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Sagara Lux

RISCATTO

Un romanzo della serie

Broken Souls


**** ATTENZIONE ***

Quelli che seguono sono i primi capitoli di Riscatto, pubblicato il 23 maggio 2016. Si tratta del terzo romanzo della serie broken souls e si legge in duologia con Inganno (pubblicato il 23 dicembre 2015), che lo precede.


NESSUNO DIMENTICA

Non sembrava un uomo venuto dalla strada. Il modo in cui si portava alle labbra la tazza e socchiudeva gli occhi per potere aspirare meglio l’aroma del caffè tradiva una ricercata eleganza. Le dita scure non stringevano la ceramica; la abbracciavano. La giacca si tendeva appena in corrispondenza delle spalle. Era stata cucita su misura, esattamente come la camicia che sui polsini recava le iniziali del suo nome: “J.C.”. Nulla è come sembra, continuava a ripetermi una voce dall’interno. Anche se appare diverso non è cambiato. Non fidarti di lui. Mi sforzai di respirare e di mantenere la calma, anche se dentro di me stavo ribollendo. Dopo oltre due anni trascorsi a scappare, il passato era tornato a bussare alla mia porta e lo aveva fatto con le sembianze di un uomo che non credevo avrei più rivisto. Serrai i pugni e mantenni la schiena ben dritta. J.C. non aveva più nulla del sicario che, una notte ormai lontana, mi aveva permesso di scappare dal peggiore degli incubi. Incinta di un uomo che non avrebbe mai dovuto saperlo, privata per sempre del cuore e dell’anima, non avevo avuto altra scelta che andarmene senza mai voltarmi indietro. Se lo avessi fatto o se fossi tornata, sapevo che J.C. avrebbe ucciso me e il figlio che portavo in grembo. E non potevo permettermelo. Chiusi gli occhi e tornai a quella notte. Avevo pregato a ogni passo di poterne fare un altro, di scorgere le luci della città o dell’ospedale prima del bagliore degli spari degli uomini che


avrebbero potuto inseguirmi. Mi ero stretta il ventre tra le lacrime. Avevo giurato a me stessa di cominciare una vita nuova e di non pensare mai più a quello che ero stata. Non avevo mantenuto la promessa. Ora avevo un nuovo nome, un lavoro e una casa. Ma non avevo dimenticato. «Non sei cambiata.» La voce di J.C. era esattamente come la ricordavo. Era così profonda da scuoterti. Non pareva possibile che provenisse da un corpo slanciato e flessuoso come il suo. Non mi lascerò ingannare da te. Lo guardai dritto negli occhi e gli risposi a tono. «Anche tu non sei cambiato.» Un vestito elegante non modificava l’indole delle persone, anche se qualche volta poteva nasconderla. In lui c’era ancora qualcosa dell’uomo che un tempo aveva dormito in strada e che aveva imparato quanto caro fosse il prezzo degli errori. Non si fidava di nessuno – e di me in particolare. I suoi occhi vagavano alla ricerca di dettagli che potessero tradire cosa mi fosse accaduto in quegli anni. Ero certa che avesse notato l’assenza di giocattoli e fotografie. Ed era strano, dal momento che ero madre di una creatura di quasi due anni. Lui lo sapeva: anche se adesso ero libera, stavo vivendo una vita a metà, divisa tra la paura e la speranza che il passato tornasse a riprendermi. Dimmi che non sei qui per questo. Feci un respiro profondo. Esitai, prima di porgli la domanda che mi stava tormentando sin da quando me lo ero ritrovato sulla porta, con il cappotto ben piegato su un braccio e l’aria di chi è lì per un motivo preciso. «Come hai fatto a trovarmi?» In un primo momento J.C. non mi rispose. Si alzò in piedi con un sospiro stanco e cominciò a girare nella stanza. La sua figura scura contrastava con il candore delle pareti e del mobilio. Aveva sempre avuto la pelle così nera da confondersi con le ombre della notte. Adesso, però, era giorno e io non avevo più alcuna ragione per avere paura di lui. «Tu non sai nasconderti, Iryna.» Il modo in cui marcò il mio nome mi riportò alla mente ricordi lontani. Era da tanto che nessuno mi chiamava più così. Per tutti, adesso, ero Sandra. «Ho sempre


saputo dove trovarti. Non hai nemmeno cambiato città. Devo credere che sia accaduto per caso o perché avevi un progetto in mente?» Contrassi la bocca per non permettere a un sorriso nervoso di uscire. Aveva ragione: non avevo fatto più di tanto per nascondermi e questo perché una piccola parte di me non aveva smesso di sperare che l’uomo da cui ero scappata – il padre di mio figlio, l’uomo per il quale lavorava J.C. – un giorno potesse ritrovarmi. Lui, però, non mi aveva nemmeno cercato. «Perché sei qui?», domandai stanca. «È stato lui a mandarti?» Dimmi di sì. Dimmi che non mi ha dimenticata. «Lui non sa che sei viva.» «Ma io lo sono!» Persi il controllo. Mi alzai in piedi e mi ritrovai a gridare. Erano due anni che morivo dalla voglia di riprendere le cose da dove le avevo lasciate e che mi trascinavo addosso il peso di avere scelto la fuga al posto della verità. Non avevo smesso un solo istante di chiedermi cosa sarebbe accaduto se non me ne fossi andata, o cosa sarebbe successo nel momento in cui avessi rincontrato l’uomo da cui ero scappata e gli avessi aperto il mio cuore. Genz era stato l’unico. Dopo di lui non avevo più voluto nessuno. Prima di lui non ricordavo nessuno. Era l’uomo che sognavo la notte, quello che cercavo negli articoli di giornale e che sentivo sussurrarmi nelle orecchie ogni volta che il vento si alzava sul calare della sera. «Mia pace…» «Perché ti ha creduto?» Cercai di trattenere la rabbia, il rimpianto. Le lacrime. «Perché non ha provato a cercarmi?» «È stato meglio così.» Mi morsi la bocca per non parlare e non rendermi ancora più ridicola di quanto avessi già fatto. J.C. aveva ragione, come sempre. Ero scappata da Genz perché non sapevo come avrebbe preso la notizia che ero incinta di lui – e perché temevo che avrebbe potuto chiedermi di non tenere quel figlio che desideravo proteggere con tutta me stessa. Il momento era difficile. La guerra tra lui e i Giuliani per il controllo della città era in pieno fervore. Non aveva bisogno di


distrazioni, né di altre persone a cui pensare, mentre io avevo un disperato bisogno di riprendere in mano la mia vita. Ma nulla dura per sempre. Presto o tardi il destino ti presenta sempre il conto e il mio lo avevo di fronte in quell’istante. Sospirai mesta, prima di sollevare nuovamente lo sguardo. Il cuore mi batteva in gola. Avevo la sensazione che quello fosse uno di quei momenti destinati a cambiarti per sempre la vita, ma non ero certa di essere abbastanza forte per affrontarlo. «Sei qui per uccidermi?» La voce mi tremò appena. J.C. era il sicario di Genz. Non esisteva arma che non sapesse usare, né uomo che fosse sopravvissuto dopo essere finito sulla sua lista. Avevo sentito dire che in assenza del suo capo aveva preso il controllo dell’organizzazione, il che spiegava l’eleganza del completo che indossava. Questo, però, non significava che avesse smesso di uccidere. Certe cose non si dimenticano mai. Le dita lunghe e scure tamburellarono sulla coscia, strappandomi un gemito di paura che provai a serrare tra i denti. «Se avessi voluto eliminarti, non saremmo qui a parlare.» Non si voltò a guardarmi. Restò di spalle, la giacca scura che tirava sulla schiena ampia. Appoggiò le mani al tavolo della sala e posò lo sguardo su un punto non precisato di fronte a lui. «Dimmi, Iryna. Ti sei mai chiesta perché la notte in cui ti ho sorpreso mentre fuggivi non ti ho uccisa?» «Ogni notte» gli confidai sincera. Genz gli aveva ordinato di eliminarmi se avessi provato ad andarmene. Lui gli aveva obbedito sempre, tranne che in quell’unica occasione. Era una delle tante cose inspiegabili della mia esistenza, insieme al motivo per il quale mio padre mi aveva venduto agli uomini che mi avevano trasformato in una puttana e al perché, una volta divenuta libera, non fossi ancora tornata a casa, in Russia, da mia madre. Vi fu un istante di silenzio, poi J.C. alzò gli occhi su di me e si lasciò andare a un profondo sospiro. «Ora sono pronto a risponderti.»


INFERNO C’era troppo silenzio. Il Grigio masticava del tabacco nella cella accanto alla mia. Qualcuno pregava in messicano, mentre Gabe continuava a muoversi con fare nervoso all’entrata della cella che condividevamo. «È strano» si lasciò sfuggire tutto a un tratto. Gli lanciai un’occhiata stentata prima di tornare a dormire. Gabe era famoso per la durezza dei suoi pugni, non per la sua intelligenza, forse per questo quando anche lui notò che nessuno stava più parlando non potei fare a meno di intrecciare le dita dietro la nuca e di sfiorare il coltello improvvisato che avevo nascosto sotto il cuscino. Lo avevo realizzato con un frammento metallico che avevo ritrovato in giardino. Avevo impiegato una notte intera ad affilarlo, ma ero sicuro che ne sarebbe valsa la pena. Quando ti trovavi rinchiuso in un carcere di massima sicurezza insieme ai peggiori criminali, una notte trascorsa ad armarti non era mai una notte male investita. «Sento dei passi.» Non mi curai delle parole di Gabe e restai disteso, gli occhi chiusi e i sensi tesi. Non si trattava di semplici passi. Non sentivo catene strisciare. Il suono era battente, come quello prodotto dalle scarpe lucide delle guardie. Iniziai a contare. Uno, due, tre… A quel rumore si aggiunse un fragore diverso, metallico. Chiavi che sbattevano tra di loro. Stavano cercando quella che avrebbe aperto una cella in particolare.


Quattro, cinque, sei… «Sono tre guardie» disse Gabe, la voce che tremava appena per via dell’agitazione. Il silenzio. Le guardie che si muovevano in tre anziché a coppie. L’orario era strano. Non era il momento né dei pasti, né dell’ora d’aria, né delle visite. Sette, otto, nove… «Allontanatevi dalla porta» gridarono. «Mani sulla testa.» Gabe fece un passo indietro e obbedì. Lo maledissi in silenzio poiché non aveva capito. Strinsi il coltello, ma restai disteso come se stessi dormendo. Dieci. Sentii la chiave girare nella serratura della mia cella. Trattenni il respiro mentre suoni diversi si confondevano gli uni agli altri. Una guardia pestò Gabe con un manganello, un’altra lo tenne fermo. La terza estrasse un coltello e venne da me. Il messicano smise di pregare e cominciò a gridare. Per un momento, uno soltanto, mi chiesi se fosse meglio continuare a dormire o reagire. Sarebbe stato facile e indolore. Un coltello piantato nel ventre, qualche rantolo e sarebbe tutto finito. Basta guerra, basta doversi guardare intorno, basta dormire con un occhio per metà aperto e con la paura di non risvegliarsi mai più. Feci un respiro profondo. Pensai a tutto quello che avrei guadagnato, alla pace. L’immagine di una donna bionda e del suo corpo sinuoso che si muoveva sopra il mio tornò a tormentarmi. La rabbia si destò insieme al desiderio di vivere per non doverla rincontrare. Iryna era morta, io ero vivo. Non ero ancora pronto a condividere l’Inferno con lei, così aprii gli occhi e scattai in avanti. Piantai il coltello nel collo della guardia. Fui rapido, preciso. Quando estrassi la lama il suo sangue mi zampillò in viso. Vidi tutto rosso. Il disgusto per quell’odore mi rese pericoloso. Mi avventai sull’uomo che stava tenendo fermo Gabe e gli recisi i tendini di un ginocchio. Cadde a terra imprecando. Il mio compagno di cella si sollevò e stordì con un pugno il terzo intruso, poi cominciò a prendere a calci l’uomo che lo aveva pestato con il manganello. Grida e pugni si susseguivano inesorabili, mischiandosi alle imprecazioni e al vociare sempre più insistente degli altri detenuti che incitavano alla violenza.


Mi pulii sui pantaloni la lama del coltello, poi mi voltai verso la branda. Ero stanco, ma non si trattava soltanto di qualcosa di fisico. Sei mesi in carcere cambiavano davvero le persone, ma avrei preferito morire piuttosto che dare a Giuliani la soddisfazione di sentirmi invocare clemenza o, ancora peggio, perdono. Poteva mandarmi tutti i sicari che voleva. Poteva corrompere guardie o avvelenarmi il cibo. Non avrei fatto il suo gioco. Non sarei morto. Non mi sarei arreso. Afferrai il mazzo di chiavi delle guardie e le usai per liberarmi dalle manette, poi voltai le spalle a Gabe che stava dando il peggio di sé e stava colpendo il corpo già morto di uno degli uomini che ci avevano assalito. Gran brutta cosa la collera. Mi avviai verso il locale delle docce. Per la prima volta era buio e silenzioso. Era ovvio: per farmi aggredire dalle guardie che aveva corrotto e farlo sembrare un incidente, Giuliani doveva avere fatto in modo che l’intera ala del carcere fosse isolata. Persino la luce delle telecamere di sorveglianza era spenta. Hai pensato a tutto, eh? Ma hai fatto male i tuoi conti. Gettai in un angolo i vestiti zuppi di sangue e mi immersi sotto l’acqua fredda della doccia. Fu come essere trafitto da mille lame gelate, ma andava bene così. Volevo togliermi di dosso quell’odore tremendo prima di ritrovarmi al cospetto del direttore del carcere con una nuova accusa che mi pendeva sulla testa. Mi chiesi a cosa sarei andato incontro questa volta. Altre tremende sessioni con psicologi inetti? Un allungo della pena? Isolamento? O magari qualche fantasiosa combinazione di tutte queste cose? Ciò che non uccide, ti rende ancora più forte. Mi ripetei come facevo ogni sera prima di addormentarmi. Ci credevo davvero, così come credevo al fatto che l’unica cosa in grado di piegarci davvero era dentro di noi. Nella nostra mente. Annidata in profondità così recondite da non poter essere raggiunta da altri che da noi stessi. Tutto il resto era niente. * Il direttore del carcere mi fissava con i suoi occhi piccoli e scuri senza proferire parola. Ero nel suo ufficio da una decina di minuti e


non aveva ancora detto niente. Magari credeva che in quel modo avrei potuto stancarmi e fare il primo passo, ma si sbagliava. Non avevo nulla da dire, né a lui, né a chiunque altro. La questione tra me e Giuliani era soltanto nostra. Nessuno aveva diritto di metterci il naso, né di fare domande sconvenienti. Il problema delle guardie corrotte era suo. Non mio. Lo sentii sospirare in una maniera diversa, pesante. Il tempo del silenzio aveva fatto il suo corso. Ora era pronto a parlarmi. «Uccidere una guardia è un reato molto grave. Lo sai, vero?» «Credevo che anche tentare di uccidere un detenuto lo fosse.» Il direttore si massaggiò il viso. Qualcosa mi diceva che aveva capito come erano andate le cose. Non era difficile. Le tre guardie che mi avevano aggredito non erano di turno, mentre quelle di turno erano inspiegabilmente lontane dall’area di loro competenza. Il coltello che era stato usato per tentare di uccidermi non faceva parte del corredo che veniva dato ai dipendenti del carcere. Di sicuro non gli sarebbe stato semplice spiegare le dinamiche dei fatti nel corso dell’indagine interna. «Cosa devo fare con te? Devo metterti in isolamento? Devo farti parlare con un avvocato? O magari devo semplicemente fare finta di nulla?» Si appoggiò allo schienale della poltrona e gettò uno sguardo assorto oltre il vetro della finestra. Sospirò forte, era chiaro che lo stress dovuto alle mie continue aggressioni gli stava rendendo difficile persino dormire la notte. La situazione gli stava sfuggendo di mano e non aveva idea di cosa fare per tornare padrone del carcere che gestiva. Era un uomo onesto, non mi capitava da tempo di incontrare uno come lui. «C’è qualcuno di cui ti fidi? Qualcuno con cui saresti disposto a parlare?» «Amanda Lionell» scandii con il solo intento di provocarlo. Il direttore sbiancò. Fu come se avessi pronunciato il nome di Satana in persona. La notizia della scomparsa della psicologa che lavorava nel carcere statale aveva destato un grande scalpore. Alcuni avevano detto che si era trattato di un rapimento, altri di una regolazione di conti. I segreti che quella donna conosceva per via della sua posizione erano molti. Lei, però, si era lasciata avvicinare da un uomo soltanto, il peggiore. Lo stesso che si era reso artefice del mio arresto e che, esattamente come lei, sei mesi prima era svanito nel nulla.


Darren Swan. Un nome che non avrei dimenticato facilmente. Un uomo di cui mi sarei vendicato non appena fossi riuscito a sistemare la faccenda con Giuliani. Un movimento al limite del mio campo visivo fece sì che rialzassi nuovamente lo sguardo. Il direttore si stava massaggiando ancora il viso. Era confuso. Non sapeva cosa rispondermi, così come non sapeva che ero a conoscenza di molti più dettagli di lui. Amanda non era stata rapita, né uccisa. Lei era fuggita insieme all’uomo di cui si era innamorata e a sua figlia. Una fuga d’amore. Le mie labbra si stirarono per il disgusto. L’amore non esisteva, se non per ingannare gli uomini e renderli deboli e malleabili. «Purtroppo la dottoressa Lionell non presta più servizio presso di noi» affermò dopo diversi minuti di silenzio. Il suo tono era neutro. Sollevai il mento e lo osservai con estrema attenzione. Mi chiesi se sapesse che l’ex psicologa del carcere e il detenuto che aveva in cura fossero lontani e fossero insieme. No. Non lo immaginava nemmeno, così come non immaginava quello che avrei fatto loro una volta che me li fossi ritrovati tra le dita. Chi tradisce una volta, tradisce sempre. Il rispetto cammina insieme al sangue. «Posso prenotare una seduta con il dottor Roger» propose speranzoso. Non riuscii a fare a meno di scoccargli un’occhiata bruciante. Avevo già avuto modo di conoscere Roger. Vecchio. Mezzo sordo. Pomposo e fermo nella convinzione che gli fosse sufficiente un’occhiata per valutare le persone. Corruttibile e incompetente. «Posso farvi parlare oggi stesso.» «Fiato sprecato» sancii determinato. Al direttore non restò che arrendersi. Si trovava in una situazione molto più grande di lui. Giuliani e io non eravamo pesci della sua portata. Per avere a che fare con noi non bisognava seguire le regole; bisognava crearne di nuove e lui era troppo onesto per sporcarsi le mani. «E va bene.» Si massaggiò ancora il viso. Ormai lo faceva di continuo. «Una settimana di isolamento. Niente contatti con il mondo esterno, niente visite e niente ora d’aria. Magari restare un po’ solo ti aiuterà a capire che questo non è posto per te.»


E non lo era davvero, peccato che non esistesse modo di uscirne. Non ero un uomo qualsiasi. Non potevo evadere e sparire nel nulla. Dovevo uscirne in maniera legale e pulita, così da poter riprendere il posto che mi spettava negli affari che avevo chiesto a J.C. di gestire temporaneamente. Gli avvocati non mi mancavano e nemmeno i soldi. Non avevo mai avuto problemi a tornare libero – qualche volta con la corruzione, altre con le minacce – in questa particolare occasione, però, non pareva funzionare nulla. Qualcuno mi voleva dentro il carcere e avevo anche idea di sapere chi. Vidi due guardie avvicinarsi con l’intenzione di trascinarmi nella cella di isolamento. Mi alzai in piedi risparmiando loro la fatica di sollevarmi. Fu allora che entrò una terza guardia e che disse l’ultima delle cose che mi sarei atteso. «Il detenuto ha una visita.» Il direttore sbuffò. «Se si tratta del solito uomo di colore digli che è in isolamento.» «Non si tratta di lui, ma di una donna.» «Una donna?» Restai in ascolto, divenendo improvvisamente attento. «Si è firmata Sandra Kendall.» Il direttore mi guardò con aria sospettosa. Per sei mesi ogni giorno J.C. era venuto a trovarmi alla stessa ora. Era stato l’unico a farlo, ecco perché quella visita così insolita alla vigilia della mia aggressione era subito suonata strana a entrambi. «Conosci una certa Sandra Kendall?», mi domandò. Scossi la testa e il direttore fece altrettanto. «E sia» sospirò con aria stanca. «Fategli vedere questa donna e poi mettetelo in isolamento.» Le guardie non persero tempo. Fui portato via in catene. Camminavo lento, con i piedi e le mani legate non era facile. Dopo una nottata insonne, un rischiato assassinio e una doccia fredda non ero nella condizione di vedere nessuno, però qualcosa mi diceva che dovevo farlo. Guardai uno degli orologi appesi nel corridoio che precedeva la sala delle visite. L’orario indicato era lo stesso in cui J.C. era solito presentarsi in carcere. Cominciai a temere che gli fosse successo qualcosa e che avesse mandato qualcuno a darmi la notizia al posto suo. Mi aveva confidato che si frequentava con una donna


da cui aveva avuto un figlio, ma non mi pareva che si chiamasse Sandra. A metà del corridoio si trovava la stanza con i monitor da cui le guardie osservavano e ascoltavano gli incontri tra i detenuti e i visitatori. Rallentai appena per potere vedere attraverso le immagini delle telecamere il volto della donna che mi stava attendendo. Aveva i capelli scuri e lunghi. Indossava dei semplici jeans con un maglione bianco. Il monitor era piccolo, tanto che per un istante mi ritrovai a pensare che non avevo idea di chi fosse. Poi accadde. Si voltò. La telecamera riprese per intero il suo viso. Il respiro mi si bloccò in petto. Iryna. Contenni le emozioni. Tutte. Un nodo mi strinse il respiro. La mia mente tornò all’ultima volta che l’avevo vista, oltre due anni e mezzo prima. Bevevamo insieme. La sua figura sinuosa si stagliava davanti alla finestra. Sorrideva. Ammiccava. Mi baciava. Mi ingannava. J.C. mi aveva detto di averla uccisa perché aveva provato a fuggire dalla casa in cui l’avevo rinchiusa. Il dolore che ne era derivato era stato straziante. Quella notte, insieme a lei, era morta anche una parte di me, o forse si era solamente addormentata. Se fosse morta, non avrebbe potuto risorgere così in fretta. La sua semplice vista non mi avrebbe potuto tormentare in quel modo, né suscitare quell’enormità di sensazioni così diverse, intense e contrastanti. Incredulità. Brama. Felicità. Rabbia. Serrai le dita della mano a pugno. Il corridoio finì. Mi ritrovai nella sala destinata a ospitare gli incontri tra i detenuti e i visitatori. Sapevo che una spessa lastra di vetro antiproiettile mi avrebbe diviso da lei, dal suo corpo, ma non dai ricordi che erano riemersi con prepotenza dentro di me e che minacciavano di farmi perdere il controllo. Il mio cuore accelerò di colpo. La mente mi mise in guardia. Non c’era alternativa: qualsiasi cosa mi avesse detto, qualsiasi cosa avesse fatto non avrei mai dovuto guardarla, né ascoltarla. Ma dentro di me sapevo che stavo mentendo.


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Riscatto, Sagara Lux - Primo capitolo  

Alcuni segreti feriscono più dei coltelli. Convivere con la consapevolezza di avere tradito il proprio cuore non è semplice per Iryna, così...

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