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Sara Signorini Giulia Tassinari

Geisha

Una donna di sensuale ispirazione, dalla tradizione alla contemporaneitĂ .


Sara Signorini Giulia Tassinari

Geisha

Una donna di sensuale ispirazione, dalla tradizione alla contemporaneitĂ .


“Forse sei un po’ troppo splendida per riuscire a vedere il bello altrove�. Arthur Golden, Memorie di una geisha


La storia, ieri e oggi

L’abbigliamento, vestire il kimono

Il trucco, una continua evoluzione

L’acconciatura, un’opera d’arte tra i capelli

Un’ispirazione per l’Occidente

14 L’educazione

21 La storia del kimono

44 Le fasi principali

52 La prima volta

60 Una visione distorta

16 Relazioni interpersonali

29 L’obi

46 La nuca: komata

52 Da maiko a geisha

61 Le cortigiane, oiran

30 Tessuti: tecniche e decorazioni

49 Da maiko a geisha

53 Spiacevoli nottate: takamakura

63 Taikomochi, la geisha maschio

35 Scarpe: okobo, geta e tabi

54 I kanzashi

65 Giappone, la prima geisha occidentale

37 Ventagli: colori e movimento

56 Maiko hair

66 Ispirazione per una splendida cinematografia

40 Gli ombrelli

72 Tra fotografi e stilisti 76 La geisha nell’arte 79 Nick Knight, Bjork e Alexander McQueen


Prefazione di Michael Chandler

La prima volta che mi appostai per fotografare una Geisha, durante il mio viaggio in Giappone, ebbi la fortuna di vederne due nel giro di un’ora. L’impatto con queste artiste fu a dir poco emozionante: meravigliose, in tutta la loro avvenenza, con un trucco e un’acconciatura che vanno al di là della perfezione. La loro prestanza nel camminare e nel muoversi mi sbalordì. Sono sempre stato incuriosito da quei visi candidi, da quelle vesti coloratissime; ero ammaliato, semplicemente, dalla bellezza di quelle donne orientali che ad ogni passo emanavano eleganza e disciplina. Solo viaggiando, potendole vedere davanti a me, scoprendo il loro mondo e la loro storia, ho capito a fondo la vita che conducono, i sacrifici e le regole ferree a cui devono sottostare. Le ho fotografate, conosciute e adorate e quello che mi resta di questa esperienza è la scoperta di una creatura che racchiude in sé sensualità, arte ed eleganza. Sono dell’opinione che solo viaggiando si possa apprendere a fondo qualcosa che esula dalla propria cultura e tradizione. D’altronde, mi sono dovuto in parte ricredere. Questo libro dimostra infatti come, con il giusto equilibrio di immagini e parole, di dettagli e visioni generali, di importanti nozioni e curiosità, ci si possa sentire in un altro momento e in un altro luogo. Questo è, infatti, il viaggio attraverso le pagine di un libro che si rivela essere una scoperta continua: la scoperta di una donna che ha fatto dell’amore per la bellezza, per l’arte e per la musica, la sua intera vita. Spostarsi attraverso la storia e le caratteristiche di queste donne si rivela essere un’esperienza unica. Si viene trasportati in un altro mondo che può essere


conosciuto fino in fondo solo dopo averne appreso a pieno le regole. Le autrici hanno saputo dividere questo volume in sezioni che racchiudono in sé i principali punti chiave della figura della Geisha. Nelle prime pagine ci accolgono immagini tratte da archivi storici o da vecchi film, e, come detto prima, le regole disciplinari del percorso che questa ragazza deve compiere per diventare Geisha. Sono queste, specialmente, che dimostrano come molte persone dovrebbero disfarsi di stereotipi derivanti da nozioni errate. Coloro che non si sono mai interessati alla figura di questa donna, spesso credono che sia una semplice prostituta di classe. Dal primo capitolo chiunque la pensi così, verrà convinto dell’inesattezza di questo pensiero. La Geisha è un’artista, una professionista; rappresenta la perfetta incarnazione dell’iki, il canone estetico su cui si basa la vera essenza dell’essere giapponese. Tutt’oggi presente, seppure in maniera minore nella società giapponese, la cultura della Geisha emerge già nel XVIII. Le prestazioni sessuali non sono incluse nel pacchetto poiché la principale funzione della Geisha rimane quella di intrattenere, usando tutto il suo essere: dalla modulazione del respiro e della voce, al corpo che viene forgiato attraverso anni di duro addestramento, all’attenta vestizione e all’impeccabile trucco. I capitoli centrali descrivono le principali parti che caratterizzano la figura di questa donna. L’abbigliamento si distingue non solo nei colori e nelle fantasie del kimono, che varia in toni di colore pacati che cambiano a seconda delle stagioni per confondersi con le sfumature della natura, ma soprattutto per il modo in cui viene indossato. L’apparenza di una Geisha cambia durante la sua carriera; la pesantezza del trucco va ad alleggerirsi con il passaggio del tempo e le acconciature cambiano. Ogni minimo dettaglio ha il suo significato. Ogni pagina è una nuova scoperta, una sorpresa di colori e sorrisi, di dedizione e cura. Queste donne sanno cos’è la perfezione e la vogliono raggiungere: l’attenzione per il loro aspetto esteriore lo dimostra.


Arriviamo infine all’ultimo capitolo, quello che riguarda noi e il nostro sguardo verso questo mondo lontano. L’Occidente è sempre stato affascinato dal paese del Sol Levante, dal mondo dei samurai, del tè, degli origami. Durante la guerra, i soldati americani scoprirono la splendida creatura della Geisha e ne rimasero affascinati. Molti dunque si interessarono a lei e alla sua storia ed essa divenne una vera e propria ispirazione per artisti di tutto il mondo. Stilisti europei ne copiarono gli abiti e gli accessori, scrittori famosi la resero protagonista delle loro opere, registi e sceneggiatori basarono intere storie intorno a questa figura facendone derivare importanti opere teatrali e cinematografiche. Siamo tutti affascinati dalla bellezza, che per quanto soggettiva, a volte, riesce a metterci tutti d’accordo.

Michael Chandler è un fotografo statunitense da cui sono state tratte la maggior parte delle fotografie di questo volume. I testi sono delle due autrici le quali si sono documentate con i seguenti libri: “Memorie di una geisha” di Artur Golden e “L’arte giapponese del sesso. Manuale per aspiranti geishe“ di Jina Bacarr. Hanno, inoltre, fatto riferimento ai siti web di Wikipedia, Japan Coolture, GeishaZen.

“Noi geishe non siamo cortigiane, e non siamo mogli. Vendiamo la nostra abilità, non il nostro corpo. Creiamo un altro mondo, segreto, un luogo solo di bellezza. La parola geisha significa artista, ed essere geisha vuol dire essere valutata come un’opera d’arte in movimento.” Arthur Golden, Memorie di una geisha


La storia, ieri e oggi

Eleganza e attenzione, bellezza e spontaneità. Poche sono le persone che hanno la fortuna di possedere tutte queste caratteristiche. Se, oltretutto, ad esse si aggiungono sensualità e seduzione, allora la percentuale sarà sicuramente più bassa. Nella società giapponese, d’altronde, esiste una donna che incarna e coniuga questi aspetti, una donna che rappresenta la grazia intesa in senso ampio ed estetico. Dall’unione di due kanji, che significano “arte” e “persona” nasce la geisha, figura che rappresenta una persona esperta nelle belle arti e nelle belle maniere. La bellezza e la forza della geisha sono insite nella sua padronanza della canzone, del ballo, dell’abbigliamento. Donna esperta e determinata, la geisha, dopo

anni di studio e disciplina, diviene una professionista nell’arte di intrattenere e allietare gli ospiti con la danza, la musica e l’arte della conversazione. L’arte della geisha nasce nel periodo di Tokugawa (1600-1868) in Giappone, ma la figura della geisha comparirà solo nell’era di Meji (18681910). Il termine si riferiva a uomini, chiamati otoko, “uomo”, che intrattenevano persone d’affari. Progressivamente, le donne comparvero nel mondo geisha, assumendone il dominio del nome. Inizialmente, le geishe femminili dovevano vestire in modo sobrio, con abiti raffinati e meno vistosi, per differenziarsi dai geisha maschili, eccessivamente arricchiti di fronzoli.


Geisha

In questa pagina in alto: Due Maiko, nel quartiere delle case da te, il Ponto-cho (1961) - ArigatoJapan In questa pagina in basso: Immagine tratta dal film “Memorie di una Geisha” Nella pagina accanto: Cipria Geisha - Damiano Von Erckert

L’educazione Le geishe cominciavano il loro apprendimento in tenerissima età. Erano molte le bambine che venivano, e vengono ancora, vendute da piccole alle case di geisha, le cosiddette okiya, altre invece intraprendevano questa professione perché figlie di geishe, o perché lo sceglievano liberamente. Gli okiya erano strutturati rigidamente; le fanciulle dovevano attraversare varie fasi, prima di diventare maiko e poi geishe vere e proprie. Tutto questo avveniva sotto la supervisione della “oka-san”, la proprietaria della casa di geisha. Appena arrivate nell’okiya, venivano chiamate “shikomi”, e messe subito a lavoro come domestiche. Il duro lavoro al quale erano sottoposte era pensato per forgiarne il carattere; la più piccola della casa doveva ogni sera attendere che tutte le geishe fossero tornate dai loro appuntamenti. Durante questo periodo di apprendi-

Il Karyukai, “mondo dei fiori e dei salici”, è il mondo delle cose transuenti che hanno un breve respiro e poi spariscono, è un’espressione profondamente radicata nel buddismo, per cui nulla è permanente, tutto è una fuggevole illusione.

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stato, la shikomi poteva cominciare, se ritenuta idonea, a frequentare la scuola per geishe. Qui cominciava ad imparare le abilità di cui, sarebbe dovuta essere maestra: suonare lo shamisen, lo shakuhachi (un flauto di bambù), o le percussioni, cantare canzoni tipiche, eseguire la danza tradizionale, servire adeguatamente il tè e le bevande alcoliche, come il sake, creare composizioni floreali e imparare l’arte della calligrafia, poesia e letteratura. Particolare attenzione veniva data all’apprendimento del kyokotoba, il dialetto di Kyoto, particolarmente apprezzato dagli avventori delle geishe. Quando la ragazza diventava abbastanza competente nelle arti e aveva superava un esame finale di danza, veniva promossa al secondo grado dell’apprendistato: “minarai”. Le minarai non si occupavano più degli incarichi domestici; questo stadio di apprendimento era fondato sull’esperienza diretta. Aiutate, infatti, dalle sorelle più anziane, imparavano le complesse tradizioni per scegliere ed indossare il kimono, e intrattenere dei clienti. Le minarai, quindi, assistevano agli ozashiki, i banchetti dove le geishe intrattenevano gli

ospiti, senza però partecipare attivamente. Le abilità, come la conversazione e il gioco, non venivano insegnate a scuola, ma erano apprese in questo periodo, attraverso la pratica diretta. Dopo un breve periodo, cominciava il terzo e il più famoso periodo di apprendimento, chiamato “maiko”. Una maiko è un’apprendista geisha, che impara dalla sua onee-san seguendola in tutti i suoi impegni. Il rapporto tra onee-san e imoto-san, “sorella minore”, era molto stretto: questo insegnamento era assai importante per il futuro della maiko, in quanto doveva apprendere le più importanti abilità, come l’arte della conversazione. Dopo questo momento, le geishe cambiavano il proprio nome con un “nome d’arte”, aiutate dalla onee-san. Il periodo di apprendistato delle maiko solitamente durava fino a cinque anni, subito dopo la maiko veniva promossa al grado di geisha, grado che manteneva fino al suo ritiro. Da questo momento la geisha poteva cominciare a ripagare il debito che, fino ad allora, aveva contratto con l’okiya; l’addestramento per diventare geisha, infatti, era molto oneroso, e la

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Geisha

casa si accollava le spese delle sue ragazze a patto che queste, lavorando, ripagassero il loro debito. Queste somme erano spesso molto ingenti, e a volte le geisha non riuscivano mai a ripagare gli okiya. Ai giorni nostri, il rituale di formazione ed educazione della geisha non è molto diverso da quello di cento anni fa. Le discipline in cui la geisha si deve specializzare sono le stesse. Esiste una sorta di albo professionale, chiamato kenban, che obbliga coloro che sono iscritte a rispettare regole morali ed estetiche molto severe, dall’abbigliamento, al trucco, allo stile di vita. Il salario di una geisha oggi è fissato da organi statali appositamente adibiti; la geisha deve far sapere a quali incontri ha partecipato e per quanto tempo, affinché essa possa ricevere lo stipendio in base al numero di clienti e al tempo e affinché l’ufficio possa mandare il conto al cliente. Le geishe non sono più legate economicamente all’okiya, che per legge non può più far contrarre dei debiti alle sue geishe. Il tempo che viene loro pagato è misurato in base a quanti bastoncini di incenso bruciano durante la loro presenza, ed è chiamato senkodai, “compenso del bastoncino d’incenso”, o gyokudai, “compenso del gioiello”. La ragione principale, infatti, del successo delle geishe in passato va trovata nella passata posizione sociale della donna. Soprattutto nel periodo Kamakura; essa doveva, infatti, rimanere confinata in casa, e riceveva un’educazione molto approssimativa, che non permetteva loro di conversare e di interessare adeguatamente i loro uomini. La geisha, quindi, compensava ad una donna

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assolutamente sottomessa all’uomo e totalmente priva di una propria personalità, fornendo all’uomo quell’interesse che egli non riusciva a trovare da nessun’altra parte. La mutata condizione sociale della donna ai giorni nostri ha fatto in modo che questa figura piano piano sia scomparsa. Le scuole stanno chiudendo una dietro l’altra e le ragazze iscritte sono in numero sempre di meno, poiché il duro tirocinio a cui devono sottostare non è più gradito alle nuove generazioni.

Relazioni interpersonali Le geishe sono donne nubili, e possono decidere di sposarsi solo ritirandosi dalla professione. Se gli impegni di una geisha possono includere anche intrattenimenti di tipo amoroso, questo non è previsto nella sua professione. Una vera geisha non viene pagata per copulare, anche se può scegliere di avere relazioni con uomini incontrati durante il suo lavoro, sebbene mantenute al di fuori del contesto del suo lavoro come geisha.


la storia, ieri e oggi

Era uso nel passato che una geisha, per stabilirsi, avesse un danna, o patrono. Il termine danna, ai tempi, veniva usato dalle mogli per definire il proprio marito. Per la geisha, però, questa parola aveva un altro significato, perché come già detto, le geishe non possono sposarsi, se vogliono continuare ad esserlo. Gli uomini, solitamente, dopo essere stati a delle feste in compagnia delle geishe, poteva succedere che non si sentissero soddisfatti e iniziavano a desiderare qualcosa di più dei semplici e abitudinari ammiccamenti erotici. In situazioni come queste, gli uomini si inchinavano e a voce bassa chiedevano alla geisha qual’era il suo “onorario”. Una geisha di basso livello sarebbe stata disponibile ad accettare una simile transizione, a differenza di una vera geisha che non rovinerebbe la sua reputazione per un rapporto casuale con un uomo. Questo non vuol dire che le geishe non si concedevano mai per una sola notte, ma quando prendevano questa decisione facevano sì che rimanesse in ambito privato. In caso contrario, veniva messa in gioco non soltanto la reputazione della geisha stessa ma anche la relazione con il danna e la proprietaria dell’okiya. Se una geisha vuole dare ascolto alle sue passioni deve tener conto dei rischi a cui potrebbe andare incontro, certamente non lo fa per una manciata di spiccioli che potrebbe guadagnare facilmente e in maniera legale. Per questo una geisha, difficilmente, riesce ad essere comprata per una sola notte da un uomo qualunque. La vera ricchezza di una geisha proveniva dal danna e una geisha senza padrone veniva considerata come un

Nella pagina accanto a sinistra: Geiko Danko e Geiko Tomigiku che si truccano (1920) - Blue Rain Nella pagina accanto a destra: Naomi Graham Hormozi - Immortal Geisha In questa pagina in alto: Geisha intrattengono un gruppo di uomini e si assicurano che i loro bicchieri siano pieni (1955) - DailyMail.co In questa pagina in mezzo: L’attore Cary Grant impara come camminano le geishe durante le riprese del film “Madame Butterfly” (1932) - DailyMail.co

Una geisha cammina come se avesse un giornale tra le gambe, affinché le sue movenze risultino più graziose.

In questa pagina in basso: Geisha servono sushi e sake a uomini di affari in una lounge a bordo di una nave sul fiume Nagara - DailyMail.co


Geisha

gatto randagio, senza un padrone che la nutre. Il danna è si occupa di tutto ciò di cui ha bisogno una geisha, paga le sue spese, acquista i costosissimi kimono e se è particolarmente generoso, le compra anche un’abitazione, o una o-chaya, “casa da tè”. Per questo motivo i danna sono sempre persone molto importanti e facoltose. È anche il finanziatore dei suoi spettacoli, la geisha per esibire deve pagare, quindi può essere considerato come un mecenate. I danna solitamente erano piuttosto anziani, quindi alla loro morte una geisha poteva trovarne un altro. Quando il danna sceglieva la sua geisha, stipulava un contratto con la proprietaria dell’okiya, e saldava tutti i debiti che la geisha aveva nei confronti della “madre”. La geisha aveva la possibilità di rifiutare un danna, ma solo se era molto richiesta, in caso contrario rischiava di non trovarne un altro ed essere legata per sempre a lavorare per la “madre”. La geisha e il suo danna non vivevano sotto lo stesso tetto, ma quando egli chiamava la geisha, essa doveva essere totalmente disponibile nei suoi confronti.

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la storia, ieri e oggi

“Non è per una geisha desiderare. Non è per una geisha provare sentimenti. La geisha è un’artista del mondo, che fluttua, danza, canta, vi intrattiene. Tutto quello che volete. Il resto è ombra. Il resto è segreto.”

Nella pagina accanto: Geishe, che indossando grembiuli sui loro kimono, servono i marinai giapponesi nel Tokyo Navy Day (1937) - DailyMail.co In questa pagina: Una Geisha ride in modo provocante con un ospite - DailyMail.co

Arthur Golden, Memorie di una geisha

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L’abbigliamento, vestire il kimono Sensuale e leggera, la geisha si distingue specialmente per il suo abbigliamento. Colorato, fantasioso, ricco e dettagliato. La spettacolare visione di una donna perfetta ricoperta di tessuti preziosi e di colori brillanti, non può non lasciare estasiato colui che la guarda. Non è solo la sua vestizione, d’altronde, a destare stupore. La grazia e l’eleganza del suo portamento si mostrano ad ogni passo. Una geisha indossa il kimono tutti i giorni, è parte della loro arte e della loro professione. Il significato letterale della parola kimono è “cosa da indossare”, quindi abito. Il kimono non è solo un abito, è il simbolo di una cultura, di uno stile, della sensualità e della grazia femminile. In Giappone è l’abito per eccellenza e ha mantenuto la sua identità attraverso secoli di storia, giocando con le mode senza farsene mai assoggettare. Non è solo un abito: ancora oggi rappresenta l’essenza e la natura del Giappone. È un linguaggio non verbale,


Geisha

Quando una geisha cammina per strada compie un gesto, l’hashori, con il quale solleva l’orlo del kimono da terra con la mano sinistra curandosi di ripiegare le maniche del kimono, affinché non tocchino terra.

che si esprime attraverso grazia e bellezza. Non è importante il tipo di tessuto o le decorazioni del kimono, ma dalla capacità di indossarlo: un modo di mostrare la bellezza interiore, il carattere e le qualità di chi lo indossa. Il kimono rappresenta la vera e propria “arte della seduzione”. Le forme fisiche femminili, in Giappone, non vengono molto accentuate come in Occidente: il fascino della donna emerge nel mistero di ciò che non viene mostrato, nella grazia dei movimenti e nel manifestarsi lentamente attraverso la propria individualità. Dalla scoperta esteriore ne nasce quindi una interiore. Si può arrivare, quindi, a stabilire un legame profondo e spirituale, basato sulla pazienza, conoscenza e rivelazione. Ogni tipo di kimono, dalle stoffe di cui è composto ai colori e ai suoi simboli, rappresenta un vero e proprio linguaggio dotato di un lessico proprio. Le geishe preferiscono coprirsi di motivi un po’ inusuali, diversi dalle solite peonie e fiori di pruno che abbondano sui kimono delle altre donne. I kimono delle geishe si diversificano soprattutto nel modo di indossarli: la geisha tira indietro il colletto del kimono fino a scoprire tutta la nuca, considerata un punto focale dell’erotismo giapponese, ed indosserà l’obi più basso in vita e con un fiocco leggermente inclinato, rispetto ad esempio ad una donna sposata. Sono piccoli dettagli, ma ben chiari per chi conosce il codice del kimono. Una tenuta fondamentale per la geisha è il susohiki nero o kuro hikizuri, è l’abbigliamento più elegante che essa può permettersi, la cosiddetta “de”. Il termine deriva da “suso” che indica la parte bassa del kimono e “hiki” che significa trascinare. Questo kimono è più lungo rispetto ad altri infatti è costituito da due o tre kimono sovrapposti uno sull’altro che compongono un elegante strascico che cade a terra.

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Le fodere sono più preziose della parte esterna e simboleggiano l’animo della donna: la parte più bella ma quella nascosta.


l’abbigliamento, vestire il kimono

Nella pagina accanto in alto: Teahouse - Melissa Rose Chasse Nella pagina accanto in basso: Maiko style evolution - Geisha Culture In questa pagina: Ikiko Geisha - Michael Chandler Nella pagina successiva: Kimono - Kimono Ayumi

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Geisha

Le parti del kimono

Colletto Obiage

Sodetsuke

Taiko obi

Obi

Hikizuri Ushiro migoro

Fuki

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l’abbigliamento, vestire il kimono

La quintessenza della geisha

Maestra di una seduzione spiritualizzata che rivela la fragilità della carne e allo stesso tempo esprime la forza dello spirito, studia la parte coinvolgendo tutto il suo essere e penetrando perfino nella modulazione del respiro, ora leggero, lieve, ora vivo, affannoso, seppure impercettibile. La silhouette di una geisha deve essere snella, sottile e slanciata, il volto affilato; le sue guance, dal colore “del pallido fior di ciliegio” o “glaciali da somigliare all’autunno” devono essere capaci di orchestrare tutta una gamma di sorrisi dalla tonalità malinconica fino a quella briosa. La sua bocca va modellata in modo da mostrare col ritmo dell’incresparsi delle labbra, rilassatezza e tensione assieme. I suoi occhi devono assumere quella specie di bagliore che da solo sa evocare la dolcezza

opposto alla sfacciataggine di stampo occidentale che fa indossare calze e scarpe a dei corpi nudi o quasi. Innumerevoli sono i particolari, gli atteggiamenti, le posture, i gesti che la contraddistinguono. Deve esprimere emblematicamente in sé quell’insieme di sfumature che noi occidentali definiamo col termine di “grazia”. L’iki è il suo stile di comportamento, la quintessenza della seduzione che ignora le mediocri certezze della realtà e che esige un’anima libera, disponibile al mutamento, e che si traduce nella capacità di saper coniugare spontaneità e artificio, raggiungendo quel grado di raffinatezza supremo che riassume l’essenza della cultura giapponese.

del passato; il suo sguardo usa sapientemente del movimento della pupilla per lasciar scorrere la civetteria. La sua voce è quella del mezzo soprano che ha qualcosa di profondo ed espressivo assieme, il suo modo di parlare è particolarissimo, così che dalla cadenza delle parole nasca un contrasto tra la parte pronunciata in modo strascicato e quella troncata bruscamente. I suoi capelli corvini, disprezzatissimi quelli biondi dal pacchiano colore dell’oro, possono essere acconciati “a crocchia a foglia di gingko”, “a crocchia da camerino di teatro”, oppure “shimada schiacciata” e “shimada semplificata”, due tipi di pagnottelle gonfie. I suoi piedi anche d’inverno sono nudi, mentre il corpo è interamente coperto dal kimono per esprimere la dualità della seduzione. Questo rapporto fra kimono e piedi nudi è di segno del tutto

Una maiko vuole diventare l’incarnazione dell’iki perché desidera diventare un’opera d’arte in movimento capace di ammaliare e sottomettere lo sguardo di un uomo, che induce in pensieri maliziosi, quando la vede camminare elegante sui suoi sandali laccati.

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l’abbigliamento, vestire il kimono

Nella pagina precedente: Geisha in Kyoto - Chris Westphal Nella pagina accanto: Japanese Maiko - Alternativepurple In questa pagina: Ibis - Rubenzucker

L’apprendista geisha indossa un obi molto differente da quello di una vera geisha. Il lungo strascico che compone l’obi di una maiko, dal peso non indifferente e dai colori vivaci si trasformerà, quando l’apprendista diventerà una geisha in un “nodo a tamburo”, un obi a forma di scatola, più semplice ed elegante.

L’obi L’obi, la cintura per il kimono nacque nel periodo Kamakura (1185-1133), quando la donna smise di indossare gli hakama (pantaloni larghi indossati sotto il kimono). Può variare molto in altezza e fattura, relativamente al livello di formalità del kimono. Il kimono divenne quindi più lungo e si fece ricorso all’obi per tenerlo chiuso e farlo aderire al corpo. Inoltre, l’obi poteva essere utilizzato come tasca porta oggetti , molto utile in quanto il kimono è privo di tasche. Gli obi più formali sono in seta damascata o broccato, seguiti da quelli dipinti e tessuti; i meno formali sono in seta grezza, cotone o lana e sono adatti a un uso quotidiano. La loro lunghezza varia dai 360 ai 420 cm. L’obi divenne così una parte fondamentale dell’abbigliamento tradizionale giapponese, sia

per i colori e i motivi, sempre in forte contrasto con il kimono, sia per le imponenti chiusure posteriori. La prima volta che un’apprendista geisha indossa l’obi, per abituarsi al peso non indifferente viene costretta a camminare avanti indietro per riuscire ad avere una postura composta. Rispetto alle donne adulte, le maiko indossano dei kimono più vistosi, anche l’obi è molto differente, infatti, esso arriva fino ai piedi, fino a strisciare sul suolo. L’obi di una maiko è caratterizzato da tessuti e colori più sgargianti. Il “darari-obi“, ha bisogno di molta più stoffa, è penzolante e arriva fin quasi alle scapole e ha le estremità pendenti. Per quanto possa essere colorato il kimono, l’obi lo è sempre di più. Copre tutto l’abito, lasciando intravedere solamente le maniche e le spalle. Indossare l’obi è molto complicato, non solo per il suo peso ma anche per la sua lunghezza. Disteso, infatti, deve essere tanto lungo da arrivare da una parete all’altra di una stanza.

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Geisha

In questa pagina: Kimono - Maria Orlova Immagini nella pagina accanto: Bingata - Tsutsugaki

Il disegno di un kimono racconta una storia. La sua storia è una poesia oltre che bellezza.

Tecniche di decorazione Il kimono rappresenta un linguaggio attraverso le icone che sprigiona attraverso i suoi strati. La poesia è come la pittura: rappresenta una delle maggiori caratteristiche del vestito tradizionale giapponese, ovvero il kimono. Il suo disegno e i motivi decorativi contengono spesso una certa iconologia, che trasmette vivacemente un messaggio o racconta una storia letteraria o poesia. Il materiale di base che costituisce il kimono è un tessuto di seta; nel periodo estivo, tuttavia, ci si veste con un kimono realizzato sia con cotone sia con crespo di garza di “seta Lo”, una leggera seta sottile. Le tecniche principali o più frequenti per decorare il kimono sono il ricamo e la tintura, attraverso cui si

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riescono a dipingere sul tessuto svariati disegni. Il kimono nel corso dei secoli ha subito notevoli cambiamenti grazie all’evoluzione delle tecniche di tintura, tessitura e ricami. I semplici disegni diventano sempre più complessi. Nel tardo periodo Edo, i kimono raccontavano storie grazie a disegni che hanno origine dalla letteratura o dalla poesia. Da questo momento, il disegno del kimono viene nutrito da un carattere pittoresco e poetico. La decorazione dei tessuti è sempre stata fondamentale per la bellezza di un capo, come possiamo notare dalla cura minuziosa che ritroviamo nei dettagli dei kimono. Fin dall’antichità gli abiti giapponesi si riconoscono per la ricercatezza e per la precisione con cui vengono confezionati. Sono molte le tecniche di decorazione che il Giappone ha inventato.


l’abbigliamento, vestire il kimono

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Ricamo (1) Gli artigiani giapponesi usano i ricami per apportare effetti sfarzosi, specialmente sui sontuosi kimono nuziali. Il ricamo arriva in Giappone dalla Cina e viene tramandato oralmente fino agli anni ‘60. Il ricamo è effettuato principalmente su seta, utilizzando fili lisci che vengono attorcigliati più volte a seconda della luminosità che si desidera ottenere. I fili d’oro e d’argento vengono applicati a sottili membrane o strisce di carta, avvolte intorno ai fili di seta. I fili metallici vengono adagiati sulla superficie e cuciti utilizzando sottili fili di seta: in questo modo è possibile creare dei bordi dorati per i motivi o ricamare delle decorazioni complete. Yuzen (2) Questa tecnica di pittura è stata inventata intorno al 1700, a metà del periodo Edo, da Miyazaki Yuzen-sai (artista e pittore di ventagli). Da allora, è divenuta la massima tecnica pittorica. Si dice che, una volta che la tecnica Yuzen divenne uno stile, altri 20 stili pittorici si estinsero. La ragione principale di tale successo è da ricercare nella struttura. I motivi tradizionali sono quelli classici del periodo Heian (fiori, alberi, ecc.) e possono essere naturalistici o astratti. Inoltre, la tecnica è superiore in quanto il colore è stabile e resistente all’acqua. Un altro vantaggio è che si possono tracciare linee molto sottili e precise, quasi indistinguibili dai ricami, e presentare delle bellissime sfocature. Vengono utilizzati molti colori e gradazioni tenui e neutri, che corrispondono al clima umido del Giappone.

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Shibori (3) È una parola giapponese che definisce una varietà di modi per abbellire i tessuti, dando forma agli abiti e legandoli prima di tingerli. La parola deriva dal verbo “shiboru”, che significa “torcere, strizzare, premere con forza”. In Giappone venne introdotto circa 1300 anni fa, insieme allo stile d’abbigliamento cinese, e venne reinterpretato in maniera del tutto personale. Originariamente, lo Shibori era un’arte povera. Sotto il periodo Edo, emersero varie tecniche di Shibori, che si svilupparono seguendo due scopi principali: come metodo di decorazione della seta, utilizzato nella produzione di kimono destinati all’aristocrazia e come arte popolare differente a seconda della regione.

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Geisha

Kasuri (4) Questa tecnica consiste nel tingere i fili prima di tesserli, in modo da creare dei motivi sul capo finito. Quest’arte complicata obbliga il tessitore a pianificare in anticipo la posizione esatta di ogni singolo filo colorato. Sfortunatamente, al giorno d’oggi solo pochi anziani tessitori portano avanti questa tecnica. Il tentativo di imitarne il processo utilizzando strumenti meccanici non ha mai prodotto risultati apprezzabili. Bingata-Katazome (5) È un tipo di lavorazione che produce dei disegni sulle superfici, utilizzando una colla resistente. Questa viene creata utilizzando materiali molto appiccicosi, viene spinta in uno stampo per definire il motivo su una parte di tessuto bianco. Dove la colla aderisce all’abito, impedisce ai colori di aderire. Si taglia la carta lungo i contorni del disegno, usando un affilatissimo coltello tradizionale e vari punzonatori. Nel corso della verniciatura, viene applicata una rete di seta sulla parte frontale della carta. In questo modo, le zone tagliate permettono alla colla di attraversare lo stampo e aderire all’abito. Allo stesso tempo, la parte di carta dello stampo blocca la colla, creando il motivo di base sulla stoffa. I colori vengono applicati uno alla volta, in una fase denominata “irosashi”. A questa succede la fase del “kumadori”, in cui vengono tracciati i contorni delle figure. Successivamente arriva la parte più difficile: dimenticare l’abito per circa tre mesi, affinché la tintura si fissi permanentemente. Passato questo periodo, si sciacqua il capo per rimuovere la colla, rivelando tutta la bellezza del motivo elaborato in mesi di lavoro. Bingata-Tsutsugaki (6) Questa tipologia di lavorazione della tecnica Bingata viene spesso confusa con lo Yuzen, ma è una delle forme di pittura giapponese più fluida ed espressiva. Viene utilizzato una specie di cilindro (lo Tsutsu), e viene applicata una colla di riso e crusca sulla stoffa per impedire che il colore si fissi su determinate aree. Questa lavorazione evoca stati d’animo e sentimenti per mezzo del movimento della linea. Il colore viene posizionato intorno e sopra la colla per donare vita al motivo. In seguito, la seta viene risciacquata per eliminare la colla, esponendo l’armonia di linee e colori. Sumi-e (7) La pittura a mano libera effettuata con pennelli e inchiostro indelebile è un metodo di decorazione giapponese consacrato dal tempo. Appare sui kimono ma, più frequentemente, lo troviamo sulle fodere degli haori neri da uomo.

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Surihaku (8) Nel periodo Muromachi e nella prima parte del periodo Edo, la tecnica Surihaku venne utilizzata soprattutto per i kosode, abito a manica corta. Nel periodo Momoyama ebbe il suo massimo sviluppo, producendo i capi più rappresentativi di quell’epoca. Similmente ad altre tecniche, diminuì nel periodo Edo, con l’avvento della tintura. La tecnica consiste nell’incollare un modello sull’abito utilizzando della colla di riso, quindi contornarlo d’oro e d’argento. Quando il metallo si asciuga, il modello viene rimosso e si regolano i contorni del disegno. Questa tecnica veniva utilizzata per la produzione di costumi di, in seguito il suo uso venne trasferito anche a kimono formali. Tsujigahana (9) Questa tecnica apparve per la necessità di creare motivi affascinanti sui kosode. Originariamente, questo metodo per creare motivi pittorici comprendeva la tecnica tie-dye, cioè tinteggiare attraverso nodi. Sulle parti di tessuto che non potevano essere trattate mediante questa tecnica, venivano usate altre tecniche: bordi neri o vermigli, sfumature, applicazioni di lamine d’oro o d’argento, ricami, ecc. A causa dei limiti tecnici, i primi Tsujigahana venivano presentavano delle rifiniture rudimentali, successivamente si registrarono perfezionamenti.


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Immagini in questa pagina: Bingata - Tsutsugaki Immagine (8): Tsujigahana textile design - Gingerhoneycats

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Scarpe: okobo, geta e tabi Le geishe e le maiko si distinguono anche per le calzature che indossano. Le maiko sono tenute ad indossare degli zoccoli molti alti, chiamati okob o, mentre le geishe utilizzano delle scarpe più basse e meno impegnative, le geta. Gli okobo sono dei sandali tradizionali giapponesi indossati dalle maiko, ovvero le apprendiste geisha, sono simili alle geta, alle infradito e alle chopine in voga nella Venezia rinascimentale. Sono costituite da un solo blocco di legno scolpito ed hanno un tacco molto alto unico, simile ad una zeppa, scavato nella parte anteriore del piede, parte che quindi non poggia per terra normalmente. Hanno una stringa a forma di Y posizionata al centro della parte anteriore della suola, tra l’alluce e le altre dita che tiene il piede legato alla scarpa. I geta invece sono dei sandali tradizionali giapponesi a metà tra gli zoccoli e le infradito. Sono un tipo di calzatura con una suola in legno rialzata da due tasselli, tenuta sul piede con una stringa che divide l’alluce dalle altre dita del piede. Questa calzatura è composta da una tavoletta legno grezzo, chiamata “dai” (supporto), con una stringa di tessuto chiamata “hanao” che passa tra l’alluce e il secondo dito. I due tasselli sotto la suola vengono chiamati “ha” (denti); anch’essi sono in legno ed emettono un suono particolare al contatto col suolo, che è chiamato “karankoron”. Questo suono viene menzionato come uno dei suoni quotidiani che mancano di più ai giapponesi anziani nella vita moderna. Le geishe indossano dei calzini tradizionali giapponesi chiamati tabi. A differenza delle calze normali che aderiscono perfettamente al piede grazie al materiale elastico con cui sono fatti, i tabi vengono tradizionalmente creati con due lembi di stoffa non elastica. Hanno un’apertura sul retro per permettere al piede di scivolare dentro e dei bottoni per chiudere l’apertura.

I tabi sono dei calzini tradizionali giapponesi di cotone che arrivano all’altezza della caviglia e separano l’alluce dalle altre dita del piede.

Nella pagina accanto: Maiko katsumi gion kobu 2009 - Onihide In questa pagina in alto: Okobo, zoccoli - Yocca In questa pagina in basso: Sachiko - Keith Burton

La stringa di colore rosso, indica che chi la indossa è una giovane maiko, mentre è gialla per quelle che hanno quasi finito il loro apprendistato e stanno per diventare vere geishe.


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In questa pagina in alto a sinistra: Toshiyui maiko - Tamayura In questa pagina in alto a destra: Makiko con ventaglio - John Paul Foster In questa pagina in basso: Luci, Road Flower - Higashiyama Nella pagina accanto: Tsuneyuu e Umeha, Gion Odori. - Melissa Rose Chasse Nella pagina successiva: Maiko Geisha Winter - Japan Photography

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La danza della geisha è caratterizzata da movimenti lenti e controllati. Importante è il contatto con il suolo. Malizioso e ammiccante, il ballo delle geishe racconta storie, sul mutare delle stagioni o su un incontro d’amore. Evoca ricordi attraverso i lievi cenni del capo, i gesti delle mani, il linguaggio del corpo e il movimento seducente del ventaglio.


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Ventagli: colori e movimento Le origini del ventaglio in Giappone si perdono nei meandri dell’antichità. E’ difficile datare con precisione quando questo strumento cominciò ad essere usato, tuttavia è facilmente ritrovabile in moltissime arti giapponesi folkloristiche, spettacolari e marziali. Era usato da individui di tutte le classi e veniva impiegato per usi differenti, dall’agricoltura, per separare il riso, grano e cereali, alla danza sino ad arrivare all’uso più comune e conosciuto del ventaglio. Il ventaglio è un accessorio molto importante per una geisha. Alla fine del XIX secolo una geisha nel quartiere di Shinbashi di Tokyo aveva l’abitudine di portare sempre con sé un ventaglio. Un accessorio molto semplice, a prima vista, come il ventaglio contiene al suo interno molto simbologie. Quando le geishe, attraverso il loro movimento, lo aprivano completamente, raffigurava un noto aneddoto giapponese, la storia di Rashomon e il drago Wuso e in questo modo il disegno di esso si trasformava nella riproduzione fedele dei

genitali maschili e femminili. Quando richiudeva il ventaglio, essa portava a compimento l’atto sessuale. Il ventaglio non era un semplice accessorio femminile, ma una vera e propria arma di seduzione. Le donne tenevano il ventaglio in modo diverso dagli uomini, rendendo la situazione più sensuale attraverso l’uso del linguaggio del corpo. Quando la geisha si sedeva con le gambe di lato, curvava leggermente il collo tenendo il ventaglio con il pollice rivolto verso l’alto, muovendo la mano e il polso languidamente. Ogni movimento aveva un significato preciso. Il ventaglio posato sulla guancia sinistra significava il disinteressamento verso l’uomo, sulla guancia destra intendeva dire “avvicinati“. Quando una geisha apriva il ventaglio sulle guance voleva dire “ti amo“, mentre quando portava il manico alla bocca era un invito a baciarla. Il ventaglio è uno strumento molto utilizzato quando viene praticata la danza. Le geishe utilizzano in questo caso un ventaglio molto più largo rispetto a quelli normali. Il ventaglio da danza è composto da stecche di bambù di circa trenta centimetri. Il maiohgi viene tenuto nella parte desta dell’obi con la sommità rivolta verso l’alto.

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In questa pagina: Donna giapponese in kimono - John Paul Foster Nella pagina accanto in bianco e nero: Japanese Umbrella - Junya Hasegawa Nella pagina accanto a colori quadrate: Japanese Beauty - Karistar26 Nella pagina accanto in basso a destra: Umbrella - Laura Cavaleri

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Gli ombrelli L’ombrello è un accessorio molto usato dalle geishe per ripararsi dal sole. Gli ombrelli più eleganti hanno stecche e manico in legno e sono foderati con seta colorata. Ne esistono diversi tipi, c’è il bangasa, che è un ombrello in carta e in bambù ed è molto raffinato, portato solitamente dagli uomini in quanto si sposa meglio con il loro kimono, è robusto e duraturo. Un’altra tipologia molto utilizzata è lo jyanomegasa, con questo termine si intende “occhio di serpente“. Quando lo si osserva, infatti, appare un occhio riconducibile all’animale, quando lo si apre mostra sulla sommità un cerchio bianco. Lo jyanomegasa più popolare è bianco con il centro e il bordo azzurro. È l’ombrello più tradizionale e utilizzato in Giappone, in particolare dalle geishe. In giapponese esiste anche una famosa canzone “Amefuri“ che cita l’ombrellino: Ame Ame Fure Fure. Ka-San Ga. Janome De Omukai. Ureshi-na. (Rain is falling. Mom will be bring her umbrella to keep me dry Happy am I!). Un’altra tipologia è il wagasa, ombrello che apparve in Giappone nel 1550 circa, formato da bambù e carta di riso. Divenne famoso anch’esso per la sua eleganza e per la precisione con cui si poteva aprire e chiudere. Considerato come un articolo di moda e di lusso, usato per ripararsi sia dalla pioggia che dal sole, divenne così popolare da avere uno spirito del folklore ad esso associato, il Karakasa Obake, ovvero il fantasma dell’ombrello.


l’abbigliamento, vestire il kimono

Il wagasa è cosÏ popolare nella tradizione che si crede che abbia un proprio spirito. Lo spirito del wagasa si chiama Karakasa Obake, il fantasma dell’ombrello, un mostro simile a un wagasa richiuso, con un solo occhio ed un solo piede indossante un geta.


Il trucco, una continua evoluzione Le origini del make-up bianco sul viso indossato dalle geishe sono tutt’oggi non confermate. Si racconta che nel Medioevo un viaggiatore tornò dall’Europa con storie di bellezze dal “viso pallido”. Nonostante ciò possa sembrare piuttosto plausibile, il make-up bianco è detto provenire invece dalla Cina e adottato successivamente dalle cortigiane in Giappone. Considerato che l’apparizione di questo uso viene datata nel periodo di Heian (794-1185 a.C.), quando la Cina aveva una forte influenza culturale sul Giappone, questa sembra essere la versione più plausibile. Le donne dell’era di Heian usavano infatti una polvere di riso mescolata all’acqua fino a formare una sottile pasta che veniva applicata sul viso come fondotinta.


L’oshiroi è una polvere bianca, di consistenza corposa, usata per lo sbiancamento della pelle. Le maiko applicavano soltanto una piccola punta di colore sul loro labbro inferiore.

Le fasi principali Nel corso degli anni le geishe adottarono un’apparenza sempre più vistosa, sia nel trucco e nei capelli che nei kimono. All’inizio della loro carriera le maiko dovevano dipingersi il viso di bianco ogni giorno, dovendo inoltre imparare presto a farlo senza l’aiuto della loro sorella maggiore, la geisha che la prendeva sotto la sua ala protettiva, e dell’okasan, la proprietaria dell’okiya di cui faceva parte. Dopo tre anni dall’essere diventata una geisha, il trucco diventava più leggero e i capelli erano tenuti in uno chignon. La ragione di ciò risiede nel fatto che la bellezza risiede ora nella sua maturità e arte, “gei”, piuttosto che nell’apparenza. In occasioni formali e per esibirsi in danze indosserà una parrucca, “katsura” e il trucco pesante. L’applicazione del trucco era un’operazione complessa e molto lunga in termini di tempo. Una cera/olio, “bintsuke-abura” veniva applicata sulla pelle per far aderire meglio il fondotinta bianco, applicato su viso, collo e petto con una spugna. Successivamente, preparavano con cura il fondotinta, quello che chiamano oshiroi, mescolando la polvere tradizionale con l’acqua fino ad ottenere una morbida pasta. Usando un pennello spargevano il composto sul collo, sempre davanti, scendendo verso il basso e fermandosi

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proprio sopra al seno. Quindi con una spugnetta iniziavano a picchiettare la pelle per eliminare ogni eccesso di bianco: questo serviva ad attenuarne la luminosità quasi accecante. Con la stessa spugnetta portavano il bianco tolto dal collo lungo la linea centrale del naso e in mezzo alle sopracciglia, facendo molta attenzione a non andare oltre il profilo del viso. Riprendevano quindi a spargerlo su tutto il volto incluse le labbra: si fermavano poco sopra la linea delle sopracciglia, cerchiandole con cura, e lasciando scoperte le orecchie e la parte alta della fronte, proprio sotto l’attaccatura dei capelli. Rimuovevano le sopracciglia e le disegnavano molto spesse e nere a metà della fronte. A completare questo look drammatico, i denti venivano anneriti usando ferro ossidato passato in una soluzione acida. L’uso dei denti neri finì nell’era di Meiji e rientra oggi solo nei costumi degli attori kabuki e delle maiko, nella settimana precedente all’investitura in geiko. Il passo seguente era truccare gli occhi e le sopracciglia. Nel far ciò la geisha doveva fare molta attenzione e avere una mano fermissima. Le soprac-


Il trucco, una continua evoluzione

Nella pagina accanto a sinistra in alto: Maiko Toshimana - Satomi Pendragon Nella pagina accanto a sinistra in basso: Geisha lips - Apple Blossom In questa pagina a destra: Geisha make up techniques - Cinthya Ceretti In questa pagina a destra in basso: Maiko eye - Irving Penn

Step 1: nuca Step 2: viso Step 3: guance Step 4: occhi Step 5: labbra

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La quantitĂ di ombretto rosso stabilisce il grado di apprendistato di una maiko.

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Aspirazione alla perfezione della bellezza erotica unita all’arte. Questo è il komata. ciglia erano dipinte di nero, ma con un tocco di rosso. Tradizionalmente si usava del carbone per scurirle, ma oggi si fa uso di appositi cosmetici. Finite le sopracciglia si passava ai bordi degli occhi che vanno anch’essi colorati di rosso e nero. La quantità di colore rosso nel trucco dell’occhio comincia diminuire col tempo, quando una maiko diventava geisha: il rosso intorno all’occhio diminuiva o spariva del tutto, infatti la quantità di rosso esibita indicava quanto tempo mancava ad una maiko per divenire una geisha. Infine le labbra venivano colorate mediante un piccolo pennello. Un tempo il colore veniva estratto da un fiore, il benibana, il fiore di cartamo, infuso in acqua, poi veniva ricoperto con dello zucchero cristallizzato per renderlo lucido. Durante il primo anno di attività, le maiko applicavano soltanto una piccola punta di colore sul loro labbro inferiore. Questo perché, anticamente, i giapponesi trovavano molto sensuali ed attraenti le labbra piccole. Trascorso il primo anno, le maiko cominciavano a colorare anche il labbro superiore, senza, tuttavia, riempire mai l’intero labbro, se non dopo anni dal suo passaggio a geisha. Il make-up di una maiko un tempo era eseguito con polveri particolari piuttosto tossiche che risultavano estremamente dannose per la loro pelle. Il fondotinta si chiamava argilla cinese, essa conteneva del piombo ed era talmente tossica da causare la morte di molte geisha che ne facevano uso. Le fortunate sopravvissute si ritrovavano comunque, in vecchiaia, con la pelle del volto, del collo e delle spalle irrimediabilmente avvelenata. Questa sostanza è divenuta illegale ed oggi non si vendono più prodotti nocivi. Si utilizza una cera ole-

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osa che si scalda sfregandola tra le mani e si applica su viso, collo, petto e nuca. La pasta permette poi alla polvere bianca, applicata con una spugnetta, di aderire perfettamente alla pelle. Di solito nell’applicazione si lascia una linea neutra che contorna tutta l’attaccatura dei capelli, dando così l’effetto di indossare una maschera.

La nuca: komata La nuca, komata, è la parte del corpo ritenuta focale nell’erotismo giapponese. Mentre tutto il viso e quello che rimane visibile del collo vengono dipinti completamente, sulla nuca la geisha lascerà una parte a forma di “V” al naturale, dettaglio atto ad accentuare la sensualità di quest’area. Il colletto del kimono deve lasciare scoperta la nuca affinché appaia la seduzione di una breve apertura sull’intimità del corpo. Il “ komata” è una bella linea sottile sulla parte alta posteriore del collo che viene spesso truccata per rispecchiare la figura della zona genitale. La pelle nuda, così evidenziata sulla nuca, è un velato richiamo ad altre intime nudità che gli uomini bramerebbero scoprire. Anche il kimono viene indossato in modo da lasciarla scoperta. Il colletto del kimono deve essere scostato sul retro in modo da lasciare scoperta la nuca, perché esibire l’attaccatura dei capelli è molto seducente e poi per suggerire in modo discreto un varco che conduce alla intimità del corpo.


Il trucco, una continua evoluzione

Nella pagina accanto a sinistra: Inspiracija - Japonija - Decoflux Nella pagina accanto al centro: Komata - Laura Kohan

Il komata, presenta due sottili linee che formano una “V“. Esistono momenti ed occasioni speciali, come il passaggio da maiko a geisha, che richiedono un komata diverso: le linee da due diventano tre e formano una “W“.

Nella pagina accanto a destra: Geisha make up techniques - Cinthya Ceretti In questa pagina: A origem da Maquiagem das Gueixas - Chantillymake

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Da maiko a geisha Il trucco di una geisha diventa molto più leggero con l’avanzare dell’età. La geisha indosserà il trucco bianco e cremisi sulle labbra solo per spettacoli o eventi speciali. Le Junior maiko (1) hanno facce dipinte di bianco, eccetto per la parte intorno all’attaccatura dei capelli. Sulle aree della guancia e degli occhi si trova un ombretto rosa ciliegio. Gli occhi sono delineati da una profonda linea rossa e nera. Le sopracciglia sono definite con del rosso e del rosa sotto il nero. Un elemento visibile è che la piccola percentuale del suo labbro inferiore è dipinto in cremisi. La Senior maiko (2) ha la faccia dipinta di bianco che lascia la pelle nuda intorno all’attaccatura dei capelli. Come la Junior Maiko, ha le aree della guancia e degli occhi coperte da un visibile ombretto rosa ciliegio e gli occhi delineati da una linea rossa e nera. Anche le sopracciglia sono uguali a quelle della Junior maiko. Le labbra sono parzialmente dipinte in cremisi. La Junior geisha (3) dipinge la sua faccia di bianco con un sottile strato di rosa, di cremisi e di nero per contornare gli occhi. Le sopracciglia sono leggermente definite con un po’ di rosso e di rosa sotto il nero. Le labbra sono dipinte quasi totalmente con cremisi. La Senior geisha (4) non si trucca il viso e neanche le labbra. Gli occhi hanno una linea nera per delinearli. Tutto ciò che lo conferisce un aspetto più naturale.

Il trucco facciale è particolare: la bocca va ridisegnata in modo da mostrare, col ritmo delle labbra, rilassatezza e tensione assieme. Gli occhi devono assumere un’espressione che evoca la dolcezza lasciando intravvedere opportunamente punte di civetteria. Il colletto del kimono deve lasciare scoperta la nuca affinché appaia la seduzione di una breve apertura sull’intimità del corpo.

Immagine (1): Fukuho - Michael Chandler Immagine (2): The geiko Toshimana Kyoto, Japan - Michael Chandler Immagine (3): Naokazu - Michael Chandler Immagine (4): Summer in Kyoto, the maiko Kyōka - Michael Chandler In questa pagina in basso: Kyoto Gion - Watashaji


L’acconciatura, un’opera d’arte tra i capelli Elaborata e impeccabile, l’acconciatura di una geisha è considerata uno dei nove punti di bellezza di questa creatura. Nel corso della storia le acconciature della geisha sono variate. Come testimoniano numerosi ritratti, per molto tempo le donne giapponesi hanno portato i capelli lunghissimi. Le chiome folte e lunghe evocavano maggiore sensualità. Nel periodo di Edo, le donne si lavavano così spesso i capelli e con talmente tanta acqua che i bagni pubblici richiedevano loro moltissimo denaro. I capelli, a causa delle alte tariffe, venivano lavati una volta al mese, ma la loro cura era continua. Ogni giorno venivano spazzolati e massaggiati con oli profumati. Le geishe erano consapevoli della seduzione che una lunga chioma provocava, ma nonostante ciò, il loro criterio estetico era differente. Le loro acconciature, gli accessori decorati, i riflessi lucenti. I capelli lunghi erano sicuramente provocanti, ma ciò che sfoggiavano le geishe al di sopra del viso era senza dubbio qualcosa di spettacolare. Considerare la cura dell’acconciatura solo come un fatto estetico, d’altronde, è sbagliato. Il modo di portare i capelli aveva anche un significato simbolico.


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Una maiko è schiava della sua acconciatura. É costretta ad avere l’acconciatura fatta con i propri capelli. Diventa quindi molto difficile mantenerla sempre in posizione e a causa dei numerosi kanzashi che la compongono lo è ancora di più.

In questa pagina: Geisha Face - Michael Chandler

Da maiko a geisha La prima volta “Le elaborate acconciature che le geishe portavano a quei tempi richiedevano tanta fatica e tanti soldi che nessuna andava generalmente dal parrucchiere più di una volta a settimana e alla fine neppure i profumi con cui i capelli venivano irrorati servivano più a mitigare il cattivo odore”. Così scrive Goldmann nel suo libro. Egli racconta la prima esperienza dal parrucchiere della sua protagonista. Costui faceva posizionare la geisha su un largo bacile e versava sui suoi capelli un secchio di acqua tiepida. Insaponava la chioma sfregando con una forza tale che nel libro si sostiene che quest’azione, delle dita sul cuoio capelluto, assomigliasse di più “al lavoro di un contadino con la zappa“. Questo era il metodo utilizzato dai parrucchieri contro la forfora. Successivamente la faceva sedere su alcune stuoie, le passava tra i capelli un pettine di legno e per finire, li ungeva con olio di camelia, rendendoli lucenti. L’uomo prendeva una barretta di cera che scaldava con un ferro caldo e con la quale le incerava i capelli.

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L’ acconciatura di una geisha deve essere perfetta in ogni momento, curata sotto tutti gli aspetti e a seconda del livello di apprendistato a cui appartiene. Molte geishe moderne utilizzano parrucche nelle loro vite professionali, mentre una maiko si fa crescere i capelli in modo da poter utilizzare la sua stessa chioma per le svariate acconciature. Dover sottoporsi a continui perfezionamenti estetici, può causare una precoce calvizie che con l’uso della parrucca, in età adulta, verrà mascherata. La principale differenza tra l’acconciatura di una maiko e quella di una geisha sta nella complessità che la caratterizza. Una geisha adulta, che ha appreso a pieno e incarnato la concezione dell’iki, non ha infatti bisogno di troppi accessori per emanare la sua sensualità; di conseguenza, i suoi capelli avranno meno ornamenti e saranno legati in modo più semplice, fatta eccezione per eventi o feste importanti. Le è permesso legare i capelli in un semplice chignon e usare una parrucca quando viene invitata a dei banchetti o deve fare qualche pubblica apparizione; prima di allora però le viene richiesto di recarsi una volta a settimana dal parrucchiere per un restyling.


l’acconciatura, un’opera d’arte tra i capelli

Takamakura: spiacevoli nottate

Quando i capelli di una maiko venivano acconciati per la prima volta il loro modo di dormire cambiava. Le geishe dormivano col collo appoggiato su piccoli supporti, chiamati takamakura. I classici guanciali, o cuscini, venivano sostituiti con una forcella che sosteneva la base del collo. Per attutire il dolore, in genere questi sostegni venivano imbottiti con pula di frumento, ma la sensazione rimaneva comunque quella di dormire su un sasso. Appoggiando la testa sul takamakura, i capelli rimanevano sospesi in aria. Il problema era rimanere tutta la notte con la testa appoggiata, se questo non accadeva le elaborate acconciature si appiattivano e il giorno successivo si doveva tornare dal parrucchie-

re, facendosi torturare nuovamente la testa. Per rinforzare, quindi, queste abitudini i loro mentori, ponevano del riso intorno alla base del supporto, così se la testa della geisha cadeva dal supporto mentre dormiva il riso le si incastrava tra i capelli. Solitamente, le basi del takamakura erano in legno laccato, grazie alla dolce curva lo strumento dondolava quando veniva utilizzato. Poteva essere rivestito con un cuscino di seta o di cotone, molto interessanti erano i tessuti che li ricoprivano. I takamakura più utilizzati erano quelli di lacca scura o rossi-arancioni, potevano essere fabbricati in legno laccato o in stoffa. Questi modelli risalgono solitamente al 19esimo secolo, ma possiamo anche trovare modelli in porcellana che provengono dal 20esimo.

Una giovane apprendista deve imparare un nuovo modo di dormire. Il takamakura è un cuscino rivestito con pula di grano ma duro come un sasso.

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I kanzashi I kanzashi sono degli accessori che divennero popolari durante il periodo Edo, dove gli artigiani iniziarono a produrne tipi sempre più raffinati ed eleganti. I kanzashi sono degli ornamenti usati nelle acconciature femminili tradizionali giapponesi, possono essere fatti di svariati materiali: dal legno laccato all’oro, dall’argento al guscio di tartaruga, dalla seta alla plastica. I kanzashi, vista la loro varietà di forme e materiali, possono anche essere oggetti da collezione molto ricercati. Esistono molti tipi e molti modi di portare i kanzashi. Il modo in cui una geisha porta i kanzashi indica il suo stato. Le maiko, le apprendiste geishe, solitamente portano molti kanzashi elaborati rispetto alle le geisha vere e proprie. Esistono molti stili diversi di kanzashi e varianti più elaborate che prevedono l’utilizzo di hana (fiori) o composizioni stagionali. Bira Bira: questo ornamento è comunemente di metallo con all’estremità strisce sempre di metallo agganciate al corpo base con anelli, muovendosi queste producono un tintinnio. Questo, viene accentuato a volte con l’aggiunta di campanelli. Ci sono delle varianti nelle quali le strisce sono di seta e vengono chiamate shidare. Kogai: sono asticelle prodotte in diversi materiali: guscio di tartaruga, metallo, ceramica. Questo ornamento è composto da una spilla e da un rivestimento che può essere più o meno decorato. Questo kanzashi viene spesso venduto insieme ad un pettine. Kushi: questo ornamento è realizzato con legno laccato o guscio di tartaruga. Ha la forma di un pettine

I kanzashi sono ornamenti orientali molto eleganti e ricercati nelle acconciature tradizionali. Si diffusero durante il periodo Edo (1603-1868), quando venne abbandonata l’abitudine di tenere i capelli lunghi e sciolti, a favore dell’acconciatura nihongami, caratterizzata da capelli raccolti in diversi modi.

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arrotondato, è finemente decorato e di ampia larghezza per permettere alle decorazioni di sconfinare su tutta la superficie dell’ornamento. Esiste anche una versione chiamata hanagushi, che ha la particolarità di avere come decorazione dei fiori di stoffa. Kanokodome: son kanzashi molto elaborati. Hanno una forma rotonda ma si possono anche trovare a forma di fiore o farfalla e realizzate in stoffa. Questo ornamento è generalmente realizzato con materiali preziosi, come corallo, giada, oro ed argento. Tama: è una spilla lunga semplicemente decorata con una sfera colorata, che può variare dal rosso (usato da ottobre a maggio) al verde (usato da giugno a settembre). Generalmente sono mono colore ma si possono trovare con diverse decorazioni. Tzumami: letteralmente vuol dire ornamento in tessuto ripiegato, infatti è ottenuto piegando un pezzo di stoffa secondo le tecniche dell’origami. La sua forma è quella di un fiore, i cui petali variano da 5 a 75 a seconda del fiore che rappresenta. Ogi: anche chiamato stile principessa è a forma di ventaglio e viene realizzato in metallo. Sono impressi disegni o stemmi posizionati su lunghe spille. Hanno delle lunghe strisce metalliche che pendono. Hana kanzashi: sono caratterizzati da lunghe strisce di fiori pendenti i cui dettagli possono essere ottenuti con la tecnica del mitzuhiki, ovvero strisce di carta washi.


l’acconciatura, un’opera d’arte tra i capelli

Nella pagina accanto: Details of a Geisha - Cipria

Nonostante siano oggetti provenienti da un passato lontano, sbiadito e un po’ idealizzato, i kanzashi rimangono tra gli ornamenti preferiti dalle geisha e dalle maiko perché aiutano a valorizzare maggiormente il loro fascino e la bellezza delle loro complicate pettinature.

Un’altra particolarità del kanzashi è che vengono scelti ed abbinati a seconda del mese e della stagione o dell’evento a cui si partecipa. Gennaio: è generalmente riferito al Capodanno. Il tema più importante è quello dello Shouchikubai, una combinazione di pino, bambù e fiori di prugno. Febbraio: in Giappone i fiori di prugno simboleggiano l’amore tra i giovani e l’avvicinarsi della primavera. Marzo: si utilizzano fiori bianchi e gialli, farfalle, fiori di pesco, narcisi, camelie e peonie. Aprile: questo tema vuole segnalare il tema dell’estate e si combina di fiori di ciliegio, farfalle e lanterne di carta esagonale. Maggio: in questo mese gli ornamenti prevedono l’utilizzo di fiori di glicine e iris di colore blu. Giugno: in questo mese si utilizzano le foglie di salice verde e fiori di garofano. Luglio: in questo mese domina il tema del ventaglio tondo che rappresenta il gion matsuri, festival dove le

In questa pagina in alto: Kanzashi - Kogai Japonais In questa pagina in basso a sinistra: BiraBira - Kuroi Manekineko In questa pagina in basso a destra: Kanzashi hairpin kushi - Japanese antiques

geisha eseguono danze tradizionali con i ventagli. Agosto: il tema di questo mese sono le ipomea blu e l’erba susuki riprodotte in rosso e rosa per le maiko giovani e in argento e bianco per le maiko più anziane. Settembre: in questo mese vengono rappresentate le campanule giapponesi associate a fiori autunnali. Ottobre: il tema dominante è il crisantemo, simbolo della famiglia imperiale che viene riprodotto in bianco e rosso tipica combinazione autunnale giapponese. Novembre: il tema è quello delle foglie d’acero simbolo dell’autunno che equivale ai petali di ciliegio in primavera. I colori usati sono il giallo e il marrone. Dicembre: si indossano kanzashi con rametti colorati, con mochi abbinati a foglie di bambù per le maiko più anziane e decorazioni colorate per le più giovani. Capodanno: durante questa festa viene indossato un kanzashi speciale a forma di colomba senza occhi, alle quali la geisha disegnano un occhio e durante le festa chiedono a qualcun’altro di disegnare l’altro occhio.

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Maiko hair Una maiko, durante l’apprendistato indosserà cinque diversi tipi di acconciatura: wareshinobu, ofuku, sakkou, katsuyama, yakko-shimada. La sakkou, l’ultima tra queste, sta ad indicare il passaggio da maiko a geiko.

Wareshinobu viene utilizzata per il debutto e per i suoi tre anni di apprendistato. Questa è la prima acconciatura indossata da una maiko; viene utilizzata per il debutto e per i tre anni di apprendistato. È riconoscibile grazie alle strisce di tessuto rosso, maculato in bianco chiamato konoko. Durante il debutto la maiko indossa diversi kanzashi, due bira bira, due a forma di guscio di tartaruga con rappresentati i simboli della stagione in cui avviene il debutto, un pettine a forma di tartaruga, un kanzashi di corallo e due serie da tre di decorazioni rettangolari argentate e dorate poste alla base inferiore dello chignon. Nelle altre occasioni il kanzashi indossato è in tema con la stagione e il mese dell’anno.

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Ofuku viene usata fino a due settimane prima del passaggio da maiko a geisha, dopo il mizuage. Un tempo questa acconciatura si indossava dopo il mizuage, ovvero la perdita della verginità, o dopo aver ottenuto il danna intorno ai 13/14 anni. Al giorno d’oggi, a causa del cambiamento di alcune leggi, viene indossata intorno ai 18 anni o dopo i tre anni di formazione che seguono il debutto. Dal punto di vista frontale è visivamente simile al wareshinobu, ma sul retro appare molto diversa. Il konoko è sostituito dal teragami che si trova sopra il mage e non è intessuto insieme ai capelli. Questo stile viene chiamato anche momoware perché ricorda una pesca aperta e in quanta è associata ad un simbolo di richiamo sessuale. Oggi questo significato si è perso.


l’acconciatura, un’opera d’arte tra i capelli

Prima immagine da sinistra: Hair - Virtual Geisha Seconda immagine da sinistra: Bunny Chan - Monogatari Terza immagine da sinistra: Maiko at Gion Matsuri - Otomodachi Quarta immagine da sinistra: Nihongami - Kuroi Manekineko

Yakkoshimada viene indossata per il primo dell’anno, il Setsubun, e per il giorno delle grazie.

Katsuyama è l’acconciatura indossata durante il Jon Matsuri a Luglio. Questa acconciatura viene indossata dalle maiko, che portano l’ofuku durante il Jon Matsuri a Luglio. Oltre ai normali kanzashi viene indossato il bonten, un ornamento a forma circolare rosa e argento, che spunta su entrambi i lati del mage. Alla base di quest’ultimo viene intrecciato un nastro rosso, d’oro e d’argento.

Questa acconciatura è utilizzata in eventi speciali, in particolare per il primo dell’anno, per il Setsubun (vigilia di primavera) e per l’Assaku, giorno delle grazie. Per ogni avvenimenti vengono utilizzati diversi kanzashi: a capodanno si indossano un ornamento a forma di colomba senza occhi, uno a forma di tartaruga, un pettine, un kanzashi floreale, un bira bira, un anello di corallo e giada ed infine un tama kanzashi (grande spilla con pietra colorata all’estremità). Alla base del mage viene intrecciato un fiocco rosso o rosa (shibori). Questo stile verrà indossato per una settimana. Durante il Setsubun invece si indossano uno shibori e un kanzashi floreali e infine per l’Assaku si usa un kanzashi floreale e uno a forma di tartaruga abbinato ad un kimono nero; la maiko andrà a ringraziare e rendere omaggio ai suoi sensei, proprietari delle case da tè per cui lavorano e a tutti quelli che l’hanno sostenuta.

Quinta immagine da sinistra: Geisha Hair Styles - Geisha Culture

Sakkou va indossata per due settimane e indica il passaggio da maiko a geiko. Questa acconciatura indica il passaggio da maiko a geiko e va indossata per due settimane. È molto complessa ma facilmente riconoscibile grazie al finire dei capelli in una coda di cavallo tagliata sulla punta, è caratterizzata da ornamenti che sono la combinazione di un kanzashi per il mese in corso, di uno a forma di tartaruga, di un bira bira e di un tamakanzashi. La maiko indossa un kanzashi a forma di gru, ottenuto intrecciando una corda mizuichi color argento ed oro, due spille piatte con disegni di tartarughe e tre nastri rossi che sono visibili da entrambi i lati.

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Un’ispirazione per l’Occidente

Il periodo di Occidentalizzazione da parte del Giappone è avvenuto con la fine dell’epoca Tokugawa e con l’inizio dell’era Meiji (1868-1912). É indubbiamente un periodo importantissimo, ricco di innovazioni per la cultura giapponese che porterà molte modifiche in tutto il “mondo giapponese”. Con questa apertura all’Occidente, il Giappone viene sommerso da tutti quei pensieri che avevano formato l’Europa degli ultimi secoli. Come disse il personaggio Sanshirò dell’omonimo romanzo di Natsume Sòseki “Il pensiero dell’era Meiji ripercorreva nel giro di quarant’anni (1868-1912) tutta la strada che la storia dell’Occidente aveva fatto in tre secoli”. Questo rinnovamento sarà in realtà visto da molti

scrittori tutt’altro che di buon grado. Nagai Kafù, un romanziere giapponese, nel suo libro “Al giardino delle Peonie”, darà rilievo all’unica ambientazione a lui cara, al villaggio attraversato dal fiume Sumida, nel quartiere di Asakusa, il quale sarà descritto come unico luogo non “contaminato” ancora dall’Occidente (il quartiere di Asakusa era la zona delle prostitute e delle geishe). Conseguenza importante di questa apertura da parte del Sol Levante, fu che gli occidentali conobbero la figura della geisha e questa li affascinò a tal punto che la resero protagonista di molte opere e fu di ispirazione per molti artisti.


Geisha

Una visione distorta Il fascino della Geisha rimane oggi uno dei simboli più sorprendenti di un Giappone sensuale ed esotico. Le danze, la cerimonia del tè, le regole di conversazione, la sottile arte della seduzione; questi sono i suoi ingredienti principali. Nella mente occidentale, tuttavia, la Geisha viene spesso associata alla figura di una snob prostituta di alta classe, idea che ha cominciato a diffondersi dal periodo dell’occupazione americana del Giappone. Il fenomeno denominato “giapponismo” dilagò, alla fine dell’800, in tutto il mondo. Tra il 1866 e il 1869, un radicale cambiamento politico, pose fine al lungo periodo di isolamento che aveva caratterizzato la politica estera giapponese fino a quel momento, aprendosi alle importazioni occidentali ed esportando molte stampe ukiyo-e, che furono immediatamente conosciute. Artisti come Manet, Van Gogh, Klimt e tutto il movimento impressionista, furono profondamente influenzati da queste stampe che, sebbene fossero eseguite da artisti contemporanei, si rifacevano a tradizioni pittoriche antichissime. Il soggetto nipponico, quindi, cominciò spesso ad essere rappresentato anche da artisti europei, come Claude Monet, che dipinse la moglie con il kimono e il ventaglio. Il Giappone, insomma, aveva cominciato ad influenzare un po’ tutti gli aspetti della vita quotidiana europea; furono rappresentate opere musicali sul tema, come The Mikado e la Madama Butterfly di Puccini, e all’inizio del ‘900 si affermò la moda dei kimono, indossati dalle signore bene di tutta Europa. La sua

Nella mente occidentale la Geisha viene spesso associata alla figura di una snob prostituta di alta classe, idea che ha cominciato a diffondersi dal periodo dell’occupazione americana del Giappone.

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cultura, d’altronde, come spesso accade, fu travisata. In particolare la figura della geisha, appunto, che agli occhi degli occidentali divenne una donna sensuale e provocante, un’artista del sesso, che rifletteva quella rivolta contro il puritanesimo vittoriano che in quegli anni cominciava a svilupparsi maggiormente. Lo spirito, infatti, con cui i soldati americani sbarcarono sulle coste giapponesi, nella Seconda guerra mondiale, rifletté subito quest’idea distorta che gli occidentali avevano delle geisha. Costoro, infatti, si aspettavano prostitute di classe, donne completamente asservite all’uomo e desiderose di compiacerlo. Ma questa immagine che si erano portati dietro, non corrispondeva alla realtà, dove le geisha rappresentavano invece gli unici esempi nella civiltà giapponese di donne emancipate e “libere”, tutto il contrario di come erano state dipinte. L’equivoco della geisha intesa come prostituta, lo troviamo ancora più marcato nella cultura cinese; in cinese, infatti, la parola geisha è tradotta con il termine yì jì, dove jì ha il significato, appunto, di “prostituta”.


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Nella pagina accanto: American soldier dancing with a japanese geisha 1945 - Satomi Pendragon In questa pagina in alto: Swift Short Articles 2013 oiran - Japan Coolture In questa pagina in basso: Kyoto Geisha - MomoPhotoGallery

Le oiran avevano acconciature estremamente elaborate e portavano l’obi legato sul davanti, probabilmente per un semplice motivo: la comodità nel svestirsi.

Le cortigiane, oiran Le geisha sono state anche spesso confuse con le cortigiane di lusso, chiamate oiran. Queste donne portavano elaborate acconciature e tingevano il viso di bianco, esattamente come le geisha ma si distinguevano da esse per il modo in cui portavano l’obi. Mentre le geisha legavano l’obi a contatto con la schiena, le oiran lo legavano sul davanti, probabilmente perché, dovendosi svestire spesso, l’obi risultava in una posizione meno difficoltosa da rifare una volta finita la prestazione. La geisha e la cortigiana abitavano mondi completamente diversi, con poco in comune. Confrontare loro, sarebbe come paragonare la musica e il rumore. Le creature del mondo fluttuante “non offrono i loro corpi, ma piuttosto il loro talento”. L’introduzione di istituzioni occidentali, specialmente dei banchetti, dei caffè e delle orchestre, che hanno sostituito l’antica chitarra nazionale (shamisen), hanno oggi limitato l’attività della geisha e anche il numero.

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Geisha

Le oiran erano cortigiane dell’antico Giappone, a volte confuse con le yujo, cioè le semplici “donne di piacere”. In realtà le oiran erano intrattenitrici più che prostitute, la cui moda e arte le portavano ad accompagnarsi a uomini di potere. Per intrattenere i loro clienti praticavano la danza, la musica, la poesia, la calligrafia, dimostrando di essere donne molto erudite, con cui era piacevole intrattenersi in conversazioni anche di alto livello. Il termine giapponese oiran può essere tradotto con l’espressione “il fiore che primeggia”, ma la parola deriva dalla frase oiranotokoro no nēsan traducibile con “la mia sorella maggiore”. Le oiran cominciarono a prestare servizio durante il Periodo di Edo (1600.1868) e vivevano segregate nei quartieri del piacere (aboliti nel 1958), anche se in posizione di assoluto privilegio rispetto alle normali prostitute, essendo loro considerate di altissimo rango. L’isolamento fisico delle oiran contribuì ad allontanare

Il termine giapponese oiran può essere tradotto con l’espressione “il fiore che primeggia”, ma la parola deriva dalla frase oiranotokoro no nēsan traducibile con “la mia sorella maggiore”.


un’ispirazione per l’occidente

questa figura dalla società: la loro cultura era talmente elevata e i loro requisiti tanto ristretti da allontanare il loro mondo antiquato sempre di più da quello moderno e comune. Allo stesso tempo però ciò la rese anche sempre più idolatrata, in quanto l’etichetta morale del governo richiedeva un comportamento appropriato e le discussioni delle oiran erano più maestrali se paragonate a quelle comuni. La popolarità delle geisha, molto più accessibili al cittadino comune, crebbe inesorabilmente, fino a superare quella delle oiran, la cui ultima rappresentante morì nel 1761. A differenza delle geisha, le oiran erano cortigiane nel senso pieno del termine, donne di grande fascino e sensualità la cui compagnia andava prenotata con anticipo attraverso un percorso ritualizzato di richiesta formale alla casa da tè che le ospitava, e di una ripetuta presentazione di doni preziosi alla stessa oiran e al suo entourage. I costumi indossati dalle oiran divennero sempre più complessi, culminando in uno stile con oltre otto pettini e spilli tra i capelli e tanti strati d’abiti ispirati alle prime oiran. Tra i fiori di ciliegio d’Aprile, si contano all’incirca settanta concubine. Ciascuna oiran indossa una geta di quindici centimetri e porta un vestito unico. Il nome attribuito a questo spettacolo è spesso cambiato con La Parata Onirica di Echigo. L’evento è estremamente popolare in tutto il Paese, con molte Giapponesi in disputa tra loro per aggiudicarsi il ruolo delle tre oiran dai nomi dei petali di tre alberi.

Il taikomochi: la geisha maschio Il taikomochi (colui che tiene il tamburo) o houkan,(giullare) era l’originale versione maschile della geisha. Questi uomini erano al servizio dei daimyo (i lord feudali) sin dal 1200. Dal 1500 divennero invece conosciuti come otogishu o hanashishu, cioè “cantastorie” e il loro ruolo era focalizzato attorno all’arte della conversazione, del racconto di storie e sull’umorismo. Essi inoltre combattevano a fianco dei loro lord ed erano buoni consiglieri in fatto di strategie di guerra.

Nella pagina accanto e in questa pagina: Swift Short Articles 2013 oiran - Japan Coolture

Le oiran indossavano più di otto pettini e spilli tra i capelli e avevano calzature di quindici centimetri.

Quando però arrivo un periodo di pace, nel 1600, queste figure non furono più richieste dai lord e presero quindi un nuovo ruolo, che divenne di puro intrattenimento, spesso nelle corti dell’alta classe cortigiana giapponese yujo. Questi personaggi sono descritti come master delle feste che si assicurano che gli ospiti si divertano raccontando scherzi, storielle erotiche e bevendo sakè. Fu nel 1751 che una donna geisha arrivò ad una festa, causando forti reazioni. Il declino dei taikomochi diventò molto più rapido durante la Seconda Guerra Mondiale e continua ancora oggi: se ne contano infatti solamente 4 a Tokyo e uno a Kyoto.

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Geisha

In questa pagina in alto: Office of Medical History - US Army In questa pagina in basso: Kyoto - Kek

Ad oggi, a Tokyo ci sono molte più geishe di quante ce ne siano a Kyoto, ma è in quest’ultima città che è più facile incontrare una geisha in strada. Non tutte le geishe che vedete sono reali. É possibile, infatti, farsi truccare e vestire da geisha per fare alcune fotografie ricordo e in molte poi girano così la sera proprio per suscitare la curiosità dei turisti in attesa di immortalare una geisha con la fotocamera. Nonostante questo, il mito della geisha prostituta, sottomessa e servile non terminò affatto con la fine del conflitto. Difatti, dopo la vittoria americana, si cominciò a sviluppare, nella neonata Hollywood, un filone cinematografico molto prolifico, teso a ridisegnare ancora una volta la figura di queste donne, stavolta come arma anti-femminista. Le donne, infatti, che avevano preso il posto dei mariti, partiti per il fronte, negli enti pubblici e privati, rivendicavano ora con forza i loro diritti, e quale modo migliore di stroncare questi moti se non far tornare di moda la figura di una donna amorevole e sottomessa? Ecco che l’uomo torna, dopo la liberazione dal vittorianesimo, a rifugiarsi in oriente, per sentirsi servito e riverito. Solo di recente, complice l’editoria, con la pubblicazione di molti volumi e romanzi sull’argomento (sicuramente importante il celebre Memorie di una geisha di Arthur Golden), e la cinematografia, si sta riscoprendo la vera storia di queste donne, che non poteva essere più lontano da quanto fino ad oggi è stato creduto.


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Giappone: la prima geisha occidentale

Dopo 400 anni di storia della professione di geisha, Sayuky, nata a Melbourne diventa la prima intrttenitrice straniera. Il suo nome d’arte è Sayuki, ovvero «felicità priva di ombre», e la sua specialità è lo yokobue, il tradizionale flauto giapponese, che usa per intrattenere i suoi ospiti. Niente di strano, se non fosse che l’artista in questione è nata a Melbourne, ed è la prima donna occidentale ammessa a far parte del centenario mondo delle geisha giapponesi. «È stato un lungo periodo di preparazione» ha dichiarato al quotidiano britannico Daily Telegraph “durato più di quanto pensassi. Anche se vivo in Giappone ormai da molto tempo e sono immersa in questa cultura, è stato molto difficile». Arrivata a 15 anni nel Paese del Sol Levante per una vacan-

bito numerosi rimproveri dato che non parlo un giapponese perfetto. Fino al giorno del mio debutto, quando tutte hanno cambiato atteggiamento nei miei riguardi e sono diventata una di loro». Ora che può considerarsi una geisha a tutti gli effetti, Sayuki, che secondo tradizione non rivela la sua età, è impegnata ad organizzare banchetti, cene, che comprendono sempre anche uno spettacolo musicale o di ballo. Il costo per due ore di svago può toccare i 30mila yen (200 euro circa), cifra regolarmente reinvestita in costosissimi kimono, make-up e parrucche. E anche se il rispetto della tradizione è tutto per una geisha, Sayuki è al passo coi tempi, con un sito internet che permette anche di contattarla.

za-studio, Sayuki si è innamorata delle sue tradizioni e ha deciso di rimanere a vivere, frequentando il liceo e l’università, prima di prendere una specializzazione in antropologia sociale a Oxford. Il tirocinio, avvenuto in una casa di geisha di Asakusa, il distretto di Tokyo dove negli anni ’30 queste artiste vissero il periodo di massimo splendore, ha richiesto il paziente e costante esercizio di tutte le arti che sono richieste a un’intrattenitrice del suo rango, comprese l’arte della danza, la cerimonia del tè e la conversazione. «Non ho avuto nessun aiuto extra, considerato che sono una straniera, ma anzi ho su-

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John Wayne e Eiko Ando in una scena del film “Il barbaro e la geisha” di John Huston (1958). Il film vede John Wayne nei panni di Townsend Harris, il primo ambasciatore americano in Giappone. L’ambasciatore sbarca nella città di Shimoda e viene accolto ostilmente dagli abitanti e dal governatore, che lo fa spiare dalla bella geisha Okichi.

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La geisha: ispirazione per una splendida cinematografia La geisha, figura centrale di una civiltà antichissima, è divenuta un vero e proprio emblema anche grazie ad una cinematografia straordinaria. Le donne artiste che hanno incantato milioni di viaggiatori, deliziando con le loro virtù uomini di ogni parte del globo. Flautiste, ballerine, cantanti, ma anche meri oggetti di piacere: esseri dal corpo gracile e il volto diafano, spesso assoggettate al maschio dominante, sempre pronto a violarne il pudico candore. La figura di questa meravigliosa donna ha ispirato molti registi. Protagoniste di capolavori hollywoodiani e europei, la geisha venne conosciuta meglio attraverso il grande schermo.


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La strada della vergogna

Vite sventurate quindi, che finiscono per concludersi lungo La strada della vergogna (Akasen chitai) (1956) di  Kenji Mizoguchi, quella percorsa dalle sue protagoniste, donne disgraziate che offrono piacere a basso prezzo, perse nell’illusione di un riscatto che non arriverà mai. Il film, che costituisce l’ultima opera del regista, fu presentato in concorso alla 21ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, in cui Mizoguchi ottenne la candidatura al Leone d’Argento. La vita personale di cinque donne, datesi alla prostituzione in un locale di Tokyo per migliorare le proprie situazioni economiche disastrate o sfuggire dalle proprie situazioni famigliari, viene sconvolta quando la Dieta vara un disegno di legge per bandire la prostituzione. Questo film è un affresco corale sulla condizione della donna nel Giappone del dopoguerra, un’opera segnata da un profondo e doloroso realismo nella rappresentazione dei mutamenti che scuotono una società ancora visibilmente segnata da un passato tragico e timorosa di affidare la propria speranza al futuro. Mizoguchi percorre le strade dei bassifondi di Tokyo per addentrarsi tra le mura di un edificio nel quale sono riprodotti al loro livello più brutale i meccanismi dell’agire all’interno di una società capitalista: le ragazze che lavorano nella casa di piacere possono ottenere la libertà soltanto dopo il pagamento del debito contratto con il padrone, dunque un movimento di denaro governa le loro vite, o meglio, la mancanza di una determinata somma di denaro è la condizione per la quale non è loro dato di accedere a una vita dignitosa. Le prostitute si sobbarcano il sovrapprezzo morale di questa transazione monetaria, facendosi carico in prima persona della vergogna che le tiene lontane dai loro figli e dalle loro famiglie. Su questi personaggi grava una condanna a rimanere schiacciati sul fondo dello strato sociale. Le intensissime e dolorose sequenze finali, con il trucco della giovane prostituta che poi si rivolgerà alla

telecamera invitando il cliente/spettatore, mostrano un breve rito di mascheramento che con l’intenzione di abbellire un volto finisce per abbrutire definitivamente un’esistenza, racchiudendo in sé allo stesso tempo la perdita dell’innocenza, l’ingresso nell’età adulta e la caduta nei bassifondi. Alla giovane ragazza viene attribuito un nuovo volto che coincide con il suo nuovo stato, un segno sul corpo che è allo stesso tempo un segno indelebile sul suo destino. L’impressione è che Mizoguchi rinunci ad ogni estetismo con l’intento primario di documentare una condizione infima dell’esistenza che è prima di tutto una condizione sociale e lavorativa, ricorrendo anche a sequenze dall’indubbio sapore neorealista evidenziando così una comunanza di intenti tra il movimento che in quegli anni nasceva in Europa e quel genere cinematografico giapponese noto con il nome di “dramma dei bassifondi”.

Una scena del film “La strada della vergogna” di Kenji Mizoguchi (1956). Il regista rinuncia a qualsiasi estetismo con l’intento primario di documentare la condizione della donna nel Giappone del dopoguerra.

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Il barbaro e la geisha

Uno dei più famosi e complessi film storici degli anni ‘50, venne interpretato da John Wayne in un insolito ruolo oltreoceano, lui che aveva già avuto a che fare con i giapponesi, ma in film bellici totalmente diversi, come Iwo Jima e I Falchi di Rangoon. Ford avrebbe poi fatto visita in estremo oriente con Missione in Manciuria, il suo ultimo film, nel quale però non vi era Wayne. Questo il destino della coppia più famosa dell’epopea western, arrivata in Estremo oriente in due vie separate, che portarono ad altrettanti capolavori del cinema americano. In questo ruolo si cala in un diplomatico venuto in pace a capire un popolo diverso dal suo. Rispetto ai film di propaganda, si tratta di un cambiamento notevole, reso possibile dalla fine della Seconda guerra mondiale che causò anche la fase dei film di propaganda bellica (e di denigrazione dell’avversario). Il dopoguerra, con l’occupazione americana del Giappone venne caratterizzato dall’effettivo incremento di rapporti, per la prima volta cospicui, tra i due Paesi, che con la conoscenza reciproca provocarono uno dei più importanti fenomeni di ‘condivisione’ culturale del XX secolo. Come tutti i film di questo genere, punta quanto più possibile l’attenzione sulle differenze che scaturiscono tra due mondi tanti diversi quando vengono a contatto. Altri film dell’epoca vennero incentrati sul tema dei rapporti, non sempre cristallini, nippo-americani, ma in quel caso ambientati nel periodo contemporaneo. Uno di questi era incentrato sul Giappone ‘conquistato’ dopo la guerra, con infiltrazioni criminali da parte di gangster americani, arrivati a seguito delle truppe di occupazione, ai danni dei giapponesi.

Scene dal film “Il barbaro e la geisha” di John Huston del 1958. Sopra John Wayne con due geisha mentre sotto Eiko Ando e Sam Jaffe.


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Scene tratte dal film “My Geisha” di Jack Cardiff del 1962, con Yves Montand, Shirley MacLaine e Edward G. Robinson.

La mia geisha

My Geisha è un film del 1962 diretto da Jack Cardiff e prodotto dalla Paramount Pictures e interpretato da Yves Montand, Shirley MacLaine e Edward G. Robinson. Il film venne prodotto da Steve Parker - futuro marito della MacLaine - ed il copione fu scritto da Norman Krasna, autore dello stesso racconto sul quale si basava il film. Il regista Paul Farley è scontento di sé, perché vive all’ombra della moglie, Lucy Dell, di cui dirige i film. Decide quindi di mettersi in luce, facendosi affidare la direzione di un film ambientato in Giappone e per il quale occorrano attori del luogo. Ma la moglie lo segue di nascosto e, truccandosi abilmente, riesce ad ottenere la parte principale. Finito il film, Paul scopre il trucco, ma Lucy, per salvare il suo matrimonio, sacrifica la sua gloria di attrice per quella del marito regista.

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Memorie di una geisha

In questa sua ultima fatica Marshall si è attorniato di esperti e studiosi della cultura giapponese, infatti le scenografie e i costumi, come pure le musiche risultano essere accurate ricostruzioni del recente passato nipponico, anche il cast è eccellente, formato per lo più da star internazionali come Ken Watanabe, Michelle Yeoh e Ziyi Zhang (viste entrambe ne “La tigre e il dragone”) e la ormai celebre e pluripremiata Gong Li che interpreta magistralmente la geisha Hatsumomo, rivale di Sayuri, triste e rabbiosa schiava delle convenzioni. Questo film racchiude due temi fondamentali: l’arte e la tradizione delle geishe e il desiderio di vivere un amore impossibile della protagonista. Il film di Marshall per una serie di superficiali analogie riporta alla memoria due indimenticabili film precedenti: “Addio mia concubina” e “Lanterne rosse”. Al primo si collega per l’ambientazione: gli attori dell’Opera cinese e del teatro Kabuki, come le geishe, erano costretti ad un durissimo apprendistato e ad una certa condotta, le loro figure erano strettamente legate alle più antiche tradizioni orientali e avevano una grandissima popolarità che spesso li portava in baratri di perdizione o solitudine. Richiama invece “Lanterne rosse” per il tema della donna costretta in un ruolo, che si affida a mezzucci e “intrighi di corte” per cavarsela meno peggio delle altre. Purtroppo “Memorie di una geisha” risulta essere una rielaborazione edulcorata e occidentalizzata di alcuni elementi dei film appena citati, a cui attinge ampiamente anche per iconografia e scelta degli attori (Gong Li è presente in tutti e tre i film). Tutto il pathos, il rigore, la spiritualità, i simbolismi di cui sono intrisi questi due film si perdono in un melodrammone di oltre due ore: non si ha appieno il senso dell’antica cultura giapponese, né del reale travaglio interiore dei personaggi probabilmente perché le scelte registiche sono tipicamente americane, ogni elemento del film è al servizio della storia, tutto teso a far immedesimare ed emozionare lo spettatore. La sceneggiatura (anche se per ovvi motivi di lunghezza) nella seconda parte tende a sintetizzare una serie di eventi, come la guerra e lo svilimento di secolari tradizioni, trattandoli in maniera veloce ed approssimativa. Sarà proprio questo mix di amore, gelosia, intrighi, il finto esotismo e il consolatorio lieto fine a far amare al pubblico più romantico “Memorie di una geisha”, come è successo per film come “L’ultimo samurai”, “La tigre e il dragone” e i film fotocopia che lo seguirono in cui c’è l’occidentalizzazione (e forse banalizzazione) di forma e contenuto di una cultura molto diversa dalla nostra e complessa da capire.

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Scene dal film “Memorie di una Geisha” film del 2005 diretto da Rob Marshall, basato sull’omonimo romanzo di Arthur Golden e prodotto dalla Amblin Entertainment di Steven Spielberg. Nel 2006 ha vinto tre Academy Award.


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La geisha: tra fotografi e stilisti Gli stilisti guardano a Oriente. Molti tentano di fondere l’alta moda con gli abiti tradizionali giapponesi della geisha e alcuni fotografi ne approfittano per dar vita a scenari che rimandano al Giappone. Il fotografo Sebastian Mader tenta di ricreare un’atmosfera e una storia ispirata a questo mondo. La stilista Natasha Royt segue alla perfezione i canoni di bellezza e la tradizione giapponese della figura della geisha, principalmente attraverso l’acconciatura e il trucco. Gli abiti sono creati con pezzi di design di varie case di moda. Anche Elle Vietnam si ispira alla bellezza della geisha. La modella Tian Yi evoca perfettamente il tema attraverso uno scenario urbano unito ai vestiti di Prada, Dries van Noten, Dior, Thakoon e altri abiti selezionati dalla stilista Anna Katsanis. Le fotografie di Oliver Stalmans trasformano la modella in un vero e proprio spettacolo asiatico.


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Nella pagina accanto: Vogue Russia 2012, Model: Kelly Mittendorf, Stylist: Natasha Royt, Photographer: Sebastian Mader In questa pagina: Elle Magazine 2013, Model: Tian Yi, Stylist: Anna Katsanis, Photographer: Oliver Stalmans

Nella pagina a fianco troviamo immagini tratte dal servizio fotografico di Sebastian Mader per Vogue Russia. In questa pagina, invece, ci sono le fotografie di Oliver Stalmans per Elle Magazine Vietnam. Con stili differenti, entrambe tentano di creare un’atmosfera che richiama il mondo giapponese della geisha.

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Nella pagina accanto e immagine lunga in questa pagina a sinistra: Elle Magazine 2013, Model: Tian Yi, Stylist: Anna Katsanis, Photographer: Oliver Stalmans In questa pagina in bianco a nero: Scarpe fotografate durante una sfilata di Miuccia Prada

Non sono pochi quelli che si sono ispirati senza mezze misure alla cultura del costume. Sulle passerelle hanno sfilato kimono adatti ad ogni stile, caftani per il giorno, stampe che ricordano l’Indocina e inconfondibili simboli ispirati al Paese del Sol Levante. Il must è realizzare versioni moderne degli abiti orientali: dalle casacche legate in vita di Etro ai pantaloni ampi in lino grezzo di Giorgio Armani; dai sensualissimi abiti da sera con dragoni di Pucci alle tute in seta con le stampe e i colori d’Oriente di Hermes. Persino gli accessori sono declinati in versione Japan, primi tra tutti i sandali firmati Prada, chiara rivisitazione dei koma geta, le tipiche calzature indossate dalla geisha con zeppa alta 20 centimetri, da indossare rigorosamente con i calzini bianchi. La sua intera collezione Primavera Estate 2013 è pervasa da un intenso giapponesismo, ritrovabile in un’infinità di dettagli che rimandano alla moda tradizionale nipponica, a partire dal motivo floreale presente ripetutamente sugli abiti che ricorda l’ikebana (due semplicissimi fiori dallo stelo lungo e dritto), alle calzature a ispirazione geisha, complete di calzini da infradito, i tabi (qui riproposti in pelle) e zeppa di legno in stile geta.  Miuccia Prada si riconferma una grande innovatrice, anche quando cerca e trova la sua ispirazione in forme fuori da qualsiasi schema mantenendo comunque le forme più classiche e più amate delle sue collezioni.

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In questa pagina: Shunga Arte Eros - Japan Coolture Nella pagina accanto: Geisha Street Art Hush - Japan Coolture

La geisha nell’arte I Shunga sono stampe e dipinti a soggetto erotico che dipingono un amore sensuale, alle volte quasi grottesco, tanto da diventare ironico ma a tratti anche dolce e delicato. Tali stampe videro la loro età dell’oro nell’epoca Edo (1603-1868). Generalmente venivano prodotte sotto forma di album, di solito comprendente sei immagini in cui venivano descritte visualmente (e anche con frasi di accompagnamento spesso piuttosto esplicite) le varie fasi dell’amplesso amoroso. Avevano una distribuzione semi-clandestina a causa della forte censura esercitata dal governo dello Shogun, ma erano ugualmente molto numerose, basti pensare che fino a 2000 raccolte di disegni esplicitamente sessuali venivano prodotte ogni anno. Ritrarre scene erotiche in Giappone è stato per secoli una pratica normale e diffusa. Dal 1600 al 1900, la pratica sessuale e la sua rappresentazione artistica

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un’ispirazione per l’occidente

divennero parte integrante della vita privata dei Giapponesi anche grazie all’apertura dello Shintoismo. Questa pratica continuò fino al Novecento, quando il proibizionismo della morale occidentale cattolica fece sì che il sesso diventasse un tabù; inoltre l’avvento della fotografia erotica prese il posto delle stampe Shunga nell’immaginario dei Giapponesi. Le scene rappresentate negli Shunga sono di vario genere; alcune mostrano una coppia che amoreggia, riparata da sguardi indiscreti nell’intimità di una casa. Spesso si vedono spazi aperti alle loro spalle, ad esempio attraverso le finestre, da cui si può persino indovinare il periodo dell’anno in corso grazie all’uso tradizionale dei fiori di stagione. La sensibilità giapponese vuole che a provocare l’occhio non sia la nudità nella

sua interezza, ma piuttosto il “vedo non vedo” di una porta accostata, di una coscia che si intravede sotto ad una veste rossa, di un bacio appassionato o di mani che esplorano sotto le ampie vesti. E’ impressionante come i tessuti dei kimono e dei vari strati di abiti siano rappresentati in ogni minimo dettaglio: dalle infinite pieghe alle stampe riprodotte così perfettamente da sembrare di vera seta. I protagonisti più frequenti dei Shunga erano le geisha e le prostitute dei quartieri di piacere delle più importanti città giapponesi. Solo gli uomini molto ricchi potevano sperare di usufruire dei servizi di tali donne, infatti protagonisti degli Shunga erano spesso rappresentati come samurai o nobili. Hush Il lavoro di Hush, artista britannico, viene descritto come un assalto sensoriale fatto di forme, colori e personaggi. Ispirato dalla rappresentazione delle forme femminili nell’arte, Hush costruisce e stende livelli di pittura ed immagini che come lui stesso afferma “lasciando che la tela ed segni prendano la loro strada“. Il risultato di questo processo creativo è un’enigmatica sintesi di immagini dell’universo “anime” miste a segni tipici della scena “urban/ street” con cui cerca di rappresentare il conflitto tra potere e decadenza, tra innocenza sensualità, fondendo assieme cultura occidentale con quella orientale.

Le creazioni dell’artista inglese Hush. Un mix di street art, graffiti, tintura a spray, collage e universo delle splendide geisha.

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un’ispirazione per l’occidente

Nick Knight e Bjork per Alexander McQueen “To Lee, With Love, Nick “ è il coraggioso cortometraggio del regista e fotografo Nick Knight, un omaggio al grande stilista Alexander McQueen, morto nel febbraio 2010. Bjork, anch’essa ammiratrice di McQueen, scrisse una canzone per il film commemorativo, che venne utilizzata come colonna sonora. Come i vestiti di McQueen, la musica di Bjork presenta un paradosso interessante di forza e fragilità. É una canzone incredibilmente commovente, appropriata a un cortometraggio di così profondo significato. Il celebre fotografo inglese Nick Knight ha continuato a spingersi oltre i confini del processo fotografico ed estetico; abilmente attenua la contraddizione tra passato e futuro, cosa che fa anche Alexander McQueen con le sue creazioni. Questa immagine che raffigura Bjork come una geisha, copertina del suo album del 1997 Homogenic, fu usata per la monografia di Knight uscita nel 2009.

Nella pagina accanto: Homogenic - Nick Knight In questa pagina: Alexander McQueen - Vogue

“To Lee, With Love, Nick” è il cortometraggio omaggio a Alexander McQueen, morto nel 2010, ideato da Nick Knight in collaborazione con la cantante Bjork, entrambi grandi ammiratori dello stilista.

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Geisha Una donna di sensuale ispirazione, dalla tradizione alla contemporaneità. Sara Signorini Giulia Tassinari IED Istituto Europeo di Design (Milano) A.A. 2014/15 3ºA Graphic Design Corso di Grafica e Redazione Editoriale Docente: Mauro Panzeri © 2014 la proprietà delle foto e dei testi é dei singoli autori che le hanno prestate Grafica/Art Direction: Sara Signorini, Giulia Tassinari Stampa Tipografica: Arti Grafiche Panzeri, in nº6 copie digitali in Milano, il 12 febbraio 2015 Font utilizzate: Heuristica Regular, Heuristica Bold, Heuristica Italic, Baskerville Regular, ITC New Baskerville Bold Italic, Baskerville SemiBold Italic, ITC New Baskerville STD. Le immagini di questo volume sono state tratte da diverse fonti. Ogni immagine ne riporta i dati. Questo volume é stato realizzato ad esclusivo scopo didattico.


Geisha

Una donna di sensuale ispirazione, dalla tradizione alla contemporaneità.

Storia. Abbigliamento. Trucco. Acconciatura. Un’ispirazione per molti. Questo libro dimostra come, con il giusto equilibrio di immagini e parole, di dettagli e visioni generali, di importanti nozioni e curiosità, ci si possa sentire in un altro momento e in un altro luogo. Questo, infatti, è il viaggio attraverso le pagine di un libro che si rivela essere una scoperta continua: la scoperta di una donna che ha fatto dell’amore per la bellezza, per l’arte e per la musica, la sua intera vita. Spostarsi attraverso la storia e le caratteristiche di queste donne si rivela essere un’esperienza unica. Si viene trasportati in un altro mondo che può essere conosciuto fino in fondo solo dopo averne appreso a pieno le regole. Le autrici hanno saputo dividere questo volume in sezioni che racchiudono in sé i principali punti chiave della figura della Geisha.

€ 32,00

Geisha. Una donna di sensuale ispirazione, dalla tradizione alla contemporaneità.  

Sara Signorini e Giulia Tassinari

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Sara Signorini e Giulia Tassinari

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