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LA VOCE DEL MARE

LA VOCE DEL MARE di Sabrina Di Giacomo In copertina: “Genova e il Mare”tecnica mista su tela. Realizzato da Sabrina Di Giacomo


Quand’ero bambina, mio nonno mi disse che avvicinando una conchiglia all’orecchio si poteva udire la voce del mare e le sue storie. All’ arrivo dell’estate, cercavo, sulla sabbia, le conchiglie più grandi da avvicinare al mio orecchio per ascoltare la voce del mare. Purtroppo riuscivo a sentire solo le sue onde che si infrangevano lungo le coste rocciose, ma non udivo la sua voce. Faceva così perché era arrabbiato? Mi domandavo. In verità, non avevo mai visto il mare arrabbiato perché vivevo in un paese di collina e ammiravo la sua bellezza solo all’arrivo dell’estate. Mio nonno, invece, che aveva combattuto durante la seconda guerra mondiale, aveva fatto esperienza del mare perché, dopo la guerra, rimase prigioniero per altri tre anni in Albania e riuscì a ritornare a casa via mare. Non sapevo niente dell’Albania, solo che era il posto in cui mio nonno era stato 2


prigioniero, che era di fronte all’Italia e che, in alcune zone della nostra regione, la Basilicata, si parla albanese. L’Albania era, per me, quella terra sconosciuta dall’altra parte del mare Adriatico. Qualche anno più tardi ci trasferimmo in Puglia perché i miei genitori trovarono lavoro a a Bari, una città poco distante dal nostro paese di collina. La prima casa dove andammo ad abitare era una villetta in periferia, vicinissima al mare. Fu lì che conobbi il mare arrabbiato. Quando c’era brutto tempo, il mare cambiava umore e faceva i capricci. Le sue onde, a volte, raggiungevano macchine.

la

Quando

strada

e

pioveva,

bagnavano

le

le

si

strade

allagavano e, nel 1984, il mare si arrabbiò tantissimo e si alleò con il vento. Mare e vento devastarono Bari. Noi eravamo chiusi in casa anche se era estate, perché stava arrivando una tromba d’aria che si sarebbe abbattuta sulla città. 3


Il mare, quel giorno, era davvero arrabbiato e, io e mio fratello pregavamo affinché non ci succedesse nulla di brutto. Dopo che il pericolo fu scampato, mio padre ci portò a fare un giro in città per vedere ciò che era accaduto. L’acqua aveva invaso le strade e il vento aveva spezzato gli alberi giganteschi che abbellivano

il

lungomare

di

Bari.

C’era

addirittura un albero che ostacolava l’accesso di un palazzo perché

spezzandosi era caduto

davanti a un portone. Quel giorno mi spaventai tanto e compresi la forza della natura. Scoprii come si comportavano le sue acque quando il mare era di “malumore”, conoscevo la sua forza, che era capace di procurarci gravi danni, ma le sue storie non le avevo ancora sentite. Era il 1991 quando, finalmente, il mare si decise a raccontarmi le sue storie. Accadde in un modo 4


inimmaginabile. Non avvenne avvicinando una conchiglia all’orecchio. Era il mese di agosto e, come tutti i giorni, all’ora di pranzo si seguiva il telegiornale. Ad attirare la nostra attenzione fu una notizia e le immagini che ne seguirono: la nave mercantile Vlora, partita da Durazzo, capitale dell’Albania, era sbarcata nel porto di Bari, con a bordo circa 20mila migranti. Erano giunti a Bari dopo essere stati rifiutati a Brindisi, che qualche mese prima, aveva

già

ospitato

altri

migranti.

Quelle

immagini mi colpirono profondamente. Su quella nave c’era più gente che nel mio paese. Era come se tutto il mio paese scappasse. Perché erano venuti da noi? Provenivano dall’Albania dei racconti di mio nonno, nel realizzare questo pensiero, sentii un brivido che mi attraversò la schiena. Il mio animo di bambina pensò subito a un collegamento magico, a uno strano scherzo 5


del destino. Questa gente scappava dalla guerra, considerava la nostra nazione un posto nel quale cercare un nuovo inizio. Su quella che, qualche anno più tardi, fu denominata la nave della speranza, c’erano bambini più piccoli di me che avevano perso i genitori e si trovavano solo in terra straniera. Questa popolo, che aveva attraversato il mare, portava con sé la storia della dittatura, della guerra civile e della crisi economica, che lo aveva ferito profondamente dopo la caduta del muro di Berlino. I 20mila migranti erano portatori della loro storia, ognuno di loro aveva un vissuto da raccontare. Era questa la voce del mare che parlava per bocca di questa gente e che mi raccontò la guerra, la fame, la disperazione e la dittatura, che aveva leso la dignità di questo popolo. Il mare mi raccontò di usanze e tradizioni diverse per alcuni aspetti dalle nostre, ma simili per altri. Ripensavo alle 6


zone della mia Basilicata dove, ancora oggi, si parla l’albanese. La città di Bari che, qualche tempo prima aveva adottato me, decise di adottare anche i 20mila migranti albanese. Gli ospitò, nonostante le difficoltà e, per dar loro accoglienza, la città aprì lo Stadio della Vittoria che per un po’ fu la loro casa. Gli anni passarono e molti di quei migranti sono riusciti a inserirsi a Bari, altri, invece, hanno continuato il loro viaggio. La città di Bari, dopo quell’esperienza venne denominata CITTA’ dell’ACCOGLIENZA. Da quel giorno ho scoperto che la voce del mare è quella

dei

popoli

che

lo

attraversano,

trasportando da un continente all’altro la loro storia. Molte storie si sono perse nelle sue acque e tante ancora, ogni giorno, continuano a giungere fino a noi. Cambiano i tempi, le lingue, le aree geografiche che vengono messe in 7


relazione dalle acque ma ogni storia che viene dal mare è una storia che merita ascolto.

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LA VOCE DEL MARE  

RACCONTO REVE, scritto da Sabrina Di Giacomo

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