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Sagara Lux

DI CARNE E DI PIOMBO

Un romanzo della serie

Broken Souls


**** ATTENZIONE ***

Quello che segue è il primo capitolo di Di carne e di piombo, pubblicato il 23 settembre 2015. Si tratta del primo romanzo della serie broken souls.


DAVANTI Doveva trattarsi di un’allucinazione. Lui non poteva essere lì, sul pianerottolo di una casa che non avrebbe nemmeno dovuto conoscere. Non poteva essere così pazzo da avere dimenticato la situazione in cui si trovava o da essermi venuto a cercare. Eppure Darren Swan era davvero davanti a me, ed era reale. Furono i miei sensi a riconoscerlo, prima ancora della mia mente. Fu il brivido che mi corse lungo la schiena non appena lo vidi avvicinare una sigaretta alle labbra e stringerla come se avesse voluto distruggerla; la vertigine che mi fece tremare le gambe quando inclinò il capo all’indietro e socchiuse gli occhi, gustandosi una pace che non meritava. Il cuore mi salì in gola. L’odore del fumo mi penetrò nelle narici, acre. La sensazione che fosse tutto sbagliato mi morse il respiro insieme alla paura. L’istinto mi suggerì di indietreggiare, ma la ragione non mi permise di farlo. Era troppo tardi. Aveva già sollevato gli occhi verso di me. Mi aveva visto. Mi aveva guardato. Le sue mani avevano gettato a terra la sigaretta, tornando libere come non avrei mai voluto. Era stato allora che avevo compreso. Il diavolo in persona era venuto a reclamarmi. Non esisteva via di fuga, né salvezza. Tu non dovresti essere qui. Ingoiai amaro. Parole aspre come l’odore che impregnava l’aria mi grattarono la gola. Serrai la presa sulla borsetta e sostenni il suo sguardo. Con gli occhi, scivolai lungo i lineamenti marcati del suo volto. Cercai una qualsiasi traccia di esitazione o di incertezza, ma non la trovai. E non me ne sorpresi. Darren Swan allontanò la schiena dalla parete su cui si era appoggiato e si mosse verso di me. Lento. Inesorabile. Pericoloso. I suoi occhi mi tennero inchiodata dov’ero, con una mano sulla ringhiera e un piede sull’ultimo gradino. Mi fissarono con una tale intensità da farmi temere che volesse farmi del male, tuttavia non permisi a me stessa di mostrare alcun segno di cedimento e continuai a guardarlo.


I capelli scuri gli adombravano il viso, lasciando esposta la linea dura della mascella. Era sempre stato un uomo sicuro di sé. Non si era mai vergognato di nulla e non aveva mai esitato a dire tutto quello che gli passava per la mente, per quanto sconveniente o rischioso potesse essere. Aveva la mente sveglia e le mani violente. E questo era anche il motivo per il quale lo temevo davvero; non perché conoscevo perfettamente le colpe di cui si era macchiato; non perché era il protagonista, la mente e l’artefice dell’incredibile evasione di cui tutti i giornali parlavano da due giorni a quella parte, ma più semplicemente perché sapevo che non c’era nulla di casuale nella sua presenza lì e perché ero certa che non se ne sarebbe andato prima di avere ottenuto da me quello che voleva. Tutto quello che voleva. «Perché non mi inviti a entrare?» Valutare la situazione in cui mi trovavo fu facile. Finché restavamo sul pianerottolo, esposti, vi era un’esile speranza che qualcuno lo vedesse e lo riconoscesse. Il suo volto – il volto di un evaso condannato all’ergastolo – era famoso. Non vi era telegiornale in cui non fosse stata trasmessa una sua immagine, o giornale in cui fosse stata pubblicata. Nel momento in cui gli avessi permesso di entrare nel mio appartamento, invece, tutto sarebbe cambiato. Raddrizzai le spalle e restai ferma nella mia posizione. Non ero una donna qualsiasi. Erano cinque anni che lavoravo come psicologa presso il carcere e che avevo a che fare con gli individui peggiori. Darren Swan era uno dei miei pazienti; uno degli uomini più ermetici che avessi mai conosciuto. Il suo passato nascondeva molto più di quanto fossi riuscita a comprendere in diversi mesi di sedute e il suo futuro, a partire dall'evasione di due giorni prima, era molto più che un'incognita. Una voce dentro di me mi ricordò che avrei fatto meglio a temerlo, piuttosto che ad affrontarlo, eppure non riuscii ad impedirmi di osservarlo. Era strano vederlo senza la divisa del carcere addosso e con i lineamenti del volto resi ancora più spigolosi dall’assenza di barba. Mi aveva sempre dato l'idea di essere un uomo da cui era necessario guardarsi, con quelle sue mani grandi rinchiuse nelle manette e lo sguardo di chi non avrebbe mai chiesto perdono per le azioni commesse. In quel momento, però, con i jeans scuri, un maglione


grigio a coprirgli le spalle e il viso pulito, “pericoloso” non era di certo il primo aggettivo con cui avrei potuto descriverlo. Accarezzai con lo sguardo la linea contratta della mascella. Studiai l’espressione del suo viso poiché a differenza delle parole il corpo non mentiva mai. Le sopracciglia scure sottolineavano uno sguardo crudo e determinato. Le sue labbra erano tese. Ai loro lati spiccavano piccole rughe d'espressione che lo facevano sembrare più vecchio di quello che era davvero. Lo avevo osservato a lungo negli ultimi mesi, eppure quella fu la prima volta in cui mi resi conto di non conoscerlo per nulla, perché Darren Swan, dopo essere evaso dalla prigione in cui avrebbe dovuto passare la vita, non era fuggito all'estero, ma aveva trovato il modo di raggiungermi, accettando tutti i rischi legati a quella scelta. «Non dovresti essere qui.» Le parole mi uscirono di bocca spontanee. Lui mi rispose con altrettanta naturalezza, sferzante e severo. Il suo tono era come sempre arrogante, il suo sguardo truce. «Fammi entrare. Adesso.» Non avevo mai avuto paura di lui, però in quel momento i suoi polsi non erano avvolti dalle manette. Poco distante da noi non c'era nessuna guardia e prima di incontrarsi con me non era stato perquisito da nessuno. I vestiti che gli ricoprivano il corpo prestante erano larghi, troppo per lasciarmi credere che non avesse nessuna arma con sé. «Tu devi andartene» sussurrai decisa. Ma non funzionò. Con un gesto rapido mi sottrasse la borsetta ed estrasse senza alcuna fatica le chiavi di casa mia. Aprì la serratura come se lo avesse fatto innumerevoli volte prima di allora, poi spalancò la porta e mi fece cenno di entrare. Esitai, temendo quello che sarebbe potuto succedermi se lo avessi ascoltato. L’angoscia rese le mie gambe pesanti, l’equilibrio dei miei passi precario. Mi tremarono le mani, tanto da strappargli un sinistro sorriso. Darren Swan era un sociopatico. Amava mettere paura alle persone e vedere che non erano capaci di guardarlo senza trattenere il respiro. Anch’io avevo paura di lui in quell’istante. Però sapevo che se volevo uscire indenne da quella situazione non avrei mai dovuto farglielo capire, così tenni la schiena ben dritta e lo superai senza esitazione.


«E così è qui che vivi» disse chiudendo la porta alle nostre spalle e guardandosi intorno. Avanzò. Lasciò scorrere le dita sul divano che si trovava alle spalle dell’angolo-cottura, poi vi si sedette sopra. La mia casa era tutta lì. Vivevo da sola, non avevo bisogno di troppo spazio. Il divano si trasformava in letto e il bagno si trovava oltre l'unica porta che si affacciava sui muri intonacati di fresco. Una grande vetrata copriva quasi completamente una delle pareti. Le tende color corallo erano chiuse, ma la luce del pomeriggio filtrava comunque, disperdendosi sui mobili laccati, macchiandoli di sfumature calde e intense. «Come fai a conoscere il mio indirizzo?», gli chiesi tentando di mantenere un tono di voce fermo e deciso. Le sue dita giocavano con le mie chiavi di casa; le facevano ondeggiare quasi sbeffeggiandomi o invitandomi ad andargli nuovamente vicino per riprenderle. Io, però, non avrei mai commesso l'errore di avvicinarmi a lui, o la maschera di freddezza che avevo tanto faticato a costruirmi in sua presenza si sarebbe dissolta per sempre. Si fermò e mi osservò con un sorriso furbo, sagace. «So molte cose su di te, Amanda.» «Per te sono la dottoressa Lionell.» «Non più, Amanda.» Marcò il mio nome in una maniera tutta particolare, giusto per ricordarmi che non ero più io, a condurre il gioco. «Non siamo nel tuo studio e questa non è una seduta, né una visita di cortesia.» «E allora cos'é?» Mi pentii di averglielo chiesto subito dopo avere parlato. Quella domanda era quella che stava aspettando sin da quando era entrato. Stavo facendo il suo gioco e questo non faceva altro che aumentare il potere che aveva tra le mani. Studiai le sue movenze, le sue espressioni. Valutai la piega decisa delle sue labbra e il moto appena accennato del suo piede destro. Si sforzava di apparire tranquillo, ma c'era qualcosa che anche lui temeva. Cosa, lo compresi non appena si decise a mostrarmi le sue carte. «Ho bisogno che tu faccia qualcosa per me.» Un mio rifiuto, ecco ciò che temeva.


«È per questo che sei ancora in città, vero?» «Non sono evaso per scappare, se è quello che mi stai chiedendo tra le righe.» «E allora perché?» «Sei una donna intelligente, Amanda. Dimmelo tu.» Presi fiato e lo fissai intensamente. C'era una sola cosa che poteva importare a Darren più della libertà. «Dorothy.» * La prima volta che mi ero ritrovata davanti al terribile Darren Swan, non avevo faticato a trovare una corrispondenza tra ciò che sapevo su di lui e la brutalità dell'uomo che aveva fatto il suo ingresso nel mio studio. Ero abituata ad avere a che fare con la feccia peggiore. Ero la psicologa del carcere da cinque anni e ne avevo viste parecchie. C'era stato chi mi aveva mentito, chi mi aveva minacciato per uno sconto della pena e persino chi si era chiuso in un ostinato silenzio. Avevo visto gli uomini più duri crollare sotto il peso del loro passato o delle loro paure. Avevo avuto il privilegio di indagare le menti più distorte e quelle più manipolabili. Ma poi era stata la volta di Darren Swan e, per la prima volta nella mia vita, mi ero ritrovata a temere di non riuscire a gestire la situazione. Dorothy. Non appena lo avevo udito pronunciare quel nome, qualcosa dentro di me era scattato. Da lì alla consapevolezza che non sarei riuscita a mantenere intatto il rapporto dottore-paziente il passo era stato breve. Troppo breve. Così breve che mi ero ritrovata ad agire con il cuore prima ancora che il cervello riuscisse a gridarmi che stavo sbagliando. «Qual è la cosa a cui tieni di più, Darren?» Era una domanda che facevo sempre durante le prime sedute. Ogni uomo aveva due ragioni nella vita: quella che lo conduceva al carcere e quella per la quale voleva uscirne. A me interessava principalmente la seconda: Dorothy.


«Parlami di lei.» «Ha i miei occhi. Ha solo quattro anni e mia moglie ha detto che non la rivedrò mai più.» Era stato allora che avevo capito due cose. La prima era che Darren Swan non era il tipo di uomo che aveva paura di dare alle cose il loro nome. La seconda era che quando parlava di sua figlia tutta la sua brutalità svaniva e diventava un uomo diverso. «È per lei che vuoi uscire di qui, vero?» A quella domanda, allora, non aveva risposto. Ma io avevo capito lo stesso ed il fatto che, allora come ora, si trovasse proprio lì, davanti a me, con le mani intrecciate e lo sguardo stanco ma fermo era la conferma delle mie supposizioni. Presi fiato e lo guardai negli occhi. «Io non posso aiutarti, Darren.» Lui scosse la testa, incassandola tra le spalle. Sfregò le mani sui jeans, prima di alzarsi in piedi e di cominciare a girare per la stanza nervosamente. «Ormai ci conosciamo bene, io e te.» Un brivido caldo mi attraversò il corpo. Era vero. Così com'era vero che in quel momento avrei dato tutto quello che avevo pur di conoscerlo ancora di più e di sapere cosa aveva in mente. «Tu sai cosa ho fatto e sai quanto conta per me Dorothy. Sai che non sono il tipo di uomo che si ferma prima di avere ottenuto ciò che vuole e sai che adesso sei chiusa qui, in questa casa, da sola con me.» Sapevo che a quel punto avrei dovuto dire qualcosa. Sapevo che l'unico modo per fermare Darren era tenergli testa, ma non riuscii a farlo. La sua sola presenza, così vicino a me, mi toglieva il respiro. Era agosto. Faceva caldo. Gli appartamenti vicini al mio erano ormai quasi tutti vuoti. Non c'era una guardia alla mia porta e la mia assenza non sarebbe stata notata da nessuno prima della successiva mattina. Il pensiero che avesse tutta la notte per farmi cambiare idea mi mandò completamente in confusione e mi costrinse a chinare lo sguardo verso terra, incapace di reagire.


Le mani mi tremavano. Lo sentivo. Era vicino. Mi stava girando intorno, come un avvoltoio. Stava cercando il punto migliore in cui affondare il coltello. «Non obbligarmi a farti del male. Sai che non voglio.» Nella sua voce era nascosta un'inspiegabile delicatezza. Era in debito con me e quello, purtroppo, era anche il motivo per il quale era lì; perché avevo capito sin dal principio che con lui non sarei mai riuscita a rimanere entro i limiti e, pur sapendolo, non mi ero rifiutata di ascoltarlo. Anzi, avevo impiegato tutte le mie forze e tutto il mio tempo pur di fare quello che nessun altro avrebbe mai fatto per lui. «Domani per te sarà un giorno importante, Darren.» «Perché?» «Ho parlato con tua moglie e l'ho convinta a portare qui Dorothy.» Lui aveva taciuto a lungo, mentre mi osservava. Poi si era alzato dalla sedia e aveva chiesto alla guardia di riportarlo in cella. Avevo capito subito che non avrebbe dimenticato quello che avevo fatto per lui. Dopo mesi di suppliche e fatiche, ero finalmente riuscita a riportargli davanti agli occhi la figlia che gli era stata negata negli ultimi due anni. Quella era stata anche la prima volta in cui lo avevo visto sorridere e che avevo sentito una morsa di piombo stringermi il cuore. «Dimmi dove si trova e ti lascerò andare.» Sollevai il volto, trovandomi davanti al suo sguardo. Senza che lo volessi, sentii un'enorme amarezza attanagliarmi lo stomaco. «Non posso. Ho promesso a tua moglie che...» «Ex-moglie» marcò con tutto il disprezzo di cui era capace. «Con lei non ho più nulla a che spartire.» «Dorothy è tanto figlia tua quanto sua.» Nei suoi occhi balenò qualcosa di fin troppo simile alla tempesta. Ne rimasi tanto sorpresa da indietreggiare e da ritrovarmi con la schiena pressata alla parete prima ancora di potermene rendere conto. Ero in trappola. Il cuore mi batteva all'impazzata. Una voce dentro di me continuava a ripetermi che tanto odio poteva avere origine soltanto da un amore altrettanto intenso e travolgente; un amore che mi ritrovai ad invidiare con tutta me stessa.


«Tu l'hai vista. Hai parlato con lei, giusto? Quindi sai che tipo di donna è...» «È la donna che ha dato alla luce vostra figlia.» «Mia» non mancò di sottolineare. «Dorothy è mia figlia. Se fosse dipeso soltanto da lei, non l'avrebbe nemmeno tenuta.» Erano molte le cose che non sapevo su Darren Swan, ma se c'era una cosa di cui ero sicura era che non era un bugiardo. «Tutti possono sbagliare, Darren, e tu dovresti saperlo più di chiunque altro. Il punto non è l'errore. Il punto è comprendere l'errore e non ripeterlo più. Ho parlato con la tua ex-moglie, ho visto la sua casa e la camera in cui dorme Dorothy. Ho visto l'asilo in cui la manda e le amiche con cui gioca. L'ho portata da te e le ho detto che sei suo padre. Ho fatto molto più di quanto avrei dovuto, ma ora...» «Non è abbastanza.» La sua voce mi trafisse come una lama di vetro, impedendomi di continuare a parlare. Si alzò in piedi e mi raggiunse fino a toccarmi. I suoi occhi mi fissarono con durezza, tanto che ebbi la stranissima sensazione di essere rimasta nuda. Incrociai le braccia sul petto nel tentativo di proteggermi. Avevo il respiro affannato, come dopo una lunga corsa. Darren teneva le mani premute sulle mie spalle. Mi faceva mancare l'aria, oltre che la voglia di reagire. Era sbagliato. Era folle. Presto o tardi mi sarei pentita di quell’idea così insana, ma fu allora che decisi che non lo avrei abbandonato a se stesso. Perché Darren Swan, in quel momento, aveva cessato di essere un disgraziato ed attraverso la disperazione aveva cominciato la sua catarsi. Mi appoggiai al suo petto con le dita, timidamente. Cercai il suo cuore, la sua gola e il suo respiro. Il suo corpo era teso e caldo quanto il mio. Sotto ai polpastrelli potevo sentire i suoi muscoli sussultare e prepararsi ad agire. Mi chiesi se i suoi occhi così austeri stessero guardando proprio me; se avessero intuito ciò che sentivo in quell'istante. Il tempo sembrò rallentare. L’istinto mi spinse ad avvicinarmi ancora di più a lui. Mi domandai almeno mille volte quale fosse la cosa giusta da fare. Gli sfiorai la tempia in una carezza leggera. E fu allora che accade. Contro ogni previsione Darren mi avvolse in un burrascoso abbraccio che mi travolse completamente, lasciandomi a corto di parole, fiato e certezze.


Chiusi gli occhi, immergendomi nel suo calore. Era la prima volta che eravamo così vicini, che sentivo sulla mia guancia la consistenza della sua pelle, e probabilmente sarebbe stata anche l'ultima. Mi impressi nella mente ogni dettaglio di quell'istante: l'intensità del suo respiro, il movimento del suo petto, il suo odore così pungente e il vigore di quella stretta che fino a quel momento avevo potuto soltanto immaginare – sognare – notte dopo notte. Ero innamorata di lui. Lo ero da molto tempo, ormai. Ed era un amore vero, passionale e travolgente. Era un amore che avevo provato a reprimere in tutti i modi che conoscevo e che mi aveva costretto a rimanere sveglia troppe notti. Vederlo nel contesto del carcere era stata per me una tortura. Impormi di stargli lontano una forzatura. Eppure lo avevo fatto perché era la cosa più giusta e più semplice, oltre che la più logica. Ora, però, era tutto diverso, perché la scelta migliore era esattamente l'opposta, ovvero quella di stargli vicino. Prima che potessi realizzare quello che stavo facendo, le mie mani corsero a cingergli la schiena. Alzai il viso e chiusi gli occhi. Avvicinai le labbra alle sue e le sfiorai delicatamente, certa del fatto che presto o tardi mi avrebbe respinto e mi sarei pentita di tanta avventatezza. Mi scontrai con il suo sapore e la sua consistenza. Lo trovai immobile, così tentai di farmi da parte. Lui, però, non me lo permise. Con un movimento rapido fece scivolare le mani sui miei fianchi e mi attrasse a sé. Il turbine che mi aveva avvolto si fece tempesta. Darren rispose al mio bacio con un’intensità a dir poco travolgente. Le sue mani mi strinsero. Il suo corpo si premette sul mio con un piacere quasi violento. Ansimai nella sua bocca, dando voce alla passione che avevo represso troppo a lungo, mentre nella mia testa non potevo fare a meno di pregare che quell'amore così devastante non mi consumasse fino alle ossa. Nel giro di un istante i miei fianchi urtarono qualcosa di solido, tanto che mi ritrovai a serrare tra i denti un gemito di dolore. Mi aveva sbattuto contro la parete. Mi voleva. Incapace di fermarmi mi avventai su di lui con la sua stessa foga. Infilai le dita sotto alla sua cintura e lo tirai verso di me. I nostri corpi si scontrarono, ma non ebbi il tempo di percepire il suo calore, perché smise di baciarmi e si allontanò da me di scatto. Aveva il respiro appena accelerato, troppi


vestiti ancora addosso per il desiderio che avevo di lui. Tentai di riavvicinarmi, ma si negò alla mia bocca in un gioco crudele. Mi tesi ancora verso di lui, ma non mi permise di farlo, così mi ritrovai ad aprire gli occhi per guardarlo. Darren Swan mi fissava serio, tagliente. In lui non c'era alcuna traccia dell’esigenza che avevo avvertito nel bacio che ci aveva appena unito. Era così come lo avevo sempre visto: un uomo vigile e attento, silenzioso e determinato. Per un istante mi chiesi se avessi soltanto sognato gli ultimi istanti e il fuoco che avevo percepito nelle sue mani che mi stringevano, poi mi parlò. «Dimmi che mi porterai da lei.» Un brivido lungo e freddo mi corse lungo la spina dorsale. Il tono che aveva usato era basso, roco, ma non per questo meno violento. La consapevolezza di quello che era accaduto tra di noi mi colpì come un pugno allo stomaco. Non avevo sognato, ma mi ero lasciata ingannare da lui e dall'ardore che ero certa nascondesse dietro all'immagine fredda e distaccata che dava di sé. Darren me lo aveva sempre ripetuto: se fosse servito a riavere sua figlia, avrebbe venduto persino se stesso. E lo aveva fatto davvero, alla fine, perché il patto che presenziava silente sulle sue labbra era esattamente quello: "Dammi mia figlia ed in cambio ti darò tutto ciò che vuoi". Il suo sapore aleggiava ancora nella mia bocca. Era amaro, adesso. Deglutii di forza, chinando la testa. Se fosse servito ad averlo, anche io avrei venduto me stessa. Il problema era che in quel momento non si stava parlando né di me, né di lui, ma di Dorothy. E che, per quanto lui l'amasse, non avrebbe mai potuto darle un avvenire migliore di quello che aveva già. Chiusi gli occhi, ingoiando la saliva e il suo sapore come se fossero cianuro. «Farò tutto quello che posso per te, Darren. Ti aiuterò a restare libero, ad andartene o anche a nasconderti, ma non ti porterò mai da Dorothy.» Le sue dita si strinsero sulla mia pelle fino a segnarla. Le sue labbra si schiusero appena, lasciandomi intravedere i denti serrati. «Perché?» Sollevai la testa e lo guardai in viso. L'avergli mostrato la mia debolezza mi rendeva insicura. I suoi occhi, sottili e furiosi, mi fissavano in attesa di una risposta. Però non avrei commesso due volte lo stesso errore. Non avrei più ceduto al cuore. Una morsa mi


attanagliò lo stomaco, prima che la verità, logica e inoppugnabile, lo colpisse in pieno viso. «Perché te ne pentiresti per tutta la vita.» Il suo sguardo mutò nuovamente. La sua mascella si tese. I suoi occhi si fecero ostili, pericolosi. Sollevò il mento, guardandomi dall'alto in basso. «Molto bene. Allora non mi lasci altra scelta.»

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