifagno, maglia rossa, tatuaggi marinari. Quel reading aveva, per il pubblico, la funzione di un teatro dell’anima e quasi di un esorcismo, pur mantenendo la leggerezza del gioco che coinvolge l’ascoltatore in un vertiginoso scambio di identità: la poesia appartiene a chi la crea e, in ugual modo, a chi la ricrea ascoltandola.


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D’improvviso, una ragazza tra il pubblico spezzò l’incanto, rivolgendosi ai poeti per chiedere come diventare poeta lei stessa, commessa da Bloomingdale’s, e, nell’attesa di una risposta che tardava ad arrivare, scoppiò in un pianto irrefrenabile. Fu aiutata a salire sul palco, sollecitata a parlare al pubblico, confortata; ma solo Anne Waldman, a cui gli amici poeti, un po’ spazientiti, l’affidarono, riuscì a far tacere i singhiozzi, ad asciugare le lacrime. Quel pianto inconsolabile – quel fallimento della poesia – fu per me il segno di un’incrinatura più profonda. Gli anni settanta, eredi dei sessanta ma più cupi, si presentavano sin dall’inizio spaccati: divisi tra la spinta radicale a rinnovare il teatro, il cinema, le arti, a creare “comuni”, a vivere inedite esperienze psichedeliche, e l’immensa difficoltà di operare cambiamenti sociali profondi. Quella spaccatura avrebbe portato alla stagnazione degli anni ottanta. Oggi la storia di New York è un mito: affidato non alle parole, ma alle immagini. Gli archivi municipali hanno di recente digitalizzato parte del loro immenso patrimonio di foto che documentano, in bianco e nero, fin dall’inizio, l’esistenza di due città: quella dei ricchi – dei personaggi di Henry James e di Edith Wharton, liberi di recitare i loro tormenti interiori su fastosi palcoscenici – e l’altra, abitata dalle folle inquiete degli immigrati, degli emarginati, delle gang di varie etnie, raccontata dal cinema di Scorsese e di Leone. I primi viaggiatori italiani del Novecento, gli scrittori come l’Emilio Cecchi di America amara o il Mario Soldati di America primo amore colsero il contrasto tra i grattacieli, «rocche baronali della plutocrazia», e le «lugubri prospettive» di «case basse


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e architetture grevi»: tra il fulgore di un’avenue e lo squallore di un’adiacente street: quasi un passaggio repentino dal sogno all’incubo. Ma non lo interpretarono come il sintomo di una straordinaria vicenda di sommovimenti, di dislocazioni, di livellamenti che rimangono impressi nella mappa della città: segni di una scrittura indelebile che, cancellata, testardamente riaffiora. Il loro sguardo educato a distinguere l’arte dei vari secoli in uno scenario urbano – colonna, bassorilievo, monumento – non sapeva scorgere la patina mitica di una storia tardiva, secentesca, radicata nella natura selvaggia. Così che il sentiero scavato dagli indiani Wecksquasgeek, a ridosso di una zona collinosa dell’isola di Manhattan, poi spianata, si trasformò prima nell’olandese Heere Straat (in inglese High Street) di New Amsterdam, e sopravvive oggi nel tracciato irregolare di Broadway. Forse nessun’altra metropoli d’Occidente ha subito così incredibili mutazioni in tempi così brevi. Nei miei ritorni a New York, nel corso degli anni ottanta, incrociai quella storia nel suo precipitoso farsi e nelle sue tenaci sopravvivenze di passato. Scoprii SoHo quando incontrai Susan Minot, giovane scrittrice minimalista di cui era uscito in Italia il romanzo di esordio, Monkeys, nel suo loft dalle grandi travature di ghisa dipinte di verdeazzurro, ricavato da un vecchio magazzino. Nel moto incessante tra residenziale e industriale in cui si consumava la sua originaria identità, l’antico distretto South of Houston stava per trasformarsi in quartiere alla moda. Aveva ospitato dapprima gli artisti in fuga dal Village, ormai troppo costoso, le gallerie d’arte, i caffè, e ora si apriva ai ristoranti, alle boutique, ai residenti ricchi, provocando nuovi esodi. Si sarebbero salvate soltanto le architetture liberty di fabbriche


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e magazzini, con le loro eccessive, mirabolanti decorazioni in ghisa. Io abitavo allora nell’Upper East Side, al venticinquesimo piano di un grattacielo tra l’East River e Sutton Place. In un mattino limpido, dopo una tempesta di neve, scorsi dalla grande vetrata d’angolo che si affacciava sul fiume una piccola costruzione settecentesca, quasi un enorme giocattolo dimenticato o un’arca navigante sui marosi del tempo. Era – scoprii – parte della residenza di Abigail Adams Smith, la figlia del presidente John Adams, trasformata dapprima in albergo, poi in museo. Vista così, dall’alto, il tetto innevato, tra gli indifferenti grattacieli, mi parve una citazione autobiografica che la città facesse a se stessa, un frammento di passato incuneato saldamente nel futuro. Non dimentico il primo dei miei ritorni a New York, dopo otto anni di assenza, segnati, per me, da tensioni e da lutti: era l’inverno del 1984. Camminando sotto un cielo alto, di cristallo, rabbrividendo al tocco lieve del vento marino, mi sembrava di scalare un ghiacciaio, ma già cominciavo a sentirmi a casa. Svoltando dalla spettacolare Fifth Avenue ancora natalizia, percorsa da carrozze fine secolo guidate da cocchieri in tuba nera, mi ritrovai nel familiare retroscena di una street: scalette antincendio, come ghirigori di tempo sui muri grigi; strette facciate olandesi dagli ampi bow windows, in cui figurine nere sedevano al lavoro a una solitaria scrivania; baratri bizzarri che si aprivano sulle vite di sconosciuti. Nella Sixth Avenue avvistai un autobus in partenza, tentai di salire prima che le portiere chiudessero, ma rimasi a terra. Da un finestrino, un ragazzo dagli occhi azzurri mi sorrise: un sorriso dolce, malizioso, complice. Come a


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consolarmi. Come a ricordarmi che, se al primo brivido di sgomento vinci le minacce della solitudine, della follia, dello straniamento – le emozioni originarie dell’esperienza americana –, Manhattan è tua per sempre. Tue sono le torri gemelle, apparse nel suo skyline negli anni settanta. Dentro di te sarà Ground Zero quando cadranno. Potrai amare l’America per le suggestioni della sua letteratura o la forza dei suoi dissensi, o odiarla per le sue politiche di sopraffazione. Ma, se sei nomade, New York sarà per sempre la tua casa.

Miti comunitari A New York, nel 1959, entrai a far parte, ospite temporanea, di una comunità intellettuale che, alla luce della distanza, si configura come una mitica famiglia di critici e scrittori, donne e uomini diversi per età, talento, temperamento, etnia, uniti da una passione condivisa: la letteratura come coscienza del proprio tempo. La loro provvisoria casa comune era, in quegli anni, la Partisan Review, rifondata quale rivista indipendente nel 1937 da William Phillips e Philip Rahv, dopo esser stata per due anni, dal ’34 al ’36, l’organo del comunista John Reed Club. La sua storia, lunga e tormentata, segnata da ferite politiche profonde, ne faceva il centro vivo di attriti ancora laceranti tra radicali ed ex comunisti, tra liberali e marxisti, tra utopisti e conservatori, ognuno dei quali cercava nell’urto con l’avversario non una composizione, ma una più lucida consapevolezza di sé. L’elegante e sagace Saul Bellow, ebreo fiero della propria identità americana – come trionfalmente


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proclamava il suo Augie March: «Sono americano, nato a Chicago…» –, poteva convivere con il rivale: il profetico, turbolento Norman Mailer, per cui l’esigenza e il fascino del gesto rivoluzionario valevano più dell’appartenenza etnica o nazionale. Il pacato Ralph Ellison, convinto dalla propria stessa esperienza di scrittura che l’arte non avesse colore, divideva gli spazi della rivista con l’irrequieto James Baldwin, la cui rabbia covava come fuoco mai spento sotto ogni parola. La voce intima e insieme aristocratica del poeta “confessionale” Robert Lowell parlava ai lettori dalle stesse pagine dove risuonavano le tonalità urlate del beat Allen Ginsberg. E, tra i critici che, con il loro costante lavoro d’indagine, integravano, orientavano o anticipavano l’invenzione romanzesca o poetica, il liberale Lionel Trilling, olimpico custode dei segreti dell’immaginazione letteraria, poteva polemizzare con il donchisciottesco, impulsivo Dwight Macdonald o il trasgressivo, vulcanico Leslie A. Fiedler o l’anarchico Paul Goodman, geniale nel dissenso. Riflettendo sulla litigiosa, ma ancora compatta famiglia intellettuale newyorkese, William Phillips scrive nelle sue memorie, A Partisan View: Five Decades of the Literary Life: «Se si considerano le divisioni e gli attriti, si è tentati di definire l’idea stessa di comunità un mito, ma un mito operante, investito di realtà storica dai critici e dagli stessi storici…». Come testimone che ebbe il privilegio di conoscere i protagonisti della vicenda, io mi chiedo oggi se mitica non fosse tanto l’idea di comunità quanto l’idea di letteratura. L’aura di laica sacralità che rendeva unica e divinatrice la parola poetica o narrativa perdurava oltre il rifiuto del modernismo, conferendo al singolo autore la statura di eroe della cultura contemporanea.


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