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sia dei lenti sviluppi dell’attività economica sia del deterioramento dei conti pubblici nei paesi industrializzati. Il miglioramento delle condizioni finanziarie generali si è riflesso anche sul segmento del trade finance, in termini di minori rischi di controparte e più bassi costi del credito per gli scambi internazionali e della sua assicurazione. Costi e accesso al credito rimangono però superiori a quelli del 2007, a causa delle vulnerabilità che permangono nel settore finanziario. In base all’indagine dell’International Chamber of Commerce, condotta su 161 banche in 75 paesi, l’86% dei rispondenti stima per il 2010 commissioni per la conferma di lettere di credito stabili sui livelli più elevati raggiunti nel 2009. I premi per la liquidità nei finanziamenti del commercio internazionale continuano a rimanere relativamente alti.

“Premi per la liquidità” ancora alti.

La previsione di crescita dei volumi degli scambi globali di beni, a ritmi inferiori rispetto alla media storica, sta dando peso alla tesi che il trend di crescita post-crisi sarà più basso di quello pre-crisi. Dopo l’incremento del 13% stimato per l’intero 2010, dovuto all’effetto rimbalzo, tali volumi aumenteranno del 7% nel 2011 e a un ritmo comunque inferiore al 9% - la media del periodo 2004-2007 - negli anni successivi. Questo scenario corrisponde alle precedenti esperienze di economie colpite da crisi finanziarie. Come ricorda il FMI tali crisi hanno effetti negativi più durevoli sul commercio internazionale, dovuti alle deteriorate condizioni del credito e alla maggiore volatilità dei tassi di cambio. Vi sono rischi al ribasso per le prospettive dell’attività economica. Lo scenario base che presentiamo contempla aumenti del PIL mondiale, a parità dei poteri d’acquisto, rispettivamente del 4,4% e 4,2% nel 2010 e nel 2011, con un’accelerazione dall’anno successivo ma su tassi inferiori al 5% del biennio 2006-2007. La crescita sta risentendo fortemente del ridotto utilizzo della capacità produttiva e degli alti tassi di disoccupazione delle economie avanzate. Quest’ultima variabile si è stabilizzata nei mesi correnti ma su livelli elevati. Nei paesi OCSE essa è pari all’8,5%, per un numero di disoccupati che supera i 45 milioni, con il 9,6% negli Stati Uniti e il 10% circa nell’area dell’euro. Non si prevedono consistenti riduzioni a breve. Ci vorranno almeno due anni per scendere, nell’ordine, sotto l’8% e il 9,5%, con le conseguenti ripercussioni negative sui redditi disponibili e, quindi, sui consumi delle famiglie. Peserà anche la restrizione delle politiche fiscali, già avviata nei paesi dell’Europa occidentale, in un contesto di domanda privata non ancora in grado di sostituire quella pubblica.

Disoccupazione e conti pubblici frenano l’attività economica.

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SACE Rapporto export 2010-2014  

Le prospettive per le esportazioni italiane

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