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Sagara Lux

INGANNO

Un romanzo della serie

Broken Souls


**** ATTENZIONE ***

Quello che segue è il primo capitolo di Inganno, pubblicato il 23 dicembre 2015. Si tratta del secondo romanzo della serie broken souls e si legge in duologia con Riscatto (pubblicato il 23 maggio 2016).


IL PREZZO DI UNA VITA

La canna della pistola che mi stava minacciando era tiepida sulla mia tempia, forse perché aveva appena sparato o più probabilmente perché sapevo che lo avrebbe rifatto presto. In ginocchio, con il cuore in gola e la paura che la mia vita fosse giunta al proprio termine, chiusi gli occhi e mi sforzai di mantenere se non il contegno, almeno la lucidità. «Qual è il tuo nome?» A parlare era stato uno dei due uomini in piedi. Ne avevo tre in tutto intorno: quello che mi stava minacciando, quello con la carnagione scura che mi aveva trascinato all’interno di quella stanza e un terzo seduto alla scrivania. Lui doveva essere il capo di tutti. Osai cercare i suoi occhi nella speranza che mettesse fine a quella situazione così terribile, che mi condannasse una volta per tutte o mi liberasse, ma non appena i nostri sguardi si incrociarono una sensazione soffocante mi attanagliò il respiro. No, non lui… Anche se da quando ero entrata non aveva detto nulla e anche se nessuno lo aveva chiamato per nome, sapevo perfettamente chi era. Era impossibile sbagliarsi, non quando si aveva la sfortuna di incontrare quel volto deteriorato dall’acido e quegli occhi di un verde così chiaro da ricordare quello dei predatori notturni; occhi freddi e distaccati, senza espressione e senza perdono. Sussultai, mentre il nome di colui che mi avrebbe ucciso mi strappava un brivido. Genz. Un nodo mi strinse lo stomaco. Da quando ero stata portata in quella stanza erano accadute molte cose.


Ero stata gettata ai suoi piedi e picchiata. Mi era stata puntata una pistola alla tempia, ma ero certa che la sua espressione non fosse cambiata nemmeno di poco; almeno finché i nostri sguardi non si erano incrociati e, per un istante, mi era parso di vedere qualcosa. Illusa. Una pressione maggiore dell’arma mi costrinse a rispondere. Temendo per la mia vita feci quello che volevano. Raddrizzai la schiena e scandii forte il mio nome. «Mi chiamo Iryna Semyonov.» Se dovevo morire in quel modo, ai piedi di un uomo senz’anima, volevo farlo gridando al mondo che ero molto più della traditrice e della puttana in cui gli eventi mi avevano trasformato. Il mio nome era l’ultima cosa che possedevo. Negli ultimi tre anni uomini come quelli che avevo di fronte mi avevano tolto tutto. La libertà. Il rispetto per me stessa. La vergogna. Il futuro. Ero stata venduta, violentata, rinchiusa. Ma non mi ero mai arresa. Non avevo smesso un solo istante di cercare di sopravvivere e non avrei di certo cominciato adesso. Costasse quel che costasse. La nuca mi pulsò di un dolore feroce e improvviso. L’uomo con la carnagione scura si era avvicinato e mi aveva sollevato prendendomi per i capelli. Strinsi i denti, ma non diedi loro la soddisfazione di gridare. Lo guardai di sbieco, anche se le lacrime mi offuscavano la vista. Aveva il capo rasato e un pizzetto piuttosto elaborato che gli segnava le labbra pronunciate. Aveva il naso schiacciato e una camicia chiara che contrastava in maniera spaventosa con il colore della sua pelle. La sua stazza era diversa da quella degli altri uomini. Era più fine, ma nonostante questo non mi diede l’impressione di essere meno pericoloso. «Per chi lavori?» Serrai le labbra. Il cuore prese a battermi con una tale violenza da farmi tremare per il dolore. Ingoiai amaro. Mi chiesi se esistesse un modo qualsiasi di ribaltare le mie sorti o di ridurre la mia agonia, ma la verità era che avevo due scelte soltanto: potevo tacere o potevo parlare. Potevo decidere se essere uccisa da Genz o se morire per mano di colui che mi aveva consegnato ai suoi uomini d’onore per poterlo spiare. In entrambi i casi ero perduta. Boccheggiai, mentre


l’uomo al mio fianco caricava la pistola. Sudai freddo, ma non abbassai la testa. Il nome del mio padrone era il motivo per il quale ero ancora viva. Nel momento in cui lo avessi pronunciato sarei certamente morta, e non soltanto perché si trattava di un nome pericoloso o perché a quel punto non sarei più servita a nessuno, ma perché avrebbe scatenato una vera e propria guerra. Devi mantenere la calma. Devi pensare. Inspirai a fondo. Morire era l’ultima cosa che volevo. Pur di evitare che accadesse ero disposta a fare qualsiasi cosa, ma dovevo giocare bene le mie carte. Mi sforzai di non pensare alla bocca di metallo che mi stava baciando la tempia, alle mani che mi stavano tirando i capelli. Cercai gli occhi dell’unico uomo che in quel momento aveva il potere di disporre della mia vita. L’aria mi si bloccò in petto, tuttavia non permisi alla mia voce di tremare nemmeno per un istante. Ora o mai più. «Tutto ha un prezzo» affermai lenta, mentre gli occhi di Genz mi fissavano con una tale intensità da trapassarmi il petto. Era notte. La stanza in cui mi trovavo era così cupa da impedirmi di distinguere i dettagli del suo viso o della sua figura, però ero certa che mi stesse ascoltando. Me lo sentivo addosso. «Se quello che vuoi è il nome di chi mi ha mandato da te, te lo dirò. Ma alle mie condizioni.» Vidi le sue dita muoversi rapide e battere il bracciolo della poltrona su cui era adagiato. Gonfiò il petto per incamerare aria, poi fece un cenno agli uomini che erano con noi. Nel giro di un istante cambiò tutto. La pistola che mi stava minacciando si allontanò dalla mia pelle. Il nero che rispondeva al nome di J.C. mi lasciò andare, anche se sentii la cute continuare a pizzicarmi a causa della brutalità che mi aveva riservato. Prima che potessi aspettarmelo l’unica porta che dava accesso alla stanza si chiuse alle mie spalle, mentre passo dopo passo gli uomini di Genz si allontanavano per lasciarci soli. Il battito del mio cuore non accennò a rallentare. Cominciai a fare fatica a respirare. Ero libera, non salva. E oltre a questo ero in ginocchio su un tappeto già sporco del mio sangue, in compagnia dell’ultimo degli uomini con cui avrei voluto essere. Quello che avevo tradito.


Quando si alzò in piedi, fu come se una mano invisibile si fosse chiusa intorno alla mia gola. Arretrai di un passo e lo osservai mentre si avvicinava. Lento. Inesorabile. Pericoloso. Mi girò intorno. I suoi occhi mi scrutavano a fondo, mettendomi a disagio. Tentai di sistemare il vestito che avevo indossato così da coprirmi maggiormente, ma non servì a molto. Quando poche ore prima due dei suoi mi avevano rapito non avevo avuto tempo di fare nulla; né di prendere un soprabito, né di rimettermi l’intimo che mi ero appena tolta. La realtà era crudele. Ero una puttana. I miei clienti non erano uomini per bene e il mio padrone non era da meno. Alcuni degli individui con cui ero costretta ad andare amavano trovarmi già nuda e pronta. Altri, invece, mi preferivano in una maniera ben diversa. L’abito che indossavo quella notte era scuro e corto. La scollatura che si apriva sulla schiena era profonda, tanto da concedere una visuale completa della linea dipinta dalla spina dorsale. Una delle due spalline era stata strappata. Dell’acconciatura in cui avevo raccolto i capelli biondi rimaneva ben poco e il trucco mi era colato sul viso. Ero scalza, non mi ero mai sentita così poco attraente in tutta la mia vita, eppure avevo la sensazione che Genz mi stesse spogliando con gli occhi. Smetti di guardarmi. Mi portai le mani sul petto nel tentativo di coprirmi. Anche se non era abbastanza vicino da potermi sfiorare, sentivo la pelle formicolarmi dove posava lo sguardo. Era come se volesse tendersi verso le sue dita per farsi stringere. Accarezzare. E lo odiavo. «Sono curioso. Qual è il tuo prezzo, Iryna?» Tremai. Il modo in cui pronunciò il mio nome mi fece avvampare. La sua voce era bassa. Era il tipo di uomo che non aveva bisogno di gridare per farsi ascoltare; che quando diceva qualcosa te lo sentivi addosso, sulla pelle e nella gola. Tentai di rispondergli, ma all’ultimo non riuscii a farlo. Le sue dita mi avevano raggiunto. Erano penetrate tra i miei capelli, fino a sfiorarmi la cute. Era lì, alle mie spalle. Incombeva su di me come il peggiore degli incubi. Potevo sentire l’odore che aveva addosso – sangue, polvere da sparo – oltre che il suono profondo del suo respiro e la sensazione opprimente dettata dalle sue ginocchia sulla mia schiena.


Anche se avevo paura, non riuscii a fare a meno di alzare la testa e guardarlo. I capelli lunghi e scuri avvolgevano un viso sottile e irregolare. Ora che era più vicino i suoi occhi apparivano ancora più chiari e terribili. Nessun uomo poteva possedere un tale sguardo. Ma forse lui non era un uomo. Non più, almeno. Ad un tratto provai una sensazione strana. Bruciante. Mi sentii cedere, anche se era l’ultima cosa che volevo. Devi resistere. Mi sforzai di respirare. Non era la prima volta che mi ritrovavo in ginocchio davanti ad un uomo, in bilico tra la vita e la morte. E mai, mai, mi era capitato di dubitare del fatto che sarei riuscita a salvarmi. Tranne che allora. «Dimmi: cosa posso darti in cambio del nome che voglio?» Fu crudele. Mi sfidò. Giocò con me e con le mie paure. Sapevamo entrambi che avrebbe ottenuto comunque ciò che voleva; che esistevano decine di modi per farmi parlare e successivamente sparire. Serrai le labbra, allontanando il pensiero di quello che avrebbe potuto farmi. Cose terribili, certo. Cose che mi avrebbero senza alcun dubbio fatto gridare. La mente mi giocò uno strano scherzo. Per un istante mi vidi distesa sotto di lui, nuda, con le sue dita intorno alla gola. La bocca mi divenne secca. Avvertii i muscoli del ventre contrarsi fino a strapparmi un sospiro. Sentii le punte dei suoi capelli lunghi e scuri accarezzarmi la pelle, mentre le sue mani mi toglievano l’aria un poco alla volta. Mi domandai se fosse il tipo di uomo che godeva nel vedere le proprie vittime soffrire, ma scacciai quel pensiero un istante dopo. Devi restare lucida. Devi rispondergli. Puoi ancora salvarti. Tentai di dire qualcosa, ma mi accorsi di non avere abbastanza voce per farlo. Ero confusa. Una parte di me desiderava disperatamente uscire di lì, mentre un’altra pareva del tutto incapace di reagire; non finché lui continuava a guardarmi in quel modo. Le sue dita strinsero la presa sui miei capelli. Vi affondarono, ma non li tirarono. Era come se volesse farmi sapere che era lì e che mi stava aspettando. «Allora?» «Cosa accadrà agli uomini che ti hanno tradito?» domandai cauta.


Avevo la voce strozzata. Ero agitata. Genz era dietro di me. La sua figura slanciata sovrastava la mia. Non potevo vederlo, ma potevo sentirlo. Il suo respiro si era fatto appena più intenso. La mia domanda aveva solleticato la sua curiosità. Dovevo essere la prima a non averlo supplicato di lasciarmi andare, ma il punto era che temevo – sapevo – che chiedergli di liberarmi non sarebbe comunque servito. Lo conoscevo, così come lo conoscevano tutti: per nome, per fama, per paura. Chi entrava nella sua villa da traditore non ne usciva vivo e una puttana come me, che non aveva esitato a concedersi ai suoi uomini per poterlo spiare, non avrebbe fatto alcuna differenza. Le sue dita mi lasciarono. Il gesto con cui si allontanò da me fu così improvviso da sorprendermi. «Perché vuoi sapere cosa faccio ai traditori?» Perché so che finirò come loro. Con la coda dell’occhio lo osservai mentre si spostava all’interno dello studio. Aveva un modo di muoversi simile a quello dei serpenti, languido. Il contrasto generato dall’arco dipinto dal suo corpo con la rigidità delle librerie che ricoprivano le pareti era strano, forse addirittura sinistro. Lo vidi accomodarsi su una delle poltrone riservate agli ospiti e farmi segno di raggiungerlo. Non esitai ad accontentarlo. I miei piedi si trascinarono lenti al di sopra del tappeto. Era morbido. Probabilmente dovevano esserlo anche le poltrone che circondavano la scrivania, ma nonostante questo e nonostante la spossatezza fisica non riuscii ad accomodarmi. Ero troppo agitata, così restai in piedi di fronte a lui, ancorata ai suoi occhi che avevano l’inspiegabile potere di mettermi a tacere. «Non amo i traditori, così come non amo le puttane.» Il modo in cui rimarcò la parola che più mi rappresentava fece nascere dentro di me un’emozione pungente. Per la prima volta non mi piacque essere chiamata così, ma anzi mi vergognai profondamente del fatto che in cambio della vita ero costretta a vendere me stessa. Ciononostante, non esitai ad andargli incontro e a inginocchiarmi ai suoi piedi. È questo quello che vuoi? Posai le mani sulle sue gambe e gliele accarezzai lentamente, dal ginocchio fino all’inguine. Avanti e indietro, finché non sentii i suoi muscoli cominciare a reagire alle mie carezze e sciogliersi.


«Dimmi cosa fai ai traditori» sussurrai piano, tentandolo. «E poi dimmi cosa chiedi alle tue puttane.» Il gioco era tutto lì. Era così che ero solita trattare gli uomini. In cambio della salvezza non offrivo sesso, ma sogni e perversioni. Era la mente che volevo stuzzicare prima del corpo, poiché soddisfare il corpo era un gesto fine a se stesso, mentre soddisfare la mente offriva l’accesso a tutta una serie di possibilità una più allettante dell’altra. Era dopo l’orgasmo che si era più disposti a dare. Era così, del resto, che avevo ottenuto i segreti di Genz dai suoi uomini. Solo che lui non lo sapeva. Ad un tratto i suoi occhi ebbero un sussulto. Pregai di non avere frainteso la scintilla che avevo scorto. Sperai che concedermi a lui mi avrebbe dato il tempo di pensare a come salvarmi. Lo osservai a lungo mentre si rilassava sulla poltrona e scivolava con il bacino verso di me, dandomi accesso al suo piacere. Le mie mani si spostarono sul cavallo dei suoi pantaloni e cominciarono a toccarlo. Il suo sesso si stava risvegliando. Potevo sentirlo sussultare sotto alle mie dita e tendersi verso la mia bocca. «La risposta potrebbe spaventarti, Iryna.» La sua voce si era fatta più roca, tanto da strapparmi un brivido. «Io ho già paura» gli confidai piano. «Paura di me?» Smisi di accarezzarlo e cercai i suoi occhi. Il modo in cui mi stava guardando era terribile; era come se avesse voluto strapparmi l’anima da sotto la pelle e serrarla tra le dita fino a distruggerla. Sì. Era di lui che avevo paura. Annuii suscitando la sua ilarità e forse anche qualcos’altro. Fece leva sulla schiena e si incurvò su di me. Le sue mani mi presero il mento e mi costrinsero a guardarlo. Con il pollice mi segnò le labbra. «Sai perché sei ancora qui?» «Perché ho paura di te?» tentai, ma lui scosse la testa. «No.» Non era la paura ciò che lo faceva eccitare in una donna. «E allora perché?»


Mi costrinse ad aprire la bocca e vi insinuò dentro il dito con cui mi stava accarezzando. Attese di sentire il calore del mio respiro e l’umidità della mia saliva, infine mi rispose. «Perché sei bella. Perché so che pur di salvarti farai qualsiasi cosa ti chiederò. E perché ho appena deciso che pur di averti sono disposto a pagare il tuo prezzo.»

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Inganno, Sagara Lux - Primo capitolo